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domenica 9 maggio 2021

LA VERA PROTOFORMA DI CONDOM: *GUANTONE

Anni fa ci siamo occupati dell'etimologia dell'inglese condom e dei suoi derivati: francese gondon e italiano goldone. Questo è il sintetico post pubblicato all'epoca e intitolato "Esiti dialettali di condom e un cavaliere inesistente", che ripropongo all'attenzione di eventuali lettori: 
 
 
Ricordo che l'amico Watt (non so se sia ancora vivo, non si è mai più sentito) non aveva preso troppo bene il mio intervento. Non apprezzava i miei innovativi lampi di genio. Sul suo blog Etymos aveva affermato, non nascondendo un certo disagio, che il Cavalier Goldoni sarebbe esistito realmente e che si sarebbe davvero occupato di produrre condom. Riteneva che i miei contenuti fossero in qualche modo "dissacranti" nei confronti delle autorità accademiche e della loro tradizione, tutto sommato per lui indiscutibile. Eppure bisogna avere il coraggio di sfidare i luoghi comuni e i dogmi dei parrucconi! La posizione di Watt all'epoca giunse per me come un fulmine a ciel sereno. Torno ad affermare che nessun Cavalier Goldoni può essere stato all'origine della parola goldone, perché questa è senza dubbio una dissimilazione di un più antico gondon. Quante parole di aspetto fonetico tanto simile potrebbero mai essersi prodotte in modo indipendente? Non avrebbe il benché minimo senso. Chiamo Thor a testimone, che possa colpirmi con la folgore e uccidermi sul colpo se pronuncio il falso! 
 

La soluzione di un caso annoso 
 
Abbiamo risolto dopo tanto tempo l'enigma dell'origine ultima della parola condom. Si tratta di un vocabolo che è nato in Inghilterra come lontano prestito dall'italiano. La protoforma della bizzarra parola è semplicemente questa: *GUANTONE. Si tratta chiaramente di un accrescitivo di guanto, che doveva essere usato in ambito gergale. I mutamenti occorsi non sono poi così difficili da comprendere. Eccoli:

*GUANTONE > QUONDAM > CONDOM 
 
Cerco ora di ricostruire l'esatta trafila a partire da *GUÀNTON, forma adattata di *GUANTONE
 
1) Prima si è avuta una metatesi vocalica: 
 
*GUÀNTON > *GUÒNTAN 

Una cosa simile è avvenuta almeno in un caso, in tempi più recenti: l'italiano ricatto è diventato racket "organizzazione malavitosa dedita all'estorsione". Questa è la trafila: 

RICATTO > *RICKATT /'rıkæt/ > *RACKET /'rækıt/
 
Potrebbe anche trattarsi di un effetto della consonante labiovelare /gw/ sulla vocale /a/, che ne avrebbe provocato il passaggio a /ɔ/. Una cosa simile è avvenuta almeno in un caso, in tempi più recenti: il napoletano guappo è diventato wop (termine denigratorio per indicare gli immigrati italiani e le persone di discendenza italiana). Questa è la trafila:

GUAPPO > *GUAPP > WOP

Non so decidere quale delle due spiegazioni sia quella corretta, il risultato però è il medesimo.

2) Poi c'è stato un altro peculiare mutamento, che ha però colpito le consonanti: 
 
*GUÒNTAN > *QUÒNDAN 
 
La sequenza labiovelare sonora /gw/ + gruppo consonantico con occlusiva dentale sorda /nt/ è diventata la sequenza labiovelare sorda /kw/ + gruppo consonantico con occlusiva dentale sonora /nd/.
 
3) La pronuncia *QUÒNDAN è divenuta QUONDAM, perché già esisteva tale parola ed era molto comune - anche se il significato era diverso (popolarmente indicava i Morti, dal latino quondam "un tempo, una volta", passato a significare "coloro che vissero un tempo"). 
 
4) Infine la consonante labiovelare /kw/ si è semplificata in una semplice /k/ per effetto della vocale posteriore: 
 
QUONDAM > CONDOM 
 
Si tenga presente che non è una novità o un fatto eccezionale la pronuncia indistinta delle vocali atone nelle sillabe finali. 
 

Alla ricerca delle origini del guantone
 
Il condom è a tutti gli effetti un guanto e c'è ancora chi lo chiama così. Ricordo un detto trovato su un giornale porno all'epoca universitaria, "godere tanto ma con il guanto", da me non condiviso per la mia insofferenza al sesso di gomma. Il condom era un guanto anche nelle sue prime versioni, che coprivano soltanto il glande, essendo assicurate alla vita da rudimentali legacci. Poteva essere realizzato con diversi materiali. Forse un medico italiano era migrato in Albione e aveva avuto l'idea di realizzare un commercio di budelli o di vesciche di agnello. Non ho informazioni più dettagliate: anche se la mia fervida fantasia vorrebbe che il medico in questione fosse siciliano (non dimentichiamoci che Palermo ha generato Cagliostro), non ho al momento prova alcuna che mi permetta di sostanziare questa mia intuizione. Potrebbe anche darsi che all'origine ci sia uno scienziato mai emigrato, come l'illustre medico e anatomista Gabriele Falloppio (Modena, 1523 - Padova, 1562), che condusse interessanti esperimenti sulla contraccezione e sulle malattie veneree, utilizzando panni di lino, la cui efficacia è stata ben verificata con esperimenti rigorosi: i test coinvolsero più di un migliaio di uomini sani, di cui nessuno finì infettato dalla sifilide (Youssef, 1993). Una cosa singolare è che Falloppio raccomandava di indossare il condom con il prepuzio tratto in avanti a coprire il glande. Potremmo anche pensare che "Guantone" fosse un soprannome che qualcuno affibbiò proprio a Falloppio e che poi fu portato in Inghilterra tramite l'emigrazione anche di una singola persona dotata di una vasta rete sociale. Il dispositivo non era comunque una novità: era conosciuto già da Egizi, Greci e Romani (Collier, 2007; Youssef, 1993). Certo, non era molto diffuso, dal momento che si rompeva abbastanza facilmente. Persino dagli antichi Germani sapevano della sua esistenza, anche se era severamente vietato dalla religione pagana (Fischer-Fabian, 1978). La trovata intelligente di un medico italiano, sia esso Falloppio o qualcuno il cui nome ci sarà forse sconosciuto per sempre, fu quella di rilanciare un'idea vetusta migliorandola in modo notevole. Conobbe un tale successo che anziché il suo nome si tramandò quello del guantone

sabato 24 aprile 2021

ANCORA SUL MISTERO DEL PIPPOLOGIO: VERSO UNA SOLUZIONE

Nel lontano 2014 ho pubblicato un brevissimo articolo sul pippologio, un dolce fallico prodotto nella nativa città di Seregno, in Brianza, in occasione dell'Epifania. Riporto il link a quel mio vecchio contributo, che si concludeva con una richiesta di informazioni, ovviamente caduta nel vuoto.    

 
Avevo cercato invano di trovare un'etimologia credibile a una parola così stramba, senza riuscire ad approdare a nulla di convincente. La mia mente contorta aveva risolto l'enigmatico pippologio in un improbabile *pippologi(h)o, cioè "pippo logico" quasi fosse un "pene dotato di logica" (ben noto è il termine pippo nel senso di "pene" e di "scemo"); l'inconsueto sviluppo fonetico lo adducevo a un'origine toscana tramite gorgia, pensando che si dovesse alla pronuncia di un pasticcere trapiantato in Brianza. Invece l'amico Watt, che ai tempi di Splinder gestiva il blog Etymos, mi aveva suggerito un'interpretazione altrettanto implausibile, ricostruendo un *pippo-elogio, ossia "elogio del pippo", senza badare troppo alla bizzarria formale di un simile composto. La cosa poi era finita con la pubblicazione dell'articoletto su questo blog e per diversi anni non ho più pensato a questo argomento.  
 
 
Qualche tempo fa l'amico seregnese P., grassoccio e calvo ma con una robusta barba, scrisse sul suo profilo di Facebook un post brevissimo ma entusiastico, corredato da una foto del dolciume simile a un membro eretto: "VIVA IL PIPOLOGIO!" La cosa mi ha illuminato. Finalmente avevo trovato una attestazione certa della parola da me descritta già da anni e la cui etimologia mi era parsa tanto misteriosa! Subito ho capito l'arcano: si trattava di una semplice questione di ortografia! Quando avevo appreso il vocabolo, chi me lo trasmise lo pronunciava con una consonante -pp- doppia (pippologio), ma la forma più comune ha una consonante -p- semplice (pipologio). Quando ho cercato "pipologio" usando Google, il vasto Web mi ha restituito alcune tracce utilissime quanto insperate e sono finalmente riuscito a capire qualcosa di più. 
 
Si trovano anche altre varianti del nome: papurogio, poporogio e papuròtt. Queste forme sono utilizzate nei comuni di Desio e di Lissone. Non c'è motivo di dubitare del significato originario di queste parole: "bambolotto".  
 
 
Epifania in Brianza, la tradizione del "Papurott" o "Papurogio"  
 
"Papurott o Papurogio è il bambolotto, dolce tipico brianzolo della festa: nella giornata del sei gennaio sulle tavole dei brianzoli, per la gioia dei bambini, non può mancare il fantoccio (esiste la variante con impasto di pan brioche o di frolla) preparato secondo le ricette della tradizione con le sue innumerevoli varianti. L'usanza di sfornare o acquistare i Papurott è particolarmente sentita a Lissone dove ogni anno all'Epifania in città avviene la distribuzione dei dolcetti e anche a Desio." 
 
E ancora, su una pagina ormai cessata: 
 
 
Il Papurogio è un dolce tipico dell’Epifania di Desio 

"Il nome lo si può ricondurre alla parola dialettale “Papurot” ossia bambino paffuto e sorridente, come è raffigurato tradizionalmente Gesù Bambino." 
 
"Il dolce tipico di Desio è il ‘papurogiu’. Le pasticcerie e le panetterie della cittadina brianzola ne fanno ognuna la propria versione personalizzata, solo nei cinque giorni che precedono l’Epifania. Il nome in origine lo si può ricondurre alla parola dialettale “Papurot” ossia bambino paffuto e sorridente, come è raffigurato tradizionalmente Gesù Bambino."

In questa pagina si trovano ancor più informazioni, che riporto per evitare che scompaiano inghiottite nel Nulla del Web: si fa persino nome e cognome dei possibili artefici.  
 
 
Papurott o Papurogio: un po’ di storia (e storie) del dolce dell’Epifania in Brianza
 
"A Desio ne sono convinti. Sono sicuri. L’originale dolce dell’Epifania è nato qui, esattamente a metà strada tra le case dove hanno visto la luce due grandi: Achille Ratti e Luigi Giussani. È nato nel laboratorio di Edoardo Pastori, sul “ponte”, con la roggia Traversi a scorrere accanto, la discesa per raggiungere la basilica e lo sferragliare del tram. È nato nel 1929, l’anno dei Patti Lateranensi, ma le sue radici, l’idea, l’intuizione, sono più vecchi di dieci anni, quando il papà di Edoardo, panettiere a Rho, già creava qualcosa di simile con la pasta del pane."

"A Desio il dolce della Befana è chiamato ‘papurogiu’, con due ‘u’. Il suo nome, però, in origine era leggermente diverso: Pastori lo aveva battezzato ‘poporogio’,con una serie di ‘o’ da fare invidia ad un onomatopeico. Era così per via della sua forma da bambino. Il nome del dolce si è alterato nel tempo, ma non la ricetta originale. Quella è rimasta invariata per anni, è stata portata avanti da Italo, figlio di Edoardo, ed è andata in pensione con lui, quando decise di chiudere il bar pasticceria di corso Italia. Non è mai invecchiata, la ricetta, pur avendo tra le pieghe 90 anni di vita come il lievito madre che era l’anima di ciascun omino dei Pastori. Sempre quello. Custodito gelosamente e attentamente dentro il tabernacolo della sala dolci. Piuttosto, la ricetta diveniva più fresca e fragrante, tanto che in molti hanno cercato di ripeterla. Ma non col medesimo gusto, quello regalato dalla ‘ics’, dall’ingrediente segreto." 
 
"E proprio a Lissone è storia è diversa. Perché sono storie di famiglia che sono dolci ricordi, dolci come il “Papurott”. Giancarlo Gatti, titolare della pasticceria “San Rocco” di via Settembrini a Lissone, ha mosso i primi passi sul bancone dell’attività aperta dal padre, Alfredo, e dallo zio Camillo nel 1953 in via Mazzini e 10 anni più tardi trasferitasi nella sede attuale. «Ai tempi mio padre e mio zio dividevano i locali, tra falegnameria e dolci – raccontava al CittadinoMB un anno fa – Vedevo mio papà col triciclo dei legnamè portare in giro le brioches. Poi, in via Settembrini, ricordo che io, avevo 7 o 8 anni, lo aiutavo a fare il Papurott: mettevo le uvette per creare gli occhi e l’ombelico. Si faceva solo a Lissone, sì. A Desio lo portavamo ai clienti. È una tradizione che è rimasta e di cui ancora oggi c’è una vera febbre: il 5 e il 6 gennaio la richiesta è sempre alta. Tutti vogliono il Papurott che è un simbolo, come la torta paesana alla festa di Lissone»."
 
Le genti di Lissone, in uno slancio di fanatismo campanilistico, si ostinano a dire che il dolciume è tipico unicamente del proprio paese. Le genti di Desio, dal canto loro, sono sempre pronte a giurare il contrario. A distanza di tanto tempo, è molto difficile accertare i fatti. Immagino il dialogo da cui è nato tutto. Il pasticcere ha plasmato dell'impasto e lo ha cotto, dando origine a una figura storpia e gobba. La moglie gli ha chiesto, con tono scettico: "Sa l'è cus'è cul ropp chi?" E l'uomo, afflitto, le ha risposto: "Al su nò. L'è un queicòss. L'è un poporògiu".  
 
A questo punto sono riuscito a mettere assieme lo scibile a cui posso avere accesso per elaborare una conclusione. Il percorso non è lineare e bisogna partire da lontano.

Mi trovavo a Malesco, in Val Vigezzo, con il fraterno amico P. "Nodens" (da non confondere con P. il Pingue) e con suo fratello T. (R.I.P.). Mentre passeggiavamo in paese come tutte le sere, ci imbattemmo in una vetrina in cui erano mostrati oggetti provvisti di etichette con il loro nome nel dialetto ossolano locale. C'era una bambola gigantesca, grande quasi quanto una bambina di dieci anni, con lunghe vesti e con i capelli biondi ben pettinate, di quelle che a Milano erano un tempo chiamate pigòtt (al singolare pigòta). Sotto la bambola c'era un'etichetta con la sua denominazione ossolana: LA PUPÙ. Scoppiammo a ridere e andammo avanti per una buona mezz'ora. Il giorno dopo, l'anziano C. (R.I.P.), che era nativo del paese, ci spiegò che in dialetto maleschese la pupù è la bambola. 

In un'altra occasione giunse una glossa inattesa. Il fratello di P. "Nodens" se ne uscì in un'occasione a chiamare i bambini col loro nome locale: pupurìtt. Capii subito che questo strano vocabolo era connesso con l'ossolano pupù "bambola". Certamente il termine pupurìtt "bambini" significava in origine qualcosa come "bambolotti". Anche in italiano esistono voci simili: pupo, pupa, pupattola, pupazzo. In Sicilia i pupi sono burattini che narrano vicende epiche, e l'uomo che li muove è il puparo. Questa radice esisteva già in latino, come ci mostrano le forme di origine dotta pupillo e pupilla.
 
pupo 
   1) "bambino piccolo" (regionalismo, Italia centrale)
   2) "marionetta" 
 
pupa 
   1) "bambola" 
   2) "ragazza" (gergale) 
     Esempio: Quella è la pupa del boss.
   3) "crisalide" (linguaggio scientifico)  

Forma derivata:
pupazzo

Etimologia: dal latino pūpus "bambino, ragazzo", fatto derivare dalla radice indoeuropea *peh2w- "poco, piccolo". La forma derivata pupazzo presuppone un latino *pūpāceus.  


1) ragazzino, fanciullo
2) bambola, pupazzetto, fantoccio 


1) bambina, fanciulla, ragazza 
2) pupilla dell'occhio 
3) (in senso figurato) occhio 
4) bambolina
5) pupilla 
 
 
Nell'Atlante Linguistico AIS, alla voce "bambola" (numero 750), troviamo alcune informazioni interessanti. 
 

Si può vedere che in alcuni paesini della Val Chiavenna e della Valtellina la bambola è chiamata pipœla o pipóla. Queste forme sono semplici varianti del più comune pupòla. Certo, è possibile che a Seregno il pipologio o pippologio si sia originato da un mutamento fonetico dissimilatorio simile a quello che ha portato a pipœla, pipóla, a partire da papuròtt, papurogio e simili, anche se la cosa in fondo non mi convince molto. A parer mio il passaggio dal biascicato papurogio all'audace pippologio è stata introdotta da un pasticcere estroso che ha deciso di alterare la figura infantile del pupazzo per trasformarla nella figura maliziosa del pippo, che è un cazzone gonfio di sperma. Detto questo, P. "Nodens" mi ha confermato che nella sua nativa Albiate è usata soltanto la forma pupurìn "bambino" (plurale pupurìtt "bambini"), che un vocabolo papuròtt "bambino grassoccio" è del tutto sconosciuto e che il dolciume fallico non si trova affatto. Evidentemente la produzione del pupazzo di pasta brioche, nata a Desio o a Lissone, è giunta a Seregno subendo la sua metamorfosi in un simulacro del membro virile eretto, senza poter arrivare più lontano.   

mercoledì 31 dicembre 2014

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL'ETIMOLOGIA DI APE

Questo scrisse Watt sul suo scomparso blog Etymos a proposito dell'etimologia della parola ape: 

ape - Di etimo incerto, dice il DELI che tra l'altro riporta il latino ape(m). Mentre qualcosina, ma che può bastare rispetto al nulla, ci racconta Semerano: apis -is: se ne ignorò l'etimologia. Deriva da Accadico apu (punta, spina), appu (punta, insetto). 

Questi sono gli interventi da me apposti all'epoca della pubblicazione dell'intervento di Watt:

1) È un caso davvero oscuro. A parer mio la fonte ultima è l'egiziano antico bjj.t ('ape; miele'), anche se tramite una lingua ignota. Si noti in ogni caso come in etrusco il termine apiana 'camomilla; moscatello' potrebbe contenere la stessa radice. L'esito copto della forma egizia è ebiō 'miele' (con l'accento sulla lunga). Il raffronto dato da Semerano non è convincente: le due forme sembrano isolate, e la semantica è poco chiara.

2) Spiego meglio le difficoltà. In nessuno dei libri a mia disposizione ho trovato le forme date da Semerano; non trovo nulla di simile nell'intero database etimologico di Starostin relativo alle lingue afroasiatiche; le due parole non sembrano essere neppure di origine sumerica. La mia impressione è che si tratti di arcaismi o di lemmi marginali che devono essere studiati attentamente. Tra l'altro non è affatto detto che la parola che indica l'insetto sia imparentata con quelle che indicano la punta, la spina (esistono moltissimi insetti sprovvisti di pungiglione e non si capisce bene quale tipo di artropode fosse chiamato appu in accadico). Le omofonie in accadico sono numerosissime.

A distanza di tempo sono giunto a una conclusione netta: a fungere da tramite tra la forma egiziana e quella latina è stata la lingua etrusca. A partire dal materiale antroponimico, dalle iscrizioni, dalle glosse e dai resti nella lingua latina si può ricostruire quanto segue:

api-, *apei-, *apai- "ape" (1)
api- "dolce" (2)
*ap-ia "appio", lett. "<erba> delle api" (3)
apia-na "camomilla"; "moscatello" (4)
ap(a)ia-tru "melissa"; "gruccione" (5)
apei-na "apiario"; "apicoltore" (6)

(1) La forma base è attestata come gentilizio Api (m.), Ap-ia (f.). Si nota anche Api-e (m.), da un'originaria forma aggettivale.
(2) L'iscrizione θi api-ta (REE 50 n. 103) significa "questa <è> acqua dolce", ossia dolcificata con miele.
(3) È la forma da cui il latino ha tratto apium "appio, sedano selvatico"
(4) Nel senso di "camomilla" è una glossa dello Pseudo Apuleio (ThLE 415). Nel senso di "moscatello" la parola è penetrata in latino. Attestato anche come gentilizio (CIE 6).
(5) È attestato come gentilizio. Traduce latino apiaster "melissa" e apiastrum "gruccione o merope".
(6) È attestato come gentilizio. Traduce latino apiarium "arnia" e apiarius "apicoltore"

Alcune di queste deduzioni sono state fatte dal prof. Massimo Pittau, che ha introdotto un metodo innovativo e molto interessante per approfondire lo studio del lessico etrusco - anche se purtroppo in diversi casi è giunto a conclusioni inattendibili.

Per quanto riguarda Semerano, i suoi lavori sono da collocarsi nel novero delle opere fantalinguistiche. Negano infatti alla radice ogni fondamento del metodo scientifico, essendo basati sul principio dell'assonanza, seguendo una procedura molto comune nel mondo dell'esoterismo. Forniscono esempi eloquenti di questa ermeneutica coloro che separano dannato da dannare, dannazione e danno per connetterlo direttamente con il greco thanatos - oppure coloro che fanno derivare Maddalena dal toponimo Migdal-Eder, ossia Torre del Gregge (Gen. 35, 21), senza nemmeno cercare la voce in un vocabolario di ebraico, che darebbe Magdalith - chiaramente da Magdala. Così considero tutto questo come un tentativo di abolire la chimica moderna per ritornare a Paracelso e a Cornelio Agrippa. Tra i sostenitori di Semerano si può citare Massimo Cacciari, che ha definito tutto questo "una festa per l'intelligenza". È evidente che l'autore in questione gode di ampio credito in molti atenei per via di una fallacia logica chiamata Reductio ad Hitlerum. L'argomento è il seguente: "Siccome il Nazionalsocialismo ha commesso immensi crimini sulla base del concetto di razza ariana, e questo è a sua volta fondato su considerazioni linguistiche, ne consegue che il concetto di lingua indoeuropea debba essere necessariamente falso". È necessario precisare che si tratta di un paralogismo o sillogismo fallace? Sì, penso che sia necessario.

sabato 8 novembre 2014

IL MISTERO DEL PIPPOLOGIO

Nella città di Seregno alcuni pasticcieri producono in occasione dell'Epifania un pane dolce di forma fallica, che dal volgo è chiamato pippologio. Non ho trovato alcuna documentazione in rete di questa usanza, e sono incerto sull'etimologia dello strano nome - che non va confuso con neologismi come pippologo e pippologico, riferiti a masturbazioni mentali (da pippa). 

Il nome del dolciume è chiaramente un composto di pippo, termine colloquiale deonomastico che indica il membro virile e quindi una persona idiota. La seconda parte è invece oscura. Forse si tratta di una creazione arbitraria per far sembrare il nome una forma dotta (calcata su orologio?). 

Le alternative non sono numerose. Mi è venuto in mente che potrebbe essere un'abbreviazione di un ipotetico "pippo logico", ossia "membro virile dotato di parola", pronunciato *pippologi(h)o da un altrettanto ipotetico pasticciere toscano migrato in Brianza. In tal caso, sarebbe un prestito da una forma affetta da gorgia - anche se non mi risulta che una locuzione di questo genere sia usata in Toscana. L'unico altro suggerimento mi è stato dato dall'amico Watt, che ipotizzava una contrazione da un originario *pippo-elogio, ossia "elogio del pippo". Resto però dubbioso: non mi risultano formazioni analoghe, contrarie al modo di creare composti in italiano.  

La parola mi è stata riferita da più fonti. In un'occasione mi è stato precisato che si tratta di un termine dialettale, che sarebbe stato quindi italianizzato nella forma. Non sono tuttavia riuscito a capire da quale vocabolo lombardo il termine pippologio sia stato ricavato per adattamento. Infatti dalla fonetica sembra appartenere a un dialetto lombardo così come pizza sembra un termine anglosassone.  

Il pippologio è fatto di pasta brioche e ha la forma di un pene eretto con testicoli ben formati. La glassa posta sulla sua sommità rappresenta lo sperma con crudo realismo. Dall'asta si protende un braccino che regge un piccolo cestello con dentro alcune caramelle. La cosa è molto inconsueta, essendo la Brianza legata a forme di rancido clericalismo e poco amante di qualsiasi menzione di cose ritenute sconvenienti. Del resto, messe di fronte alla natura fallica del dolce, non poche persone hanno negato ogni accostamento sessuale, dicendo che rappresenterebbe un semplice pupazzo. 

Non sono riuscito a sapere se si tratta di una tradizione inveterata o di un'usanza recente, e neppure se sia diffusa in altri paesi lombardi o di altre parti d'Italia. Posso soltanto dire che alcuni miei amici che abitano ad Albiate, a poca distanza da Seregno, non hanno mai saputo nulla di questo dolciume e si sono sorpresi non poco quando lo hanno visto per la prima volta. La domanda è aperta a tutti. C'è qualcuno che ha un'idea sulla sua origine? 

PRECISAZIONI E DUBBI SULL'ETIMOLOGIA DI MONZA

Questo ha scritto l'amico Watt sul suo blog Etymos, purtroppo scomparso assieme a Splinder:

Monza - La tradizione vuole che sia stata fondata da Teodolinda, la quale, avuta a Pavia la visione di una colomba che le comandò di fabbricare una chiesa nel luogo che essa le avrebbe indicato, in tre successivi luoghi, fra cui Milano e Sesto, si vide apparire la colomba che la indusse a proseguire, dicendole tre volte "etiam!" 'ancora!'. Giunta nel luogo ove poi sorse Monza, la colomba disse "modo", cioè 'ora sì'. La leggenda, illustrata nei dipinti della cappella di Teodolinda a Monza, offre anche un'interpretazione del toponimo che, tra le forme storiche, presenta anche la variante "Modoctia"*. Non è questa l'unica congettura proposta in passato dagli eruditi. Si può ricordare anche un accostamento a monte, al latino modica (curtis), e in particolare al toponimo tedesco Magonza, l'antica Maguntia; di ritorno da questo luogo, i legionari romani, al seguito di Druso, avrebbero fondato Monza sul sito di Modicia (una delle forme medievali di Monza), centro che sarebbe appartenuto ai Galli. Il nome della città è documentato dall'anno 768, poi 892 ecc. come Modicia, Moedicia, Moeditia, Moicia. Verosimilmente, la forma base dev'essere Modicia, con l'accento sulla prima sillaba, poi *Mo(d)cia, con successiva epentesi di n, mentre Modoetia, Modoecia sono rifacimenti eruditi. Quanto a Modicia, si tratta, molto probabilmente, di un personale latino Modicia. D'accordo per la vera etimologia; ma quanto è più bella, la leggenda! Tornerò presto, insieme al porco semilanuto!

* Verosimilmente un refuso per Modoetia.

Partendo da un mio stringato intervento dell'epoca, faccio qualche precisazione sull'origine di Monza. Le varianti Modicia, Moedicia, Moeditia, Modoetia sono tali da suggerire che l'etimo della parola non sia da un nome personale latino. Questo escamotage così caro agli studiosi di toponomastica va di certo ridimensionato. Anche la posizione dell'accento sulla prima sillaba confuta l'origine latina.

Ci è nota un'iscrizione frammentaria di epoca romana che fornisce una prova dell'antichità del toponimo, attestando che gli abitanti di Modicia erano chiamati Modiciates. Il testo è HERCVLI MODICIATES IOVENII, chiaramente una dedica ad Ercole da parte di membri della gioventù di Monza, scritta in un latino grossolano (notare Iovenii per Iuvenes). La formazione in -ates è tipica di molti nomi etnici celtici e preceltici: il suffisso si trova documentato in etnonimi dei Liguri (Genuates, Deciates, Ilvates), dei popoli alpini (Focunates, Nantuates, Catenates, Rucinates), di popoli italici (Arpinates, Capenates) e degli Etruschi (Felsinates, etc.). Modiciates elimina chiaramente l'ipotesi della Modica Curtis, così come l'accostamento a Maguntia. Chi ha prodotto tali proposte etimologice ignorava evidentemente non soltanto le testimonianze dell'epigrafia, ma anche l'opera dello storico longobardo Paolo Diacono, che cita espressamente Monza come Modicia

A proposito della leggenda di Teodolinda relativa alla fondazione di Monza, qualcuno ha tentato una manipolazione simile per Venezia, interpretata assurdamente come "veni etiam"! Racconti di questo genere sono risibili e sconcertanti, ma non bisogna stupirsi più di tanto, vista l'epoca in cui sono stati prodotti. La totale mancanza di nozioni linguistiche elementari e di metodo era la norma persino tra gli eruditi, che in non pochi casi piegavano l'evidenza all'ideologia. Sorvoliamo sul fatto la colomba avrebbe dovuto parlare in longobardo a Teodolinda - progenie di nobilissimi Letingi e di Bavari - e che non è detto che la sovrana avesse una qualche nozione della lingua latina. Se la storiella fosse vera, il nome sarebbe stato composto come un improbabile *Etiammodo, riportando la narrazione che prima la colomba avrebbe detto "etiam" per incitare la Regina dei Longobardi, e solo alla fine "modo" (un po' come un gioco infantile del tipo "acqua", "fuochino" e "fuoco"). Mi è capitato di leggere un'altra favola meritevole di irrisione e di scherno in un libro di racconti scritti in dialetto brianzolo: la fondazione di Monza era sempre attribuita a Teodolinda, ma non si faceva menzione della colomba. Nell'atto della consacrazione, il vescovo avrebbe detto "modo", e la Regina avrebbe risposto "etiam"

A questo punto non resta che cercare di capire da quale radice il toponimo Modicia e l'etnonimo Modiciates possano essere derivati. Il nome dello stanziamento potrebbe essere derivato da quello di una divinità femminile, a sua volta formato dall'indoeuropeo *med- / *mod- "misurare", che in ultima istanza si ritrova anche nel latino modus. Tuttavia non si può nascondere che gli esiti romanzi fanno piuttosto ricostruire una vocale lunga: la pronuncia originale sarà stata /'mo:dikia/. Anche le varianti col dittongo in prima sillaba (Moedicia, Moeditia) creano non pochi problemi. Pur con tutte le incertezze del caso, si potrebbe pensare al celtico *moudo- "nobile, buono", da cui deriva l'irlandese muadh