sabato 14 settembre 2024

PANCHO VILLA, L'ODIO ANTI-CINESE IN MESSICO E L'ECCIDIO DI TORREÓN

Francisco Villa, più noto come Pancho Villa, nato José Doroteo Arango Arámbula (San Juan del Río, Stato di Durango, 1878 - Stato di Chihuahua, Hidalgo del Parral, 1923), fu un rivoluzionario, proprietario terriero, generale, politico e caudillo messicano. I suoi antenati erano Baschi sia da parte di padre che di madre. Ormai la sua figura è stata idealizzata, nascondendo i suoi aspetti più oscuri, turpi e cruenti. Era un individuo brutale, ultra-violento e sanguinario. Non si contano le tradizioni trasmesse oralmente sulle sue gesta efferate. Aveva abbastanza intelletto da capire che lo stupro portava gravi problemi e provocava tremende faide. Ne temeva soprattutto le conseguenze pratiche. Così raccomandava con grande cura ai suoi uomini di evitare gli stupri e di raccontare alle donne un po' di balle religiose per imbambolarle, per poter così usufruire delle loro grazie senza problemi. Fu poligamo, ma nessun ecclesiastico osò protestare o accusarlo di immoralità, nemmeno l'Arcivescovo di Chihuahua: non si poteva "negare qualcosa al grande Pancho Villa". Tutti avevano troppa paura della sua vendetta! 


Eppure occorre sempre tener presente gli eventi del passato che hanno plasmato il rivoluzionario. Il giovane Doroteo Arango era soltanto un ragazzino di 15 o 16 anni, quando vide un uomo che tentava di approfittarsi di sua sorella: era il proprietario terriero Agustín López Negrete. Doroteo estrasse la pistola dalla fondina e gli sparò nel cranio! Gli storici ancora oggi hanno un timore superstizioso e cercano di edulcorare l'accaduto, dicendo che il giovane Pancho aveva soltanto ferito il seduttore a una gamba o a un piede. La realtà fu decisamente più cruda, come ancora ricordano le canzoni popolari: un getto di cervello sanguinolento scaturì dal cranio perforato e finì addosso alla ragazza! Dopo il compimento della vendetta, il giovane fu costretto a fuggire tra le montagne, iniziando la sua vita di bandito. Cambiò il suo nome in Francisco "Pancho" Villa e diede origine alla leggenda! La sua è stata una storia piena zeppa di terribili contraddizioni e molto lontana dall'immaginario hollywoodiano. 


La montura del chino

Nel clima infernale che imperversava in Messico nei primi decenni del XX secolo, un elemento che caratterizza Pancho Villa e il suo mito è il suo feroce odio contro gli immigrati cinesi, che possiamo definire con queste parole: assoluto, inestinguibile, eterno. Nella città di Chihuahua è tuttora esposto un macabro manufatto, che consiste in una sella detta montura del chino, perché sarebbe stata ottenuta dalla pelle di un cinese. 

“En la casa de Luz Corral, hoy museo de Francisco Villa, se encuentra la silla de montar de Villa, la cual fue forrada con la piel de un chino. En la cabeza de la silla se observan los ojos del chino. Según la tradición oral, al chino se le quitó la piel estando vivo. Según la misma tradición, la leyenda dice que un chino fue el que envenenó a la única hija que tuvo Villa con Luz Corral, por eso su rencor hacia los chinos. Villa mataba a todo chino que se encontraba solo por el delito de ser chino.” 
(Marcos Barraza, Hidalgo del Parral, Chihuahua)

Traduzione: 

"Nella casa di Luz Corral - oggi Museo di Francisco Villa - si trova la sella di Villa, che fu rivestita con la pelle di un uomo cinese. Sul pomolo della sella si possono vedere gli occhi del cinese. La tradizione orale tramanda che la pelle fu asportata mentre il cinese era ancora vivo. Secondo la stessa tradizione, fu un cinese ad avvelenare l'unica figlia che Villa ebbe con Luz Corral, il che spiega il suo profondo odio verso i cinesi. Villa uccideva ogni cinese che incontrava, per la sola colpa di essere un cinese."


Alcuni storici (ad esempio Friedrich Katz), sono convinti che questa sella-feticcio sia parte della cosiddetta leyenda negra (ossia "leggenda nera") e che non abbia alcun fondamento reale. Il testo attribuito a Barraza ricorre in moltissimi luoghi del Web e gli è attribuita dai navigatori una natura memetica, non di documento storico. Tuttavia la memetica è una degna materia di studio, soprattutto quando è fondata su un nucleo di verità. Il punto è che la montura del chino è stata fotografata ed esiste, non può essere liquidata come un semplice parto della fantasia popolare. Sui social come Facebook e in quello schifo smerdante di Quora si trovano centinaia di commenti idioti pubblicati da scemi di merda. Molti fanno notare che gli occhi che si vedono nella foto sono verdi - che questo non è possibile perché "nessun cinese ha gli occhi verdi" e "gnè gnè, gnè gnè". Anche un imbecille sa che gli occhi non possono essere imbalsamati e che i tassidermisti li sostituiscono con occhi finti di vetro. Poi ci sono dementi affetti da sindrome di Dunning-Kruger galoppante, che se ne escono a dire che "in Messico agli inizi del Novecento non c'erano cinesi". Invece i cinesi c'erano eccome. Questa ignoranza bullesca deve essere combattuta e debellata, come ogni ostacolo alla conoscenza del passato. 

Le radici di un odio mortale 

Durante il regime di José de la Cruz Porfirio Díaz Mori (1830 - 1915), il cosiddetto Porfiriato che durò in modo discontinuo dal 1876 al 1911, il Messico aveva incoraggiato l'immigrazione cinese per modernizzare l'infrastruttura nazionale. Nell'arco di trent'anni giunsero oltre 15.000 lavoratori cinesi, impiegati nella costruzione delle ferrovie, nelle miniere e nell'agricoltura.  Si stanziarono soprattutto nei seguenti Stati: Baja California, Chihuahua, Coahuila, Sinaloa, Sonora, Yucatán. Con il tempo, molti immigrati aprirono attività commerciali come lavanderie e ristoranti, fondarono persino una propria banca (Banco Chino). Questo notevole successo organizzativo scatenò una forte ostilità e una concorrenza economica spietata. Lo slogan "El México para los mexicanos" identificava gli asiatici come ostacoli all'ascesa della classe media locale. I piccoli negozianti locali dovettero riconoscere di non avere mezzi per contrastare le floride attività dei cinesi, così li accusarono di monopolizzare il commercio al dettaglio e di abbassare i salari, dato che erano in grado di lavorare a ciclo continuo per compensi bassissimi. Era opinione comune che ogni soldo dato a un cinese uscisse dal circolo monetario messicano, causando impoverimento. A questo si aggiunse una furiosa propaganda razzista (sinofobia): i giornalisti e le leghe anti-cinesi diffusero stereotipi ripugnanti sul "pericolo giallo", etichettando la comunità come un'entità mostruosa e inassimilabile, veicolo di malattie, oppio e usura - mentre era del tutto ignorato il suo contributo all'infrastruttura del Paese. Ovunque soffiavano forti venti di intolleranza e pregiudizio culturale. 


Un eccidio dimenticato

Il massacro di Torreón del 13-15 maggio 1911 rappresenta uno dei più sanguinosi episodi di violenza razziale nelle Americhe, scaturito da decenni di risentimento congravescente e di economia xenofoba. Una tensione micidiale esplose in un colpo improvviso, come una molla caricata fino all'impossibile. Finito il Porfiriato, il potere fu preso dal rivoluzionario Francisco Ignacio Madero González (1873 - 1913), che ebbe fama di paladino della democrazia e propugnatore delle riforme sociali. In realtà era più che altro uno spiritista e un esoterista, anche se non al livello di quel potentissimo evocatore di Demoni che fu Venustiano Carranza Garza (1859 - 1920). 
Questa è la scheda tecnica dell'accaduto: 

Luogo: Torreón
Stato Federato: Coahuila
Nazione: Messico  
Anno: 1911 
Giorno/mese: 13-15 maggio
Tipo di evento: eccidio 
Nome spagnolo: Matanza de chinos de Torreón
Nome inglese: Torreón massacre 
Nome cinese: 萊苑慘案
Numero di vittime accertate: 308 
Etnia delle vittime:
   cinese (303),
   giapponese (5) 
   Nota:
   I 5 giapponesi furono scambiati per cinesi e uccisi. 
Proporzione: circa metà della comunità cinese locale 
Donne e bambini: sì 
Movente: odio razziale
Principale modalità di sterminio:
     uccisione a colpi di machete 
Altre modalità di sterminio:
     precipitazione dai terrazzi,
     precipitazione in pozzi,
     revolverate nel cranio  
Autori:
     truppe rivoluzionarie maderiste, 
     popolazione locale inferocita  
Numero di partecipanti: circa 4.500 
Conseguenze: 
     fuga dei cinesi superstiti,
     immissione di beni sequestrati nel mercato nero,
     incidente diplomatico  
Danni stimati: circa 1 milione di dollari US

Quando le truppe rivoluzionarie maderiste conquistarono la città industriale di Torreón, la violenza politica degenerò rapidamente in un pogrom. In soli tre giorni, oltre 303 persone di origine cinese furono torturate e uccise - più alcuni lavoratori giapponesi scambiati per cinesi. I quartieri commerciali cinesi e il Banco Chino vennero saccheggiati e rasi al suolo. Tra i morti c'erano 50 dipendenti di Sam Wah, sia della sua tenuta che del suo ristorante; Wong Foon Chuck perse 45 dipendenti: 32 dalla sua tenuta, nove da un hotel ferroviario che gestiva e quattro dalla sua lavanderia; Ma Due perse 38 dei 40 lavoratori dei suoi giardini. Anche 25 dipendenti della banca furono uccisi. Persero la vita anche 34 civili, tra cui 12 spagnoli e un tedesco. 
Va detto che diversi residenti tentarono di salvare i cinesi dalla folla inferocita, altrimenti il bilancio sarebbe stato senza dubbio peggiore. Settanta immigrati furono salvati da un sarto che, posizionatosi sul tetto dell'edificio in cui si erano rifugiati, depistò la folla che dava loro la caccia. Undici furono salvati da Hermina Almaráz, figlia di un leader maderista, la quale disse ai soldati intenzionati a portarli via da casa sua che "sarebbero potuti entrare in casa solo passando sul suo cadavere". Altri otto furono salvati da un secondo sarto che, restando sotto la pioggia davanti alla lavanderia dove lavoravano, mentì ai ribelli riguardo alla loro presenza. 
Dieci ore dopo l'inizio del massacro, Emilio Madero, fratello del Presidente, arrivò a Torreón a cavallo ed emanò un proclama che decretava la pena di morte per chiunque avesse ucciso un cinese. Ciò pose fine al massacro. I messicani deceduti vennero sepolti nel cimitero cittadino, mentre i corpi dei cinesi uccisi furono spogliati e sepolti tutti insieme in una fossa comune. Lo stesso giorno, Emilio Madero convocò un tribunale militare per ascoltare le testimonianze sull'eccidio. Il tribunale giunse alla conclusione che i maderisti avessero "commesso atrocità", ma i soldati si difesero sostenendo che i cinesi fossero armati e che il massacro fosse stato un atto di legittima difesa. In ogni caso, la leadership rivoluzionaria di Francisco Madero tentò in seguito di minimizzare l'accaduto e non punì mai i responsabili materiali. 

Le atrocità della División del Norte

Pancho Villa non aveva preso parte al massacro del maggio 1911, dato che in quei giorni era impegnato altrove, ma condivideva in ogni fibra del suo essere il profondo odio anti-cinese dell'epoca e lo tradusse in una vera e propria campagna di terrore e pulizia etnica nel nord del Messico durante la Rivoluzione. Per la División del Norte guidata da Villa, la popolazione cinese rappresentava un bersaglio primario e un ideale capro espiatorio, anche perché era accusata di aver sostenuto il regime di Díaz. Le esecuzioni sommarie furono numerose. Durante la campagna di Sonora del 1915, il rivoluzionario ordinò esplicitamente ai suoi uomini di giustiziare ogni cittadino cinese incontrato sul cammino. A Hidalgo del Parral, Santa Rosalía e Camargo, nello Stato di Chihuahua, le sue truppe massacrarono centinaia di commercianti e lavoratori cinesi. Quando Villa occupò Torreón nel 1913 e nel 1914, impose pesanti "tasse di guerra" esclusivamente alle attività commerciali cinesi, confiscando beni, banche e negozi prima di espellere i superstiti che si erano reinsediati dopo il disastro di qualche anno prima. 

Rivoluzione messicana, delirio e razzismo

Durante la Rivoluzione messicana e negli anni successivi, il concetto di "mexicanidad" (alla lettera "messicanità") rivestì una notevole importanza sia sul piano politico che su quello giuridico. Prima della Costituzione del 1917, la popolazione messicana veniva classificata in base alla razza: bianchi di origine europea, meticci ("mestizos" di sangue misto europeo e indigeno) e indigeni; veniva inoltre riconosciuta, in una certa misura, la componente africana. Tale classificazione rappresentava un retaggio del sistema di caste dell'epoca coloniale, che non contemplava la presenza di asiatici. Dopo la Rivoluzione, la figura del meticcio fu assunta a modello di una sorta di razza messicana ideale, definita addirittura "cosmica". I leader rivoluzionari ricordavano costantemente agli stranieri la loro condizione di estranei, rendendoli bersaglio di movimenti volti a porre fine all'influenza straniera nel Paese; ciò rifletteva apertamente il risentimento accumulatosi in Messico durante gli anni del regime di Porfirio Díaz. Nel corso della Rivoluzione, molti europei e statunitensi lasciarono il Paese; tuttavia, poiché l'ingresso negli Stati Uniti rimaneva loro precluso, la comunità cinese registrò un incremento numerico. 

Eredità e memoria storica  

L'odio anti-cinese continuò per decenni dopo gli orrendi fatti di Torreón, culminando negli anni '30 in leggi discriminatorie e nell'espulsione di massa di migliaia di cinesi, soprattutto dallo stato di Sonora (1931). Solamente nel maggio 2021, a ben 110 anni dai fatti, lo Stato messicano con il presidente Andrés Manuel López Obrador ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità cinese per il massacro di Torreón e per le persecuzioni storiche subite. Che altro dire? Meglio tardi che mai.

martedì 10 settembre 2024

I TOBOSOS E LA LORO MISTERIOSA LINGUA

I Tobosos erano un antico popolo del Messico Settentrionale. Conducevano vita nomade di cacciatori-raccoglitori nei territori desertici della regione del Bolsón de Mapimí, che oggi si trovano negli stati di Chihuahua, Coahuila e in parte minore Durango. Nel corso della loro storia sono stati a lungo associati ai Jumanos, tanto che qualcuno li ritiene, a mio avviso a torto, parte di quello stesso etnia. Sono considerati attualmente estinti o, come meglio sarebbe dire, assimilati nella massa della popolazione meticcia ispanofona. Eppure esiste almeno una fotografia che ritrae alcuni di loro, anche se non sono riuscito a chiarirne l'origine. 


Pur avendo scarsissimi mezzi, i Tobosos sono riusciti ad opporre per secoli una resistenza feroce alla colonizzazione. A partire dagli anni '40 del XVII secolo, iniziarono ad attaccare le missioni e le miniere situate a occidente del loro territorio - controllate dagli Spagnoli e abitate dai Rarámuri. In seguito,  dopo alterne vicende, molti Tobosos furono deportati nelle missioni nei pressi di Monterrey, in Messico, dove appresero la lingua spagnola. Un gran numero di essi si ribellò e abbandonò questi luoghi di prigionia, rifiutando il Cristianesimo. Gli Spagnoli classificavano i Tobosos come indiani ladinos, ossia "astuti", "abili": questa etichetta indicava che conoscevano bene la lingua e lo stile di vita spagnolo, sfruttandolo per combattere gli invasori con maggiore efficacia. Negli anni '90 del XVII secolo, i Tobosos si rafforzarono e compirono significative incursioni contro le missioni e i ranch dei Rarámuri (Tarahumara). Nel XVIII secolo arrivarono a minacciare Torreón e ad assediarla ripetutamente. 

Gli ultimi sviluppi

Alcuni Tobosos migrarono dal Messico verso la costa del Texas, dove risiedettero presso la missione Nuestra Señora del Refugio e nelle sue vicinanze dal 1807 almeno fino al 1828. Tali date precise sono dedotte dai registri battesimali, che attestano in modo accurato la presenza di individui di etnia Toboso in loco (Campbell, 1976). Nel XVIII secolo - almeno a partire dal 1776 - l'isola di Matagorda era nota come "Toboso Island" ed era abitata sia da persone fuggite dalle missioni Rosario ed Espiritu Santo, che da membri della popolazione costiera dei Karankawa, semi-nomade, parlante una lingua isolata (Weddle, 1996). È possibile che tale denominazione geografica riflettesse la presenza terminale di alcuni Tobosos tra gli abitanti dell'isola, in cui verosimilmente risiedono oggi i loro discendenti.

Etimologia di Tobosos

Come si capisce facilmente, il nome dei Tobosos è un esoetnico attribuito loro dagli Spagnoli. In spagnolo "toboso" significa alla lettera "tufaceo""fatto di tufo" ("formado de piedra toba") - tanto che potremmo benissimo tradurlo con "tufoso". Varianti ortografiche: Tobossos, Tovosos, TovossosIl singolare epiteto si deve forse al fatto che quelle genti erano sporchissime, perché vivevano in condizioni proibitive in un ambiente arido: la loro pelle doveva essere scabra e secca come la roccia vulcanica. Non conosciamo l'endoetnico dei Tobosos, ossia il modo in cui chiamavano se stessi. Purtroppo la loro lingua si è spenta nel corso del XVIII secolo, forse agli inizi del XIX, senza lasciare documenti. In concreto, restano soltanto alcuni nomi tribali, quasi tutti alquanto oscuri, oltre a pochissimi altri resti sepolti negli archivi. Ci accingiamo a trattare in questa sede il materiale reperito. 

Etnonimi nativi di gruppi

Il numero delle bande di Tobosos diminuì nel corso del tempo. Negli anni ottanta del XVII secolo si contavano 12 gruppi; nel 1693 gli Spagnoli ne censirono soltanto quattro (Anderson, 2009), i cui nomi sono i seguenti:

Osatayogligla
Guazapayogligla
   Varianti: 
   Guesecpayolicla 
   Guesecpayoliglao
   Guasapagoligla,
   Guasipayoles,
   Guesipayoles
   Guesapame
   Guesecpamot,
Chichitame 
    Varianti:
    Chichitamen,
    Chuchitamen
Sisimbles
    Varianti:
    Sisimbres,
    Zizimbles,
    Xiximbles,
    Sinsimbles,
    Asisimbres,
    Simbles,
    Sinibles (forse erroneo)  

Tuttavia in alcuni casi si riscontrano incertezze nell'attribuzione. Infatti si nota un'estrema somiglianza nella struttura e nella morfologia ai nomi delle bande di etnia Chiso (Chizo): 

Satapayogligla
   Varianti: 
   Satayolila,
   Osatayocliclas 
Sunigugligla
    Varianti:
    Sunigugliglas,    
    Sungugligla
    Suninoligla
    Sonololila
    Solinolicua
    Sinayoligla
    Siniyoliglas 
Batayogligla
Chichitame 

Si noterà all'istante la somiglianza di questi etnonimi e in un caso addirittura l'identità. In realtà sono riportati nei documenti i nomi di moltissimi altri gruppi tribali minuscoli. Va precisato che nel 1723, le bande dei Tobosos sono state soggette a deportazione.

La Bibbia dell'argomento è senza dubbio l'opera seminale di William B. Griffen, Culture change and shifting populations in Central Northern Mexico (The University of Arizona Press, Tucson, 1969), che riporta una gran quantità di dati utili. 


Si ravvisano tra gli etnonimi riconducibili ai Tobosos alcuni prestiti dal Nāhuatl: 

Cocoyome "i Coyotes"
    Varianti: 
    Cocoiome
    Cocoyomes
    Cocoyolme
    Cocoyolmes 
    Nāhuatl: cōcoyoh, plurale di coyōtl "sciacallo" 
Masames 
   Nāhuatl: mazah, plurale di mazātl "cervo" 
Ocomes 
   Nāhuatl: ocōmeh, plurale di ocōtl "pino"
Talcoyotes
   Nāhuatl: tlālcoyōtl < tlālli "terra" + coyōtl "sciacallo" 
     (forse il composto indica il cane della prateria) 
  Varianti:
  Talcoyomes
  Tatalcoyomes 

Riporto alcuni etnonimi associati ai Tobosos e ai Chisos, senza chiara origine Nāhuatl: 

Acoclames
   (associati ai Tobosos e ai Nonojes)
   Varianti:
   Ococlames
   Coclames
   Ajocames
   Achacomes
   Achaclames 
Baborimamas
    (associati ai Tobosos e ai Salineros)
   Varianti: 
   Boborimamaras
   Mamorimamas,
   Mamorimamaras,
   Baburimamas
   Bamoribama,
   Bamorimamas
   Mamarimamari (incerto),
   Marnisa (incerto)
Babosarigames 
   (associati ai Salineros, Cabezas e Tobosos)
   Varianti: 
   Babuzarigames
   Babucaligamas (-c- sta per -ç-),
   Babosaricas,
   Babozaligamen,
   Bobonizanigames,
   Bobozarigarnes
   Bauzarigames
   Bozeregamui
   Babozarigas  
Nonojes
   (alleati dei Tobosos e degli Acoclames)
   Varianti: 
   Nonoxes,
   Nonox
   Noñojet,
   Noñoques,
   Nonoties 
Osatame
   (gruppo di Chisos)
   Varianti:
   Osataba,
   Osatabay,
   Osatapa 
Otolcoclomes 
   (gruppo di Tobosos)
   Varianti: 
   Otolcoclames 

Si trova poi nel materiale di Griffen un etnonimo di estremo interesse, attestato nel XVII secolo nella regione: 
Odame
   Varianti: 
   Odaame,
   Oodame,
   Hodahama
Lo si riconosce all'istante: è O'odham, il nome nativo dei popoli che un tempo erano chiamati Pima e Papago. 

Un interessante residuo religioso
in Toboso

Qualche dato sparso è riportato come nota nell'opera di Griffen, anche se la sua consultazione non è facile. In particolare, abbiamo spulciato un'informazione interessante. Si riporta che nel XVII secolo tra i Tobosos fu pronunciata in un'occasione la frase "cable cable", glossata in spagnolo come "soy sacerdote", ossia "sono un prete". Riporto il brano, tratto da una lettera scritta da Padre Rodrigo del Castillo, mentre era prigioniero di un gruppo misto di Tobosos e di Cabezas (Fonte: Archivo General de la Nación, México, 1667). 

"fuime para el diciendole, Cable Cable que en su lengua quiere decir Soy Sacerdote ... vino luego otro Toboço ..."

Traduzione: 

"Mi sono diretto verso di lui dicendogli Cable Cable, che nella sua lingua significa "Sono un prete" ... poi arrivò un altro Toboso."

Non sono in grado di analizzare morfologicamente la sequenza cable cable, di cui finora non sono riuscito a trovare l'eguale in alcuna lingua nota della regione o di altri territori. Si può comunque trarre qualche deduzione antropologica. Il fatto che Del Castillo trovasse necessario specificare di essere un prete, indica che per quell'epoca esisteva un qualche credito del clero presso i Tobosos. Se avesse regnato un sentimento di ostilità anticristiana, la strategia più sensata sarebbe stata quella di evitare ogni menzione dell'argomento. Vediamo inoltre che per i Tobosos non era possibile alcuna confusione: sapevano distinguere bene "sacerdote" da "hechicero", ossia "stregone".  

Due idronimi nella lingua Chiso 

Sempre Griffen riporta i nomi dati dai Chisos a due pozze d'acqua. un bene che in quell'ambiente era di gran lunga più prezioso dell'oro:
sibalba "agua del zorrillo" 
   traduzione in inglese: "Skunk water"
   traduzione in italiano: "aqua della puzzola" 
bayacabam "donde se acaba la corriente"
   traduzione in inglese: "The place the stream terminates"
   traduzione in italiano: "luogo dove termina il ruscello" 
(Fonte: Bancroft Library, Berkeley, California - 1695) 

Tre glosse eterogenee 

In Salinero l'antroponimo Baturi (varianti: Baluri, Baluzi) significa "Piede di Lepre" - spagnolo: "Pies de Liebre", inglese: "Rabbit's Feet" (Fonte: 
Documentos para la Historia de México - 1645).
In Lagunero, naboya era il nome dato alle imbarcazioni usate a San Pedro de la Laguna (Fonte: Bancroft Library, Berkeley, California - 1605). I Tobosos erano mortali nemici dei Laguneros. 
Nel distretto di Parras, noas era il nome dato a un tipo di mescal; -s potrebbe essere il plurale spagnolo (Mota y Escobar, 1940).

La difficile situazione linguistica
nel Messico del Centro Nord

Griffen riporta un gran numero di testimonianze confuse relative alla mutua comprensibilità o meno delle lingue di molti popoli, evidenziando diverse contraddizioni. Era una condizione di caos multilinguistico. Il Nāhuatl (chiamato "messicano") era una lingua franca molto diffusa. Era usata anche la lingua zacateca, di cui tuttavia si hanno poche informazioni: potrebbe essere stata affine allo Huichol. Era comune che una persona parlasse nella propria lingua e che altri la intendessero spontaneamente, mentre altre volte era necessario l'uso di interpreti. 

"Si riferisce che un Tarahumar abbia riportato che "durante la battaglia, riconobbe che parlavano la lingua comune a Tobosos, Gavilanes e Salineros." (Fonte: Archivo de Hidalgo del Parral, Chihuahua - 1657). 
"Una volta, per l'interrogatorio di un prigioniero di Toboso, furono nominati due interpreti: uno per la lingua messicana (Nahuatl) e l'altro, Francisco Mama il Salinero, "per la sua lingua madre" (para la suya natural). (Fonte: Archivo de Hidalgo del Parral, Chihuahua - 1653). 

In entrambi i casi, non esiste certezza che i Tarahumara e gli Spagnoli fossero in grado di riconoscere le differenze tra la lingua dei Tobosos e quella dei Salineros, se ne esistevano.

La vera natura della lingua Toboso

Finora non sono riuscito a trovare altri dati lessicali sepolti nella documentazione presentata da Griffen, ma qualcosa possiamo già dedurre. 

1) I Tobosos parlavano una lingua strettamente affine a quella parlata dai Chisos (Chizos) e più alla lontana a quella dai Conchos
2) I Tobosos e i Chisos (Chizos) parlavano una lingua appartenente al gruppo Uto-Azteco, dato che abbiamo potuto dimostrare con argomenti solidissimi che la lingua dei Conchos è a sua volta Uto-Azteca. 

Queste sono le evidenze, di capitale importanza anche se poco numerose:

Toboso: -me, -men 
   Possibili varianti: -mot 
   Forma ispanizzata: -mes 
Chiso: -me, -met 
   Possibili varianti: -mit 
   Forma ispanizzata: -mes 
Concho: -me 
   Forma ispanizzata: -mes 
Nāhuatl: -meh 
Significato: suffisso del plurale

Toboso: -yogligla, -yolicla, -yolicua 
Chiso: -(yo)gligla, -(yo)licla, -(yo)licua, -(yo)lila,  
     -yole 
Concho: yolli 
Significato: "persone", "gente", "popolo", "tribù"
   Nāhuatl: yōli "vivere" 

Chiso: Bata-yogligla "Popolo ricco d'acqua"; 
   Bayacabam "Luogo dove termina il ruscello" 
Concho (glossa): bate 
Rarámuri: ba'wí 
Nāhuatl: ātl 
Significato: "acqua"
Nota:
Anche il Chiso Sibal-ba "Aqua della puzzola", mostra evidenza della radice ba- "acqua". La radice sibal- indica invece la puzzola. Il secondo membro del toponimo Ba-yacabam potrebbe contenere la stessa radice del Nāhuatl yacatl "naso, punta".

Chiso: Suni-gu-gligla "Popolo ricco di mais"
Concho (glossa): sanate 
Rarámuri: sunú
Nāhuatl: centli, cintli 
    Pronuncia: /'sentɬi/, /'sintɬi/
Significato: "mais"

Ho trattato la lingua dei Conchos nel mio articolo sull'etimologia di Chihuahua:


Come già è accaduto con i Conchos, è venuta meno la paura che si potesse avere a che fare con una lingua isolata. Le lingue isolate sono bellissime, ma quando mancano i dati siamo in un vicolo cieco! 

Conclusioni

Questi dati smentiscono un'annosa quanto vana ipotesi, formulata da studiosi che ascrivevano i Tobosos al gruppo Athapaska, ritenendoli affini agli Apache - cosa assurda anche solo a pensarsi. Non esistono dati linguistici in grado di suffragare una simile illazione, basata unicamente su un'analogia extra-linguistica relativa al modo materiale di vivere. 

domenica 8 settembre 2024

ETIMOLOGIA DEL TOPONIMO TEGUCIGALPA

L'origine del nome di Tegucigalpa, capitale dell'Honduras, è oggetto di un lungo dibattito tra gli storici, con diverse ipotesi concorrenti, pur facendo quasi tutte capo alla gloriosa lingua degli Aztechi, il Nāhuatl

i) L'ipotesi delle "Colline d'argento":
Per molto tempo la versione più diffusa è stata *Taguz-galpa, interpretata popolarmente come "Colline d'argento". 
L'origine di questa fabbricazione risiede nell'effettiva esistenza di un toponimo Taguzgalpa, attribuito a una regione della costa caraibica situata tra il fiume Aguán e il fiume San Juan, in quella che all'epoca era la giurisdizione della Real Audencia de Guatemala. Quest'area era ben distinta dal nome della città di Tecugigalpa, che esisteva già ma non ne faceva parte; tuttavia è stato facilmente collegato ad esso dagli etimologi dilettanti. 
Fu l'ecclesiastico Cristóbal de Pedraza, Vescovo di Comayagua (1485 - circa 1555) a documentare per la prima volta il nome della regione conosciuta come Taguzgalpa, nella sua opera del 1544 intitolata Relación de la Provincia de Honduras e Higueras. Pedraza riportò che, dopo una salita di tre giorni verso le montagne alle spalle di Trujillo - probabilmente l'odierna Sierra de la Esperanza - alcuni informatori locali gli spiegarono che il nome Tagusgualpa significava "la casa dove si fonde l'oro", in riferimento a un importante insediamento della regione in cui gli abitanti delle aree circostanti si riunivano per fondere il metallo. Sulla mappa olandese di Montanus, risalente al 1671, la regione in questione porta il nome Tiguzigalpa.
Qualcuno deve aver distorto quanto scritto da Pedraza, trasformando l'oro in argento e la casa in un'altura. 
Il problema è che il termine Nāhuatl per indicare l'oro e l'argento è teōcuitlatl, alla lettera "escremento divino". Per specificare di quale metallo si tratta, si deve ricorrere ad aggettivi: coztic teocuitlatl indica l'oro (alla lettera "escremento divino giallo"), mentre l'argento è chiamato iztac teōcuitlatl (alla lettera "escremento divino bianco"). 
Una forma plausibile nella lingua Nāhuatl classica corretta sarebbe *Teōcuitla-tepē-pan (da tepētl "montagna, altura"), che però non serve a spiegare il toponimo. 
E se non si trattasse di Nāhuatl? Ho cercato se esistesse qualche riscontro nelle lingue non Nāhuatl della regione, in modo tale da verificare se la traduzione "Cerro de Plata" possa avere qualche riscontro. Finora la ricerca si è dimostrata deludente: non si trova alcuna forma comparabile in lingue come il Lenca, il Matagalpa, il Suma e il Mishkito. Ho il sospetto che difficilmente questa pista porterà a qualcosa.
 
ii) L'ipotesi della "Casa del Signore": 
Lo studioso Antonio Peñafiel (1893 - 1922), che aveva scarse conoscenze grammaticali della lingua degli Aztechi, proponeva una ricostruzione *Tecutli-calpan,  da lui tradotto come "en palacios reales", ossia "nelle residenze reali" (1897). In Nāhuatl la parola per dire "signore", tēuctli, non conserva il suffisso assolutivo -tli quando è usata come primo membro nei composti. La forma corretta per esprimere il concetto nella lingua classica corretta sarebbe *Tēc-cal-pan "Nella Casa del Signore", che però non è adatta a spiegare il toponimo.  
Si trova una soluzione plausibile ricostruendo *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore", in cui anziché tēuctli "signore" si trova la sua forma costruita con il tipico suffisso -tzin, la cui funzione è reverenziale. Così tēuctzin significa "amato signore". In Messico, tra i parlanti Nāhuatl, questa ipotesi è molto diffusa. È stata sostenuta dagli studiosi messicani José Ignacio Dávila Garibi (1888 - 1921) e da Alfredo Barrera Vásquez (1900 - 1980)

iii) L'ipotesi della "Casa delle pietre appuntite"
Il filosofo, scrittore ed ex presidente honduregno Alberto de Jesús Membreño Márquez (1859 - 1921) trae spunto dalla forma Teguycegalpa, attestata da Pedro "Tonatiuh" de Alvarado (1485 - 1541) in un manoscritto del 1536 e interpretata come "nelle case delle pietre appuntite", riferendosi alle formazioni rocciose della zona. Si riconosce facilmente l'elemento te-, derivato da tetl "pietra", ma bisogna fare voli pindarici per trovare la parola per indicare il concetto di "appuntito". Alla fine ci sono riuscito: quello che Alvarado voleva trascrivere era *Te-huitz-cal-pan "Nella Casa delle pietre appuntite". Infatti la parola huitztli "spina, aculeo" entra nei composti come huitz-. Così tehuitzli sta per "pietra appuntita", alla lettera "spina di pietra".

iv) L'ipotesi della "Casa della Terra Gialla"
Si trova un'altra costruzione artificiosa, *Tlal-cuz-cal-pa, che parte dalle parole tlālli "terra", cōztic "giallo" (spesso riferito all'oro) e calli "casa". Ne parlano Gómez de Silva (1998) e Denyer (2001). Nell'ortografia standard sarebbe *Tlāl-cōz-cal-pan "Nella Casa della Terra Gialla". L'aggettivo cōztic è formato dalla radice cōz-, che ricorre in alcune formazioni fossili, come chilcoztli "peperone giallo", cozcatl "collana, gioiello", etc. Anche se non ho la piena certezza, sospetto che questo potrebbe essere il fondamento del toponimo Taguzcalpa, se ammettiamo che "terra gialla" possa essere stato usato come allusione all'oro. Non è impossibile: la consonante laterale /tɬ/ era spesso trascritta come /t/ dai cronisti spagnoli. Forse si trattava di sabbie aurifere da cui era ricavato il prezioso metallo. Riporto un link che spero possa essere di qualche utilità: 


Di queste ricostruzioni della protoforma di Tegucigalpa, la più solida e plausibile è senza dubbio *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore". Tuttavia ho un'altra possibilità, che reputo abbastanza plausibile. Eccola:

v) L'ipotesi della "Casa del Buccine" 
Ora presento una proposta etimologica che è frutto del mio ingegno. Forse è fallace, ma credo che sia interessante riportarla. In Nāhuatl classico esiste la parola tēucciztli, che indica una grossa conchiglia marina e in genere si traduce con "buccine". Si tratta di una antico composto il cui primo membro è tēuctli "signore", mentre il secondo elemento -ciztli è oscuro e non ha etimologia determinabile. Forse è una parola obsoleta che  in origine significava "conchiglia". 
Ecco che Tegucigalpa sarebbe l'adattamento di *Tēuc-ciz-cal-pan "Nella Casa del Buccine". 

Riporto il link a un articolo molto utile di William V. Davidson, che contiene molti dettagli e approfondimenti. Consiglio senz'altro la sua lettura!


Osservazioni sulla pronuncia

In Nāhuatl classico, tēuctli si pronuncia /'te:kwtɬi/. La consonante /kw/ è una labiovelare, come nell'italiano quando, ma non seguita da vocale. Sono consapevole del fatto che sia una pronuncia estremamente difficile per un parlante di qualsiasi lingua europea. Tuttavia, l'ortografia spagnola tecuhtli è ingannevole. Chi ignora la lingua Nāhuatl pronuncerà /te'kutli/, inventando una sillaba inesistente /ku/ e piazzando addirittura su di essa l'accento!
Queste sono le trascrizioni fonologiche: 

*Teuctzincalpan  /te:kwtsin'kaɬpan/
*Teuccizcalpan  /te:kwsis'kaɬpan/ 

Altre occorrenze di -galpa

L'elemento -galpa si trova anche in un altro toponimo  dell'Honduras: Matagalpa. La sua origine è trasparente per chi ha qualche conoscenza del Nāhuatl classico: è l'adattamento di *Mātla-cal-pan "Nella Casa della Fionda". Deriva da mātlatl "fionda".

Una falsa etimologia Maya

L'etnologo guatemalteco Flavio Rodas Noriega ha proposto di derivare Tegucigalpa dalla lingua Quiché (Kiché), che appartiene al ceppo Maya. La sua analisi, che ha del grottesco, è questa: kate + guitz + kakai + pa, tradotto come "la región de los cerros de los venerables ancianos", ossia "la regione delle alture dei venerabili anziani". A partire da questi elementi, egli ha trasformato come per magia il toponimo in *teguipkalpam. La fonetica diventa un'opinione. Davidson ritiene che Rodas Noriega sia mosso dall'attaccamento alla sua terra e da un po' di "nazionalismo accademico". In ogni caso, è innegabile che sia un grande sostenitore del popolo Quiché, cosa non scontata e rara: in America Latina è piuttosto diffusa una concreta avversione nei confronti delle lingue native e delle persone che le parlano.
Nota: 
Le lingue Maya non sono imparentate con il Nāhuatl, da cui divergono enormemente sotto ogni aspetto. La differenza reciproca è come quella tra il cinese e l'italiano.

Conclusioni

Come si vede, imperversa il marasma. Le attestazioni sono confuse, per via dei problemi di trascrizione dei suoni delle lingue native in un sistema ortografico europeo del tutto inadatto. Nel Web è addirittura diffusa l'ingenua idea che siano stati gli Spagnoli a dare il nome alla futura capitale dell'Honduras, come se potessero inventarlo dal nulla. Nonostante la situazione scoraggiante, non desisto nel mio compito di accertare l'etimologia di ogni singolo toponimo nativo, nonostante le soverchianti difficoltà. Mi sa che ci vorrà un po' per uscire da questa condizione di pantano etimologico

mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicumpānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

lunedì 2 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI NOKIA

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in un telefonino della Nokia, subito pensai che il nome dell'azienda fosse giapponese. A spingermi erano l'ingenuità e la mancanza di informazioni. In realtà l'origine non è affatto nipponica, è pienamente europea. Infatti la Nokia Corporation (Nokia Oyj), multinazionale produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni, trae il suo nome dalla città finlandese di Nokia, che sorge sulle sponde del fiume Nokianvirta, nella regione di Pirkanmaa. Questo corso d'acqua nasce dal lago Pyhäjärvi, che si trova vicino a Tampere. Si immette nel lago Kulovesi, che è parte di un complesso sistema di laghi da cui ha origine il fiume Kokemäki, che scorre verso il Golfo di Botnia. Chiaramente l'idronimo Nokianvirta deriva dal genitivo di Nokia, che è Nokian, e da virta, che significa "fiume", "ruscello", "flusso", "corrente". Quindi è il "Fiume di Nokia"


Note etimologiche

L'origine della toponimo Nokia in Finnico è oscurissima. Esistono diverse ipotesi, che appaiono tirate per i capelli. Riporto i dati disponibili: 

1) Nokia deriverebbe da una forma flessa della parola noki "fuliggine", che è rara e desueta. Infatti il partitivo singolare è nokea, mentre il partitivo plurale è nokia
La radice ha paralleli in Estone (nõgi "fuliggine", "sudiciume"), e in Veps (nogi "fuliggine"). L'origine ultima è sconosciuta; potrebbe essere un elemento di un sostrato pre-uralico. 
2) Nokia deriverebbe dal plurale della parola arcaica nois "zibellino" (Martes zibellina), "martora" (Martes martes), che è proprio nokia. Anche se ha l'aspetto di un partitivo, in realtà è un nominativo. Nella lingua moderna, i nominativi plurali escono in -t, ma in tempi passati non era così. È attestata anche una forma dialettale nokko "zibellino" (vedi Starostin). 
Lo zoonimo nois non è più usato nella lingua attuale, ma ha paralleli in numerose lingue uraliche: Estone nugis "martora",  Udmurto niź "zibellino" (variante: naź), Komi ńiź "zibellino", Khanty ńŏγəs ńŏχəs "zibellino", Mansi ńoks "zibellino" (varianti: ńoχsńoχəs), Ungherese nyuszt "martora", Nenets noha "martora siberiana" (è attestato anche noχo "volpe polare"). In Yukaghir si trova noχšo "zibellino". Alla luce di questi dati, la protoforma uralica ricostruibile è *ńukśe "zibellino, martora": non si tratta di un elemento di sostrato. 
Questi mustelidi erano particolarmente comuni nella zona e le loro pelli avevano una notevole importanza economica. Si noterà che lo stemma della città finlandese mostrava proprio una martora nera in campo giallo nell'atto di risalire un fiume. 

La mia idea è questa: il toponimo Nokia potrebbe derivare da una lingua anteriore all'espansione di una lingua uralica nella regione. L'esperienza mi mostra che una derivazione di questo tipo è più probabile di ogni ipotesi basata su manipolazioni paretimologiche. L'appartenenza a un sostrato poco noto rende tutto più difficile: temo proprio che al momento non abbia etimologia possibile. In ogni caso, penso che sia più probabile la derivazione da "fuliggine" che dal nome dei mustelidi. L'associazione agli zibellini o alle martore è adatto a nobilitare qualcosa di umile. 


Cenni storici

Proprio nella città di Nokia, l'ingegnere minerario e imprenditore Knut Fredrik Idestam (Tyrväntö, 28 ottobre 1838 – Helsinki, 8 aprile 1916) aprì la sua seconda cartiera nel 1868. Era in buona sostanza una fabbrica di cellulosa, proprio come la prima, aperta nel 1865 a Tampere. Qualche anno dopo, nel 1871, insieme all'amico Leo Michelin, fondò la società condivisa Nokia Ab
Agli inizi del Novecento l'azienda si è diversificata interessandosi alla produzione di energia elettrica. Ciò ha attirato l'interesse della Finnish Rubber Works, produttrice di pneumatici e stivali di gomma, che ha acquisito Nokia nel 1918 per assicurarsi l'accesso alla sua energia idroelettrica. 
Nel corso dei decenni successivi, è proseguita la diversificazione delle sue attività, con l'espansione nel settore dei cavi e dell'elettronica. Nel 1922 il gruppo ha acquisito la  Finnish Cable Works, gettando così le basi per le prime apparecchiature di telecomunicazione negli anni '70. 
Sul finire degli anni '60 la Nokia produceva di tutto, dalla carta igienica agli equipaggiamenti militari. 
Nel 1979 ha fondato Mobira, che ha presto sviluppato alcuni dei primi telefoni veicolari al mondo, come il Mobira Senator datato 1982. Nel 1987 ha lanciato il Mobira Cityman 900, il suo primo telefono cellulare portatile, divenuto celebre con il soprannome di "Gorba" dopo che il presidente sovietico Mikhail Gorbačov era stato fotografato mentre lo utilizzava.
L'era d'oro dei cellulari è iniziato negli anni '90: nel 1992, l'azienda ha lanciato il Nokia 1011, il primo telefono GSM di massa. Negli anni successivi, Nokia ha rivoluzionato il mercato con dispositivi di grande impatto, introducendo design innovativi, cover intercambiabili e giochi leggendari come Snake. Nel 1998 è diventata il primo produttore mondiale di telefoni cellulari. A questo punto Nokia dominava il mercato globale, lanciando telefoni iconici come il Nokia 3210 e l'indistruttibile Nokia 3310. Il Nokia 1100, uscito nel 2003, è diventato il cellulare più venduto della storia, con oltre 250 milioni di unità piazzate in tutto il mondo.
Con l'arrivo dell'iPhone nel 2007 è iniziata una fase di declino: Nokia ha perso la sua leadership a causa di ritardi nell'adattarsi al software degli smartphone moderni. Nel 2013 la divisione mobile è stata venduta a Microsoft; la cessione è stata finalizzata nel 2014. Oggi il marchio è concesso in licenza a terzi (come HMD Global), mentre l'azienda originaria si concentra interamente sulle infrastrutture di Rete, il 5G/6G e i brevetti tecnologici. 

sabato 31 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI SAMSUNG

Molti anni fa, quando avevo poca conoscenza della vita, il nome Samsung mi ha tratto in un inganno cognitivo, portandomi a credere che fosse di origine tedesca come molti nomi in -ung (ad esempio Achtung "attenzione", Weltanschauung "visione del mondo", etc.), anche se restava una radice Sams- il cui significato concreto permaneva ignoto. Visivamente e foneticamente, quella combinazione finale di lettere agiva su di me come un segnale stradale enorme che puntava dritto verso la Germania. Questo tentativo di analisi è un caso di riconoscimento di pattern, che mi ha fatto cadere in una vera e propria trappola morfologica e ortografica. È un errore insidioso ma quasi inevitabile per chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche... e scarsa dimestichezza con l'Oriente!  
Poi sono riuscito ad accedere all'arcano: ho appreso che Samsung è un nome coreano che significa "Tre Stelle" (sam significa "tre" e sung significa "stella"). Tutto mi è parso chiaro e mi sono sentito molto sollevato: non c'era più alcun bisogno di cercare di interpretare una fantomatica base Sams- etimologicamente vuota. Si è acceso in me una specie di "campanello di allarme" che mi ha messo in guardia contro i pericoli della sindrome di Dunning-Kruger! 

Il problema risiede nel modo in che la lingua coreana è stata graficamente romanizzata. Il nome originale è formato da due caratteri Hanja (di origine cinese):

  • sam (三), che significa "tre".
  • sung, seong (星), che significa "stella".

La combinazione di suoni s + V + ng (una sibilante, una vocale posteriore V e una nasale velare) è comunissima in coreano, ma quando viene trasposta nell'alfabeto latino coincide in modo millimetrico con la grafia del suffisso tedesco - anche se non con la sua fonetica. Se l'azienda avesse usato la traslitterazione ufficiale odierna, ossia Samseong, l'illusione germanica sarebbe svanita all'istante. Si consideri poi che la pronuncia è [sʰamsʰʌŋ]: non rima con Achtung!


La simbologia dei fondatori

Nel significato reale del nome Samsung c'è anche un aspetto molto interessante. Quando l'imprenditore e collezionista d'arte sudcoreano Lee Byung-chul (Uiryeong, 1910 - Seul, 1987) fondò l'azienda nel 1938, non scelse le Tre Stelle a caso. Nella cultura coreana, il numero tre non è soltanto una quantità, ma un simbolo di grandezza, abbondanza e potenza terrena. Le stelle, invece, rappresentavano l'augurio che l'azienda potesse brillare in eterno nel firmamento economico. Ironia della sorte, l'estetica originaria del marchio era radicalmente diversa da quella high-tech di oggi: il primo logo di Samsung mostrava letteralmente tre stelle stilizzate dentro un cerchio, con tanto di spighe di grano, ad indicare l'attività originaria di esportazione di cibo e farina. 

Cenni storici

La storia di Samsung è una delle parabole industriali più radicali del Novecento: la transizione da una minuscola bottega che vendeva pesce secco, pasta e altri generi alimentari a un impero tecnologico globale che da solo sposta circa il 20% del PIL della Corea del Sud. Ecco una breve sintesi: 

- La bottega di alimentari (1938):
Lee Byung-chul apre a Daegu la Samsung Sanghoe, una piccola ditta di import-export con circa 40 dipendenti. L'attività principale consiste nel vendere pesce essiccato, verdure locali e noodles di produzione propria, esportandoli principalmente in Cina.
- La ricostruzione e il tessile (1951): 
Dopo che la guerra di Corea distrugge i magazzini dell'azienda, il fondatore ricomincia da zero a Seul. Espande le attività nella raffinazione dello zucchero e fonda il più grande cotonificio del Paese, legando la crescita aziendale ai piani governativi di ricostruzione nazionale.
- La svolta elettronica (1969): 
Nasce ufficialmente Samsung Electronics. La prima produzione industriale è focalizzata su televisori in bianco e nero (sviluppati in collaborazione con la giapponese Sanyo). Nel giro di pochi anni, la produzione si estende a lavatrici, frigoriferi e condizionatori per il mercato interno ed estero.
- L'azzardo dei semiconduttori (1974): 
L'azienda acquisisce Hankook Semiconductor. All'epoca la mossa viene considerata un azzardo finanziario pericoloso, ma si rivela l'intuizione decisiva: getta le basi tecnologiche per trasformare Samsung nel più grande produttore mondiale di chip di memoria (DRAM), il vero motore ad alta redditività di tutto il gruppo.
- La rivoluzione della qualità (1993): 
Il nuovo presidente Lee Kun-hee (figlio del fondatore) lancia a Francoforte la celebre Dichiarazione della Nuova Gestione: "Cambiate tutto, tranne vostra moglie e i vostri figli". Per sradicare la mentalità dei prodotti economici e difettosi, ordina di bruciare pubblicamente davanti a centinaia di dipendenti circa 150.000 telefoni e fax non conformi agli standard. Da quel momento la qualità diventa un'ossessione.
- L'era Galaxy e il primato globale (2010): 
Con il lancio del primo smartphone della linea Galaxy S, l'azienda si impone come il principale rivale globale di Apple nel mercato mobile, capitalizzando la transizione verso gli schermi OLED e consolidando il proprio status di conglomerato multisettoriale (che oggi spazia dalle assicurazioni ai cantieri navali). 

Questo modello di sviluppo iper-diversificato e a conduzione familiare, sostenuto strettamente dallo Stato, è una caratteristica tipica del capitalismo coreano e prende il nome di chaebol (재벌). Samsung ne è storicamente l'esempio più mastodontico e influente. Non è difficile immaginare il retroscena: innumerevoli vite distrutte dal superlavoro. 

Alcune note etimologiche

La lingua coreana ha due serie di numerali: una di origine nativa e una di origine cinese. 
Il numerale set () "tre" è nativo e senza parentele note in altre lingue del mondo - mentre sam () è di origine cinese. Una parola omofona è sam (), che significa "canapa" (Cannabis sativa). 
La parola seong (星) "stella" è un prestito dal medio cinese seng (星) "stella", "pianeta" (in cinese moderno è xīng). La parola nativa è byeol () "stella", di etimologia sconosciuta. 

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare.