lunedì 2 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI NOKIA

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in un telefonino della Nokia, subito pensai che il nome dell'azienda fosse giapponese. A spingermi erano l'ingenuità e la mancanza di informazioni. In realtà l'origine non è affatto nipponica, è pienamente europea. Infatti la Nokia Corporation (Nokia Oyj), multinazionale produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni, trae il suo nome dalla città finlandese di Nokia, che sorge sulle sponde del fiume Nokianvirta, nella regione di Pirkanmaa. Questo corso d'acqua nasce dal lago Pyhäjärvi, che si trova vicino a Tampere. Si immette nel lago Kulovesi, che è parte di un complesso sistema di laghi da cui ha origine il fiume Kokemäki, che scorre verso il Golfo di Botnia. Chiaramente l'idronimo Nokianvirta deriva dal genitivo di Nokia, che è Nokian, e da virta, che significa "fiume", "ruscello", "flusso", "corrente". Quindi è il "Fiume di Nokia"


Note etimologiche

L'origine della toponimo Nokia in Finnico è oscurissima. Esistono diverse ipotesi, che appaiono tirate per i capelli. Riporto i dati disponibili: 

1) Nokia deriverebbe da una forma flessa della parola noki "fuliggine", che è rara e desueta. Infatti il partitivo singolare è nokea, mentre il partitivo plurale è nokia
La radice ha paralleli in Estone (nõgi "fuliggine", "sudiciume"), e in Veps (nogi "fuliggine"). L'origine ultima è sconosciuta; potrebbe essere un elemento di un sostrato pre-uralico. 
2) Nokia deriverebbe dal plurale della parola arcaica nois "zibellino" (Martes zibellina), "martora" (Martes martes), che è proprio nokia. Anche se ha l'aspetto di un partitivo, in realtà è un nominativo. Nella lingua moderna, i nominativi plurali escono in -t, ma in tempi passati non era così. È attestata anche una forma dialettale nokko "zibellino" (vedi Starostin). 
Lo zoonimo nois non è più usato nella lingua attuale, ma ha paralleli in numerose lingue uraliche: Estone nugis "martora",  Udmurto niź "zibellino" (variante: naź), Komi ńiź "zibellino", Khanty ńŏγəs ńŏχəs "zibellino", Mansi ńoks "zibellino" (varianti: ńoχsńoχəs), Ungherese nyuszt "martora", Nenets noha "martora siberiana" (è attestato anche noχo "volpe polare"). In Yukaghir si trova noχšo "zibellino". Alla luce di questi dati, la protoforma uralica ricostruibile è *ńukśe "zibellino, martora": non si tratta di un elemento di sostrato. 
Questi mustelidi erano particolarmente comuni nella zona e le loro pelli avevano una notevole importanza economica. Si noterà che lo stemma della città finlandese mostrava proprio una martora nera in campo giallo nell'atto di risalire un fiume. 

La mia idea è questa: il toponimo Nokia potrebbe derivare da una lingua anteriore all'espansione di una lingua uralica nella regione. L'esperienza mi mostra che una derivazione di questo tipo è più probabile di ogni ipotesi basata su manipolazioni paretimologiche. L'appartenenza a un sostrato poco noto rende tutto più difficile: temo proprio che al momento non abbia etimologia possibile. In ogni caso, penso che sia più probabile la derivazione da "fuliggine" che dal nome dei mustelidi. L'associazione agli zibellini o alle martore è adatto a nobilitare qualcosa di umile. 


Cenni storici

Proprio nella città di Nokia, l'ingegnere minerario e imprenditore Knut Fredrik Idestam (Tyrväntö, 28 ottobre 1838 – Helsinki, 8 aprile 1916) aprì la sua seconda cartiera nel 1868. Era in buona sostanza una fabbrica di cellulosa, proprio come la prima, aperta nel 1865 a Tampere. Qualche anno dopo, nel 1871, insieme all'amico Leo Michelin, fondò la società condivisa Nokia Ab
Agli inizi del Novecento l'azienda si è diversificata interessandosi alla produzione di energia elettrica. Ciò ha attirato l'interesse della Finnish Rubber Works, produttrice di pneumatici e stivali di gomma, che ha acquisito Nokia nel 1918 per assicurarsi l'accesso alla sua energia idroelettrica. 
Nel corso dei decenni successivi, è proseguita la diversificazione delle sue attività, con l'espansione nel settore dei cavi e dell'elettronica. Nel 1922 il gruppo ha acquisito la  Finnish Cable Works, gettando così le basi per le prime apparecchiature di telecomunicazione negli anni '70. 
Sul finire degli anni '60 la Nokia produceva di tutto, dalla carta igienica agli equipaggiamenti militari. 
Nel 1979 ha fondato Mobira, che ha presto sviluppato alcuni dei primi telefoni veicolari al mondo, come il Mobira Senator datato 1982. Nel 1987 ha lanciato il Mobira Cityman 900, il suo primo telefono cellulare portatile, divenuto celebre con il soprannome di "Gorba" dopo che il presidente sovietico Mikhail Gorbačov era stato fotografato mentre lo utilizzava.
L'era d'oro dei cellulari è iniziato negli anni '90: nel 1992, l'azienda ha lanciato il Nokia 1011, il primo telefono GSM di massa. Negli anni successivi, Nokia ha rivoluzionato il mercato con dispositivi di grande impatto, introducendo design innovativi, cover intercambiabili e giochi leggendari come Snake. Nel 1998 è diventata il primo produttore mondiale di telefoni cellulari. A questo punto Nokia dominava il mercato globale, lanciando telefoni iconici come il Nokia 3210 e l'indistruttibile Nokia 3310. Il Nokia 1100, uscito nel 2003, è diventato il cellulare più venduto della storia, con oltre 250 milioni di unità piazzate in tutto il mondo.
Con l'arrivo dell'iPhone nel 2007 è iniziata una fase di declino: Nokia ha perso la sua leadership a causa di ritardi nell'adattarsi al software degli smartphone moderni. Nel 2013 la divisione mobile è stata venduta a Microsoft; la cessione è stata finalizzata nel 2014. Oggi il marchio è concesso in licenza a terzi (come HMD Global), mentre l'azienda originaria si concentra interamente sulle infrastrutture di Rete, il 5G/6G e i brevetti tecnologici. 

sabato 31 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI SAMSUNG

Molti anni fa, quando avevo poca conoscenza della vita, il nome Samsung mi ha tratto in un inganno cognitivo, portandomi a credere che fosse di origine tedesca come molti nomi in -ung (ad esempio Achtung "attenzione", Weltanschauung "visione del mondo", etc.), anche se restava una radice Sams- il cui significato concreto permaneva ignoto. Visivamente e foneticamente, quella combinazione finale di lettere agiva su di me come un segnale stradale enorme che puntava dritto verso la Germania. Questo tentativo di analisi è un caso di riconoscimento di pattern, che mi ha fatto cadere in una vera e propria trappola morfologica e ortografica. È un errore insidioso ma quasi inevitabile per chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche... e scarsa dimestichezza con l'Oriente!  
Poi sono riuscito ad accedere all'arcano: ho appreso che Samsung è un nome coreano che significa "Tre Stelle" (sam significa "tre" e sung significa "stella"). Tutto mi è parso chiaro e mi sono sentito molto sollevato: non c'era più alcun bisogno di cercare di interpretare una fantomatica base Sams- etimologicamente vuota. Si è acceso in me una specie di "campanello di allarme" che mi ha messo in guardia contro i pericoli della sindrome di Dunning-Kruger! 

Il problema risiede nel modo in che la lingua coreana è stata graficamente romanizzata. Il nome originale è formato da due caratteri Hanja (di origine cinese):

  • sam (三), che significa "tre".
  • sung, seong (星), che significa "stella".

La combinazione di suoni s + V + ng (una sibilante, una vocale posteriore V e una nasale velare) è comunissima in coreano, ma quando viene trasposta nell'alfabeto latino coincide in modo millimetrico con la grafia del suffisso tedesco - anche se non con la sua fonetica. Se l'azienda avesse usato la traslitterazione ufficiale odierna, ossia Samseong, l'illusione germanica sarebbe svanita all'istante. Si consideri poi che la pronuncia è [sʰamsʰʌŋ]: non rima con Achtung!


La simbologia dei fondatori

Nel significato reale del nome Samsung c'è anche un aspetto molto interessante. Quando l'imprenditore e collezionista d'arte sudcoreano Lee Byung-chul (Uiryeong, 1910 - Seul, 1987) fondò l'azienda nel 1938, non scelse le Tre Stelle a caso. Nella cultura coreana, il numero tre non è soltanto una quantità, ma un simbolo di grandezza, abbondanza e potenza terrena. Le stelle, invece, rappresentavano l'augurio che l'azienda potesse brillare in eterno nel firmamento economico. Ironia della sorte, l'estetica originaria del marchio era radicalmente diversa da quella high-tech di oggi: il primo logo di Samsung mostrava letteralmente tre stelle stilizzate dentro un cerchio, con tanto di spighe di grano, ad indicare l'attività originaria di esportazione di cibo e farina. 

Cenni storici

La storia di Samsung è una delle parabole industriali più radicali del Novecento: la transizione da una minuscola bottega che vendeva pesce secco, pasta e altri generi alimentari a un impero tecnologico globale che da solo sposta circa il 20% del PIL della Corea del Sud. Ecco una breve sintesi: 

- La bottega di alimentari (1938):
Lee Byung-chul apre a Daegu la Samsung Sanghoe, una piccola ditta di import-export con circa 40 dipendenti. L'attività principale consiste nel vendere pesce essiccato, verdure locali e noodles di produzione propria, esportandoli principalmente in Cina.
- La ricostruzione e il tessile (1951): 
Dopo che la guerra di Corea distrugge i magazzini dell'azienda, il fondatore ricomincia da zero a Seul. Espande le attività nella raffinazione dello zucchero e fonda il più grande cotonificio del Paese, legando la crescita aziendale ai piani governativi di ricostruzione nazionale.
- La svolta elettronica (1969): 
Nasce ufficialmente Samsung Electronics. La prima produzione industriale è focalizzata su televisori in bianco e nero (sviluppati in collaborazione con la giapponese Sanyo). Nel giro di pochi anni, la produzione si estende a lavatrici, frigoriferi e condizionatori per il mercato interno ed estero.
- L'azzardo dei semiconduttori (1974): 
L'azienda acquisisce Hankook Semiconductor. All'epoca la mossa viene considerata un azzardo finanziario pericoloso, ma si rivela l'intuizione decisiva: getta le basi tecnologiche per trasformare Samsung nel più grande produttore mondiale di chip di memoria (DRAM), il vero motore ad alta redditività di tutto il gruppo.
- La rivoluzione della qualità (1993): 
Il nuovo presidente Lee Kun-hee (figlio del fondatore) lancia a Francoforte la celebre Dichiarazione della Nuova Gestione: "Cambiate tutto, tranne vostra moglie e i vostri figli". Per sradicare la mentalità dei prodotti economici e difettosi, ordina di bruciare pubblicamente davanti a centinaia di dipendenti circa 150.000 telefoni e fax non conformi agli standard. Da quel momento la qualità diventa un'ossessione.
- L'era Galaxy e il primato globale (2010): 
Con il lancio del primo smartphone della linea Galaxy S, l'azienda si impone come il principale rivale globale di Apple nel mercato mobile, capitalizzando la transizione verso gli schermi OLED e consolidando il proprio status di conglomerato multisettoriale (che oggi spazia dalle assicurazioni ai cantieri navali). 

Questo modello di sviluppo iper-diversificato e a conduzione familiare, sostenuto strettamente dallo Stato, è una caratteristica tipica del capitalismo coreano e prende il nome di chaebol (재벌). Samsung ne è storicamente l'esempio più mastodontico e influente. Non è difficile immaginare il retroscena: innumerevoli vite distrutte dal superlavoro. 

Alcune note etimologiche

La lingua coreana ha due serie di numerali: una di origine nativa e una di origine cinese. 
Il numerale set () "tre" è nativo e senza parentele note in altre lingue del mondo - mentre sam () è di origine cinese. Una parola omofona è sam (), che significa "canapa" (Cannabis sativa). 
La parola seong (星) "stella" è un prestito dal medio cinese seng (星) "stella", "pianeta" (in cinese moderno è xīng). La parola nativa è byeol () "stella", di etimologia sconosciuta. 

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

domenica 25 agosto 2024

ETIMOLOGIA GANGSTEROLOGICA DEL SOPRANNOME BUGSY 'PAZZO'

Il soprannome Bugsy è qualcosa in cui molti si imbattono senza porsi interrogativi etimologici. Eppure è molto interessante. Deriva dall'omonimo aggettivo colloquiale bugsy (varianti: bugzy, bugsie), che alla lettera significa "cimicioso", "scarafaggioso". In ultima analisi questa denominazione è stata tratta da bug "insetto", "cimice dei letti", "scarafaggio", "bacherozzo", tramite una bizzarra formazione grammaticale: il suffisso aggettivale -y è aggiunto alla forma plurale bugs anziché al singolare. Siamo lontani anni luce dal linguaggio standard. La forma regolare, che pure è attestata, sarebbe buggy
Questa è la trafila ipotizzabile: 

bug, plurale bugs + -y > bugsy

Nello slang criminale e di strada americano dei primi del XX secolo, l'espressione to go bugs (variante: to be bugs) significava "impazzire" o "essere fuori di testa". L'idea alla base è simile all'italiano "avere i grilli per la testa", suggerendo l'immagine di qualcuno che ha il cervello infestato da insetti e che quindi non è in grado di ragionare lucidamente. Mentre la locuzione italiana allude a un carattere bizzarro ma sostanzialmente innocuo, il modo di dire anglosassone era riferito a condizioni mentali violente, quasi esplosive. Dal verbo è stato tratto l'aggettivo. Di conseguenza, il soprannome gangsterologico Bugsy indicava una persona dal carattere folle, irascibile, violento o totalmente imprevedibile. 
La semantica dello slang è in continua evoluzione e ha generato alcune esiti notevoli.
Nel Regno Unito si usa bugsie come verbo (glossa: to get dibs on something), col significato di "bramare".
Fraseologia: 
"I bugsie the last piece of pizza", ossia "Bramo l'ultimo pezzo di pizza".
Per bizzarria, in alcune parti dell'Asia, Bugsie ha assunto caratteristiche positive, finendo con l'indicare una persona con eccellenti qualità, ma con qualche difetto! 
Fraseologia:  
"She is very classy, cute and clever, but tend to be clumsy at times. She is such a Bugsie!" , ossia "È molto elegante, carina e intelligente, ma a volte tende a essere goffa. È proprio una tipa strana!" 
(Fonte: Urban Dictionary


Tra coloro che portarono l'epiteto in questione, il caso più noto è senza dubbio quello del famoso mafioso ebreo americano Benjamin "Bugsy" Siegel, nato Benjamin Hymen Siegelbaum (New York, 1906 - Beverly Hills, 1947). I suoi complici gli diedero questo soprannome proprio per i suoi scatti d'ira fulminei e la sua spietatezza incontrollabile. Era incontrollabile e pericoloso come Caligola, poteva far uccidere qualcuno per un improvviso scatto d'ira. Dal canto suo, Siegel odiava profondamente farsi chiamare "Bugsy", considerandolo un insulto e una mancanza di rispetto, e pretendeva di essere chiamato "Ben". Tuttavia, come voltava le spalle, tutti parlavano di lui dandogli il detestato nomignolo. 
È passato alla storia soprattutto per il suo ruolo pionieristico nello sviluppo della Las Vegas Strip e nella trasformazione della città in capitale mondiale del gioco d'azzardo. A metà degli anni '40 dello scorso secolo, intuì il potenziale legale del gioco d'azzardo nel deserto del Nevada. Rilevò il progetto dell'hotel e casinò Flamingo a Las Vegas, finanziato con i fondi delle famiglie mafiose dell'Est.
Molti episodi della sua vita sono diventati leggendari. Si dice che abbia visitato la Germania del Reich, ma in realtà fu soltanto in Italia. Si dice che abbia incontrato figure politiche di primo piano come Benito Mussolini, Hermann Göring e Joseph Goebbels. Difficilmente un gangster di strada avrebbe potuto avere accesso a quel livello di potere. A quanto pare, la chiave di tutto fu la sua compagna di viaggio, la contessa Dorothy di Frasso, che fece da vero e proprio "passepartout" per l'alta società europea. Siegel e la nobildonna stavano promuovendo un nuovo tipo di esplosivo commerciale chiamato "Atomite" e con ogni probabilità fantomatico. Fu questo pretesto industriale a suscitare l'interesse dei leader militari dell'Asse, attirati dalla prospettiva di nuove tecnologie belliche. L'incontro sarebbe avvenuto a Villa Madama. Siegel avrebbe avuto una reazione di assoluta ripugnanza verso l'ideologia della NSDAP, tanto da concepire l'idea di assassinare Göring, venendo dissuaso in extremis dalla contessa Di Frasso. Sarebbe interessante appurare quanto di questo materiale è reale e quanto è pura e semplice leggenda. Un problema rilevante non era tanto la sua affiliazione malavitosa, ma il fatto che era ebreo. Difficile nasconderlo in un contesto così occhiuto. I sistemi di controllo e le maglie burocratiche della Germania nazista, all'interno dei confini del Reich, erano troppo rigidi per permettere a un cittadino di origine ebraica come Siegel di circolare liberamente e avvicinare i massimi vertici dello Stato. Quindi il gangster sfruttò unicamente la "zona d'ombra" geopolitica e l'immunità diplomatica offerta dai salotti dell'aristocrazia fascista a Roma.
Com'era destino, Bugsy Siegel fece una fine violenta, per una questione di debiti. Il suo assassino non è mai stato identificato ufficialmente e l'omicidio rimane tuttora un caso irrisolto. Tuttavia, l'agguato mortale avvenuto il 20 giugno 1947 a Beverly Hills è ampiamente attribuito al Sindacato Nazionale del Crimine, in particolare a Meyer Lansky e Lucky Luciano, che avrebbero ordinato la sua eliminazione a causa degli enormi e sospetti debiti accumulati per la costruzione del Flamingo a Las Vegas. Anni fa vidi un documentario in cui si descriveva un dettaglio macabro, poi rivelatosi apocrifo. Secondo il narratore, dopo la morte del gangster, gli furono strappati gli occhi: questo perché, essendo un Padrino, una superstizione gli attribuiva il potere di vendicarsi dall'Oltretomba, scrutando i vivi e dirigendo il suo odio nei loro confronti. Estirpati gli occhi dal cadavere, gli esecutori si sarebbero sentiti al sicuro. In realtà le cose andarono in modo diverso: un proiettile penetrò nel cranio di Siegel da un lato, facendolo esplodere, e un occhio fu espulso dall'impatto. Questo fu il risultato di una bizzarra e non voluta traiettoria balistica. Non bisogna prendere per oro colato tutto ciò che si sente nei documentari (che sono spesso mocumentari)!

Un riferimento cinematografico

Nel film C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984), diretto e co-sceneggiato da Sergio Leone, c'è un gangster odiosissimo e ultra-violento chiamato proprio Bugsy. Non lo si dimentica facilmente: spaccava i denti e fracassava i genitali a calci! Pensava di dominare in eterno su tutti con la sua arroganza sfrenata. Non teneva nel benché minimo conto che ogni forma di oppressione genera odio, e che l'odio genera vendetta. Direi che è ispirato in modo vaghissimo al Bugsy Siegel storico. Le somiglianze sono abbastanza limitate,  anche perché le vicende terrene di questo personaggio cinematografico si concludono nel modo più brutale in giovane età, a coltellate. Possiamo dire così, che il suo carattere di celluloide non andava di pari passo con l'intelletto. 

mercoledì 21 agosto 2024

LE UOVA ESCONO DALLA CLOACA DELLE GALLINE. COME MANEGGIARLE?

Nel film L'insegnante viene a casa (1978), diretto da Michele Massimo Tarantini, c'è una scena particolarmente buffa. A Pierino (Alvaro Vitali) viene dato un uovo crudo dalla madre, che vorrebbe farglielo bere crudo, come si faceva a quei tempi. Dopo aver esasperato il padre, interpretato da Lino Banfi, ecco che Pierino si ribella: protesta e dice che l'uovo gli fa schifo perché è uscito dal culo. Quindi capisce, pur essendo ottuso, che il guscio è tutto sporco di merda, che gli andrebbe a finire in bocca. I suoi genitori non accettano la cosa e gli assestano una serie di spaventose sberle sulla collottola, rischiando di lesionargli le vertebre! 
Il video della scena è presente su YouTube. 

Il problema sollevato da Pierino non è di poco conto. Mi accingo a mostrarlo usando argomenti solidissimi. Bisogna dire senza mezzi termini che dal Paleolitico profondo non è mai stato possibile trovare un rimedio efficace. Chiaramente la cosa riguarda qualsiasi uccello; va però detto che nel contesto europeo si consumano in massima parte uova di gallina, su cui si concentra questo mio trattatello. 

La merda invisibile

La merda non è soltanto quella che si vede. Esiste anche la merda invisibile. Consiste di particelle microscopiche e di aerosol. Si posa dovunque, entra nel cibo. Entra in bocca. Questo accade anche se la gente non ama pensarci. Ho visto con i miei occhi donne fanatiche della pulizia usare detergenti e spazzoloni per "sanificare" la tazza del cesso, per poi uscire dal bagno senza essersi lavate le mani. Questo perché il loro pensiero è magico-superstizioso: sono convinte di riuscire con le loro operazioni a cancellare la merda. Invece la portano in giro sulle mani, anche se non ne percepiscono alcun odore. Poi vanno a cucinare. Alcune usano guanti di gomma, ma le cose non migliorano di molto: quando li tolgono, non si lavano con cura le mani. Esiste quindi una specie di schizofrenia, le cui conseguenze si riflettono in modo inevitabile anche sulla gestione delle uova. 

Peculiarità anatomiche

Le uova sono un cibo succulento e utile alla salute umana. Il punto è che l'apparato genitale delle galline, in cui si formano, non ha un orifizio proprio come accade negli esseri umani. Detto in parole povere e brutali, la gallina non ha la figa. L'uscita del canale genitale è nel tratto finale dell'intestino, che poi forma l'ano. Trasporta gli escrementi, in cui finiscono anche i prodotti dell'apparato urinario. Avete mai visto un pollo pisciare? Certo che no. Il pollame non piscia! Finisce tutto negli stronzi. Se ci fate caso, le feci di tali animali hanno una parte bianca e molliccia, talvolta schiumosa, che fa quasi da guarnizione alla parte scura, più densa. Ecco, è ciò che i reni espellono. A causa di queste mer(d)aviglie della Natura, è evidente che nessun uovo può transitare nella cloaca e uscire alla luce del sole senza essersi imbrattato. 

La protezione naturale

La cuticola è un sottilissimo strato protettivo, dello spessore di 10-30 micron, che riveste esternamente il guscio dell'uovo. La sua precipua funzione è quella di chiudere i pori del guscio, impedendo così a batteri e altri patogeni di penetrare all'interno. Questa barriera è formata da glicoproteine come la mucina. Alla luce di questo fatto, risulta lampante che la cuticola non deve essere danneggiata. Chi lava le uova, fa proprio questo: acqua e detergenti rimuovono le difese naturali, esponendo il guscio poroso e permettendo la contaminazione. In queste condizioni, le particelle fecali e batteri come Escherichia coli e Salmonella, possono facilmente contaminare l'albume e il tuorlo. Se si evita il lavaggio, resta il problema meccanico: il vero, unico e cruciale momento in cui il contenuto dell'uovo rischia di entrare in contatto con le particelle microscopiche presenti sul guscio è durante la rottura. Questa è la meccanica insidiosa della contaminazione crociata.

Casi concreti: l'uovo di Pierino

Pierino, nelle intenzioni dei suoi genitori, dovrebbe bucare le due estremità dell'uovo usando la punta di un coltello aguzzo, quindi accostare la bocca a uno dei fori nel guscio e bere il contenuto. Ho visto compiere questa operazione diverse volte quando ero un marmocchio, sempre provandone repulsione. In Piemonte e a Genova era un'usanza molto comune. Ricordo ancora quel risucchio rumoroso direttamente dai forellini, che aveva qualcosa di estremamente primitivo, quasi animalesco, che contrasta va parecchio con le normali buone maniere a tavola. L'ingordigia dei rampolli impediva loro di meditare su quello che stavano facendo. Le uova da consumare crude venivano prese direttamente dal pollaio e spesso erano ancora calde di culo! Di conseguenza, il guscio conservava intatte le micro-tracce - e talvolta i residui ben visibili - del passaggio nel canale escrementizio. Non ci sono dubbi: è come praticare l'anilingus a una gallina! La cosa non era capita. Non ho mai visto nessuno che fosse consapevole di compiere un atto sodomitico coi polli per il fatto di ciucciare le loro feci sul guscio. Comunque sia, l'usanza si è estinta o quasi, con grande gioia dei medici. L'ultima volta che l'ho sentita menzionare, è stato in uno sketch, in cui Massimo Boldi ironizzava sul declino delle lingue locali: aveva l'intenzione di  spiegare che nome si dava all'uovo da bere nelle varie città d'Italia. Tuttavia il nome era sempre lo stesso: "uovo da bere". Così diceva, in tono quasi cantilenante: "A Milano si chiama uovo da bere. A Torino si chiama uovo da bere. A Bologna si chiama uovo da bere. A Firenze si chiama uovo da bere, etc." 
Note lessicali:
A quanto pare si possono tracciare approssimativamente due aree: a Nord e nel Centro si usa in modo compatto il verbo "bere", mentre nel Meridione è molto diffuso anche "succhiare". Così a Milano si ha bef l'öf "bere l'uovo", a Roma si ha bbeve l'ovo, in Sicilia si ha vìviri l'ovu o sucari l'ovu. A Napoli l'uovo si beve 'a canna. La madre di Pierino dice al suo pargolo: "E tu, sùcchiate l'ovetto a mammà, che diventi grosso!" 
Note biologiche: 
All'uovo da bere erano attribuiti poteri quasi magici, taumaturgici. Si pensava che servisse a irrobustire i giovani. In realtà è meno nutriente delle uova cotte. L'assorbimento proteico dell'uovo crudo è del 50% circa, mentre raggiunge il 90% circa nelle uova cotte. L'albume crudo contiene avidina, una proteina che impedisce l'assorbimento della biotina (vitamina H); inoltre l'ovotransferrina riduce l'assorbimento del ferro. 

Casi concreti: il casatiello 

Il casatiello è un prodotto tipico della cucina napoletana. È un lievitato salato tipico del periodo pasquale, i cui ingredienti di base sono questi: farina, strutto, formaggio, salame, ciccioli e uova. La particolarità è che include uova intere e non sgusciate nell'impasto. Non solo. Queste uova devono essere crude e cuocere assieme alla preparazione. Il problema a questo punto è cogente: come far sì che le feci delle galline, seppur invisibili a occhio nudo, non entrino a contatto con l'impasto? Tempo fa, su un forum, un napoletano ha detto che bastava usare questo metodo: mettere le uova in acqua calda, non bollente, quindi toglierle e asciugarle con carta cucina. Questo avrebbe eliminato ogni traccia fecale. Molte fattucchiere lo hanno aggredito, esclamando che loro lavavano il guscio in modo maniacale, per ore. Facevano "gnè, gnè, gnè". Ho chiesto consiglio ad altri utenti. Mi è stato detto che il casatiello necessita di prolungata cottura, quindi il calore uccide i patogeni come la salmonella. Il dilemma resta, dato che il calore non può far scomparire la merda nel nulla. Diventa merda cotta. Parafrasando il grande Bombolo, sarà anche cotta, ma sempre merda è.

Casi concreti: lo zabaione 

Quando ero piccolo, spesso mangiavo una preparazione paradisiaca consistente in un tuorlo d'uovo o due, con l'aggiunta di zucchero. Continuando a mescolare il composto, si otteneva una crema dolce e aromatica. Colloquialmente era chiamata zabaione o zabaglione; alcuni preferivano usare la locuzione uovo sbattuto. In lombardo si usa il termine rusumada. Una volta divenuto adolescente, spesso aggiungevo a questo derivato del tuorlo del caffè caldo. Una delizia. In seguito ho scoperto un'altra possibilità: l'aggiunta di un po' di barbera. Si otteneva così la colazione del malgaro. Separare il tuorlo dall'albume è un'operazione assolutamente necessaria, ma problematica. Si prendeva l'uovo e lo si rompeva usando il bordo di un bicchiere o di una scodella. Non ricordo che sia mai stato considerato necessario lavare il bicchiere o la scodella. A questo punto, si apriva l'uovo dividendolo in due parti, poi si effettuava la separazione del tuorlo usando i bordi taglienti del guscio, con molta destrezza. Quando ero piccolo, provvedeva mia madre (RIP). Poi ho imparato a farlo da solo, ma a un certo punto ho avuto difficoltà. A causa del peggiorare dei miei problemi neurologici, ora non riuscirei più a farlo. Si capisce che la contaminazione crociata in fase di separazione del tuorlo ha il massimo delle probabilità di accadere. 

Casi concreti: la carbonara 

Ricordo che facevo la carbonara così: mettevo sul tavolo tre uova, quindi con un coltello le rompevo una dopo l'altra e facevo cadere il contenuto nella pasta ben  calda, per poi mescolare energicamente. A un certo punto ci ho pensato. Il coltello frantuma il guscio, spinge le feci all'interno, viene usato in rapida successione sulle tre uova, facendo addirittura entrare le feci di un uovo nel contenuto di un altro. Uno non ha tempo di lavare ogni volta il coltello. Lavare le mani ad ogni passaggio è impraticabile. A volte ci si ritrova con un frammento di guscio nella pasta, trasportato dall'albume. La preparazione non è in grado di evitare la coprofagia. Adesso sono sorti i bulli della carbonara, che aggrediscono chiunque non segua le loro stramaledette regole della "carbocrema", che solo alla fine del secolo scorso non esistevano. Sono fanatici, aggressivi, perché sono pagati da esponenti politici interessati a promuovere il gastro-nazionalismo. Ho visto gente furiosa augurare la morte o la galera per una semplice ricetta. Così la carbonara mi fa salire l'acido dallo stomaco solo a sentirla nominare: non la mangio più. In ogni caso, non si illudano questi tifosi esagitati, perché la merda la mangiano pure loro. Anzi, anche di più, dato che le loro usanze impongono di separare il tuorlo dall'albume, aumentando in modo esponenziale il contatto tra i gusci fecali e il contenuto! 
Nota: 
Gli stessi identici problemi li riscontro nella preparazione delle uova fritte.

Casi concreti: le uova sode 

Metto tre uova in un pentolino, le sommergo in acqua fredda. Metto il pentolino su un fornello e avvio la cottura a fuoco lento. Le tolgo dal fuoco dopo 7-8 minuti, preparando così le uova barzotte (dette nella mia parlata uova marzocche), che hanno il tuorlo molliccio ma l'albume ben rassodato. Spesso però accade che nel guscio si producano fratture, non sempre visibili, da cui fuoriesce l'albume, spinto dalla pressione interna verso l'esterno - coagulando all'istante. Si ha un vero e proprio effetto vulcano. Si formano così un getto che solidifica in forme bizzarre: da piccolo chiamavo "gatto" questo materiale. Poi, tolto il pentolino dal fuoco, vi aggiungo acqua fredda e vuoto il tutto nel lavandino, raccogliendo le uova. Le metto sulla carta da cucina, le sguscio con pazienza e le mangio. Mi sembra evidente che sia impossibile evitare durante l'operazione il contatto con le particelle fecali, anche se la loro quantità è insufficiente a provocare contaminazione crociata. Non è come leccare il culo a una gallina viva: è come leccarlo a una gallina cotta (il boccone del prete!).

Casi concreti: il processamento industriale

La classificazione commerciale ufficiale dell'Unione Europea (Regolamento UE 2023/2465 e Regolamento UE 2023/2466) prevede rigorosamente due categorie di uova: 
1) Categoria A, ossia le uova fresche destinate all consumo diretto; 
2) Categoria B, ossia uova di seconda qualità destinate all'industria alimentare. 

Questo è il dettaglio: 
- Le uova di Categoria A sono quelle che si trovano comunemente nei supermercati. I requisiti sono stringenti: devono avere un guscio pulito e intatto, e un albume limpido. Possono essere conservate al massimo per 28 giorni dalla deposizione. È assolutamente vietato il loro lavaggio prima della vendita. 
- Le uova di Categoria B sono utilizzate per fare i dolciumi e le paste all'uovo, solo per fare alcuni esempi. Sono uova di seconda scelta, spesso sporche di terra o feci, oppure declassate perché hanno superato i 28 giorni dalla deposizione. Devono essere igienizzate prima di entrare nelle linee di produzione. La normativa europea consente il loro lavaggio con acqua calda e igienizzanti. Per evitare la contaminazioni da agenti patogeni, vengono pastorizzate immediatamente dopo la rottura. L'attenzione è tutta rivolta a neutralizzare la carica batterica. Si suppone che i lavaggi industriali risolvano il problema delle feci. Resta il fatto che nessuno può vedere con i propri occhi questa catena di processamento. Ogni macchina può fallire. Cosa accade se un uovo sporco sfugge al lavaggio e il suo contenuto finisce nella massa? Si applica il teorema di Bombolo sulla merda cotta. 
- Le uova che non rispettano nemmeno i requisiti minimi della Categoria B rientrano in una classificazione tecnica definita "uova declassate" o "non destinate al consumo umano". Includono le uova industriali non destinate al consumo umano e le uova da cova. 

La vanità delle soluzioni proposte nel Web 

Si dice in moltissimi siti che se l'uovo viene rotto con un colpo netto su una superficie piana, senza usare lame, il trasferimento di materiale dall'esterno all'interno è statisticamente trascurabile o nullo.  Ebbene, sfido chiunque a farlo! Non è fisicamente possibile. Se ci provassi, l'uovo si sfascerebbe all'istante disperdendo il contenuto - e partirebbero di quelle bestemmie tonanti, così forti da far diroccare il campanile della vicina chiesa. Il punto è questo: l'assoluta sterilità, al di fuori di una camera bianca di laboratorio, non appartiene al mondo reale. La tensione superficiale del liquido, le micro-fratture del guscio e la dinamica stessa dell'apertura creano un ponte microscopico inevitabile. La coprofagia, seppur di entità minima, non può essere evitata. 
Esistono poi prodotti in cartoccio (tuorli, uova intere, albume), per cui si rimanda a quanto detto sul processamento industriale. 

La strategia migliore 

Appurata l'impossibilità di rompere le uova senza che avvenga contaminazione, meglio non pensarci troppo. Un'alternativa è farlo fare da qualcun altro e non assistere alla scena. Occhio non vede, cuore non duole. Essendo solo al mondo, non è per me una possibilità praticabile, ma chi può la adotti. Per il resto, sono troppo goloso e ingordo per rinunciare alle uova, pur avendo una lucida consapevolezza della loro origine. 


Pierino: l'epilogo

Massacrato a suon di ceffoni dai genitori, Pierino si lascia sfuggire di mano l'uovo, che finisce sull'ampia fronte di Lino Banfi, rompendosi. I frammenti sporchi del guscio cadono nella pasta assieme a parte del contenuto dell'uovo. Un po' di tuorlo dal colore malsano rimane sulla fronte del pover'uomo, che rassegnato tira un sospiro: "E anche oggi pasta all'uovo!"

lunedì 19 agosto 2024

UN RELITTO CELTO-LIGURE IN PIEMONTESE E IN LIGURE: BRUSS 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il piemontese la parola bruss (varianti ortografiche: bross, bröss, brôs, brus; pronuncia /brus/) indica un derivato del latte simile a un formaggio cremoso, dal gusto intenso e piccante. È molto diffuso in Alta Langa e in Basso Monferrato. In ligure è chiamato brussu o bruzzu ed è tipico della Valle Arroscia (comuni di Triora, Molini di Triora, Cosio di Arroscia, provincia di Imperia). Tradizionalmente viene prodotto facendo fermentare avanzi di formaggio con l'aggiunta di grappa; oggi è ottenuto soprattutto da formaggi di alta qualità con aggiunta di panna, ricotta, latte ed erbe aromatiche. Abbiamo già avuto occasione di fare menzione del bruss nel nostro articolo sui formaggi coi vermi, a cui rimando per ulteriori dettagli.  
L'etimologia del nome di questo prodotto caseario è chiarissima a chi ha qualche conoscenza delle lingue celtiche e più in generale della ricostruzione del proto-indoeuropeo. Invece la considerano molto oscura i romanisti e i paleo-comparativisti, i dilettanti che hanno passato la loro vita a raffazzonare etimologie popolari insensate. Così sono venuto a leggere che è stata congetturata la provenienza del nome bruss dall'antica provincia francese della Bresse, compresa nelle regioni Rodano-Alpi, Borgogna e Franca Contea - a dispetto della differenza della vocale. Simili assurdità sono riportate a galla dall'algoritmo di Google, che le mette sotto il naso degli utenti, senza sosta, arrecando alla Scienza danni spaventosi quanto irreparabili. 

Protoforma celto-ligure ricostruibile: *brutijom
Significato: "tipo di formaggio o latte fermentato"

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*brutijom > *brutjo- > *brutsjo- > bruss 

Si è prodotta un'assibilazione, evidentemente in epoca tarda, forse addirittura proto-romanza. I paralleli nelle lingue celtiche sono evidenti. 

Protoceltico: *brutus 
Significato: "calore", "ebollizione", "fermentazione"
Genere: maschile

  Antico irlandese: bruth "calore" (soprattutto violento),
     "veemenza"; "splendore del fuoco" 
     genitivo: brotho, brotha (< *brutous)
     dativo: bruth (< *brutou
     accusativo: bruth n- (< *brutun)
  Antico bretone: brod "calore" 
  Gallese moderno: brwd "zelante", "appassionato",
       "ardente"; "audace" 
  Cornico: bros "rovente", "molto caldo"

Protoceltico: *brutis 
Significato: "atto di bollire", "atto di cuocere"
Genere: femminile

  Antico irlandese: bruith "bollire", "cuocere" 
  (nome verbale di berbaid "egli bolle", "egli cuoce",
  vedi nel seguito) 
     genitivo: bruithe (< *bruteis
     dativo: bruith (< *brutei
     accusativo: bruith n- (< *brutin)

Protoceltico: *berwos 
Significato: "stufato", "ebollizione" 
Genere: maschile 

  Medio bretone: beru "carne bollita", "stufato" 
  Bretone moderno: berv "brodo"; "ebollizione"; "bollente"  
      fraseologia: 
      dour berv "acqua bollente" 
      tomm-berv eo ar soubenn "la zuppa sta bollendo"
  Medio gallese: berw "ebollizione"
  Gallese moderno: berw "stufato", "cibo bollito";
      "bollito", "ribollente" (agg.) 

Protoceltico: *berwā- / *berwī- 
Significato: "bollire", "fermentare", "cuocere"

  Antico irlandese: berbaid "egli bolle", "egli cuoce"
    congiuntivo: -berba "che egli bolla", "che egli cuocia"
    preterito: berbais "egli bollì", "egli cosse"
  Medio gallese: berwi "bollire", "cuocere"
  Bretone moderno: berwiñ, birviñ "bollire", "cuocere"

Origini indoeuropee

La radice è chiaramente il proto-indoeuropeo
*bherw- / *bhreuwh1- "fermentare", "bollire". È molto produttiva e ha dato una gran varietà di forme in numerose lingue: 

Latino: ferveō "io bollo", fervēre "bollire"  
Latino: fermentum "fermentazione", "lievito" 
Latino: dēfrutum "vino cotto" (*)
Greco: βρῦτος (brûtos) "birra" (**) 
Proto-germanico: *brinnanan "bruciare"
    Tedesco: brennen "bruciare"
    Inglese: to burn "bruciare", 
    etc.
Proto-germanico: *brewwanan "fermentare bevande",
        "birrificare" 
    Tedesco: brauen "fermentare bevande, birrificare", 
          Bräu "birrificio" 
    Inglese: to brew "fermentare bevande, birrificare", 
    etc. 
Proto-germanico: *bruþan "brodo" 
    Inglese: broth "brodo", 
    Norreno: broð "stufato", "brodo" 
    etc. 
Proto-germanico: *brauðan "pane" 
   Tedesco: Brot "pane"
   Inglese: bread "pane", 
   Norreno: brauð "pane"
   etc.

(*) L'accento è sulla vocale -ē-. Variante: dēfritum. La parola indica una specie di vin brûlé, ottenuto facendo cuocere vino in pentole di piombo. Il processo addolciva la bevanda, che però era fortemente tossica. 
(**) La parola è di certo un prestito, con ogni probabilità dalla lingua dei Traci. L'originale trace doveva essere *brūtas
Confutazione di una falsa etimologia

Il nome della provincia francese della Bresse proviene invece da Brixia (documentato in latino come Saltus Brixiae), e deriva da una diversa radice celtica che non ha nulla a che fare con il nome del bruss. Infatti il toponimo francese è identico nell'etimologia al nome della città di Brescia (ben documentato come Brixia), che è dal proto-celtico *brig- "elevato", "alto", da cui *brigā "montagna"; "luogo elevato" e anche "città". Avremo modo di approfondire l'argomento in un'altra occasione.

Conclusioni 

Se si indaga a fondo, si possono recuperare dettagli di un mondo remoto che pareva irrimediabilmente perduto. Usando la logica e il metodo, si ottengono risultati strabilianti. 

giovedì 15 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN VALTELLINESE: BITTO 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il bitto (in lombardo bit) è un formaggio grasso di latte vaccino di alpeggio, a pasta cotta e semidura di colore giallo dorato, tipico delle Valli Orobiche in provincia di Sondrio, in Valtellina. In particolare, la Valle del Bitto è una valle secondaria, situata sulla sinistra orografica dell'Adda all'altezza di Morbegno. Spesso si parla di Valli del Bitto, al plurale, perché si ha la divisione in due valli secondarie: la Val Gerola a ovest e la Valle di Albaredo ad est. È attribuito il nome Bitto anche al torrente di tale bacino idrografico, immissario dell'Adda. I romanisti, incapaci di spiegare il nome del prodotto caseario, lo fanno derivare dall'idronimo. Poi, incapaci anche di spiegare l'idronimo, lasciano intendere che sarebbe spuntato fuori dal Nulla. La loro tipica dottrina è questa: siccome l'idronimo è oscuro, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, dato che non inficerebbe l'etimologia del nome del formaggio. Ovviamente questa metodologia è inaccettabile. 

Il nome del prodotto caseario e quello del torrente possono essere entrambi ricondotti in modo agevole a una radice celtica. 
 
Protoforma celtica ricostruibile: *bituwos 
Significato originale: "eterno", "perenne"
> "durevole", "duraturo" 

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*bituwo- > *bitwo- > *bittwo- > *bītto- 
> bit 

Si deve notare un importante tratto: l'assenza di lenizione dell'antica occlusiva mediana -t-. La mia ipotesi è che si sia creato un rafforzamento di -tw- in -ttw-, cosa che spiega il mantenimento della consonante sorda. Questo gruppo consonantico avrebbe avuto come conseguenza anche il prolungamento per compenso della vocale breve tonica /i/, divenuta così /i:/. Va detto comunque che esistono in Italia settentrionale esiti tardi di parole celtiche che non mostrano traccia di lenizione (Petracco, 2016). 
Per quanto riguarda la morfologia, la protoforma ricostruita *bituwos può essere considerata un aggettivo formato con il suffisso -wo- a partire dalla seguente importante parola:

Protoceltico: *bitus 
Significato: "mondo", "eternità" 
Genere: maschile / femminile 

Esiti attestati:

Gallico: bitus "mondo", "eternità" 
   derivati: Biturīges "i Re del Mondo", 
      singolare Biturīx "Re del Mondo"
   (nome di un popolo famoso); 
   Bitugnātā "Figlia del Mondo" 
   (antroponimo femminile), 
   Adbitus "Grande Eterno"
   (antroponimo maschile)
   Dagobitus "Buono Eterno" 
   (antroponimo maschile), 
   etc. 
Antico irlandese: bith "mondo" 
   genitivo: betho, betha (< *bitous),
   dativo: biuth (< *bitou
   accusativo: bith n- (< *bitun)
   vocativo: bith (< *bitu)
   Plurale: 
   nominativo: betha (< *bitoues)
   accusativo/vocativo: bethu (< *bitūs
   genitivo: bethae n- (< *bitouon)
   dativo: bethaib (< *bitubi)
Antico gallese: bid "mondo"
Medio gallese: byt "mondo" (*)
Gallese moderno: byd "mondo" (*)
Antico bretone: bit, bet "mondo"
Bretone moderno: bed "mondo"
Antico cornico: bit, bys "mondo"
Cornico: bys, bes "mondo"

(*) Esiste in gallese anche il doppione byth "eternità", con ogni probabilità un prestito dall'antico o medio irlandese bith

L'origine ultima è dalla radice proto-indoeuropea *gweyh3-, che significa "vivere" e da cui derivano anche le parole latine vīvus "vivo", vīta "vita", oltre al greco antico βίος (bíos) "vita" e via discorrendo. 



Il bitto è un formaggio che notoriamente si conserva per periodi lunghissimi, quindi la sua denominazione di origine celtica è del tutto adeguata. Tale doveva essere la sua importanza presso le popolazioni valligiane, che ne trassero un teonimo, come se fosse il nome di una divinità del formaggio durevole che assicurava il sostentamento in tempi difficili. Da questo teonimo derivò quindi anche il nome del fiume, indistinguibile dal nome della divinità. Un'altra possibilità è che il fiume abbia tratto il nome dalla valle che era chiamata  così dalla produzione del formaggio. 
Si trova nel Web una storiella ambientata verso il 200 a.C., che descrive i Celti inventori del bitto come fuggiaschi perseguitati in seguito allo scontro con i Romani. Questa collocazione temporale della nascita del formaggio è una trovata narrativa speculativa e semplicemente non necessaria: con ogni probabilità la produzione è ben più antica. 

Conclusioni 

Ancora una volta i romanisti si dimostrano un ostacolo formidabile al progresso delle conoscenze scientifiche: sono abbarbicati sul tenace scoglio della loro ideologia scolastica,  gretta e meschina, preferendo la completa ignoranza a qualsiasi tentativo di indagare tutto ciò che non abbia le sue radici in Roma e nella Grecia - o piuttosto nell'idea piena di pregiudizi che essi hanno di tali civiltà. Si dovrebbe trovare singolare e misterioso il fatto che tra i banchi di scuola gli alunni si imbattano in nomi propri celtici studiando le opere di quel pathicus di Giulio Cesare, e che non si pongano nemmeno una volta una fuggevole domanda sul loro antico significato.

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo.