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domenica 1 dicembre 2024


DEATHSTALKER III -
I GUERRIERI DELL'INFERNO 

Titolo originale: Deathstalker III:
       Deathstalker and the Warriors 
from Hell
Paese di produzione: Messico, Stati Uniti d'America
Anno: 1988
Durata: 86 min
Genere: Fantasy, azione, avventura 
Sottogenere: Sword and sorcery
Regia: Alfonso Corona
Sceneggiatura: Howard R. Cohen
Produttore: Alfonso Corona, Antonio De Noriega
Produttore esecutivo: Roger Corman, Robert North 
Produttore associato: Anna Roth 
Supervisore di produzione: David Frost, Ray Perez  
Distribuzione: Concorde Pictures
Fotografia: Xaviar Cruz
Montaggio: Ernesto Guillén, Guadalupe Ramírez
Effetti speciali: Miguel Vazquez 
Musiche: Israel Torres, Alejandro Rulfo
Scenografia: Rebeca Barcenas 
Costumi: Celia de Regill
Trucco: Lucrecia Muñoz, Araceli Aramburu 
Effetti visivi: Antonio Muñoz Ravelo 
Primo assistente alla regia: Alejandro Todd
Secondo aiuto regista: Lita Vertiz 
Assistente di produzione: Deborah Shapiro 
Direttore di produzione: Mike Elliott
Direttore artistico: Francisco Magallón 
Guardaroba: Gloria Sierra, María Elena López
Continuità: Lourdes Álvarez
Interpreti e personaggi:
    John Allen Nelson: Deathstalker
    Carla Herd: Carissa / Elizena
    Thom Christopher: Troxartas
    Terri Treas: Camisarde (amante di Troxartas)
    Aarón Hernán: Nicias
    Roger Cudney: Inaros
    Agustín Salvat: Makut
    Claudia Inchaurregui: Marinda
    Mario Iván Martínez: Predicatore 
    Carlos Romano: Gragas
    Erika Carlsson: Khorsa  
    Arturo "Art" Camacho: Ragazzo 
    Alejandro Bracho: Guerriero morto
    Lizetta Romo: Guerriero morto 
    Antonio Zubiaga: Soldato 
    Manuel Benítez: Soldato
    Francisco Avendaño: Pyron 
    Patrick Welsh: Nocchiero 
    Miguel Ángel Fuentes: Prima guardia del corpo
    Oscar Serafin: Seconda guardia del corpo 
    Paco Pharrez: Contadino 
    Julio Monterde: Allevatore  
    Xorge Noble: Primo ladro
    Armando Molina: Secondo ladro 
    José Gómez Parcero: Guerriero morto
    Jesús Juárez: Guardia del corpo minuscola 

Dati erronei nella Wikipedia in italiano: 
  Fotografia: Leonardo Rodríguez Solís
  Montaggio: John K. Adams, Silvia Ripoll
  Effetti speciali: John Carl Buechler
  Musiche: Óscar Cardozo Ocampo
  Scenografia: Emilio Basaldua
  Costumi: María Julia Bertotto
  Trucco: R. Christopher Biggs, John Carl Buechler

Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: 
   Francese: Le guerrier de l'enfer 3 
   Spagnolo: Deathstalker y los guerreros del infierno; 
         Deathstalker 3 
   Russo: Ловчий смерти и воины ада 
   Polacco: Łowca śmierci 3: Deathstalker i Wojownicy
         z Piekieł 
   Ungherese: Halálvadász és pokolbéli harcosok 

Trama: 
In un mondo fantasy anglosassone, tipicamente medievale, il robusto Deathstalker e l'anziano mago Nicias viaggiano di villaggio in villaggio, vivendo dei proventi del loro ingegno e della creduloneria popolare.  
Durante una festa, la principessa Carissa chiede a Nicias se possieda una pietra magica capace di combinarsi con quella in suo possesso; unite, le due pietre causerebbero l'apparizione della ricca e magica città di Arandor, di cui Nicias è considerato l'ultimo discendente. Il mago le indica dove trovare la seconda pietra, custodita dal malvagio stregone Troxartas nella terra di Southland. Troxartas, che è effeminato e ambizioso, brama la pietra di Carissa per accrescere a dismisura il proprio potere, fino ad estenderlo su ogni nazione del globo. 
A questo punto Makut, luogotenente di Troxartas, fa irruzione nella festa a capo della sua cavalleria corazzata. Nicias riesce a fuggire teletrasportandosi. Deathstalker inizialmente riesce a fuggire insieme a Carissa, ma i soldati li raggiungono. Carissa consegna la pietra a Deathstalker, morendo poco dopo a causa delle ferite. 
Deathstalker giunge a Southland, dove in circostanze grottesche incontra Elizena, la sorella gemella di Carissa,  che è promessa sposa di Troxartas, nonostante questi sia evidentemente un sodomita passivo. Makut si mette sulle tracce di Deathstalker, il quale trova rifugio nella tenda di Elizena. La sua copertura salta quando la donna si accorge che lui la stava minacciando soltanto con un ramoscello e non con il suo gigantesco membro virile. Deathstalker riesce comunque a sgattaiolare via e a far perdere le sue tracce. Inoltratosi in una terra semi-desertica, il giovane si imbatte in due donne cavernicole e grossolane, Marinda e sua madre, che gli offrono ospitalità e lo nutrono con una gran massa di patate bollite. 
Affascinata da Deathstalker, Marinda gli si concede, approfittando del fatto che sua madre dorme. Lui la penetra, la soddisfa e le lascia dentro lo sperma. Poi di due fuggono assieme proprio un attimo prima che Makut arrivi alla casa, ma presto si separano. 
Scoperto di doversi scontrare con il temibile Deathstalker, Troxartas ha un incontenibile attacco di diarrea e si smerda. Poi, ricompostosi, decide di ricorrere a un'arma estrema: usa i propri poteri magici per resuscitare tutti i nemici che ha sconfitto, in passato allo scopo di catturare l'eroe leggendario. La magia funziona e dalle catacombe sorge così un esercito di zombie.
Sospettando che le guardie di Elizena abbiano favorito la fuga di Deathstalker, Makut ordina alle sue truppe di ucciderle. Più tardi, la nobildonna incontra casualmente Deathstalker nel bosco; i due finalmente si presentano in modo civile. Al mattino lei riparte, ma viene presto aggredita da due uomini che tentano di violentarla. Troxartas, che si trova nei paraggi in cerca di cazzi, indossando un velo femmineo, interviene facendo giustiziare gli aggressori dai suoi uomini-zombie. Quindi conduce Elizena al proprio castello per sposarla, come previsto nei suoi piani. Deathstalker li segue e si infiltra nel castello di notte, ma viene scoperto dallo stesso Troxartas, che esige la pietra. Elizena entra nella stanza, vestita con un abito rosso; una guardia sbuca da dietro una libreria e stordisce Deathstalker. Troxartas riesce ad impossessarsi della pietra di Deathstalker. Resosi conto che è necessaria una terza pietra per sprigionarne la magia, Troxartas convoca la Domina Camisarde, l'amante che gli infila i falli finti nell'ano, e le ordina di torturare Deathstalker per farsi rivelare dove si trovi questa terza pietra. Deathstalker riesce a fuggire e incatena la donna malvagia alla parete della prigione sotterranea.
Nel frattempo, in un'altra parte del castello, la magia di Nicias lo teletrasporta inavvertitamente all'interno della fortezza. Troxartas, preso dalla frenesia, lo cattura e intende arruolarlo nel proprio esercito qualora la sua magia non riuscisse a trovare la terza pietra. 
Di notte, nel bosco, Deathstalker ritrova Marinda. I due si imbattono in alcuni guerrieri-zombie di Troxartas vicino a un falò. Tra loro, Deathstalker riconosce Gragas, che aveva ucciso in precedenza durante un leale duello. Gragas rivela che i non morti sono costretti a obbedire a Troxartas poiché le loro anime sono custodite in alcune giare all'interno del castello. Deathstalker propone un patto: recupererà le giare se loro lo aiuteranno a combattere contro Troxartas. Chiede inoltre a Marinda di avvisare la Banda del Nord affinché li supporti nell'invasione del castello. Nel frattempo, al castello, Elizena scopre di essere tenuta in ostaggio finché non verrà ritrovata la terza pietra. Conduce Deathstalker nel luogo in cui è rinchiuso Nicias; lì scoprono che la terza pietra era sempre rimasta nascosta tra le mura della fortezza. La Banda del Nord giunge sul posto e Deathstalker riesce a liberare le anime. Una volta liberi, i guerrieri-zombie si rivoltano contro Troxartas e il suo esercito. Durante un duello con Deathstalker, un guerriero uccide Makut scagliandogli una freccia. Troxartas uccide Marinda, ma finisce ucciso da Deathstalker, penetrato nel ventre dalla spada!
Le tre pietre sono finalmente unite e grazie alla loro magia si forma la città segreta di Arandor. La pace è ristabilita sulla Terra. Alla morbosa Camisarde, che ora indossa abiti viola, viene assurdamente concesso di restare in vita e di muoversi in totale libertà. Presa dal desiderio di introdurre una plug in un ano maschile, cerca di blandire il mago Nicias. La principessa Elizena, ora vestita di bruno, si congeda da Deathstalker, che parte al galoppo verso il tramonto alla ricerca di nuove avventure: si è rifiutato di romperla! 


Recensione: 
Questo è il terzo capitolo di una serie di film scadenti di diversi registi. I primi due sono i seguenti: 
Deathstalker (Deathstalker, 1983),
    diretto da James Sbardellati;
Deathstalker II - Duello di titani (Deathstalker II, 1987),
    diretto da Jim Wynorski.
L'ultimo è questo: 
Deathstalker IV: Match of Titans (Deathstalker IV, 1990), 
   diretto da Howard R. Cohen.
La vera mente dietro queste creazioni è quella del produttore Roger Corman! Nel 1982, il film Conan il Barbaro con Arnold Schwarzenegger registrò un successo planetario. Roger Corman, famoso per la sua abilità camaleontica nel creare rapidamente film a basso costo che imitavano i grandi successi di Hollywood, decise all'istante di produrre una pellicola di genere sword and sorcery ("spada e stregoneria" o "spada e magia"). Il nome dell'eroe doveva suonare macho, violento, oscuro ed epico, esattamente come "Conan". Fu così che assieme allo sceneggiatore Howard R. Cohen, Corman diede vita al primo Deathstalker nel 1983. Tradotto alla lettera, Deathstalker significa "Inseguitore della Morte" e ha una semantica volutamente ambigua. Potrebbe infatti trasmettere due concetti distinti: "colui che insegue la Morte stessa" oppure "colui che insegue per conto della Morte". Poi l'eroe è un bonaccione, ha un carattere gioviale e si capisce che non farebbe male a una mosca, ma questo conta poco. Il produttore e lo sceneggiatore non avevano in mente una complessa filosofia linguistica, bensì una precisa operazione commerciale e di marketing. Credo di essere il solo a gettar via il mio tempo facendo filologia su un escremento di celluloide.

Una lunga ricerca 

Avevo visto alcune sequenze del film scanalando all'epoca in cui ancora guardavo la televisione. Lì per lì non mi era sembrato particolarmente interessante. Poi, a distanza di anni, mi si è risvegliata la curiosità. Ho sviluppato una fissazione, perché lo stregone aveva una certa somiglianza con il mio relatore di tesi. Il problema è che ricordavo poche informazioni e che nel Web non riuscivo a trovare nulla. Mi sono così deciso a chiedere aiuto, prima sul sito Memocinema.com, dedicato al recupero di titoli di film a partire da trame frammentarie, poi su quel pestilenziale social che è Quora. I risultati sono stati deludenti. Riporto una sintetica cronistoria dei miei patetici tentativi. 


Lo stregone Rexardas

"Era un fantasy. Un potente e temutissimo stregone si chiamava Rexardas o qualcosa del genere. Il nome mi è rimasto impresso. Aveva la sua fortezza in un immenso bosco di sequoie ed era particolarmente geloso di una bellissima donna che teneva prigioniera (eppure non mi sembrava che fosse un uomo particolarmente virile, diciamo così). Alcuni cavalieri raggiungevano Rexardas per abbattere il suo potere e venivano a loro volta presi prigionieri. Non ricordo altro."
(Pubblicato il 29/11/2020 su Memocinema.com)

"Qualcuno si ricorda di un film il cui protagonista era uno stregone di nome Rexardas?"
(Pubblicato nel 2021 su Quora) 

A queste richieste non sono state date risposte soddisfacenti. Un utente di Quora era convinto che il film da me descritto fosse tratto dal videogioco GOTHIC, dove aveva una parte importante uno stregone chiamato Xardas. L'appellativo Re Xardas sarebbe stato da me agglutinato in Rexardas. In altre parole, il mio sarebbe stato un mondegreen. Il punto è che non era vero. Non avevo mai giocato a GOTHIC, né avevo mai visto il relativo lungometraggio. Avevo un bell'insistere a dire che avevo visto il film fantasy ben prima che realizzassero GOTHIC. I "maghi di Quora" non ascoltano, proprio come gli scemi di merda dei gruppi di Facebook. Esasperato, ho lasciato cadere la questione per un po'.

La distorsione: da Troxartas a Rexardas

Sono riuscito a giungere a capo della mia impresa per pura e semplice serendipità. Quando ho trovato nel Web la menzione del nome Troxartas, ho avuto un'illuminazione e ho compreso tutto. Ho recuperato il film in YouTube e l'ho visionato. Già nella versione in lingua originale del film, si nota che il nome Troxartas è pronunciato spesso come Troxardas. Questa caratteristica si è conservata anche nella versione in italiano. Da qui, il mio apparato uditivo deve aver percepito poco la consonante occlusiva iniziale t-: Troxardas è così diventato Roxardas, che nei miei banchi di memoria stagnante ha dato infine il suo esito: Rexardas. Deve aver giocato un ruolo importante l'associazione al latino rex "re" e all'antroponimo Rexor, portato da un sacerdote di Thulsa Doom nel film Conan il Barbaro di John Milius (1982).

Etimologia di Troxartas 

Ebbene, il nome Troxartas (o Troxartes) è greco e significa "Rosicchiatore di pane", "Rodipane". Nella grafia originale è Τρωξάρτας, Τρωξάρτης. Si trova nella Batracomiomachia (Βατραχομυομαχία, "battaglia delle rane e dei topi), una parodia dell'Iliade d'incerto autore, dove è portato da un topo. La creazione del nome Troxartas aveva un intento ben preciso: sfottere i Persiani. Numerosi nomi persiani erano composti che includevano l'elemento arta-, -artas, -artes "giusto, retto". Imitando il suono di un nome persiano, ma dandogli un'etimologia greca ben comprensibile (e poco nobile), l'autore del poemetto raggiungeva il suo scopo satirico: ecco un persiano tronfio, che si chiamava in modo altisonante, mentre in realtà era soltanto un miserabile roditore. Questa è propaganda anti-persiana di epoca antica. 


La sessualità di Troxartas

Lo stregone di Southland è caratterizzato da una sessualità ambigua come quella di Loki, con una fortissima predilezione per i ruoli passivi. È effeminatissimo, si trucca gli occhi, in un'occasione porta addirittura il velo e lancia sguardi lascivi sodomitici, desiderando comportarsi come una giumenta in calore con gli stalloni. Le radici storiche di questa natura di Troxartas sono da ricercarsi nella tradizione norrena, in cui lo stregone è considerato un effeminato (argi, ragi). Roger Corman era abbastanza fissato con questo genere di tematiche, ad esempio ha mostrato Thor adirato che fulminava gli uranisti (si veda La leggenda vichinga, 1958). Questo però non basta. Troxartas è ancora più abietto secondo gli standard dell'antica morale dei popoli germanici, perché si sottomette a una donna, Camisarde, che è la sua padrona e lo penetra con il dildo. Stando a questa concezione del mondo, in questo atto lo stregone è annientato dall'umiliazione di essere non solo meno di un maschio, ma addirittura meno ancora di una femmina. E l'estrema umiliazione gli fa provare piacere. Diciamo che il calvo Thom Christopher ha interpretato un ruolo a dir poco peculiare, che quasi tutti avrebbero rifiutato. Soltanto i fan della saga di Deathstalker sembrano non aver capito nulla delle depravazioni del personaggio. 

Il potere di Troxartas

Immagino che un pubblico rozzo e ignorante porrebbe questa domanda: "Perché Troxartas ha autorità se è un ricchione?" La risposta è semplice: "Perché la gente superstiziosa ha terrore di chi traffica con i morti, specie se gli sono attribuiti poteri magici (non necessariamente reali)". Troxartas può dar libero corso alla sua natura bizzarra proprio per questo motivo. Evoca i morti, anima i cadaveri: tutti battono i denti in preda allo spavento. Temono che un simile triste destino di resurrezione zombesca possa toccare anche a loro. La paura non implica tuttavia il rispetto. Infatti, non appena la magia dello stregone si dissolve con la sua morte, tutto ciò che ha costruito nella sua vita crolla in modo impietoso quanto subitaneo. 

Etimologie varie

Vediamo che alcuni nomi che compaiono nel film hanno un'origine riconoscibile. 

1) Gragas deriva dal norreno grágás "oca grigia" (da grá- "grigio" + gás, gǫ́s "oca"). Il nome è formato male, perché la parola norrena è di genere femminile: non è quindi adatta come nome maschile.
2) Inaros è il nome grecizzato di un principe ribelle egiziano, morto crocefisso o impalato, probabilmente nel 454 a.C.; l'antroponimo deriva da ˁIrt n ḥr r w "l'Occhio di Horus è contro di essi".
3) Khorsa "Figlia del Sole" deriva dallo scitico, sarmatico e alanico khors "sole". 
4) Nicias deriva dal greco Νικίας (Nikías) "Vittorioso". Deriva da νίκη (níkē) "vittoria", "trionfo", con l'aggiunta del suffisso -ίας (-ías) usato per formare nomi propri di persona maschili. 

Un caso particolarmente interessante è quello del nome del luogotenente Makut. Esistono due possibilità di interpretazione: 
i) In albanese makut significa "ghiottone, ingordo, goloso".
ii) Nel creolo haitiano makout indica una specie di orco che secondo le superstizioni locali girerebbe con un sacco alla ricerca di bambini da rapire. 

Evidentissima è l'origine anglosassone del toponimo Southland "Terra del Sud". Una possibilità è che Corman e Cohen sfogliassero libri alla ricerca di nomi allettanti, mentre in altri casi sceglievano semplici alterazioni di nomi comuni. 

Un medioevo pagano con un sostrato cristiano

Il mondo di Deathstalker è sostanzialmente pagano, si hanno pochissime tracce dell'esistenza del Cristianesimo, che consistono in frammenti del patrimonio onomastico. 

Nomi di origine cristiana: 
1) Carissa deriva dal latino cārus "caro", formato come Clarissa da clārus "chiaro"; esiste anche l'aggettivo carissus "intelligente, ingegnoso", da cui carissa "intelligente, ingegnosa" - che è di evidente origine etrusca, dalla radice car- / cer- "costruire", "fare". 
2) Elizena è un chiaro ipocoristico di Elizabeth. 
3) Marinda è un chiaro ipocoristico di Maria.

Un nome problematico e anacronistico è Camisarde, femminile del francese camisard, che storicamente si riferisce ai Protestanti Ugonotti della regione delle Cévennes che insorsero all'inizio del XVIII secolo contro le persecuzioni di Luigi XIV. Come si può ben capire, è qualcosa che non si inserisce nel contesto del film.

Tutto è molto confuso. A un certo punto si trova anche un riferimento agli Angeli, mentre a poca distanza sono menzionati gli Dei. Un personaggio che non sono riuscito a identificare, è denominato "Predicatore" (nell'originale "Preacher"). Non mi sembra di aver visto da nessuna parte fratacchioni, preti o altri ecclesiastici. Ho visionato alcune sequenze di Deathstalker II - Duello di titani, notando un cimitero con croci, che mi è sembrato più un residuo simbolico di un passato cristiano che la prova di un culto ancora attivo. In ogni caso è anche vero che non si vedono tracce di religioni organizzate non cristiane, come ad esempio il paganesimo germanico. Non ci sono templi né sacrifici di sangue. C'è soltanto la pratica sfrenata della magia, che riveste un ruolo assolutamente dominante. 

Non è necessario pensare a un mondo alternativo fantasy dall'architettura storica, linguistica e culturale coerente: gli sceneggiatori di questo genere di B-movie prendevano le idee dalle fonti più disparate e le mettevano assieme senza andare troppo per il sottile. Si noti la presenza delle patate, che nel contesto stonano molto. E che dire della sopravvivenza di genti con tecnologia neolitica, che usano frecce dalla punta di pietra scheggiata? Mi ripropongo di visionare, analizzare e recensire tutti i film della serie di Deathstalker per poter avere un quadro più completo.

giovedì 3 ottobre 2024


UN PERSONAGGIO ATROCE:
IL RINNEGATO ROBERTO IL BULGARO 

Originario di Milano, Roberto era stato per molti anni un Perfetto Cataro, e aveva condotto una vita di astinenza, di preghiera e di digiuno. Nessuno sa con precisione cosa gli accadde un giorno, nei primi decenni del XIII secolo. Forse un minuscolo embolo gli colpì un lobo cerebrale senza ledere le sue funzioni vitali. Fatto sta che all'improvviso una strana follia cambiò i suoi sentimenti. Già avanti negli anni, passò alla Chiesa di Roma, deprecando gli anni vissuti nella "legge della miscredenza". Vestì l'abito bianco e nero dei Domenicani. Una volta convertito mantenne comunque un soprannome significativo che indicava la sua provenienza: fu chiamato Roberto il Bulgaro. Era infatti chiara a quell'epoca la derivazione del Catarismo dalla fede dei Bogomili, detti anche Fundaiti, che erano originari della Bulgaria. Il termine Bulgaro (in francese Bougre) era già usato con il significato secondario di "sodomita": per ogni cataro la procreazione è abominevole, e ciò può facilmente essere frainteso da chi sostiene la produzione di feti. Ancora oggi si parla di "altra parrocchia" come ricordo residuo dei tempi in cui il Catarismo era una Chiesa alternativa. 

Distintosi per zelo nella sua predicazione di frate, Roberto il Bulgaro divenne famoso per aver fatto bruciare una cinquantina di Catari a La Charité-sur-Loire nel 1233. Provvisoriamente sospeso l'anno dopo a causa di eminenti proteste per i suoi metodi brutali, nel 1235 ebbe una nefasta promozione: fu nominato Inquisitore Generale di Francia dal Papa Gregorio IX. Forte della sua lunga esperienza, questo crudelissimo segugio sapeva bene come snidare ogni eterodosso nei territori soggetti al suo mandato. Gli bastavano poche parole, pochi gesti significativi, e subito capiva di avere di fronte un credente della religione a cui lui stesso aveva aderito. I motivi che avevano spinto Gregorio IX a scegliere Roberto il Bulgaro erano gli stessi che l'avevano portato a sostenere l'efferato Corrado di Marburgo. Il papato riteneva i vescovi inefficaci nella repressione dell'Eresia, perché temeva l'azione lassista del contatto continuo con la gente delle loro diocesi. Era possibile che un porporato avesse persino parenti catari, e che non avesse nessuna intenzione di procedere contro di loro. Per evitare simili rischi, Roma sollevò il clero locale da ogni indagine e conferì il terribile incarico agli ordini mendicanti, che rispondevano alla Santa Sede senza alcuna mediazione. Il potere dell'Inquisitore Generale fu senza limiti. In successive campagne repressive fece condannare al rogo centinaia di eretici, e molti altri ne fece seppellire vivi dopo torture inenarrabili. Ogni volta che intraprendeva un'azione, come minimo una cinquantina di persone venivano consegnate alle fiamme. 

La sua attività non conosceva sosta, era frenetica. I roghi si accesero dovunque: fiamme a Châlons-sur-Marne, a Péronne, a Douai, a Lille. Fiamme nel Nord della Francia, nello Champagne e nella Borgogna. A Sens e a Reims, dove molti Catari dimoravano patendo per la loro Fede, molte voci si innalzarono contro il persecutore implacabile, chiedendo inutilmente pietà. Diocesani, diaconi e persino vescovi della Chiesa di Roma protestarono contro l'aberrazione ormai dilagante. Fu tutto vano. Il maggio del 1239 Roberto il Bulgaro fece bruciare 183 Catari sotto gli occhi del Conte Thibaut IV e dell'intera sua corte, riducendo allo stremo la Chiesa di Mont Aimé, un tempo così fiorente. Di queste esecuzioni esiste la lucida e imparziale testimonianza oculare dell'abate cistercense Aubry des Trois-Fontaines (Alberico delle Tre Fontane). 

Se l'inquisitore riusciva a far dichiarare eretico un deceduto, ne faceva esumare e bruciare il corpo. Questa pratica innovativa avrebbe conosciuto una triste fortuna. Tali furono le mostruosità di cui il rinnegato si macchiò, che un benemerito frate benedettino, Matteo Paris, trovò il coraggio di procedere legalmente contro di lui. Ebbe inizio un'Inchiesta Pontificia, e tutte le voci si pronunciarono contro l'imputato. Un inquisitore era stato a sua volta inquisito a causa della sua abnorme severità: Roberto il Bulgaro fu deposto dal suo incarico e condannato al carcere a vita. Sugli ultimi anni della sua indegna esistenza terrena le fonti sono scarse, e si pensa che sia morto nella sua cella, probabilmente un "murus strictus". 

Ancora una volta, il ricordo di queste epoche ci riporta a discutere sulla pretesa infallibilità della Chiesa Romana nei processi di santificazione. Il famoso San Luigi, Re Luigi IX e patrono dei lebbrosi, protesse Roberto il Bulgaro ed espresse tutta la sua stima per la sua opera malvagia. Allo stesso modo protesse gli inquisitori nella loro opera di genocidio in Linguadoca. Organizzò anche esecuzioni di Ebrei e impose loro come marchio distintivo una rotella gialla sugli abiti. 

Per concludere, segnalo questo link, esecrando i contenuti di Rino Cammilleri riportati in corsivo: 


Ringrazio Biagio M. Catalano per aver ribattuto alle molte iniquità sostenute dallo scrittore cattolico. Mi prometto di scrivere presto un Adversus Cammillerium. 

(Il Volto Oscuro della Storia, 12 ottobre 2007)

mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicum o pānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga. 

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: kē "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay. 

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

lunedì 5 agosto 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL BIANCOMANGIARE

Oggi conosciamo col nome di biancomangiare (o bianco mangiare) un dolce al cucchiaio a base di latte, privo di uova, aromatizzato con cannella e altre ingredienti come la scorza di limone o la vaniglia, che si trova in diverse regioni d'Italia: è soprattutto tipico della Sicilia, ma si trova anche in Sardegna e in Valle d'Aosta. Deriva da una delle preparazioni culinarie più importanti, radicate e diffuse del Medioevo, che può essere associata alla civiltà cortese in tutta Europa. Ne esistevano numerose ricette, sia dolci che salate. Ad esempio, poteva essere preparato con petto di pollo o di cappone lessato e sfilacciato, con amido di riso come addensante. Poteva essere aggiunto persino del lardo. Un aroma molto usato era l'acqua di rose. Per dolcificare si usavano abbondanti quantità di zucchero. La versione quaresimale era fatta con pesce e latte di mandorle, in modo tale da renderla compatibile con le prescrizioni della Chiesa Romana (che all'epoca vietava in tempi di magro non soltanto la carne, ma anche uova, latte e latticini). Il nome del biancomangiare traeva origine dal fatto che gli ingredienti utilizzati erano tutti rigorosamente bianchi. Questa non era una pura e semplice scelta estetica, avendo invece profondi significati simbolici e religiosi: simboleggiava innanzitutto la purezza, l'ascetismo, la nobiltà e il prestigio. La generale assenza di uova è a mio avviso da considerarsi un'allusione alla castità. L'uovo era infatti considerato un simbolo dell'atto sessuale. Si noterà che non era invece percepita alcuna connessione sessuale con ingredienti a base di porco! 
Nonostante la forte tradizione del colore bianco, in epoca postmedievale i cuochi iniziarono a colorare le preparazioni con svariati pigmenti per creare giochi cromatici nei banchetti di corte. 


Denominazione: biancomangiare 
Varianti:
    bianco mangiare,
    mangiare bianco, 
    bramangeri,
    bramangere, 
    bramagére, 
    blanmangieri, 
    blanche mangieri, 
    balmagier 
Origine: Francese antico (Lingua d'oïl)
    Forma originale: blanc mangier 
    Francese moderno: blanc-manger
Nota:
In francese antico la consonante finale -r era pronunciata. Si è conservata nei prestiti in italiano e in altre lingue. 

Diffusione: XII - XIII secolo 
Attestazioni in ricettari (XIII - XIV secolo): 
     Henrik Harpenstræng (1164 - 1244);
     Liber de Coquina; 
     Anonimo Meridionale
Attestazioni in ricettari (XV secolo): 
    Bartolomeo Sacchi 
    Maestro Martino (Martino da Como) 
Attestazioni in ricettari (XVI secolo): 
     Cristoforo di Messisbugo;
     Ulisse Aldrovandi; 
Denominazioni in altre lingue 
  Provenzale antico (Lingua d'oc):
      manjar blanc, 
      manchar blanc,
      manhar blanc,
      mengar blanc 
  Catalano: menjar blanc, menjablanc   
  Spagnolo: manjar blanco 
  Sardo: pappai biancu, papai-biancu
     (forma articolata: su pappai biancu, etc.)
  Siciliano: bbiancumanciari, manciari jancu
  Inglese: blancmange (pronuncia /bl
ə'manʒ/) 
      Varianti: 
          blancmanger,
          blankmanger, 
  
        blamang, 
          blank maunger,
          blomanger 
 
  Anglo-normanno: blanc desirree 
  Tedesco:
Blamensir, Mandelsulz, Flammeri
  Olandese: blanc mengier, calijs
  Danese (XIII secolo): hwit moos 
  Latino: cibarium album, cibus albus, albus cibus, 
         albus esus, alba comestio, leucophagum

A quanto spesso si legge, una ricetta simile a quella medievale sarebbe riportata con il nome di cibarium album in Apicio. In realtà questa denominazione e altre simili hanno origine nel latino rinascimentale. L'equivoco si deve al fatto che l'umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto "Il Platina"(1421 - 1481), ha incluso diverse ricette di biancomangiare a complemento della sua edizione del De re coquinaria di Apicio. Era diffusa a quei tempi l'idea dell'origine catalana del biancomangiare, che per questo motivo era anche chiamato cibarium album catellonicum. 
Il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 - 1605), sempre dottissimo e aulico, riporta la denominazione grecizzante leucophagum (plurale leucophaga). Era un'autorità in materia di mostri e di portenti, così gli veniva naturale inventare aberrazioni linguistiche, magari credendo che Marziale lo avrebbe capito. Questi umanisti erano talmente presi dalle loro elucubrazioni cervellotiche da essere convinti di avere una conoscenza totale del mondo degli Antichi. Pensavano di avere il potere magico di riempire le lacune, senza nemmeno sospettare di essere impegnati in un'opera di costruzione ex nihilo di un universo immaginario.


Origini oscure 

Una tradizione inveterata vuole che proprio il biancomangiare sia stato servito al banchetto tenuto nel 1077 da Matilde di Canossa (1046 - 1115) per la riconciliazione tra Papa Gregorio VII (nato Ildebrando di Soana, 1015 - 1085) ed Enrico IV di Franconia (1050 - 1106), che all'epoca portava il titolo di Re dei Romani e che era stato scomunicato a seguito dello scontro denominato "lotta per le investiture". Questo sarebbe il primo contesto in cui fa la sua comparsa il piatto in questione, tuttavia devo far notare che non si trova una fonte attendibile in grado di certificarlo. Il monaco Donizone di Canossa (circa 1071 - circa 1130), biografo della Contessa Matilde, compose un'opera intitolata De principibus Canusinis (nota tuttavia come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis), in cui si fa riferimento al banchetto del 1077 ma non si menzionano le pietanze che vi furono servite.

Da Oriente a Occidente

Il biancomangiare è una preparazione culinaria analoga a un dolce molto popolare in Medio Oriente, chiamato مهلّبية muḥalabiyya in arabo e مهلبی muhallebi in persiano. Il nome deriva dalla parola araba حليب ḥalīb, che significa "latte" (dal verbo حَلَبَ ḥalaba "mungere"). Esiste poi una falsa etimologia basata su una storiella ambientata nel VII secolo, che fa derivare il nome muḥalabiyya / muhallebi da quello di un generale arabo, Al-Muhallab ibn Abi Sufra, che avrebbe apprezzato moltissimo il dolciume servitogli da un cuoco persiano. Per filogenesi, il caso sarebbe tutto sommato simile a quello dei vincisgrassi: il popolino ama credere che un piatto possa ricevere il nome da qualcuno che lo ha particolarmente apprezzato in un'occasione importante, storica. 
Poi c'è la مأمونية ma'mūniyya (mamounia, manonia, manouniyeh), che è un elaborato budino siriano tipico di Aleppo. È preparato tostando il semolino nel burro o nel ghee (burro chiarificato) e cuocendolo in sciroppo di zucchero. Può essere servito caldo o freddo, guarnito con cannella e frutta secca, spesso accompagnato da formaggio a pasta filata o a crema. Il nome è fatto derivare da quello del Califfo Abbaside Al-Ma'mūn (786 - 833), che era un appassionato di culinaria e che sarebbe stato l'inventore di questo budino. La parola è stata presa a prestito in Europa e si è conservata a lungo: in un manoscritto anglo-normanno del XIV secolo si trova una ricetta denominata maumenee, mentre mamonia è sinonimo di cibus albus nel Libro de Arte Coquinaria di Maestro Martino (1450). 
L'ipotesi più accreditata nel mondo accademico è che il biancomangiare abbia avuto origine dal Medio Oriente, con l'introduzione del riso, delle mandorle e dello zucchero in Occidente da parte dei mercanti arabi. I budini esistevano già tra gli antichi Germani, ma erano piuttosto rudimentali: difficile poterli considerare precursori. Risulta evidente che il biancomangiare è il complesso risultato di una serie di stratificazioni culturali e di scambi. Non è chiaro come si sia formato il simbolismo del colore bianco nell'ambito cortese. Probabilmente non si riuscirà mai a fare piena luce su questi misteriosi aspetti del mondo medievale.

Una ricetta in medio alto tedesco 

La prima attestazione del nome del biancomangiare nella sua forma francese risale al XIV secolo, in un ricettario in medio alto tedesco tardo: Das Buoch von guoter Spîse (1350). L'ortografia è blamensier o blamenser. Ecco il testo: 

"Wilt du machen einen blamensier. Wie man sol machen einen blamenser. Man sol nemen zigenin milich. und mache mandels ein halp phunt. einen virdunc ryses sol man stozzen zu mele. und tu daz in die milich kalt. und nim eines hunes brust, die sol man zeisen. und sol die hacken dor in. und ein rein smaltz sol man dor in tun. und sol ez dor inne sieden. und gibs im genuc. und nimme ez denne wider. und nim gestozzen violn, und wirfe den dor in. und einen vierdunc zuckers. tu man dor in und gebs hin. Also mac man auch in der vasten machen einen blamenser von einem hechede."  

Traduzione:

"Come preparare un biancomangiare. Per preparare un biancomangiare, prendi del latte di capra e mezza libbra di mandorle. Riduci in farina un quarto di misura di riso e aggiungilo al latte freddo. Prendi un petto di pollo, sfilaccia la carne e uniscila al composto insieme a del grasso puro fuso; lascia cuocere il tutto a calore adeguato. Quindi togli dal fuoco. Infine, aggiungi delle viole pestate e un quarto di misura di zucchero, quindi servi. Anche durante la Quaresima, si può preparare un biancomangiare utilizzando il luccio."

Glossario:

eines hunes brust "un petto di pollo" 
   (alla lettera "petto di un pollo")
   tedesco attuale: 
   ein Hühnerbrust
ez "ciò" 
   tedesco attuale: es 
gebs "si dia" 
   tedesco attuale: gebe es
gibs "dagliene"
   tedesco attuale: gibt es, git's 
halp phunt "mezza libbra" 
    tedesco attuale: 
    Pfund "libbra", 
    Halb-pfund "mezza libbra",
    halbes Pfund "mezza libbra" 
im genuc "a sufficienza"
in die milich kalt "nel latte freddo"
rein smaltz "strutto puro" 
   tedesco attuale: 
   rein Schmalz 
sieden "bollire"
und tu daz "e fai questo"
  tedesco attuale: 
  und tu das
vierdunc, virdunc "quarto di misura"
violn "viole" 
  tedesco attuale: 
  Violen 
von einem hechede "da un luccio" 
   tedesco attuale: 
   Hechte "luccio"
zigenin milich "latte di capra" 
    tedesco attuale: 
    Ziege "capra" (l'aggettivo in -in è caduto in disuso)
    Milch "latte"
Note: 
Si vede come la lingua di questo documento mostri già numerose caratteristiche di quella moderna. Se nel titolo si ha il dittongo -uo- integro (Buoch, guoter), nel testo della ricetta notiamo la sua riduzione in -u- (hunes, tun). Si conserva la grafia ez "ciò" rispetto all'attuale es, oltre a daz "ciò" rispetto all'attuale das - ma è dubbio che perdurasse la distinzione tra le due sibilanti originali -z- e -s-: si notino le forme verbali contratte gibs (= gibt es) e gebs (= gebe es). Si trova un regolare genitivo singolare maschile in -es nel sintagma eines hunes "di un pollo": nim eines hunes brust "prendi un petto di pollo".  

Altre denominazioni tedesche: 
Mandelsulz, dal medio alto tedesco mandelsulze, mandelsulz, è un composto di mandel "mandorla" (antico alto tedesco mandala) e sulze "gelatina" (antico alto tedesco sulza "acqua di mare", "gelatina salata", "carne salata"). 
Flammeri è invece più recente (XX secolo), essendo un prestito dall'inglese flummery "dolce di latte e farina d'avena", a sua volta un adattamento dal gallese llymru (fl- rende in qualche modo la consonante liquida sorda e aspirata ll-), di origine incerta, forse connesso a llymrig "viscido".

Una ricetta tardomedievale francese 

Guillaume Tirel detto Taillevent, cuoco francese della fine del XIV secolo, è considerato l'autore del Viandier, un'opera a sua volta derivata dal Manoscritto di Sion, risalente alla seconda metà del XIII secolo. La ricetta funge da accompagnamento per le carni bianche, sotto forma di purè gelatinoso e si presenta in diverse tonalità. Cosa abbastanza insolita, non contiene pollame né pesce.

"Prenez amandes echaudées et pelées, et les broyer très bien, et les deffaictes d'eau boullie; puis, pour faire la lieure pour les lier, faut avoir du riz batu ou de l'amidon. Et quand son lait aura boulie, le fault partir en plusieurs parties, en deux potz, qui ne veult faire que de deux couleurs, et, qui le veult, faire en trois ou quatre parties; et convient qu'il soit fort lié autant que seront froumentée, tant qu'il ne se puisse reprendre quant il sera drecié ou plat ou en l'escuelle; puis prenez orcanet, ou tornesot, ou asur fin, ou persil, ou salmonde, ou ung petit de saffren coulé avec la verdure, affin qu'il tienge mieux sa couleur quant il sera boullu ; et convient avoir du sang de porc et mettre tremper dedans l'orcanet ou tournesot, et l'azur pareillement. Et jetez du sucre dedans le lait quand il bouira, pour tirer arrière, et le salez, et remuez fort, tant qu'il soit renforcy et est prins sa couleur telle que lui voudrez donner."

Traduzione: 

"Prendi delle mandorle sbollentate e pelate, tritale finemente e diluisci la pasta ottenuta con acqua bollita; per addensare il composto, ti serviranno poi farina di riso o amido. Una volta che il latte di mandorla ha raggiunto l'ebollizione, suddividilo in due pentole se desideri ottenere solo due colori, oppure in tre o quattro parti a tuo piacimento; il composto va addensato fino a raggiungere la consistenza della zuppa di frumento, in modo che mantenga la forma una volta impiattato o servito in una ciotola. Utilizza quindi alcanna, eliotropio, azzurro fine, prezzemolo, erba di San Benedetto o un po' di zafferano mescolato al colorante verde (per favorire la tenuta del colore durante la cottura); è opportuno mettere in ammollo l'alcanna o l'eliotropio - così come l'azzurro - nel sangue di maiale. Aggiungi lo zucchero al latte mentre bolle, regola di sale e mescola energicamente finché il composto non si sarà addensato e avrà assunto la colorazione desiderata."

Glossario: 

asur, azur "azzurro"
boulie, boullu "bollito"
   francese moderno: bouilli
bouira "bollirà"
   francese moderno: bouillira
eau boullie "acqua bollita"
fault, faut "è necessario"
   francese moderno: faut 
orcanet "alcanna (Alkanna tinctoria)"
potz "pentole"
    francese moderno: pots
renforcy "addensato" 
salmonde "erba di San Benedetto (Geum urbanum)"
tornesot, tournesot "eliotropio", "girasole"
   francese moderno: tournesol
ung petit de saffren "un po' di zafferano"
   francese moderno: un petit de saffran
veult "vuole"
   francese moderno: veut 

Una testimonianza eccentrica

Nel XVII secolo, il ripugnante frutto del durian fu paragonato al biancomangiare dal gesuita e missionario francese Alexandre de Rhodes (1591 - 1660) nella sua opera Divers voyages et missions du P. Alexandre de Rhodes en la Chine et autres royaumes de l'Orient (ristampa pubblicata nel 1666):

"il est plein d'une liqueur blanche, épaisse & sucrée : elle est entierement semblable au blanc-mangé , qu'on sert aux meilleures tables de France; c'est une chose fort saine, & des plus delicates qu'on puisse manger" 

Traduzione in inglese:
"It is full of a white liquor, thick and sweet, which is entirely similar to blanc-manger, served at the best tables in France; it is a very healthy thing, and one of the most delicate things one can eat."

Traduzione in italiano:
"È ricco di un liquore bianco, denso e dolce, del tutto simile al blanc-manger servito nelle migliori tavole di Francia; è una cosa molto salutare e una delle cose più delicate che si possano mangiare."

Evidentemente Alexandre de Rhodes era affetto da anosmia. Non percepiva gli odori. Così gli sono sfuggiti i pestilenziali lezzi di piedi sporchi esalati dal frutto cadaverico tanto amato in Indonesia. Trovo blasfemo paragonare un simile abominio della Natura a una delizia come il biancomangiare. Il durian è peggio della merda! 

La ricetta di Pellegrino Artusi 

Nel celeberrimo manuale Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891), Pellegrino Artusi (1820 - 1911) riporta una ricetta del biancomangiare. Cosa abbastanza insolita, include la colla di pesce.
Torte e dolci al cucchiaio
681. Bianco mangiare

- Mandorle dolci con tre amare, grammi 150.
- Zucchero in polvere, grammi 150.
- Colla di pesce in fogli, grammi 20.
- Panna, o fior di latte, mezzo bicchiere a buona misura.
- Acqua, un bicchiere e mezzo.
- Acqua di fior d’arancio, due cucchiaiate.

Prima preparate la colla di pesce ed è cosa semplice; pigiatela colle dita in fondo a un bicchiere, e coperta di acqua, lasciatela stare onde abbia tempo di rammollire, e quando ve ne servirete, gettate via l’acqua e lavatela. Sbucciate e pestate le mandorle in un mortaio, bagnandole di quando in quando con un cucchiaino d’acqua, e quando le avrete ridotte finissime, diluitele con l’acqua suddetta e passatele da un canovaccio forte e rado, procurando di estrarne tutta la sostanza. A tal punto, preparate uno stampo qualunque della capacità conveniente; poi mettete al fuoco in una cazzaruola il latte delle mandorle, la panna, lo zucchero, la colla, l’acqua di fior di arancio; mescolate il tutto e fatelo bollire per qualche minuto. Ritiratelo dal fuoco e quando avrà perduto il calore, versatelo nello stampo immerso nell’acqua fresca o nel ghiaccio. Per isformarlo basta passare attorno allo stampo un cencio bagnato nell’acqua bollente.

La bollitura è necessaria onde la colla di pesce si incorpori col resto; altrimenti c’è il caso di vederla precipitare in fondo allo stampo.

Glossario artusiano: 

a tal punto = a questo punto
cazzaruola = casseruola
cencio bagnato = panno bagnato
colle dita = con le dita
di quando in quando = ogni tanto 
isformarlo = toglierlo dallo stampo 
procurando di estrarne = facendo in modo di estrarne

La varietà delle ricette attuali 

Si trovano nel Web moltissime ricette del biancomangiare, che sembrano prodotti di percorsi diversi, come se ogni famiglia ne avesse tramandata una in modo indipendente dalle altre. Purtroppo capita di imbattersi nei gruppi di cucina in flame, perché ciascuno degli utenti spesso crede di essere depositario della tradizione originale, svalutando chiunque sostenga qualcosa di diverso (c'è chi dice che si deve usare solo latte di mandorla, chi dice che si deve usare solo latte di vacca, chi fa "gnè gnè gnè"). Sarebbe molto interessante raccogliere una biblioteca di queste ricette, che avrebbe un notevole valore culturale e storico.