domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

venerdì 9 agosto 2024

LE ORIGINI CELTICHE DEL GORGONZOLA O IL FORMAGGIO BLU DI HALLSTATT

Il gorgonzola è un notissimo formaggio erborinato (dal lombardo erborin "prezzemolo"), ossia caratterizzato da venature bluastre, verdognole o grigie, prodotte da muffe nobili (spore di Penicillium glaucum, talvolta di Penicillium roqueforti). Prodotto con latte vaccino intero, è a pasta cruda e molle, di consistenza butirrosa. È originario della provincia di Milano; le sue attuali zone di produzione sono seguenti province di Milano, Monza e Brianza, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Varese, Pavia, Novara, Vercelli, Verbania-Cusio-Ossola, Cuneo e Alessandria. 


Nome del prodotto caseario: gorgonzola 
Lombardo: gorgonzœula 
   pronuncia: /gurgun'zø:la/
Piemontese: bërgonsola 
   pronuncia: /bərɡunˈzɔla/
Genere: maschile 
Denominazioni alternative (obsolete):
    stracchino verde,
    stracchino di Gorgonzola 
    Attestazioni: stracchin verd (Cherubini)
Denominazione colloquiale: stracchino 
Denominazione colloquale moderna: zola 
    (abbreviazione)
Note: 
In un borgo della Brianza profonda, mi è capitato più volte di udire la variante colloquiale gongorzola. Per quanto possa sembrare frutto di difficoltà di pronuncia o ignoranza, va detto che ha un fondamento storico: la forma con metatesi è invece quella standard. 
Anni fa, in piena città di Milano, ho sentito usare la parola con l'articolo femminile (la gorgonzola) e a momenti mi è venuta una sincope. Per fortuna è qualcosa in cui non ci si imbatte tutti i giorni. L'origine di questo cattivo uso è dovuto a gente che conosce poco il formaggio in questione e ne deduce erroneamente il genere a partire dalla terminazione in -a. Un caso analogo è quello di un famosissimo vino, il barbera, che qualcuno chiama abusivamente la barbera

Caratteristiche tecniche:
Il latte proviene da due diverse mungiture ed è cagliato separatamente. Il formaggio è quindi confezionato in forme cilindriche. 
L'essiccazione dura 20 giorni, dopodiché avviene la perforazione per favorire lo sviluppo delle muffe nobili.

Caratteristiche organolettiche: 
Può avere un odore greve, ma per fortuna non ha lo stesso sapore. 

Etimologia: 
Il nome del formaggio deriva da quello della cittadina di Gorgonzola, in provincia di Milano. 
   Attestazione (anno 855): Congorciola 
Forma originale latina: *Concordiola 
Derivazione: dal nome della dea Concordia, con un tipico suffisso diminutivo.
Pronuncia classica: *Concordìola /koŋkɔr'diɔla/
Trafila evolutiva: 
*Concordìola*Concordiòla /koŋkɔr'djɔla/
> Congorciola  /koŋgor'dzɔla/
> *Gongorzola > Gorgonzola 
Nota: 
Il passaggio da *Concordìola a *Concordiòla è regolare: in questo tipo di dittonghi, l'accento si sposta sull'elemento con maggior apertura. In altre parole, il dittongo da discendente diventa ascendente.
In lombardo la tipica vocale bemollizzata /ø/ si è sviluppata da /ɔ/ in posizione tonica. 

False etimologie: 
Non possono mancare tentativi paretimologici dilettanteschi. Così per molto tempo è stata postulato un improbabile toponimo *Curtis Argentiola o *Curs Argentiola, derivato dal nome della città di Argentia, che in epoca romana sarebbe stata situata tra Mediolanum (Milano) e Bergomum (Bergamo). Si pensava a un piccolo centro abitato, satellite di Argentia. Il punto è che si tratta di un'ipotesi derivata dalle elucubrazioni di eruditi inclini ai voli pindarici, non sostanziata da solide basi storiche - pur essendo citata dall'Enciclopedia Treccani. Sappiamo per certo che al XIV miglio da Mediolanum a Bergomum c'era una stazione di cambio (mutatio) che si chiamava Argentia. Si è favoleggiato di una città immensa distrutta da Attila nel 453 d.C. e scomparsa nel nulla. Qualcuno ha addirittura ipotizzato la derivazione di Gorgonzola da *Argentia Nova, come se -v- potesse trasformarsi in una liquida -l- per puro arbitrio. Altri notano la somiglianza con la Porta Argentea, una delle porte delle Mura Massimiane di Milano (edificate sul finire del III secolo d.C.), chiamata così perché contrapposta alla Porta Aurea. Tuttavia giova far notare che il toponimo Argentia può essere di origine celtica: il nome dell'argento è infatti comune al latino e al celtico. 

Il mito del casaro e delle vacche stracche

Col nome stracchino si indica una tipologia di formaggi a pasta molle e cruda, a cui appartiene anche il gorgonzola - che è uno dei pochi ad essere erborinato. La tradizione, che come sempre genera pacchetti memetici senza sosta, sostiene che i formaggi della famiglia degli stracchini siano prodotti con il latte di vacche stracche, ossia stanche, perché di ritorno dall'alpeggio dopo la transumanza. Un casaro distratto o innamorato avrebbe usato questo latte "stracco", inventando così un nuovo prodotto caseario. Infatti in lombardo stracch significa "stanco" (la parola è di chiara origine longobarda). Sarebbe bello credere a questa favola. Va detto che non sussiste alcuna prova dell'esistenza effettiva di una simile usanza. 
Lo stress fisico del viaggio prolungato influisce negativamente sulla qualità e sulla caseificabilità del latte. Nessun casaro medievale avrebbe aspettato il momento di massimo sfinimento degli animali per produrre i suoi formaggi migliori. L'associazione sistematica tra la stanchezza fisica della mandria e il formaggio è una narrazione ottocentesca, amplificata dalla successiva letteratura turistica e commerciale. 
La vera etimologia resta controversa, ma sembra riferirsi a una tecnica di lavorazione (il latte "straccato" ossia "privato del siero"), oppure alla consistenza del formaggio (l'aspetto "stracco" del prodotto maturo, che tende a colare, non è rigido come i normali prodotti d'alpeggio).
Nella Bergamasca esistono le denominazioni strachitunt "stracchino rotondo" e strachì quader "stracchino quadrato". Lo strachitunt è un formaggio erborinato, simile al gorgonzola ma diverso, in cui non avviene l'inoculazione artificiale di muffe, facendo sì che queste si sviluppano in modo spontaneo. Lo strachì quader, che non  è erborinato, è quello che comunemente si chiama taleggio. Entrambi i formaggi traggono il loro nome dalla forma, rotonda nel primo caso, simile a una mattonella nel secondo.

Un'interessante ambiguità...
il Manzoni e il Mascetti

Nasce un'ambiguità lessicale che può portare a fraintendimenti: in Lombardia e in alcune aree del Piemonte, il nome stracchino è sinonimo di gorgonzola. Con ogni probabilità deriva da una semplificazione di "stracchino verde" o di "stracchino di Gorgonzola". Ogni tentativo di indagine approfondita incontra ostacoli. Si nota che Manzoni menziona il gorgonzola ne I promessi sposi (Capitolo XVI). Renzo Tramaglino è in fuga verso Bergamo dopo i tumulti a Milano. Ecco la citazione: 

Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di Milano: chè la voce n’era arrivata fin là. 
Renzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
“ Devo andare in molti luoghi, ” rispose: “ e, se trovo un ritaglio di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano... Come si chiama? ” — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava intanto tra sè.
- Gorgonzola, volete dire, - rispose la vecchia.
“ Gorgonzola! ” ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la parola. “ È molto lontano di qui? ” riprese poi.
“ Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci fosse qualcheduno de’ miei figliuoli, ve lo saprebbe dire. ”
 
Direi che ci sono pochi dubbi sulla natura dello stracchino manzoniano! Si presenta poi un'altra questione, che rende tutto ancor più difficile. La produzione dello stracchino è considerata di origine toscana e risalente ad epoca medievale. In effetti in Toscana lo stracchino è ancor oggi un diffuso formaggio a pasta molle. Una cosa è certa: lo stracchino del Conte Lello Mascetti non ha nulla a che fare con il gorgonzola.

Il testamento dell'Arcivescovo 

Ansperto da Biassono, di nobile famiglia di origine longobarda (forse Confalonieri), fu Arcivescovo di Milano dall'868 all'881.  Uomo di grande cultura, fu il fondatore dello scriptorium arcivescovile di Milano, con la collaborazione di monaci irlandesi giunti da Tours. Il suo testamento, datato 879, riporterebbe la menzione di un caseus maculatus (ossia "formaggio maculato"), che sarebbe la prima testimonianza storica del gorgonzola. Purtroppo è d'obbligo l'uso del condizionale sulla menzione del prodotto caseario, perché non si trova traccia alcuna del testo in latino, né tantomeno una sua traduzione in italiano. Questo benedetto caseus maculatus compare su moltissimi siti del Web, ma ha l'aria di essere soltanto un pacchetto memetico autoreferenziale, derivato dalla fantasia di qualche romanista ottocentesco e proliferato in modo incontrollabile. In ogni caso non sono riuscito a trovarne traccia. Se fosse reale, penso che sarebbe nell'interesse di tutti riportare il testo con la menzione! Non solo: ci sono numerosissime citazioni ancora più vaghe, di un documento dell'anno 879, di cui non è riportato alcun dettaglio, nemmeno che si tratta proprio del testamento dell'Arcivescovo. In qualche caso c'è il riferimento al mito del casaro e delle vacche stracche, che c'entra con il nobile Ansperto come i cavoli a merenda. 

Le vere origini del formaggio blu

Per scoprire le vere origini del gorgonzola, dobbiamo andare molto più indietro nel tempo, in piena Età del Ferro, quando la Cultura Celtica cominciò la sua prodigiosa espansione. 
Questi sono i pilastri della Civiltà di Hallstatt: 
1) Oro Bianco:
La straordinaria ricchezza di questa cultura derivava dal controllo della miniera di sale di Hallstatt, la più antica del mondo e tuttora in funzione. Il sale era fondamentale per conservare il cibo e veniva esportato in tutto il continente. 
2) Rivoluzione del Ferro: 
A partire dall'VIII secolo a.C. (fasi Hallstatt C e D), i fabbri locali padroneggiarono la metallurgia del ferro, forgiando spade lunghe, asce e strumenti da lavoro che surclassarono le vecchie armi in bronzo.
3) Commercio Globale:
Grazie ai fiumi alpini, i Proto-Celti stabilirono rotte commerciali con i Greci e gli Etruschi, scambiando sale e metalli con vino, manufatti di avorio africano e ceramiche mediterranee.
4) Società d'élite: 
Le tombe dei capi tribù testimoniano una società fortemente gerarchica. I nobili venivano sepolti sotto grandi tumuli all'interno di carri a quattro ruote, adornati con spade preziose, fibule e corone d'oro. 

Su Focus, nel corso dell'anno 2021, è stato pubblicato un articolo di estremo interesse, intitolato Birra e formaggio blu nel menu dei nostri antenati. Questo è il link:


Il sottotitolo è immaginifico e fa sognare: 

"Dagli escrementi millenari rinvenuti nella miniera di sale di Hallstatt, in Austria, la prova che birra e formaggio blu erano già prodotti e consumati nella preistoria"

Lo studio scientifico che ha permesso di giungere a questi eccezionali risultati è stato guidato dall'istituto di ricerca privato Eurac Research, con sede a Bolzano. La miniera di sale di Hallstatt è il luogo della rivoluzionaria scoperta. In quelle profondità sono stati trovati resti di escrementi umani risalenti a circa 2.700 anno fa, nell'Età del Ferro. Dall'analisi di questi massicci coproliti, si sono scoperte interessanti informazioni sulla dieta di chi li ha deposti. I minatori ingurgitavano grandi quantità di pane e formaggio blu, tracannando birra. Questo formaggio blu era un pregiato erborinato, con tipiche muffe azzurrognole, in tutto e per tutto simile al moderno gorgonzola. Sono state trovate inequivocabili tracce di Penicillium roqueforti. Si trova finalmente il bandolo della matassa: i formaggi erborinati, tra cui il gorgonzola, sono geniali invenzioni celtiche come le camicie, le brache, la sella a quattro corni, gli speroni, l'aratro con vomere di ferro, i baffi, l'arte astratta e tante altre cose tuttora utilizzate su larga scala sull'intero pianeta! 

lunedì 5 agosto 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL BIANCOMANGIARE

Oggi conosciamo col nome di biancomangiare (o bianco mangiare) un dolce al cucchiaio a base di latte, privo di uova, aromatizzato con cannella e altre ingredienti come la scorza di limone o la vaniglia, che si trova in diverse regioni d'Italia: è soprattutto tipico della Sicilia, ma si trova anche in Sardegna e in Valle d'Aosta. Deriva da una delle preparazioni culinarie più importanti, radicate e diffuse del Medioevo, che può essere associata alla civiltà cortese in tutta Europa. Ne esistevano numerose ricette, sia dolci che salate. Ad esempio, poteva essere preparato con petto di pollo o di cappone lessato e sfilacciato, con amido di riso come addensante. Poteva essere aggiunto persino del lardo. Un aroma molto usato era l'acqua di rose. Per dolcificare si usavano abbondanti quantità di zucchero. La versione quaresimale era fatta con pesce e latte di mandorle, in modo tale da renderla compatibile con le prescrizioni della Chiesa Romana (che all'epoca vietava in tempi di magro non soltanto la carne, ma anche uova, latte e latticini). Il nome del biancomangiare traeva origine dal fatto che gli ingredienti utilizzati erano tutti rigorosamente bianchi. Questa non era una pura e semplice scelta estetica, avendo invece profondi significati simbolici e religiosi: simboleggiava innanzitutto la purezza, l'ascetismo, la nobiltà e il prestigio. La generale assenza di uova è a mio avviso da considerarsi un'allusione alla castità. L'uovo era infatti considerato un simbolo dell'atto sessuale. Si noterà che non era invece percepita alcuna connessione sessuale con ingredienti a base di porco! 
Nonostante la forte tradizione del colore bianco, in epoca postmedievale i cuochi iniziarono a colorare le preparazioni con svariati pigmenti per creare giochi cromatici nei banchetti di corte. 


Denominazione: biancomangiare 
Varianti:
    bianco mangiare,
    mangiare bianco
    bramangeri,
    bramangere
    bramagére
    blanmangieri
    blanche mangieri
    balmagier 
Origine: Francese antico (Lingua d'oïl)
    Forma originale: blanc mangier 
    Francese moderno: blanc-manger
Nota:
In francese antico la consonante finale -r era pronunciata. Si è conservata nei prestiti in italiano e in altre lingue. 

Diffusione: XII - XIII secolo 
Attestazioni in ricettari (XIII - XIV secolo): 
     Henrik Harpenstræng (1164 - 1244);
     Liber de Coquina
     Anonimo Meridionale
Attestazioni in ricettari (XV secolo): 
    Bartolomeo Sacchi 
    Maestro Martino (Martino da Como
Attestazioni in ricettari (XVI secolo): 
     Cristoforo di Messisbugo;
     Ulisse Aldrovandi; 
Denominazioni in altre lingue 
  Provenzale antico (Lingua d'oc):
      manjar blanc
      manchar blanc,
      manhar blanc,
      mengar blanc 
  Catalano: menjar blancmenjablanc   
  Spagnolo: manjar blanco 
  Sardo: pappai biancupapai-biancu
     (forma articolata: su pappai biancu, etc.)
  Siciliano: bbiancumanciari, manciari jancu
  Inglese: blancmange (pronuncia /bl
ə'manʒ/
      Varianti: 
          blancmanger,
          blankmanger
  
        blamang
          blank maunger,
          blomanger 
 
  Anglo-normanno: blanc desirree 
  Tedesco:
Blamensir, Mandelsulz, Flammeri
  Olandese: blanc mengier, calijs
  Danese (XIII secolo): hwit moos 
  Latino: cibarium album, cibus albusalbus cibus
         albus esus, alba comestio, leucophagum

A quanto spesso si legge, una ricetta simile a quella medievale sarebbe riportata con il nome di cibarium album in Apicio. In realtà questa denominazione e altre simili hanno origine nel latino rinascimentale. L'equivoco si deve al fatto che l'umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto "Il Platina"(1421 - 1481), ha incluso diverse ricette di biancomangiare a complemento della sua edizione del De re coquinaria di Apicio. Era diffusa a quei tempi l'idea dell'origine catalana del biancomangiare, che per questo motivo era anche chiamato cibarium album catellonicum
Il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 - 1605), sempre dottissimo e aulico, riporta la denominazione grecizzante leucophagum (plurale leucophaga). Era un'autorità in materia di mostri e di portenti, così gli veniva naturale inventare aberrazioni linguistiche, magari credendo che Marziale lo avrebbe capito. Questi umanisti erano talmente presi dalle loro elucubrazioni cervellotiche da essere convinti di avere una conoscenza totale del mondo degli Antichi. Pensavano di avere il potere magico di riempire le lacune, senza nemmeno sospettare di essere impegnati in un'opera di costruzione ex nihilo di un universo immaginario.


Origini oscure 

Una tradizione inveterata vuole che proprio il biancomangiare sia stato servito al banchetto tenuto nel 1077 da Matilde di Canossa (1046 - 1115) per la riconciliazione tra Papa Gregorio VII (nato Ildebrando di Soana, 1015 - 1085) ed Enrico IV di Franconia (1050 - 1106), che all'epoca portava il titolo di Re dei Romani e che era stato scomunicato a seguito dello scontro denominato "lotta per le investiture". Questo sarebbe il primo contesto in cui fa la sua comparsa il piatto in questione, tuttavia devo far notare che non si trova una fonte attendibile in grado di certificarlo. Il monaco Donizone di Canossa (circa 1071 - circa 1130), biografo della Contessa Matilde, compose un'opera intitolata De principibus Canusinis (nota tuttavia come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis), in cui si fa riferimento al banchetto del 1077 ma non si menzionano le pietanze che vi furono servite.

Da Oriente a Occidente

Il biancomangiare è una preparazione culinaria analoga a un dolce molto popolare in Medio Oriente, chiamato مهلّبية muḥalabiyya in arabo e مهلبی muhallebi in persiano. Il nome deriva dalla parola araba حليب ḥalīb, che significa "latte" (dal verbo حَلَبَ ḥalaba "mungere"). Esiste poi una falsa etimologia basata su una storiella ambientata nel VII secolo, che fa derivare il nome muḥalabiyya / muhallebi da quello di un generale arabo, Al-Muhallab ibn Abi Sufra, che avrebbe apprezzato moltissimo il dolciume servitogli da un cuoco persiano. Per filogenesi, il caso sarebbe tutto sommato simile a quello dei vincisgrassi: il popolino ama credere che un piatto possa ricevere il nome da qualcuno che lo ha particolarmente apprezzato in un'occasione importante, storica. 
Poi c'è la مأمونية ma'mūniyya (mamouniamanonia, manouniyeh), che è un elaborato budino siriano tipico di Aleppo. È preparato tostando il semolino nel burro o nel ghee (burro chiarificato) e cuocendolo in sciroppo di zucchero. Può essere servito caldo o freddo, guarnito con cannella e frutta secca, spesso accompagnato da formaggio a pasta filata o a crema. Il nome è fatto derivare da quello del Califfo Abbaside Al-Ma'mūn (786 - 833), che era un appassionato di culinaria e che sarebbe stato l'inventore di questo budino. La parola è stata presa a prestito in Europa e si è conservata a lungo: in un manoscritto anglo-normanno del XIV secolo si trova una ricetta denominata maumenee, mentre mamonia è sinonimo di cibus albus nel Libro de Arte Coquinaria di Maestro Martino (1450). 
L'ipotesi più accreditata nel mondo accademico è che il biancomangiare abbia avuto origine dal Medio Oriente, con l'introduzione del riso, delle mandorle e dello zucchero in Occidente da parte dei mercanti arabi. I budini esistevano già tra gli antichi Germani, ma erano piuttosto rudimentali: difficile poterli considerare precursori. Risulta evidente che il biancomangiare è il complesso risultato di una serie di stratificazioni culturali e di scambi. Non è chiaro come si sia formato il simbolismo del colore bianco nell'ambito cortese. Probabilmente non si riuscirà mai a fare piena luce su questi misteriosi aspetti del mondo medievale.

Una ricetta in medio alto tedesco 

La prima attestazione del nome del biancomangiare nella sua forma francese risale al XIV secolo, in un ricettario in medio alto tedesco tardo: Das Buoch von guoter Spîse (1350). L'ortografia è blamensier o blamenser. Ecco il testo: 

"Wilt du machen einen blamensier. Wie man sol machen einen blamenser. Man sol nemen zigenin milich. und mache mandels ein halp phunt. einen virdunc ryses sol man stozzen zu mele. und tu daz in die milich kalt. und nim eines hunes brust, die sol man zeisen. und sol die hacken dor in. und ein rein smaltz sol man dor in tun. und sol ez dor inne sieden. und gibs im genuc. und nimme ez denne wider. und nim gestozzen violn, und wirfe den dor in. und einen vierdunc zuckers. tu man dor in und gebs hin. Also mac man auch in der vasten machen einen blamenser von einem hechede."  

Traduzione:

"Come preparare un biancomangiare. Per preparare un biancomangiare, prendi del latte di capra e mezza libbra di mandorle. Riduci in farina un quarto di misura di riso e aggiungilo al latte freddo. Prendi un petto di pollo, sfilaccia la carne e uniscila al composto insieme a del grasso puro fuso; lascia cuocere il tutto a calore adeguato. Quindi togli dal fuoco. Infine, aggiungi delle viole pestate e un quarto di misura di zucchero, quindi servi. Anche durante la Quaresima, si può preparare un biancomangiare utilizzando il luccio."

Glossario:

eines hunes brust "un petto di pollo" 
   (alla lettera "petto di un pollo")
   tedesco attuale: 
   ein Hühnerbrust
ez "ciò" 
   tedesco attuale: es 
gebs "si dia" 
   tedesco attuale: gebe es
gibs "dagliene"
   tedesco attuale: gibt es, git's 
halp phunt "mezza libbra" 
    tedesco attuale: 
    Pfund "libbra", 
    Halb-pfund "mezza libbra",
    halbes Pfund "mezza libbra" 
im genuc "a sufficienza"
in die milich kalt "nel latte freddo"
rein smaltz "strutto puro" 
   tedesco attuale: 
   rein Schmalz 
sieden "bollire"
und tu daz "e fai questo"
  tedesco attuale: 
  und tu das
vierdunc, virdunc "quarto di misura"
violn "viole" 
  tedesco attuale: 
  Violen 
von einem hechede "da un luccio" 
   tedesco attuale: 
   Hechte "luccio"
zigenin milich "latte di capra" 
    tedesco attuale: 
    Ziege "capra" (l'aggettivo in -in è caduto in disuso)
    Milch "latte"
Note: 
Si vede come la lingua di questo documento mostri già numerose caratteristiche di quella moderna. Se nel titolo si ha il dittongo -uo- integro (Buoch, guoter), nel testo della ricetta notiamo la sua riduzione in -u- (hunes, tun). Si conserva la grafia ez "ciò" rispetto all'attuale es, oltre a daz "ciò" rispetto all'attuale das - ma è dubbio che perdurasse la distinzione tra le due sibilanti originali -z- e -s-: si notino le forme verbali contratte gibs (= gibt es) e gebs (= gebe es). Si trova un regolare genitivo singolare maschile in -es nel sintagma eines hunes "di un pollo": nim eines hunes brust "prendi un petto di pollo".  

Altre denominazioni tedesche: 
Mandelsulz, dal medio alto tedesco mandelsulze, mandelsulz, è un composto di mandel "mandorla" (antico alto tedesco mandala) e sulze "gelatina" (antico alto tedesco sulza "acqua di mare", "gelatina salata", "carne salata"). 
Flammeri è invece più recente (XX secolo), essendo un prestito dall'inglese flummery "dolce di latte e farina d'avena", a sua volta un adattamento dal gallese llymru (fl- rende in qualche modo la consonante liquida sorda e aspirata ll-), di origine incerta, forse connesso a llymrig "viscido".

Una ricetta tardomedievale francese 

Guillaume Tirel detto Taillevent, cuoco francese della fine del XIV secolo, è considerato l'autore del Viandier, un'opera a sua volta derivata dal Manoscritto di Sion, risalente alla seconda metà del XIII secolo. La ricetta funge da accompagnamento per le carni bianche, sotto forma di purè gelatinoso e si presenta in diverse tonalità. Cosa abbastanza insolita, non contiene pollame né pesce.

"Prenez amandes echaudées et pelées, et les broyer très bien, et les deffaictes d'eau boullie; puis, pour faire la lieure pour les lier, faut avoir du riz batu ou de l'amidon. Et quand son lait aura boulie, le fault partir en plusieurs parties, en deux potz, qui ne veult faire que de deux couleurs, et, qui le veult, faire en trois ou quatre parties; et convient qu'il soit fort lié autant que seront froumentée, tant qu'il ne se puisse reprendre quant il sera drecié ou plat ou en l'escuelle; puis prenez orcanet, ou tornesot, ou asur fin, ou persil, ou salmonde, ou ung petit de saffren coulé avec la verdure, affin qu'il tienge mieux sa couleur quant il sera boullu ; et convient avoir du sang de porc et mettre tremper dedans l'orcanet ou tournesot, et l'azur pareillement. Et jetez du sucre dedans le lait quand il bouira, pour tirer arrière, et le salez, et remuez fort, tant qu'il soit renforcy et est prins sa couleur telle que lui voudrez donner."

Traduzione: 

"Prendi delle mandorle sbollentate e pelate, tritale finemente e diluisci la pasta ottenuta con acqua bollita; per addensare il composto, ti serviranno poi farina di riso o amido. Una volta che il latte di mandorla ha raggiunto l'ebollizione, suddividilo in due pentole se desideri ottenere solo due colori, oppure in tre o quattro parti a tuo piacimento; il composto va addensato fino a raggiungere la consistenza della zuppa di frumento, in modo che mantenga la forma una volta impiattato o servito in una ciotola. Utilizza quindi alcanna, eliotropio, azzurro fine, prezzemolo, erba di San Benedetto o un po' di zafferano mescolato al colorante verde (per favorire la tenuta del colore durante la cottura); è opportuno mettere in ammollo l'alcanna o l'eliotropio - così come l'azzurro - nel sangue di maiale. Aggiungi lo zucchero al latte mentre bolle, regola di sale e mescola energicamente finché il composto non si sarà addensato e avrà assunto la colorazione desiderata."

Glossario: 

asur, azur "azzurro"
boulie, boullu "bollito"
   francese moderno: bouilli
bouira "bollirà"
   francese moderno: bouillira
eau boullie "acqua bollita"
fault, faut "è necessario"
   francese moderno: faut 
orcanet "alcanna (Alkanna tinctoria)"
potz "pentole"
    francese moderno: pots
renforcy "addensato" 
salmonde "erba di San Benedetto (Geum urbanum)"
tornesot, tournesot "eliotropio", "girasole"
   francese moderno: tournesol
ung petit de saffren "un po' di zafferano"
   francese moderno: un petit de saffran
veult "vuole"
   francese moderno: veut 

Una testimonianza eccentrica

Nel XVII secolo, il ripugnante frutto del durian fu paragonato al biancomangiare dal gesuita e missionario francese Alexandre de Rhodes (1591 - 1660) nella sua opera Divers voyages et missions du P. Alexandre de Rhodes en la Chine et autres royaumes de l'Orient (ristampa pubblicata nel 1666):

"il est plein d'une liqueur blanche, épaisse & sucrée : elle est entierement semblable au blanc-mangé , qu'on sert aux meilleures tables de France; c'est une chose fort saine, & des plus delicates qu'on puisse manger" 

Traduzione in inglese:
"It is full of a white liquor, thick and sweet, which is entirely similar to blanc-manger, served at the best tables in France; it is a very healthy thing, and one of the most delicate things one can eat."

Traduzione in italiano:
"È ricco di un liquore bianco, denso e dolce, del tutto simile al blanc-manger servito nelle migliori tavole di Francia; è una cosa molto salutare e una delle cose più delicate che si possano mangiare."

Evidentemente Alexandre de Rhodes era affetto da anosmia. Non percepiva gli odori. Così gli sono sfuggiti i pestilenziali lezzi di piedi sporchi esalati dal frutto cadaverico tanto amato in Indonesia. Trovo blasfemo paragonare un simile abominio della Natura a una delizia come il biancomangiare. Il durian è peggio della merda! 

La ricetta di Pellegrino Artusi 

Nel celeberrimo manuale Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891), Pellegrino Artusi (1820 - 1911) riporta una ricetta del biancomangiare. Cosa abbastanza insolita, include la colla di pesce.
Torte e dolci al cucchiaio
681. Bianco mangiare

- Mandorle dolci con tre amare, grammi 150.
- Zucchero in polvere, grammi 150.
- Colla di pesce in fogli, grammi 20.
- Panna, o fior di latte, mezzo bicchiere a buona misura.
- Acqua, un bicchiere e mezzo.
- Acqua di fior d’arancio, due cucchiaiate.

Prima preparate la colla di pesce ed è cosa semplice; pigiatela colle dita in fondo a un bicchiere, e coperta di acqua, lasciatela stare onde abbia tempo di rammollire, e quando ve ne servirete, gettate via l’acqua e lavatela. Sbucciate e pestate le mandorle in un mortaio, bagnandole di quando in quando con un cucchiaino d’acqua, e quando le avrete ridotte finissime, diluitele con l’acqua suddetta e passatele da un canovaccio forte e rado, procurando di estrarne tutta la sostanza. A tal punto, preparate uno stampo qualunque della capacità conveniente; poi mettete al fuoco in una cazzaruola il latte delle mandorle, la panna, lo zucchero, la colla, l’acqua di fior di arancio; mescolate il tutto e fatelo bollire per qualche minuto. Ritiratelo dal fuoco e quando avrà perduto il calore, versatelo nello stampo immerso nell’acqua fresca o nel ghiaccio. Per isformarlo basta passare attorno allo stampo un cencio bagnato nell’acqua bollente.

La bollitura è necessaria onde la colla di pesce si incorpori col resto; altrimenti c’è il caso di vederla precipitare in fondo allo stampo.

Glossario artusiano: 

a tal punto = a questo punto
cazzaruola = casseruola
cencio bagnato = panno bagnato
colle dita = con le dita
di quando in quando = ogni tanto 
isformarlo = toglierlo dallo stampo 
procurando di estrarne = facendo in modo di estrarne

La varietà delle ricette attuali 

Si trovano nel Web moltissime ricette del biancomangiare, che sembrano prodotti di percorsi diversi, come se ogni famiglia ne avesse tramandata una in modo indipendente dalle altre. Purtroppo capita di imbattersi nei gruppi di cucina in flame, perché ciascuno degli utenti spesso crede di essere depositario della tradizione originale, svalutando chiunque sostenga qualcosa di diverso (c'è chi dice che si deve usare solo latte di mandorla, chi dice che si deve usare solo latte di vacca, chi fa "gnè gnè gnè"). Sarebbe molto interessante raccogliere una biblioteca di queste ricette, che avrebbe un notevole valore culturale e storico. 

giovedì 1 agosto 2024

IL VOCATIVO NAUTICO IN INGLESE

Tutti conoscono il famoso genitivo sassone, tipico della lingua inglese. Pochissimi sanno che è esistito un altro caso della declinazione, di origine abbastanza recente (fase dell'inglese moderno), ma ormai sclerotizzato e non più produttivo: il vocativo nautico.  

In origine l'interiezione oh (varianti: hoo) veniva aggiunta a un sostantivo, in modo particolare in grida di strada di venditori e richiami nautici adatti ad attirare l'attenzione. La desinenza -s del sostantivo al plurale di solito veniva omessa e non compariva: si intendeva il singolare come un collettivo. Anche se più di rado, l'interiezione poteva seguire un aggettivo. 
Ecco alcuni esempi di formazioni di questo tipo: 

bottle-oh! "bottiglie!"
land ho! "terra in vista!"
milk-oh! "latte!" 
rabbit-oh! "conigli!" 
smoke-oh! "fumo!"
sail-ho! "nave in vista!" (lett.: "vele!")
westward ho! "a ovest!"
right-oh! "giusto!" (standard: all right)
   varianti: 
   right-ho  
   right-o 
   righty-oh 
   righty-o  
   rightio 
   righteo  

Nella famosissima canzone di Molly Malone, la fulva pescivendola dublinese urla per strada il seguente richiamo: 

Cockles and mussels, 
Alive, alive, oh!

Si riferisce a due specie di molluschi bivalvi, il "cuore di mare" (Cerastoderma edule) e la cozza (Mytilus galloprovincialis): gli esemplari pescati erano tenuti vivi in secchi di acqua marina. L'interiezione oh, che è il nucleo del vocativo nautico, si dimostrava particolarmente efficace ad attirare l'attenzione dei passanti. 

L'accento in origine cadeva sull'interiezione, ma venne poi a collocarsi sul sostantivo o sull'aggettivo che la precedeva. Il valore vocativo di queste forme ha finito col venir meno e l'interiezione è andata riducendosi con il passar del tempo a un mero suffisso il cui significato non era più chiaro ai parlanti. Questo suffisso nominale colloquiale -o è particolarmente diffuso nell'inglese australiano, neozelandese e delle Falkand. 
Questi sono alcuni slittamenti semantici:

bottle-oh! "bottiglie!" >
   bottle-oh, bottle-o,  bottlo "venditore di bottiglie"
milk-oh! "latte!" >
    milk-ohmilko "venditore di latte" 
rabbit-oh! "conigli!" >
   rabbit-oh, rabbito "venditore di conigli"
smoke-oh! "fumo!" >
   smoke-oh, smoko "pausa fumo"
wine-oh! "vino!" > 
   wine-o, wino "alcolizzato", "bevitore girovago"

Si notano alcune forme altamente idiomatiche: 

boyo "ragazzo!" > 
  boyo, termine per rivolgersi a un uomo
      (in genere più giovane del parlante) 
bucko "cerbiatto!" > 
   bucko, termine per rivolgersi a un giovane uomo
   (particolarmente comune in anglo-irlandese)
daddy-oh "babbino!" > 
  daddy-oh, daddy-o, termine per rivolgersi a un uomo
friend-o "amico!" >
  friendo, termine per rivolgersi a qualcuno 

La nominalizzazione è stata talmente forte che si sono formati plurali in -s

bottle-ohs, bottle-os, bottlos "venditori di bottiglie"
milk-ohs, milkos "venditori di latte"
rabbit-ohs, rabbitos "venditori di conigli" 
smoke-ohs, smokos "pause fumo"
winos, winoes "alcolizzati", "bevitori girovaghi"
boyos, termine per rivolgersi a uomini 
   (in genere più giovani del parlante)
daddy-ohs, daddy-os, termine per rivolgersi a uomini
 
Ecco la verosimile trafila della pronuncia, trascritta in modo approssimativo in caratteri IPA:

/bɔtəl 'əʊ/ > /'bɔtələʊ/
/mɪlk 'əʊ/ > /'mɪlkəʊ/
/ræbɪt 'əʊ/ > /'ræbɪtəʊ/
/sməʊk 'əʊ/ > /'sməʊkəʊ/
/waɪn 'əʊ/ > /'waɪnəʊ/
/bɔɪ 'əʊ/ > /'bɔɪəʊ/
/dædɪ 'əʊ/ > /'dædɪəʊ/ 

In particolare nell'inglese delle Falkland, con la parola smoko si intende una pausa pomeridiana dal lavoro, corrispondente al tè delle cinque, con torte e altri dolciumi. Il legame etimologico con l'atto di fumare tabacco ha finito col perdersi. 

Come notato dall'Australian National Dictionary, questa origine vocativa di "chiamata" ha naturalmente portato al suo frequente utilizzo nei nomi propri per formare soprannomi e ipocoristici. 
Alcuni esempi: 

Danno "Danielino" < Daniel
Davo "Davidino" < David 
     (particolarmente usato in Australia) 
John-o , Johnno "Giovannino" < John
Jacco "Giovannino" < Jack
Marko "Marcolino" < Mark
Nicko "Nicolino" < Nicholas 
Timmo "Timoteo" < Tim, Timothy
Tommo "Tommasino" < Tom, Thomas

L'uso del suffisso nominale -o è stato rafforzato dagli adattamenti nautici della lingua franca mediterranea o di parole pseudo-spagnole: 
guardo "nave di accoglienza o di transito su cui viene temporaneamente alloggiato il personale arruolato, in attesa di essere assegnato a navi operative." 

Esiste poi un omonimo suffisso -o che conferisce un tono colloquiale, solitamente aggiunto a nomi, abbreviazioni di parole lunghe o aggettivi usati come sostantivi. A parer mio si è originato dal vocativo nautico, anche se il mondo accademico non è d'accordo, ritenendolo di diversa origine (ho trovato chi giura e spergiura che si tratta di semplici ipocoristici fin dall'inizio, senza però fornire argomenti utili). A volte si tratta di una pura e semplice abbreviazione di una forma aggettivale, ma l'origine vocativa non può comunque essere esclusa: non si considera il fatto che da un singolo vocabolo gergale se ne possono creare molti altri per imitazione, anche se il meccanismo non è ben compreso. Gli esempi di formazione di questo tipo sono molto numerosi. Eccone qualcuno:

beardo "uomo barbuto" < beard "barba"
combo "combinazione" < combination "combinazione" 
   (di cassaforte, etc.)
doggo "cane" < dog "cane"
    (sininimo: dogger, doggy)
hundo "un centinaio" < hundred "cento"
inspo "ispirazione" < inspiration "ispirazione"
journo "giornalista" < journalist "giornalista"
kiddo "amico del cuore" < kid "bambino"
lameo "persona zoppa"; "persona senza valore" < 
    lame "zoppo"
lardo "persona obesa" < lard "lardo"
litro "letteralmente" < literally "letteralmente"
neato! "splendido!" < neat "pulito"
pervo "pervertito" < pervert "pervertito"
preggo "donna incinta" < pregnant "incinta"
psycho "persona insana di mente" < psichotic
     "psicotico", psychopathic "psicopatico"
rando "persona impulsiva senza contatti sociali" < 
     random "a caso"
sicko "persona con gusti o abitudini spiacevoli";
     "persona malata di mente" < sick "malato" 
stinko "scadente"; "ubriaco" < to stink "puzzare"
thicko "persona deficiente" < thick "spesso", "denso"
uggo "brutto"; "persona brutta" < ugly "brutto"
wacko "persona bizzarra" < wack, wacky "eccentrico"
weirdo "persona bizzarra" < weird "bizzarro", "strano" 
whammo "all'improvviso" < wham "soffio violento";
         "tentativo"; "grande successo"

Si noterà che alcune forme sono abbastanza recenti, addirittura rando è documentato dagli inizi del XXI secolo. Anche se il vocativo nautico si era ormai spento da tempo, aveva dato origine a un meccanismo vitale capace di dar vita a sempre nuove creazioni lessicali.

Alcune forme sono specificamente australianismi:

druggo "persona drogata" (in US è druggie
bizzo "affare" < business 
garbo "uomo che raccoglie l'immondizia" < garbage man
lezzo "lesbica" (in US è lesbo)
nasho "servizio nazionale" < national service
reffo "rifugiato" < refugee 
sammo "tramezzino" < sandwich
sando "tramezzino" < sandwich
veggo "vegetariano" < vegetarian 

Si potrebbe dire che questi sono i frutti del tentativo costante di ridurre l'incomprensibilità dei suffissi e il grado di dissociatività della lingua.



Alcune note sociologiche

Il vocativo in -o non ha potuto generalizzarsi per via del potere normativo della lingua alta. Le plebi marinare erano viste con orrore dai moralisti vittoriani, come una massa di prostitute, sodomiti, tagliagole, etc. 
Il fulcro della sociolinguistica definisce il legame inscindibile tra lo stigma sociale che colpisce un gruppo di parlanti e il destino delle loro innovazioni linguistiche. 
Il motivo per cui forme come il vocativo in -o e simili sono rimaste relegate al gergo marittimo o ai mercati popolari - senza mai intaccare la morfologia della lingua standard - risiede proprio nei meccanismi di prestigio linguistico e resistenza di classe dell'epoca vittoriana. 
Nel XIX secolo, la lingua non era solo un mezzo di comunicazione, ma un indicatore di status morale. La filologia e la grammatica prescrittiva venivano usate dalle classi colte come strumenti di controllo sociale per tracciare un confine netto tra la rispettabilità borghese (respectability) e la supposta "degenerazione" delle classi subalterne. Le comunità marittime e portuali (i docklands di Londra, Bristol, Liverpool o Dublino) incarnavano tutto ciò che la morale vittoriana temeva e condannava. I porti erano spazi di anarchia, zone franche, cosmopolite, fluide, popolate da una massa transitoria di marinai, scaricatori e venditori ambulanti. Il lessico e le strutture grammaticali di queste comunità erano catalogati nei dizionari di slang and vulgarities non come semplici varianti linguistiche, bensì come "corruzioni" della lingua, sintomi evidenti di una condotta di vita viziosa, criminale, dissoluta o perversa. 

Un frammento cinematografico

Non dobbiamo dimenticare il personaggio interpretato da Dustin Hoffman nel film Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969, diretto da John Schlesinger), il cui soprannome era Ratso, letteralmente "Rattoso"
Qui il suffisso -o, a parer mio di origine vocativa, è aggiunto a una forma di plurale sigmatico in -s

rat "ratto" 
plurale: rats "ratti"
vocativo plurale: *Rats-oh! "Ratti!"
> Ratso "Rattoso"

Una simile irregolarità si ritrova in fatso "persona obesa", formato da fat "grasso", con lo stesso suffisso sigmatico che marca un plurale sclerotizzato (fats "cose grasse", "massa di grasso").
Tornando al film di Schlesinger, c'è un brillante gioco di parole con il vero nome del personaggio, Enrico Salvatore Rizzo: l'idiomatico Ratso suona come una storpiatura del suo cognome. Nella versione in italiano, non sapendo come rendere questo Ratso e volendo evitare la traduzione "Rattoso", che sarebbe suonata bizzarra, hanno fatto ricorso a Sozzo.
A livello cinematografico e narrativo, questo "Rattoso" è la sintesi perfetta dell'esistenza del personaggio:
L'aspetto e i movimenti. Dustin Hoffman costruì un'interpretazione fisica memorabile. Ratso è sporco, perennemente sudato, malaticcio (soffre di tubercolosi) e zoppica. Si muove per le strade affollate in modo furtivo e scattante, quasi zampettando per evitare di essere calpestato.
L'habitat e la sopravvivenza. Vive come un parassita ai margini della società. Alloggia abusivamente in un edificio diroccato, freddo e buio di New York, e sopravvive di espedienti, scarti, immondizia e piccole truffe.
La contrapposizione. Il nomignolo serve a creare il contrasto perfetto con il co-protagonista Joe Buck (Jon Voight). Mentre Joe è il "cowboy", l'animale da prateria, grande, ingenuo e abituato agli spazi aperti, Ratso è l'animale urbano per eccellenza, il topo di fogna che conosce ogni anfratto dei bassifondi e cerca di addentare quello che può per tirare avanti.
Ratso è un soprannome crudele che viene affibbiato dalla strada, e che incarna tutta la miseria, l'emarginazione e l'istinto di sopravvivenza della New York disillusa raccontata nel film. 

Conclusioni

Le lingue vive si nutrono continuamente di calchi dai gerghi settoriali. Un'origine vocativa irregolare, nata per strada in modo spontaneo e saldata su un plurale per chiamare qualcuno, è un'evoluzione linguistica pulsante che difficilmente si lascia ingabbiare dai modelli grammaticali tradizionali. Non stupisce affatto che l'establishment accademico storca il naso di fronte a una ricostruzione che esce dai binari dell'etimologia classica, ma francamente non me ne importa nulla.

lunedì 29 luglio 2024

LE FORMICHE RIZZACULO NON SONO COMMESTIBILI!

Nonostante alcune specie di formiche nel mondo siano parte dell'alimentazione umana, come ad esempio le famose hormigas culonas in Colombia, la formica rizzaculo (Crematogaster scutellaris) non è considerata commestibile. È una specie infestante mediterranea di medie dimensioni (4-6 mm; 8-9 mm la regina), ben riconoscibile per la testa di color rosso vivo e l'addome nero a forma di cuore. Ha un esoscheletro di chitina lucido e bello a guardarsi. È detta dal volgo "acrobata", "pizzicarola" o "rizzaculo" perché, se minacciata, inarca l'addome sopra la testa per secernere un goccia di liquido repellente e spruzzare acido formico. Anche se non è aggressiva verso gli esseri umani, può dare morsi superficiali e provocare una leggera irritazione cutanea. Predilige gli alberi come querce, pini e mandorli, scavando e costruendo nidi sotto le cortecce: costituisce un flagello per l'industria del sughero. Tuttavia, non disdegna le fessure nei muri, tra le travi in legno, nei tetti o persino nelle cassette elettriche. Possiede un elaborato linguaggio basato sui feromoni, che consentono di tracciare le piste verso le fonti di cibo e di allarmare la colonia in caso di pericolo. Nella tradizione italica, questo imenottero è in genere considerato di lieto augurio, anche se è poco gradito in alcune aree come l'Emilia-Romagna. 


Scheda tecnica

Dominio: Eukaryota 
Regno: Animalia
Sottoregno: Eumetazoa
Ramo: Bilateria  
Phylum: Arthropoda
Subphylum: Tracheata
Superclasse: Hexapoda 
Classe: Insecta 
Sottoclasse: Pterygota
Coorte: Enodpterygota
Superordine: Oligoneoptera
Sezione: Hymenopteroidea
Ordine: Hymenoptera
Sottordine: Apocrita
Sezione: Aculeata
Superfamiglia: Vespoidea
Famiglia: Formicidae
Sottofamiglia: Myrmicinae
Genere: Crematogaster
Specie: Crematogaster scutellaris 
    (OLIVIER, 1792)

Antenne: composte da 11 segmenti,
      con gli ultimi 3 segmenti claviformi. 
Occhi: di media grandezza. 
Mandibola: triangolare. 
Pronoto: privo di spine
Propodeo: dotato di spine. 
Peziolo: appiattito, grossolanamente rettangolare 
Gastro: cuorifome, terminante con un corto pungiglione
Veleno: repellente 

È ora necessario approfondire la questione gastronomica. Ho ricordi di quando ero un moccioso: in una puntata della trasmissione "Portobello" mostrarono all'esterrefatto Enzo Tortora una marmellata di formiche. La cosa fu accolta con un visibile imbarazzo (oggi si direbbe "cringe"). Era un preparato dolciario fatto con una specie di formiche nere, che non sono riuscito a identificare. Una vecchietta, indotta ad assaggiare l'ammasso di corpi chitinosi e zuccherati, rigurgitò non appena le fu detto cosa aveva accolto in bocca, come se fosse il bischero del Demonio. Potrebbe essere elaborato un prodotto simile a base di formiche rizzaculo? A quanto pare, no. Perché questa specie non è commestibile? Eppure è gustosa. Le proprietà organolettiche sono ottime. Ha un gradevole sapore acidulo che ricorda quello del limone. La consistenza è piacevole. Da giovane le mangiavo! Ne ero ghiotto. 
Triturare coi denti questi insetti sociali era per me uno dei piaceri della vita. Una volta ho addirittura schifato un albanese - uno che ha combattuto durante le rivolte a Tirana, non una mammoletta. Ha detto che non aveva mai visto nulla di simile. "Nessuno mangia le formiche da noi in Albania", bofonchiò avvilito. Quando vedevo le formiche rizzaculo in fila sul muro della villa cadente in cui ero costretto ad abitare, le prendevo tra le dita una ad una e le mangiavo con gusto. Poi ho smesso. Di colpo, da un giorno all'altro. Mi si chiederà perché. Ebbene, un giorno le ho viste ammassarsi su un pannolone pieno zeppo di diarrea. Sì, proprio così. Ero in un centro di assistenza per disabili e ho assistito all'atroce spettacolo in un cesso che avrebbe fatto rabbrividire un paria di Calcutta. In un'altra occasione, ho visto una formica della mia specie prediletta trascinare un ritaglio di un'unghia dei piedi sporca, molto più schifosa degli escrementi di un cane infetto. Sono cose che si vedono solo nei bassifondi dell'Inferno! 

Quanto ho osservato con sommo raccapriccio ha una spiegazione molto semplice. Le formiche rizzaculo sono insetti opportunisti e attratti da sostanze organiche in decomposizione, zuccheri e fluidi corporei, secrezioni immonde e ogni genere di sozzura solida, poiché cercano nutrimento facile per la colonia. Conoscono una primitiva forma di allevamento: si prendono cura degli afidi, più raramente delle cocciniglie, raccogliendo da loro una melata, che usano per inebriarsi. Mangiando la melata in eccesso, impediscono agli afidi di soffocare nei propri escrementi. Li difendono attivamente, come un prezioso capitale, respingendo i predatori come ad esempio le coccinelle. Pur essendo forme di vita mirabili e molto intelligenti, questi insetti operosi sono in grado di arrecare grave danno alla nostra salute. Sono vettori di patogeni! Camminando sulle feci e sui rifiuti più ripugnanti, le formiche rizzaculo trasportano sulle zampe e sul corpo batteri intestinali pericolosissimi come Salmonella, Escherichia coli, Shigella e Campylobacter jejuni. Mangiarle è un atto di coprofagia, fatto e finito. Diffondono contaminazione biologica! Se avessi continuato a ingerirle, di certo avrei rischiato gravi infezioni gastrointestinali o parassitosi. Per quanto sia un'evenienza piuttosto rara, non è impossibile contrarre la temibile sindrome  di Guillain-Barré, che è una paralisi flaccida acuta. Il senso di schifo improvviso insorto in me, mi ha con ogni probabilità salvato la vita. A volte la Natura ci manda segnali chiari attraverso il disgusto, proprio per proteggerci dai pericoli invisibili come i microbi e le tossine da loro prodotte. Così mi sono reso conto di aver fatto esperienze degne della tribù coprofaga degli Aghori!