domenica 7 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'ESSERE FUORI DISCUSSIONE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

ESSERE FUORI DISCUSSIONE
1) essere garantito e sacrosanto
(quindi non è una cosa che può essere sottoposta a discussione, messa in dubbio e/o revocata)
2) essere assolutamente impossibile 
(quindi è una cosa di cui non si può discutere, di cui non si può in nessun modo parlare, ossia una cosa irrealizzabile, quasi un tabù) 

Esempi:
i) "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
(sono garantiti e sacrosanti)
ii) "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione."  
(sono tabù e non se ne deve parlare)
iii) "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione." 
(è tabù e non se ne deve parlare) 

È anche possibile che la frase compaia senza soggetto esplicito, col significato di "non se ne parla neppure"

Esempio: 
"Quegli amici non li frequenti. È fuori discussione!" 

Perché sussiste ambiguità? 
Il significato esatto della locuzione italiana "essere fuori discussione" è "essere certo", "essere indubbio", "essere assodato", "essere inoppugnabile", e per estensione, "non necessitare di alcuna argomentazione o dibattito" (perché la cosa è già decisa o ovvia). 
La locuzione può essere intesa in due modi principali, che sono strettamente correlati:
- Certezza e inoppugnabilità: qualcosa è vero, stabilito, o inevitabile. 
    Esempi:
    "Che la Terra sia un pianeta è fuori discussione." 
    (è un fatto assodato).
    "Il suo talento è fuori discussione."
    (è indubbio, indiscutibile).
- Esclusione dal dibattito o dalla possibilità: un argomento o un'opzione non è soggetto a dibattito, negoziazione, o messa in discussione, spesso perché è già stato deciso o è ritenuto inaccettabile, impossibile.
    Esempio (di una decisione):
    "La data della riunione è già stata fissata, 
    riprogrammarla è fuori discussione."

   (non è un'opzione, non se ne parla).
   Esempio (di una possibilità):
   "Rinunciare al progetto è fuori discussione."
   (non accadrà, non lo considereremo).

Gli esempi che ho riportato sui lavoratori, sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono frasi da me realmente udite con le mie orecchie: quella sui lavoratori è stata pronunciata da un comunista, quelle sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono state pronunciate da un cattolico tradizionalista. Mentre il significato neutro di "fuori discussione" rimane in entrambi i casi quello di "non soggetto a dibattito", il motivo per cui il dibattito è negato cambia radicalmente tra i due oratori.

i) Un comunista dice: "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di affermare un fatto ideologico e storico.
- Il significato in questo contesto è chiaro: i diritti dei lavoratori sono considerati una verità assodata, una base etica e legale che non può essere negata o rimessa in discussione. Non si tratta di un tabù, ma di un principio fondamentale, un po' come dire che "il sole sorge a est è fuori discussione".
- Corrisponde al senso di certezza e inoppugnabilità.

ii) Un cattolico tradizionalista dice: "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di stabilire un limite invalicabile al dibattito pubblico.
- L'uso della locuzione da parte del cattolico tradizionalista, che nega in toto i diritti degli omosessuali, si carica di un significato ideologico molto preciso: "tabù", "anatema" e "dogma non negoziabile". Non c'è alcuna base teologica, etica o legale per riconoscere tali diritti; di conseguenza, l'argomento non è nemmeno degno di essere dibattuto o considerato. 
- Corrisponde al senso di limite non discutibile perché è vietato. 

iii) Un cattolico tradizionalista dice: "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione."
Vale punto per punto tutto ciò che è già stato detto a proposito dei diritti degli omosessuali.  

La percezione di ambiguità da me segnalata discende in modo diretto dall'uso politico, religioso e ideologico che trasforma una semplice affermazione di certezza in un'arma retorica di esclusione e veto. Eppure, nonostante tutto, vedo nettissima una sola cosa, che vanifica le capacità comunicative del linguaggio: la contraddizione

Equivalenti in inglese

Anche in inglese si presenta qualcosa di simile. Il concetto di "essere fuori discussione" è espresso in due modi principali: 
1) to be out of question 
2) to be beyond dispute 
Varianti: 
to be out of the question
to be beyond question 
Sinonimi:
to be unquestionable,
to be undeniable,
there is no way
it's not an option

Si manifesta chiaramente la stessa identica ambiguità già vista in italiano. Le frasi sono infatte formati in modo estremamente simile. Ecco un paio di esempi: 

"Her dedication to the project is beyond dispute; she worked day and night to finish." 
Traduzione: 
"La sua dedizione al progetto è fuori discussione; ha lavorato giorno e notte per finirlo." 
Significato:
"E' una dedizione certa, assoluta, indubitabile."

"Lending money to my irresponsible cousin is completely out of the question." 
Traduzione: 
"Prestare soldi al mio cugino irresponsabile è completamente fuori discussione."
Significato: 
"Il prestito è impossibile."

L'uso retorico da parte di politici e religiosi è identico a quello dell'italiano. Ce ne possiamo rendere conto traducendo in inglese le frasi ideologiche da cui è partita la discussione: 

i) "Workers' rights are beyond question". 
ii) "Gay rights are out of the queston".
iii) "Female priesthood in the Catholic Church is out of the question".

venerdì 5 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'PULIRE LA MERDA'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

PULIRE LA MERDA
1) pulire qualcosa dalla merda, 
2) rimuovere da qualcosa ciò che la contamina 

Una frase come "ho pulito la merda" cosa significa davvero?
i) Popolarmente significa: "ho pulito dalla merda", ossia "ho preso carta igienica e disinfettante, quindi ho rimosso la merda (dal pavimento, dal bordo della tazza, etc.)". 
ii) Però potrebbe anche significare: "ho reso la merda pulita".
Quest'ultima operazione è impossibile fisicamente, dato che la merda è sporca per sua stessa definizione, ma rimane comunque possibile dal punto di vista concettuale e semantico. In altre parole, si tratta di un grave inganno linguistico.
Dal punto di vista puramente logico e letterale le cose stanno così: la struttura "verbo + complemento oggetto" (come "pulire la mela" o "pulire la tavola") indica un'azione finalizzata a rendere l'oggetto pulito. Nel caso specifico, l'operazione descritta dalla  frase "pulire la merda" è un paradosso perché l'oggetto coincide con lo sporco stesso.

Questa anomalia linguistica si è creata per tre motivi principali:

1) Metonimia (sostituzione dell'oggetto con il contenuto)

La lingua italiana tende a semplificare le frasi eliminando i passaggi intermedi. In questo caso si verifica una metonimia, dove si nomina lo sporco anziché il luogo o l'oggetto che lo contiene.
- Cosa diciamo: "Pulire la merda"
- Cosa intendiamo logicamente: "Pulire dalla merda (il pavimento, la lettiera, la gabbia, etc.)"

2) Sovrapposizione tra "pulire" ed "eliminare"

In molti dialetti e nel registro colloquiale italiano, il verbo "pulire" ha assorbito il significato di "rimuovere", "spazzare via", "eliminare".
Quando si dice "pulisci quel tavolo", si intende dire "rendi pulito il tavolo". 
Quando si dice "pulisci quella macchia", il verbo cambia focus: non si vuole rendere pulita la macchia, si vuole cancellarla. "Pulire la merda" segue esattamente lo stesso meccanismo della macchia.

3) Economia linguistica

La lingua parlata premia la velocità. Dire "andare a rimuovere gli escrementi dal pavimento" richiede troppi fonemi. Dire "pulire la merda" è immediato, evoca subito l'azione e lo scenario, anche a costo di creare un paradosso logico se analizzato al microscopio della sintassi.

La situazione in altre lingue

Il cortocircuito logico "verbo di pulizia + sporcizia" non è un'esclusiva italiana, ma molte lingue lo evitano usando verbi di movimento e rimozione anziché di purificazione.

i) Inglese: il paradosso viene in parte evitato 

In inglese l'espressione metaforica esiste ed è molto comune, ma la struttura verbale corregge la logica:

Sintagmi:
   to clean up the shit
   to clean up the mess
Analisi: 
Ormai anche i sassi in Italia sanno che in inglese shit significa "merda". Meno numerosi sono quelli che conoscono la parola mess "disordine", "casino". L'aggiunta di up crea un phrasal verb, to clean up, trasformando la semantica del verbo semplice. Non significa più "rendere pulito", ma in frasi di questo genere assume il significato preciso di "raccogliere", "ordinare""mettere a posto". La logica in qualche modo è salva: si "raccoglie" la sporcizia per asportarla, in nessun caso la si rende pulita. 

ii) Spagnolo: stesso identico paradosso

Lo spagnolo condivide con l'italiano la stessa identica ambiguità strutturale.

Sintagmi:
   limpiar la mierda 
Analisi: 
Il verbo limpiar "pulire" soffre dello stesso identico difetto dell'italiano. 
Logicamente significherebbe "rendere pulita la merda", ma viene usato correntemente sia in senso letterale ("pulire") che metaforico ("risolvere i guai altrui"). Ricordo un video in cui uno spagnolo sanguigno risolveva i guai della sua compagna, pagandole i debiti. Usava proprio questa frase: "Limpié tu mierda". Poi pretendeva che lei si sdebitasse leccandogli l'ano.

iii) Francese: uso di verbi diversi 

Senso letterale: 
Si usa ramasser la merde, ossia "raccogliere la merda". Qui la logica è perfetta: l'oggetto viene rimosso dal pavimento e non si presenta l'ambiguità semantica.

Senso metaforico: 
Si usa nettoyer la merde, ossia "pulire la merda", oppure essuyer i plâtres, ossia "asciugare gli intonaci". Nel momento in cui i francesi usano il verbo nettoyer "pulire" associato alla sporcizia, accettano lo stesso paradosso logico italiano per pura espressività gergale. 

iv) Tedesco: logica ferrea e precisione

Il tedesco rifiuta categoricamente l'assurdità logica nella lingua standard attraverso l'uso di verbi composti separabili.

Sintagmi:
  Die Scheisse wegmachen
,
  Die Kot wegmachen, 
  Die Scheisse wegräumen
  Die Kot wegräumen 
Analisi: 
Le parole per indicare la merda sono Scheisse (ortografia antica: Scheiße) e Kot "sterco" (alla lettera "fango"). I verbi usati contengono la radice weg "via" (avverbio). Così wegmachen significa alla lettera "fare via", ovvero "rimuovere", mentre wegräumen significa alla lettera "fare spazio via", ovvero "sgomberare".  Il tedesco non dice mai che "pulisce" lo sporco, ma dichiara esplicitamente che lo sposta altrove o lo elimina. I Tedeschi non sono collerici come gli Spagnoli: le pratiche sodomitiche le eseguono come necessità fisiche scontate, non come cose imposte in rapporti di coppia convulsi e conflittuali, o in incontri-scontri.

v) Quechua: il paradosso logico scompare del tutto

In Quechua, la lingua nativa delle Ande tuttora parlata da milioni di persone, la situazione è l'esatto opposto rispetto all'italiano e dello spagnolo. La struttura di questa lingua agglutinante è estremamente concreta e non permette il cortocircuito di "rendere pulito lo sporco", perché i verbi legati alla pulizia incorporano l'azione fisica esatta ("raccogliere", "spazzare", "lavare") o fanno riferimento allo stato finale del luogo (il pavimento, il corpo, etc.), mai all'implausibile purificazione del rifiuto.

L'azione in Quechua si scompone così, preservando la logica:

a) I verbi d'azione specifici (cosa si fa allo sporco)

In Quechua non esiste un verbo generico e astratto come "pulire" che si possa applicare indifferentemente a un pavimento o a un escremento. L'azione si descrive tramite verbi di rimozione fisica:

- akata astay oppure akata wikch'uy:
Significa letteralmente "trasportare la merda" o "gettare via la merda" (da aka "escremento" + -ta, suffisso dell'accusativo + astay "trasportare", wikch'uy "buttare"). 
Nota:
La logica è impeccabile: l'oggetto viene rimosso, non lavato.
- pichay:
è il verbo che significa "spazzare" o "pulire una superficie". Se si usa questo verbo, l'oggetto grammaticale non è mai lo sporco, ma il luogo. Si dirà quindi pampata pichay "spazzare il pavimento".
Il verbo pichay deriva da picha "scopa, ramazza", che in origine indicava un arbusto da cui si ricavavano strumenti di pulizia.

b) Il concetto di "rendere pulito" 

Si può utilizzare il verbo llimphuchay "rendere pulito". Se un parlante Quechua vuole esprimere l'idea astratta di "rendere pulito qualcosa", usa la radice llimphu "pulito", "puro", "lucido", unita al suffisso fattivo -chay, che significa "fare" o "trasformare in".

Così llimphuchay significa letteralmente "trasformare in pulito". Tuttavia, se si provasse a dire *"akata llimphuchay", un nativo andino capirebbe letteralmente "rendere pulita la merda", cioè esattamente il paradosso logico che hai evidenziato. Di conseguenza, nessun parlante Quechua userebbe mai questa combinazione, perché la struttura stessa del suffisso -chay richiede che l'oggetto finale diventi l'aggettivo di partenza.

c) La specificità del corpo e degli oggetti

Il Quechua è così attento alla logica materiale delle azioni che possiede verbi completamente diversi per l'atto di "lavare" a seconda di ciò che si tocca, impedendo ambiguità:

mayllay "lavare le mani o gli utensili";
upakuy (/ uqpakuy) "lavarsi la faccia";
taqsay "lavare i vestiti o i capelli"

Mentre l'italiano preferisce l'economia linguistica (accettando l'assurdità logica di "pulire la macchia", "pulire la merda"), il Quechua applica una precisione materiale: lo sporco si sposta o si butta (astay, wikch'uy), ed è solo lo spazio fisico che lo conteneva a venire purificato (llimphuchay). 
Questi concetti sono molto importanti per le genti incaiche, il cui puritanesimo è estremo.

mercoledì 3 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA PAROLA 'INTOCCABILE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Riporto un esempio lampante. 

INTOCCABILE 
aggettivo: 
1) che non può essere toccato; 
2) impuro, inferiore; 
3) al di sopra delle leggi, incensurabile, inviolabile. 
sostantivo (numerabile):
1) fuoricasta dell'India, come i Paria e i Dalit; fuoricasta del Giappone, come gli Etafuoricasta di alcune regioni dell'Europa occidentale, come gli Agotes della Spagna e i Cagots della Francia; 
2) escluso, reietto, ultimo della società; 
3) persona potente e al di sopra delle leggi. 

Il significato 3, sia dell'aggettivo che del sostantivo, contraddice in modo profondo tutti gli altri. La condizione di un potente è molto diversa da quella di un clochard, solo per fare un esempio. 
Per me un intoccabile è prima di tutto una persona invisibile, un reietto, proprio come i fuoricasta dell'India, dell'antica Spagna o di altri luoghi. Uso la parola con questo preciso significato. Esempio: "La mia condizione è quella di un dalit o di un agote"
Non è detto che questa accezione sia compresa allo stesso modo da tutti, nonostante si dia per scontato che parliamo la stessa lingua, la cui paternità è attribuita a Dante Alighieri dal sistema scolastico. 
In inglese la parola untouchable (aggettivo e sostantivo) presenta soltanto alcune differenze semantiche rispetto all'italiano. Come aggettivo, ha il significato di "che non può essere toccato" e quello di "imbattibile" (detto di squadre sportive). Come sostantivo, oltre ai significati della parola italiana, ha anche quello di "poliziotto incorruttibile"
Ecco le definizioni:
- a criminal who is so well connected that they cannot be harmed;
- outcast, person excluded from society;
- a law enforcement agent immune to intimidation, bribery or seduction.  

Non può essere toccato, trasmette contaminazione 

Riporto il caso di Lico C., un calabrese di stirpe grecanica che era in classe con me alle elementari. In un'occasione, ci fu spiegato dalla maestra che il nome Lico in greco significa "Lupo". Questo alunno aveva un modo di fare e di parlare strano, percepito come alieno. Anche il suo aspetto era abbastanza inconsueto. Dava l'aria di essere parte di una società arretrata, un residuo di un mondo preistorico, lontanissimo dal contesto in cui si era venuto a trovare. Era considerato un "intoccabile" dai alcuni compagni di classe, come se fosse stato il portatore della capacità di rendere immonda ogni cosa anche solo sfiorata. Così mi è stato detto da un bullo, testuali parole: "Se parli con lui, diventi un terrone anche tu!". Si noterà che questo feroce razzismo non colpiva tutti i meridionali. Ad esempio, il siciliano Pucci S. non era visto con pregiudizio da nessuno. La persecuzione riguardava soltanto coloro che non erano assimilati, su cui gravava la colpa ontologica

Un orrore antico

Si deve sapere che le parole "zingaro" e "zigano" derivano dal greco ἀθίγγανος (athínganos), che significa "intoccabile". In origine l'epiteto era attribuito agli aderenti a una setta eretica poco conosciuta che combinava residui di costumi pagani con usanze ebraiche, poi denotò i Rom, che erano migrati dall'India. Il principio era sempre lo stesso: l'impurità che si pensava potesse essere trasmessa dal semplice contatto, simile a un fluido maligno in grado di annullare la dignità di chiunque non si tenga bene alla larga. 
L'essenza dell'antisemitismo non è poi così dissimile, pur trattandosi di un caso più complesso. Anni fa mi imbattei in Splinder in una discussione molto interessante, che non ho dimenticato. "Per l'antisemita", diceva un blogger, "l'ebreo è un corpo abitato da un principio ontologico altro, come quello di un insetto o di un rettile." Se si tengono ben presenti questi concetti, si spiegano moltissime cose, che altrimenti sarebbero da considerarsi misteriose. 
Tutto questo i docenti non lo insegnano nelle aule scolastiche. Nella maggior parte dei casi, potrebbero esserne essi stessi inconsapevoli. Comunque sia, se anche capissero la realtà in ogni dettaglio, si guarderebbero bene dal comunicarla. Non vogliono menti critiche. Trovano più comodo banalizzare, facendo credere che l'intoccabilità sia questione di semplice e banale "intolleranza per il diverso".  

Comprensione impossibile

Diversi anni fa usai la parola "intoccabile" parlando con un'interlocutrice, che ovviamente equivocò in modo grave. Intendevo descrivere proprio il concetto di colui che è colpito dall'impurità ontologica, condizione che spesso sento gravare su di me come un peso insopportabile. Per lei "intoccabile" era invece un aggettivo riferito a un politico in odor di crimine, così potente da non dover sottostare alle leggi. "Non può essere toccato dalle leggi perché ha protezioni", fu la sua spiegazione. La parola poteva essere applicata a un boss mafioso, ad esempio, o a qualche altro malfattore di tal genere. Rimase allibita nel sentirmi dire cosa invece volevo dire io usando la stessa identica parola, riferendomi a un rifiuto della società. Io ero consapevole dell'esistenza di entrambi i significati della parola "intoccabile", ossia "emarginato" e "incensurabile". L'interlocutrice invece era consapevole dell'esistenza di uno soltanto dei significati: "incensurabile". Ignorava del tutto l'esistenza dell'altro significato. La sua visuale era parziale, incompleta: non aveva mai sentito parlare dei Paria o dei Popoli Maledetti della Spagna. Per questo motivo non è stata in grado di intendermi. 

Il Vuoto

Da quanto esposto derivano riflessioni mortificanti. Siamo frammenti di una società alla deriva, dove ogni comunicazione è un falso. Si usa lo stesso contenitore (significante) ma il contenuto (significato) è drasticamente diverso: non ci si intende piùLa lingua cessa in questo modo la sua funzione. Quindi finisce col valere meno di uno strumento spuntato. Finisce col valere meno della merda. Ecco, la colpa è tutta della scuola. 

lunedì 1 luglio 2024

LA CORRETTA PRONUNCIA DI ALICI

A scanso di equivoci, cominciamo affermando a caratteri cubitali la verità su un ben noto pesce, ottimo commestibile: 
LE ACCIUGHE SI CHIAMANO ALÌCI E NON ÀLICI
La forma singolare, alice, è poco usata e ha parimenti l'accento sulla penultima sillaba.

Riporto la spiegazione data dal Dizionario del Corriere (il grassetto è mio):


Si dice: alìci
Non si dice: àlici 

La ritrazione dell’accento può dipendere da un’influenza dialettale. Alìce è il latino hallec, hallècis, che indicava propriamente una salsa di pesce, e discende dal greco alykòs, salso. Per dar più forza alla ragione possono aiutarci questi sorprendenti versi del Leopardi, che noi immaginiamo sempre sofferente e inappetente, nei Nuovi credenti: “Che dirò delle triglie e delle alìci? / Qual puoi bramar felicità più vera / che far d’ostriche scempio infra gli amici?”

Leopardi è stato infamato dal sistema scolastico italiano, che ha inculcato in generazioni di studenti l'idea che fosse un uomo rachitico e inappetente, quasi anaerobico. Noi vogliamo rendergli giustizia e diffondere ovunque la consapevolezza del suo genio. Deprechiamo gli energumeni che lo insolentiscono! La materia insegnata tra i banchi è il bullismo! 

Una fallacia etimologica

In realtà il latino allēc, hallēc (e varianti) non può essere un adattamento del greco ἁλυκός "salso", "salato" (halykós - non alykòs come scritto nel Dizionario del Corriere), pur essendo comunque derivato da ἅλς (háls) "sale". L'aggettivo ellenico è usato specialmente in riferimento alle acque salmastre. 
Il problema è che ἁλυκός (halykós) ha la vocale -y- breve-, che in origine era pronunciata /u/. Non è confrontabile con lo strano suffissoide della parola latina, -ēc-, che ha la vocale lunga /e:/
Ho trattato il controverso argomento dell'etimologia di allēc parlando del garum e delle sue origini. 
Si noterà anche che esiste in Sicilia un fiume che in epoca antica era chiamato Ἅλυκος (Hálykos) "Àlico", identificabile con l'attuale Plàtani. Il suo nome è considerato identico al greco ἁλυκός e interpretato come "Salso". Bisogna notare che l'accento è diverso, anche se è riportata una variante Ἁλυκός (Halykós). 

Un frammento dai banchi di memoria stagnante

Posso portare una testimonianza. E. (RIP) era un'anziana signora che aveva crisi isteriche ogni volta che sentiva parlare delle alìci: pretendeva che dovesse pronunciarsi àlici. Se qualcuno la contraddiceva, andava su tutte le furie. Diventava cianotica, batteva i piedi per terra. Poi si è scoperto il perché del suo comportamento fastidioso. Sua madre si chiamava Alice, e lei era cresciuta tra bulli che la perculavano in modo atroce. "Tua mamma si chiama Alice sott'olio!", le dicevano canzonandola a scuola. La situazione era peggiorata dal fatto che E. aveva tutta una serie di idiosincrasie olfattive e gustative, che le rendevano difficile l'esistenza. 

sabato 29 giugno 2024

LA MOSCA SOLDATO NERA: LA PROMESSA DI UN MONDO SOSTENIBILE E SENZA FAME

La mosca soldato nera (in inglese black soldier fly, sigla BSF; nome scientifico Hermetia illucens) è un grazioso insetto dittero della famiglia Stratiomyidae. La specie, originaria dell'Ecozona Neotropicale (America meridione, parte dell'America centrale, Isole Caraibiche e Florida), si è recentemente diffusa in tutto il pianeta, divenendo cosmopolita. È presente nell'Ecozona Paleartica, incluse vaste aree dell'Europa (penisola Iberica, Francia meridionale, Italia, Malta, Croazia, Svizzera), arrivando sulle coste del Mar Nero, fino a Krasnodar, in Russia (Gladun, 2019), in Nordafrica e nelle Isole Canarie. Non solo: si trova nell'Ecozona Neartica (America settentrionale e  parte del Messico), nell'Ecozona Afrotropicale, nell'Ecozona Australasiana e nell'Ecozona Indomalese (inclusa India e Pakistan). In pratica manca soltanto in Antartide, ma conto che si diffonderà anche in quei luoghi impervi quando i ghiacci si scioglieranno e avrà inizio il popolamento. Forse un giorno arriverà anche sulla Luna e su Marte, al seguito dei coloni. 


Scheda tecnica 

Classificazione 
Dominio: Eukaryota 
Regno: Animalia 
Sottoregno: Eumetazoa 
Ramo: Bilateria
Phylum: Arthropoda
Subphylum: Tracheata
Superclasse: Hexapoda
Classe: Insecta 
Sottoclasse: Pterygota
Coorte: Endopterygota 
Superordine: Oligoneoptera 
Sezione: Panorpoidea
Ordine: Diptera
Sottordine: Brachycera
Coorte: Ortorrhapha
Famiglia: Stratiomyidae
Sottofamiglia: Hermetiinae
Genere: Hermetia
Specie: Hermetia illucens
Sinonimi: Mosca illucens LINNAEUS, 1758

Caratteristiche anatomiche dell'adulto:
Dimensioni: medie (15-20 mm)
Colore: nero con riflessi metallici dal blu al verde 
   sul torace 
Colorazioni rare: estremità dell'addome rossastra
Capo: largo
Occhi: molto sviluppati, con complessi disegni scuri 
   alternati a zone chiare e iridescenti
Antenne: lunghe circa il doppio del capo 
Zampe: nere con tarsi biancastri
Ali: membranose 
Posizione delle ali in fase di riposo:
    ripiegate orizzontalmente sull'addome e sovrapposte

Caratteristiche delle uova:
Dimensioni:
circa 1 mm di lunghezza
Colore: dal bianco crema al giallo pallido
Periodo di schiusa: circa 4 giorni 

Caratteristiche della larva:
Dimensioni: 1,5-2 mm ai primi stadi 
Forma: apoda, acefala, cilindrico-fusiforme, 
    marcatamente segmentata 
Tegumento: fortemente sclerotizzato 
Cuticola: contiene inclusioni di carbonato di calcio 
   a cristallizzazione esagonale  
Sviluppo postembrionale: 6 stadi 
Regime dietetico: saprofago 
Habitat: substrati organici in decomposizione
    (animali e vegetali), 
escrementi (umani e animali), 
    lettiere, discariche, suoli umidi, corteccia di alberi 
Temperatura ottimale per lo sviluppo: 25 - 30 °C
Durata dello stadio larvale: da 2 a 5 settimane
Sostanze preziose contenute: Omega 3, acido laurico,
    acidi grassi, calcio, proteine e aminoacidi
    (soprattutto 
lisina) 
Nota: 
Quando il colore delle larve si scurisce, significa che sono pronte ad impuparsi.

Caratteristiche della pupa:
Si evolve all'interno dell'exuvia dell'ultimo stadio larvale. 
Impupamento: l'apparato buccale della larva si atrofizza nel corso del sesto stadio di crescita, mentre la cuticola si sclerotizza fino a diventare un robusto guscio protettivo.
Durata dello stadio pupale: da 1 a 2 settimane

Durata del ciclo completo: 
Da 5 a 6 settimane dall'uovo all'insetto perfetto.

Altre peculiarità:
La specie è immune ai parassitoidi. 
Mostra resistenza estrema a pesticidi, insetticidi e agenti chimici di ogni tipo.
Ha prodigiosi poteri antimicrobici naturali, non trasmette malattie, neutralizza ogni patogeno. 

Mimetismo:
Hermetia illucens è una mosca mimetica, molto simile per dimensioni, colore e aspetto alla vespa muratrice a canne d'organo (Trypoxylum politum) e ai suoi parenti. Questo mimetismo è particolarmente accentuato dalle antenne allungate e simili a quelle di una vespa, dai tarsi posteriori chiari e dalla presenza di due piccole "finestre" trasparenti nei segmenti addominali basali che fanno sembrare che la mosca abbia una stretta "vita da vespa". Le larve della mosca soldato nera si differenziano dalle larve della mosca carnaria (Sarcophaga carnaria) o della mosca domestica (Musca domestica) per una sottile striscia grigio-nera sulle loro estremità posteriori. 

Produttività: 
20 tonnellate di mosche a settimana negli allevamenti in Cina, dove le larve sono nutrite con residui di cereali da birrificazione e altri scarti vegetali (Open Source Ecology, 2021).

Efficienza: 
15 kg di materiale putrescente possono essere processate per m2 di superficie a un tasso di conversione del 20% in massa di Hermetia illucens. 3 kg di insetti sono prodotti ogni giorno a partire da tale massa di rifiuti. Il costo è di circa 350 dollari US (Open Source Ecology, 2021). 



Un potenziale illimitato

Gli adulti non ronzano, non danno fastidio, non pungono, non sono attratti dalla pelle degli esseri umani, su cui non si posano. Non formano sciami. Non hanno l'abitudine di introdursi nelle case o in altri edifici. Frequentano la materia putrefatta soltanto per il tempo necessario per la deposizione delle uova. Si sostengono unicamente con i nutrienti accumulati durante lo stadio di larva. Se si forniscono loro acqua e cibo (ad esempio zucchero sciolto nell'acqua), diventano più longevi e si riproducono con accresciuto vigore. Tutto ciò è semplicemente sublime. 
La larva della mosca soldato nera è un capolavoro della Natura, una macchina miracolosa in grado di trasformare escrementi e scarti alimentari in grassi e proteine pregiate. Metabolizza persino la plastica! Prese singolarmente, le larve sono piccole, ma le cose cambiano se si mettono assieme in masse brulicanti: sono invincibili! Svuotano pozzi neri e bidoni dell'umido, fanno sparire montagne di letame. Possono essere utilizzate con grande successo per smaltire rifiuti organici sottoposti a compostaggio, liquami, reflui fognari, carcasse e cadaveri. Occupano la stessa nicchia biologica delle larve di altre specie di ditteri saprofiti, che però trasmettono morbi: quindi le contrastano, riducendone gli effetti nocivi sotto il profilo igienico e sanitario. Non provocano miasi, salvo in casi eccezionali. Bisogna anche aggiungere un'informazione della massima importanza: questi simpatici cagnotti sono commestibili! Sono appetitosi e sanno di patatine fritte! Se ne può ricavare un'eccellente farina, ricchissima di nutrienti. È stato trovato il rimedio ideale al moltissimi problemi che affliggono il Pianeta. Questa è una risorsa completamente sostenibile che permette la piena attuazione dell'economia circolare! Se ne possono ottenere immensi benefici ambientali ed energetici. Ne va incoraggiato con ogni mezzo l'utilizzo nell'alimentazione umana. Basta coi progetti funesti di coloro che vorrebbero imporre una triste alimentazione vegana all'intera popolazione terrestre: c'è un'alternativa succulenta, ghiottissima, sana, ecologica

Gli hamburger bianchi 

Si prende una bella quantità di larve di mosca soldato nera, le si pressa delicatamente con le mani e si mette la massa così ottenuta sulla piastra rovente, facendola sfrigolare fino alla cottura. Ecco ottenuto un appetitoso hamburger bianco! Proteine nobilissime à gogo! La mosca soldato nero si riproduce a ritmi vertiginosi: non si corre il pericolo di intaccare la preziosa risorsa. Si arriverà a dire: "I vermi lavorano per noi, puliscono tutto e ci nutrono!" Qualcuno li chiamerà "I vermi di Dio" e li riterrà una manna caduta dal cielo. Il mio non è sarcasmo: sto parlando sul serio! 

Un allevamento domestico

Nel 2013, la designer austriaca Katharina Unger ha inventato una macchina da tavolo chiamata Farm 432, in cui le persone possono produrre larve di mosca commestibili direttamente a casa propria. Il nome deriva dal fatto che lavora su un ciclo di 432 ore. Si tratta di un elettrodomestico multicamera di plastica, che può produrre 500 grammi (1,1 libbre) di larve a settimana. Questa quantità, secondo le modiche esigenze alimentari della progettista corrisponderebbe a due pasti. Con un grammo di uova di Hermetia illucens si possono produrre ben 2,4 chilogrammi di larve. Senza dubbio è una delle più utili invenzioni apparsa nell'intera storia del genere umano.
Riportiamo le considerazioni della Unger sulle proprietà organolettiche delle larve da lei allevate: "Quando vengono cotte, emanano un odore simile a quello delle patate cotte. La consistenza è leggermente più soda all'esterno e morbida come carne all'interno. Il sapore è di nocciola e leggermente carnoso."


Un'alternativa all'olio di palma

Le pupe della mosca soldato nera possono essere processate in  appositi digestori, in modo tale da ottenere un olio ricchissimo di nutrienti, i cui usi possibili sono numerosi. Può essere utilizzato come additivo per il biodiesel, ma anche come sostituto dell'olio di palma, quello che finisce nella Nutella, tanto per intenderci. Non ci sarà più bisogno di distruggere immense superfici di foresta, con conseguente perdita di biodiversità: si otterrà tutto ciò che serve da questi insetti portentosi. Ciò permetterà di salvare gli oranghi, che sono trucidati ogni giorno a colpi di machete e a sprangate. Il loro habitat naturale non sarà più devastato per far spazio alle piantagioni! 
Un bioreattore è in grado di ottenere ben 1.800 ettolitri di olio dalle pupe della mosca soldato nera per ogni ettaro di supeficie bioreattiva investita, contro i 3,8 ettolitri ottenuti a partire da un'uguale superficie coltivata a soia (EcoSystem Corporation, 2009). 

Una fonte illimitata di fertilizzanti

Il materiale residuo dopo il processo di decomposizione dei rifiuti ad opera delle larve  (frass) è costituito da feci larvali, esoscheletri larvali persi e altro materiale organico non digerito. Il frass è uno dei principali prodotti dell'allevamento commerciale della mosca soldato nera; il suo profilo chimico varia a seconda del substrato su cui si nutrono le larve, ma in generale è considerato un fertilizzante organico versatile per le piante grazie a un rapporto favorevole di tre principali nutrienti vegetali: azoto, fosforo e potassio. Viene comunemente applicata mescolandolo direttamente al terreno ed è considerato un fertilizzante a lungo termine con un lento rilascio di nutrienti. Le prove sulle piante hanno anche riscontrato effetti fertilizzanti a breve termine paragonabili a quelli dei fertilizzanti sintetici ad azione rapida. Oltre al suo contributo di nutrienti, il frass della mosca soldato nera può trasportare ulteriori componenti benefici per la fertilità e la salute del suolo, come la chitina proveniente dagli esoscheletri persi dalle larve. L'uso di escrementi dei cagnotti di questa specie come fertilizzante può alterare efficacemente la composizione della comunità microbica del suolo, svolgendo un ruolo cruciale per la sua fertilità. 
Pur disponendo della soluzione ai problemi più gravosi, le istituzioni non vogliono applicarla. Non si vuole investire? Questo accade soltanto perché ai politicanti piace infilare la testa sotto la gonna degli scheicchi!

Un modo migliore di fare il formaggio coi vermi 

Mentre il tradizionale casu martzu sardo e altri simili prodotti caseari si affidano alla mosca del formaggio (Piophila casei), l'uso della mosca soldato nera (Hermetia illucens) rappresenterebbe un salto di qualità sia in termini di sicurezza che di efficienza nutrizionale. Le larve di Piophila casei sono note per la loro capacità di sopravvivere all'acido gastrico umano, rischiando di causare miasi intestinali. Al contrario, le larve di Hermetia illucens, se ingerite, vengono digerite normalmente come qualsiasi altra proteina. Come per il casu martzu tradizionale, le larve degradano i grassi (lipolisi) e le proteine (proteolisi) del formaggio, trasformando la pasta in una crema spalmabile dal sapore intenso e piccante. In un contesto di Novel Food, un formaggio prodotto in ambiente controllato con queste larve risolverebbe il grande limite legale del casu martzu: la tracciabilità e la garanzia sanitaria. Invece di affidarsi alla colonizzazione casuale e selvaggia delle mosche casearie, si userebbero colonie certificate, ottenendo un prodotto con standard da laboratorio moderno. Chi ha assaggiato prototipi di questo tipo descrive aromi che virano verso la frutta secca e il sottobosco, molto meno aggressivi rispetto alla decomposizione ammoniacale dei formaggi infestati accidentalmente.

Conclusioni

Purtroppo una svolta radicale e benefica è paralizzata da una burocrazia elefantiaca, mastodontica, leviatanica, che rende difficile ogni passo. Che frustrazione! 
Parafrasando Bukowski, si può dire questo. I politici sono al loro posto per far sì che nulla cambi. Se il mondo ti va bene così com'è, allora i politici sono tutti buoni. Se il mondo non ti va bene così com'è, allora i politici sono tutti cattivi. 

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

venerdì 21 giugno 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEI VINCISGRASSI

I vincisgrassi sono una specialità marchigiana di pasta al forno, simile alle lasagne. Il piatto è costituito da sfoglie di pasta all'uovo farcite con un ragù ricco di rigaglie di pollo e di frattaglie. Ricordo di aver sentito parlare in una trasmissione televisiva dell'uso di cervella di vitello nella preparazione. Non ho comunque potuto trovarne conferma. In epoca moderna, si ha la disdicevole tendenza ad abolire questo tipo di ingredienti, a causa della diffusione di un sentire schifiltoso tra la popolazione. Nel corso degli anni mi sono fatto questa idea: i più giovani sono caratterizzati da due cose, la dimestichezza con i codici di autenticazione e il ribrezzo verso le frattaglie. 
Il celeberrimo Vocabolario Treccani, stando come sempre sul vago, classifica la parola vincisgrassi come "di incerta origine". 



Nome del piatto: vincisgrassi 
Varianti: vincesgrassi 
Varianti obsolete: pincisgrassi, princisgrassi,
      princisgras, princisglasses 

Etimologia tradizionale:

Il nome della preparazione culinaria avrebbe tratto la sua origine dal generale austriaco Alfred von Windisch-Graetz (traslitterazioni alternative: Windisch-Gr
ätzWindischgrätz), nato a Bruxelles nel 1787 da famiglia originaria della Stiria e morto a Vienna nel 1862. Il militare si distinse combattendo strenuamente contro Napoleone. Nel 1833 fu nominato Feldmaresciallo. Una leggenda popolare narra che quando fu nelle Marche, in occasione dell'occupazione di Ancona, gustò a tal punto le ricche lasagne che le chiamarono col suo cognome, pronunciandolo come potevano. Il nome di Windisch-Graetz viene menzionato per la prima volta in relazione all'origine del vincisgrassi nel 1927, in un'opera del cuoco marchigiano Cesare Tirabasso, "La guida in cucina"

Altre proposte etimologiche:

Il nome originale della preparazione culinaria sarebbe stato princisgrassi, derivato da "principe grasso", con riferimento al fatto che era un piatto particolarmente pingue e adatto a un giovane nobile. 

Il piatto esisteva già prima che lo assaggi che lo mangiasse il militare austriaco. Nella narrazione tradizionale sembra che siano emerse significative incongruenze, tanto da dedursi la sua natura anacronistica, inventata ex post. L'assedio di Ancona avvenne nel 1799 e Windisch-Graetz avrebbe avuto soltanto 12 anni: molto difficile che vi abbia partecipato. Poi è stato chiarito che l'assedio a cui è fatto riferimento deve essere giocoforza quello avvenuto cinquant'anni dopo, nel 1849 (Lucchesi, 2015). 
Le varianti formate a partire da princis-, riduzione di "principe", sono anche le più antiche. Nel ricettario di Antonio Nebbia "Il Cuoco Maceratese", la cui prima edizione risale al 1779, compaiono ben tre menzioni: 

i) un "Piatto d'uova in Princisgras"
ii) una "salsa per il Princisgras"
iii) le "lasagne di princisgras"

Si capisce che il coriaceo Alfred von Windisch-Graetz non poteva aver dato il nome al piatto prima ancora di nascere!
La trafila dovrebbe essere questa: 

principe grasso > *princisgrasso >
> princisgrassi > pincisgrassi > *fincinsgrassi >
> vincisgrassi 

1) passaggio da *princisgrasso a princisgrassi:
Il nome del piatto viene considerato un plurale/collettivo;
2) passaggio da princisgrassi a pincisgrassi:
Si ha dissimilazione, perché la presenza di due gruppi consonantici con una rotica, ossia pr- e -gr-, è considerata di pronuncia difficile, così si semplifica pr- in p-;
3) passaggio da pincisgrassi a vincisgrassi
Si ha lenizione. La consonante occlusiva p- iniziale diventa una fricativa *f-, poi si sonorizza in v-

La variante princisglasses è in assoluto la più antica, risalendo addirittura al XVIII secolo. In un trattato di grastronomia umbra, compare una ricetta di un "Piatto d'uova in Princisglasses", corredata di una singolare nota a piè di pagina: "alla Principe di Galles" (Pezzella, 1985). Quindi ci aspetteremmo *princisgalles. La ricetta è la stessa presa poi dal sopracitato Antonio Nebbia. Trovo che il riferimento al Galles sia un'etimologia popolare dell'epoca. In realtà questo princisglasses non è in alcun modo separabile da princisgras. La sua formazione mostra due fenomeni notevoli.
i) La dissimilazione dei due gruppi consonantici con una rotica, ossia pr- e -gr-, avviene mutando -gr- in -gl-. Si produce una liguida.
ii) Si ha uno pseudo-plurale sigmatico in -es, per rendere la parola più prestigiosa, attribuendole un'origine straniera non meglio precisata, forse francese. Se fosse un francesismo, questa terminazione in -es sarebbe soltanto grafica e si capirebbe come mai manca nella variante princisgras, che sarebbe una trascrizione meno "dotta". 

Una contrazione estrema: 

Un'opera anonima risalente al 1891, "Il cuoco perfetto marchigiano", riporta due varianti sorprendenti: misgras e visgras. La prima si trova nella ricetta del "Gattò di lasagne alla Misgras". Si tratta chiaramente della stessa parola, checché ne dicano gli etimologi popolari.
Questa è la trafila: 

a) contrazione: 
   vincisgrassi > *vinsgras > visgras  
b) nasalizzazione: 
   visgras > misgras 
Nota: 
Il fenomeno è simile a quello che ha portato funghi a diventare munghi nel linguaggio colloquiale in diverse parti del Piemonte (fenomeno già segnalato dal Biondelli). 

La ricetta di Antonio Nebbia 

"Prendete una mezza libra de persciutto, facetelo a dadi piccoli, con quattr'once di tartufari fettati fini; da poi prendete una foglietta e mezza di latte, stemperatelo in una cazzarola con tre once di farina, mettelo in un fornello mettendoci del persciutto, e tartufari, maneggiando sempre fino a tanto che comincia a bollire, e deve bollire per mezz'ora; da poi vi metterete mezza libra di pana fresca, mescolando ogni cosa per farla unire insieme; da poi fate una perla di tagliolini con dentro due ovi e quattro rossi; stendetela non tanto fina e tagliatela ad uso di mostaccioli di Napoli, non tanto larghi; cuoceteli con la metà di brodo e la metà di acqua, aggiustati con sale; prendete il piatto che dovete mandare in tavola: potete fare intorno al detto piatto un bordo di pasta a frigè per ritenere in esso piatto la salsa, acciocché non dia fuori quando lo metterete nel forno, mentre gli va fatto prendere un poco di brulì; cotte che avrete le lasagne, cavatele ed incasciatele con formaggio parmiggiano e le andrete aggiustando nel piatto sopraddetto, con un solaro de salsa, butirro e formaggio e l'altro de lasagne slargate, e messe in piano, e così andrete facendo per fino che avrete terminato di empire detto piatto; bisogna avvertire che al di sopra deve terminare la salsa con butirro e formaggio parmiggiano e terminato, mettetelo in forno per fargli fare il suo brulì."

Glossario:

acciocché "affinché" 
brulì "crosta superficiale"
     (dal francese brûlé "bruciato")
butirro "burro" 
cavatele "toglietele"
cazzarola "casseruola"
empire "riempire"
facetelo "fatelo"
fettati "affettati" 
fina "fine" (agg.) 
fino a tanto "fintanto"
incasciatele "conditele con formaggio" 
   (da cascio "cacio, formaggio")
lasagne slargate "lasagne allargate"
ovi "uova" 
mettelo "mettetelo"
   (è una forma aplologica)
mostaccioli di Napoli "dolci simili a ravioli" 
   (di cui viene imitata la forma di rombo) 
parmiggiano "parmigiano"
pasta a frigè, rivestimento o striscia di pasta,
   che serviva a contenere la salsa e gli strati di sfoglia  
per fino che avrete "finché avrete"
persciutto "prosciutto"
rossi "tuorli"
solaro, un'unità di misura caduta in disuso 
tartufari "tartufi" 

mercoledì 19 giugno 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL CERVELLATO

Il cervellato è un salume milanese, ormai da tempo caduto in disuso. All'epoca di Carlo Porta (1775 - 1821), era considerato una gloria della cucina meneghina. Se oggi uno andasse a Milano a intervistare i passanti, chiedendo loro cosa sia il cervellato, credo proprio che nessuno saprebbe rispondere correttamente. La parola dovrebbe essere di genere maschile, visto che tale era nella lingua di Milano. Tuttavia, nel Web si trova più comunemente la variante femminile cervellata. In pratica si tratta di una specie di würstel milanese, confezionato in un budello reso giallastro dallo zafferano, con impasto chiaro e finissimo. Gli ingredienti includevano carne suina, sangue rappreso di maiale, formaggio e spezie. Veniva usato per condire il tipico risotto giallo alla milanese. 


Nome del salume: cervellaa
Pronuncia: /tʃerve'la:/
Genere: maschile 
Forme italianizzate: cervellatocervellata 
Derivati: cervellee "salumiere"; "macellaio"
Pronuncia: /tʃerve'le:/

Il Porta cita il nobile salume nell'ode "A certi forestee che viven in Milan e che ne sparlen" ("A certi forestieri che vivono a Milano e che ne sparlano"): 

Hinn staa chi, s'hin faa su 
lenc e petard col noster cervellaa, 
che abonora el g'ha faa 
slongà el coll come i grù,
e adess, porconi, el ghe fa ingossa anch lu!

Traduzione: 

"Sono stati qui, sono diventati 
lenti e scorreggioni col nostro cervellato,
che a suo tempo ha fatto loro
allungare il collo come le gru,
e adesso, porconi, gli fa nausea anche lui!"

Glossario: 

ingossa "nausea" 
lenc "lenti" (plurale di lent)
petard "scorreggioni", "flatulenti"
    (stessa etimologia dell'italiano petardo)
porconi: è un prestito dall'italiano, poco adattato
    (doveva però 
essere pronunciato purcuni)
s'hin faa su "sono diventati"
    (alla lettera "si sono fatti su")
slongà el coll "allungare il collo"

Il cervelat svizzero 

Qualche tempo fa, viaggiando sul treno che da Locarno porta a Milano Centrale, ho preso una copia gratuita del giornale con le notizie del Canton Ticino e ho letto un articolo su un tipico salume svizzero, in tutto e per tutto simile al cervellato di Milano: il cervelat. Sono così venuto a sapere che esistono tra le popolazioni elvetiche bizzarri pregiudizi su questo salume, che pure è popolarissimo dovunque, anche nelle aree di lingua tedesca. È considerato la "salsiccia nazionale svizzera". Si trovano persino fotografie che mostrano un cervelat infilzato su un'alabarda e cotto alla brace. Molti credono che venga confezionato utilizzando cervella bovine e vari scarti di macelleria, inclusi gli occhi. Il punto è questo: se simili idee non trovano riscontro nelle pratiche odierne, corrispondono a quanto avveniva in epoche passate. A parte il fatto che le cervella sono un alimento eccellente, per quanto deperibile, il concetto somiglia un po' a quanto successo al famoso hot dog, che non è certo più prodotto con carne di cane - eppure in epoche di carestia ormai lontane, un simile utilizzo era una concreta realtà. 

Nome del salume: cervelat 
Pronuncia: /serve'la/ 
Varianti: Servelat, Servella 

La prima attestazione si trova in un ricettario bernese scritto da Sabina Welserin e pubblicato nel 1553. Gli ingredienti sono molto simili a quelli del cervellato di cui parla il Porta: carne di maiale, pancetta, formaggio, sangue di maiale fresco e spezie varie, come pepe, zenzero, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zucchero e zafferano. Il fatto che il nome non sia germanico, indica che la preparazione culinaria deve avere avuto la sua origine in un'area di lingua romanza: a Berna doveva essere un articolo d'importazione. Il problema è che certamente il salume doveva esistere già molto tempo prima che la Welserin ne mettesse per iscritto una ricetta - cosa che in genere non viene considerata dai commentatori moderni. Orbene, l'ipotesi più immediata e plausibile è che il centro d'irradiazione del salume in questione si debba identificare proprio con l'augusta città di Milano. 
Oltre che in Svizzera, il cervelat (varianti: cervelas, servelade) è diffuso con diverse ricette in Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi - praticamente in tutta l'Europa centrale. 

La vexata quaestio dell'etimologia

Il termine cervellaa, come il toscano cervellata, deriva chiaramente da un tardo latino cerebellata "salsiccia fatta con cervella" (da cerebellum, diminutivo di cerebrum "cervello"). Non importa se di cervello ne veniva aggiunto poco o pochissimo nell'impasto. Non importa se poi, col passare del tempo, di cervello non ne è stato aggiunto più. L'origine è questa, anche se si dice che gli storici facciano fatica a trovare attestazioni sul reale uso della materia grigia, suina o bovina. Le ricette cambiano; le parole sono più importanti e possono permetterci di risalire alle origini. 

La testimonianza del Cherubini

Nel suo Vocabolario milanese-italiano (1839), Francesco Cherubini (Milano, 1789 - Oliva di Lomaniga, 1851) riporta quanto segue: 

Cervellàa. s.m. Cervellata? Composto di grascia porcina e di grascia d’arnione di manzo, scusse affatto di carne, triturate minutissimamente, insalate e regalate d’aromi e di cacio lodigiano trito; il quale composto s’usa o come condimento di brodi da zuppe o come ripieno d’altre vivande, e si vende insaccato in budelle tinte in giallo collo zafferano e strozzate a lunghezza di spanna come i salsicciuoli comuni. Ho segnato con la? la voce italiana Cervellata perché, quantunque simigli di viso la nostrale, pure la dissimiglia per valore se guardasi alla definizione che ne danno i dizionari generali della lingua. Essi la fanno una Salsiccia composta di carne e cervella di porco, cioè onninamente il rovescio della nostra Cervellata(omissis)... Forse in antico usarono i nostri padri far entrare nei loro Cervellàa anche le cervella porcine, e di quì nacque il nome all’oggetto; ma in ogni caso convien dire o che appena ne li regalassero per ornato e bizzarria, giacché troppi majali sarebbe stato necessario ammazzare per farne di proposito con poche e sì piccine cervella quegl’infiniti Cervellàa pei quali la cucina suol fare ricorso al pizzicagnolo, o pure che altrevolte pochissimi ne usassero le cucine, cosicché in tutti quei pochissimi potesse l’esistenza delle cervella porcine giustificarne il nome." 

Glossario:

arnione "rene", "rognone" 
cacio lodigiano "formaggio di Lodi"
  (con buona pace di Grandi, è quello che oggi chiamiamo
  parmigiano)
cervella porcine "cervella di porco"
grascia "grasso di animale"
il rovescio "il contrario"
insalate "salate"
majali "maiali" 
nostrale "caratteristico dei nostri luoghi"
onninamente "interamente", "del tutto"
pizzicagnolo "salumiere"
salsicciuoli "salsicciotti"
scusse affatto di carne "del tutto prive di carne"
simigli di viso "somigli all'apparenza"

La testimonianza di Vincenzo Corrado 

Nel suo ricettario Il Cuoco galante, Vincenzo Corrado (1736 - 1836) riporta la ricetta del cervellato alla milanese:

"Per due libbre di pancetta di porco ben triturata fuori della cotica e due midolla di manzo e cervella di porco vi si mettono due once e mezza tra cannella, noce moscata e garofani, una libbra di cacio Parmigiano grattato, quattro once di acqua garofanata con varie gocce d’olio di garofani e due once di sale. Tutto mescolato se n’empiano le budella, prima tinte in acqua di zafferano, e si conservino all’uso"

Glossario: 

se n'empiano "se ne riempiano"

Come si vede, le cervella ci sono eccome! Corrado è ricordato come un esponente della cucina della nobiltà napoletana sul finire del XVIII secolo.

Altri salumi peculiari

1) La cervellata di Vogogna (provincia di Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte) include tra i suoi ingredienti, oltre alle cervella, anche midollo di manzo, formaggio duro e zafferano. Questo salume tradizionale, era in origine usato per condire minestre e risotti. Non ci sono dubbi sul fatto che abbia la stessa origine del cervellaa di Milano.
2) I sanguinacci, in diverse tradizioni italiane, possono essere preparati utilizzando il cervello, oltre al sangue suino. Ai nostri tempi, per motivi igienici e sanitari non ne è più consentita la produzione. Il sanguinaccio con cervello è tipico della Puglia, in particolare di Lecce. Questo salume non va confuso con un dolce chiamato anch'esso sanguinaccio.
3) La coppa di testa è un salume cotto, ottenuto dalla carne della testa del maiale, prodotto in diverse regioni d'Italia (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo; una variante si trova in Piemonte e in Liguria). La ricetta prevede la rimozione delle cervella, che non sono incluse nell'impasto. 
4) Le cervellatine napoletane sono salsicce sottili fresche tipiche della Campania. In origine contenevano cervella, ma attualmente questo ingrediente non è più contemplato. Il salume è caratterizzato da un impasto di carni suine magre, aromatizzate con sale e spezie. 
5) La cervellata calabrese è un insaccato fresco composto da carne suina, inclusi tagli della testa. Non contiene pomodoro né vino rosso. In genere non contiene peperoncino, ma ho trovato anche ricette che lo includono. Questo salume è aromatizzato con vino bianco, pepe nero e finocchio selvatico. Attualmente le cervella non sono presenti tra gli ingredienti, ma potevano essere incluse in origine.
6) La cervellata di Toritto (provincia di Bari) è un insaccato composto prevalentemente da carne bovina (70-80%) e da una minore percentuale di carne suina (20-30%). Caratterizzata dal diametro sottile, è speziata con pecorino, aglio e basilico; viene cotta al fornello e arrotolata in modo tale da formare una specie di "girella". Non contiene cervella, è asciutta e non è nemmeno chiara l'origine del suo nome.
7) Un salume tedesco che in origine conteneva cervella suine e bovine è il Gelbwurst o "salsiccia gialla", che era detto anche Hirnwurst "salsiccia di cervello". È tipico della Baviera. Le sue origini a quanto pare sono abbastanza recenti (inizi del XX secolo); attualmente è vietato per legge l'uso di cervello bovino. 

Nota: 
Bisogna poi guardarsi dai casi di assonanza ("falsi amici"): 
I salumi Cervellera traggono la loro denominazione dal cognome della famiglia che li produce e non contengono cervella. 

Le cervellate del Maestro Martino

Le cervellate de carne de porco o de vitello giovane, citate dal Maestro Martino de' Rossi (Blenio, Canton Ticino, 1430 - Milano o Roma, fine XV secolo) nel Libro de arte coquinaria (1450 - 1460), somigliano molto al cervellaa milanese e non includono cervella. Il ricettario è stato composto per un porporato noto per la sua estrema voracità: il Cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, Patriarca di Aquileia. Noto anche come "Cardinal  Lucullo", ingurgitava quantità immani di ghiottonerie in banchetti opulenti! 
Riporto in questa sede la ricetta delle cervellate. 


Per fare bon cervellate de carne de porco o de vitello giovine. 

Piglia carne magra senza nervo cioè de la cossa, et di bon grasso di porcho o de vitello, et battilo tanto minutamente col coltello quanto sia possibile. Dapoi togli di bon cascio vecchio et un pocho di bon cascio grasso et di bone spetie et doi o tre ova et similemente del sale secundo la quantità, et mescola diligentemente tutte queste cose inseme et fa' che siano un pocho gialle di zafrano, et togli de le budella grosse del porcho, et nettale molto bene che siano sottili che non gli resti niente di grasso, et impieli de questa materia et stringila bene nele dicte budella et falle longhe o curte como ti piace; et vogliono essere cotti allesso, et non possono durare più che due dì in perfectione. Niente di mancho secundo il tempo il bisogno si possono conservare quindici o vinti dì et più, se seranno ben governate. 

Glossario:

allesso "a lesso"
bone spetie "buone spezie"
cascio "formaggio" 
cossa "coscia"
dapoi "quindi"
de "di"
doi o tre ova "due o tre uova"
et "e"
impieli "riempili"
in perfectione "in perfezione"
inseme "insieme"
longhe o curte "lunghe o corte"
nele dicte budella "nelle budella di cui sopra"
nettale "puliscile"
niente di mancho "tuttavia"
pocho "poco"
porcho "porco"
secundo "secondo"
seranno "saranno" 
similemente "similmente"
vinti "venti" (20) 
vinti dì "venti giorni"
zafrano "zafferano" 

Un'ipotesi insensata

Pur di negare l'esistenza di antichi salumi preparati con l'aggiunta di materia cerebrale, si è diffusa l'idea insensata che il cervellato o cervellata tragga il suo nome da uno strumento musicale rinascimentale, chiamato appunto cervellato. È uno strumento aerofono ad ancia doppia, chiamato racket (varianti: rackett, rancket) in tedesco e in inglese.
In realtà è proprio lo strumento a trarre il suo nome dal salume milanese, per via della forma, che ricorda un insieme di salsicciotti. 
Dimostrazione:
i) Lo strumento rinascimantale si chiama "cervellato" perché somiglia al salume detto "cervellato". 
Perché il salume si chiama "cervellato"?
Il salume si chiama così perché un tempo includeva cervello tra gli ingredienti. =>
=> Si spiega la denominazione dello strumento rinascimentale in modo lineare e chiaro. 
ii) Il salume si chiama "cervellato" perché somiglia a uno strumento rinascimentale detto "cervellato". 
Perché lo strumento rinascimentale si chiama "cervellato"? 
Lo strumento rinascimentale non somiglia a nulla che abbia a che fare con un cervello. => 
=> Non si spiega la denominazione dello strumento rinascimentale in alcun modo. 
iii) In tedesco lo strumento in questione è anche chiamato, seppur di rado, Wurstfagott, ossia "fagotto a salsiccia". 
QED