Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post

lunedì 30 settembre 2024

IL PROBLEMA DELLA PRONUNCIA EGITTOLOGICA DELL'ANTICO EGIZIANO

Anni fa mi sono imbattuto in un video in cui il Direttore del Museo Egizio di Torino pronunciava un lungo discorso, che nelle intenzioni doveva essere nella lingua degli Antichi Egizi. Dopo una lunga ricerca sono riuscito a ritrovarlo, incorporato in un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel 2017. Questo è il link:


Stando all'articolista, nella Terra del Nilo si parlava proprio con quei suoni, rievocati quasi tramite contatto spiritico con i Morti. Ma le parole erano pronunciate davvero così? A mio avviso no. È anche possibile che un egiziano del Medio Regno non avrebbe capito molto. Per contro, anche il Direttore del Museo Egizio di Torino avrebbe non poche difficoltà di comprensione se si trovasse davanti a un egiziano del Medio Regno. Qual è il motivo di tutto ciò? 
Semplice: gli antichi Egiziani scrivevano soltanto le consonanti. Le consonanti jw erano "inferme", analogamente a quanto avviene nei sistemi di scrittura delle lingue semitiche come l'ebraico e l'arabo: erano deboli e tendevano a dileguarsi. Non scrivendo le vocali e rendendosi necessario pronunciare in qualche modo le parole, gli egittologi hanno escogitato questo sistema: 

pronunciano la consonante /j/ come una vocale /i/;
pronunciano la consonante /w/ come una vocale /u/;
pronunciano le consonanti /³/ e /ˁ/ come una vocale /a/;
intercalano secondo la necessità una vocale /e/.

Esempi: 

pronunciano nfr "buono, bello" come nefer
pronunciano nfrt "buona, bella" come neferet
pronunciano bjn "cattivo" come bin
pronunciano bjnt "cattiva" come binet
pronunciano rˁw "sole" come ra
pronunciano rn "nome" come ren
pronunciano jrp "vino" come irep
pronunciano mzh "coccodrillo" come mezeh
pronunciano znf "sangue" come zenef

Queste pronunce sono puramente convenzionali e di per sé false come una banconota da 12 euro. Il sole è chiamato ra in hawaiiano, ma non era chiamato così nell'augusta lingua dell'Egitto. 
In realtà, il Direttore del Museo Egizio di Torino è perfettamente consapevole di questo limite. In altre occasioni ne ha parlato in modo esplicito. Purtroppo, ci sono nel Web molti utenti che non sanno proprio nulla della questione, guardano il video e poi credono con fanatica convinzione di sentire la vera pronuncia degli Egiziani antichi. Non sapere nulla non può essere una colpa, ma passare dalla mancanza di conoscenza al furore cieco caratterizza i coglioni. 

Un paradosso gravoso

Dall'osservazione dei fatti si arriva a una spaventosa antinomia. Un individuo che pronuncia nefer "buono", "bello" e neferet "buona", "bella", credendo che la dizione sia corretta, può essere considerato sia dotto che ignorante

1) è dotto: si è messo a studiare lo scheletro della lingua egiziana, che consiste nelle sue consonanti, utilizzando la pronuncia convenzionale inventata dagli egittologi e caratterizzata dalla vocale -e- intercalata;
2) è ignorante: è malato di sindrome di Dunning-Kruger galoppante, perché non sa che gli Egizi non pronunciavano così le parole, e scambia un artificio degli egittologi per l'unica realtà possibile. 

Il problema è che dall'istruzione in una conoscenza artefatta non si ricava nulla di buono. La pronuncia egittologica è stata adottata e propagandata soltanto per la sua utilità pratica. Al contempo, senza i dovuti accorgimenti, è più dannosa della peste polmonare.

1) L'utilità consiste nel rendere pronunciabile e fruibile un'immensa mole di documenti: materiale letterario, storico, religioso, etc.
2) Il danno consiste nell'ostacolare la conoscenza della pronuncia reale, che non è immediata, ma va conquistata col sudore e col sangue, tra mille problemi e incertezze.

Come restaurare le vocali

Il problema della ricostruzione del vocalismo è difficile ma non insormontabile. Richiede una grande fatica e si oppone in modo nettissimo alla pigrizia indotta dalla falsa pronuncia egittologica!
Innanzitutto esistono trascrizioni di nomi egiziani in lingue che utilizzavano le vocali, come l'accadico (es. il nome del Faraone NIBMUARIA, che gli egittologi leggono Neb-Maat-Ra). Questo ci permette di avere un'idea della pronuncia reale dell'epoca. 
Una delle cose più difficili da capire per il pubblico è un fatto che dovrebbe essere universalmente noto: le lingue cambiano col passar del tempo. Non cambiano a caso. L'antico egiziano, evolvendosi tramite naturale usura fonetica, ha dato il tardo egiziano o demotico. Infine, in epoca cristiana, il prodotto finale di questo processo è il copto, diviso in più dialetti (Sahidico, Bohairico, Akhmimico, Fayyumico, Licopolitano e alcuni altri). Il copto ha abbandonato la scrittura tradizionale e ha adottato l'alfabeto greco, integrato con alcuni caratteri demotici per esprimere alcune consonanti peculiari. Questo ci permette di avere una base per ricostruire la pronuncia delle parole nelle varie epoche passate. Il problema riguarda le parole che non sono sopravvissute (purtroppo molte) e che non hanno lasciato testimonianza in trascrizioni in lingue con notazione vocalica.

Il sistema vocalico dell'Antico Regno e del Medio Regno era particolarmente semplice. 
Tre vocali toniche brevi /a/, /i/, /u/, che ricorrono in sillaba chiusa.
Tre vocali toniche lunghe /a:/, /i:/, /u:/, che ricorrono in sillaba aperta. 
Le vocali atone tendono a diventare indistinte. 
Col passare dei secoli hanno cominciato a prodursi alterazioni. 
Nel seguito sono riportate alcune trafile particolarmente interessanti.  


1) NFR "buono", "bello"
femminile: NFRT


Antico Regno:
nfr "buono, bello" : pronuncia /'na:fir/
nfrt "buona, bella" : pronuncia /'nafrat/

Medio Regno: 
nfr "buono, bello" : pronuncia /'na:fa/
nfrt "buona, bella" : pronuncia /'nafra/ 

Tardo Nuovo Regno - Demotico:
nfr "buono, bello" : pronuncia /'no:fə/
    > /'nu:fə/
nfrt "buona, bella" : pronuncia /'nɔfrə/ 

Copto (Sahidico):
ⲛⲟⲩϥⲉ (noufe) "buono, bello" (m.)
   pronuncia /'nu:fə/
ⲛⲟϥⲣⲉ (nofre) "buona, bella" (f.)
   pronuncia /'nɔfrə/ 


2) BJN "cattivo" 
femminile: BJNT


Antico Regno: 
bjn "cattivo" : pronuncia /'ba:jin/
bjnt "cattiva" : pronuncia /'bajnat/ 

Medio Regno:
bjn "cattivo" : pronuncia /'ba:ˀan/, /'ba:ˀən/
bjnt "cattiva" : pronuncia /'baˀna/ 

Tardo Nuovo Regno - Demotico: 
bjn "cattivo" : pronuncia /'bo:ˀən/
bjnt "cattiva" : pronuncia /'bɔˀnə/ 

Copto (Sahidico): 
ⲃⲱⲱⲛ (bōōn) "cattivo" (m.) 
   pronuncia /βo:n/
ⲃⲟⲟⲛⲉ (boone) "cattiva" (f.)
   pronuncia /'βɔ:nə/


3) RˁW "sole"

Antico Regno: 
rˁw "sole" : pronuncia /'ri:ˁuw/ 

Medio Regno: 
rˁ(w) "sole" : pronuncia /'ri:ˁa/
   >  /'re:ˁa/

Tardo Nuovo Regno - Demotico:
"sole" : pronuncia /'re:ˀə/

Copto (Sahidico): 
ⲣⲏ () "sole" (m.) 
forma determinativa: ⲡⲣⲏ (prē) "il sole"
 

4) RN "nome"
plurale: RNW 

Antico Regno: 
rn "nome" : pronuncia /rin/
rnw "nomi" : pronuncia /rinw/

Medio Regno: 
rn "nome" : pronuncia /rin/ 
rnw "nomi" : pronuncia /rinw/

Tardo Nuovo Regno - Ddemotico: 
rn "nome" : pronuncia /ren/ 
rnw "nomi" : pronuncia /renw/ > /ren/ 

Copto (Sahidico):
ⲣⲁⲛ (ran) "nome" 
ⲣⲁⲛ (ran) "nomi" (pl.) 
forma determinativa: ⲡⲣⲁⲛ (pran) "il nome"


5) JRP "vino" 

Antico Regno: 
jrp "vino" : pronuncia /'ju:rap/

Medio Regno: 
jrp "vino" : pronuncia /'u:rap/
Prestiti:
   => Antico nubiano ⲟⲣⲡⲁ (orpa) "vino"

Tardo Nuovo Regno - Demotico: 
jrp "vino" : pronuncia /'e:rəp/
Prestiti:
   greco ἕρπις (hérpis) = οἶνος
   (Ipponatte)
Nota:
La vocale è diventata anteriore:
/'u:rap/ > /'y:rəp/ > /'e:rəp/

Copto (Sahidico): 
ⲏⲣⲡ (ērp) "vino"
   pronuncia /e:rp/


6) RNPT "anno" 
plurale: RNPWT "anni" 

Antico Regno: 
rnpt "anno" : pronuncia /'ranpat/
rnpwt "anni" : pronuncia /ran'pawwat/

Medio Regno: 
rnpt "anno" : pronuncia /'ranpa/
rnpwt "anni" : pronuncia /ran'pawwa/

Tardo Nuovo Regno - Demotico:
rnpt "anno" : pronuncia /'rɔnpə/
rnpwt "anni" : pronuncia /rən'pɔwwə/

Copto (Sahidico):
ⲣⲟⲙⲡⲉ (rompe) "anno"
   pronuncia /'rɔmpə/
ⲣⲙⲡⲟⲟⲩⲉ (rmpooue) "anni"
   pronuncia /rəm'pɔwə/


7)
MZ "coccodrillo" 
plurale: MZW "coccodrilli" 

Antico Regno:
mzḥ "coccodrillo" : pronuncia /ma'zaħ/
mzḥw "coccodrilli" : pronuncia /ma'zaħw/

Medio Regno:
msḥ "coccodrillo" : pronuncia /ma'saħ/
msḥw "coccodrilli" : pronuncia /ma'saħw/
Nota:
Comincia a trovarsi la grafia jmsḥ, che parrebbe presupporre /amsaħ/ o /imsaħ/. Devono essere pronunce formatesi quando la parola era atona, precedendo un aggettivo o un verbo. 

Tardo Nuovo Regno - Demotico: 
msḥ "coccodrillo" : pronuncia /mə'saħ/
msḥw "coccodrilli" : pronuncia /mə'sawħ/ 
     > /mə'sɔwħ/

Copto (Sahidico):
ⲙⲥⲁϩ (msah) "coccodrillo"
   pronuncia /əm'sah/
ⲙⲥⲟⲟϩ (msooh) "coccodrilli"
   pronuncia /əm'sɔ:h/


8) ZNF "sangue"

Antico Regno:
znf "sangue" : pronuncia /zi'naf/
Nota:
Ho ricostruito la vocale atona /i/ sulla base del proto-afroasiatico *ʒin- "sangue" (Hausa jinī "sangue"; Tuareg Tamasheq ašni "sangue"). Il tentativo è molto incerto; in ogni caso, tale vocale ha seguito un percorso di indebolimento.

Medio Regno:
snf "sangue" : pronuncia /si'naf/ > /sa'naf/

Tardo Nuovo Regno - Demotico: 
snf "sangue" : pronuncia /sə'nɔf/

Copto (Sahidico): 
ⲥⲛⲟϥ (snof) "sangue"
   pronuncia /əs'nɔf/ 

Questa è una pagina di Wiktionary che contiene un gran numero di informazioni utilissime:


Questa è una pagina della Wikipedia in inglese, che presenta alcuni esempi di evoluzione fonetica di parole egiziane dall'epoca pre-dinastica al copto: 

mercoledì 21 agosto 2024

LE UOVA ESCONO DALLA CLOACA DELLE GALLINE. COME MANEGGIARLE?

Nel film L'insegnante viene a casa (1978), diretto da Michele Massimo Tarantini, c'è una scena particolarmente buffa. A Pierino (Alvaro Vitali) viene dato un uovo crudo dalla madre, che vorrebbe farglielo bere crudo, come si faceva a quei tempi. Dopo aver esasperato il padre, interpretato da Lino Banfi, ecco che Pierino si ribella: protesta e dice che l'uovo gli fa schifo perché è uscito dal culo. Quindi capisce, pur essendo ottuso, che il guscio è tutto sporco di merda, che gli andrebbe a finire in bocca. I suoi genitori non accettano la cosa e gli assestano una serie di spaventose sberle sulla collottola, rischiando di lesionargli le vertebre! 
Il video della scena è presente su YouTube. 

Il problema sollevato da Pierino non è di poco conto. Mi accingo a mostrarlo usando argomenti solidissimi. Bisogna dire senza mezzi termini che dal Paleolitico profondo non è mai stato possibile trovare un rimedio efficace. Chiaramente la cosa riguarda qualsiasi uccello; va però detto che nel contesto europeo si consumano in massima parte uova di gallina, su cui si concentra questo mio trattatello. 

La merda invisibile

La merda non è soltanto quella che si vede. Esiste anche la merda invisibile. Consiste di particelle microscopiche e di aerosol. Si posa dovunque, entra nel cibo. Entra in bocca. Questo accade anche se la gente non ama pensarci. Ho visto con i miei occhi donne fanatiche della pulizia usare detergenti e spazzoloni per "sanificare" la tazza del cesso, per poi uscire dal bagno senza essersi lavate le mani. Questo perché il loro pensiero è magico-superstizioso: sono convinte di riuscire con le loro operazioni a cancellare la merda. Invece la portano in giro sulle mani, anche se non ne percepiscono alcun odore. Poi vanno a cucinare. Alcune usano guanti di gomma, ma le cose non migliorano di molto: quando li tolgono, non si lavano con cura le mani. Esiste quindi una specie di schizofrenia, le cui conseguenze si riflettono in modo inevitabile anche sulla gestione delle uova. 

Peculiarità anatomiche

Le uova sono un cibo succulento e utile alla salute umana. Il punto è che l'apparato genitale delle galline, in cui si formano, non ha un orifizio proprio come accade negli esseri umani. Detto in parole povere e brutali, la gallina non ha la figa. L'uscita del canale genitale è nel tratto finale dell'intestino, che poi forma l'ano. Trasporta gli escrementi, in cui finiscono anche i prodotti dell'apparato urinario. Avete mai visto un pollo pisciare? Certo che no. Il pollame non piscia! Finisce tutto negli stronzi. Se ci fate caso, le feci di tali animali hanno una parte bianca e molliccia, talvolta schiumosa, che fa quasi da guarnizione alla parte scura, più densa. Ecco, è ciò che i reni espellono. A causa di queste mer(d)aviglie della Natura, è evidente che nessun uovo può transitare nella cloaca e uscire alla luce del sole senza essersi imbrattato. 

La protezione naturale

La cuticola è un sottilissimo strato protettivo, dello spessore di 10-30 micron, che riveste esternamente il guscio dell'uovo. La sua precipua funzione è quella di chiudere i pori del guscio, impedendo così a batteri e altri patogeni di penetrare all'interno. Questa barriera è formata da glicoproteine come la mucina. Alla luce di questo fatto, risulta lampante che la cuticola non deve essere danneggiata. Chi lava le uova, fa proprio questo: acqua e detergenti rimuovono le difese naturali, esponendo il guscio poroso e permettendo la contaminazione. In queste condizioni, le particelle fecali e batteri come Escherichia coli e Salmonella, possono facilmente contaminare l'albume e il tuorlo. Se si evita il lavaggio, resta il problema meccanico: il vero, unico e cruciale momento in cui il contenuto dell'uovo rischia di entrare in contatto con le particelle microscopiche presenti sul guscio è durante la rottura. Questa è la meccanica insidiosa della contaminazione crociata.

Casi concreti: l'uovo di Pierino

Pierino, nelle intenzioni dei suoi genitori, dovrebbe bucare le due estremità dell'uovo usando la punta di un coltello aguzzo, quindi accostare la bocca a uno dei fori nel guscio e bere il contenuto. Ho visto compiere questa operazione diverse volte quando ero un marmocchio, sempre provandone repulsione. In Piemonte e a Genova era un'usanza molto comune. Ricordo ancora quel risucchio rumoroso direttamente dai forellini, che aveva qualcosa di estremamente primitivo, quasi animalesco, che contrasta va parecchio con le normali buone maniere a tavola. L'ingordigia dei rampolli impediva loro di meditare su quello che stavano facendo. Le uova da consumare crude venivano prese direttamente dal pollaio e spesso erano ancora calde di culo! Di conseguenza, il guscio conservava intatte le micro-tracce - e talvolta i residui ben visibili - del passaggio nel canale escrementizio. Non ci sono dubbi: è come praticare l'anilingus a una gallina! La cosa non era capita. Non ho mai visto nessuno che fosse consapevole di compiere un atto sodomitico coi polli per il fatto di ciucciare le loro feci sul guscio. Comunque sia, l'usanza si è estinta o quasi, con grande gioia dei medici. L'ultima volta che l'ho sentita menzionare, è stato in uno sketch, in cui Massimo Boldi ironizzava sul declino delle lingue locali: aveva l'intenzione di  spiegare che nome si dava all'uovo da bere nelle varie città d'Italia. Tuttavia il nome era sempre lo stesso: "uovo da bere". Così diceva, in tono quasi cantilenante: "A Milano si chiama uovo da bere. A Torino si chiama uovo da bere. A Bologna si chiama uovo da bere. A Firenze si chiama uovo da bere, etc." 
Note lessicali:
A quanto pare si possono tracciare approssimativamente due aree: a Nord e nel Centro si usa in modo compatto il verbo "bere", mentre nel Meridione è molto diffuso anche "succhiare". Così a Milano si ha bef l'öf "bere l'uovo", a Roma si ha bbeve l'ovo, in Sicilia si ha vìviri l'ovu o sucari l'ovu. A Napoli l'uovo si beve 'a canna. La madre di Pierino dice al suo pargolo: "E tu, sùcchiate l'ovetto a mammà, che diventi grosso!" 
Note biologiche: 
All'uovo da bere erano attribuiti poteri quasi magici, taumaturgici. Si pensava che servisse a irrobustire i giovani. In realtà è meno nutriente delle uova cotte. L'assorbimento proteico dell'uovo crudo è del 50% circa, mentre raggiunge il 90% circa nelle uova cotte. L'albume crudo contiene avidina, una proteina che impedisce l'assorbimento della biotina (vitamina H); inoltre l'ovotransferrina riduce l'assorbimento del ferro. 

Casi concreti: il casatiello 

Il casatiello è un prodotto tipico della cucina napoletana. È un lievitato salato tipico del periodo pasquale, i cui ingredienti di base sono questi: farina, strutto, formaggio, salame, ciccioli e uova. La particolarità è che include uova intere e non sgusciate nell'impasto. Non solo. Queste uova devono essere crude e cuocere assieme alla preparazione. Il problema a questo punto è cogente: come far sì che le feci delle galline, seppur invisibili a occhio nudo, non entrino a contatto con l'impasto? Tempo fa, su un forum, un napoletano ha detto che bastava usare questo metodo: mettere le uova in acqua calda, non bollente, quindi toglierle e asciugarle con carta cucina. Questo avrebbe eliminato ogni traccia fecale. Molte fattucchiere lo hanno aggredito, esclamando che loro lavavano il guscio in modo maniacale, per ore. Facevano "gnè, gnè, gnè". Ho chiesto consiglio ad altri utenti. Mi è stato detto che il casatiello necessita di prolungata cottura, quindi il calore uccide i patogeni come la salmonella. Il dilemma resta, dato che il calore non può far scomparire la merda nel nulla. Diventa merda cotta. Parafrasando il grande Bombolo, sarà anche cotta, ma sempre merda è.

Casi concreti: lo zabaione 

Quando ero piccolo, spesso mangiavo una preparazione paradisiaca consistente in un tuorlo d'uovo o due, con l'aggiunta di zucchero. Continuando a mescolare il composto, si otteneva una crema dolce e aromatica. Colloquialmente era chiamata zabaione o zabaglione; alcuni preferivano usare la locuzione uovo sbattuto. In lombardo si usa il termine rusumada. Una volta divenuto adolescente, spesso aggiungevo a questo derivato del tuorlo del caffè caldo. Una delizia. In seguito ho scoperto un'altra possibilità: l'aggiunta di un po' di barbera. Si otteneva così la colazione del malgaro. Separare il tuorlo dall'albume è un'operazione assolutamente necessaria, ma problematica. Si prendeva l'uovo e lo si rompeva usando il bordo di un bicchiere o di una scodella. Non ricordo che sia mai stato considerato necessario lavare il bicchiere o la scodella. A questo punto, si apriva l'uovo dividendolo in due parti, poi si effettuava la separazione del tuorlo usando i bordi taglienti del guscio, con molta destrezza. Quando ero piccolo, provvedeva mia madre (RIP). Poi ho imparato a farlo da solo, ma a un certo punto ho avuto difficoltà. A causa del peggiorare dei miei problemi neurologici, ora non riuscirei più a farlo. Si capisce che la contaminazione crociata in fase di separazione del tuorlo ha il massimo delle probabilità di accadere. 

Casi concreti: la carbonara 

Ricordo che facevo la carbonara così: mettevo sul tavolo tre uova, quindi con un coltello le rompevo una dopo l'altra e facevo cadere il contenuto nella pasta ben  calda, per poi mescolare energicamente. A un certo punto ci ho pensato. Il coltello frantuma il guscio, spinge le feci all'interno, viene usato in rapida successione sulle tre uova, facendo addirittura entrare le feci di un uovo nel contenuto di un altro. Uno non ha tempo di lavare ogni volta il coltello. Lavare le mani ad ogni passaggio è impraticabile. A volte ci si ritrova con un frammento di guscio nella pasta, trasportato dall'albume. La preparazione non è in grado di evitare la coprofagia. Adesso sono sorti i bulli della carbonara, che aggrediscono chiunque non segua le loro stramaledette regole della "carbocrema", che solo alla fine del secolo scorso non esistevano. Sono fanatici, aggressivi, perché sono pagati da esponenti politici interessati a promuovere il gastro-nazionalismo. Ho visto gente furiosa augurare la morte o la galera per una semplice ricetta. Così la carbonara mi fa salire l'acido dallo stomaco solo a sentirla nominare: non la mangio più. In ogni caso, non si illudano questi tifosi esagitati, perché la merda la mangiano pure loro. Anzi, anche di più, dato che le loro usanze impongono di separare il tuorlo dall'albume, aumentando in modo esponenziale il contatto tra i gusci fecali e il contenuto! 
Nota: 
Gli stessi identici problemi li riscontro nella preparazione delle uova fritte.

Casi concreti: le uova sode 

Metto tre uova in un pentolino, le sommergo in acqua fredda. Metto il pentolino su un fornello e avvio la cottura a fuoco lento. Le tolgo dal fuoco dopo 7-8 minuti, preparando così le uova barzotte (dette nella mia parlata uova marzocche), che hanno il tuorlo molliccio ma l'albume ben rassodato. Spesso però accade che nel guscio si producano fratture, non sempre visibili, da cui fuoriesce l'albume, spinto dalla pressione interna verso l'esterno - coagulando all'istante. Si ha un vero e proprio effetto vulcano. Si formano così un getto che solidifica in forme bizzarre: da piccolo chiamavo "gatto" questo materiale. Poi, tolto il pentolino dal fuoco, vi aggiungo acqua fredda e vuoto il tutto nel lavandino, raccogliendo le uova. Le metto sulla carta da cucina, le sguscio con pazienza e le mangio. Mi sembra evidente che sia impossibile evitare durante l'operazione il contatto con le particelle fecali, anche se la loro quantità è insufficiente a provocare contaminazione crociata. Non è come leccare il culo a una gallina viva: è come leccarlo a una gallina cotta (il boccone del prete!).

Casi concreti: il processamento industriale

La classificazione commerciale ufficiale dell'Unione Europea (Regolamento UE 2023/2465 e Regolamento UE 2023/2466) prevede rigorosamente due categorie di uova: 
1) Categoria A, ossia le uova fresche destinate all consumo diretto; 
2) Categoria B, ossia uova di seconda qualità destinate all'industria alimentare. 

Questo è il dettaglio: 
- Le uova di Categoria A sono quelle che si trovano comunemente nei supermercati. I requisiti sono stringenti: devono avere un guscio pulito e intatto, e un albume limpido. Possono essere conservate al massimo per 28 giorni dalla deposizione. È assolutamente vietato il loro lavaggio prima della vendita. 
- Le uova di Categoria B sono utilizzate per fare i dolciumi e le paste all'uovo, solo per fare alcuni esempi. Sono uova di seconda scelta, spesso sporche di terra o feci, oppure declassate perché hanno superato i 28 giorni dalla deposizione. Devono essere igienizzate prima di entrare nelle linee di produzione. La normativa europea consente il loro lavaggio con acqua calda e igienizzanti. Per evitare la contaminazioni da agenti patogeni, vengono pastorizzate immediatamente dopo la rottura. L'attenzione è tutta rivolta a neutralizzare la carica batterica. Si suppone che i lavaggi industriali risolvano il problema delle feci. Resta il fatto che nessuno può vedere con i propri occhi questa catena di processamento. Ogni macchina può fallire. Cosa accade se un uovo sporco sfugge al lavaggio e il suo contenuto finisce nella massa? Si applica il teorema di Bombolo sulla merda cotta. 
- Le uova che non rispettano nemmeno i requisiti minimi della Categoria B rientrano in una classificazione tecnica definita "uova declassate" o "non destinate al consumo umano". Includono le uova industriali non destinate al consumo umano e le uova da cova. 

La vanità delle soluzioni proposte nel Web 

Si dice in moltissimi siti che se l'uovo viene rotto con un colpo netto su una superficie piana, senza usare lame, il trasferimento di materiale dall'esterno all'interno è statisticamente trascurabile o nullo.  Ebbene, sfido chiunque a farlo! Non è fisicamente possibile. Se ci provassi, l'uovo si sfascerebbe all'istante disperdendo il contenuto - e partirebbero di quelle bestemmie tonanti, così forti da far diroccare il campanile della vicina chiesa. Il punto è questo: l'assoluta sterilità, al di fuori di una camera bianca di laboratorio, non appartiene al mondo reale. La tensione superficiale del liquido, le micro-fratture del guscio e la dinamica stessa dell'apertura creano un ponte microscopico inevitabile. La coprofagia, seppur di entità minima, non può essere evitata. 
Esistono poi prodotti in cartoccio (tuorli, uova intere, albume), per cui si rimanda a quanto detto sul processamento industriale. 

La strategia migliore 

Appurata l'impossibilità di rompere le uova senza che avvenga contaminazione, meglio non pensarci troppo. Un'alternativa è farlo fare da qualcun altro e non assistere alla scena. Occhio non vede, cuore non duole. Essendo solo al mondo, non è per me una possibilità praticabile, ma chi può la adotti. Per il resto, sono troppo goloso e ingordo per rinunciare alle uova, pur avendo una lucida consapevolezza della loro origine. 


Pierino: l'epilogo

Massacrato a suon di ceffoni dai genitori, Pierino si lascia sfuggire di mano l'uovo, che finisce sull'ampia fronte di Lino Banfi, rompendosi. I frammenti sporchi del guscio cadono nella pasta assieme a parte del contenuto dell'uovo. Un po' di tuorlo dal colore malsano rimane sulla fronte del pover'uomo, che rassegnato tira un sospiro: "E anche oggi pasta all'uovo!"

sabato 30 marzo 2024


PARIS QUI DORT

Titolo originale: Paris qui dort
AKA: Le Rayon de la mort 
Titolo in italiano: Parigi che dorme
Lingua originale: Film muto
Paese di produzione: Francia
Anno: 1925
Durata: 35 min (versione ridotta) 
      67 min (versione restaurata)
Dati tecnici: B/N
Audio: Film muto 
Rapporto: 1,33:1 
Tipologia: Mediometraggio
Genere: Fantastico, fantascienza
Tematiche: Scienziati pazzi, natura del tempo 
Influenze: Dadaismo, surrealismo 
Regia: René Clair
Soggetto: René Clair
Sceneggiatura: René Clair 
   (rielaborazione dell'originale Le rayon magique)
Produttore: Henry Diamant-Berger
Società di distribuzione: Tamasa Distribution 
Distribuzione in italiano: Medusa Film 
Fotografia: Maurice Desfassiaux e Paul Guichard
Montaggio: René Clair
Musiche: Jean Wiener
Scenografia: André Foy
Costumi: Claude Autant-Lara
Interpreti e personaggi:
    Henri Rollan: Albert
    Charles Martinelli: Lo scienziato pazzo
    Louis Pré Fils: L'Ispettore 
    Albert Préjean: Il pilota
    Madeleine Rodrigue: Hesta, una passeggera
    Myla Seller: Nipote dello scienziato
    Antoine Stacquet: Il miliardario
    Marcel Vallée: Il ladro 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Paris Asleep 
      AKA: The Crazy Ray
   Tedesco: Paris schläft
   Fiammingo: Slapend Parijs 
   Spagnolo (Spagna): Paris que duerme 
   Ungherese: Az alvó Párizs 
   Polacco: Paryż śpi 
   Russo: Париж уснул 
   Rumeno: Parisul adormit sau raza invizibila 

Trama: 
Albert, il guardiano notturno della Torre Eiffel, si sveglia e trova Parigi congelata nel tempo: tutti gli abitanti dormono o sono paralizzati nelle stesse posizioni in cui si trovavano alle 3:25 del mattino. Vagando per le strade, trova infine altre cinque persone che, arrivate in aereo durante la notte, devono essersi salvate perché, come lui, si trovavano in una posizione elevata.
Inizialmente, godendosi la generale calma che permette loro di fare festa in un cabaret di Montmartre o di rubare tutto ciò che desiderano, inclusa la Gioconda; ben presto però si annoiano e iniziano a litigare. Trascorrono gran parte del tempo nella Torre Eiffel, che sembra loro più sicura.
Dopo quattro giorni di questa vita, sentono una voce alla radio che chiede aiuto. Recatisi all'indirizzo indicato dalla voce, trovano la nipote di uno scienziato pazzo che ha paralizzato il mondo con un raggio. Costringono lo scienziato a riprendere i suoi calcoli per restituire la vita ai parigini e, probabilmente, al mondo intero.
La vita riprende poi il suo corso, a tal punto che nessuno, tranne loro, è consapevole del fatto che tutto si sia fermato. I cinque viaggiatori, il guardiano della torre e la nipote dello scienziato vengono persino ricoverati brevemente in un manicomio, poiché nessuno crede alle loro storie (era una prassi triste e assai comune all'epoca). Nel frattempo, lo scienziato pazzo spiega a un collega come ha bloccato ogni movimento con la sua macchina.
Il mondo alla fine scopre cosa è successo e cerca di recuperare il tempo perduto vivendo più intensamente di prima, dedicandosi a immensi bagordi orgiastici! La nipote dello scienziato ritrova il guardiano della torre e inizia una storia d'amore con lui in cima, con vista sulla capitale. Con un po' di fantasia, posso immaginare il seguito: lei si fa iniettare nel ventre litri di materiale genetico!


Recensione: 
Il film, di chiara ispirazione positivista, dal punto di vista tecnico è un catalogo di tecniche cinematografiche dell'epoca, tra cui l'uso di ralenti, accelerazioni e fermi immagine per rappresentare la stasi. Nonostante l'impianto fantascientifico, il tono è giocoso e dissacrante, focalizzato sulle avventure di un gruppo di risvegliati nella città fantasma. Il regista riflette sul desiderio di libertà, l'avversione per le ricchezze e critica la società moderna, offrendo uno sguardo poetico e visionario, senza mai abbandonare il suo radicale ottimismo, la sua fede assoluta nelle magnifiche sorti e progressive. Nonostante il tema fantascientifico, la pellicola mantiene una leggerezza da commedia, quasi surreale e satirica. La libertà totale dei protagonisti in una Parigi paralizzata permette situazioni ironiche che mettono a nudo i desideri e le debolezze umane. Paris qui dort è considerato un piccolo capolavoro d'avanguardia, fondamentale per la storia del cinema, che segna il passaggio del cinema francese verso una dimensione più poetica e tecnica, influenzando generazioni di registi successivi. Naturalmente, un essere lucifugo e zombesco come me non può davvero apprezzare qualcosa di tanto ammorbante. 


Il Paradosso del Tempo Fermo

Le persone sorprese dal raggio malefico piombano all'istante in una condizione più simile all'ibernazione che al sonno. I loro corpi si irrigidiscono e restano così, pietrificati nelle posizioni più improbabili. Un sonno che fa sprofondare nel Nulla, nel vuoto quantistico che le genti chiamano "inesistenza": uno stato che è davvero imago mortis
Spero che mi si perdonerà se il linguaggio non è troppo rigoroso. Il tempo non si potrebbe fermare, lasciando indenni dal blocco poche persone. Il punto nevralgico che rende Paris qui dort una fantasia scientificamente impossibile è la fisica della realtà. La freccia termodinamica e l'entropia non consentono simili anomalie. Il concetto di fermare il tempo solo per alcuni è un paradosso termodinamico insormontabile. Se il tempo si fermasse davvero per il resto del mondo, i protagonisti si scontrerebbero con problemi letali in frazioni di secondo. Fermare il tempo significa azzerare i processi termodinamici. Se il mondo si pietrifica in un istante, si ha la cessazione dei processi molecolari e della propagazione del calore. Se la freccia del tempo è ferma, i fotoni non si muovono, non possono compiere alcuna traiettoria - anzi, non possono essere emessi né assorbiti: sarebbero come frecce sospese a mezz'aria, impossibili da spostare. I protagonisti sarebbero ciechi, dato che la luce non raggiungerebbe la retina; inoltre non potrebbero respirare, dato che le molecole d'aria sarebbero come muri di cemento armato immobili, impossibili da inalare. C'è anche di peggio. In un mondo perfettamente fermo, la velocità del tempo è zero. Per compiere una qualsiasi azione in un istante a tempo zero, bisognerebbe muoversi a una velocità infinita. Tuttavia, come ci insegna Einstein, man mano che un oggetto con massa accelera verso la velocità della luce, la sua massa tende all'infinito. Muoversi a velocità infinita, o compiere un lavoro in tempo nullo, richiede energia infinita. Per muovere un oggetto, dobbiamo spingerlo contro la resistenza dell'aria o interagire con le sue molecole. Se tutto è congelato, le molecole non vibrano, l'aria non fluisce e i legami molecolari sono statici. Spostare un oggetto significherebbe forzare la materia a sbloccarsi, un'azione che richiede un'energia potenzialmente infinita. La stasi assoluta non può essere superata. 
L'idea del tempo fermato ritorna nella celeberrima serie televisiva Ai confini della realtà (The Twilight Zone), nell'episodio Un po' di pace (A Little Peace and Quiet, 1985), diretto da Wes Craven. Una casalinga biondiccia, distrutta dal rumore e dal comportamento ossessivo dei figli e del marito, trova un ciondolo che la rende capace di bloccare il tempo a comando, per tutto l'universo tranne che per lei. Alla fine il dono si rivelerà una spaventosa trappola. Anche se manca la figura dello scienziato pazzo, non c'è dubbio che Craven ha tratto la sua ispirazione proprio dall'opera di Clair. 


Critica 

Giovanna Grignaffini (René Clair, pagg. 25-28) ha scritto:

"Paris qui dort si presenta come un vero e proprio repertorio di tecniche e procedimenti cinematografici, la stasi e il movimento, il rallentato, l'accelerato, l'inversione. Una specie di manifesto catalogo di tutte le possibili regole grammaticali e sintattiche che il cinema, svincolato dalla letteratura e dal teatro, poteva utilizzare." 

Bruno Lattanzi e Fabio De Angelis hanno scritto su Fantafilm:

"Il raggio dallo straordinario potere può essere considerato una metafora della capacità propria del cinema di inventare e rielaborare la realtà." 

Cineforum Fantafilm

Il film di René Clair è stato proiettato al Cineforum Fantafilm dell'amico Andrea "Jarok" Vaccaro il 9 novembre 2009, assieme a un altro film dello stesso regista: Accadde domani (It Happened Tomorrow, 1944). Riporto in questa sede quanto ha scritto l'amico Emanuele Manco.


"Erano tempi diversi, quelli in cui il fantastico poteva insinuarsi in una commedia, fornendo spunti narrativi capaci di intrattenere senza i produttori temessero per l'esito commerciale del film. Basti pensare al forse già citato, e più famoso, Ho sposato una strega, oppure a La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Clair nel suo percorso di autore ha semplicemente affrontato diverse tematiche, trovando di volta in volta il modo migliore di raccontarle, anche in modo non realistico. Il suo percorso infatti era cominciato nel 1923 con film molto più smaccatamente fantastico: Paris Qui Dort.
Al risveglio il custode della torre Eiffel scopre ai suoi piedi la città “addormentata”. Sconcertato, percorre le vie di una Parigi completamente immobile. Oltre all’uomo, anche alcuni viaggiatori giunti in aereo durante la notte sono sfuggiti al sortilegio che ha paralizzato l’intera metropoli: uno scienziato pazzo ha inventato una macchina in grado di far sprofondare il mondo in una totale letargia.
Alla sua prima prova Clair ha in nuce alcuni elementi che caratterizzeranno le sue opere successive, dall'eleganza visiva, qui mista a capacità visionaria e gusto per il fantastico, all'equilibrio con il quale riesce a gestire i toni della commedia, oltre che l'amore smisurato per la sua città di origine.
Brillanti gli “effetti speciali”, considerata l'epoca. Spettacolare la scalata della Torre Eiffel da parte del protagonista." 

giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco"


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni.