lunedì 15 luglio 2024

ALCUNE NOTE SULLE FORME ALTERATE DEI SOSTANTIVI IN ITALIANO

Nella lingua italiana si riscontra un'immensa varietà di forme alterate dei sostantivi, come i diminutivi, gli accrescitivi, i peggiorativi e i vezzeggiativi - che sono talmente comuni da sembrare il prodotto di generazione spontanea. Mi rendo conto che manca un elenco completo di questi derivati, una specie di dizionario che le includa tutte e le renda facilmente consultabili. Certo, mi si dirà che i nomi alterati sono elencati nei comuni dizionari con grande completezza e precisione, ma si deve riconoscere che la ricerca sistematica rischia di essere davvero difficoltosa. Non si ha un quadro d'insieme. Nelle grammatiche e nelle altre opere che trattano di questo argomento, si trovano più che altro pochi esempi sparsi. 
Trovo importante notare le profonde asimmetrie e le differenze di produttività di questi derivati. In molti casi, hanno assunto significati particolari e sono diventati sclerotizzati (esempi: il gattuccio è un pesce cartilagineo e non un felino; la cavalletta è un insetto e non un equino, etc.). Alcune derivazioni sono sull'orlo della creazione estemporanea: raccogliere tutte le forme di questo genere è un'impresa titanica e logorante. 
Senza alcuna pretesa di completezza e di esaustività, propongo di passare in rassegna un certo numero di esempi significativi, in modo tale da renderne evidenti le grandi irregolarità e le lacune. 
Le forme obsolete sono contrassegnate con una croce (). Le forme inesistenti, non attestate o non consolidate nel vocabolario sono contrassegnate con un asterisco (*). Comunque sia, alcune potrebbero anche essere state pronunciate da qualcuno in qualche occasione. Accoglierò volentieri ogni segnalazione di forme non elencate. 
 
uomo 
  omino
  ometto "uomo minuto"; "appendiabiti" 
  omone
  omaccio 
  omaccione
  omiciattolo 
  omuccio 
  omuncolo (forma dotta, latino homunculus)
Forme regionali: 
  omarino (Italia Centrale)
Forme obsolete: 
  omicciolo
  omicciuolo
  omiciatto
  omicciatto
  ominello 
  ominone 
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *omello
  *omastro
Nota: 
In siciliano si trova ominicchiu "uomo mediocre", da un latino volgare *hominiculu(m). La forma italianizzata ominicchio è stata resa celebre dallo scrittore Leonardo Sciascia, nel suo romanzo Il giorno della civetta (1961). 
In bolognese si trova umarell "ometto", simile a omarino. Il termine è stato reso popolare dallo scrittore Danilo Masotti in epoca recente (a partire dal 2005).

donna 
  donnetta "donna minuta"
  donnina "donna sexy" 
  donnona "donna massiccia"
  donnone "donna massiccia" (m.) 
  donnaccia "prostituta" 
  donnicciola "donna sciocca"; "donna misera" 
      (forma antiquata: donnicciuola)    
  donnicciola "uomo querulo, effeminato e debole" 
      (forma antiquata: donnicciuola)
  donnuccia "uomo querulo, effeminato e debole"
  donnucola "donna misera"  
Forme obsolete: 
  donnàcchera "donna vile" 
  donnaccia "donna dal cattivo carattere"
  donnàccola "donna misera"; "donna pettegola"
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *donnella  
  *donnastra 

bambino 
   bambinetto 
   Bambinello "Bambin Gesù"
   bambinone "adulto infantile"
   bambinaccio (raro)
   bambinuccio (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme:
   *bambinino
   *bambinastro 
   *bambinucolo
Nota: 
La stessa parola bambino in origine era una forma alterata, un diminutivo di bambo "stupido", che ormai nessuno più usa in italiano, pur trovando una chiara corrispondenza nel milanese bamba.
Fraseologia: 
"Tuo nipote è proprio un bambinaccio: crescendo diventerà un bullo pestilenziale."
"Hanno devastato il Presepe e decapitato il Bambinello."
"Hermann Göring era un bambinone."

bambina
  bambinella
  bambinetta 
  bambinona "bambina robusta" (raro)
  bambinaccia 
  bambinuccia (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *bambinina 
  *bambinastra 
  *bambinucola
Nota: 
La forma bambinella è un normale diminutivo, senza le implicazioni religiose del Bambinello
La forma bambinona è un normale accrescitivo fisico, senza la semantica del maschile bambinone riferito a un adulto infantile.

ragazzo 
   ragazzino
   ragazzetto 
   ragazzotto 
   ragazzone (raro)
   ragazzaccio 
   ragazzuccio (raro) 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *ragazzello
  *ragazzastro 

ragazza 
   ragazzina 
   ragazzetta
   ragazzotta  
   ragazzona  
   ragazzaccia
   ragazzuccia (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *ragazzella 
  *ragazzastra 

padre
  padrino "uomo che tiene a battesimo o a cresima" 
  padrino "capo mafioso"
  patrigno "padre adottivo"
Falso accrescitivo:  padrone "chi ha il possesso"; 
   "santo patrono"
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *padrello
  *padretto
  *padrastro 
  *padruccio
  *padrucolo

madre 
  madrina "donna che tiene a battesimo o a cresima"
  matrigna "madre adottiva"
Falso accrescitivo: matrona (latinismo)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *madrella
  *madretta
  *madrastra 
  *madruccia
  *madrucola

fratello 
  fratellino
  fratellone 
  fratellaccio (raro)
  fratellastro "fratello unilaterale" 
  fratelluccio 
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *fratelletto
  *fratellucolo
Nota:
La stessa parola fratello in origine era una parola alterata, essendo derivata da un diminutivo del latino frāter.

sorella 
  sorellina
  sorellona 
  sorellaccia (raro)
  sorellastra "sorella unilaterale" 
  sorelluccia 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *sorelletta
  *sorellucola 
Nota:
La stessa parola sorella in origine era una forma alterata, essendo derivata da un diminutivo del latino soror.

figlio 
   figliolo
   figliuolo (antiquato)
   figlioletto 
  figliolino 
   figlietto (raro) 
   figliettino "monello" (regionale, Toscana)
   figliolone (raro)
   figliaccio (raro) 
   figliolaccio (raro)
   figliastro "figlio adottivo"
   figlioccio "chi è tenuto a battesimo o a cresima"
Forme obsolete: 
  figlioccetto (diminutivo di figlioccio)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
   *figliello (cacofonico)
   *figlino
   *figlione
   *figliucolo
Nota: 
Il diminutivo figliolo discende direttamente dal latino fīliolus. L'accento, originariamente sulla seconda -i-, si è spostato regolarmente sulla vocale più aperta -o-

figlia
  figliola 
  figliuola (antiquato)
  figlioletta 
  figliolina (raro)
  figlietta (raro)
  figliettina (raro)
  figliaccia (raro)
  figliolaccia (raro)
  figliastra "figlia adottiva"
  figlioccia "chi è tenuta a battesimo o a cresima"
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *figliella (cacofonico)
  *figlina 
  *figliona
  *figliucola
Nota: 
Il diminutivo figliola discende direttamente dal latino fīliola. L'accento, originariamente sulla seconda -i-, si è spostato regolarmente sulla vocale più aperta -o-.

acqua  
  acquetta 
  acquerella "pioggerella sottile"
  acquicella "pioggia rada", "rivoletto d'acqua" (raro)
  acquolina "secrezione di saliva"
  acquaccia "acqua torbida", "acqua malsana"
Forme obsolete: 
  acquastro "acqua sporca", "liquame"
  acquastrone "liquame dei pozzi neri"
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *acquella
  *acquettina
  *acquona 
Note: 
i) In brianzolo (Albiate) ho sentito aquascia "succhi gastrici che risalgono in bocca". Corrisponde all'italiano acquaccia, ormai in corso di obsolescenza. 
ii) Il toscano acquastrone è ben documentato, ma sembra ormai estinto. Questa parola era collegata al lavoro di una classe di intoccabili, i votapozzi, che raccoglievano la parte solida e la rivendevano come concime, mentre la parte liquida la gettavano senza tante cerimonie nell'Arno. Quello stesso fiume in cui poi il Manzoni lavava i panni!
iii) La parola acquarello, acquerello "tipo di tecnica di pittura" è un derivato di diverso tipo. 

fiume 
  fiumiciattolo 
  fiumicello (raro) 
  fiumaccio (raro)
Forme obsolete: 
  fiumicino
  fiumone 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *fiumino
  *fiumello 
  *fiumetto 
  *fiumastro  
Toponimo: Fiumicino.  

fuoco 
  fuocherello 
  focherello (variante più rara del precedente)
  fuochetto 
  fuochino (si usa soltanto in un gioco)
  fuocone (raro o desueto)
  fuocaccio (raro o desueto)
Forme obsolete:
  focolino
  focherellino 
  fochetto 
  fochettino 
  focarone 
  focone 

cane 
  cagnolino
  cagnoletto (raro)
  cagnoletto "palombo" (regionale)
  cagnino (raro)
  cagnetto 
  cagnone 
  cagnaccio "cane aggressivo e mordace"
  cagnastro (raro, non standard)
  cagnuccio (raro) 
  cagnotto "larva di mosca" 
Forme obsolete: 
  cagnòlo 
  cagnuolo
  cagnolinetto
  cagnotto "bravo, sgherro"
  cagnucciaccio 
  cagnucciòlo 
  cagnuzzo
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *cagnello 
  *cagnellino 
  *cagnettino
Falso diminutivo: canino "dente aguzzo"
(deriva dall'omonimo aggettivo dotto, che significa "di cane", "simile al cane") 

porco 
   porcello 
   porcellino 
   porchetto 
   porcone "individuo sudicio o volgare" 
   porcellone "individuo lascivo"
   porcaccio "persona sudicia e riprovevole" (raro) 
   porcastro "incrocio tra maiale e cinghiale"
Falso diminutivo: porcino "tipo di fungo"
(deriva dall'omonimo aggettivo dotto, che significa "di porco", "simile al porco")

cavallo
  cavallino "puledro"; "cavallo di piccola taglia"
  cavalletto "tipo di strumento di supporto";
      "tipo di strumento di tortura" 
  cavalletta "insetto degli ortotteri"
  cavallotto "cavallo di media grandezza" (raro)
  cavallone "cavallo di grande taglia" (raro)
  cavallone "grande onda marina"
  cavallaccio (raro)
  cavalluccio (raro)
  cavalluccio marino "ippocampo"
Forme obsolete: 
  cavalletta "cavalletto, strumento di supporto"
  cavallastro "ronzino"

asino
  asinello 
  asinetto (raro) 
  asinino (raro)
  asinone (raro)
  asinaccio 
  asinastro "asinaccio" (raro) 
  asinastro "tipo di piccolo fico"
  asinuccio
Forme obsolete: 
  asinastro "asinello", "piccolo asino"
Nota: 
In brianzolo abbiamo asnùn e asninùn "asinone":

gatto 
  gattino
  gattina 
  gattone 
  gattaccio 
  gattuccio "tipo di squalo"
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *gattetto 
  *gattastro 
  *gattucolo 
Nota: 
Non si è prodottto *gattetto perché cacofonico. 

topo
   topolino 
   topino 
   topone 
   topaccio    
   topuccio (raro)
   topastro (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme:
   *topello
   *topetto 
   *topucolo   

orso 
  orsacchiotto "cucciolo di orso"
  orsetto "cucciolo di orso" 
  orsone (raro)
  orsaccio (raro)
  orsuccio 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *orsino
  *orsello 
  *orsastro 
  *orsucolo

volpe  
  volpacchiotto "cucciolo di volpe"
  volpetta (raro)
  volpino "finto furbo" (lessico paninaro)
  volpone "furbacchione" 
  volpona "furbacchiona" (raro)
Forme obsolete: 
  volpacchiotta 
  volpicella 
  volpicino 
  volpona "grossa volpe" 
  volpaccia 
  volponaccia
  volponaccio
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *volpastra 
  *volpastro
  *volpuccia
  *volpucola 
Falso diminutivo: volpino "tipo di cane"
   (deriva dall'omonimo aggettivo dotto, che significa
   "di volpe", "simile alla volpe")

lupo 
  lupacchiotto "cucciolo di lupo"
  lupetto "cucciolo di lupo", "lupo giovane"
  lupicino "cucciolo di lupo"
  lupone "persona ingorda"
  lupaccio "persona ingorda"
  lupastro "grosso lupo" (raro, quasi desueto)
  lupuccio (raro o desueto) 
Forme obsolete: 
  lupatto "cucciolo di lupo", "lupo giovane"
  lupattino
  lupattello
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *lupello 
  *lupucolo 
Falso diminutivo: lupino "tipo di legume" 
       (è dal latino lupīnus
Note: 
Il fitonimo luppolo deriva dal latino lupulus, in origine un diminutivo di lupus.

uovo 
  ovetto 
     plurale ovettiovette (raro)
  ovone "grande uovo" (raro)
  ovuccio (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *ovello 
  *ovino (la parola indica la invece la pecora)
  *ovaccio
  *oviciattolo 
  *ovastro 

uccello
   uccellino
   uccelletto 
   uccellotto 
   uccellone "grosso uccello" 
   uccellone "grosso pene"
   uccellaccio 
   uccellastro (raro)
   uccelluccio
Nota: 
Un tempo uccellone significava anche "uomo stupido".

passero 
   passerino (raro)
   passerotto 
   passerone (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
   *passerello
   *passeraccio 
   *passerastro
Nota: 
La forma *passerello ricorre come cognome: Passerello, Passarello, Passariello. Questo è segno che un tempo dovette essere di uso corrente.
La forma *passeraccio sarebbe la naturale evoluzione volgare di passeraceo; tuttavia non sono riuscito a documentarla.

aquila 
  aquilotto "giovane aquila"
  aquiletta "tipo di moneta" (raro)
  aquilone "tipo di giocattolo volante" 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *aquilella 
  *aquilona 
  *aquilaccia 
  *aquiluccia 
  *aquilastra 
  *aquilucola 
Falso diminutivo: aquilone "vento del nord, bora"
Nota:
Il nome del vento del nord è derivato dal latino aquilō (genitivo aquilōnis), più precisamene dall'accusativo aquilōne(m)

gallo
  galletto "gallo giovane" 
  galletto "finferlo" (tipo di fungo)
  gallinaccio "tacchino"
  gallinaccio "gallina vecchia e malandata"
  galluccio "finferlo" (tipo di fungo)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *gallello (cacofonico) 
   *gallino (interferisce con gallina)
  *gallone 
  *gallastro
  *gallucolo 
Nota:
La forma *gallone verrebbe a confondersi con gallone "tipo di unità di misura di liquidi", di etimologia dissimile.

gallina
  gallinella "piccola gallina", "giovane gallina"
  gallinella "ragazza bella e futile"
  gallinella "finferlo" (tipo di fungo)
  gallinaccia "gallina brutta o di scarto" (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *gallinetta
  *gallinona 
  *gallinastra 
  *gallinucola   

pollo 
  polletto "pollo giovane"
  pollastro "pollo giovane"
  pollastra "gallina giovane"
  pollastrello "pollo giovane"
  pollastrella "gallina giovane"
  pollastrella "ragazza bella e futile"
  pollastrone "uomo ingenuo, credulone"
  pollanca "gallina giovane" (dialettale)
Diminutivo fossile: pulcino 
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *pollello 
  *pollino 
  *pollone 
  *pollaccio 
  *polluccio 
  *pollucolo
Nota:
La forma *pollone verrebbe a confondersi con pollone "germoglio vigoroso", di etimologia dissimile.

anatra 
  anatroccolo 
  anatrella (raro)
  anatrino (raro) 
  anatrina (raro)
Forme desuete: 
  anatrotto 
Nota: 
Pur esistendo la variante anitra (ormai obsoleta ma ancor viva quando ero giovane), le forme alterate si formano soltanto da anatra.

oca 
  ochetta 
  ochina 
  ocherella 
  ocona 
  ocone 
  ocaccia (raro)
  ocuccia (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
 *ocastra
 *ocucola (cacofonico)

pane 
  panino 
  panetto "pane di piccola pezzatura" (raro)
  panetto "piccola quantità di sostanza compatta" 
      (es. burro, cioccolato, zolfo, etc.) 
  pagnotta 
  pagnottella "panino" (regionale, Roma)
  pagnottella "tipo di salume" (regionale, Puglia) 
  pagnottina 
  pagnottona 
  panettone 
  panone "chi esagera col pane" (raro)
  panaccio "pane di cattiva qualità" (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
 *panello
 *panucolo 

pasta 
  pastina "pasta minuta"
  pastella "impasto per friggere" 
  pastarella "pasta dolce" (regionale, Roma)
  pastetta "pastella" (regionale, Napoli)
  pastone 
  pasticcio "tipo di pietanza ripiena"; "lavoro mal fatto";
      "situazione intricata"
  pasticcio "lasagne" (regionale, Friuli)
  pastrocchio "pasticcio" (regionale, settentrionale)
Nota: 
La forma pastetta esiste pur essendo cacofonica, perché è un prestito.

vino
  vinello 
  vinarello (raro)
  vinerello (raro)
  vinetto (raro)
  vinettino (raro)
  vinone "vino forte e pregiato"
  vinaccio (raro)
  vinuccio 

libro
   libretto "opuscolo"
   libriccino
   librone
   libraccio 
   libriciattolo (raro o obsoleto)
   libruccio (raro) 
   librucolo (raro) 
Forma dotta sclerotizzata: 
   libello "opera satirica"
Nota: 
Famoso è il libriccino di cui si parla nel Libro della Rivelazione.

avvocato
  avvocatino
  avvocatone 
  avvocataccio (raro)
  avvocatucolo "avvocato di scarso valore" 
  avvocatuzzo "avvocato di scarso valore"
  avvocaticchio "avvocato di scarso valore" (*)
(*) Forma soprattutto meridionale.
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *avvocatetto (cacofonico)
  *avvocatastro (cacofonico)

medico
   medichetto (raro)
   medichino (raro)
   medicone "medico corpulento"; "medico bonario" (raro)
   medicaccio 
   medicastro "medico incompetente"
   medicuccio 
   medicuzzo "medico giovane e inesperto"
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *medichello 
  *medicucolo
  *medichicchio (cacofonico)

dottore 
   dottorino
   dottorone "persona boriosa che millanta competenza"
   dottoraccio "professionista poco stimato"
   dottoruccio
   dottorucolo (raro)
   dottoricchio 
Forme obsolete: 
   †dottorello 
   dottorastro 
Fraseologia:
   "Un dottorastro de' più gretti" 

frate 
   fratino
   fraticello (raro)
   fraticello "tipo di eretico"
   fratacchione 
   frataccio 
   fratuccio 
   fratucolo
Forme obsolete: 
  fratacchiotto "frate di bassa statura e tarchiato" 

prete
   pretino "prete giovane, esile e debole"
   pretone "prete robusto"
   pretaccio "prete molesto"
   pretazzo "prete molesto" (volgare)
   preticello (raro)
   pretuccio 
   pretucolo (raro)
Forme obsolete: 
   pretacchione
   pretignuolo
   pretónzolo
Nota: 
Mi è capitato di sentire pretonzo, con riferimento a un bambino che si atteggiava a futuro prete. Lì per lì pensai che fosse una crasi di prete + stronzo. Il suffisso era -ónzo, con la vocale chiusa, la forma alterata è senza dubbio un resto di pretónzolo.

santo 
  santino "immagine di un santo"
  santarellino "finto santo, ipocrita"
  santone "capo settario" 
  santuccio (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *santello 
  *santetto
  *santaccio 
  *santastro 
  *santucolo 
Nota: 
Il terrore superstizioso dei Santi e il loro culto feticistico rendono molto difficile l'esistenza di forme peggiorative. 

re
  reuccio
  règolo "re di un piccolo territorio" (latinismo)
Forme obsolete: 
  †reino
Nota: 
Claudio Villa era chiamato "il reuccio della canzone italiana".

ladro
   ladraccio
   ladruccio (raro)
   ladruncolo
Falso accrescitivo: ladrone 
Forme obsolete: 
  ladracchiòlo 
Nota:
La forma ladrone deriva direttamente dall'accusativo latino latrōne(m) e non è un autentico accrescitivo. 
Forme obsolete: 
  ladruccio 
  ladracchiòlo
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *ladrello
  *ladretto
  *ladrastro  

amore 
   amorino "putto"
   amorettino "amore leggero"
   amoretto (raro)
   amorone "amore intenso" (raro)
   amoraccio 
   amorazzo (variante volgare del precedente)
   amorucolo 
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *amorello 
  *amorastro

gioco
   giochetto 
   giochino 
   giocone (raro) 
   giocaccio (raro) 
   giocuccio (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *giochello 
  *giocastro 
  *giocucolo (cacofonico)
Falso diminutivo: giocattolo
Nota: 
La parola giocattolo è una formazione indipendete dal verbo giocare.

faccenda
   faccenduola 
   faccendina
   faccendona
   faccendaccia (raro)
A quanto pare, non si trovano queste forme: 
  *faccendella
  *faccendetta 
  *faccendastra 

poesia
   poesietta (raro)
   poesiola 
   poesiona (raro) 
   poesiaccia "poesia scritta male" (raro)
   poesiuccia 
Nota: 
La Treccani riporta una forma diminutiva rara poesiina, fortemente cacofonica.

poeta 
   poetino 
   poetone (raro)
   poetaccio (raro)
   poetastro 
   poetuccio (raro)
   poetucolo 
Forme obsolete: 
  poetonzólo

problema 
  problemino
  problemone
  problemaccio 
  problemuccio
  problemucolo 
Nota:
Ho udito problemucolo con le mie orecchie all'epoca degli studi universitari.

comico
   comichetto
   comicone (raro) 
   comicaccio "comico scadente" 
   comicazzo (volgare)
   comicastro "comico scadente" 
A quanto pare, non si trovano queste forme:
  *comichello 
  *comichino
  *comichicchio
Nota: 
Il diminutivo comichetto è stato molto usato da Lino Banfi.  

Lacune, creazioni arbitrarie

Molti sostantivi ammettono una sola forma alterata nell'uso corrente. Così ad esempio: 

lago
  laghetto 
Forme obsolete:
  laghettino 

tempo 
  tempaccio
Forme obsolete: 
  tempino
  tempetto
  tempuccio

tempio 
  tempietto 

Molti sostantivi non ammettono alcuna forma alterata, o ne ammettono soltanto in casi eccezionali, legati alla creatività del singolo. Così ad esempio: 

Dio 
Non esiste alcuna forma alterata di questa parola. Anche in un contesto di divinità pagane, sono inconcepibili forme come *dietto, *diello, *dione, etc. 

vescovo
Non esistono forme come *vescovino, *vescovetto, *vescovone, *vescovuccio, etc.; mi sono imbattuto in una menzione di vescovaccio nel Web, che certo non sarà stata accolta dalla Crusca. In latino medievale esistevano i diminutivi episcopellus e episcopinus, che indicavano un personaggio carnevalesco detto anche episcopus stultorum, episcopus fatuorum, episcopus puerorum o episcopus innocentium.

papa
La Treccani menziona soltanto un diminutivo o vezzeggiativo papetto, quasi certamente obsoleto.  

cielo
Non esistono forme come *cielino, *cielone, *cielaccio, etc.

fulmine 
Non esistono forme come *fulminino*fulminone, etc.; soltanto una volta mi è capitato di sentire l'imprecazione fulminacci! 

avvoltoio
Non esistono forme come *avvoltoiello, *avvoltoietto, *avvoltoione, *avvoltoiaccio
Qualcuna di queste forme potrebbe comparire nella lingua colloquiale come creazione del momento, non sedimentata nel vocabolario. Esempio:
"Sei un avvoltoiaccio di un usuraio!"

sciacallo
Non esistono forme come *sciacallino, *sciacalletto, *sciacallone, *sciacallaccio, etc.
Qualcuna di queste forme potrebbe comparire nella lingua colloquiale come creazione del momento, non sedimentata nel vocabolario. Esempio:
"Quell'uomo minuscolo e repellente è pura e semplice malvagità scatenata: è uno sciacalletto che gode delle disgrazie altrui."

In altri casi, le forme alterate sono dubbie. Non credo all'esistenza di alcune, anche se riportate da qualche sito Web; in ogni caso sarebbero così rare da non essere riconosciute dalla maggior parte dei parlanti. Così ad esempio: 

mare
Non esistono forme come *marone, *maraccio, che ripugnano all'orecchio di ogni parlante. Le forme *marettino e *marellino potrebbero avere corrispondenze nella toponomastica della Sicilia (da non confondersi con Marettimo, che sta per "marittimo"). Il termine maretta è un falso diminutivo.

ratto
Sono inesistenti o desuete forme come *rattino e *rattuccio (chi vezzeggerebbe mai un un ratto?); potrebbero esistere rattone e rattaccio, ma è molto dubbio che si vada al di là della teoria. Ho trovato rattona "donna brutta e sporca", anche se è una forma colloquiale che potrebbe essere stata inventata dalla persona da cui l'ho udita, in Brianza.

La gente ha la naturale tendenza a far proliferare le forme alterate, ma spesso le istituzioni intervengono e bacchettano, con piglio paternalistico. Sono stati deprecati da Umberto Eco, se non ricordo male, oltre che dall'Accademia della Crusca, alcuni diminutivi molto comuni come attimino e cafferino.
Famosissimo poi è il ciaone crozzesco, che è un'opera forgiata in spirito di guitteria, assolutamente estemporanea: non sembra che fosse mai esistita prima di essere pronunciata in occasione di un programma.

venerdì 12 luglio 2024

UN INTERESSANTE ALLOTROPO: 'POPOLACCIO - POPOLAZIONE'

Richiamo l'attenzione su un caso di etimologia soltanto in apparenza banale. La parola popolaccio è considerata dagli etimologi un semplice peggiorativo di popolo, formato tramite l'aggiunta del suffisso -accio, che si trova in un gran numero di forme alterate come coltellaccio, donnaccia, etc.

popolaccio
     variante: popolazzo 
     varianti (obsolete): populaccio, populazzo
     plurale (raro, letterario): popolacci 
Derivazione accreditata: peggiorativo di popolo 
Funzione: spregiativa 
 1) popolo grossolano e ignorante
 2) la parte più misera e abietta della popolazione 
 3) massa, folla (soprattutto tumultuante) 
Nota:
Secondo il Vocabolario Treccani, la forma popolazzo sarebbe più comune di popolaccio. Per quanto riguarda l'italiano corrente, mi permetterei di nutrire un sano dubbio a questo proposito. In realtà l'autorevole fonte si riferisce all'italiano letterario. 



Nel XVI secolo l'italiano popolazzo, popolaccio è entrato come prestito nel medio francese populace ed è passato in inglese come populace

Inglese: populace
Pronuncia: /ˈpɔpjʊləs/, /ˈpɔpʊləs/ 
Sostantivo numerabile e non numerabile 
Plurale: populaces 
  1) la gente comune di una nazione
  2) gli abitanti di un paese o di una sua suddivisione
       amministrativa (stato, provincia, contea, etc.)
Sinonimi:
    common people,
    people,
    masses
    rabble,
    riffraff
    inhabitants
    population  
Ortografia errata: populus (per influenza latina)
Omofono: populous "popoloso" (aggettivo)

Pronuncia: /pɔpy'las/
Sostantivo numerabile e non numerabile
Plurale: populaces
Funzione: spregiativa 
  1) gente comune, plebe 
  2) parte meno favorita della popolazione 
Sinonimi: 
   masse
   plèbe,
   peuple
   populaire (sostantivo),
   vulgaire (sostantivo),
   populo (colloquiale),
   canaille,
   racaille

Una nuova proposta di trafila

Detto tra noi, non mi convince la formazione da un suffisso peggiorativo -accio, -azzo. A un certo punto mi sono chiesto: non potrebbe trattarsi invece di un doppione di popolazione? Trovo plausibile che il popolaccio derivi da una trafila semidotta a partire dal nominativo latino populātiō. Questa parola, che nel latino classico significava "saccheggio", "devastazione", nel latino tardo aveva anche il significato di "popolazione", "folla", "moltitudine". In altre parole, quello del popolaccio sarebbe un caso di falso peggiorativo. Meglio ancora, sarebbe un latinismo mascherato da peggiorativo. 

Latino:
     nominativo: populātiō
     genitivo: populātiōnis 
     dativo: populātiōnī 
     accusativo: populātiōnem 
     vocativo: populātiō 
     ablativo: populātiōne 
     Plurale: 
     nominativo/vocativo: populātiōnēs
     genitivo: populātiōnum 
     dativo/ablativo: populātiōnibus 
     accusativo: populātiōnēs  
 Sostantivo numerabile 
 Genere: femminile 
  1) l'atto di saccheggiare o di devastare
  2) saccheggio, devastazione
  3) bottino 
  4) distruzione, corruzione, rovina 
  5) popolazione, folla, moltitudine (latino tardo) 
Etimologia: 
   - nei sensi da 1) a 4): da populārī "devastare",
   "saccheggiare", "distruggere", "rovinare"
   (alla lettera "sottoporre alla furia della massa")
   - nel senso 5): da populus "popolo", "nazione", 
    "comunità".
Derivazione dell'italiano popolazione
   trafila dotta dall'accusativo populātiōne(m).


Le obiezioni possono essere demolite facilmente. Riporto a questo scopo una serie di fatti. 
1) Il 
cambiamento di genere è normale, dato che la parola semidotta si adatta alla morfologia della lingua volgare. Per questo popolazzo è maschile, non femminile come la parola latina da cui ha avuto origine.
2) Il suffisso accrescitivo e peggiorativo -accio / -azzo, deriva dal latino -āceu(m). La sua trafila è questa: 
- in area centro-meridionale e settentrionale, -āceu(m) si è evoluto regolarmente sviluppando l'affricata alveolare /ts/, dando -azzo
- in area specificamente toscacana, -āceu(m) ha sviluppato un'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/, dando -accio
3) In Toscana si è prodotto un ipercorrettismo, così la forma popolazzo è stata adattata facilmente in popolaccio.
4) Lo slittamento semantico con senso spregiativo è molto razionale: non è difficile passare da "plebe" a "plebaglia".
5) Non si può invocare a sproposito il principio di economia. I suffissi diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, non hanno una distribuzione regolare. Non possono essere applicati tutti a qualsiasi nome. Così abbiamo popolino ma non *popolone, *popoluccio o *popolastro. Il fatto che la forma popolazzo somigli così tanto a un'evoluzione del latino populātiō è troppo sospetto. Sarebbe l'applicazione del suffisso peggiorativo ad essere meno economica! 

La trafila deve essersi originata in un'epoca anteriore alle prime documentazioni della parola (XIII secolo) a partire da una singola persona, con ogni probabilità appartenente a un ordine monastico. Questo fratacchione avrà avuto un'infarinatura di latino. È possibile che la sua innovazione lessicale, un adattamento spontaneo della lingua ecclesiastica, abbia avuto successo prima tra i suoi confratelli, poi anche tra la gente che aveva con loro contatti. Il fatto che sia ormai impossibile identificare questo fratacchione, non significa che si possa negare la sua esistenza.  

Leopardi e il popolaccio 

Riporto queste parole di Giacomo Leopardi, tratte dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani (1824): 

"Le classi superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de' popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese, s'ingannano." 

Sono parole tuttora attualissime, di una verità sacrosanta! Il problema è che lo "stato presente" è uno "stato permanente", che perdurerà fino a che il Bel Paese non farà la fine di Atlantide. 

mercoledì 10 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE COLLOQUIALE 'PISCIARE IL CANE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante tipico della lingua colloquiale. 

PISCIARE IL CANE
1) far pisciare il cane
2) portare fuori il cane a pisciare

La frase "pisciare il cane" è un classico esempio di transitivizzazione di un verbo intransitivo, come formule analoghe del tipo "scendere il cane" o "uscire il cane" - dove  il verbo "scendere" è usato col significato di "far scendere" e il verbo "uscire" è usato col significato di "far uscire"

Anche se le autorità normative della lingua italiana standard considerano la frase un errore, dal punto di vista della linguistica storica e della sintassi, la sua formazione e la sua diffusione popolare rispondono a dinamiche precise. 

1) Il meccanismo sintattico: l'oggetto interno e la causatività

In italiano standard, il verbo pisciare è intransitivo, così come scendere e uscire. Tuttavia nel linguaggio colloquiale questi verbi assumono sempre più spesso un valore causativo.
Dire "pisciare il cane" non significa infliggere l'azione al cane, ma "fare in modo che il cane pisci" (ovvero "portare fuori il cane affinché espleti le sue funzioni fisiologiche"). Il cane non è l'oggetto diretto che subisce l'azione in modo passivo, ma è l'agente logico dell'azione stessa, stimolata da chi lo accompagna. 

2) Il substrato dialettale

Questo costrutto è profondamente radicato nella sintassi dei dialetti meridionali, dove l'uso transitivo di verbi di movimento o di stato è la norma. Strutture come "scendi il cane che lo pisci", molto diffuse in Campania, in Sicilia e in Calabria, derivano direttamente dalla sovrapposizione della struttura della lingua locale sull'italiano regionale. Si tratta quindi di un meridionalismo linguistico.
Nel parlato colloquiale, la distinzione rigida tra transitivo e intransitivo per determinati verbi legati alla quotidianità è molto più fluida rispetto all'italiano codificato dalle grammatiche ottocentesche e dal collo di bottiglia manzoniano

3) Economia linguistica e risemantizzazione

La frase ha avuto un immenso successo, uscendo dai confini regionali del Meridione per diventare un'espressione gergale diffusa quasi ovunque, soprattutto nel parlato informale. Queste sono le possibili ragioni:
i) Economia di linguaggio: "piscio il cane" è decisamente più corto, immediato e sintetico di "porto il cane a fare i bisogni" o "faccio fare la pipì al cane".
ii) Spostamento di fuoco: L'azione non è più il semplice camminare ("porto a spasso il cane"), ma viene focalizzata interamente sulla finalità pratica dell'uscita, ossia la minzione, spesso torrenziale.

4) Lo sdoganamento ironico

Oggi la frase vive una doppia vita. Se decenni fa sarebbe stata etichettata come un'aberrazione o un meridionalismo da estirpare, negli ultimi anni è penetrata nel registro colloquiale e giovanile di tutta Italia attraverso l'uso ironico e consapevole. Molti parlanti settentrionali anche colti ormai la utilizzano deliberatamente, proprio per la sua carica espressiva e la sua immediatezza nazpop. Il fenomeno, di sospetta derivazione causale per contatto linguistico, si è stabilizzato nell'uso quotidiano grazie al principio del minimo sforzo comunicativo.

Eppure, ogni volta che sento questo sintagma, immagino il senso letterale. Nella mia mente si materializza un punkabbestia che innaffia un grosso cagnone con un impetuoso getto di orina calda e fumante. L'effetto dello scontro con il senso letterale è irresistibile, ed è proprio il motivo per cui l'immagine che si crea nella mente è così grottesca. Se prendiamo la sintassi dell'italiano standard, in cui un verbo è rigidamente transitivo e il suo oggetto subisce l'azione, la traduzione visiva diventa immediatamente surreale e addirittura sadica: non si accompagna l'animale, letteralmente lo si idrata a spruzzo. Diventa un'azione unilaterale degna di un quadro di Bosch o di una comicità slapstick abbastanza estrema. Questo cortocircuito accade perché la nostra mente, davanti a una struttura transitiva classica (soggetto + verbo + oggetto diretto), applica lo schema standard: “Io lavo la macchina”? La macchina riceve l'acqua. Di conseguenza: “Io piscio il cane”? Il cane riceve il liquido. La lingua gioca spesso questi scherzi quando la struttura formale e l'intenzione logica non vanno d'accordo. 

Possibili origini

La diffusione della frase è iniziata con ogni probabilità da un innesco di origine guittesca. Ha l'aria di essere una creazione di qualcuno dei deprecabili comicastri foraggiati da Berlusconi. Roba da Zelig e simile immondizia. Ovviamente è solo un mio sospetto, dato che non sono riuscito in ogni caso a tracciare il percorso preciso. 

Una scheggia erratica
dai banchi di memoria stagnante

Ho sentito per la prima volta pronunciare la frase "pisciare il cane" dal Kremo a Torriglia, nel 2017. Il Kremo non aveva un cane, penso che si riferisse a quello di Sandro B.; ricordo ancora la mia sorpresa nell'udire quelle parole, che mi parvero incongrue, quasi irreali. Xenja dava quel modo di dire per scontato. Non rammento la reazione di Domenico M.; subito dopo ci siamo messi a mangiare dolciumi. 

Prove della natura polirematica
della frase

Il sintagma "pisciare il cane" è rigido. Non si comporta più come una normale combinazione di parole sintatticamente libera, ma ha assunto lo statuto di una locuzione bloccata, ossia un blocco unico e indissociabile che i linguisti chiamano, appunto, espressione polirematica o fraseologismo.
Analizziamo la questione in dettaglio:
 
1) Impossibilità di sostituzione sinonimica:
Non si può sostituire il verbo con un sinonimo. Se la frase rispondesse a una pura regola grammaticale produttiva, potremmo variare i singoli elementi mantenendo intatta la struttura. 
Non si può dire "orinare il cane". Suonerebbe ridicolo, quasi clinico, perderebbe all'istante tutta la sua forza comunicativa. 

2) Impossibilità di passivizzazione (blocco sintattico): 
Non si può usare il verbo al passivo.
Non si può dire "il cane è stato pisciato". A maggior ragione, non si può dire  "il cane è stato pisciato da Giovanni".
Il sistema rigetta la frase. Questo accade perché, come già rimarcato, il cane non è il vero paziente dell'azione (l'oggetto che subisce), ma è l'agente logico camuffato da oggetto. Il passivo svelerebbe l'assurdità del costrutto, riportando a galla con violenza intollerabile quel senso letterale di cui parlavamo prima, ossia il cane inzuppato di liquido giallognolo e puzzolente. La sintassi congela la frase alla sola forma attiva per preservare l'unico briciolo di senso logico-causativo rimasto.

3) Restrizione morfologica: 
Il blocco è così rigido che spesso si fatica a coniugare il verbo persino nei tempi verbali più complessi. Funziona benissimo al presente ("piscio il cane"), al passato prossimo ("ho pisciato il cane") o all'infinito ("vado a pisciare il cane"), ma proviamo a usarlo al passato remoto: otterremmo un esilarante "pisciai il cane". Va ancora peggio con le strutture ipotetiche distanti: "se io avessi pisciato il cane...". Suona già forzato, quasi estraneo al meridionalismo originario, perché queste formule richiedono un'agilità sintattica che una struttura "morta" e cristallizzata come questa non possiede. Peggio ancora, non si usa al plurale. Non ho mai sentito dire "pisciamo il cane", "pisciate il cane", "pisciano il cane". Nemmeno il futuro semplice è una possibilità concreta, dato che il linguaggio colloquiale lo sostituisce in modo quasi sistematico con il presente. Suonano stonate frasi come "piscerò il cane" e via discorrendo.  

4) Mancanza di capacità produttiva del concetto:
Non si è mai formata una frase analoga "cagare il cane" per dire "portare il cane a defecare". Eppure sarebbe entrato in gioco un meccanismo perfettamente logico. Perché? Dal punto di vista della pura logica astratta e della sintassi causativa, la formazione sarebbe ineccepibile: il meccanismo di base è identico, la necessità fisiologica dell'animale è la stessa, eppure la lingua ha eretto un muro invalicabile. 
- Sovrapposizione semantica:
Uno dei motivi per cui "cagare il cane" non ha potuto avere un significato parallelo a quello di "pisciare il cane" è che il verbo cagare usato in modo transitivo nell'italiano colloquiale ha già un significato figurato potentissimo, diffuso e radicato da generazioni: "considerare", "degnare di attenzione", "calcolare qualcuno" (quasi sempre usato al negativo: "non mi caga nessuno"). Se qualcuno dicesse "oggi non ho ancora cagato il cane", il cervello di qualsiasi parlante italiano non visualizzerebbe l'azione causativa di accompagnare l'animale all'albero, ma capirebbe immediatamente: "oggi ho ignorato il mio cane, non gli ho dato retta". La lingua tende a evitare collisioni semantiche che creano un'ambiguità troppo grottesca. Dire "vado a pisciare il cane" è libero da questo vincolo perché "pisciare qualcuno" non ha un significato figurato standard equivalente a "considerare"
- Tabù scatologico: 
Anche se entrambi i verbi "pisciare" e "cagare" appartengano al registro basso, esiste una gerarchia della volgarità e del tabù sociale che separa nettamente la minzione dalla defecazione. Mentre "pisciare" ha subito un parziale sdoganamento ironico nel parlato informale, "cagare" mantiene intatta una carica scatologica grezza, pesante e d'impatto. L'effetto visivo del cortocircuito innescato dal verbo transitivo è radicalmente diverso nei due casi: "pisciare il cane" evoca un'azione fluida, quasi un lavaggio (da qui l'immagine assurda dello spruzzo), mentre "cagare il cane" evoca un atto di espulsione corporea. Nel senso letterale transitivo, l'oggetto diretto è ciò che viene evacuato. Di conseguenza, "cagare il cane" non significherebbe permettergli di liberare l'intestino, ma significherebbe letteralmente "partorirlo analmente"! Questa immagine è talmente violenta, mostruosa e semanticamente satura da bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di transizione causativa. La mente rifiuta il costrutto perché l'interpretazione letterale è troppo ingombrante e ripugnante per poter essere superata dalla logica del "fare in modo che il cane adempia ai suoi bisogni".

Un esito paradossale

Siamo davanti a un paradosso grottesco: un'espressione nata dalla massima fluidità, come sgrammaticatura popolare e improvvisazione dei comici, una volta entrata nel repertorio del parlato è diventata più rigida e intoccabile della lingua standard. L'errore, per sopravvivere e farsi comprendere senza scatenare il caos mentale, ha dovuto darsi le sue regole ferree. Diventando una polirematica, ha firmato un patto di non-aggressione con la sintassi: "Resto così come sono, immobile, e nessuno si farà male con il senso letterale".

domenica 7 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'ESSERE FUORI DISCUSSIONE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

ESSERE FUORI DISCUSSIONE
1) essere garantito e sacrosanto
(quindi non è una cosa che può essere sottoposta a discussione, messa in dubbio e/o revocata)
2) essere assolutamente impossibile 
(quindi è una cosa di cui non si può discutere, di cui non si può in nessun modo parlare, ossia una cosa irrealizzabile, quasi un tabù) 

Esempi:
i) "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
(sono garantiti e sacrosanti)
ii) "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione."  
(sono tabù e non se ne deve parlare)
iii) "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione." 
(è tabù e non se ne deve parlare) 

È anche possibile che la frase compaia senza soggetto esplicito, col significato di "non se ne parla neppure"

Esempio: 
"Quegli amici non li frequenti. È fuori discussione!" 

Perché sussiste ambiguità? 
Il significato esatto della locuzione italiana "essere fuori discussione" è "essere certo", "essere indubbio", "essere assodato", "essere inoppugnabile", e per estensione, "non necessitare di alcuna argomentazione o dibattito" (perché la cosa è già decisa o ovvia). 
La locuzione può essere intesa in due modi principali, che sono strettamente correlati:
- Certezza e inoppugnabilità: qualcosa è vero, stabilito, o inevitabile. 
    Esempi:
    "Che la Terra sia un pianeta è fuori discussione." 
    (è un fatto assodato).
    "Il suo talento è fuori discussione."
    (è indubbio, indiscutibile).
- Esclusione dal dibattito o dalla possibilità: un argomento o un'opzione non è soggetto a dibattito, negoziazione, o messa in discussione, spesso perché è già stato deciso o è ritenuto inaccettabile, impossibile.
    Esempio (di una decisione):
    "La data della riunione è già stata fissata, 
    riprogrammarla è fuori discussione."

   (non è un'opzione, non se ne parla).
   Esempio (di una possibilità):
   "Rinunciare al progetto è fuori discussione."
   (non accadrà, non lo considereremo).

Gli esempi che ho riportato sui lavoratori, sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono frasi da me realmente udite con le mie orecchie: quella sui lavoratori è stata pronunciata da un comunista, quelle sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono state pronunciate da un cattolico tradizionalista. Mentre il significato neutro di "fuori discussione" rimane in entrambi i casi quello di "non soggetto a dibattito", il motivo per cui il dibattito è negato cambia radicalmente tra i due oratori.

i) Un comunista dice: "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di affermare un fatto ideologico e storico.
- Il significato in questo contesto è chiaro: i diritti dei lavoratori sono considerati una verità assodata, una base etica e legale che non può essere negata o rimessa in discussione. Non si tratta di un tabù, ma di un principio fondamentale, un po' come dire che "il sole sorge a est è fuori discussione".
- Corrisponde al senso di certezza e inoppugnabilità.

ii) Un cattolico tradizionalista dice: "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di stabilire un limite invalicabile al dibattito pubblico.
- L'uso della locuzione da parte del cattolico tradizionalista, che nega in toto i diritti degli omosessuali, si carica di un significato ideologico molto preciso: "tabù", "anatema" e "dogma non negoziabile". Non c'è alcuna base teologica, etica o legale per riconoscere tali diritti; di conseguenza, l'argomento non è nemmeno degno di essere dibattuto o considerato. 
- Corrisponde al senso di limite non discutibile perché è vietato. 

iii) Un cattolico tradizionalista dice: "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione."
Vale punto per punto tutto ciò che è già stato detto a proposito dei diritti degli omosessuali.  

La percezione di ambiguità da me segnalata discende in modo diretto dall'uso politico, religioso e ideologico che trasforma una semplice affermazione di certezza in un'arma retorica di esclusione e veto. Eppure, nonostante tutto, vedo nettissima una sola cosa, che vanifica le capacità comunicative del linguaggio: la contraddizione

Equivalenti in inglese

Anche in inglese si presenta qualcosa di simile. Il concetto di "essere fuori discussione" è espresso in due modi principali: 
1) to be out of question 
2) to be beyond dispute 
Varianti: 
to be out of the question
to be beyond question 
Sinonimi:
to be unquestionable,
to be undeniable,
there is no way
it's not an option

Si manifesta chiaramente la stessa identica ambiguità già vista in italiano. Le frasi sono infatte formati in modo estremamente simile. Ecco un paio di esempi: 

"Her dedication to the project is beyond dispute; she worked day and night to finish." 
Traduzione: 
"La sua dedizione al progetto è fuori discussione; ha lavorato giorno e notte per finirlo." 
Significato:
"È una dedizione certa, assoluta, indubitabile."

"Lending money to my irresponsible cousin is completely out of the question." 
Traduzione: 
"Prestare soldi al mio cugino irresponsabile è completamente fuori discussione."
Significato: 
"Il prestito è impossibile."

L'uso retorico da parte di politici e religiosi è identico a quello dell'italiano. Ce ne possiamo rendere conto traducendo in inglese le frasi ideologiche da cui è partita la discussione: 

i) "Workers' rights are beyond question". 
ii) "Gay rights are out of the queston".
iii) "Female priesthood in the Catholic Church is out of the question".