venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

lunedì 20 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL GARUM, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Com'è ben risaputo, gli antichi Romani usavano largamente una salsa a base di pesce fermentato, denominata garum. Il pesce marino veniva salato e fermentato in anfore con le sue interiora, cui venivano aggiunti altri ingredienti come erbe aromatiche. Il prodotto migliore era la parte liquida, denominata liquāmen. Un'altra frazione liquida, comunque pregiata, era il garī flōs "fiore del garum". Restava poi la parte pastosa, denominata allēc, che era considerata di qualità inferiore. In epoca tarda, la parola liquāmen tendeva a essere usata al posto di garum


garum, nome neutro, II declinazione 
   genitivo: garī 
   dativo/ablativo: garō 
   accusativo/vocativo: garum 
Variante dotta: garon 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (gara, genitivo garōrum, etc.). 

Derivati: 
  garum piperātum "garum con l'aggiunta di pepe"
  oxygarum "garum con aceto"
  oenogarum "garum con vino" 
  elēogarum "garum con olio"
  hydrogarum "garum diluito con acqua"
Nota: 
Essendo la -ă- di garum breve, si pronunciava oxýgarum, oenógarum, elēógarum, hydrógarum. Sono composti grecizzanti, di uso dotto. Immagino che in latino volgare si usassero nomi diversi per queste preparazioni culinarie.  

liquāmen, nome neutro, III declinazione
   genitivo: liquāminis 
   dativo: liquāminī
   accusativo/vocativo: liquāmen
   ablativo: liquāmine
Non dovrebbe usarsi il plurale in questa accezione, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (liquāmina, genitivo liquāminum, etc.). 
Altri significati della parola: 
  1) liquido 
  2) lisciva

allēc, nome neutro, III declinazione
   genitivo: allēcis 
   dativo: allēcī
   accusativo/vocativo: allēc
   ablativo: allēce
Varianti: ālēc, hallēc, hālēc 
Forme tarde (genere maschile): allēx, ālēx, hallēx, hālēx 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (allēca, genitivo allēcum, etc.). 
 
Etimologia di garum:

La parola latina garum è un prestito dal greco γάρον (gáron), variante di γάρος (gáros), che indica una specie di pesce pelagico piccolo, non identificata, dalle cui interiora in origine era ricavato il condimento. L'origine ultima di questo termine greco è sconosciuta. Con ogni probabilità si tratta di un prestito di adstrato. La preparazione culinaria era tipica della Fenicia, nel Paese chiamato Canaan, da cui è stata portata a Cartagine e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante questo, non sono stato in grado di trovare paralleli credibili nelle lingue semitiche (o in qualsiasi altra lingua), così attendo che salti fuori qualcosa di utile in futuro. 

Etimologia di liquāmen e allēc

La parola latina liquāmen è chiaramente dalla stessa radice di liquidus "liquido, fluido" (agg.), liquāre "sciogliersi, colare", liquor "fluido, sostanza liquida" (genitivo liquōris), etc.

La parola latina allēc deriva dal greco ᾰ̔́λς (háls) "sale", probabilmente tramite l'etrusco (il suffisso non è greco). Potremmo ipotizzare un participio passivo *halequ, alla lettera "salato", "messo sotto sale".  
Derivati romanzi: 
Italiano: 
  1) alice (pronuncia alìce, non àlice)
  2) alaccia, laccia "sardinella (Sardinella aurita)"
Catalano:
  alatxa "sardinella (Sardinella aurita)"

Due etimologie di garum, suggestive ma false

1) L'ipotesi indiana 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola Hindi गरम garam "caldo", "piccante", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari: 
- La parola in questione è un prestito tardo dal persiano گَرْم garm "caldo", infatti non ha la consonante iniziale aspirata.
- La consonante -m è parte della radice: la parola greca corrispondente è θερμός (thermós) "caldo". Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione).
 
2) L'ipotesi malese 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola malese/indonesiana garam "sale", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari:
- Il significato originale di questo garam è "granello": la parola originale per indicare il sale è sira, da cui è derivata la locuzione garam sira "granello di sale" (poi abbreviata mantenendo solo il primo membro).  
- La consonante -m è parte della radice. Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione). 

Mi sono imbattuto in questi maldestri tentativi etimologici nel Web, a questo link, in cui sono inclusi alcuni commenti con un abbozzi di confutazione: 


Un'altra falsa etimologia

È stata notata la somiglianza della parola garum con due verbi della lingua tedesca: 
1) garen "cucinare"
2) gären (ortografia obsoleta gähren) "fermentare"

- Il verbo garen (pronuncia /'ga:rən/) deriva da gar "cucinato", a sua volta dall'antico alto tedesco garo "preparato", "pronto".
- Il verbo gären (pronuncia /'gε:rən/) era molto diverso in antico alto tedesco: esistevano jesan "fermentare" e il suo causativo jerien "far fermentare". L'iniziale g- del tedesco moderno di deve alla fusione del tipico prefisso ge- (antico alto tedesco gi-). 
Conclusione:
Nessuna di queste parole tedesche è accettabile come etimologia di garum. Si tratta di mere somiglianze superficiali senza alcun nesso causale. 

Complesse interazioni

Una curiosità: esisteva il garum kosher già nell'antica Pompei. Siccome le norme alimentari della religione ebraica permettevano agli Israeliti soltanto i pesci con squame, escludendo selaci, crostacei e molluschi, furono fatte preparazioni apposite, come mostrato da reperti archeologici. Questo deporrebbe a favore dell'universalità della salsa, usata anche dagli Ebrei, che pure erano così schifiltosi e ossessionati dall'idea di purezza. Per il resto, è difficile tracciare una mappa che tenga conto di tutti i possibili fattori. Solo per fare un esempio, non sono affatto sicuro che il garum piacesse ai Germani in epoca imperiale. Fatto sta che con le grandi migrazioni, il condimento in questione finì per scomparire dall'Occidente, anche se gradualmente. Isidoro di Siviglia ne parla ancora nel VII secolo. La produzione e l'uso si sono conservati invece nell'Impero Romano d'Oriente fino al IX secolo. Ci sono alcune testimonianze del fatto che la salsa fosse usata dai sovrani dei Franchi e dei Longobardi, anche se era importata da territori di Bisanzio. Non si tratterebbe quindi di continuità, bensì del risultato di rinnovati traffici commerciali  con l'Oriente e di gusti acquisiti, secoli dopo l'insanabile frattura del mondo antico. 
Tra le ragioni del declino del garum in Occidente, si possono senz'altro citare il crollo della logistica e il peggioramento generalizzato dell'economia a partire dal VI secolo. Ogni cosa costava troppo, così ci si dovette arrangiare come si poteva. 
Molto tempo dopo, il tirannico Carlo Magno si occupò anche della produzione delle salse di pesce, imponendo regole igieniche stringenti. Non abbiamo affatto la certezza che questi prodotti fossero forme di garum paragonabile a quello antico. Anzi, è piuttosto improbabile. In effetti, si trattava di salse che erano sottoposte a cottura, a differenza di quelle prodotte nell'antichità.  

Garum e parassitosi 

Le analisi su latrine e feci fossilizzate (coproliti) di epoca romana hanno evidenziato una presenza diffusa di parassiti intestinali, tra cui tricocefali, nematodi e, in particolare, il botriocefalo o verme solitario del pesce. La preparazione avveniva macerando viscere di pesce sotto il sole e non era prevista la cottura, che avrebbe ucciso le uova dei parassiti. Il commercio diffuso in tutto l'Impero in giare sigillate ha facilitato la diffusione di questi vermi infestanti a tutta la popolazione. Sebbene i Romani avessero per l'epoca un'ottima cultura igienica (basti pensare alle terme e alle latrine), le parassitosi erano molto comuni. Si ipotizza che l'uso frequente del garum, unito al ricambio limitato dell'acqua nelle terme e alle peculiari modalità di pulizia anale, abbia favorito la persistenza di tali infezioni. 


Esperimenti moderni 

Qualche tempo fa, con mia grande sorpresa, ho potuto trovare del garum al supermercato. Il prodotto si chiamava "Garum Romae". L'ho trovato eccellente, anche se l'aspetto era poco invitante. Era pastoso e di color bruno verdastro: tecnicamente parlando, era più che altro allēc. Non ho nemmeno scattato qualche foto della pasta condita con questa salsa: avrei potuto indurre chi avesse visto quella pasta a pensare che fosse stata cosparsa di escrementi umani! Dopo qualche mese, il prodotto  ittico purtroppo non si è più trovato. Evidentemente non ha riscosso successo per via della sua apparenza, in grado di urtare gli stomaci più sensibili. Peccato, era un'iniziativa ricostruzionista davvero lodevole. La lista degli ingredienti specificava l'uso di una certa varietà di erbe aromatiche, tra cui la menta e la mentuccia. In ogni caso, non sono sicuro che questo garum sia stato prodotto secondo le procedure in uso nell'antica Roma. Con ogni probabilità nessuna autorità  odierna darebbe il suo benestare alla fermentazione sotto il calore solare di pesce con le interiora, posto in vasche di pietra per qualche settimana. Si sarà trattato di una versione "addomesticata"
Ricordo ancora un mio sciagurato esperimento. Presi gli intestini di alcuni pesci e li misi brutalmente assieme a un po' di sale in un recipiente. L'odore che ne sorse avrebbe stordito e abbattuto un avvoltoio, così fui costretto a gettare tutto! 

Il caso della colatura di alici

È una leggenda abbastanza diffusa quella secondo cui il garum avrebbe lasciato come erede la colatura di alici di Cetara (Costiera Amalfitana, Campania), che equivarrebbe al liquāmen, ossia alla parte liquida. Tuttavia la cosa mi pare dubbia, perché la colatura di alici è fatta con pesci eviscerati, mentre il garum è fatto con pesci non eviscerati. Certo, è anche possibile che nel corso dei secoli la preparazione sia cambiata, passando dalla ricetta romana a qualcosa di più edulcorato, privato proprio di quello che in origine era l'ingrediente principale. Potrebbero essere stati i rubicondi fratacchioni a cercare di "purificare" il prodotto per qualche loro fisima religiosa. Tuttavia, non si può escludere che la colatura sia un'innovazione medievale, priva di diretta discendenza con il condimento dell'antica Roma. Restiamo in attesa di ulteriori informazioni per poter definire meglio la complessa questione.

sabato 18 maggio 2024

I PAMPÌNI DEL TEOLOGO, I PÀMPINI DELLA VITE... E IL POMPINO!

In italiano il pàmpano o pàmpino è la foglia della vite (Vitis vinifera); è chiamato così anche il germoglio verde e tenero della stessa pianta, che spunta dai tralci che portano foglie, viticci e grappoli. La parola deriva dal latino pampinus, con l'accento sulla vocale -a-, essendo la -ĭ- breve. 
Nell'italiano di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (1927 - 2022), il pampìno era invece il bambino.  In pratica, tra il pàmpino della vite e il pampìno del pontefice e teologo tedesco cambia soltanto la posizione dell'accento. Questo per via di una caratteristica fonetica tipica del bavarese, che tende a realizzare la consonante occlusiva /b/ come sorda, ossia come una /p/ non aspirata. 
Ora ci addentriamo in meandri davvero bizzarri della linguistica. 
Non tutti sanno che il termine pàmpano è anche tipico del gergo ittico: indica infatti le specie di pesci del genere Trachinotus, che sono ottimi commestibili, particolarmente gustosi cucinati alla griglia. Questa denominazione è derivata dallo spagnolo: pámpano, plurale pámpanos. Discende in modo diretto dal latino pampinus, che poteva significare anche "tentacolo di polpo".  
Nell'inglese degli Stati Uniti d'America, il termine spagnolo pámpano è stato trascritto come pompano. La vocale posteriore aperta /ɔ/ dell'inglese britannico è infatti diventata una vocale centrale /a/ negli USA. Così per trascrivere una /a/ tonica dello spagnolo, è stato fatto ricorso a -o-

Un biologo americano, W. N. Lockington, è stato ingannato da un informatore linguistico particolarmente burlone, o forse soltanto da una scarsa dimestichezza con la trascrizione delle parole straniere: ha così pubblicato un libro, Notes on Pacific Coast Fishes and Fisheries (The American Naturalist, vol. 13, Essex Institute, 1879), in cui si afferma che i pescatori italiani chiamerebbero "pompino" un particolare pesce, il Poronotus simillimus! Dopo una breve ricerca, ho scoperto che il Poronotus simillimus o Stromateus simillimus, oggi Peprilus simillimus (eh sì, la Scienza continua a cambiare i nomi), è chiamato "pompano" - e non dai pescatori italiani. Il nome, pseudoitaliano, è in realtà proprio lo spagnolo "pámpano" di cui abbiamo trattato sopra, con l'accento che cade sulla prima sillaba. Credo che il dottor Lockington non abbia mai sentito pronunciare la parola "pompino" con l'accento sulla seconda sillaba, che in italiano indica la fellatio. Eppure, quando si legge la sua trascrizione erronea, si può solo avere davanti agli occhi una sequenza pornografica in cui una donna è intenta a lavorare un fallo con la bocca. 

Ecco il testo ittiologico originale in inglese: 

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - This species was first described by Dr. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. on p. 85) in December, 1860, and accompanied by a good outine figure.  Dr. Ayres states that in the course of seven years he only saw three or four specimens ; but this year, at least, it is far more abundant, as I have seen as many as thirty or forty on the same stall on two or three occasions during October.  As with the other Scomberoids, the examples brought to this market are caught in Monterey bay, which appears to form the northern limit of many species of fishes, crustacea and echinoderms. 
As in the arrangement of the fishes in the Museum of the California Academy of Science, we are, at present, following the classification of Dr. A. Günther, of the British Museum, the name of this species must be changed from Poronotus simillimus, the title given by Dr. Ayres, to Stromateus simillimus ; as Dr. Günther admits no such genus as Poronotus, and it agrees with Stromateus in the entire absence of the ventral fins, short elevated form of body, and single long dorsal and anal fins.   
The Italian fishermen call this species "pompino", and this must be accepted, in the absence of any other, as its English name. I am informed that a fish called "pompino", on the Atlantic coast, is considered the most delicate of all fishes ; this is Trachynotus carolinus, a very different species. Our "pompino" is also highly priced as a delicate morsel, and is one of the dearest fish on the market. 
Mr. B.B. Redding has given me an account of a little practical joke in which the New Orleans species of pompino is concerned. When, during the civil war, Dr. Russell was in this country as correspondent, I believe, of the Times, he was so anxious to taste the celebrated pompino that he obtained leave to pass through the lines and visit New Orleans for the purpose. It happened, however, that pompino was not in season, but a perch of somewhat similar size and form, aided by the cookery of a clever negro cook, was passed off upon him as pompino. Dr. Russell ate, relished exceedingly, and wrote to his paper a glowing description of the gustatory delights of pompino, and it was not till some years after that it transpired that pompino was not then in season, and that he had been put off with perch. 

Questa è la traduzione (se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, è a dir poco esilarante!):

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - Questa specie fu descritta per la prima volta dal Dott. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. a p. 85) nel dicembre 1860, accompagnata da una buona illustrazione schematica. Il Dott. Ayres afferma di aver visto solo tre o quattro esemplari nel corso di sette anni; ma quest'anno, almeno, è molto più abbondante, dato che ne ho visti trenta o quaranta sulla stessa bancarella in due o tre occasioni durante ottobre. Come per gli altri Scomberoides, gli esemplari portati a questo mercato sono stati catturati nella baia di Monterey, che sembra costituire il limite settentrionale di molte specie di pesci, crostacei ed echinodermi.
Poiché nella disposizione dei pesci nel Museo dell'Accademia delle Scienze della California, attualmente seguiamo la classificazione del Dott. A. Günther del British Museum, il nome di questa specie deve essere cambiato da Poronotus simillimus, titolo attribuito dal Dr. Ayres, a Stromateus simillimus; in quanto il Dott. Günther non ammette un genere chiamato Poronotus, e questa specie concorda con Stromateus per la totale assenza di pinne ventrali, la forma del corpo corta ed elevata e le singole pinne dorsali e anali lunghe.
I pescatori italiani chiamano questa specie "pompino", e questo deve essere accettato, in mancanza di altro, come nome inglese. Mi risulta che un pesce chiamato "pompino", sulla costa atlantica, sia considerato il più delicato di tutti i pesci; si tratta del Trachynotus carolinus, una specie molto diversa. Anche il nostro "pompino" è molto apprezzato come prelibatezza ed è uno dei pesci più costosi sul mercato.
Il signor B.B. Redding mi ha raccontato di un piccolo scherzo che riguarda la specialità di New Orleans chiamata pompino. Quando, durante la guerra civile, il dottor Russell si trovava in questo paese come corrispondente, credo, del Times, era così desideroso di assaggiare il celebre pompino che ottenne il permesso di attraversare le linee nemiche e visitare New Orleans a tale scopo. Accadde, tuttavia, che il pompino non era di stagione, ma gli fu spacciato per pompino un pesce persico di dimensioni e forma simili, preparato con l'aiuto di un abile cuoco nero.
Il dottor Russell mangiò, lo gustò con grande piacere e scrisse al suo giornale una descrizione entusiastica delle delizie gustative del pompino, e solo alcuni anni dopo si scoprì che il pompino non era allora di stagione e che era stato sostituito col pesce persico.

Anche se il pesce dello studioso in realtà non ha nulla a che fare con il sesso orale, non si può fare a meno di ridere! 
Tornando alla viticoltura, è emerso dai miei banchi di memoria stagnante un episodio di molti anni fa. La sensuale ed esuberante R. stava leggendo un brano a caso del Decameron di Boccaccio, quando al posto di Pampìnea ha letto Pompinéa. Anche se per pura malizia, è caduta nello stesso errore del dottor Lockington: dai pampini della vite è passata ai pompini!

martedì 14 maggio 2024

TURCILINGI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

I Turcilingi sono un popolo germanico, generalmente ritenuto appartenente al ramo orientale, quello dei Goti.  Alcuni li considerano un sottogruppo degli Sciri. Furono tra le milizie dell'impavido Odoacre e contribuirono a rovesciare l'Impero Romano d'Occidente. Furono considerati per secoli la quintessenza della barbarie. Ancora nel XVII secolo, il teologo inglese Lancelot Andrews (1555 - 1626) citò, per bassi scopi politici e propagandistici, "l'inumanità e la barbarie dei Turcilingi". Perché i Turcilingi ebbero una fama tanto terribile da essere menzionata con orrore, pur essendo da tempo immemore scomparsi? Ebbene, erano tanto temuti perché praticavano la sodomia violenta! Condividevano questo costume con gli Eruli e con alcuni altri popoli oscuri, come i Taifali. La cosa non deve stupire. Già abbiamo mostrato come Odoacre introdusse il favone nell'angusto budello del giovane Romolo Augustolo, possedendolo carnalmente come una femmina: ancor oggi la cosa è vista con assoluto orrore e disgusto, tanto da far tremare d'ira e sdegno innumerevoli bulli appassionati della Storia di Roma. Ne ricordo uno che, di fronte alla mia vivida descrizione, definì "aberranti" le passioni di Odoacre - a babbo morto da così tanti secoli!

Origine del nome dei Turcilingi

La formazione dell'etnonimo è chiaramente germanica: il suffisso -ing-, molto produttivo, è un patronimico e indica spesso discendenza da un antenato comune. Il problema in questo caso è la radice. Il nome, che Wulfila avrebbe trascritto *Turkiliggs /'turkiliŋgs/, sembra derivare da un antroponimo *Turkila /'turkila/ "Piccolo Turco" e avere il significato di "Discendente del Piccolo Turco". Dovevano esistere le rispettive varianti *Taurkilings /'tɔrkiliŋgs/ e *Taurkila /'tɔrkila/, dal momento che nei codici dell'opera di Giordane troviamo scritto anche Torcilingi e Thorcilingi. Probabilmente un uomo venuto da Oriente, appartenente a un popolo unnico, è giunto presso una tribù di Germani orientali, venendo adottato, distinguendosi per eroismo e infine dando origine a una cospicua stirpe regnante. 

Etimologia di turco 

Proto-turco: *tür(ü)k 
Ricostruzione alternativa: *türük / *törük
Significato: Turco, Turchi 
Possibili significati di origine:
      - potente, forte 
      - procreatore  
   Esiti storici: 
   Antico turco (anatolico): türk  
   Turco: Türk 
   Turco Ottomano: Türkman 
   Azero: Türkman 
   Turkmeno: Türkmen 
   Uzbeco: Turkmon 
   Antico turco siberiano: türk 
   Rouran: türküt "Turchi" 
   Antico Uyghuro: türkče "lingua uyghura"

L'origine di questo etnonimo, che ha finito col sostituire la più antica denominazione degli Unni, è da un'estensione con un suffisso sclerotizzato -k di una radice verbale col significato di "essere nato". Il significato originario di türk deve essere stato "uomo", "essere umano"

Proto-turco: *töre-
Significato: essere nato, avere origine 
   Antico turco: törü- "essere nato" 
   Turco: türe- "essere nato"
   Tataro (dialett.): türä- "essere nato" 
   Azero: törä- "essere nato" 
   Turkmeno: döre- "essere nato"
   Oyrat: törö- "essere nato"
   Yakuto: törȫ- "essere nato"
   Tuva: törü- "essere nato"
   Tofalar: dörü- "essere nato"
   Kirghiso: törö- "essere nato"
   Karaim: töre- "essere nato" 

Esistono paralleli in altre lingue altaiche, diverse da quelle turche; non è chiaro se si tratti di derivazioni da una protoforma comune oppure di antichissimi prestiti. 

Proto-mongolo: *töre- 
Significato: essere nato 
   Mongolo scritto: töre- "essere nato" 
   Khalkha: törö- "essere nato"
   Calmucco: tör- "essere nato"
   Buriato: türe- "essere nato"
   Ordos: törö- "essere nato"
   Dagur: turu-, ture- "essere nato"
   Monguor: turo- "essere nato"
   Mogol: türä- "essere nato" 

Proto-tunguso: *tur- 
Significato: essere nato; crescere 
   Evenki: turku- "uscire";
       turī "gregge di cervi in calore"
   Even: töri "famiglia di orsi" 
   Manchu parlato: tiuči "emergere", "apparire"
   Manchu letterario: tuči "essere nato", "crescere", 
        "uscire"

Non è un caso se ancora oggi si dice "cose turche"! Ricordo ancora nitidamente un quadretto appeso a una parete di un negozio di robivecchi a Lecco, che ritraeva un uomo col turbante nell'atto di sodomizzare un giovane messo alla pecora. Gli introduceva lentamente il glande durissimo nel cedevole intestino. Eccole le cose turche! 

domenica 12 maggio 2024

SCIRI E BASTARNI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

Due popoli indoeuropei enigmatici abitavano nella regione dei Carpazi a partire dal III secolo a.C., giunti da Settentrione, con ogni probabilità dall'area oggi chiamata Polonia: gli Sciri e i Bastarni. I primi sono tradizionalmente sono considerati Germani, o comunque di lingua germanica. Per quanto riguarda i secondi, molti li considerano Germani, anche se regna una certa confusione e sono stati avanzati diversi dubbi. Dato che si tratterebbe di due delle più antiche attestazioni di popoli di lingua germanica nella Storia, la questione deve quindi essere discussa con particolare attenzione. Va detto che già nell'antichità circolavano opinioni estremamente confuse. 

1) Gli Sciri 

Forma latina: Scīriī /'ski:rii:/, Scīrī /'ski:ri:/
     (genitivo Scīriōrum, Scīrōrum)
Forma greca: ΣκίριοιΣκίροι

Gli Sciri furono un popolo germanico il cui etnonimo è trasparente, ben comprensibile a partire dalla lingua di Wulfila: skeirs /ski:rs/ significa "chiaro", anche nel senso di "puro" (il dittongo grafico -ei- trascrive una -i- lunga). Un testo teologico in gotico è conosciuto come Skeireins /'ski:ri:ns/, ossia "Spiegazioni" - alla lettera "Chiarimenti". La parola skeirs aveva già un ampio campo semantico, analogamente a quanto avviene in italiano con chiaro (da cui si formano molti derivati come chiarire, chiarezza, etc.). 
Così è ragionevole supporre che il nome degli Sciri, appartenente al germanico orientale, significhi proprio "Chiari", "Splendenti", "Puri" e anche "Puri di sangue", "Puri di stirpe". 

Forma gotica ricostruita: *Skeirjos /'ski:rjo:s/ 
Tema della declinazione: -ja- 

Non ci sono particolari problemi ad ammettere un dileguo della -j- di *Skeirjos, senza dubbio favorito dalla vocale anteriore della sillaba precedente. 

Forma gotica ricostruita: *Skeiros /'ski:ro:s/ 
Tema della declinazione: -a-

L'etimologia è diretta, si tratta di una sostantivazione dell'aggettivo skeirs "chiaro", che ha una vocale tematica -i- / -ja-:

Forma protogermanica ricostruibile: *skīriz 
Forme gotiche attestate: skeirs

Declinazione forte: 
nominativo maschile: skeirs
nominativo femminile: skeirs
nominativo neutro: skeir, skeirjata 

Declinazione debole: 
nominativo maschile: skeirja 
nominativo femminile: skeirjo 
nominativo neutro: skeirjo 

Etimologie alternative: 

1) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal protogermanico *skīrō "divisione amministrativa" (da cui l'inglese shire "contea"). Il problema è che non è una ricostruzione sicura: potrebbe essere *skīzō con la sibilante sonora /z/ rotacizzata in seguito. L'etnonimo degli Sciri, antichissimo (dal II secolo a.C.), non può essere il prodotto di un rotacismo, essendo questo mutamento fonetico avvenuto in epoca molto posteriore (nelle lingue germaniche occidentali).
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia di sceriffo


2) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal medio persiano shīr "latte" o dal suo omofono shīr "leone". La prima ipotesi incontra difficoltà semantiche insormontabili; la seconda sarebbe semanticamente accettabile. Tuttavia  occorre scartare entrambe le comparazioni: sono inammissibili già per motivi fonologici (non rendono conto del gruppo consonantico /sk-/). 

Gli antroponimi noti associabili agli Sciri sono tardi e appartengono chiaramente alla lingua gotica: Edeko, Edica (padre di Odoacre), Onulphus, Onulf (fratello di Odoacre). 
Esistono alcuni toponimi della Baviera che derivano dal nome degli Sciri: 
Scheyern (attestato come Scira nel 1080)
Scheuer (attestato come Sciri nel 975 circa)
Scheuern in Neubeuern (attestato come Skira nell'XI secolo)
Scheuring (attestato come Sciringen nel 1150) 
La fonologia presenta irregolarità che meriterebbero di essere investigate. Sembra quasi che rifletta sviluppi di una lingua diversa dall'antico bavarese. 

Conclusioni: 
Le implicazioni dell'etimologia gotica, che resta la migliore, sono potenti. 

2) I Bastarni

Forma latina: Basternae
     (genitivo Basternārum)
Forma greca: ΒαστάρναιΒαστέρναι 

I Bastarni furono un popolo indoeuropeo di incerta origine: in genere sono considerati Germani, ma non manca chi li attribuisce ai Celti o addirittura ai Sarmati (Iranici). Particolarmente diffusa è l'idea che in origine fossero Germani, ma mescolati ad elementi di altra stirpe, come i Celti e i Sarmati. Non c'è finora alcun sostanziale accordo nel mondo accademico sulla reale appartenenza etnica di queste genti: si riflette la molteplicità delle opinioni presenti negli autori classici. Ecco un quadro sintetico: 

1) Livio, Plutarco: i Bastarni sono Galli, Galati, ossia Celti  
2) Strabone, Plinio il Vecchio: i Bastarni sono Germani 
3) Tacito: i Bastarni sono Germani, ma con sangue e influenza dei Sarmati
(l'autore aggiunge che sono pigri e sporchi) 
4) Dione Cassio, Zosimo: i Bastarni sono Sciti 
5) Appiano: i Bastarni sono Traci 
Nota: 
Strabone, che considera i Bastarni Germani, in un'altra occasione li elenca tra i Roxolani, considerati Sciti. Si contraddice. Zosimo considera Sciti persino i Goti, la cui lingua è eminentemente germanica.

Da questi elementi piuttosto scarsi ed erratici deriva una singolare suggestione. Se i Bastarni sono stati una mescolanza di genti, viene naturale pensare che fossero... i BastardiLa tentazione è quella di contrapporre agli Sciri, che sono i "Puri", i Bastarni, interpretando il nome di questi ultimi come "Mescolati", "Impuri" e "Bastardi", come anche suggerito dalla notevole assonanza. Ecco, se ciò fosse vero, si sarebbe trovata la vera etimologia della parola "bastardo". In realtà le cose non sono così facili. 
i) Cominciamo dalla semantica: nessun popolo si darebbe un nome intrinsecamente spregiativo. Certo, in teoria potrebbe essere un esoetnico, attribuito da avversari, ma è comunque difficile credere che dell'endoetnico non sia rimasta traccia alcuna. A quanto pare, i Bastarni erano invece fierissimi del loro nome e si consideravano le più potenti tra le genti. Argomenti simili sono stati enunciati dallo storico britannico Roger Batty (2008).
ii) La formazione dello spiacevole epiteto "bastardo" è avvenuta in epoca medievale, in condizioni complesse, e presenta caratteristiche non ravvisabili nell'etnonimo dei Bastarni.  
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia della parola bastardo


In realtà esiste un'etimologia ben più plausibile per il nome dei Bastarni, che permette di superare tutte le criticità, evitando problemi semantici e anacronismi. 
La derivazione proposta è dal verbo protogermanico *bastijanan "unire", "mettere insieme", da cui discende in ultima analisi l'italiano bastire, imbastire. Un'unione di popoli esprime comunque un concetto di varietà, ma senza alcuna accezione negativa. 

Protoforma gotica ricostruita: *Bastarnos
         /'bastarno:s/
   Variante: *Bastairnos /'bastεrno:s/ 

Protogermanico: *Bastarnōz / *Basternōz 
Significato: Gli Uniti

Wiktionary si limita a ricostruire il verbo a livello di germanico occidentale, anche se a mio avviso è possibile pensare che fosse già presente nella protolingua germanica comune. 

Antico alto tedesco: besten (< *bastjan)
Tedesco moderno: basteln, besteln 
Medio basso tedesco: besten 
Latino volgare: *bastīre (prestito germanico)

Il verbo sarebbe derivato a sua volta dal protogermanico *bastaz "fibra" (inglese bast "rafia", "fibra tenace e grossolana", tedesco Bast idem), nel senso originario di "unire più fibre", "cucire insieme".  


Un tipo di carro: la basterna. Non sembra derivato da *bastum "sostegno", più plausibilmente è stato preso proprio dall'inclito nome dei Bastarni. 

Etimologia alternative: 

1) Lo studioso russo Oleg Trubačev (Indoiranica, 1999) ha proposto una derivazione dall'avestico bast- "legare"; "schiavo" (cfr. ossetico bættən "legare", bast "legato") e *arna- "prole", considerandolo analogo nella formazione all'epiteto δουλόσποροι "gli schiavi Sporoi" menzionato da Nonno e Cosma, dove gli Sporoi sono il popolo che Procopio menziona come gli antenati degli Slavi. Echeggiano note di linguistica nazionalista. Anche se è interessante la somigianza della radice iranica bast- con il verbo protogermanico *bastijanan, rimane difficile pensare che l'elemento -arn- / -ern- sia qualcosa di più di in mero suffisso.
2) Secondo lo studioso lituano Rimantas Matulis, il nome dei Bastarni sarebbe spiegabile ricorrendo alla locuzione lituana basi tarnai "servi scalzi". Questa interpretazione viene talvolta utilizzata per sostenere la presenza o l'influenza baltica nella regione del Danubio durante l'antichità. Ha tutta l'aria di essere un'etimologia popolare.

Divisioni e antroponimi dei Bastarni

I Bastarni si dividevano in Atmoni, Sidones e Peucini (o Peuci).
Da questi etnonimo possiamo fare interessanti deduzioni. 

1) Atmoni "Gente dello Spirito"
Cfr. protogermanico *ǣþmaz "spirito, respiro"
Nota:
L'esito della vocale tonica è simile a quello del germanico occidentale e settentrionale, diverge da quello del germanico orientale.
2) Sidones "Gente della Tradizione" 
Varianti: Sidoni, Sidini 
Cfr. protogermanico *siðuz "costume, tradizione"
Nota: 
Sono applicate le leggi di Grimm e di Verner.
3) Peucini "Gente del Pino"
Varianti: Peuci 
Cfr. protogermanico *fiuχtijōn "abete"
Nota: 
Manca l'elemento dentale -t-. Manca l'applicazione della legge di Grimm. Essendo il nome derivato da quello dell'isola di Peuce (greco Πεύκη), potrebbe semplicemente essere un prestito. 

Sappiamo che il nome di alcuni capi. Uno di questi, Deldo, è di etimologia incerta e significato al momento indeterminabile. Un altro, Teutagonus "Figlio della Tribù", di chiarissima tradizione indoeuropea, che mostra una formazione più celtica che germanica. Un altro ancora, Cotto, ha un nome tipicamente celtico che significa "L'Anziano".

Conclusioni 

Sussistono varie possibilità. La lingua dei Bastarni potrebbe essere un sottogruppo ignoto delle lingue germaniche. Tuttavia si potrebbe anche trattare di una sottofamiglia indoeuropea indipendente, oggi perduta ("i Bastarni sono Bastarni"). Si dà la possibilità che nel corso del tempo i Bastarni siano passati dalla loro lingua originaria a una lingua germanica. Per chiarire definitivamente la questione servirebbero ulteriori dati, che molto difficilmente saranno reperiti.