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venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

venerdì 5 gennaio 2024


TYLL THE GIANT

Titolo originale: Suur Tõll 
Titolo in russo: Большой Тылл 
Titolo in inglese: Tyll the Giant 
Anno: 1980 
Paese di produzione: Unione Sovietica
    (Repubblica Sovietica dell'Estonia) 
Lingua: Estone 
Durata: circa 14 min.
Tipologia: Animazione, cortrometraggio 
Genere: Surreale, fantastico 
Regia: Rein Raamat 
Sceneggiatura: Rein Raamat 
Produzione: Kulno Luht 
Colonna sonora: Lepo Sumera 
Direttore della fotografia: Janno Põldma 
Montaggio: Kersti Miilen 
Direzione artistica: Jüri Arrak 
Assistente alla regia: Sigrun Alaots 
Reparto artistico: Heiki Ernits, Ain Silbaum, 
    Valter Uusberg 
Animazione: Eda Kurg, Matu Kütt, Riina Kütt,  
    Krista Partti, Rein Raidme, Aarne Vasar 
Segreteria di edizione: Silvia Kiik 
Budget: 81.000 rubli
Link: 

Trama: 
Tyll è un gigante che conduce una vita semplice come contadino sulla sua isola, assieme alla moglie, la gigantessa Piret. I due abitano tra i tanti umani comuni, molto più piccoli di loro. Un mostruoso nemico, una specie di demone anch'esso gigantesco, caratterizzato dalla pelle color rosso sangue e da un occhio con più pupille, si nasconde sempre nelle vicinanze, pronto a fare del male in modo gratuito, ad esempio facendo piovere pietre sul campo appena arato da Tyll. Ogni volta che c'è un'emergenza, Tyll accorre regolarmente in aiuto degli umani: in un'occasione, salva i marinai quando la loro nave affonda. Deve anche aiutarli in battaglia quando gli eserciti nemici attaccano l'isola. Nella prima battaglia, Tyll si lancia nella mischia trasportando due enormi ruote di carro, sulle quali trasporta le sue truppe. L'esercito nemico è composto da lancieri con cappucci scarlatti che coprono il capo. La battaglia si trasforma rapidamente in un sanguinoso massacro in cui il nemico è prossimo alla vittoria: i guerrieri isolani non possono quasi nulla contro le spade degli invasori. Quindi Tyll interviene, usando le ruote dei suoi due carri come mazze e falciando interi battaglioni, cambiando così il corso della battaglia. 
Durante l'assenza di Tyll, il demone rosso si avvicina alla casa dove alloggiava Piret, senza farsi vedere, e la fa crollare addosso a lei, uccidendola. Al suo ritorno dalla battaglia, il gigante buono trova la moglie morta e ne colloca il corpo in una sepoltura megalitica, eretta con le proprie mani spostando immensi blocchi di pietra; poi va subito nella foresta e ricava un'enorme clava dal tronco di un abete, poi segue le tracce dell'assalitore fino a un promontorio roccioso dove il sentiero scompare. Si siede tristemente in attesa e alla fine si addormenta. A questo punto il demone appare alle sue spalle e scava attraverso il terreno che collega il promontorio alla terraferma, cercando di isolare la striscia di terra dove Tyll dorme, per creare un'isola e lasciarlo alla deriva. Ma Tyll si sveglia e colpisce il demone, che fugge. Tyll lo insegue senza sosta; quando infine riesce a raggiungerlo, il nemico viene inghiottito dall'Ano della Terra e sprofonda negli Inferi.
Tyll deve quindi tornare in guerra, poiché gli eserciti infernali si stanno nuovamente avvicinando per terra e per mare. Semina il caos tra le truppe nemiche, brandendo con entrambe le mani un immenso carro distrutto. Ma durante la battaglia, Tyll stesso viene decapitato da un gigante nemico, che brandisce un lunghissimo spadone. Il corpo decapitato di Tyll, ancora vivo, brancola finché non trova il capo nemico che gli ha tagliato la testa e lo stritola nel suo pugno. Poi, ridotto a una specie di zombie, raccoglie la propria testa mozzata e se ne va verso il luogo del suo riposo. Infine il corpo si ferma, cade a quattro zampe e si fossilizza, trasformandosi in una roccia. Anche la testa del gigante morto, caduta lì vicino, si pietrifica, tranne il suo sguardo, che rimane luminoso. Tyll proclama quindi che se il suo popolo avrà di nuovo bisogno di lui, si leverà in piedi per accorrere in aiuto.  

Recensione: 
Mi sono imbattuto in questo bellissimo video per un caso di serendipità. Stavo cercando qualcosa di diverso nel vasto Web e non riesco a ricordare cosa fosse. Quando ho visionato le sequenze sullo smartphone, ne sono stato immediatamente conquistato e ho deciso di approfondire la mitologia che ne costituisce il fondamento. Non è soltanto un'opera di fantasia: è un autentico gioiello, che aiuta a impedire l'indebolimento delle tradizioni mitologiche e la loro dissoluzione nell'Oblio. Un caso molto raro di questi tempi, dominati dall'infinito squallore del mercato.   


Possibile spiegazione storica 

Suur Tõll deve essere stato un uomo reale, di statura insolita, gigantesca, vissuto in epoca storica sulla grande isola estone di Saaremaa. Conosciamo le sue abitudini quotidiane: la passione per la sauna, la dieta a base di zuppa di cavoli e di birra. Aveva un temperamento piuttosto sanguigno. Combatteva contro i Cavalieri Teutonici. Le sue gesta sono state tanto eroiche, che dopo la sua morte è stato divinizzato dal suo popolo. 
L'epiteto Suur in estone ha un'etimologia chiara e significa "Grande". L'aggettivo deriva dal proto-finnico *suuri "grande" (da cui anche il finlandese suuri, suur- "grande" e il livone sūr "grande"). Invece il nome Tõll (varianti ortografiche: Toell, Tyll) è etimologicamente oscuro. Dalla stessa radice deriva il toponimo Tõlluste, che tuttora designa un centro abitato di Saaremaa. È verosimile che proprio lì sia stata sepolta la sua testa. 
1) L'ipotesi più accreditata dal mondo accademico è che il nome del gigante buono derivi dai cognomi TõllToll, tuttora diffusi sull'isola. Considerati di origine germanica, potrebbero derivare dal medio basso tedesco tol "dogana", "autorità di raccogliere le tasse" (equivale al medio alto tedesco zol, tedesco moderno Zoll). 
2) Un'alternativa è la derivazione dal proto-finnico *tuli "fuoco", a sua volta dal proto-uralico *tule. Mi pare implausibile già soltanto per motivi fonetici: se consideriamo il nome come estone nativo, il vocalismo non quadra. Tuttavia si nota che in Saami l'esito della forma proto-uralica è toll "fuoco". Il riferimento sarebbe alla natura iraconda del gigante, buono ma non troppo paziente. 
3) C'è chi ha proposto un'origine dalla radice proto-celtica *tullo- "buco" (cfr. bretone toull "buco"; cornico toll "buco"; gallese twll "buco"), alludendo a una qualche cavità in cui il gigante avrebbe avuto la sua dimora. Di tutte le ipotesi fatte, questa è la meno plausibile. Non vedo possibili legami con il mondo celtico. Forse il collegamento è all'idea di Tacito, che per primo citò gli Estoni chiamandoli Aestii e citando il nome che davano all'ambra, trascrivendolo come glesum. Non è impossibile che l'autore romano li ritenesse un popolo celtico, basandosi su conoscenze molto incerte. 
4) L'associazione di Tõll al tedesco moderno (gergale) toll "grande", "fantastico" e simili, è priva di fondamento: si tratta di una parola alto tedesca, derivata dal proto-germanico *dulaz "confuso, scemo", "matto", che è implausibile sia giunta in Estonia con una consonante sorda iniziale. La forma basso tedesca, dol "scemo", è poi passata come prestito nel tedesco moderno (gergale): doll "forte, fermo". 
5) Essendo tanto grande la confusione, potremmo anche essere di fronte a un resto di un sostrato pre-uralico sconosciuto. 


Il Diavolo nella mitologia estone

Il demone mostruoso, con la pelle scarlatta e due o tre pupille rotanti in un occhio, è Vanapagan ("Vecchio Pagano"), noto anche con altri nomi simili: Vanatühi ("Vecchio Vuoto"), Vanakuri ("Vecchio cattivo"), Vanapoiss ("Vecchio Ragazzo"), Vanasarvik ("Vecchio con le corna"), Vanataat ("Vecchio Padre"). Sono tutti derivati del proto-finnico *vanha "vecchio, anziano".
In questo personaggio si nota la fusione dei tratti di stupidità grossolana, considerati deprecabili nella visione pre-cristiana degli Estoni, e la natura maligna del Diavolo cristiano. Grande è la ricchezza dei suoi attributi magici: stupisce in modo particolare un cappello fatto di unghie, che gli conferisce il dono dell'invisibilità. A tal punto è giunto il sincretismo folklorico, che non è più possibile scorporare con sicurezza ciò che è dovuto al Cristianesimo da ciò che deriva dalla precedente religione politeista. 
L'uso del termine pagan "pagano" è molto problematico e non fa quadrare bene le cose. Alcuni ritengono che sia giunto in Estonia dal mondo germanico. Tuttavia l'opinione prevalente è che sia un prestito giunto dalla Russia.  
Questo è un estratto del trattato Pagan, põrgu ja papp: Kolm kristlikku terminit ("Pagano, inferno e prete: tre termini cristiani"), di Tiit Rein-Viitso (2006):

"Sellest, et eesti keeles pagan ei tähenda roojast ja on mittekristlast tähistavana valdavalt neutraalne mõiste ning et muinasvene vastavate nimi- ja omadussõnade puhul ei võida tõestada tähendusi 'mittekristlane' või 'mitteortodoks' ning et muudes slaavi keeltes vastavatüvelisi selletähenduslikke nimisõnu ei ole teada, tuleneb järeldus, et pole alust arvata, et ristiusu valdkonda kuuluv nimisõna pagan oleks eesti keelde laenatud kindlasti muinasvene keelest. Sama võib öelda liivi ja soome sõna kohta." 

Traduzione: 

"Dal fatto che in estone 'pagano' non significa 'impuro' ed è un termine prevalentemente neutro che denota un non cristiano, e che i significati di 'non cristiano' o 'non ortodosso' non possono essere dimostrati nel caso dei corrispondenti sostantivi e aggettivi dell'antico russo, e che non sono noti sostantivi con il corrispondente significato radicale in altre lingue slave, ne consegue che non vi è motivo di credere che il sostantivo 'pagano', che appartiene al campo del Cristianesimo, sia stato sicuramente preso in prestito in estone dall'antico russo. Lo stesso si può dire delle parole livoni e finniche." 

Queste sono le stranezze antropologiche che si formano nelle zone di frontiera, dove mondi tra loro incompatibili vengono in contatto. 

La moglie del gigante buono

Il nome Piret non è nativo: corrisponde al finlandese Piritta, che a a sua volta è un prestito dallo svedese Birgitta (inglese Bridget, italiano Brigitta, Brigida) - in ultima analisi di origine celtica. Il nome è stato reso popolare nel Nord a causa del culto di Santa Brigida di Svezia (1303 - 1373).
Sinonimi: Berit, Birgit, Pirje
Nota: La presenza del nome Piret nel mito di Suur Tõll deporrebbe a favore di una datazione piuttosto tarda (XIV secolo). 


Gli invasori

Per gli Estoni, il Male è soltanto una cosa: l'Invasore. Nel corso della loro tormentata storia hanno dovuto affrontare, oltre ai Russi, ai Danesi e agli Svedesi, nemici ben più terribili: i Cavalieri Portaspada (dal 1202 al 1237), quindi i Cavalieri Teutonici (a partire dal 1237). Questi monaci-guerrieri erano un vero e proprio flagello. Probabilmente per ragioni superstiziose, il regista decise di non rappresentarli nelle loro vesti bianche con croci nere o rosse. Gli venne l'idea di sostituirle con mantelli e cappucci rossi, volendo simboleggiare il potere Sovietico. Avendo paura di rappresaglie da parte dei dirigenti del Partito Comunista, decise di usare un colore viola purpureo - in modo tale da evitare ogni allusione. Tuttavia, a causa di un difetto tecnico, il colore viola purpureo nelle sequenze si degradò e divenne un bel rosso marxista. Per fortuna la cosa non causò alcuna noia e l'animazione fu molto lodata. 
Datazione: 
Sappiamo dal mito che Suur Tõll demoliva le chiese (anche se questo non viene mostrato nel video). Siccome i Cavalieri Portaspada conquistarono la grande isola di Saaremaa nel 1216, dobbiamo collocare le imprese dell'eroico gigante in anni successivi a questo evento. Possiamo in questo modo arrivare alla conclusione che dopo che i Cavalieri Portaspada furono assorbiti nell'Ordine Teutonico di Livonia, nel 1237, Suur Tõll demolì le chiese costruite negli anni precedenti. 


Il potere maligno dei bulli

Il finale non riporta una parte importante del mito, forse per via del grande imbarazzo provato dal regista - dato che si tratta di una cosa poco edificante. Abbiamo visto che il gigante, decapitato, giura che risorgerà per aiutare il suo popolo in caso di guerra. Ecco, dopo molto tempo un gruppo di vilissimi bulli, giunto fino ai suoi resti, si mette a canzonarlo, chiedendogli di alzarsi perché è arrivata la guerra! Il gigante risorge, si accorge che non c'è nulla, quindi ritorna alla tomba giurando di non uscirne mai più. L'ispiratore della carognata bullesca può essere identificato senza sforzo: è Vanapagan.  

Il Regista: 
Rein Raamat è nato a Türi, nella Contea di Järva, in Estonia, nel 1931. È stato il primo animatore estone di successo internazionale; insieme a Elbert Tuganov è considerato il "padre dell'animazione estone". Ha diretto molti cortometraggi animati dall'inizio degli anni '70 e ha anche prodotto oltre 20 documentari. Si è laureato all'Istituto d'Arte Estone nel 1957 come pittore. Tra il 1957 e il 1971 ha lavorato come artista e regista di lungometraggi a Tallinn. Nel 1971 ha fondato il suo studio di animazione, Joonisfilm, una divisione dello studio Tallinnfilm, dove ha iniziato a realizzare le sue pellicole. Dal 1989 al 1995 è stato direttore artistico dello Studio B, da lui fondato, che impiegava circa 120 persone. Uno dei suoi film più importanti è senza dubbio Põrgu (Inferno), uscito nel 1983, basato sull'arte del collega estone Eduard Wiiralt degli anni '30. Nel 1998 ha collaborato con il giornalista Martti Soosaar alla produzione del documentario Enn Põldroosi härrasmeeste seltskond ("La compagnia di gentiluomini di Enn Põldroosi")

Curiosità

Il cognome del regista deriva dalla parola estone raamat, che significa "libro". È un antico prestito dall'antico slavo грамота (gramota), a sua volta dal greco γράμματα (grámmata) "lettere", "scrittura". In finlandese si trova raamattu "bibbia". La semplificazione dei gruppi consonantici iniziali spesso rende difficile riconoscere le parole d'importazione. Datazione del prestito: X-XIII secolo.

mercoledì 1 novembre 2023


NICETA DI DRAGOVITSA 
E IL CONCILIO CATARO 
DI
 ST. FÉLIX DE CARAMAN 

Anche se la cosa può stupire la maggior parte dei lettori, il Catarismo di Linguadoca è di provenienza settentrionale: le Chiese di Tolosa, Albi, Carcassonne e Agen si sono tutte originate a partire dalla predicazione dei Francigeni. Questo va rimarcato di continuo, perché persistono molti errori e fraintendimenti: il nazionalismo occitano ha la tendenza a ritenere il Catarismo una religione autoctona germogliata nei Pirenei senza influssi esterni e ad identificarlo in modo biunivoco con l'identità dell'Occitania. 

I Francigeni seguivano il Dualismo Moderato, come ci dimostra tra l'altro Radulfo di Coggeshall, che riporta in modo sintetico il mito cosmogonico dei Catari di Reims parlando di Luzabel (Lucibello) come di un angelo caduto dal Cielo. Dovevano esistere nella Champagne e in Renania anche Catari Radicali, come prova la denominazione Pubblicani o Popelicans, che viene direttamente da Pauliciani secondo la pronuncia bulgara - e i Pauliciani erano per l'appunto seguaci del Dualismo Assoluto. Essi dovevano tuttavia essere minoritari, perché a parte il nome non sono riuscito a trovare tracce concrete della loro presenza. In altre parole i Francigeni avevano l'Ordine di Bulgaria, che proveniva da Bogomili la cui cosmogonia considerava Satana creatore del mondo materiale ma al contempo creatura decaduta di Dio. 
Così la Chiesa di Linguadoca, che iniziò ad esistere verso il 1130, doveva avere anch'esse l'Ordo Bulgariae

In tale epoca il Catarismo Mitigato era maggioritario sia in Linguadoca che il Lombardia (ossia in Italia Settentrionale). A un certo punto però qualcosa accadde e mutò in modo profondo, durevole le cose. Intorno al 1167 dalla regione di Dragovitsa giunse in Occidente quello che potrebbe essere considerato la massima autorità religiosa per tutti i Catari, potremmo dire il "Papa" Cataro. All'epoca ad occupare questa carica era Niceta di Dragovitsa, detto anche Niceta di Costantinopoli. Il suo nome originale doveva suonare Nikita, come ci testimonia anche la forma occitana Popeniquinta (direttamente dal bulgaro Pop Nikita;
pop indica il sacerdote). Il suo viaggio pastorale era probabilmente motivato dalle notizie che erano giunte in Oriente sulla grande diffusione della Conoscenza del Bene in Lombardia e in Linguadoca. 

Diciamo innanzitutto che la locazione esatta di Dragovitsa è incerta. Il nome, scritto all'epoca Dragovitia, mostra un gran numero di varianti nei vari documenti che ci sono pervenuti: Drogometia, Drogunthia, Drugunthia, Drugonthia, Dragonthia. La maggior parte degli studiosi pensa che si tratti della città di Plovdiv, in Bulgaria, e della regione circostante, dove esiste tuttora un fiume chiamato Dragowitsa (sulle carte non l'ho trovato, ma è con ogni probabilità un affluente del fiume Maritsa). Plovdiv è quella che un tempo era nota come Filippopoli. Il suo nome attuale continua il trace Pulpudeva, ben attestato in fonti di epoca imperiale;
-deva nella lingua preromana della Tracia significava 'città'. 

Non mancano però le controversie. Alcuni autori collocano invece Drogometia nei pressi di Salonicco, in Grecia - cosa che a me appare poco probabile per questioni linguistiche. Qualcuno pensa anche a una collocazione in Bosnia, ma non si trovano dati convincenti che possano suffragare queste ipotesi alternative. Inoltre a favore dell'identificazione con Plovdiv sta il fatto che in quella regione, roccaforte dei Pauliciani, esistevano Catari Radicali ancora nel XVIII secolo. Una nobildonna inglese, Lady Wortley Montagu, incontrò alcuni Buoni Uomini in occasione di un suo viaggio nel 1717, e sono segnalati Credenti nel 1730, chiamati Paulini. 

Detto questo, Niceta visitò le comunità dualiste del suo tempo, consapevole della necessità di un'unità e di una coerenza da contrapporre allo strapotere della Chiesa di Bisanzio ad Oriente e della Chiesa di Roma ad Occidente. 

Una cosa va innanzitutto precisata. Tutti i Catari dell'epoca, anche quelli che seguivano il Dualismo Moderato, erano consapevoli che la vera Dottrina era quella Pauliciana, e che alla Chiesa di Dragovitsa bisognasse fare in ogni caso riferimento. In altre parole, c'era l'idea che qualcosa di importante si fosse perso, ossia l'autenticità della Dottrina, a causa del trascorrere del tempo e della natura erratica della diffusione del Catarismo. Quest'autenticità doveva essere ripristinata perché si potesse essere certi dell'efficacia del Consolamentum.

Accadde così che il Vescovo della Chiesa di Albi e i delegati di Tolosa, Albi, Carcassonne e Agen, si riunirono nel Concilio di St. Félix de Caraman nel 1167 e ascoltando la Dottrina esposta da Niceta riconobbero l'inadeguatezza e la non autenticità del proprio Sacramento. Si fecero così riconsolare assieme a tutti i membri delle loro gerarchie ecclesiastiche. Da quel momento, il Catarismo Radicale dell'Ordo Drugunthiae fu maggioritario in Linguadoca, con buona pace di quegli autori (putacaso tutti occitani) che sostengono l'irrilevanza di tale Ordine assimilando erroneamente la situazione della Linguadoca a quella della Lombardia. Al Concilio parteciparono anche il Vescovo dei Francigeni, Roberto di Espernon, e Marco di Lombardia, che era stato nominato Vescovo di tutti i Catari d'Italia.

L'opera di Niceta non si limitò però all'aspetto dottrinale, in quanto in occasione del Concilio furono istituiti i Vescovati di Tolosa, Carcassonne e Agen, e furono tracciati con precisione i confini delle rispettive diocesi. Il principio del Vescovo di Dragovitsa era quello della non interferenza. Egli fece grande impressione menzionando le Chiese di Oriente e affermando che esse agiscono in armonia e indipendenza, raccomandando ai Catari di Linguadoca di adottare lo stesso principio. Il suo discorso fu trascritto in un documento detto Carta di Niceta, di cui ci sono sopravvissute copie del XVII secolo.

Nelle regioni transalpine le dispute teologiche non ebbero alcuna rilevanza, e si ebbe quasi sempre unità di intenti tra i Catari di dottrina assoluta, maggioritari, e quelli di dottrina moderata, minoritari. Come vedremo, in Italia le cose andarono in modo molto diverso. 

Per maggiori dettagli sulla diffusione del Catarismo, rimando a due post: 

Dall'Oriente alla Francia 
Dalla Francia alla Linguadoca. 

giovedì 13 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: LOM 'POLMONE'

In romancio esiste la parola lom "polmone" (variante ortografica lomm), usata in surmirano, sursilvano e sottosilvano. I romanisti in genere la riconducono all'aggettivo quasi omofono lom "debole", engadinese lam, ricondotto generalmente al germanico: longobardo lam "fragole, debole", gotico ricostruito *lamjis "debole", "zoppo" (Gamillscheg, Meyer-Lübke et al.). Tuttavia ci sono anche alcuni significati secondari problematici, come "morbido", "acquoso", "pastoso", che vanificano l'etimologia germanica. Lüdtke ha allora tirato in ballo il vocabolo pre-latino lāma "terreno acquitrinoso", fin troppo spesso considerato "latino". Tipicamente, i romanisti si lasciano andare a simili elucubrazioni.   

Sul Wiktionary in inglese il vocabolo romancio lom è considerato un esito del latino pulmō "polmone", evolutosi direttamente dalla forma nominativa - mentre l'italiano continua l'accusativo pulmōne(m). Non sono stato in grado di identificare l'autore di questa etimologia. Il problema è la mancanza della consonante labiale iniziale, p-. Perché diamine dovrebbe essere scomparsa? Viene postulata una metatesi da pulmō a *plumō per cercare di spiegare lom, ma si noterà che in romancio pl- iniziale si conserva.

Così abbiamo i seguenti esiti in sursilvano:
1) plaun "piano", dal latino plānus
2) plein "pieno", dal latino plēnus
3) plum "piombo", dal latino plumbum

Gli esiti in surmirano sono i seguenti: 
1) plang "piano", dal latino plānus;
2) plagn "pieno", dal latino plēnus;
3) plom "piombo", dal latino plumbum

Gli esiti in sottosilvano sono i seguenti: 
1) plàn "piano", dal latino planus
2) plagn "pieno", dal latino plenus;  
3) plùn "piombo", dal latino plumbum.

Stanti questi dati, è sommamente improbabile che pulmō possa aver dato lom.

Ebbene, la scomparsa della consonante /p/ è un indicatore che depone fortemente a favore della celticità di una parola. Sono consapevole del fatto che nelle lingue celtiche note non è attestato un termine simile per indicare il polmone. Per quanto riguarda le lingue insulari, abbiamo a disposizione i seguenti dati: 

Medio irlandese: scaim "polmoni" (pl.)
   Irlandese moderno: scamhóg "polmone" 
Medio gallese: ysgeveint "polmone" 
   Gallese moderno: ysgyfaint "polmone"

Questi nomi del polmone derivano dal proto-celtico *skamos "leggero" (altri esiti: gallese ysgafn "leggero", bretone skañv "leggero", cornico skav "leggero"). 

Questa invece è la protoforma ricostruibile a partire dalla parola del romancio surmirano:

Proto-celtico: *loumū (< *ploumū) "polmone" 

In Gallia Transalpina e in Britannia il dittongo /ou/ aveva un suono chiuso e tendeva ad evolvere in /u:/. Non è però impossibile che nell'arco alpino ed altrove esistessero lingue celtiche in cui il suono era aperto: /ɔu/
La ricostruzione da me presentata sembra essere inedita: non ho trovato nessun cenno a studiosi che abbiano tentato qualcosa di simile. 

Proto-indoeuropeo: *pleumōn "polmone"
    Forma obliqua: *plumn-


Proto-ellenico: *pléumōn "polmone"
    Greco antico: πλεύμων (pléumōn), πνεύμων (pnéumōn)  
       "polmone" 
    Nota: 
    La forma πνεύμων è secondaria e influenzata da πνεῦμα
    (pneûma) "respiro".
Proto-italico: *plumō "polmone" 
    Latino: pulmō "polmone" (gen. pulmōnis
    Nota: 
    Deve essere una derivazione della forma obliqua indo-
    europea.
Proto-indoiranico: *klaumā "polmone" < *plaumā 
    Sanscrito: क्लोमा klomā "polmone destro", 
    क्लोमानौ klomānau "polmoni" (duale)
    क्लोमानः klomānaḥ "polmoni" (plurale)

Esiste anche una protoforma con un diverso suffisso: *pleutjom / *ploutjom "polmone", che dà origine a esiti nelle lingue baltiche e in quelle slave: 

Proto-balto-slavo: *pljáutja, *pláutja
   Lituano: plaũtis "polmone" (pl, plaũčiai)
   Lettone: plàušas "polmoni" (pl. plàuši)
   Antico prussiano: plauti "polmone"
   Proto-slavo: *pľūťé, *plūťé "polmone"

Si tratta di derivati della seguente radice verbale: 

Proto-indoeuropeo: *pleu- "nuotare"; "scorrere"; "correre" 

domenica 9 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: GIUTTA 'ORZO', 'TRITELLO D'ORZO'

In romancio esiste la parola giutta "orzo", "tritello d'orzo" (varianti: Sutsilvano giuta; Surmirano giotta; Puter, Vallader giuotta; glosse tedesche: Rollgerste, Graupen). La sua origine è chiaramente celtica. Questa è la protoforma ricostruibile:

Proto-celtico: *juttā "minestra", "zuppa" 

In triestino esiste una ben nota parola, jota, che significa "minestra", si trova anche in friulano e chiaramente è parente strettissima del vocabolo romancio. In Emilia (Parma, Reggio, Modena) dzota significa "brodaglia". Nel latino tardo delle Gallie è presente iutta, con la variante iotta "tipo di minestra o di porridge": si tratta di un evidente prestito dal gallico. La protoforma celtica ricostruibile a partire da questi dati è identica a quella ricostruita dal romancio: *juttā. Lievemente diversa è invece la protoforma ricostruibile a partire dalle lingue celtiche insulari: 

Proto-celtico: *jutos "porridge" 
   Antico irlandese: íth "porridge" (glossa latina: puls)
   Antico gallese: iot "porridge"
   Medio gallese: iwt, iwd "porridge"
   Medio bretone: iot "porridge" (glossa latina: puls)

Nella lingua locale del Poitou è presente la parola jut "brodo", senza dubbio una sopravvivenza del sostrato gallico.  

Riporto la ricostruzione della radice proto-indoeuropea con i discendenti nelle diverse lingue derivate. 

Proto-indoeuropeo: *jewH- "mescolare" (detto di preparazioni alimentari) 

Lituano: jaũti "versare sopra acqua calda"; 
    jõvalas "mangimi per suini", "cereali esausti" 
Lettone: jàut "incorporare l'impasto", "mescolare"; 
    javs "miscela di mangimi per animali"  

Con estensione in sibilante: 

Proto-indoeuropeo: *jéwHs "zuppa, brodo"; "prodotto fermentato, lievito" 
    Forma obliqua: *juwHs- 


  i) Proto-italico: *jous, *jūs- "succo", "brodo"
    Latino: iūs "succo", "brodo" (gen. iūris
       genere: neutro 
       derivati:
       iūrulentus "che contiene succo", "stufato", 
       iūsculum "minestra, zuppa"
Nota: 
La parola è un omofono di iūs "diritto, legge" (gen. iūris), con cui non ha nulla a che vedere. 
Esempi: 
iūs nigrum "brodo nero" (piatto tipico di Sparta),
  ii) Proto-ellenico: *jūsmā / *jōusmos
         "prodotto fermentato"
    Greco classico: ζύμη (zýmē) "lievito di birra", 
           ζωμός (zōmós) "brodo" 
Esempi: 
μέλας ζωμός (mélas zōmós) "brodo nero" (piatto tipico di Sparta). 
  iii) Proto-celtico: *jūskos / *juskos "lardo"; "zuppa" 
      Antico irlandese: úsc, úsca "lardo"
      Medio gallese: isgell "brodo"
  iv) Proto-germanico: *justaz "formaggio" 
   Norreno: ostr "formaggio" 
Nota: 
La radice non si è conservata in lingue germaniche al di fuori del norreno. Si nota che in epoca alquanto antica è stata presa a prestito dal finnico (juusto "formaggio") e dal Sami (vuasta "formaggio"). 
  v) Proto-balto-slavo: *jūˀšē "brodo, zuppa" 
     Lituano: jū́šė "zuppa di pesce"
     Antico prussiano: juse "brodo"
  vi) Proto-slavo: *juxá "brodo, zuppa" 
  vii) Proto-albanese: *jausna "brodo, zuppa" 
     Albanese: gjanë "brodo, zuppa" 
  viii) Proto-indoiranico: *juHs*juHsás "zuppa"
   Sanscrito: यूस् yūs "zuppa, brodo"; 
        यूष yūṣa "zuppa", "acqua di bollutura di legumi" 
   Persiano (moderno): جوش -jūš "zuppa" (solo in composti) 

Ranko Matasović è scettico su questa connessione: afferma che il celtico *juttā / *jutos non mostra traccia della laringale del protoindoeuropeo e giunge alla conclusione che si tratti di un antico prestito da qualche lingua non indoeuropea. 


venerdì 7 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: DUMIA 'ORZO' - E IL VALTELLINESE DUMEGA

In romancio surmirano esiste la parola dumia "orzo". L'accento è sulla vocale -i-: dumìa. Giovan Battista Pellegrini riporta la variante dumiec, attestata in surmirano e in soprasilvano, in cui l'accento cade sulla vocale -e-. Chiarissima è la somiglianza con il vocabolo duméga "orzo decorticato", che si trova in Valtellina e a Poschiavo.  

Informazioni interessanti sono riportate da Remo Bracchi nel suo articolo Doméga l'umile orzo dei monti, pubblicato sulla rivista Orbis, numero 37, pagg. 113-127 (1994)


Questo è l'abstract

"Nel Vocabolario dei dialetti della città e diocesi di Como dell'abate Pietro Monti, pubblicato a Milano nel 1845, incontriamo il termine domèga (p. 69), con rimando alla forma omèga (p. 164), che dunque è ritenuta dall'autore quella principale. Nello stesso lemma viene segnalata contemporaneamente la variante omìga. L'abate specifica che la voce, rimanendo all'interno dell'antica diocesi di Como, è soltanto valtellinese, e aggiunge altre notizie utili alla ricostruzione del quadro culturale. «Specie d'orzo coltivato molto in Valtellina; vi udii così chiamare anche l'orzo coltivato distico, o scandella. Brillato con certa macchina mossa dall'acqua [valt. la pila de la duméga], si cuoce in minestra». A tale minestra a Bormio si dà il nome di menešstra de mak. Il Monti riporta il bormino mak (mach) nell'accezione di «orzo ammaccato, brillato», suggerendo così la propria etimologia, e di «minestra d'orzo». La giunzione domèga de mach, non localizzata con esattezza nella valle dell'Adda, vale «orzo da minestra» (Monti 1845: 131)." 

Questa è la glossa fornita dal Monti (V.T. = Valtellina): 

OMÈGA, OMÌGA. V.T.  Specie d'orzo coltivato molto in V.T.; vi udii così chiamare anche l'orzo distico, o Scandella. Brillato con certa macchina mossa dall'acqua, si cuoce in minestra. 

Note:
- Il vocabolo doméga (duméga, varianti oméga, omìga) ha la vocale /e/ chiusa, quindi dovrebbe essere trascritto con é (con l'accento acuto). L'uso di è (con l'accento grave) non è quindi corretto, pur essendo molto comune. 
- Le varianti senza la consonante iniziale sono dovute a un fenomeno di dissimilazione: così pan de doméga è diventato pan de oméga per evitare il susseguirsi di due /d/
- Si nota che esistono attestazioni locali di significati diversi, come "avena" e "segale".

L'origine del vocabolo in questione è celtica. Questa è la protoforma ricostruibile:   

Proto-celtico: *(g)domijewā "orzo umile", "orzo di terra", 
   da *(g)dom- "terra, suolo" e *jewā "cereale"  

Il professor Guido Borghi, a cui si deve l'etimologia, utilizza la tipica grafia *[g]dŏmi̯ĕu̯ā

i) Primo membro del composto: 

Proto-indoeuropeo: *dhég'hōm "terra" 


Proto-celtico: *gdū "terra", "luogo" (gen. *gdonos
  Antico irlandese: "luogo" (gen. don)
Proto-celtico: *gdonijos "essere umano", "persona"
   Antico irlandese: duine "essere umano", "persona" 
   Medio gallese: dyn "essere umano", "persona"
   Gallico: -XTONION "degli esseri umani" (gen. pl.)
Proto-italico: *homos "terra", "suolo" 
   Latino: humus "terra" 
   Sabino: fuma "terra" 
Proto-italico: *homelis "basso", "vicino al suolo" 
   Latino: humilis "basso", "umile", "insignificante" 
Proto-italico: *hemō "essere umano", "uomo" 
   Latino: homō "essere umano", "uomo" (gen. hominis
Proto-ellenico: *khthṓn "terra", "suolo"
   Greco antico: χθών (khthṓn) "terra", "suolo" 
Proto-ellenico: *khamái "sulla terra", "al suolo" 
   Greco antico: χαμαί (khamaí) "sulla terra", "al suolo" 
Proto-ellenico: *khthamalós "basso", "vicino al suolo" 
   Greco antico: χθαμαλός (khthamalós) "basso",
       "vicino al suolo", "strisciante" 
Proto-frigio: dzemelos "essere umano" 
   Frigio: ζεμελως  (zemelōs) "agli esseri umani" (dat. pl.)
Proto-albanese: *dzō "terra", "suolo" 
   Albanese: dhe "terra" 
Proto-albanese: *dzōmjā "creatura della terra" 
   Albanese: dhemje "bruco", "cagnotto", "larva" 
Proto-balto-slavo: *źémē, *źémijā "terra" 
    Lituano: žẽmė "terra" 
    Lettone: zeme "terra"
    Proto-slavo: *zemlja "terra" 
Proto-balto-slavo: *źmijā́ˀ "serpente" 
    Proto-slavo: *zmьja "serpente", "drago" 
Proto-indoiranico: *ḍẓʰā́s "terra", "suolo" 
       (< *dhg'hms
   Sanscrito: kṣāḥ "terra", "suolo", 
       genitivo jmaḥ, gmaḥ, kṣmaḥ
       kṣamya- "terrestre" 
   Avestico: zā̊ "terra", "suolo", 
       genitivo zəmō  
Proto-tocario: *tken "terra", "suolo" 
   Tocario A: tkaṃ "terra", "suolo"
   Tocario B: keṃ "terra", "suolo"

ii) Secondo membro del composto: 

Proto-indoeuropeo: *jewos (< *jewh1-) "cereale", "chicco"; "orzo", "spelta" 


Proto-celtico: *jewornijū "orzo"  
   Medio irlandese: eórna "orzo" (genitivo eornan)
Proto-indoiranico: *jáwas "orzo" 
   Sanscrito: यव  yava "orzo"
   Avestico: yauua "orzo" 
   Persiano moderno: جو  jow "orzo"; "segale"
Proto-ellenico: *jewjā "tipo di cereale"
   Greco omerico: ζειᾱ́ (zeiā́) "piccolo farro"; "spelta" 
Proto-balto-slavo: *jawas "cereale", "chicco" 
   Lituano:
jãvas "tipo di cereale"; javaĩ "cereali" 
   Proto-slavo: *jevinъ "granaio" 
Proto-tocario: yap "miglio" 
   Tocario B: yap "miglio" 

Un'ipotesi implausibile 

Il professor Guido Borghi riporta anche una ricostruzione del tutto diversa da quella vista, in cui duméga è ricondotto a *du̯ō-moi-kā, tradotto con "bi-linea", "a due linee", con allusione a una certa caratteristica morfologica del cereale (dalle radici indoeuropee *dwoh1- "due" e *mei- "rafforzare", "legare"). La proposta si deve a Norbert Jokl (1946), il padre dell'albanologia, che considerava il vocabolo di origine illirica (all'epoca imperversava l'illiromania). L'etimologia sembra nata dalla contorsione mentale di un moderno tassonomo ed è a mio avviso priva di qualsiasi attendibilità.