giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco"


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni. 

domenica 24 marzo 2024

 
PROFONDO ROSSO 
 
Lingua originale: Italiano, inglese 
Lingue frammentarie: Ebraico
Paese di produzione: Italia 
Titolo in inglese: Deep Red
Anno: 1975
Durata: 127 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Orrore, thriller, giallo 
Regia: Dario Argento
Soggetto: Dario Argento, Bernardino Zapponi 
Tematiche: Infanzia deviata, sadismo  
Sceneggiatura: Dario Argento, Bernardino Zapponi
Produttore: Salvatore Argento, Angelo Iacono
Produttore esecutivo: Claudio Argento
Casa di produzione: Rizzoli Film, Seda Spettacoli
Distribuzione in italiano: Cineriz
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Franco Fraticelli
Effetti speciali: Germano Natali, Carlo Rambaldi
Musiche: Giorgio Gaslini, Goblin
Scenografia: Giuseppe Bassan
Costumi: Elena Mannini
Trucco: Giuliano Laurenti, Giovanni Morosi 
Arredatore di scena: Armando Mannini 
Manager di produzione: Angelo Iacono 
Assistente alla regia: Stefano Rolla 
Reparto sonoro: Nick Alexander, Mario Faraoni
Controfigure: Giorgio Ricci 
Camera a mano: Ubaldo Terzano
Assistente operatore: Antonio Annunziata, Antonio Tonti 
Continuità: Vivalda Vigorelli
Interpreti e personaggi:
    David Hemmings: Marcus Daly (1)
    Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
    Gabriele Lavia: Carlo
    Macha Méril: Helga Ulmann
    Eros Pagni: Commissario Calcabrini
    Giuliana Calandra: Amanda Righetti
    Glauco Mauri: Professor Giordani
    Clara Calamai: Madre di Carlo
    Geraldine Hooper: Massimo Ricci (2)
    Furio Meniconi: Rodi
    Nicoletta Elmi: Olga, la bambina fulva sadica
    Liana Del Balzo: Elvira
    Piero Mazzinghi: Signor Bardi
    Jacopo Mariani: Carlo da bambino
    Salvatore Baccaro: Fruttivendolo
    Salvatore Puntillo: Poliziotto 
    Fulvio Mingozzi: Agente Mingozzi 
    Bruno Di Lula: Uomo preoccupato in bagno 
    Gianni Di Segni: Rabbino 
    Attilio Dottesio: Fiorista 
    Tom Felleghy: Chirurgo 
    Lorenzo Gobello: Spettatore al teatro 
    Tullio Lutrario: Spettatore al teatro 
    Glauco Onorato (ruolo non attribuibile)
    Pietro Oro: Spettatore al teatro; tipografo
    Mario Pascucci: Bibliotecario
    Simone Santo: Fiorista 
    Giordana Serra: Spettatrice al teatro
    Franco Vaccaro: Pietro Valgoi
(1) Spesso citato dalla critica come "Marc" o "Mark"
(2) Una donna interpreta l'amante omosessuale di Carlo.
Doppiatori originali:
    Gino La Monica: Marcus Daly
    Isa Bellini: Madre di Carlo
    Renato Cortesi: Massimo Ricci
    Corrado Gaipa: Rodi
    Emanuela Rossi: Olga, la bambina fulva sadica
    Wanda Tettoni: Elvira 
Titoli obsoleti: 
    La tigre dai denti a sciabola 
    Chipsiomega
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Rosso - Die Farbe des Todes 
    Francese: Les Frissons de l'angoisse 
    Spagnolo: Rojo oscuro 
    Portoghese (Portogallo): O Mistério da Casa Assombrada 
    Portoghese (Brasile): Prelúdio Para Matar 
    Olandese: Bloedlink 
    Polacco: Głęboka czerwień 
    Russo: Кроваво-красное 
    Serbo: Tamno crveno   
    Lituano: Sodriai raudona 
    Lettone: Dziļi sarkans  
    Estone: Tumepunane 
    Ungherese: Mélyvörös 
    Finlandese: Verenpunainen kauhu 
    Greco (moderno): Βαθύ κόκκινο 
    Turco: Derin Kırmızı 
    Giapponese: 
Budget: Non documentato
Box office (Italia): 3,7 miliardi di lire italiane 
Box office (USA): 629.903 dollari US
Box office: 2,9 milioni di dollari US

Colonna sonora: 
 1. Profondo Rosso (4:56)
 2. Death Dies (4:42)
 3. Mad Puppet (5:50)
 4. Wild Session (4:59)
 5. Deep Shadows (5:46)
 6. School at Night (2:05)
 7. Gianna (1:52)

Trama: 
Anno del Signore 1956. Durante le feste natalizie in una casa di famiglia, una figura invisibile ne accoltella a morte un'altra. La lama insanguinata cade a terra ai piedi di un bambino.
Vent'anni dopo, a Roma, il professor Giordani presiede un convegno di parapsicologia con la medium Helga Ulmann. Helga è improvvisamente sopraffatta dai pensieri "contorti, perversi e omicidi" di qualcuno tra il pubblico. Parlando più tardi con Giordani, la donna afferma di credere di poter identificare questa persona, ignara che qualcuno la stia ascoltando dall'ombra.
Più tardi quella stessa notte, una figura in guanti neri invade l'appartamento di Helga e la uccide con una mannaia. Il pianista jazz inglese Marcus Daly assiste all'omicidio dalla finestra mentre passa e si precipita nell'appartamento, trovando il cadavere mutilato. Dopo l'arrivo della polizia, in Marcus si fa strada la netta sensazione che uno dei dipinti dell'appartamento sia scomparso, anche se non riesce a individuare con precisione quale. 
I media identificano Marcus come testimone oculare e mostrano la foto scattata dalla giornalista Gianna Brezzi. La mattina dopo, Marcus si reca a casa del suo amico Carlo, un alcolizzato, ma trova solo la sua eccentrica madre, Martha, che sembra dimostrargli un certo interesse. Quella stessa notte, l'assassino fa ascoltare la registrazione di una canzone per bambini fuori dalla porta di casa di Marcus, che riesce a chiudere la porta evitando l'ingresso dell'intruso; sente tuttavia il roco sussurro: "Prima o poi ti ucciderò". Gianna si sente in colpa per aver messo in pericolo Marcus scattandogli una foto, così inizia ad aiutarlo nelle indagini. 
Marcus racconta l'accaduto a Giordani, che ha incontrato al funerale di Helga. Giordani, notando che anche la sensitiva aveva accennato di aver sentito una canzone infantile durante la sua visione, si ricorda di un libro di folklore moderno che descrive una casa infestata non distante, dove a volte si sente una canzone infantile. Marcus trova il libro di folklore in biblioteca. Preso da un moto di teppismo, strappa una pagina con una foto della casa e progetta di saperne di più andando a trovare l'autrice del volume, Amanda Righetti. Tuttavia, l'assassino, che ha tenuto d'occhio Marcus, aggredisce Amanda e la annega atrocemente nell'acqua bollente prima che Marcus arrivi. 
Marcus usa la foto per trovare l'enorme casa abbandonata. Sotto il cartongesso scopre un inquietante murale: un bambino che tiene in mano un coltello insanguinato sopra un cadavere. Dopo che se ne va, un pezzo di cartongesso si stacca, rivelando un'altra figura nel disegno. Nel frattempo, Giordani, che ha aiutato Marcus nelle indagini, viene ucciso dall'assassino dopo essere stato attaccato da una grande bambola meccanizzata. 
Continuando la sua ricerca nella casa abbandonata, Marcus trova una stanza murata. Al centro del pavimento polveroso giace un cadavere mummificato. Marcus viene colpito da qualcuno, e indietreggia inorridito fino a perdere i sensi. Si risveglia fuori dalla casa, che sta bruciando. A questo punto appare Gianna, che gli spiega di aver ricevuto il suo messaggio riguardo all'indagine sulla casa e di essere arrivata in tempo per salvarlo. Marcus e Gianna aspettano la polizia nella casa del custode, la cui figlia fulva ha disegnato un'immagine identica al murale nascosto che Marcus ha trovato nella casa. La ragazza dai capelli rossi gli dice di aver visto il disegno negli archivi della scuola locale. 
Marcus e Gianna si recano immediatamente a scuola e trovano il disegno, che si rivela essere opera di Carlo, un amico d'infanzia. Gianna esce per chiamare la polizia e incontra Carlo, che la accoltella. Inseguito da Marcus e dalla polizia, Carlo corre in una strada buia e viene investito da un camion della spazzatura, che gli impiglia i vestiti e lo trascina finché un'auto in arrivo non gli passa sopra la testa. Gianna viene ricoverata in ospedale e sopravvive all'accoltellamento. 
Marcus ricorda che la notte dell'omicidio di Helga incontrò un Carlo completamente ubriaco che proveniva da una direzione diversa da quella dell'omicidio. Carlo non poteva quindi essere l'assassino. Tornato all'appartamento di Helga, Marcus ha un'illuminazione: il presunto quadro che aveva visto la notte dell'omicidio, e che in seguito non era più riuscito a trovare, era in realtà il riflesso dell'assassino in uno specchio. Mentre Marcus si rende conto di aver visto Martha, la madre di Carlo, lei gli appare alle spalle con una mannaia. Martha spiega che, dopo che il marito aveva minacciato di farla internare di nuovo in un manicomio, lo aveva ucciso a coltellate davanti al giovane Carlo. Aveva poi murato la stanza in cui si trovava il cadavere. Carlo, segnato dal trauma, da ragazzo aveva disegnato in modo compulsivo la scena del crimine; da adulto aveva cercato di reprimere il ricordo dell'omicidio tracannando immense quantità di alcol: aveva così aggredito Marcus e Gianna per proteggere la madre assassina dalle loro indagini.
Martha aggredisce Marcus e lo ferisce con la mannaia, ma la sua collana si impiglia nelle sbarre dell'ascensore. Marcus preme il tasto e l'ascensore scende, decapitando la donna. 

 
Recensione: 
Questa pellicola è il capolavoro assoluto del giallo-thriller italiano, sintesi perfetta tra estetica macabra, suspense e colpi di scena. Il regista crea un incubo visivo barocco, dove la realtà si fonde con il subconscio, utilizzando dettagli macabri e giochi di specchi per disorientare lo spettatore. Trasforma la macchina da presa in un occhio inquietante. L'uso frequente della soggettiva fa vedere il mondo con gli occhi del killer, creando confusione tra il pubblico e l'omicida. Le musiche prog-rock dei Goblin, martellanti e incalzanti, diventano parte integrante della tensione, che viene amplificata in modo quasi insopportabile. Il film è ricco di indizi nascosti, che il pubblico spesso rimuove, rendendo necessaria almeno una seconda visione. È il film della maturità per Argento, capace di mescolare enigmi logici con una messa in scena barocca e sanguinosa che ha ridefinito il genere slasher. Questo labirinto visivo e sonoro è invecchiato bene: nei decenni non ha perso un briciolo della sua forza disturbante. 
Quando il film uscì, avevo 9 anni. La prima volta che lo vidi, avvenne in stato di sonnambulismo. Era un'epoca pre-tecnologica, la Rete non esisteva. In casa c'era una sola televisione. A mia madre (RIP), Dario Argento non piaceva - più che altro per sentito dire. Temeva che, se avessi visto film horror, sarei cresciuto "pauroso", come diceva, ossia "pieno di paure". Una notte mi alzai mentre i miei genitori dormivano e guardai il film senza che me ne restasse memoria alcuna - finché non lo vidi molti anni dopo ed ebbi fortissimi déjà vu, dal primo istante della pellicola all'ultimo. Fui così assolutamente certo che lo avevo già visto in uno stato di incoscienza soltanto apparente. 


Gli archetipi e l'intuizione finale

In Profondo Rosso, Argento compie un’operazione magistrale: riveste una struttura da giallo moderno con una pelle fatta di archetipi universali, quelli che Carl Jung definirebbe come immagini primordiali che risiedono nel nostro inconscio collettivo. Il film non è solo una caccia all'assassino, ma una vera e propria discesa agli Inferi, ossia una catabasi. Sotto la superficie agiscono forze potenti, spaventose. 
L'archetipo centrale è la Grande Madre o Madre Terribile (Mater Terribilis). Solitamente simbolo di nutrimento e vita, la figura materna qui appare nella sua manifestazione divoratrice, che annienta e castra. L'assassino non riesce a svincolarsi dall'ombra materna, restando prigioniero di un grembo che è diventato una prigione di follia.  
La villa del bambino urlante, con i suoi bui corridoi labirintici e i segreti murati, è una rappresentazione fisica dell'archetipo della Casa-Utero: un luogo che dovrebbe proteggere e che invece soffoca e uccide. 
L'assassino incarna l'archetipo del Fanciullo Eterno (Puer Aeternus), un essere involuto che si rifiuta di crescere, essendo rimasto fissato in un'età infantile, larvale. L'uso della canzoncina infantile non è solo un vezzo horror; è il segnale che l'archetipo del Puer è stato corrotto. Il gioco diventa morte perché il bambino non ha mai imparato il confine tra sé e l'altro. 
Marcus rappresenta l'archetipo dell'Investigatore-Cercatore, ma la sua ricerca è speculare a quella dell'assassino. L'assassino è l'Ombra di Marcus, quasi un suo Doppelgänger: rappresenta ciò che Marcus non vuole vedere (letteralmente, nel caso dello specchio). Più Marcus si addentra nel mistero, più entra in contatto con la propria fragilità e con l'irrazionale, perdendo così la sua identità di musicista logico e sicuro di sé. 
In molti miti c'è una figura che detiene la Conoscenza, ad esempio un indovino o un saggio. In Profondo Rosso, questo ruolo spetta alla sensitiva Helga Ulmann, dotata di poteri telepatici. Tuttavia, nell'universo di Argento la saggezza non salva: la sensitiva viene infatti eliminata proprio perché "vede troppo". Questo suggerisce un archetipo tragico: la conoscenza della verità come una condanna a morte
Gli archetipi sono rafforzati da uno schema simbolico basato sui Quattro Elementi
- Fuoco: Il calore del sangue e la passione distruttiva.
- Acqua: Le fontane della piazza notturna, che sono i simboli di una purificazione impossibile.
- Terra: Le mura della villa che nascondono i cadaveri.
- Aria: Il soffio del vento e i sussurri che perseguitano i protagonisti.
Il film è strutturato come un rito d'iniziazione fallito. Marcus cerca di risolvere l'enigma per diventare "adulto e consapevole", ma alla fine si ritrova davanti a uno specchio di sangue, traumatizzato quanto l'assassino che ha appena sconfitto.


La bambina fulva sadica 

Olga cattura le lucertole e le dilania, le strazia, le infilza con uno spillo, godendo di ogni loro attimo di agonia! Per questa sua "abitudine voluttuaria", desta le ire dell'anziano padre, che non esita a prenderla a schiaffi, Inutilmente. 
La bambina non parla molto, comunica attraverso l'azione violenta. Questo stabilisce un legame sottile con la follia dell'assassino: entrambi usano la sofferenza altrui per affermare la propria esistenza in un mondo che sembra non comprenderli o isolarli. La reazione di Marcus di fronte al rettile trafitto è di disagio, quasi di impotenza, e sottolinea ancora una volta come lui sia un osservatore che non riesce mai a intervenire in tempo per fermare l'orrore. 
Già nell'antichità esisteva l'immagine della lucertola seviziata con un ago: è noto il mito ellenico di Apollo Sauroctono ("Uccisore della lucertola"). L'opera scultorea originale di Prassitele mostra il dio, giovane e quasi femmineo, nell'atto di colpire una lucertola che si arrampica su un tronco. Questa immagine classica si riflette e si distorce nel film di Argento. Nell'iconografia greca, Apollo non uccide la lucertola per odio, ma quasi per un gioco divino, con un distacco che rasenta l'indifferenza. In Profondo Rosso, la bambina agisce con la stessa freddezza divina, essendo però mossa dal demonismo interiore: non c'è rabbia nel suo gesto, ma i suoi occhi irradiano una luce di sadismo assoluto. Questo trasforma l'atto di annientamento della vittima da semplice "monelleria" a una manifestazione di un tremendo potere ancestrale, amorale e ctonio. Apollo è spesso rappresentato come un dio dai tratti efebici, a metà tra il maschile e il femminile. Argento gioca costantemente con l'ambiguità di genere - basti pensare all'identità dell'assassino o al rapporto tra Marcus e Gianna. La bambina, che ricalca il gesto di Apollo, riafferma in qualche modo questa confusione: un'entità piccola e apparentemente fragile che possiede la spietatezza di un carnefice. Nella simbologia antica, la lucertola è legata alla terra e alla rigenerazione (si pensi alla coda che ricresce). Ucciderla trafiggendola significa bloccare il flusso della vita, immobilizzare il divenire. Nel film di Argento, questo simboleggia il tema del trauma congelato: l'assassino è rimasto infilzato in un momento del passato, quello dell'omicidio del padre, così non può più evolversi. Come la lucertola infilzata da Olga, l'anima del killer è inchiodata a un singolo istante di violenza, che lo pietrifica per l'Eternità.
Crescendo, l'attrice Nicoletta Elmi è diventata una donna bellissima, estremamente affascinante. Ha gli occhi di ghiaccio e uno sguardo inquietante. Me la immagino come una Domina, in abiti di cuoio e borchie, nell'atto di sottomettere e umiliare un amante-succube. Peccato che la sua carriera nella Settima Arte sia finita anzitempo nel 1985: a quanto pare si è messa a lavorare come logopedista e ha adottato tre bambini colombiani. 
Ebbene sì. La grossa lucertola verde è stata davvero pugnalata con uno spillo e lasciata lì a contorcersi con le interiora bucate, finché non è spirata nel modo più penoso, consegnandosi alle Forze della Putrefazione. In seguito, Dario Argento ha affermato di essersi pentito amaramente di aver girato quella scena. Va detto che all'epoca non era affatto diffusa la sensibilità nei confronti degli animali, che finivano spesso seviziati per pura animosità. 


La bambola grottesca

La sequenza dell'orrida bambola di porcellana mossa da un meccanismo è un unicum nel cinema di genere dell'epoca, a livello mondiale, e rappresenta uno dei momenti più puramente perturbanti ("Uncanny") dell'intera storia della Settima Arte. Non è soltanto un salto sulla sedia, ma un vero e proprio corto circuito logico e visivo! L'apparizione dell'automa che ride, prima della morte del professor Giordani, è inconsueta per diversi motivi che toccano vette di sadismo e tecnica cinematografica altissime. 
Secondo la definizione di Sigmund Freud, il perturbante è qualcosa di familiare che improvvisamente diventa estraneo e minaccioso. Una bambola di porcellana dovrebbe evocare infanzia, gioco e rassicurazione. Argento la trasforma in un mostruoso messaggero di morte. Il fatto che si muova con scatti meccanici, rigidi, che rida con un suono metallico e distorto, rompe la barriera tra l'animato e l'inanimato. È un cadavere meccanico che simula la vita. In quella scena si ha l'Eclissi dell'Assassino. Infatti l'assassino scompare dietro l'oggetto. Non è il killer a spaventare, ma il suo "prolungamento" giocattolo. Simbolicamente, la bambola è il sostituto del figlio. Rappresenta la fissazione infantile della madre (Martha) che usa un simulacro di bambino per terrorizzare la sua vittima prima di colpirla. L'automa è privo di anima, esattamente come l'assassino è privo di empatia. È un guscio vuoto che esegue un programma di crudeltà. 
La stranezza della scena deriva anche da una precisa scelta tecnica di Argento. Per rendere i movimenti della bambola così innaturali e inquietanti, il regista fece costruire un automa a grandezza naturale da Carlo Rambaldi. Il vero tocco di genio fu far muovere la bambola molto velocemente e poi rallentare la pellicola in montaggio, o viceversa, creando quell'effetto di "moto a scatti" che sembra sfidare le leggi della fisica. Questo genera nello spettatore un senso di nausea cinetica: il cervello capisce che c'è qualcosa che non va nel movimento. 
Il suono della risata della bambola è sovrapponibile alla canzoncina infantile che precede i delitti. È una risata di scherno verso la logica scientifica del professor Giordani. Giordani rappresenta la ragione, la scienza, la deduzione: è l'incarnazione di un costrutto galileiano e cartesiano. La bambola rappresenta invece l'irrazionale, il grottesco, l'incubo che entra in ufficio. Infilzare Giordani (un altro atto di penetrazione violenta) dopo averlo distratto con un giocattolo è l'atto di suprema umiliazione della vittima. Se si osserva bene il volto della bambola, si nota che ha un'espressione vitrea ma quasi adulta nei lineamenti, con labbra rosse eccessive che richiamano – ancora una volta – il trucco pesante della madre, Martha. Sembra quasi che la bambola sia Martha che ritorna bambina, come una specie di caricatura aberrante. Quell'entità è un mostro vomitato dall'Incubo! 
Non è un oggetto che appartiene al mondo fisico, ma un’estrusione della psiche malata dell'assassino che prende corpo nella realtà di Marcus e del professor Giordani. Quell'automa è un mostro ontologico, e la sua forza inquietante deriva proprio da questo senso di rigetto viscerale, come se la realtà stessa non riuscisse a contenerlo. La sequenza è una delle vette del cinema di Argento. L'incubo, per definizione, è qualcosa che non può essere fermato e che segue una logica propria, assurda e spietata. L'automa incarna questa inevitabilità. Non respira, non ha motivazioni umane, non prova pietà. Si muove con quegli scatti convulsi che ricordano le crisi epilettiche o i movimenti di un insetto morente, ma con una velocità predatoria. È il corpo del trauma che torna a bussare alla porta. Quando quella porta si apre e l'automa entra ridendo, lo spettatore prova lo stesso shock di Giordani. Non è paura di un uomo con un coltello (quella è paura razionale): è terrore dell'assurdo. In quel momento, le leggi della fisica e della logica del giallo crollano, e restiamo soli davanti all'Orrore Assoluto.
Quella scena è stata così influente che ha dato il via praticamente a tutto il filone delle bambole assassine o inquietanti nel cinema moderno. L'automa di Argento resta insuperato perché non è posseduto da demoni: è un congegno mosso da una pazzia puramente umana. 


Una sequenza "sborror"!

Quando la collana impigliata all'ascensore affonda nel collo di Martha, recidendole il capo, si vede un fiotto di fluido biancastro e denso uscirle dalla bocca: sembra sperma! È come se l'assassina avesse eseguito una fellatio a qualcuno, trattenendo in bocca il materiale genetico eiaculato, a lungo, senza inghiottirlo o sputarlo - cosa che appare abbastanza inverosimile, dato che prima di far colare quel liquido dalle labbra aveva parlato a lungo. Nessuno può negare che le sequenze in questione descrivano qualcosa che trova un impressionante riscontro in migliaia di fotogrammi pornografici ("blowjob", "spit cum", "oral creampie", etc.). 
Qual è il significato di questo dettaglio assolutamente viscerale e disturbante? Senza dubbio Argento voleva suggerire qualcosa di profondo. Il legame tra Martha e Carlo è simbiotico, malsano, soffocante: è l'archetipo edipico dell'incesto tra madre e figlio. In quest'ottica, la decapitazione diventa l'atto finale di un'espulsione violenta: la madre vomita il seme del figlio che ha ingurgitato, digerito e distrutto. È l'immagine definitiva della vagina dentata della madre divoratrice: la donna ha inghiottito la virilità del figlio per tenerlo legato a sé per sempre, e solo la morte, ossia la separazione fisica della testa dal corpo, libera quel segreto rimosso. Argento usa spesso il contrasto cromatico: il bianco denso contro il rosso vivido del sangue. Visivamente, quel liquido perlaceo suggerisce qualcosa di "alieno" o di profondamente corrotto all'interno del corpo della madre. Non è solo sangue, ossia vita: è un siero di follia, una sostanza che non dovrebbe essere lì. Il regista lavora molto sull'inconscio. Anche se non ha dichiarato esplicitamente che "quello è sperma", l'effetto disturbante generato nello spettatore è esattamente ciò che cercava: una reazione di repulsione legata a qualcosa di sessualmente deviato e organico.
Dal punto di vista squisitamente tecnico della realizzazione, quel fluido spermatico era probabilmente una miscela di latte condensato o composti simili, usati spesso negli effetti speciali dell'epoca per simulare sostanze organiche diverse dal sangue e dalle feci. L'artefice di questa trovata è stato il geniale e poliedrico Carlo Rambaldi, a cui si devono cose immense e (purtroppo) anche quel ributtante alieno degenere di E.T.


L'onnipresenza della castrazione

Il tema della castrazione in Profondo Rosso non è solo un sottotesto freudiano, ma un vero e proprio motore d'azione che Argento visualizza con una precisione chirurgica e quasi sadica. Se la madre è l'eviratrice primaria e assoluta, il film è pieno di "oggetti sostitutivi" e mutilazioni che richiamano la perdita della virilità e del potere. 
In quasi tutti i delitti di Argento, e in particolare in questo film, l'arma bianca (coltello, mannaia, spilla) è un simbolo fallico rivoltato contro la vittima. La madre-assassina usa un oggetto lungo e penetrante per riappropriarsi di un potere maschile che non le appartiene. Quando la sensitiva Helga viene colpita attraverso la porta, l'arma che attraversa il legno è un'intrusione violenta in uno spazio privato, una penetrazione mortale che nega la vita. 
Carlo vive in uno stato di perenne castrazione psicologica. La sua omosessualità, nel contesto culturale degli anni '70 del XX secolo, viene presentata come una fuga dal modello maschile dominante e un rifugio dal controllo materno. La morte di Carlo è l'apice di questo simbolismo: muore trascinato da un camion, con la testa che urta ripetutamente l'asfalto. È una distruzione del volto e del corpo che rappresenta l'annullamento definitivo della sua identità da parte del meccanismo del Destino innescato dalla madre-carnefice. 
Secondo la psicoanalisi, la decapitazione rappresenta il simbolo per eccellenza della castrazione. La morte di Martha non è casuale: lei perde letteralmente la testa, ossia la sede del comando e della razionalità corrotta, a causa di una collana, un gioiello simbolo di vanità femminile. Il fatto che la sua testa venga separata dal corpo, mentre lo sperma fuoriesce dalla bocca, chiude il cerchio: la madre, che ha castrato il figlio e il marito, subisce la castrazione definitiva. 
Anche il protagonista, Marcus, subisce una forma di castrazione simbolica. È un musicista, ossia un artista, un creatore, che perde gradualmente il controllo della realtà. Il suo continuo scontro con Gianna è emblematico. Gianna è una donna forte, guida un'auto che cade a pezzi ma corre ugualmente, vince a braccio di ferro. L'uomo si sente costantemente minacciato nella mascolinità da una donna moderna e aggressiva, riflettendo la propria incapacità di risolvere il mistero, il "particolare mancante", con la sola logica analitica maschile. È come se Marcus sentisse le dita di Gianna che gli penetrano nell'intestino retto, fino ad arrivare a stimolare la prostata, inducendo erezione ed emissione di materiale genetico nel vuoto. 
Il trauma originale che dà il via a tutto è una scena d'infanzia dove il padre viene ucciso davanti al bambino. Quel momento è l'atto di castrazione originario, primordiale: l'autorità paterna viene distrutta, lasciando il bambino solo con la Madre Terribile. In Argento, la castrazione non è mai solo fisica, ma è l'incapacità dei personaggi di agire sul mondo. Marcus guarda, ma non vede; Carlo beve, ma non dimentica; Martha uccide, ma non si libera. 


Il fallimento della percezione

Il quadro-specchio è senza dubbio il dispositivo narrativo più geniale della storia del giallo. È un gioco di prestigio cinematografico che trasforma lo spettatore in un testimone oculare inaffidabile. Inganna la mente razionale, è un capolavoro di manipolazione psicologica. 
Quando Marcus attraversa il corridoio dopo l'omicidio della sensitiva, la macchina da presa inquadra per una frazione di secondo il volto dell'assassina riflesso tra i quadri. Marcus registra l'immagine, ma il suo cervello la cataloga immediatamente, in modo erroneo, come un quadro grottesco. Questo è l'archetipo dell'Angoscia del Vedere: il terrore non deriva da ciò che non sappiamo, ma da ciò che abbiamo visto e non riusciamo a ricordare o decodificare. In questa sequenza, lo specchio non è un oggetto d'arredo, ma una soglia, un confine tra due mondi. Rappresenta il confine tra la realtà (Marcus che cammina nel corridoio) e l'orrore (il volto di Martha). Trasformando lo specchio in un quadro, Argento ci dice che l'Orrore è diventato "arte", è diventato parte della stessa estetica della casa. La follia si è mimetizzata tra le decorazioni borghesi. Marcus è un uomo che vive di armonia e precisione: il quadro mancante diventa la sua ossessione compulsiva. Simbolicamente, quel vuoto nella memoria è una lacuna dell'anima.
Per tutto il film, Marcus cerca di ritrovare quel quadro, parlando con esperti, tornando nella casa, analizzando i dettagli. Il fatto che la soluzione sia sempre stata lì, in quel riflesso, è la suprema beffa dell'assassino: la verità lo ha guardato in faccia, e lui non l'hai riconosciuta. Al primo passaggio, quasi nessuno nota che quel volto è vivo. Quando, nel finale, la verità viene rivelata con un flashback che corregge la nostra memoria visiva, proviamo un senso di vertigine. Argento ci dimostra che siamo ciechi pur avendo gli occhi aperti.

Una geografia incubica

Nonostante il film sia ambientato a Roma, la maggior parte delle riprese sono state effettuate a Torino. A parer mio, non siamo di fronte a una pura e semplice scelta tecnica. Argento ha di fatto disegnato un mondo alternativo, riempiendo Roma di luoghi tetri e abissali che non appartengono al suo contesto. Si potrebbe definire un'operazione di trapianto ontologico, una lugubre migrazione di fantasmi di luoghi dalle regioni più oscure del Multiverso. 


I luoghi delle riprese: Piazza C.L.N.

Uno dei luoghi più famosi è senza dubbio Piazza C.L.N. (acronimo di "Comitato di Liberazione Nazionale", da me pronunciato "CLIN"). È una piazzetta situata nel centro storico di Torino, che si trova appena dietro le due chiese "gemelle" di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo l'asse di via Roma, in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Ovviamente le informazioni le ho raccattate nel Web, dato che la mia memoria per la toponomastica urbana è disastrosa. Prima del 1935 la piazzetta era nota come "Piazza delle Due Chiese". A caratterizzarla sono le due statue gemelle, gigantesche ed opprimenti, collocate sulle due fontane. Assurte a fama internazionale per via di Profondo Rosso, nel 1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa della perigliosa usura della copertura della vasca e dell'impianto idrico. Un restauro radicale fu avviato nel 2005, dopo un ventennio di completo abbandono e degrado. Grazie a questo intervento, le due fontane sono attualmente in funzione. 


I luoghi delle riprese: Villa Scott

La spettrale Villa del bambino urlante, collocata dalla fantasia di Argento nelle campagne romane, è in realtà Villa Scott, un edificio storico di Torino situato presso la prestigiosa zona della Precollina, nel quartiere Cavoretto al confine con Borgo Crimea (Borgo Po). Splendido esempio di Liberty torinese, fu costruita nel 1902 su progetto dell'ingegner Pietro Fenoglio. Il contesto storico è quello dell'urbanizzazione della collina torinese, tra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Sorgevano come funghi le ville nobiliari e dell'alta borghesia. All'epoca delle riprese del film di Argento, l'edificio era di proprietà dell'Ordine delle Suore della Redenzione, che lo avevano adibito a collegio femminile con il nome di Villa Fatima. la produzione pagò un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze allora ospitate nel collegio, in modo tale da poter effettuare le riprese. 

Musiche immortali

L'inquietante colonna sonora di Profondo Rosso è entrata nella mitologia. Argento inizialmente contattò il pianista e compositore jazz Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film; tuttavia, non fu soddisfatto del suo lavoro. Questi ne fu irritato in sommo grado e lasciò incompiuto il progetto. Dopo aver fallito nel tentativo di convincere i Pink Floyd a sostituire Gaslini, Argento tornò in Italia e trovò i Goblin, una band locale di progressive rock, composta da Claudio Simonetti, Walter Martino, Maurizio Guarini, Massimo Morante e Fabio Pignatelli. Il loro leader, Claudio Simonetti, impressionò Argento componendo due brani in una sola notte. Argento mise subito sotto contratto i Goblin, che finirono per comporre la maggior parte della colonna sonora del film (circa il 90%); tre composizioni di Gaslini furono mantenute nella versione finale. 

La questione del titolo 

Il film si intitolava originariamente "La tigre dai denti a sciabola", seguendo il consolidato schema dei precedenti thriller di Dario Argento. Tuttavia, con suo grande disappunto, altri registi avevano iniziato a usare per i propri film di genere titoli simili, legati agli animali (una "tendenza faunistica"), così decise di imboccare una strada diversa. Va detto che come titolo, "La tigre dai denti a sciabola" lascia molto a desiderare e non avrebbe contribuito all'immensa fortuna della pellicola - per non parlare del grecizzante e bruttissimo "Chipsiomega" (riportato erronemamente come "Chipsyomega" su IMDb.com). Direi che metà della fama acquisita si deve proprio alla geniale scelta del titolo "Profondo Rosso"! Intitolarlo "La tigre dai denti a sciabola" o "Chipsiomega" sarebbe stato come spararsi a bella posta una revolverata in un piede. Per inciso, la futile polemica sulla cosiddetta "serie degli animali" è una delle trovate mediatiche più stupide e insensate della storia della Settima Arte in Italia. A sentire critici e giornalisti, lo spettatore avrebbe dovuto cagarsi addosso alla semplice menzione del nome di un animale in un titolo! 

L'enigma dell'adattamento in giapponese

Dopo gli ottimi riscontri internazionale del successivo film di Dario Argento, Suspiria (1977), accadde un fatto assai singolare: Profondo Rosso fu distribuito in Giappone con il titolo "Suspiria 2" (サスペリア PART2, traslitterazione "Sasuperia PART2"), nonostante fosse stato realizzato due anni prima e non sussistesse alcun collegamento narrativo tra le due pellicole! 


Curiosità varie

Secondo Dario Argento, la sceneggiatura di Profondo Rosso era lunga più di 500 pagine. Quando suo padre Salvatore Argento (produttore) e suo fratello Claudio (produttore esecutivo) lessero la sceneggiatura, rimasero scioccati dalla sua lunghezza e la ritennero tediosa. Temevano che il pubblico non avrebbe capito le intenzioni di Dario; pensavano che alcune parti fossero troppo criptiche, così Dario si convinse ad accorciarla a "sole" 321 pagine. 

Il co-sceneggiatore Bernardino Zapponi ha dichiarato che l'ispirazione per le scene di omicidio è nata dalla sua riflessione, insieme a Dario Argento, su ferite dolorose in cui il pubblico potesse immedesimarsi. In sostanza, non tutti conoscono il dolore di essere colpiti da un proiettile, ma a tutti è capitato almeno una volta di urtare accidentalmente un mobile o di scottarsi con l'acqua bollente. 
Il regista e sceneggiatore ha poi dichiarato a proposito del film: "Mentre lo giravo, sapevo esattamente cosa volevo. Ero molto rilassato, per niente stressato. La storia è bellissima, l'ho scritta senza sforzo in un paio di giorni. È stato miracoloso. Basta guardare un film per capire cosa provava il regista nel momento in cui lo stava realizzando."

In una scena Marcus passa davanti al Blue Bar di notte. Il bar è ispirato al famoso dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper (il titolo significa alla lettera "I nottoloni"; comunemente è tradotto "I nottambuli"). Nella famosa scena in cui Marcus e Carlo suonano insieme il pianoforte, si può notare una donna con un cappello, seduta con in mano una tazza di caffè. Ebbene, questa misteriosa signora è ispirata al celebre dipinto "Automat" (1927) di Edward Hopper. Questo è il secondo riferimento a un dipinto di Hopper nel film. In realtà, il Blue Bar non è mai esistito: è stato costruito in Piazza C.L.N. appositamente per le riprese.

Secondo Daria Nicolodi, David Hemmings era molto depresso durante le riprese perché il suo matrimonio con Gayle Hunnicut stava andando in pezzi. La Nicolodi ha detto che Hemmings aveva un tic nervoso che lo portava a strofinare l'unghia dell'indice lungo il lato del pollice e che lo faceva così spesso da bucarsi la mano; ha anche detto che Dario Argento ha messo in difficoltà Hemmings durante le riprese, costringendolo a ripetere le scene più e più volte. 

Lino Capolicchio era la prima scelta del regista per il ruolo di Marcus. Un incidente d'auto, mentre si recava a un incontro con Argento, gli impedì di accettare la parte. In un'intervista, Capolicchio ha raccontato che, dopo un po' di tempo, quando ebbe l'occasione di rivedere l'auto coinvolta nell'incidente, ritrovò la sceneggiatura che Argento gli aveva inviato, ancora macchiata di sangue di quel terribile giorno. 

Il film fu concesso in licenza per la distribuzione nelle sale cinematografiche nell'ex Jugoslavia e distribuito con il titolo serbo-croato "Tajna napustene kuce" ("Il mistero della casa abbandonata"). La versione proiettata era quella internazionale che includeva tutte le scene cruente. In Jugoslavia, negli anni '70, pochissimi film erano vietati ai minori di 15 anni, e quasi mai per motivi legati a violenza, sesso o nudità, il che portava regolarmente un pubblico minorenne, persino scolaresco, a frequentare i cinema e a guardare tranquillamente film ben al di sopra della propria fascia d'età. Mi è stato riferito che nell'ex Jugoslavia i giornali pornografici erano presenti dovunque, in bella mostra nelle case, e circolavano regolarmente persino tra bambini.

mercoledì 20 marzo 2024


L'INFERNALE QUINLAN
 
Titolo originale: Touch of Evil
Lingua originale: Inglese, spagnolo
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1958
Durata: 96 min (versione originale)
    109 min (versione estesa del 1976)
    111 min (Director's cut del 1998)
Dati tecnici: B/N
   Rapporto: 1,37:1
Genere: Noir, thriller, poliziesco
Regia: Orson Welles
Soggetto: Whit Masterson (dal romanzo Badge of Evil)
Sceneggiatura: Orson Welles 
  Scrittore collaboratore: Franklin Coen
  Scene addizionali: Paul Monash
Produttore: Albert Zugsmith (versione originale), 
    Rick Schmidlin (director's cut)
Casa di produzione: Universal
Distribuzione in italiano: Universal (1959)
Fotografia: Russell Metty
Montaggio: Virgil W. Vogel, Aaron Stell,
    Edward Curtiss (versione originale)
    Walter Murch (director's cut)
Musiche: Henry Mancini
Scenografia: Alexander Golitzen, Robert Clatworthy
Costumi: Bill Thomas
Trucco: Bud Westmore 
Parrucchiere: Merle Reeves 
Direttore di produzione: Foster Thompson 
Assistente alla regia: Phil Bowles 
Reparto suono: Leslie I. Carey
Effetti visivi: Kevin Braun, Mark Freund
Controfigure: David Sharpe 
Camera a mano: Philp H. Lathrop, John L. Russell
Guardaroba: Claire Cramer, Adam Gottbetter, 
   Nevada Penn 
Continuità: Betty A, Griffin
Interpreti e personaggi: 
    Charlton Heston: Ramon Miguel Vargas
    Janet Leigh: Susan Vargas
    Orson Welles: Hank Quinlan
    Joseph Calleia: Pete Menzies
    Akim Tamiroff: Joe Grandes (1)
    Joanna Moore: Marcia Linnekar
    Ray Collins: Procuratore distrettuale Adair
    Dennis Weaver: Portiere del motel desolato
    Valentin de Vargas: Pancho
    Mort Mills: Al Schwartz
    Victor Millan: Manolo Sanchez
    Lalo Rios: Risto
    Marlene Dietrich: Tanya, la Zingara (2)
    Zsa Zsa Gábor: Padrona dello strip-club 
    Arlene McQuade: Ginnie 
    Mercedes McCambridge: Capa della gang 
    Dan White: Guardia di frontiera 
    Gus Schilling: Eddie Farnham 
    Rusty Wescoatt: Investigatore Casey 
    William Tannen: Howard Frantz 
    Joseph Cotten: Coroner 
    Wayne Taylor: Gangster 
    Ken Miller: Gangster 
    Raymond Rodriguez: Gangster
    Harry Shannon: Capo della Polizia Pete Gould
    Joi Lansing: Zita 
    Michael Sargent: Pretty Boy 
    Phil Harvey: Blaine 
    Joe Basulto: Giovane delinquente 
    Ray Beltram: Cittadino 
    Eumenio Blanco: Cittadino 
    Yolanda Bojorquez: Bobbie 
    Domenick Delgarde: Lackey 
    Jenny Dias: Jackey 
    John Dierkes: Poliziotto 
    Eleanor Dorado: Lia 
    Eva Gabor: Spogliarellista seduta al bar 
    Jeffrey Green: Rudy Linnekar 
    Billy House: Caposquadra di cantiere 
    Johnny Kern: Ufficiale di Polizia 
    John Marlin: Cittadino 
    Ralph Moratz: Uomo in uniforme che corre
    Ray Pourchot: Ufficiale di Polizia 
    Cap Somers: Cittadino 
    Keenan Wynn: Barista 
(1) "Grandi" nell'originale.
(2) "Tana" nell'originale e in alcune versioni, come quella in tedesco.
Doppiatori italiani (versione originale): 
    Emilio Cigoli: Ramon Miguel Vargas
    Maria Pia Di Meo: Susan Vargas
    Giorgio Capecchi: Capitano Hank Quinlan
    Lauro Gazzolo: Pete Menzies
    Luigi Pavese: "Zio" Joe Grandes
    Manlio Busoni: Procuratore distrettuale Adair
    Gianfranco Bellini: Portiere del motel
    Renato Turi: Al Schwartz
    Andreina Pagnani: Tanya, la Zingara 
    Micaela Giustiniani: Padrona dello strip-club
    Dhia Cristiani: Capa della gang 
Doppiatori italiani (Director's cut, 2003):
    Claudio Capone: Ramon Miguel Vargas
    Melina Martello: Susan Vargas
    Carlo Baccarini: Capitano Hank Quinlan
    Oreste Rizzini: "Zio" Joe Grandes
    Dante Biagioni: Procuratore Adair
    Cristiana Lionello: Tanya, la Zingara 
Doppiatori tedeschi (versione originale): 
   Horst Niendorf: Ramon Miguel Vargas 
   Walther Suessenguth: Capitano Hank Quinlan 
   Margot Leonard: Susan Vargas 
   Alfred Balthoff: "Zio" Joe Grandes
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Im Zeichen des Bösen 
    Francese: La Soif du mal 
    Spagnolo (Spagna, Argentina): Sed de mal
    Spagnolo (Messico): Sombras del Mal
    Rumeno: Stigmatul răului 
    Polacco: Dotyk zła 
    Russo: Печать зла 
    Lettone: Ļaunuma pieskāriens 
    Ungherese: A gonosz érintése 
    Finlandese: Pahan kosketus 
Budget: 829.000 dollari US
Box office: 2,25 milioni di dollari US

Trama:
Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, nell'instabile cittadina di Los Robles, esplode una bomba a orologeria collocata all'interno di un veicolo, uccidendo sul colpo due persone. Il Procuratore Speciale messicano Miguel Vargas, in luna di miele in città con la sua nuova moglie americana Susie, si interessa subito all'indagine, condotta dal veterano Capitano di Polizia Hank Quinlan e da Pete Menzies, il suo devoto, ammirato e fanaticamente leale assistente (siamo a livelli di colonscopia fatta con la lingua). Quinlan, oltre ad essere corpulento e ad avere un passato da forte bevitore, è un furioso razzista e bigotto anti-messicano. Mastica dolciumi senza sosta come sostituti del whisky, marcendo a causa del diabete e della sindrome metabolica di cui soffre. Si è infortunato alla gamba molto tempo prima e non è mai riuscito a guarire del tutto, così ora cammina con una protesi e un bastone. Animato da odio livido, coinvolge nelle indagini Sanchez, un giovane messicano segretamente sposato con la figlia della vittima. Durante l'interrogatorio nell'appartamento di Sanchez, Menzies trova due candelotti di dinamite in una scatola da scarpe in bagno. Vargas, che aveva accidentalmente rovesciato la scatola da scarpe pochi minuti prima e l'aveva trovata vuota, accusa Quinlan di aver piazzato a bella posta la dinamite. Inizia così a sospettare che molte delle sue precedenti condanne fossero similmente contaminate da prove fittizie, fabbricate ad hoc al solo scopo di incastrare gli indiziati. Quinlan, furibondo, respinge con stizza estrema le accuse di Vargas. Da un'indagine, Vargas scopre che Quinlan aveva recentemente acquistato della dinamite e ne presenta le prove ad Adair, il Procuratore distrettuale, che si rifiuta di indagare ulteriormente. 
"Zio" Joe Grandes ("Grandi" nell'originale) è il capo ad interim di una famiglia criminale su cui Vargas sta indagando. Questo criminale fa causa comune con il collerico Quinlan contro l'inquisitorio Vargas. Così fa bere whisky bourbon puro, a Quinlan, causandogli la perdita la sobrietà in cui permaneva da dodici anni. Grandes ordina alla sua famiglia di catturare Susie e di iniettarle eroina pura. Mentre è priva di sensi, lui e Quinlan la rinchiudono in una squallida stanza d'albergo, rintronandola con incessante musica a tutto volume e lasciandola in balia dei tamarri. Il piano è semplice: farla passare per una tossicomane dedita a festini e dissolutezze, gettando al contempo merda su suo marito, facendolo passare per il suo pusher! In una lite, Quinlan uccide Grandes e lascia il suo corpo lì con Susie; tuttavia, dato che è ubriaco ed esausto, abbandona incautamente anche il suo bastone nella stanza con loro. Quando Susie si sveglia e vede il corpo estinto, si mette a strillare come un'indemoniata, uscendo sul balcone, gridando aiuto e finendo così arrestata con l'accusa di omicidio. L'accaduto che fa infuriare Vargas, che si precipita sul luogo con l'impeto di un berserk. Perquisendo la stanza, Menzies trova il bastone e si rende conto che il vero assassino è proprio Quinlan. Vargas, ripercorrendo i successi passati di Quinlan, conferma il suo sospetto che abbia falsificato prove in molti altri casi, facendo condannare a morte un gran numero di innocenti. Così affronta Menzies, che accetta con rammarico di collaborare con lui per smascherare il funesto Quinlan, indossando una microspia e riuscendo ad ottenere una confessione. Durante l'incontro qualcosa va storto: Quinlan sente un'eco dal registratore di Vargas e capisce che Menzies lo sta tradendo. Così spara e lo ferisce mortalmente. Poi punta la pistola contro Vargas, ma Menzies, ormai morente, con l'ultimo barlume di forze spara a Quinlan prima che questo possa sparare a sua volta per finirlo. Susie viene scagionata e si riunisce al marito. Mentre Quinlan agonizza e trapassa, si scopre che Sanchez aveva confessato l'attentato originale! 


Recensione: 
Questo noir più nero dell'inchiostro è uno dei massimi capolavori della Settima Arte. Welles usa la macchina da presa come se fosse un predatore. Quegli angoli dal basso che rendono Hank Quinlan un gigante grottesco e decadente non sono solo scelte estetiche: servono a far sentire lo spettatore schiacciato dalla sua corruzione. La pellicola abbandona l'eleganza degli anni '40 per tuffarsi nel fango e nel Caos. È un trattato sulla geometria non euclidea del Male! 
La corruzione di Quinlann non è "classica": si evidenzia che "non ha mai preso un centesimo". È qualcosa di ancor più pericoloso. Si viene a creare un poliziotto-giudice col senso di infallibilità di Javert, che fabbrica prove false per far condannare gli imputati! Non è un corrotto mercenario, che si vende per avidità. È un corrotto etico, che tradisce la Legge per servire una sua distorta idea di Giustizia. Questo lo rende infinitamente più terrificante di un poliziotto che accetta mazzette. Se il poliziotto venale è un criminale comune, Quinlan è un fanatico religioso della colpevolezza. Lo guidano il Complesso di Dio e l'intuizione fisica. Non ha bisogno di prove perché "sente" la colpevolezza nel suo corpo. La sua gamba zoppa gli invia fitte di dolore quando si trova davanti a un colpevole. Per lui, piazzare la dinamite nella scatola di scarpe di Sanchez non è un reato, è un "aiutino" alla realtà. È convinto che la verità sia già lì, e che la Legge sia solo un intralcio burocratico che impedisce di punire chi "merita". Come Javert ne I Miserabili, Quinlan non concepisce la sfumatura. Ma mentre Javert è schiavo della lettera della Legge, Quinlan ne è il carnefice. Javert si uccide perché la Giustizia fallisce; Quinlan uccide perché la Giustizia non è abbastanza veloce. 
La tragedia suprema del film - e il colpo di genio di Welles - sta nel fatto che, alla fine, si scopre che Sanchez era davvero colpevole. Questo dettaglio è devastante: convalida l'intuizione di Quinlan ma distrugge la democrazia. Welles ci pone davanti a un dilemma etico brutale: preferiamo un sistema dove un innocente può essere incastrato da un "giudice infallibile", o un sistema dove un colpevole può farla franca se non ci sono prove legali? Vargas rappresenta la civiltà: "È meglio che un colpevole resti libero piuttosto che un poliziotto diventi un criminale per incastrarlo"


Il tunnel cognitivo e il potere assoluto 

Il Capitano Hank Quinlan non è purtroppo soltanto un incubo partorito della fantasia nera del cinema. Sebbene il personaggio sia avvolto in un'estetica gotica e decadente che lo rende quasi mitologico nella sua tragedia, il suo nucleo psicologico e operativo è basato su dinamiche terribilmente reali: egli incarna il pericolo gravissimo del pregiudizio di conferma. Una volta deciso chi è il colpevole basandosi sull'intuito, ogni fatto viene piegato a quella visione. In molti casi di cronaca giudiziaria, non soltanto negli Stati Uniti, è capitato di imbattersi in magistrati o investigatori innamorati della propria tesi investigativa, che hanno ignorato prove a discarico o manipolato lo scenario per confermare l'accusa. 
Senza dubbio Quinlan è una caricatura iperbolica di un pericolo reale. La figura del tutore dell'ordine che si trasforma in carnefice perché "sa" chi è il colpevole è il motivo per cui esistono le garanzie procedurali e il controllo reciproco tra i poteri. Senza queste catene, il mondo democratico pullulerebbe di simili personaggi e sarebbe un luogo molto più pericoloso di quanto già non sia. Certo, esiste una differenza fondamentale tra l'archetipo e la concreta realtà. Se Quinlan è una fantasia, lo è nel suo gigantismo: è un titano caduto che opera in una terra di nessuno. I "Quinlan" reali sono meno carismatici e più banali. La corruzione e l'abuso di potere tendono a essere sistemici o mediocri, legati a carriere da difendere o a pigrizia investigativa, piuttosto che a una visione filosofica del Bene e del Male. 


Uno sviluppo improbabile

Pete Menzies è un viscido adoratore, sempre attaccato alle emorroidi di Quinlan, ma si ravvede di colpo di fronte alla tragica verità mostratagli da Vargas. Nella realtà, un tipo simile preferirebbe perseverare, aiutando Quinlan ad incastrare anche Vargas. Chi ha costruito la propria carriera e identità all'ombra di un "gigante", anche se corrotto, raramente lo tradisce per un ideale astratto come la Giustizia. Di solito affonda con lui oppure lo difende fino all'assurdo per non dover ammettere di essere stato suo complice. 
Menzies non è solo un assistente; è lo specchio in cui Quinlan riflette la propria leggenda. Per anni ha ignorato i metodi del suo superiore perché credeva nell'infallibilità dell'uomo: riconoscere come iniqua la sua mania di fabbricare prove, avrebbe significato rendersi conto di aver vissuto una menzogna professionale lunga decenni. Quinlan a sua volta ha bisogno della stampella morale di Menzies, perché è l'unico che lo guarda ancora con rispetto - nonostante il grasso, l'alcol e la decadenza. Welles usa il servile personaggio per un fine drammatico e simbolico. Provoca il crollo del castello di carte: serve a mostrare che il potere di Quinlan è davvero finito (quando persino il tuo servitore più fedele ti volge le spalle, sei un morto che cammina). Diventa uno strumento del destino, il "registratore umano", grazie al microfono di Vargas: la sua funzione narrativa è quella di estorcere la confessione finale. 
Welles rende il tragico epilogo ancora più amaro e inutile. Menzies tradisce Quinlan, ma viene ucciso proprio da lui. Muore sapendo di aver distrutto il suo idolo, ma senza ottenere alcuna vera redenzione. È l'unico personaggio che prova un dolore genuino: Vargas cerca la giustizia, Quinlan cerca il potere, mentre Menzies cerca solo di capire come ha potuto amare un mostro.


La Sibilla del Noir 

Il personaggio di Tanya, cartomante tenutaria di bordello, è in qualche modo il cuore metafisico del film. Mentre tutti gli altri personaggi si muovono febbrilmente tra carne, fango, sudore e bombe, lei sembra esistere in una dimensione sospesa, fuori dal tempo. Più che una donna in carne ed ossa, è una sfinge, un oracolo. È l'unica che non teme Quinlan e che lo vede per quello che è veramente. Quando lui entra nel suo locale dopo anni, lei non lo riconosce subito: "Sei talmente ingrassato che non ti avevo neppure visto". Non è un insulto, è una diagnosi clinica del suo sfacelo. La battuta più famosa del film è il suo verdetto finale su Quinlan: "Non hai più futuro, il tuo futuro è tutto consumato". È una sentenza di morte pronunciata con la calma di chi ha visto troppe albe e troppi tramonti. È l'unica a concedere a Quinlan un'ultima scintilla di umanità: gli permette di ascoltare la sua musica preferita sulla pianola meccanica, un suono che evoca un passato in cui il poliziotto non era ancora il mostro che è diventato. Le ultime parole del film sono sue e sono un geroglifico che definisce l'ambiguità morale: "Era un poliziotto sporco, a modo suo. Ma era un uomo eccezionale. Che importanza ha quello che si dice della gente?" Questa frase è un pugno nello stomaco per Vargas. Tanya suggerisce che la grandezza di un uomo non si misura con il codice penale, ma con la forza della sua presenza nel mondo. È una visione profondamente wellesiana: il genio, anche se corrotto, merita un rispetto che la mediocrità onesta non raggiungerà mai. La cartomante-tenutaria è la testimone silenziosa di un processo di morte ontologica. Senza di lei, il film sarebbe solo un thriller poliziesco; con lei, diventa una tragedia shakespeariana. È un residuo di tenue pulviscolo stellare su un mucchio di spazzatura. 


Un cognome non messicano

A un certo punto il boss "Zio" Joe Grandes spiega che il suo cognome non è messicano. La cosa mi ha stupito non poco. Poi ho capito l'arcano. Il cognome originario era Grandi, di evidente origine italiana (basti pensare all'attrice Serena Grandi, quella con le tipte prosperose e morbidissime). Nell'adattamento della pellicola in italiano, "Grandi" è stato cambiato in "Grandes" da un doppiatore cervellotico! Questo individuo ha fatto uno stupido ragionamento scolastico da secchione pedante "gnè gnè gnè", cambiando la terminazione italiana -i in un tipico "plurale" spagnolo in -es. in automatico. Ormai sarà senz'altro morto, ma immagino che anche rintracciandolo tra le ombre dell'Ade e rinfacciandogli l'errore, si irrigidirebbe ancor di più e farebbe "gnè gnè gnè" a raffica!
In realtà, alla base dell'alterazione c'era una spiegazione logica, per quanto perversa. 
Negli anni '50 e '60, in Italia c'era un'estrema sensibilità (e spesso un divieto non scritto) nel mostrare personaggi italiani all'estero che fossero criminali, ridicoli o grotteschi. L'idea fondante era questa: "Gli italiani fuori dall'Italia devono essere solo brava gente e grandi lavoratori"Poiché Joe Grandi è un viscido, ridicolo e patetico boss di provincia, un mafiosetto, la distribuzione decise di ispanizzarlo in Grandes per allontanare ogni sospetto di italianità. Ecco il risultato. Quando il mafiosetto dice "Il mio nome è Grandes... non è un nome messicano", lo spettatore rimane interdetto, perché Grandes suona spagnolo e messicano al 100%. È un paradosso logico che rende il personaggio quasi surreale! 
Akim Tamiroff, l'attore che interpreta Grandi/Grandes, era in realtà russo. Welles amava il suo modo di recitare così sopra le righe e oleoso, perfetto per un personaggio che cerca disperatamente di essere importante ma fallisce miseramente. Con affetto lo chiamava "il peggior attore del mondo"; per renderlo ancor più sgradevole, lo obbligò ad indossare un ridicolo parrucchino e a spalmarsi i viso di olio per apparire perennemente sudato. Doveva essere un cattivo capace non soltanto di incutere paura, ma anche di provocare repulsione fisica!

Una strana autocensura

Akim Tamiroff fu obbligato di infilarsi in bocca un moncone di lingua di agnello per la sua grottesca scena di agonia. Il collerico Orson Welles ritenne che ciò fosse necessario per ottenere l'effetto desiderato: voleva a tutti i costi mostrare al pubblico un criminale strangolato in modo così selvaggio che la sua lingua finiva innaturalmente distesa fuori dalla bocca. A quanto pare, però, la lingua di agnello si rivelò troppo disgustosa per essere mostrata sullo schermo, quindi la poco invidiabile prova di Tamiroff fu vana. Perché "troppo disgustosa"? Il regista ha avuto paura e si è autocensurato. Troppe pressioni. Tutta colpa dello stramaledetto Codice Hays, che ci ha fatto perdere una scena cult!


Audaci innovazioni razziali

Tra i punti più significativi in ​​cui Orson Welles si è discostato dal romanzo e dalla sceneggiatura originale, ci sono stati i seguenti: 
1) La trasformazione del personaggio di Mike Vargas da procuratore distrettuale bianco ad agente della narcotici messicano; 
2) Il cambio di nazionalità della moglie Susan da messicana ad americana e per giunta biondiccia; 
3) L'ambientazione del film in una città di confine tra Messico e America anziché in una cittadina della California meridionale, sempre sconvolta da tumulti e incendi.
Le tensioni razziali e sessuali sono state molto accentuate nella sua sceneggiatura, creando un'ambientazione quasi incubica. Il massiccio Welles ha compiuto un un atto sovversivo, mettendo il messicano Vargas come paladino della legge, colto, in smoking, incorruttibile, sposato con una donna americana bianca, e mostrando l'americano Quinlan come sporco, corrotto, razzista e decadente. Parte della tensione del film deriva anche dal fatto che Quinlan non sopporta di essere giudicato da un messicano. La corruzione morale di Quinlan è alimentata soprattutto dal suo odio razziale, rendendo il film una critica sociale ferocissima che la Universal cercò di attenuare in ogni modo.
Il Codice Hays vietava rigorosamente di mostrare o incoraggiare relazioni interrazziali. Welles ha aggirato la cosa in modo sottile: Vargas è interpretato da Charlton Heston (una delle icone più bianche di Hollywood). Questo "whitewashing" fu un compromesso necessario: per il pubblico e i censori dell'epoca, vedere un messicano vero baciare Janet Leigh sarebbe stato intollerabile. Heston, con un trucco leggermente scurito, rendeva la coppia in qualche modo "accettabile" pur mantenendo la nazionalità messicana del personaggio. Certo, un affiliato al Ku Klux Klan sarebbe insorto, ma i settari di quel tipo non erano comunque rappresentativi del pubblico americano medio.
Se non ci fosse stato tra i piedi quel fottuto Codice Hays, Welles avrebbe potuto dare libero sfogo al suo genio! 


Sesso, droga e il solito infame Codice Hays 

La moglie di Vargas viene drogata pesantemente dai tamarri. In seguito, un guardiano minorato, testimone della baldoria, balbetta: "È stata... è stata un'orgia!" Poi in carcere, un investigatore spiega a Vargas: "È tutto scritto nel rapporto. Ci sono le prove di una vera orgia". Quindi aggiunge: "Cicche di marijuana, segni di punture, certo di eroina". E ancora: "Puzza ancora di marijuana". Si noti, non dice; "Puzza ancora di sborra"
A quanto risulta dalla visione del film, sembra che in quel contesto per "orgia" si intendesse un "droga party", in cui si fumava marijuana, si pippava bamba e ci si bucava, ma senza il benché minimo contenuto sessuale. Quando ho udito la parola "orgia", immaginavo i tamarri che si masturbavano furiosamente e spruzzavano getti di sperma sul corpo della donna tenuta in prigionia, fino a bagnarla dappertutto. Ovviamente si tratta di un riflesso pavloviano, condizionato: tali contenuti generati dalla mia immaginazione mancavano del tutto nell'opera di Orson Welles. Quella frase "ci sono le prove di una vera orgia", detta con un secco tono di disapprovazione morale, è emersa dai miei banchi di memoria stagnante, come una prova inconfutabile del fatto che il film lo avevo già visto molti anni prima, da giovane, e lo avevo poi dimenticato - come se un censore cerebrale lo avesse cancellato quasi del tutto, lasciando soltanto pochi dettagli erratici. 
A cosa si deve la rimozione di ogni riferimento sessuale dalla parola "orgia"? All'infernale Codice Hays, è ovvio! 
Il Codice non vietava solo la rappresentazione del sesso, ma imponeva che il Male non dovesse mai apparire attraente. Bastava poco. Per i censori degli anni '50, mostrare un gruppo di giovani messicani che ascoltano jazz ad alto volume, fumano marijuana e tengono prigioniera una donna bianca, era l'apice della corruzione. Usare il termine "orgia" serviva a dare una pennellata di scandalo assoluto senza però dover mostrare o nominare atti sessuali espliciti - cosa che tra l'altro avrebbero portato al bando immediato della pellicola. La genialità di Welles sta nel fatto che, nonostante le restrizioni e l'imposizione di termini edulcorati, la scena dell'aggressione al motel rimane una delle più tese e sgradevoli della storia del cinema, dimostrando che il "non detto" può essere molto più potente dell'esplicito. 
Esiste una leggenda, secondo cui Orson Welles avrebbe basato le scene di droga sulle proprie esperienze. L'uso della marijuana da parte dei figli di Grandes simboleggerebbe l'indifferenza del regista verso la legalità della sostanza, mentre l'uso violento di eroina rappresenterebbe la sua convinzione che qualsiasi droga più pesante fosse semplicemente "un suicidio" - come ebbe a dire in un'occasione.


Curiosità varie 

Inizialmente Orson Welles detestava il titolo "Touch of Evil", ritenendo che non avesse nulla a che fare con la sua concezione. Col tempo, tuttavia, imparò ad apprezzarlo e alla fine lo considerò il miglior titolo di tutti i suoi film. A parer mio, il titolo italiano "L'infernale Quinlan" è stato un assoluto colpo di genio, uno dei pochi gioielli tra tanti adattamenti surreali e fuorvianti. Anzi, direi senza timore di essere smentito, che "L'infernale Quinlan" ha una marcia in più rispetto all'originale. Non sono mai riuscito ad appurare chi fosse il responsabile di questo insolito atto creativo.

Charlton Heston accettò la parte solo perché pensava che Welles lo avrebbe diretto. In realtà, Welles era stato ingaggiato inizialmente solo come attore: fu proprio Heston a fare pressione sulla Universal affinché gli affidassero anche la regia. Se non fosse stato per il suo ruolo di Mosè nel kolossal I dieci comandamenti (The Ten Commandments, di Cecil B. DeMille, 1956), probabilmente non avremmo mai avuto questo capolavoro. Sarebbe stato un filmucolo banale. 

L'agente di Janet Leigh inizialmente rifiutò la partecipazione dell'attrice a questo film a causa del basso compenso offerto, senza nemmeno consultarla. Era un uomo limitato e venale. Welles, prevedendo la situazione, inviò alla Leigh una lettera personale, dicendole quanto non vedesse l'ora di lavorare con lei. L'attrice, furiosa, affrontò il suo agente mortificandolo e dicendogli che essere diretta da Welles era più importante di qualsiasi compenso. 

Janet Leigh si ruppe il braccio sinistro prima dell'inizio delle riprese, ma partecipò comunque al film. Il braccio era ingessato, nascosto alla telecamera, per molte scene. Nelle scene più audaci ambientate nel motel, l'ingessatura veniva rimossa per le riprese e riapplicata in seguito. L'attrice ha affermato di essere stata assolutamente terrorizzata quando ha dovuto girare la scena in cui viene minacciata nella sua stanza di motel. Era sconvolta dai modi belluini ed esecrabili dei tamarri!

Charlton Heston ha dichiarato che non aver adottato un accento ispanico per il suo personaggio, l'agente antidroga messicano Miguel "Mike" Vargas, è stato uno dei più grandi errori commessi nella sua carriera di attore. Ai nostri tempi, imperando il politically correct, quell'accento "latino" sarebbe un problema quasi insormontabile. Ricordiamoci che George Lucas è stato crocefisso dalla critica per aver attribuito quella cantilena a una specie di papero antropomorfo! 

Problemi di post-produzione

La fase di post-produzione del progetto fu complicata. Nei suoi diari, Charlton Heston scrisse che, dopo aver visto il primo montaggio del film nel febbraio del 1957, lo studio richiese un altro giorno di riprese per chiarire la trama. Heston, riluttante ad apparire in sequenze non girate da Orson Welles, causò un ritardo di un giorno nella produzione, ma poi accettò di rimborsare allo studio 8.000 dollari per l'inconveniente. Harry Keller fu quindi ingaggiato per dirigere le sequenze aggiuntive. Welles affermò che furono aggiunte due scene tra Vargas e Susan in albergo, così come una scena tra Vargas e il Procuratore distrettuale, sempre in albergo. Welles notò anche che una scena in cui Menzies raccontava a Susan come Quinlan gli avesse salvato la vita anni prima prendendosi una pallottola al posto suo, avrebbe spiegato la zoppia di Quinlan e la sua frase "Questo è il secondo proiettile che ho fermato per te, amico"