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mercoledì 11 dicembre 2024


MANGIATI VIVI!

Titolo originale: Mangiati vivi!
Titolo in inglese: Eaten Alive!
Lingua originale: Italiano, singalese
Paese di produzione: Italia
Anno: 1980
Durata: 95 min
Genere: Avventura, orrore, erotico
Sottogenere: Cannibalesco
Regia: Umberto Lenzi
Soggetto: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi
Produttore: Mino Loy, Luciano Martino
Casa di produzione: Dana Film
Distribuzione in italiano: Medusa Distribuzione
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Eugenio Alabiso
Effetti speciali: Paolo Ricci
Musiche: Budy, Fiamma Maglione
Scenografia: Massimo Antonello Geleng
Costumi: Massimo Antonello Geleng
Trucco: Raul Ranieri
Interpreti e personaggi:
    Janet Agren: Sheila Morris
    Paola Senatore: Diana Morris
    Robert Kerman: Mark Butker
    Ivan Rassimov: Reverendo Melvyn Jonas
    Me Me Lay: Mownara
    Fiamma Maglione: Alma
    Franco Fantasia: Reeves
    Mel Ferrer: Professor Carter
    Michele Schmiegelm: Ragazza nativa
    Gianfranco Coduti: Karan
    Alfred Joseph Berry
Doppiatori italiani:
    Vittoria Febbi: Sheila Morris
    Maria Pia Di Meo: Diana Morris
    Michele Gammino: Mark Butker
    Pino Locchi: Professor Carter
    Sergio Fiorentini
    Gianni Marzocchi
    Luciano De Ambrosis
    Isabella Pasanisi
    Mario Milita 
Titoli in altre lingue:
   Tedesco: Lebendig gefressen 
   Francese: La Secte des cannibales 
   Russo: Съеденные заживо 
   Polacco: Zjedzeni żywcem 
   Emiliano-Romagnolo: Magnâ viv!
Location: 
   Sri Lanka, 
   New York City,
   Niagara Falls, New York


Trama: 
New York, 1980. La città è colpita da una serie di omicidi commessi con dardi intinti in veleno di cobra da un individuo che sembra un indio amazzonico: ha una fisionomia tipica, i capelli corvini tagliati a caschetto e usa una cerbottana. In seguito a un incidente stradale nel quale l'assassino ha perso la vita, la polizia locale gli rinviene addosso un rullino fotografico a colori che mostra sequenze di un "bestiale rito indigeno", a cui partecipa Diana Morris, una ricchissima donna di cui si erano perse da tempo le tracce; così viene convocata sua sorella, la biondiccia Sheila, affinché esamini il materiale, nella speranza di ottenere un indizio. 
Sheila stessa, preoccupata per la sorte della sorella di cui non ha notizie da tempo, parte in segreto alla sua ricerca. L'analisi del video sembra condurre a una comunità religiosa fanatica di New York, la "Setta della Purificazione", capeggiata da un temibile guru, il Reverendo Melvyn Jonas, che ha fondato un villaggio nel cuore della giungla della Papuasia. Queste cose sono avvenute dopo che Jonas aveva convinto l'intera setta a rifugiarsi in quel luogo impervio e selvoso per rigettare la corrotta civiltà occidentale e tornare alle origini naturalistiche della specie umana, senza curarsi dei pericoli rappresentati dall'ambiente ostile e dalle tribù di cavernicoli cannibali. 
Arrivata a Merauke, Sheila ingaggia Mark Butker come guida mercenaria nella giungla; si tratta di un disertore fuggito dal Vietnam, che ha trovato rifugio proprio in quel luogo in culo al mondo. Dopo essere scampati a mille pericoli, i due finalmente raggiungono il Villaggio della Purificazione, dove trovano Diana Morris, tenuta prigioniera contro la sua volontà. Purtroppo, per i protagonisti i pericoli sono solo all'inizio: emerge infatti che il guru Jonas droga gli adepti con una pozione narcotica, si abbandona alle peggiori pratiche sadiche e manipolatorie, infliggendo alle vittime umiliazioni sessuali di ogni specie. Una donna rimasta vedova viene sottoposta a uno stupro di gruppo. Con ogni mezzo possibile il santone si oppone alla partenza dei nuovi arrivati, arrivando a violentare Sheila con un gigantesco fallo finto lubrificato con sangue di serpente.
Nel frattempo, da New York arrivano dei soccorsi in elicottero; alla loro vista, Jonas costringe l'intera setta a compiere un suicidio di massa. Con implacabile ferocia condanna un povero vecio trovato in stato di ubriachezza a morire abbandonato nella foresta. Diana fugge ma viene raggiunta dall'aguzzino al servizio del guru, Karan, che la mette a pecora e la sodomizza brutalmente. Le infila il glande durissimo tra le emorroidi, rompendole l'intestino, stantuffando e scaricandole lo sperma in mezzo agli escrementi! Proprio durante il culmine, viene ucciso e decapitato dai cavernicoli cannibali, che smembrano lentamente Diana e la mangiano viva! Tra suicidi, omicidi efferati e reiterati episodi di cannibalismo, solo Mark e Sheila riescono a fuggire e in condizioni disperate vengono prelevati da un elicottero. Dopo il caos delle difficilissime operazioni di salvataggio, si rendono conto che il perfido Jonas è riuscito a far perdere le proprie tracce: il suo corpo non viene trovato. 
Finisce tutto in merda. Sheila Morris, che per un certo periodo aveva goduto di una buona agiatezza economica, scopre di essere ridotta in miseria perché, prima di partire, sua sorella ha donato a Jonas l'intero patrimonio familiare. Non le resta che attaccarsi al cazzone di Mark!


Recensione:
In questa pellicola splatter, Lenzi ha realizzato un vero e proprio pastiche visivo e narrativo, mescolando riprese effettuate sul campo con una quantità enorme di materiale di repertorio (stock footage) recuperato da documentari, da altri film di genere e persino dai suoi stessi lavori precedenti - in particolare da Il paese del sesso selvaggio (1972) e La montagna del dio cannibale (1978). Questo metodo di montaggio di risulta ha generato una confusione geografica, faunistica ed etnografica immensa, unica nel suo genere. Pur essendo l'azione teoricamente ambientata nelle giungle della Papua Nuova Guinea, lo schermo vede alternarsi rettili e mammiferi provenienti indistintamente da Amazzonia, Africa e Asia. Nello stesso ecosistema narrativo convivono anaconda, tigri, coccodrilli, iguane verdi, pappagalli ara, varani e scimmie neotropicali. La comparsa dell'indio amazzonico - o di figure chiaramente riconducibili alle popolazioni indigene del bacino del Rio delle Amazzoni, con dipinti corporali e acconciature tipiche dei Tupi-Guarani o degli Yanomami, inserite nel contesto delle tribù papuane o asiatiche - deriva proprio dall'uso indisciplinato di spezzoni girati in location e con figuranti di differenti produzioni. 
Per Lenzi era una necessità produttiva ed economica. Occorreva ridurre i costi di set. Girare sequenze di caccia o di attacchi di animali selvatici sul posto richiedeva tempi lunghi e costi proibitivi. L'acquisto di rulli di stock footage permetteva di arricchire il film di scene esotiche e violente a una frazione del costo. Il pubblico dei cinema d'essai o delle sale di seconda visione dell'epoca cercava la sensazione e il ritmo, non la precisione documentaristica. Se una scena con un anaconda o un alligatore aumentava la tensione, Lenzi non si poneva il problema che un particolare rettile si trovasse a diecimila chilometri dal suo habitat naturale. Mangiati vivi! rappresenta il punto di arrivo di quel pragmatismo artigianale in cui la coerenza geografica viene completamente sacrificata sull'altare del montaggio e del sensazionalismo visivo.

La cerbottana in Papuasia!

L'uso della cerbottana in Papuasia è un altro perla di "geografia fantastica" del marasma etno-tecnologico lenziano! Possiamo dire per certo che la cerbottana è un'arma da caccia e da combattimento tipica di due macroaree principali:

1) L'America tropicale (Amazzonia e Orinoco): usata con freccette avvelenate dal curaro da svariate popolazioni indigene. Il curaro è un estratto di specie vegetali come Strychnos toxifera.
2) Il Sud-est asiatico insulare e continentale (Insulindia): in particolare tra i Dayak del Borneo, gli Orang Asli della Malesia, alcune popolazioni di Sulawesi (Celebes) e alcune popolazioni delle Filippine, dove è nota come sumpitan o sumpit. In antico giavanese la cerbottana era chiamata tulup. Il veleno utilizzato nell'intera macroarea è il succo della specie vegetale Antiaris toxicaria, chiamato upas.

La cerbottana si trova anche in aree dell'America Centrale e Settentrionale, ad esempio tra i Maya e tra i Cherokee. È conosciuta anche in Giappone, dove è chiamata fukiya (吹き矢); i dardi sono sono chiamati fukibari (含針) ed erano  storicamente utilizzati dai Ninja. Entrambi i termini provengono dal verbo fuku (吹く) "soffiare". Il veleno utilizzato era un estratto di aconito giapponese (nome scientifico: Aconitum japonicum) o di pesce palla (il celeberrimo fugu, nome scientifico: Takifugu rubripes). In Corea la cerbottana è chiamata baramchong (바람총).
In nessun caso si utilizza o si è utilizzato veleno di serpenti. Per dimostrare che l'idea di Lenzi è assurda bastano poche considerazioni. La dose letale di veleno di cobra per un essere umano adulto è compresa tra 10 e 15 milligrammi, pari a circa il 10% della quantità iniettata in un tipico morso; l'esito fatale si verifica solitamente nel giro di 30-45 minuti. La quantità di veleno che può essere trasportata sulla punta di un dardo per cerbottana è insufficiente a raggiungere una dose letale: pertanto, l'istantaneo decesso rappresentato nell'opera risulta scientificamente inesatto.

Nel cinema lenziano la cerbottana diventa l'espediente narrativo per eccellenza, per una serie di motivi eminentemente pragmatici. L'attacco "invisibile" e silenzioso dalla macchia è molto conveniente. Un dardo che colpisce il collo del malcapitato (spesso con l'immancabile effetto sonoro zwt!) è molto più economico e facile da realizzare sul set rispetto al coordinamento di una tiro d'arco o al lancio di una lancia. Avendo a disposizione metri di pellicola recuperati da documentari o da precedenti produzioni ambientate in Amazzonia o in Malesia, dove compaiono cacciatori con cerbottane reali, Lenzi e il montatore costruivano l'inquadratura del cacciatore che soffia nel tubo seguita dall'attore a Roma o in Sri Lanka che si afferra la gola dolorante. Inoltre il dardo avvelenato permette di paralizzare o uccidere istantaneamente la vittima senza macchiare troppo l'abito o senza dover girare complesse scene di lotta corpo a corpo, accelerando la progressione drammatica della scena.
Si forma così l'equivalenza da B-movie: Giungla + Indigeni = Cerbottana, a prescindere dal fatto che ci si trovi sul Sepik, sull'Orinoco o nel bacino del Congo.


I cavernicoli cannibali sembrano Denisovani puri!

Nelle scene grottesche di cannibalismo, Lenzi passa dal registro dell'esotismo d'avventura a una vera e propria regressione paleoantropologica: non più semplici popolazioni tribali o indigene adattate alla giungla, ma figure che sembrano riemerse direttamente dal Pleistocene medio, con tratti che richiamano la cinematografia sui primi ominidi, sulla scia di La guerra del fuoco (La Guerre du feu, Jean Jacques Annaud, 1981) e di altri classici escrementi di celluloide con gli uomini delle caverne. 
La regressione fossilifera mostrata da Lenzi è spaventosa! Nello stesso spazio geografico convivono villaggi con capanne strutturate, cacciatori dotati di cerbottane e di pitture corporali in stile amazzonico, gruppi di cavernicoli ricoperti di fango, dagli sguardi persi e dalla postura scimmiesca, che abitano in anfratti rocciosi come se l'evoluzione si fosse fermata a mezzo milione di anni fa. 
Per rendere il senso di "arretratezza estrema", il trucco di scena applicato alle comparse (spesso erano burini reclutati sul posto o a Cinecittà) esaspera le arcate sopraccigliari, il prognatismo e la sporcizia cutanea, trasformandoli in veri e propri fossili viventi che ricordano addirittura le ricostruzioni popolari del Pithecanthropus da rotocalco scientifico anni '70, decisamente più arcaiche dei Denisovani!
L'accumulo di cliché primitivisti è opprimente. Il cannibale lenziano deve comunicare ferinità immediata. Venuta meno ogni pretesa di documentarismo etnografico, il primitivo diventa una macchietta visiva: urla inarticolate, consumo di carne cruda direttamente dalle viscere ed assenza totale di qualsiasi struttura sociale o linguistica complessa.
Le scelte del regista erano dettate dall'intenzione di soddisfare il voyeurismo dello shock: Un indigeno "civilizzato", un semplice cacciatore-raccoglitore o un orticoltore rudimentale della giungla non faceva abbastanza paura. Il cavernicolo informe e de-umanizzato incarnava invece la minaccia assoluta, priva di ragione, demoniaca e guidata dal solo istinto sadico-predatorio.
Era assolutamente necessario costruire un'escalation di degrado: nel percorso dei protagonisti all'interno della giungla, l'incontro con figure via via più involute e ferali serviva a simboleggiare la discesa agli Inferi e il progressivo allontanamento dalla civiltà moderna.
Il risultato finale è quell'inconfondibile marchio di fabbrica del cinema-spazzatura italiano: un frullato fecale in cui la paleoantropologia da fumetto, il pastiche geografico e lo snuff simulato convivono nello stesso metro di pellicola.

Una recitazione isterico-esistenziale

Verso la fine vediamo una provatissima Janet Agren, emaciata e sconvolta, che fa un discorso delirante: afferma che la civiltà è un lusso per pochi, una minuscola isola circondata da vastità immense infestate da cannibali cavernicoli! Quel monologo finale di Sheila rappresenta il tentativo - del tutto sproporzionato rispetto al materiale narrativo visto fino a quel momento - di dare una giustificazione morale, esistenziale e perfino sociologica a novanta minuti di squartamenti, cavernicoli fuori contesto e stock footage montati alla rinfusa.
Dopo essere sopravvissuta a torture, cannibalismo e al fanatismo religioso della setta di Jonas, la donna biondiccia non trae una semplice conclusione razionale, ma erompe in una visione pessimistica e quasi hobbesiana della condizione umana. La civiltà moderna non sarebbe uno stato consolidato: la sua sottilissima pellicola, sommersa da un oceano di barbarie atavica, permette a Lenzi di "nobilitare" a posteriori il voyeurismo dell'opera. Subentra l'effetto "giustificazione d'autore": negli anni '70 e '80, il cinema cannibal italiano veniva sistematicamente accusato dalla censura e dalla critica di essere reazionario, razzista e puramente denigratorio nei confronti delle popolazioni del Terzo Mondo. Inserire sul finale una battuta ad alto tasso di pessimismo antropologico faceva sì che i produttori e il regista rivendicassero una presunta "critica alla modernità" o una riflessione sulla fragilità delle istituzioni umane. 

Dove sono tutte queste caverne? 

Pochi riflettono su un dato di fatto incontrovertibile. Le caverne sono formazioni rare, eppure la gente era convinta che fossero dovunque. Lo dava per scontato! Per il pubblico dei cinema di seconda e terza visione, cresciuto a pane e peplum, cinecomics d'avventura e Tarzan, la caverna era una sorta di "sticker ambientale" universale: un modulo scenografico onnipresente che poteva essere inserito in qualsiasi latitudine senza che nessuno battesse ciglio. Non importava se ci si trovasse nella giungla amazzonica, nel Borneo o sulle rive di un fiume della Papuasia: per l'immaginario popolare dell'epoca, appena la trama richiedeva una svolta tenebrosa o un covo di selvaggi, la giungla doveva necessariamente aprirsi su un antro roccioso e umido. 
Nel cinema di Lenzi e dei suoi contemporanei - basti pensare a Ruggero Deodato e a Joe D'Amato - la caverna rispondeva a una logica puramente simbolica, svincolata da qualsiasi realtà geomorfologica. Era innanzitutto un rifugio archetipico. La caverna è il luogo della regressione per eccellenza, la tana primordiale dove l'uomo moderno perde le sue difese e incontra la versione più atavica e feroce del predatore. Per gli spettatori, veder sbucare dei cavernicoli impastati di fango da una grotta rocciosa in mezzo a una foresta equatoriale non strideva affatto, perché la grotta rappresentava visivamente l'inconscio, l'antro oscuro della Terra.
Inoltre, era innegabile la comodità delle location laziali. C'era un fattore logistico cogente. Molti di questi film trash venivano girati in estrema economia tra le cave della campagna romana, ad esempio le zone di tufo nei dintorni di Roma o il parco di Veio, dove scogli, anfratti e grotte naturali offrivano un set a costo zero che poteva passare indifferentemente per la Malesia, l'Amazzonia o il centro della Terra.
Lo spettatore medio accettava questo patto narrativo con totale naturalezza: la grotta era il connettore obbligato tra la civiltà e l'orrore allo stato puro, un buco nero nella roccia dove le leggi della geografia semplicemente smettevano di esistere.


Jonas, Jones e il Tempio del Popolo

La pellicola di Lenzi è stato il secondo adattamento della tragica vicenda di James "Jim" Warren Jones (1931 - 1978), il predicatore e criminale statunitense responsabile del suicidio rituale di massa di circa 900 adepti del Tempio del Popolo in Guyana. Mangiati vivi! è uscito il 20 marzo 1980, a soltanto un anno e mezzo dall'ecatombe. Il primo adattamento in assoluto è stato invece Il massacro della Guyana (Guyana: Crime of the Century, 1979), diretto dal messicano René Cardona Jr., che è uscito soltanto sei mesi prima di Mangiati vivi!, il 20 settembre 1979. Un terzo adattamento è stato La tragedia della Guyana (Guyana Tragedy: The Story of Jim Jones, 1980), diretto da William A. Graham. La data di uscita è stata il 15 aprile 1980, pochissimo tempo dopo il film di Lenzi.

Jonas e l'alcol

Non è un caso se il guru Jonas impone ai suoi adepti-succubi il divieto assoluto dell'uso di qualsiasi bevanda alcolica. Chi beve alcol è intelligente e ribelle. Odia qualsiasi rompicoglioni che pretende di dettargli legge imponendo assurdità moralistiche. Odia soprattutto la causa prima dell'Esistenza, quello che le genti chiamano "Dio": ogni volta che l'alcolemia è sufficientemente alta, partono le bestemmie, perché il cervello si viene a trovare in un fastidioso stato di infiammazione - così si risale all'origine della catena di tutte le sofferenze. La conclusione logica è immediata: la causa di ogni male è dell'Artefice di tutte le cose visibili. I guru, che sono più nocivi dei bacilli del colera, vogliono schiavi molto meno intelligenti degli escrementi dei polli: impongono così che siano lobotomizzati da una serie infinita di regole. Se qualcuno osa criticare, allora non va più bene. Dobbiamo innalzare il bicchiere ricolmo, ché il liquore inebriante è l'antidoto che permette di lottare contro simili impostori pestilenziali! Come diceva Carducci: "Vino e ferro vogl'io, com'a begl'anni Alceo chiedea nel cantico immortal: il ferro per uccidere i tiranni, il vin per festeggiarne il funeral!" 


Natura della cosiddetta "ambra sacra"

La bevanda obnubilante somministrata dal guru Jonas agli adepti e chiamata "ambra sacra" è con ogni probabilità la kava (nome scientifico: Piper methysticum), che ha un'azione sedativa e ansiolitica per certi aspetti simile a quella delle benzodiazepine. 
In questo caso si ha una notevole coerenza geografica. Sebbene il film sia stato girato in Sri Lanka, la storia è ambientata esplicitamente nella giungla della Nuova Guinea. La kava è una pianta originaria proprio delle isole del Pacifico occidentale e della Melanesia (inclusa la Nuova Guinea), dove viene tradizionalmente consumata come bevanda cerimoniale, sedativa e rilassante. Preparata in forti concentrazioni (molto più elevate rispetto ai blandi infusi commerciali), la kava tradizionale provoca intorpidimento della bocca, profondo rilassamento muscolare, letargia e una forma di distacco ipnotico. Per un leader manipolatore come Jonas, una pianta del genere sarebbe lo strumento perfetto per indurre una docile passività nei seguaci, annullandone la volontà senza spegnerne del tutto le funzioni motorie.
Il vero leader settario Jim Jones, su cui Lenzi ha basato il personaggio, utilizzò metodi molto meno esotici e decisamente più chimici per rimbambire la sua setta. Jones importava legalmente enormi quantità di potenti farmaci psichiatrici. Gli adepti considerati ribelli o ansiosi venivano sedati a forza con un mix di clorpromazina (Thorazine, un potente antipsicotico), idrato di cloralio (un sedativo ipnotico) e massicce dosi di valium (diazepam), una benzodiazepina. 

Il veleno di cobra non può essere
un mezzo di
Endlösung

Nel film di Lenzi, quando Jonas decreta il suicidio di massa, fa bere agli adepti la sua ambra sacra "corretta" con veleno di cobra. Nella realtà di Jonestown, il tristemente noto "Flavor Aid" (una bevanda liofilizzata al gusto di frutta) venne corretto con un cocktail letale di cianuro di potassio e di valium. Dal punto di vista medico, il veleno di cobra non uccide per ingestione. I succhi gastrici e gli enzimi digestivi  sono in grado di digerirlo e di scomporlo in semplici aminoacidi innocui, esattamente come farebbero con una bistecca o un frullato proteico. Il veleno potrebbe essere potenzialmente letale solo in caso di presenza di lesioni aperte lungo il tratto digerente dalla bocca allo stomaco, nel qual caso entrerebbe nel flusso ematico. Pensare che un'intera setta muoia in modo simultaneo per ingestione di veleno di cobra è clinicamente impossibile. 
I cobra (genere Naja o Ophiophagus) non sono autoctoni della Nuova Guinea. La fauna dell'isola è dominata da elapidi differenti, come il Taipan (genere Oxyuranus) o il serpente nero della Papuasia (nome scientifico Pseudechis papuanus). Lenzi fa portare il veleno direttamente da New York all'inizio del film, ma l'idea che un guru possa mungere abbastanza veleno di cobra nella giungla melanesiana per sterminare decine di persone appartiene alla pura fantasia del cinema di genere. 


Alcuni errori

Quando Karan viene decapitato dai cannibali, si può vedere la sua testa muoversi sul terreno, rivelando che l'uomo è semplicemente sepolto nella sabbia, facendo sporgere il capo. 

Dopo che Diana, già sodomizzata da Karan, è stata smembrata e divorata dai cannibali, tra i primi piani che inquadrano  i bruti mentre masticano, sul cadavere compaiono degli slip dai colori psichedelici, i quali, dopo due inquadrature, spariscono nuovamente nel campo lungo finale. Senza alcuna ragione apparente! 

Quando Mark uccide un cannibale dopo averlo osservato mentre mangia all'interno della sua grotta, fuori è buio; tuttavia, una volta che Mark scappa, è miracolosamente tornato il giorno. Ciò è dovuto al fatto che la scena della castrazione è stata inserita nel film in fase di montaggio.

Sheila arriva in Nuova Guinea con un volo della Pakistan International Airlines. Il Pakistan si trova a migliaia di chilometri dalla Nuova Guinea e non ha mai avuto collegamenti aerei verso quella destinazione. Anche i membri del personale di terra e il pilota che la aiutano a incontrare Mark sono pakistani.

Curiosità varie

Nel film sono state inserite alcune sequenze tratte da Il paese del sesso selvaggio (1972), tra cui l'uccisione di un coccodrillo con un coltellino e il cannibalismo ai danni di una donna. È stato inoltre integrata da Ultimo mondo cannibale (1977) la sequenza della morte cruenta di una donna interpretata da Me Me Lai. Sono stati riutilizzati anche frammenti tratti da La montagna del dio cannibale (1978): una scena di castrazione, l'immagine di un serpente che divora una scimmia e la sequenza in cui un uomo viene trascinato in acqua da un coccodrillo. 

A distanza di anni dalla produzione, Umberto Lenzi ha dichiarato che, se avesse saputo che Robert Kerman aveva lavorato come attore di film pornografici, non lo avrebbe scritturato. Per una coincidenza, anche Jake Teague, che interpreta Logan e appare al fianco di Robert Kerman, ha lavorato come attore di film per adulti. Robert Kerman è stato scelto per il ruolo di Mark Butler senza un provino formale.  

Il mefistofelico Ivan Rassimov, che ha interpretato Jonas, in tutto ha ucciso solo un serpente: si trattò dell'unica morte animale reale filmata appositamente per la produzione. Tutte le altre morti di animali reali provenivano da materiale di repertorio, girato in precedenza per Il paese del sesso selvaggio (1972), Ultimo mondo cannibale (1977) e La montagna del dio cannibale (1978). Il continuo riciclaggio di sequenze era una pratica comunissima.


La bellissima Paola Senatore 

Paola Elvira Senatore (1949 - vivente) nacque a Roma da genitori calabresi. Ebbe una rigida educazione religiosa dalle suore. A vent'anni, emancipatasi da quel contesto, ha intrapreso la carriera di attrice. Negli anni '70 e '80 ha interpretato numerosi film di genere, che le hanno dato una certa notorietà. In particolar modo si è impegnata nel filone della commedia sexy all'italiana, pur ricoprendo raramente il ruolo di protagonista. In seguito ha interpretato il conturbante ruolo di Carlotta Raininger nella cosiddetta trilogia di Bruno Gaburro, costituita dai film erotici Malombra (1984), Maladonna (1984) e Penombra (1986). Si è quindi inoltrata nel territorio della pornografia, con Non stop sempre buio in sala (1985), diretto da Arduino Sacco, in cui l'attrice era impegnata soprattutto in intense scene di fellatio. Solo raramente si faceva penetrare nella vagina. Negli anni '80 i pompini rappresentavano la principale fantasia degli uomini italiani, proprio perché era piuttosto difficile la loro realizzazione pratica: moltissime donne a quell'epoca si rifiutavano di prenderlo in bocca. Benefattrici come la Senatore offrivano una piacevole valvola di sfogo. Il pubblico ignorava la realtà e la solidità del Teorema di Diogene. Un bel piatto di ravioli vale molto di più di un pompino. La dimostrazione è semplice. Se un uomo si gratta i genitali fino a eiaculare, si soddisfa e gli passa la voglia di farsi fare un pompino. Se invece ha voglia di mangiare e si gratta la pancia, la fame non gli passa! 

mercoledì 18 settembre 2024

CORBEZZOLI MILANESI!

A Milano e altrove in Lombardia erano particolarmente diffuse alcune interiezioni di sorpresa: 

ciùmbia (ortografia classica: ciombia), 
ciusca (ortografia classica: ciosca), 
ciuspa (ortografia classica: ciospa), 
ciùrbis (variante ortografica: ciùrbiss;
      ortografia classica: ciorbis). 
Altre varianti: ciuspi, ciurbi, ciorbi, etc. 
  (incroci: ciùrbis + ciuspa => ciùspis => ciuspi, etc.)
Traduzioni comuni: "caspita!", "accidenti!", "ma dai!"

Ortografie errate:
ciümbia (trascrizione errata; ipercorrettismo)
giumbia (trascrizione errata)

Purtroppo il milanese è ormai quasi estinto e capita di rado di sentire qualcuno parlarlo. Ricordo che molti anni fa, quando ero giovane, si poteva assistere a una pubblicità in cui l'anziano ma robusto Gianrico Tedeschi entrava in una taverna milanese e si lamentava del freddo dicendo "Se barbèla!", ossia "si trema". Quindi faceva qualche commento sul lesso e sulla mostarda. L'oste diceva qualcosa (o era un inserviente, non ricordo bene). Al che Tedeschi replicava: "Ah ciùmbia, alura parli pü!" - che potremmo tradurre con "Ah caspita, allora non parlo più!" 
In effetti, Gianrico Tedeschi era stato per diversi anni testimonial della famosissima Mostarda Sperlari. 

Adesso dobbiamo porci qualche domanda sull'etimologia di queste strane interiezioni milanesi. Non possono essere liquidate come "termini dialettali" (un linguista rifiuta l'idea volgare secondo cui una lingua è solo quella ufficiale) o come formazioni fonestetiche fatte di aria sottile. 


Partiamo da ciùrbis, che ha un corrispondente preciso in italiano: corbezzoli! (toscano corbezzole!; eufemismo corbelli!).

Il corbezzolo (nome scientifico: Arbutus unedo) è una pianta arborea sempreverde della famiglia delle Ericacee, tipica dell'Europa meridionale, delle coste mediterranee del Nord Africa e dell'Asia occidentale. Si trova anche lungo le coste meridionali dell'Irlanda.  
Nomi alternativi: 
    àlbatro,
    rossello, 
    àrbuto (poetico) 
Il frutto del corbezzolo è chiamato corbezzola, al plurale corbezzole o corbezzoli. Nella lingua attuale, tale denominazione è piuttosto obsoleta. 
In latino classico il corbezzolo era chiamato arbutus oppure unedō (genitivo unedōnis). Plinio il Vecchio riportata una futile etimologia popolare che faceva derivare unedō dalla frase ūnum edō, ossia "ne mangio uno (ogni tanto)", con allusione a un lieve potere inebriante del frutto. In realtà è un termine di sostrato, di origine non indoeuropea, di cui ci occuperemo meglio in altra sede. In latino volgare anziché unedō si usava corbitius. I romanisti suppongono che sia un derivato di corbis "cesto", "paniere" - anche se la semantica resta a dir poco oscura. Infatti è più plausibile che sia un lontano parente di arbutus "corbezzolo", a sua volta resto del sostrato. Poi c'è sempre quello che tira fuori i famosi "incroci" e cerca di collegare il fitonimo con cucurbita "zucca", pur senza qualsiasi plausibilità semantica. Il nome greco antico del corbezzolo era κόμαρος (kómaros), che sembra del tutto dissimile.
Vediamo che in latino volgare corbitius dovette avere un diminutivo *corbitiolus. L'accento in origine doveva cadere sul primo elemento del dittongo -io-, per poi spostarsi sul secondo, da -i- a -o-, che è la vocale più aperta (come in filìolus che è diventato filiòlus). 
Ci aspetteremmo quindi *corbitiòlus, ma questo mutamento non è avvenuto. Si è avuto invece un arretramento dell'accento, da *corbitìolus a *corbìtiolus. Questo ha portato all'italiano corbézzolo. Lo stesso mutamento si è avuto in *capitiolum, diminutivo di capitium "estremità", che è diventato *capìtiolum e quindi capézzolo. 
In lombardo si sono avuti mutamenti più radicali. Innanzitutto si parte da una variante di *corbitiolus: *curbìtiolus. Questo *curbìtiolus è diventato prima *clurbìtius per metatesi, quindi l'accento è arretrato dando *clùrbitius. Questa metatesi si trova anche in italiano ed è ben noto ai romanisti: fundula, diminutivo di funda, è diventato *flunda e quindi ha dato l'italiano fionda; comula, diminutivo di coma, è diventato *cloma e quindi ha dato l'italiano chioma. Il regolare passaggio da /kl/ all'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/ in lombardo ha fatto sì che ciùrbis fosse l'esito naturale della trafila. 
Semantica: 
Il corbezzolo è considerato simbolo dell'Italia, perché sulla sia pianta ci sono le foglie verdi, i fiori bianchi e i frutti rossi. Tuttavia la plebe ha usato i frutti del corbezzolo come immagine dei testicoli, da cui l'esclamazione! 
Nota: 
Anche se la pianta non cresce naturalmente in Lombardia, vi può essere coltivata.

Restano ora le altre forme, ciusca, ciuspa e ciùmbia. 
Sono tutte alterazioni eufemistiche di una sola forma di partenza: 
ciula (ortografia classica: ciolla) "pene, membro virile"
Da giovane mi è capitato più volte di udire l'interiezione  di sorpresa "ciula!"; la parola significa anche "persona stupida". Fraseologia:
l'è pròpi un ciula "è proprio uno stupido"; 
grand, gròss e ciula "grande, grosso e stupido". 
L'origine è dal verbo ciulà "copulare", "fottere"; "fregare, ingannare"; "rubare", che è passato nell'italiano di Lombardia come ciulare (più raramente ciullare). 
Fraseologia: 
"Quella donna mi ha ciulato, in sei mesi di inviti a cena mi ha dato solo un bacio senza neanche la punta della lingua."
"Accidenti! Mi hanno ciulato il motorino!" 
"Il mondo è pieno zeppo di persone come i politici, che pensano soltanto a ciulare il prossimo."
Etimologia: 
Tra i romanisti si trova l'idea che ciula derivi da *cōlea "testicolo", "testicoli"; "scroto" (da cui l'italiano antico coglia). Com'è ovvio, la radice è la stessa di coglioni. Probabilmente la trafila implicherebbe un diminutivo *cōleola "piccolo testicolo", "piccolo scroto", da cui per metatesi si sarebbe avuto *clōlia e quindi ciul(l)a - foneticamente molto diverso da coglia - anche perché fallisce la spiegazione della parte finale della parola, in cui ci aspettiamo una palatalizzazione che invece manca.  Un'alternativa è l'aggiunta di un secondo suffisso diminutivo dopo la metatesi che ha inglobato il primo nella radice: *clōlula, donde *clōlla. Si tratta di spaventose acrobazie!  
Un'altra idea forgiata dai romanisti è che ciulare sia una semplice variante di ciurlare "muoversi", "vacillare" (da cui la locuzione ciurlare nel manico), in cui il gruppo consonantico /rl/ si sarebbe evoluto in /ll/ e quindi in /l/. Ciò è particolarmente amato dai fanatici della Treccani e della Crusca. Com'è ovvio, ciurlare proverrebbe da un'onomatopea fatta di niente. Anche in questo caso la semantica è insoddisfacente: bisognerebbe partire da "muovere, far vacillare" per arrivare infine a "rubare" e a "fottere". 
Mi sono infine imbattuto in un'ipotesi ancor più stravagante, che riconduce ciula al greco antico κίων (kíōn) "pilastro", "colonna", tramite un ipotetico diminutivo *cionula, senza tener conto del fatto che un simile grecismo non può essere popolare e la sua presenza è assolutamente improbabile. 
In realtà l'origine di ciulare è più probabilmente dal Romaní čor "ladro" (cfr. sanscrito चोर cora "ladro"; imbroglione"; चौर caura "ladro"). Anche nel Rotwelsch, il gergo dei Lanzichenecchi, schorren (schoren) significa "rubare", "trafugare il bottino", e la sua derivazione è dal Romaní. 
Resterebbe soltanto da chiarire perché la rotica /r/ si sarebbe mutata in una laterale /l/. Non avendo trovato forme flesse contenenti un gruppo /rl/, deduco che forse è accaduto per via di una pronuncia del Romaní locale, in cui la rotica /r/ sarebbe stata poco vibrata. A causa di ciò, qualcuno la avrebbe percepita erroneamente come /l/. L'errore di una singola persona importante nel mondo criminale si sarebbe poi diffuso. 
Quando una parola era scomoda, in milanese era uso comune alterarla in modo arbitrario, come in moltissime lingue romanze. Così l'esclamazione "ciula!", che equivaleva grossomodo a "cazzo!", apparve disdicevole per la sua natura sessuale, fu alterata in "ciusca!" e in "ciuspa!". Si danno casi simili. Vediamo che in italiano centromeridionale, Madonna si altera per eufemismo in Madosca (variante Matosca) usando un identico cambiamento di suffissoide finale. In Brianza si trova l'esclamazione "sacramesca!" per "sacrament!", in cui la terminazione in -sca è considerata in grado di limitare l'impatto blasfemo. 
Bisognerà dire qualcosa di più su ciùmbia. Si noterà che la sua terminazione è bizzarra e a prima vista non sembra avere analogie credibili nel lessico lombardo. Tuttavia forme simili esistono anche in italiano. Basti pensare a cribbio, che è un eufemismo per Cristo, formato tramite un suffissoide -bio. Dato che *crisbio avrebbe rimandato facilmente al nome di Cristo, ecco che si è avuta una provvidenziale assimilazione che l'ha trasformato in un più anodino cribbio. In modo simile, accidenti diventa accidempoli, acciderba o accipicchia. In Toscana è attestato il giuramento dell'anticrìmoli (ossia dell'Anticristo) per indicare lo spergiuro. In milanese si usava malarbett per "maledetto", etc. E che dire di caspita? Con po' di sforzo, tutti possono arrivare a comprendere che è un elegante eufemismo elaborato da un anonimo creativo per sostituire cazzo! 

Un blogger, a cui penso sia meglio non dare pubblicità, ha inventato una storiella esecrabile per cercare di spiegare  l'origine di ciùmbia. Per lui le lingue sono fatte di parole elencate nei vocabolari, senza relazioni reciproche, rigide come monadi di Leibniz. Così ha sfogliato un dizionario di spagnolo, ha spulciato il fitonimo andaluso higuera chumba "pianta del fico d'India", da cui higo chumbo "frutto del fico d'India". Ha fatto confusione, estraendone "chumba" e traducendo la parola con "frutto del fico d'India". Quindi ha elaborato la sua narrazione inconsistente, in cui uno spagnolo va al mercato e gli viene chiesto quali fichi vuole (nativi o importati), al che risponde con enfasi "chumbas"! Gli astanti, prendendo la parola per un'imprecazione, la adottano e la diffondono tra il volgo. Non ho mai sentito una baggianata tanto inverosimile. L'architettura logica proprio non si regge. All'epoca degli Spagnoli a Milano non esistevano congelatori e la frutta deperibile non poteva essere importata. Non è che se uno sente urlare qualcosa in una lingua sconosciuta, si mette a imitarla. Questa storiella è un classico esempio di come si inventino leggende metropolitane pur di trovare un'origine esotica o divertente a parole di cui non si conosce un'etimologia sensata. 

mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicum o pānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario. 
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin (任) stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte Hanafuda. In questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda". All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin (任) è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō, 任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

sabato 18 maggio 2024

I PAMPÌNI DEL TEOLOGO, I PÀMPINI DELLA VITE... E IL POMPINO!

In italiano il pàmpano o pàmpino è la foglia della vite (Vitis vinifera); è chiamato così anche il germoglio verde e tenero della stessa pianta, che spunta dai tralci che portano foglie, viticci e grappoli. La parola deriva dal latino pampinus, con l'accento sulla vocale -a-, essendo la -ĭ- breve. 
Nell'italiano di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (1927 - 2022), il pampìno era invece il bambino.  In pratica, tra il pàmpino della vite e il pampìno del pontefice e teologo tedesco cambia soltanto la posizione dell'accento. Questo per via di una caratteristica fonetica tipica del bavarese, che tende a realizzare la consonante occlusiva /b/ come sorda, ossia come una /p/ non aspirata. 
Ora ci addentriamo in meandri davvero bizzarri della linguistica. 
Non tutti sanno che il termine pàmpano è anche tipico del gergo ittico: indica infatti le specie di pesci del genere Trachinotus, che sono ottimi commestibili, particolarmente gustosi cucinati alla griglia. Questa denominazione è derivata dallo spagnolo: pámpano, plurale pámpanos. Discende in modo diretto dal latino pampinus, che poteva significare anche "tentacolo di polpo".  
Nell'inglese degli Stati Uniti d'America, il termine spagnolo pámpano è stato trascritto come pompano. La vocale posteriore aperta /ɔ/ dell'inglese britannico è infatti diventata una vocale centrale /a/ negli USA. Così per trascrivere una /a/ tonica dello spagnolo, è stato fatto ricorso a -o-. 

Un biologo americano, W. N. Lockington, è stato ingannato da un informatore linguistico particolarmente burlone, o forse soltanto da una scarsa dimestichezza con la trascrizione delle parole straniere: ha così pubblicato un libro, Notes on Pacific Coast Fishes and Fisheries (The American Naturalist, vol. 13, Essex Institute, 1879), in cui si afferma che i pescatori italiani chiamerebbero "pompino" un particolare pesce, il Poronotus simillimus! Dopo una breve ricerca, ho scoperto che il Poronotus simillimus o Stromateus simillimus, oggi Peprilus simillimus (eh sì, la Scienza continua a cambiare i nomi), è chiamato "pompano" - e non dai pescatori italiani. Il nome, pseudoitaliano, è in realtà proprio lo spagnolo "pámpano" di cui abbiamo trattato sopra, con l'accento che cade sulla prima sillaba. Credo che il dottor Lockington non abbia mai sentito pronunciare la parola "pompino" con l'accento sulla seconda sillaba, che in italiano indica la fellatio. Eppure, quando si legge la sua trascrizione erronea, si può solo avere davanti agli occhi una sequenza pornografica in cui una donna è intenta a lavorare un fallo con la bocca. 

Ecco il testo ittiologico originale in inglese: 

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - This species was first described by Dr. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. on p. 85) in December, 1860, and accompanied by a good outine figure.  Dr. Ayres states that in the course of seven years he only saw three or four specimens ; but this year, at least, it is far more abundant, as I have seen as many as thirty or forty on the same stall on two or three occasions during October.  As with the other Scomberoids, the examples brought to this market are caught in Monterey bay, which appears to form the northern limit of many species of fishes, crustacea and echinoderms. 
As in the arrangement of the fishes in the Museum of the California Academy of Science, we are, at present, following the classification of Dr. A. Günther, of the British Museum, the name of this species must be changed from Poronotus simillimus, the title given by Dr. Ayres, to Stromateus simillimus ; as Dr. Günther admits no such genus as Poronotus, and it agrees with Stromateus in the entire absence of the ventral fins, short elevated form of body, and single long dorsal and anal fins.   
The Italian fishermen call this species "pompino", and this must be accepted, in the absence of any other, as its English name. I am informed that a fish called "pompino", on the Atlantic coast, is considered the most delicate of all fishes ; this is Trachynotus carolinus, a very different species. Our "pompino" is also highly priced as a delicate morsel, and is one of the dearest fish on the market. 
Mr. B.B. Redding has given me an account of a little practical joke in which the New Orleans species of pompino is concerned. When, during the civil war, Dr. Russell was in this country as correspondent, I believe, of the Times, he was so anxious to taste the celebrated pompino that he obtained leave to pass through the lines and visit New Orleans for the purpose. It happened, however, that pompino was not in season, but a perch of somewhat similar size and form, aided by the cookery of a clever negro cook, was passed off upon him as pompino. Dr. Russell ate, relished exceedingly, and wrote to his paper a glowing description of the gustatory delights of pompino, and it was not till some years after that it transpired that pompino was not then in season, and that he had been put off with perch. 

Questa è la traduzione (se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, è a dir poco esilarante!):

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - Questa specie fu descritta per la prima volta dal Dott. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. a p. 85) nel dicembre 1860, accompagnata da una buona illustrazione schematica. Il Dott. Ayres afferma di aver visto solo tre o quattro esemplari nel corso di sette anni; ma quest'anno, almeno, è molto più abbondante, dato che ne ho visti trenta o quaranta sulla stessa bancarella in due o tre occasioni durante ottobre. Come per gli altri Scomberoides, gli esemplari portati a questo mercato sono stati catturati nella baia di Monterey, che sembra costituire il limite settentrionale di molte specie di pesci, crostacei ed echinodermi.
Poiché nella disposizione dei pesci nel Museo dell'Accademia delle Scienze della California, attualmente seguiamo la classificazione del Dott. A. Günther del British Museum, il nome di questa specie deve essere cambiato da Poronotus simillimus, titolo attribuito dal Dr. Ayres, a Stromateus simillimus; in quanto il Dott. Günther non ammette un genere chiamato Poronotus, e questa specie concorda con Stromateus per la totale assenza di pinne ventrali, la forma del corpo corta ed elevata e le singole pinne dorsali e anali lunghe.
I pescatori italiani chiamano questa specie "pompino", e questo deve essere accettato, in mancanza di altro, come nome inglese. Mi risulta che un pesce chiamato "pompino", sulla costa atlantica, sia considerato il più delicato di tutti i pesci; si tratta del Trachynotus carolinus, una specie molto diversa. Anche il nostro "pompino" è molto apprezzato come prelibatezza ed è uno dei pesci più costosi sul mercato.
Il signor B.B. Redding mi ha raccontato di un piccolo scherzo che riguarda la specialità di New Orleans chiamata pompino. Quando, durante la guerra civile, il dottor Russell si trovava in questo paese come corrispondente, credo, del Times, era così desideroso di assaggiare il celebre pompino che ottenne il permesso di attraversare le linee nemiche e visitare New Orleans a tale scopo. Accadde, tuttavia, che il pompino non era di stagione, ma gli fu spacciato per pompino un pesce persico di dimensioni e forma simili, preparato con l'aiuto di un abile cuoco nero.
Il dottor Russell mangiò, lo gustò con grande piacere e scrisse al suo giornale una descrizione entusiastica delle delizie gustative del pompino, e solo alcuni anni dopo si scoprì che il pompino non era allora di stagione e che era stato sostituito col pesce persico.

Anche se il pesce dello studioso in realtà non ha nulla a che fare con il sesso orale, non si può fare a meno di ridere! 
Tornando alla viticoltura, è emerso dai miei banchi di memoria stagnante un episodio di molti anni fa. La sensuale ed esuberante R. stava leggendo un brano a caso del Decameron di Boccaccio, quando al posto di Pampìnea ha letto Pompinéa. Anche se per pura malizia, è caduta nello stesso errore del dottor Lockington: dai pampini della vite è passata ai pompini!