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martedì 10 settembre 2024

I TOBOSOS E LA LORO MISTERIOSA LINGUA

I Tobosos erano un antico popolo del Messico Settentrionale. Conducevano vita nomade di cacciatori-raccoglitori nei territori desertici della regione del Bolsón de Mapimí, che oggi si trovano negli stati di Chihuahua, Coahuila e in parte minore Durango. Nel corso della loro storia sono stati a lungo associati ai Jumanos, tanto che qualcuno li ritiene, a mio avviso a torto, parte di quello stesso etnia. Sono considerati attualmente estinti o, come meglio sarebbe dire, assimilati nella massa della popolazione meticcia ispanofona. Eppure esiste almeno una fotografia che ritrae alcuni di loro, anche se non sono riuscito a chiarirne l'origine. 


Pur avendo scarsissimi mezzi, i Tobosos sono riusciti ad opporre per secoli una resistenza feroce alla colonizzazione. A partire dagli anni '40 del XVII secolo, iniziarono ad attaccare le missioni e le miniere situate a occidente del loro territorio - controllate dagli Spagnoli e abitate dai Rarámuri. In seguito,  dopo alterne vicende, molti Tobosos furono deportati nelle missioni nei pressi di Monterrey, in Messico, dove appresero la lingua spagnola. Un gran numero di essi si ribellò e abbandonò questi luoghi di prigionia, rifiutando il Cristianesimo. Gli Spagnoli classificavano i Tobosos come indiani ladinos, ossia "astuti", "abili": questa etichetta indicava che conoscevano bene la lingua e lo stile di vita spagnolo, sfruttandolo per combattere gli invasori con maggiore efficacia. Negli anni '90 del XVII secolo, i Tobosos si rafforzarono e compirono significative incursioni contro le missioni e i ranch dei Rarámuri (Tarahumara). Nel XVIII secolo arrivarono a minacciare Torreón e ad assediarla ripetutamente. 

Gli ultimi sviluppi

Alcuni Tobosos migrarono dal Messico verso la costa del Texas, dove risiedettero presso la missione Nuestra Señora del Refugio e nelle sue vicinanze dal 1807 almeno fino al 1828. Tali date precise sono dedotte dai registri battesimali, che attestano in modo accurato la presenza di individui di etnia Toboso in loco (Campbell, 1976). Nel XVIII secolo - almeno a partire dal 1776 - l'isola di Matagorda era nota come "Toboso Island" ed era abitata sia da persone fuggite dalle missioni Rosario ed Espiritu Santo, che da membri della popolazione costiera dei Karankawa, semi-nomade, parlante una lingua isolata (Weddle, 1996). È possibile che tale denominazione geografica riflettesse la presenza terminale di alcuni Tobosos tra gli abitanti dell'isola, in cui verosimilmente risiedono oggi i loro discendenti.

Etimologia di Tobosos

Come si capisce facilmente, il nome dei Tobosos è un esoetnico attribuito loro dagli Spagnoli. In spagnolo "toboso" significa alla lettera "tufaceo""fatto di tufo" ("formado de piedra toba") - tanto che potremmo benissimo tradurlo con "tufoso". Varianti ortografiche: Tobossos, Tovosos, TovossosIl singolare epiteto si deve forse al fatto che quelle genti erano sporchissime, perché vivevano in condizioni proibitive in un ambiente arido: la loro pelle doveva essere scabra e secca come la roccia vulcanica. Non conosciamo l'endoetnico dei Tobosos, ossia il modo in cui chiamavano se stessi. Purtroppo la loro lingua si è spenta nel corso del XVIII secolo, forse agli inizi del XIX, senza lasciare documenti. In concreto, restano soltanto alcuni nomi tribali, quasi tutti alquanto oscuri, oltre a pochissimi altri resti sepolti negli archivi. Ci accingiamo a trattare in questa sede il materiale reperito. 

Etnonimi nativi di gruppi

Il numero delle bande di Tobosos diminuì nel corso del tempo. Negli anni ottanta del XVII secolo si contavano 12 gruppi; nel 1693 gli Spagnoli ne censirono soltanto quattro (Anderson, 2009), i cui nomi sono i seguenti:

Osatayogligla
Guazapayogligla
   Varianti: 
   Guesecpayolicla 
   Guesecpayoliglao
   Guasapagoligla,
   Guasipayoles,
   Guesipayoles
   Guesapame
   Guesecpamot,
Chichitame 
    Varianti:
    Chichitamen,
    Chuchitamen
Sisimbles
    Varianti:
    Sisimbres,
    Zizimbles,
    Xiximbles,
    Sinsimbles,
    Asisimbres,
    Simbles,
    Sinibles (forse erroneo)  

Tuttavia in alcuni casi si riscontrano incertezze nell'attribuzione. Infatti si nota un'estrema somiglianza nella struttura e nella morfologia ai nomi delle bande di etnia Chiso (Chizo): 

Satapayogligla
   Varianti: 
   Satayolila,
   Osatayocliclas 
Sunigugligla
    Varianti:
    Sunigugliglas,    
    Sungugligla
    Suninoligla
    Sonololila
    Solinolicua
    Sinayoligla
    Siniyoliglas 
Batayogligla
Chichitame 

Si noterà all'istante la somiglianza di questi etnonimi e in un caso addirittura l'identità. In realtà sono riportati nei documenti i nomi di moltissimi altri gruppi tribali minuscoli. Va precisato che nel 1723, le bande dei Tobosos sono state soggette a deportazione.

La Bibbia dell'argomento è senza dubbio l'opera seminale di William B. Griffen, Culture change and shifting populations in Central Northern Mexico (The University of Arizona Press, Tucson, 1969), che riporta una gran quantità di dati utili. 


Si ravvisano tra gli etnonimi riconducibili ai Tobosos alcuni prestiti dal Nāhuatl: 

Cocoyome "i Coyotes"
    Varianti: 
    Cocoiome
    Cocoyomes
    Cocoyolme
    Cocoyolmes 
    Nāhuatl: cōcoyoh, plurale di coyōtl "sciacallo" 
Masames 
   Nāhuatl: mazah, plurale di mazātl "cervo" 
Ocomes 
   Nāhuatl: ocōmeh, plurale di ocōtl "pino"
Talcoyotes
   Nāhuatl: tlālcoyōtl < tlālli "terra" + coyōtl "sciacallo" 
     (forse il composto indica il cane della prateria) 
  Varianti:
  Talcoyomes
  Tatalcoyomes 

Riporto alcuni etnonimi associati ai Tobosos e ai Chisos, senza chiara origine Nāhuatl: 

Acoclames
   (associati ai Tobosos e ai Nonojes)
   Varianti:
   Ococlames
   Coclames
   Ajocames
   Achacomes
   Achaclames 
Baborimamas
    (associati ai Tobosos e ai Salineros)
   Varianti: 
   Boborimamaras
   Mamorimamas,
   Mamorimamaras,
   Baburimamas
   Bamoribama,
   Bamorimamas
   Mamarimamari (incerto),
   Marnisa (incerto)
Babosarigames 
   (associati ai Salineros, Cabezas e Tobosos)
   Varianti: 
   Babuzarigames
   Babucaligamas (-c- sta per -ç-),
   Babosaricas,
   Babozaligamen,
   Bobonizanigames,
   Bobozarigarnes
   Bauzarigames
   Bozeregamui
   Babozarigas  
Nonojes
   (alleati dei Tobosos e degli Acoclames)
   Varianti: 
   Nonoxes,
   Nonox
   Noñojet,
   Noñoques,
   Nonoties 
Osatame
   (gruppo di Chisos)
   Varianti:
   Osataba,
   Osatabay,
   Osatapa 
Otolcoclomes 
   (gruppo di Tobosos)
   Varianti: 
   Otolcoclames 

Si trova poi nel materiale di Griffen un etnonimo di estremo interesse, attestato nel XVII secolo nella regione: 
Odame
   Varianti: 
   Odaame,
   Oodame,
   Hodahama
Lo si riconosce all'istante: è O'odham, il nome nativo dei popoli che un tempo erano chiamati Pima e Papago. 

Un interessante residuo religioso
in Toboso

Qualche dato sparso è riportato come nota nell'opera di Griffen, anche se la sua consultazione non è facile. In particolare, abbiamo spulciato un'informazione interessante. Si riporta che nel XVII secolo tra i Tobosos fu pronunciata in un'occasione la frase "cable cable", glossata in spagnolo come "soy sacerdote", ossia "sono un prete". Riporto il brano, tratto da una lettera scritta da Padre Rodrigo del Castillo, mentre era prigioniero di un gruppo misto di Tobosos e di Cabezas (Fonte: Archivo General de la Nación, México, 1667). 

"fuime para el diciendole, Cable Cable que en su lengua quiere decir Soy Sacerdote ... vino luego otro Toboço ..."

Traduzione: 

"Mi sono diretto verso di lui dicendogli Cable Cable, che nella sua lingua significa "Sono un prete" ... poi arrivò un altro Toboso."

Non sono in grado di analizzare morfologicamente la sequenza cable cable, di cui finora non sono riuscito a trovare l'eguale in alcuna lingua nota della regione o di altri territori. Si può comunque trarre qualche deduzione antropologica. Il fatto che Del Castillo trovasse necessario specificare di essere un prete, indica che per quell'epoca esisteva un qualche credito del clero presso i Tobosos. Se avesse regnato un sentimento di ostilità anticristiana, la strategia più sensata sarebbe stata quella di evitare ogni menzione dell'argomento. Vediamo inoltre che per i Tobosos non era possibile alcuna confusione: sapevano distinguere bene "sacerdote" da "hechicero", ossia "stregone".  

Due idronimi nella lingua Chiso 

Sempre Griffen riporta i nomi dati dai Chisos a due pozze d'acqua. un bene che in quell'ambiente era di gran lunga più prezioso dell'oro:
sibalba "agua del zorrillo" 
   traduzione in inglese: "Skunk water"
   traduzione in italiano: "aqua della puzzola" 
bayacabam "donde se acaba la corriente"
   traduzione in inglese: "The place the stream terminates"
   traduzione in italiano: "luogo dove termina il ruscello" 
(Fonte: Bancroft Library, Berkeley, California - 1695) 

Tre glosse eterogenee 

In Salinero l'antroponimo Baturi (varianti: Baluri, Baluzi) significa "Piede di Lepre" - spagnolo: "Pies de Liebre", inglese: "Rabbit's Feet" (Fonte: 
Documentos para la Historia de México - 1645).
In Lagunero, naboya era il nome dato alle imbarcazioni usate a San Pedro de la Laguna (Fonte: Bancroft Library, Berkeley, California - 1605). I Tobosos erano mortali nemici dei Laguneros. 
Nel distretto di Parras, noas era il nome dato a un tipo di mescal; -s potrebbe essere il plurale spagnolo (Mota y Escobar, 1940).

La difficile situazione linguistica
nel Messico del Centro Nord

Griffen riporta un gran numero di testimonianze confuse relative alla mutua comprensibilità o meno delle lingue di molti popoli, evidenziando diverse contraddizioni. Era una condizione di caos multilinguistico. Il Nāhuatl (chiamato "messicano") era una lingua franca molto diffusa. Era usata anche la lingua zacateca, di cui tuttavia si hanno poche informazioni: potrebbe essere stata affine allo Huichol. Era comune che una persona parlasse nella propria lingua e che altri la intendessero spontaneamente, mentre altre volte era necessario l'uso di interpreti. 

"Si riferisce che un Tarahumar abbia riportato che "durante la battaglia, riconobbe che parlavano la lingua comune a Tobosos, Gavilanes e Salineros." (Fonte: Archivo de Hidalgo del Parral, Chihuahua - 1657). 
"Una volta, per l'interrogatorio di un prigioniero di Toboso, furono nominati due interpreti: uno per la lingua messicana (Nahuatl) e l'altro, Francisco Mama il Salinero, "per la sua lingua madre" (para la suya natural). (Fonte: Archivo de Hidalgo del Parral, Chihuahua - 1653). 

In entrambi i casi, non esiste certezza che i Tarahumara e gli Spagnoli fossero in grado di riconoscere le differenze tra la lingua dei Tobosos e quella dei Salineros, se ne esistevano.

La vera natura della lingua Toboso

Finora non sono riuscito a trovare altri dati lessicali sepolti nella documentazione presentata da Griffen, ma qualcosa possiamo già dedurre. 

1) I Tobosos parlavano una lingua strettamente affine a quella parlata dai Chisos (Chizos) e più alla lontana a quella dai Conchos
2) I Tobosos e i Chisos (Chizos) parlavano una lingua appartenente al gruppo Uto-Azteco, dato che abbiamo potuto dimostrare con argomenti solidissimi che la lingua dei Conchos è a sua volta Uto-Azteca. 

Queste sono le evidenze, di capitale importanza anche se poco numerose:

Toboso: -me, -men 
   Possibili varianti: -mot 
   Forma ispanizzata: -mes 
Chiso: -me, -met 
   Possibili varianti: -mit 
   Forma ispanizzata: -mes 
Concho: -me 
   Forma ispanizzata: -mes 
Nāhuatl: -meh 
Significato: suffisso del plurale

Toboso: -yogligla, -yolicla, -yolicua 
Chiso: -(yo)gligla, -(yo)licla, -(yo)licua, -(yo)lila,  
     -yole 
Concho: yolli 
Significato: "persone", "gente", "popolo", "tribù"
   Nāhuatl: yōli "vivere" 

Chiso: Bata-yogligla "Popolo ricco d'acqua"; 
   Bayacabam "Luogo dove termina il ruscello" 
Concho (glossa): bate 
Rarámuri: ba'wí 
Nāhuatl: ātl 
Significato: "acqua"
Nota:
Anche il Chiso Sibal-ba "Aqua della puzzola", mostra evidenza della radice ba- "acqua". La radice sibal- indica invece la puzzola. Il secondo membro del toponimo Ba-yacabam potrebbe contenere la stessa radice del Nāhuatl yacatl "naso, punta".

Chiso: Suni-gu-gligla "Popolo ricco di mais"
Concho (glossa): sanate 
Rarámuri: sunú
Nāhuatl: centli, cintli 
    Pronuncia: /'sentɬi/, /'sintɬi/
Significato: "mais"

Ho trattato la lingua dei Conchos nel mio articolo sull'etimologia di Chihuahua:


Come già è accaduto con i Conchos, è venuta meno la paura che si potesse avere a che fare con una lingua isolata. Le lingue isolate sono bellissime, ma quando mancano i dati siamo in un vicolo cieco! 

Conclusioni

Questi dati smentiscono un'annosa quanto vana ipotesi, formulata da studiosi che ascrivevano i Tobosos al gruppo Athapaska, ritenendoli affini agli Apache - cosa assurda anche solo a pensarsi. Non esistono dati linguistici in grado di suffragare una simile illazione, basata unicamente su un'analogia extra-linguistica relativa al modo materiale di vivere. 

domenica 8 settembre 2024

ETIMOLOGIA DEL TOPONIMO TEGUCIGALPA

L'origine del nome di Tegucigalpa, capitale dell'Honduras, è oggetto di un lungo dibattito tra gli storici, con diverse ipotesi concorrenti, pur facendo quasi tutte capo alla gloriosa lingua degli Aztechi, il Nāhuatl

i) L'ipotesi delle "Colline d'argento":
Per molto tempo la versione più diffusa è stata *Taguz-galpa, interpretata popolarmente come "Colline d'argento". 
L'origine di questa fabbricazione risiede nell'effettiva esistenza di un toponimo Taguzgalpa, attribuito a una regione della costa caraibica situata tra il fiume Aguán e il fiume San Juan, in quella che all'epoca era la giurisdizione della Real Audencia de Guatemala. Quest'area era ben distinta dal nome della città di Tecugigalpa, che esisteva già ma non ne faceva parte; tuttavia è stato facilmente collegato ad esso dagli etimologi dilettanti. 
Fu l'ecclesiastico Cristóbal de Pedraza, Vescovo di Comayagua (1485 - circa 1555) a documentare per la prima volta il nome della regione conosciuta come Taguzgalpa, nella sua opera del 1544 intitolata Relación de la Provincia de Honduras e Higueras. Pedraza riportò che, dopo una salita di tre giorni verso le montagne alle spalle di Trujillo - probabilmente l'odierna Sierra de la Esperanza - alcuni informatori locali gli spiegarono che il nome Tagusgualpa significava "la casa dove si fonde l'oro", in riferimento a un importante insediamento della regione in cui gli abitanti delle aree circostanti si riunivano per fondere il metallo. Sulla mappa olandese di Montanus, risalente al 1671, la regione in questione porta il nome Tiguzigalpa.
Qualcuno deve aver distorto quanto scritto da Pedraza, trasformando l'oro in argento e la casa in un'altura. 
Il problema è che il termine Nāhuatl per indicare l'oro e l'argento è teōcuitlatl, alla lettera "escremento divino". Per specificare di quale metallo si tratta, si deve ricorrere ad aggettivi: coztic teocuitlatl indica l'oro (alla lettera "escremento divino giallo"), mentre l'argento è chiamato iztac teōcuitlatl (alla lettera "escremento divino bianco"). 
Una forma plausibile nella lingua Nāhuatl classica corretta sarebbe *Teōcuitla-tepē-pan (da tepētl "montagna, altura"), che però non serve a spiegare il toponimo. 
E se non si trattasse di Nāhuatl? Ho cercato se esistesse qualche riscontro nelle lingue non Nāhuatl della regione, in modo tale da verificare se la traduzione "Cerro de Plata" possa avere qualche riscontro. Finora la ricerca si è dimostrata deludente: non si trova alcuna forma comparabile in lingue come il Lenca, il Matagalpa, il Suma e il Mishkito. Ho il sospetto che difficilmente questa pista porterà a qualcosa.
 
ii) L'ipotesi della "Casa del Signore": 
Lo studioso Antonio Peñafiel (1893 - 1922), che aveva scarse conoscenze grammaticali della lingua degli Aztechi, proponeva una ricostruzione *Tecutli-calpan,  da lui tradotto come "en palacios reales", ossia "nelle residenze reali" (1897). In Nāhuatl la parola per dire "signore", tēuctli, non conserva il suffisso assolutivo -tli quando è usata come primo membro nei composti. La forma corretta per esprimere il concetto nella lingua classica corretta sarebbe *Tēc-cal-pan "Nella Casa del Signore", che però non è adatta a spiegare il toponimo.  
Si trova una soluzione plausibile ricostruendo *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore", in cui anziché tēuctli "signore" si trova la sua forma costruita con il tipico suffisso -tzin, la cui funzione è reverenziale. Così tēuctzin significa "amato signore". In Messico, tra i parlanti Nāhuatl, questa ipotesi è molto diffusa. È stata sostenuta dagli studiosi messicani José Ignacio Dávila Garibi (1888 - 1921) e da Alfredo Barrera Vásquez (1900 - 1980)

iii) L'ipotesi della "Casa delle pietre appuntite"
Il filosofo, scrittore ed ex presidente honduregno Alberto de Jesús Membreño Márquez (1859 - 1921) trae spunto dalla forma Teguycegalpa, attestata da Pedro "Tonatiuh" de Alvarado (1485 - 1541) in un manoscritto del 1536 e interpretata come "nelle case delle pietre appuntite", riferendosi alle formazioni rocciose della zona. Si riconosce facilmente l'elemento te-, derivato da tetl "pietra", ma bisogna fare voli pindarici per trovare la parola per indicare il concetto di "appuntito". Alla fine ci sono riuscito: quello che Alvarado voleva trascrivere era *Te-huitz-cal-pan "Nella Casa delle pietre appuntite". Infatti la parola huitztli "spina, aculeo" entra nei composti come huitz-. Così tehuitzli sta per "pietra appuntita", alla lettera "spina di pietra".

iv) L'ipotesi della "Casa della Terra Gialla"
Si trova un'altra costruzione artificiosa, *Tlal-cuz-cal-pa, che parte dalle parole tlālli "terra", cōztic "giallo" (spesso riferito all'oro) e calli "casa". Ne parlano Gómez de Silva (1998) e Denyer (2001). Nell'ortografia standard sarebbe *Tlāl-cōz-cal-pan "Nella Casa della Terra Gialla". L'aggettivo cōztic è formato dalla radice cōz-, che ricorre in alcune formazioni fossili, come chilcoztli "peperone giallo", cozcatl "collana, gioiello", etc. Anche se non ho la piena certezza, sospetto che questo potrebbe essere il fondamento del toponimo Taguzcalpa, se ammettiamo che "terra gialla" possa essere stato usato come allusione all'oro. Non è impossibile: la consonante laterale /tɬ/ era spesso trascritta come /t/ dai cronisti spagnoli. Forse si trattava di sabbie aurifere da cui era ricavato il prezioso metallo. Riporto un link che spero possa essere di qualche utilità: 


Di queste ricostruzioni della protoforma di Tegucigalpa, la più solida e plausibile è senza dubbio *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore". Tuttavia ho un'altra possibilità, che reputo abbastanza plausibile. Eccola:

v) L'ipotesi della "Casa del Buccine" 
Ora presento una proposta etimologica che è frutto del mio ingegno. Forse è fallace, ma credo che sia interessante riportarla. In Nāhuatl classico esiste la parola tēucciztli, che indica una grossa conchiglia marina e in genere si traduce con "buccine". Si tratta di una antico composto il cui primo membro è tēuctli "signore", mentre il secondo elemento -ciztli è oscuro e non ha etimologia determinabile. Forse è una parola obsoleta che  in origine significava "conchiglia". 
Ecco che Tegucigalpa sarebbe l'adattamento di *Tēuc-ciz-cal-pan "Nella Casa del Buccine". 

Riporto il link a un articolo molto utile di William V. Davidson, che contiene molti dettagli e approfondimenti. Consiglio senz'altro la sua lettura!


Osservazioni sulla pronuncia

In Nāhuatl classico, tēuctli si pronuncia /'te:kwtɬi/. La consonante /kw/ è una labiovelare, come nell'italiano quando, ma non seguita da vocale. Sono consapevole del fatto che sia una pronuncia estremamente difficile per un parlante di qualsiasi lingua europea. Tuttavia, l'ortografia spagnola tecuhtli è ingannevole. Chi ignora la lingua Nāhuatl pronuncerà /te'kutli/, inventando una sillaba inesistente /ku/ e piazzando addirittura su di essa l'accento!
Queste sono le trascrizioni fonologiche: 

*Teuctzincalpan  /te:kwtsin'kaɬpan/
*Teuccizcalpan  /te:kwsis'kaɬpan/ 

Altre occorrenze di -galpa

L'elemento -galpa si trova anche in un altro toponimo  dell'Honduras: Matagalpa. La sua origine è trasparente per chi ha qualche conoscenza del Nāhuatl classico: è l'adattamento di *Mātla-cal-pan "Nella Casa della Fionda". Deriva da mātlatl "fionda".

Una falsa etimologia Maya

L'etnologo guatemalteco Flavio Rodas Noriega ha proposto di derivare Tegucigalpa dalla lingua Quiché (Kiché), che appartiene al ceppo Maya. La sua analisi, che ha del grottesco, è questa: kate + guitz + kakai + pa, tradotto come "la región de los cerros de los venerables ancianos", ossia "la regione delle alture dei venerabili anziani". A partire da questi elementi, egli ha trasformato come per magia il toponimo in *teguipkalpam. La fonetica diventa un'opinione. Davidson ritiene che Rodas Noriega sia mosso dall'attaccamento alla sua terra e da un po' di "nazionalismo accademico". In ogni caso, è innegabile che sia un grande sostenitore del popolo Quiché, cosa non scontata e rara: in America Latina è piuttosto diffusa una concreta avversione nei confronti delle lingue native e delle persone che le parlano.
Nota: 
Le lingue Maya non sono imparentate con il Nāhuatl, da cui divergono enormemente sotto ogni aspetto. La differenza reciproca è come quella tra il cinese e l'italiano.

Conclusioni

Come si vede, imperversa il marasma. Le attestazioni sono confuse, per via dei problemi di trascrizione dei suoni delle lingue native in un sistema ortografico europeo del tutto inadatto. Nel Web è addirittura diffusa l'ingenua idea che siano stati gli Spagnoli a dare il nome alla futura capitale dell'Honduras, come se potessero inventarlo dal nulla. Nonostante la situazione scoraggiante, non desisto nel mio compito di accertare l'etimologia di ogni singolo toponimo nativo, nonostante le soverchianti difficoltà. Mi sa che ci vorrà un po' per uscire da questa condizione di pantano etimologico

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

venerdì 5 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'PULIRE LA MERDA'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

PULIRE LA MERDA
1) pulire qualcosa dalla merda, 
2) rimuovere da qualcosa ciò che la contamina 

Una frase come "ho pulito la merda" cosa significa davvero?
i) Popolarmente significa: "ho pulito dalla merda", ossia "ho preso carta igienica e disinfettante, quindi ho rimosso la merda (dal pavimento, dal bordo della tazza, etc.)". 
ii) Però potrebbe anche significare: "ho reso la merda pulita".
Quest'ultima operazione è impossibile fisicamente, dato che la merda è sporca per sua stessa definizione, ma rimane comunque possibile dal punto di vista concettuale e semantico. In altre parole, si tratta di un grave inganno linguistico.
Dal punto di vista puramente logico e letterale le cose stanno così: la struttura "verbo + complemento oggetto" (come "pulire la mela" o "pulire la tavola") indica un'azione finalizzata a rendere l'oggetto pulito. Nel caso specifico, l'operazione descritta dalla  frase "pulire la merda" è un paradosso perché l'oggetto coincide con lo sporco stesso.

Questa anomalia linguistica si è creata per tre motivi principali:

1) Metonimia (sostituzione dell'oggetto con il contenuto)

La lingua italiana tende a semplificare le frasi eliminando i passaggi intermedi. In questo caso si verifica una metonimia, dove si nomina lo sporco anziché il luogo o l'oggetto che lo contiene.
- Cosa diciamo: "Pulire la merda"
- Cosa intendiamo logicamente: "Pulire dalla merda (il pavimento, la lettiera, la gabbia, etc.)"

2) Sovrapposizione tra "pulire" ed "eliminare"

In molti dialetti e nel registro colloquiale italiano, il verbo "pulire" ha assorbito il significato di "rimuovere", "spazzare via", "eliminare".
Quando si dice "pulisci quel tavolo", si intende dire "rendi pulito il tavolo". 
Quando si dice "pulisci quella macchia", il verbo cambia focus: non si vuole rendere pulita la macchia, si vuole cancellarla. "Pulire la merda" segue esattamente lo stesso meccanismo della macchia.

3) Economia linguistica

La lingua parlata premia la velocità. Dire "andare a rimuovere gli escrementi dal pavimento" richiede troppi fonemi. Dire "pulire la merda" è immediato, evoca subito l'azione e lo scenario, anche a costo di creare un paradosso logico se analizzato al microscopio della sintassi.

La situazione in altre lingue

Il cortocircuito logico "verbo di pulizia + sporcizia" non è un'esclusiva italiana, ma molte lingue lo evitano usando verbi di movimento e rimozione anziché di purificazione.

i) Inglese: il paradosso viene in parte evitato 

In inglese l'espressione metaforica esiste ed è molto comune, ma la struttura verbale corregge la logica:

Sintagmi:
   to clean up the shit
   to clean up the mess
Analisi: 
Ormai anche i sassi in Italia sanno che in inglese shit significa "merda". Meno numerosi sono quelli che conoscono la parola mess "disordine", "casino". L'aggiunta di up crea un phrasal verb, to clean up, trasformando la semantica del verbo semplice. Non significa più "rendere pulito", ma in frasi di questo genere assume il significato preciso di "raccogliere", "ordinare""mettere a posto". La logica in qualche modo è salva: si "raccoglie" la sporcizia per asportarla, in nessun caso la si rende pulita. 

ii) Spagnolo: stesso identico paradosso

Lo spagnolo condivide con l'italiano la stessa identica ambiguità strutturale.

Sintagmi:
   limpiar la mierda 
Analisi: 
Il verbo limpiar "pulire" soffre dello stesso identico difetto dell'italiano. 
Logicamente significherebbe "rendere pulita la merda", ma viene usato correntemente sia in senso letterale ("pulire") che metaforico ("risolvere i guai altrui"). Ricordo un video in cui uno spagnolo sanguigno risolveva i guai della sua compagna, pagandole i debiti. Usava proprio questa frase: "Limpié tu mierda". Poi pretendeva che lei si sdebitasse leccandogli l'ano.

iii) Francese: uso di verbi diversi 

Senso letterale: 
Si usa ramasser la merde, ossia "raccogliere la merda". Qui la logica è perfetta: l'oggetto viene rimosso dal pavimento e non si presenta l'ambiguità semantica.

Senso metaforico: 
Si usa nettoyer la merde, ossia "pulire la merda", oppure essuyer i plâtres, ossia "asciugare gli intonaci". Nel momento in cui i francesi usano il verbo nettoyer "pulire" associato alla sporcizia, accettano lo stesso paradosso logico italiano per pura espressività gergale. 

iv) Tedesco: logica ferrea e precisione

Il tedesco rifiuta categoricamente l'assurdità logica nella lingua standard attraverso l'uso di verbi composti separabili.

Sintagmi:
  Die Scheisse wegmachen
,
  Die Kot wegmachen, 
  Die Scheisse wegräumen
  Die Kot wegräumen 
Analisi: 
Le parole per indicare la merda sono Scheisse (ortografia antica: Scheiße) e Kot "sterco" (alla lettera "fango"). I verbi usati contengono la radice weg "via" (avverbio). Così wegmachen significa alla lettera "fare via", ovvero "rimuovere", mentre wegräumen significa alla lettera "fare spazio via", ovvero "sgomberare".  Il tedesco non dice mai che "pulisce" lo sporco, ma dichiara esplicitamente che lo sposta altrove o lo elimina. I Tedeschi non sono collerici come gli Spagnoli: le pratiche sodomitiche le eseguono come necessità fisiche scontate, non come cose imposte in rapporti di coppia convulsi e conflittuali, o in incontri-scontri.

v) Quechua: il paradosso logico scompare del tutto

In Quechua, la lingua nativa delle Ande tuttora parlata da milioni di persone, la situazione è l'esatto opposto rispetto all'italiano e dello spagnolo. La struttura di questa lingua agglutinante è estremamente concreta e non permette il cortocircuito di "rendere pulito lo sporco", perché i verbi legati alla pulizia incorporano l'azione fisica esatta ("raccogliere", "spazzare", "lavare") o fanno riferimento allo stato finale del luogo (il pavimento, il corpo, etc.), mai all'implausibile purificazione del rifiuto.

L'azione in Quechua si scompone così, preservando la logica:

a) I verbi d'azione specifici (cosa si fa allo sporco)

In Quechua non esiste un verbo generico e astratto come "pulire" che si possa applicare indifferentemente a un pavimento o a un escremento. L'azione si descrive tramite verbi di rimozione fisica:

- akata astay oppure akata wikch'uy:
Significa letteralmente "trasportare la merda" o "gettare via la merda" (da aka "escremento" + -ta, suffisso dell'accusativo + astay "trasportare", wikch'uy "buttare"). 
Nota:
La logica è impeccabile: l'oggetto viene rimosso, non lavato.
- pichay:
è il verbo che significa "spazzare" o "pulire una superficie". Se si usa questo verbo, l'oggetto grammaticale non è mai lo sporco, ma il luogo. Si dirà quindi pampata pichay "spazzare il pavimento".
Il verbo pichay deriva da picha "scopa, ramazza", che in origine indicava un arbusto da cui si ricavavano strumenti di pulizia.

b) Il concetto di "rendere pulito" 

Si può utilizzare il verbo llimphuchay "rendere pulito". Se un parlante Quechua vuole esprimere l'idea astratta di "rendere pulito qualcosa", usa la radice llimphu "pulito", "puro", "lucido", unita al suffisso fattivo -chay, che significa "fare" o "trasformare in".

Così llimphuchay significa letteralmente "trasformare in pulito". Tuttavia, se si provasse a dire *"akata llimphuchay", un nativo andino capirebbe letteralmente "rendere pulita la merda", cioè esattamente il paradosso logico che hai evidenziato. Di conseguenza, nessun parlante Quechua userebbe mai questa combinazione, perché la struttura stessa del suffisso -chay richiede che l'oggetto finale diventi l'aggettivo di partenza.

c) La specificità del corpo e degli oggetti

Il Quechua è così attento alla logica materiale delle azioni che possiede verbi completamente diversi per l'atto di "lavare" a seconda di ciò che si tocca, impedendo ambiguità:

mayllay "lavare le mani o gli utensili";
upakuy (/ uqpakuy) "lavarsi la faccia";
taqsay "lavare i vestiti o i capelli"

Mentre l'italiano preferisce l'economia linguistica (accettando l'assurdità logica di "pulire la macchia", "pulire la merda"), il Quechua applica una precisione materiale: lo sporco si sposta o si butta (astay, wikch'uy), ed è solo lo spazio fisico che lo conteneva a venire purificato (llimphuchay). 
Questi concetti sono molto importanti per le genti incaiche, il cui puritanesimo è estremo.

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young:

sabato 1 giugno 2024

ESITI DEL LATINO CONSUMERE 'CONSUMARE' E CONSUMMARE 'PORTARE A TERMINE'

Quante volte abbiamo sentito usare la locuzione "consumare il matrimonio", ad esempio in frasi come "il matrimonio non è stato consumato" e simili? Il volgo, nella sua belluina ignoranza, pensa che si alluda all'atto sessuale come a qualcosa che si gode, attribuendo così al verbo consumare un significato simile a quello che ricorre nella locuzione "consumare il pasto". Invece il vero significato è "portare a compimento il matrimonio" (ossia "compiere l'atto sessuale"). Quante volte abbiamo sentito un cronista dire che "la tragedia si è consumata"? Pensate che molti non hanno capito il vero significato della frase!  

In realtà, il verbo italiano consumare è frutto di una grave confusione che ha portato inaspettatamente due distinti verbi latini a collassare in uno solo, a causa dell'errore di un autorevole letterato che non sono riuscito ad identificare.
I verbi in questione sono i seguenti:

1) cōnsūmere 
   i. prendere interamente
   ii. consumare, distruggere, logorare
   iii. uccidere
   iv. mangiare, divorare
   v. rovinare 
   vi. sprecare, dissipare  
   vii. spendere, adoperare, impiegare 
   viii. passare, trascorrere (detto di tempo)

Coniugazione: III 
Forme coniugate:
  cōnsūmō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmis (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsūmpsī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmptum (supino attivo)
con- "assieme" (< *kom-) + sūmere "prendere"
Note: 
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il verbo sūmere deriva a sua volta da un antico composto:
sūmō < *subs-emō, formato a partire da subs- "sotto" + emō "prendo".
(c) Derivati:
  absūmere "diminuire, rovinare"
  adsūmereassūmere "ricevere, adottare, accettare"
  dēsūmere "scegliere, selezionare"
  īnsūmere "spendere"; "applicare"
  praesūmere "prendere prima, anticipare", "supporre"
  trānsūmere "prendere da uno all'altro"; "adottare". 
In latino medievale c'è subsūmere "ricondurre un concetto o un fatto a norma più generale".
In italiano abbiamo assumere, desumere, presumere, tutti da trafile dotte; sussumere è usato solo nel linguaggio legale. 

2) cōnsummāre
   i. sommare, aggiungere 
   ii. ammontare a (un numero)
   iii. compiere, finire, rendere perfetto

Coniugazione: I 
Forme coniugate: 
  cōnsummō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummās (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsummāvī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummātum (supino attivo) 
Etimologia: 
con- "assieme" (< *kom-) + summa "totale" + -āre (suff. verb.).  
Note:
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il sostantivo summa "cima", "sommità", "la cosa principale", "ammontare", "totale", etc., è derivato dall'aggettivo summus (< *supmos) "il più alto", "il più grande", "il migliore", superlativo di superus (< *superos) "che sta sopra, che sta più in alto".
(c) L'esito di summa in italiano è somma.

Consummatum est 

Questa locuzione latina è tratta dalla Vulgata del Vangelo secondo Giovanni (19,30) e significa "tutto è compiuto". È la traduzione delle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce prima di morire, indicando la conclusione della sua missione terrena e il compimento delle Scritture.

Consummatio saeculorum
Italiano: Consumazione dei secoli 

Questa locuzione, che si trova in San Gerolamo, indica il compimento definitivo, la fine del mondo o la conclusione del tempo storico, spesso con una connotazione religiosa legata alla realizzazione del piano di Dio. L'espressione è sinonimo di termine ultimo della storia umana e inizio di una nuova era spirituale.

Esiti romanzi di cōnsūmere e cōnsummare

In spagnolo e in portoghese resta la differenza nella coniugazione, segno che i dotti avevano un'ottima conoscenza del latino ecclesiastico.

Spagnolo:
consumir "consumare" 
consumar "compiere", "commettere"; completare, portare a compimento"

Portoghese: 
consumir "consumare"
consumar "completare, portare a compimento"

In francese i confini cominciano a vacillare. Si ha confusione: si conservano i due verbi, ma cōnsummare ha assunto anche il significato di cōnsūmere. 

Francese: 
consumer "consumare"; "usare risorse o tempo"
consommer "consumare", "ingerire"
consommer "completare", "raggiungere uno scopo", "compiere" 
Note:
La sovrapposizione è dovuta a interferenza tra una trafila dotta o una semidotta. 
Famoso è il consommé di tartaruga, che si ingurgita, non si compie!

Anche in inglese esiste la distinzione tra i due verbi, che non sono ovviamente nativi (sono tra gli infiniti prestiti entrati nel corpo di una lingua germanica molto usurata). Non si è avuta la parziale confusione riscontrata in francese. 

Inglese:
to consume "consumare"
to consummate "completare", "rendere perfetto"
consummate (aggettivo): "completo", "perfetto", "esperto" 
Nota:
Il verbo to consume è dal medio inglese consumen, a sua volta dal francese antico consumer.
Il verbo to consummate è derivato dall'aggettivo consummate, che è attestato dall'inizio del XVI secolo (verso il 1500) ed è entrato in inglese direttamente dal latino universitario consummatus "perfetto". 

Essendo l'inglese una lingua fortemente dissociativa, il parlante privo di studi universitari non ha la benché minima idea di dove cozzare. La catastrofe di Hastings (1066) ha innescato un processo che ha mandato in frantumi l'antico inglese, lingua logica e perfetta, per dare origine a una vera e propria chimera, il cui risultato è la distruzione della possibilità stessa di comprendere la realtà. Duole imbattersi in gente che celebra l'accaduto come un trionfo della "civiltà" sulla "barbarie". 

Gli esiti elencati contrastano in modo netto con quelli dell'italiano, in cui la confusione è completa e si trova già in Dante. Oltre al matrimonio, si può consumare un reato, un'impresa e via discorrendo - ma chi lo fa più? Si tratta di residui letterari e sclerotizzati, tenuti in vita sotto naftalina: nel linguaggio corrente, il significato dominante è quello del latino cōnsūmere "logorare, distruggere", "sprecare"; "mangiare".

L'origine della confusione italiana 

Mentre in occitano moderno si trova soltanto consumar "consumare", in antico provenzale i due verbi latini avevano dato un esito confuso. Infatti abbiamo consumar, consomar "consumare, logorare" (detto ad esempio delle sofferenze d'amore), ma anche "portare a compimento". A mio parere il toscano ha preso proprio dal provenzale, che nel XIII aveva un'influenza culturale considerevole e dominava la vita cortese. Dante, che pure "svecchiò" la lingua dotta dai troppi prestiti occitani, ad esempio sostituendo beninanza con benignità, non fu in grado di riconoscere il problema insito nel verbo consumare

Conclusioni 

Peccato che la scuola non dedichi tempo a questi dettagli. Dimenticavo: un parlante che accresce la propria consapevolezza linguistica... è scomodo!