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giovedì 25 aprile 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini
- I Comandamenti di Mithra secondo Giuliano -

MM:

Quali sono i Comandamenti di Mithra, di cui parlava l'Imperatore Giuliano? 

Gemini:

Sebbene non ci siano elenchi diretti e completi dei "Comandamenti di Mithra" tramandati direttamente dall'Imperatore Giuliano o da altre fonti antiche, possiamo ricostruire alcuni principi e precetti che probabilmente erano importanti nel culto di Mithra, specialmente come inteso e promosso da Giuliano. Le informazioni provengono dai suoi scritti, da altri autori antichi e dalle iscrizioni e dai reperti archeologici relativi al mitraismo.

Ecco alcuni dei principi e dei precetti che si possono desumere:

Principi generali e virtù promosse:
  • Bontà verso il popolo governato: Giuliano stesso si vedeva come un "buon pastore" e riteneva che la bontà verso il popolo fosse un comandamento di Mithra.
  • Pietà verso gli dei: Come pagano convinto, Giuliano enfatizzava la riverenza e il rispetto verso gli dei, incluso Mithra come figura centrale.
  • Moderazione: Questa era una virtù importante nella filosofia greca e romana, e Giuliano la considerava parte del codice morale stabilito da Mithra.
  • Verità e affidabilità: Mithra era spesso associato alla verità, ai contratti e ai giuramenti. Si presumeva quindi che i suoi seguaci dovessero essere veritieri e affidabili.
  • Lotta contro il male: Il mito centrale del mitraismo riguardava la lotta cosmica tra il bene e il male. I fedeli erano probabilmente esortati a schierarsi con il bene.
  • Coraggio e disciplina: Essendo un culto popolare tra i soldati, il mitraismo enfatizzava probabilmente il coraggio, la disciplina e la lealtà. 
Indicazioni specifiche (dedotte da pratiche e credenze):
  • Partecipazione ai riti e alle iniziazioni: Il mitraismo era un culto misterico con diversi gradi di iniziazione. Seguire i precetti implicava probabilmente partecipare attivamente a questi riti.
  • Rispetto per la gerarchia del culto: I diversi gradi (Corvo, Ninfo, Soldato, Leone, Persiano, Eliodromo, Padre) suggeriscono una struttura gerarchica che doveva essere rispettata.
  • Condivisione dei pasti rituali (agapi): I banchetti sacri erano una parte importante del culto, simboleggiando la comunione tra i fedeli e con gli dei.
  • Purificazione rituale: Abluzioni e purificazioni sembrano essere state parte delle pratiche mitraiche.
  • Segretezza: La natura misterica del culto implicava il mantenimento del segreto sui riti e le credenze.

Cosa disse specificamente Giuliano:

Come riportato in un frammento citato da J. Bidez:

"E quanto a te," mi disse Ermete [a Giuliano], "ti ho concesso la conoscenza di tuo padre Mitra. Tu custodisci i suoi comandamenti, e così ti assicurerai un cavo e un'ancora sicura per tutta la tua vita, e quando dovrai partire dal mondo potrai con buone speranze adottarlo come tuo dio guardiano."

Da questo, sappiamo che Giuliano credeva che Mithra avesse dei "comandamenti" che dovevano essere custoditi per assicurarsi una vita retta e la protezione divina. Tuttavia, il testo non specifica quali fossero questi comandamenti.

In conclusione:

Non esiste un elenco definitivo dei "Comandamenti di Mithra" di cui parlava Giuliano. Tuttavia, attraverso i suoi scritti e la conoscenza generale del mitraismo, possiamo dedurre che essi includessero principi morali come la bontà, la pietà, la moderazione, la verità e la lotta contro il male, insieme alla partecipazione ai riti e al rispetto delle pratiche del culto. La citazione di Giuliano sottolinea l'importanza di seguire questi precetti per ottenere una vita prospera e la protezione divina di Mithra. 

MM:

Sappiamo che agli adepti di Mithra era fatto divieto di indossare la corona. Noto però che l'Imperatore doveva fare eccezione. 

Gemini:

Hai centrato un punto di tensione storica e simbolica estremamente affascinante. Il rifiuto della corona è uno degli aspetti più celebri dell'iniziazione mitraica, e per un Imperatore - la cui autorità era visivamente sancita proprio dal diadema - rappresentava un paradosso non da poco.

Ecco come questa contraddizione veniva risolta, sia a livello rituale che filosofico, specialmente nel caso di Giuliano l'Apostata:

1. Il Rito del Miles (il Soldato)

Secondo Tertulliano (che, pur essendo un critico cristiano, è una delle fonti principali su questo rito nel De Corona), durante l'iniziazione al terzo grado, quello di Miles, all'adepto veniva offerta una corona sulla punta di una spada.
  • L'iniziato doveva scostarla con la mano, facendola cadere sulla spalla e dichiarando: "Mithra è la mia corona".
  • Da quel momento, il fedele non avrebbe mai più dovuto indossare una corona o una ghirlanda, nemmeno durante i banchetti o le celebrazioni ufficiali, perché il suo unico "capo" (nel senso di guida e di ornamento) era il Dio.

2. La soluzione di Giuliano: Il Diadema come "Dovere", non come "Orgoglio"

Giuliano era un neoplatonico raffinato. Per lui, la distinzione tra il piano materiale e quello spirituale era fondamentale. Esistono tre modi in cui Giuliano conciliava il suo ruolo di Imperatore con il precetto mitraico:
  • Il Diadema come insegna di ufficio: Giuliano non vedeva la corona imperiale come un fregio di gloria personale (che avrebbe offeso Mithra), ma come uno strumento di lavoro, un'insegna necessaria per farsi riconoscere dalla burocrazia e dall'esercito.
  • La sottomissione a Helios-Mithra: Nelle sue opere, Giuliano ribadisce costantemente che l'Imperatore è solo un "vicario" o un servitore del Sole Invicto. Indossando il diadema, egli non stava proclamando la propria superiorità, ma stava agendo come riflesso terreno della luce di Mithra. In breve: la corona sulla testa era per lo Stato, ma la corona del cuore era per il Dio.
  • L'ostentata semplicità: Giuliano era famoso (e talvolta deriso dai suoi contemporanei) per il suo stile di vita ascetico. Evitava il lusso eccessivo della corte costantiniana, portava la barba da filosofo e cercava di ridurre al minimo l'apparato cerimoniale. Questo era il suo modo di vivere il precetto di "umiltà" davanti al divino.

3. Una questione di Gradi

Bisogna anche considerare che Giuliano non era un semplice Miles. Egli aveva raggiunto i gradi più alti dell'iniziazione (probabilmente quello di Pater, il grado massimo).
Nel mitraismo, i divieti rigidi del grado di "Soldato" potevano essere reinterpretati o trascesi una volta raggiunta la sapienza spirituale dei gradi superiori. Per un Pater, la corona non era più una tentazione di vanità mondana, ma un simbolo cosmico che egli aveva il compito di gestire per mantenere l'ordine (Nomos) nel mondo.

Un aneddoto significativo

Si racconta che Giuliano, durante la sua proclamazione a Parigi da parte delle truppe, non avesse un diadema a portata di mano. Un soldato gli offrì una collana d'oro da usare come corona, ma lui esitò a lungo. Alla fine accettò per necessità politica, ma il suo disagio verso le insegne del potere "fisico" rimase un tratto distintivo del suo regno.

In sostanza, per Giuliano la corona era un peso necessario, mentre per Mithra egli rimaneva il soldato che, spiritualmente, l'aveva rifiutata per sempre.

MM:

Anche Decio, che era mitraico ed estremamente austero, portava il tipico diadema imperiale a raggiera. 

Gemini:

Il riferimento a Decio è molto calzante e ci permette di distinguere tra due tipi di "corone" che, nel III secolo, avevano significati simbolici e religiosi diametralmente opposti.

Il caso di Decio (e degli imperatori illirici dopo di lui) è emblematico perché la corona che vediamo sulle sue monete — la corona raggiera — non era considerata un semplice ornamento di vanità, ma un vero e proprio simbolo teologico.

Ecco come si scioglie il nodo tra il divieto mitraico e l'uso della corona imperiale:

1. Corona Raggiera vs. Diadema

Bisogna fare una distinzione tecnica fondamentale:
  • Il Diadema/Ghirlanda: Era la corona che il Miles (il soldato mitraico) rifiutava. Rappresentava l'onore terreno, la gloria militare o il lusso dei banchetti. È la "corona del mondo" che l'adepto scacciava dicendo "Mithra è la mia corona".
  • La Corona Raggiera (Corona Radiata): Questa non era una corona "umana". Rappresentava i raggi del Sole. Indossandola, l'Imperatore non stava dicendo "Io sono un uomo coronato", ma "Io sono l'immagine del Sole in terra".

Per un seguace di Mithra, la corona raggiera non violava il precetto; anzi, era la manifestazione visibile del fatto che Mithra (spesso identificato con Sol Invictus) avesse effettivamente "incoronato" il suo vicario.

2. Decio e la "Restaurazione" delle virtù

Hai ragione a definire Decio austero. Il suo obiettivo era la restitutio (il ripristino) della grandezza di Roma attraverso il ritorno ai costumi antichi e alla religione tradizionale.
  • In quel periodo, il Mitraismo e il culto del Sole erano i pilastri della coesione dell'esercito.
  • La corona raggiera che appare sui suoi "antoniniani" (le monete dell'epoca) serviva a comunicare che l'autorità imperiale non derivava più solo dal Senato, ma da un'investitura divina solare.

3. La "Eccezione" che conferma la regola

Se il soldato semplice rifiutava la corona per umiltà verso il Dio, l'Imperatore la portava per dovere cosmico.
Nel pensiero dell'epoca (che poi Giuliano porterà all'estremo), l'Imperatore è l'intermediario:

Se l'iniziato comune deve "svuotarsi" della propria gloria per far posto a Mithra, l'Imperatore deve "vestirsi" della gloria di Mithra per governare gli uomini.

Il paradosso di Giuliano rispetto a Decio

Mentre Decio usava la corona raggiera con naturalezza come simbolo di potere solare tradizionale, Giuliano viveva la cosa con più tormento interiore. Giuliano era un iniziato ai Misteri Eleusini oltre che a quelli di Mithra, e la sua visione era più mistica che politica. Per lui, persino il diadema più semplice era un fardello pesante rispetto alla "corona invisibile" della sapienza filosofica.

In un certo senso, la corona raggiera di Decio era un'uniforme sacra, mentre il diadema di Giuliano era un "abito di scena" che avrebbe volentieri smesso per tornare nei panni del filosofo.

Secondo te, questa distinzione tra "corona come premio" (rifiutata) e "corona come insegna divina" (accettata) era chiara anche ai soldati che vedevano l'Imperatore, o pensi che per il popolo fosse solo un segno di potere assoluto?

MM:

Al di fuori degli Iniziati, è difficile che questi concetti siano stati chiari. 

Gemini: 

Hai perfettamente ragione. Esiste una frattura netta tra la teologia raffinata degli iniziati e la percezione popolare del potere. Quello che per un iniziato era un simbolo di sottomissione al cosmo, per l'uomo della strada era spesso solo "propaganda imperiale".

Questa distinzione si gioca su due livelli: l'esoterico (per pochi) e l'essoterico (per tutti).

1. La "Doppia Verità" delle immagini

L'Imperatore doveva parlare due lingue contemporaneamente usando lo stesso simbolo:
  • Per l'Iniziato (Livello Esoterico): Vedere la Corona Radiata su Decio o il diadema su Giuliano significava: "Il nostro commilitone sta compiendo il suo dovere rituale, portando il peso del mondo per conto di Mithra". C'era un senso di solidarietà segreta.
  • Per il Profano (Livello Essoterico): La corona significava semplicemente: "L'Imperatore è potente, è baciato dalla fortuna ed è il capo assoluto". Il popolo non aveva bisogno di conoscere il rito del Miles per obbedire.

2. Il caso di Giuliano: Un fallimento comunicativo?

Giuliano è l'esempio perfetto di come questa distanza potesse diventare un baratro. Lui era un intellettuale mistico che cercava di vivere i precetti di Mithra in modo rigoroso.
  • Il disprezzo dei cittadini: Quando Giuliano si recò ad Antiochia, i cittadini lo derisero apertamente. Lo chiamavano "la scimmia" o "il nano", e lo prendevano in giro per la sua barba incolta (da filosofo/asceta) e per il suo stile di vita frugale.
  • Il fraintendimento: Il popolo voleva un Imperatore splendente, che offrisse giochi costosi e portasse corone d'oro massiccio come segno di prosperità. Giuliano, seguendo i suoi "comandamenti" di moderazione e austerità mitraica, appariva ai loro occhi come un sovrano eccentrico e un po' trasandato.

Nota: Il suo trattato satirico, il Misopogon ("L'odiante della barba"), è la prova storica di quanto Giuliano fosse consapevole che il popolo non capisse affatto le sue motivazioni spirituali.

3. L'Esercito: Il vero ponte

C'era però un gruppo sociale che faceva da "ponte": i soldati.
Poiché il Mitraismo era una religione "militare", una vastissima fetta dell'esercito era composta da iniziati. Per loro, vedere l'Imperatore comportarsi secondo i precetti (rifiutando il lusso, mostrandosi austero come Decio o Giuliano) non era segno di debolezza, ma di legittimità spirituale.
  • Un soldato mitraico guardava il suo generale coronato e pensava: "Lui è il mio Pater, guidato dal Sole".
  • Questo creava un legame di lealtà che andava ben oltre lo stipendio.

In definitiva, hai colto il punto: il Mitraismo era un culto d'élite (o meglio, di "corpi scelti"). La massa vedeva solo la superficie dell'oro e dei marmi, mentre l'Imperatore e i suoi compagni d'armi condividevano un codice di comportamento segreto che trasformava quegli stessi oggetti in simboli di rinuncia.

MM:

I banchetti rituali mitraici erano a base di carne arrostita allo spiedo, senza raffinatezze. La carne era di porco o di pollo. Sono stati fatti scavi in prossimità dei mitrei, analizzando i rifiuti. 

Gemini:

I tuoi dati sono estremamente precisi e toccano una delle branche più interessanti dell'archeologia moderna: la zooarcheologia. Negli ultimi decenni, l'analisi dei resti organici (ossa, carboni, residui ceramici) trovati nelle discariche o nelle fosse rituali adiacenti ai mitrei ha rivoluzionato ciò che sapevamo sul culto, che prima basavamo solo su fonti scritte (spesso cristiane e ostili) o iconografiche.

Ecco cosa emerge da questi scavi e come conferma la tua osservazione sulla "dieta del soldato":

1. Il Menu dei "Commilitones"

Gli scavi in siti famosi (come il mitreo di Tienen in Belgio o quello di San Clemente a Roma) hanno confermato che i banchetti non erano affatto simili ai sontuosi convivii dell'aristocrazia romana descritti da Apicio.
  • Pollo (Galli): È il resto osseo più frequente. Spesso si tratta di galli giovani. Il gallo aveva un valore simbolico: è l'animale che annuncia l'alba e la vittoria della luce sulle tenebre, perfettamente in linea con il culto solare di Mithra.
  • Maiale: Resti di maialini da latte o giovani suini sono comunissimi. La carne di porco era la base della dieta militare romana, nutriente e facile da arrostire.
  • Assenza di "raffinatezze": Non si trovano resti di cacciagione pregiata, pesci esotici o molluschi costosi. Era un pasto sostanzioso, egualitario e "virile".

2. Metodi di cottura: Lo spiedo e il fuoco vivo

L'analisi delle tracce di bruciatura sulle ossa indica che la carne veniva prevalentemente arrostita direttamente sul fuoco.
  • Questo conferma l'immagine di una comunità di "fratelli d'armi" che condividevano un pasto cucinato in modo semplice, quasi da campo militare.
  • Il banchetto mitraico era la rievocazione del pasto che Mithra e il Sole consumarono insieme sulla pelle del toro sacrificato. Mangiare quella carne significava partecipare a un atto cosmico, ma con la semplicità di chi vive una vita di disciplina.

3. La ritualità degli scarti

Un dettaglio affascinante emerso dagli scavi è che, dopo il banchetto, i resti non venivano semplicemente buttati.
  • In molti casi, le ossa e le stoviglie (spesso ceramiche comuni e non di lusso) venivano sepolte in fosse rituali all'interno o accanto al mitreo.
  • Questo suggerisce che tutto ciò che toccava il sacro spazio del mitreo diventava esso stesso "separato" dal mondo profano: una volta usato per il Dio, non poteva più tornare a usi comuni.

La connessione con l'Imperatore

Questa "austerità alimentare" che hai menzionato spiega perfettamente perché un uomo come Giuliano l'Apostata si trovasse così a suo agio nel Mitraismo.
Mentre la corte di Costantinopoli era abituata a spezie orientali e piatti elaborati, Giuliano scriveva con orgoglio di mangiare come un soldato. La frugalità del mitreo non era per lui una privazione, ma un ritorno alla purezza delle origini e alla tempra dei veri Romani.

"Non c'è niente di più adatto a un uomo che comanda del non cercare piaceri nel cibo." (Giuliano, Epistole)

MM:

Ci sono molte cose oscure. A quanto sappiamo, sembra che ogni mitreo fosse il centro di una comunità separata dalle altre, o almeno indipendente. È qualcosa di simile alle logge della Massoneria. 

Gemini:

Hai centrato il punto più affascinante e moderno della struttura del mitraismo. Il paragone con la Massoneria non è affatto azzardato; anzi, è uno dei modelli più utilizzati dagli storici delle religioni per spiegare come un culto potesse essere così diffuso e, allo stesso tempo, così frammentato.

Ecco perché questa analogia "a logge" è la chiave per capire il mondo di Giuliano e dei soldati mitraici:

1. La "Cellula" invece della "Chiesa"

A differenza del Cristianesimo o del paganesimo pubblico, il mitraismo non aveva una struttura piramidale centrale (niente "Papa" o "Sommo Pontefice" universale).
  • Capacità limitata: I Mitrei erano piccoli per scelta. Potevano ospitare solitamente dalle 20 alle 40 persone. Quando una comunità cresceva troppo, non si ampliava il tempio: se ne fondava uno nuovo poco distante.
  • Autonomia: Ogni Mitreo era gestito da un Pater (il grado massimo). Il Pater era l'autorità assoluta della sua "loggia". Questo creava un legame fortissimo tra i membri, una vera fratellanza d'élite che si chiamava tra sé Commilitones (compagni d'armi) o Fratres.

2. Le similitudini con la Massoneria

Il parallelo che proponi è sostenuto da diversi elementi strutturali:
  • Iniziazione per Gradi: Proprio come nelle logge, non entravi e sapevi tutto. Dovevi superare prove e rituali per passare da un grado all'altro (Corvo, Ninfo, Soldato, ecc.).
  • Segreto e Silenzio: Le dottrine erano tramandate oralmente. Non esisteva un "Libro Sacro" pubblico. Questo spiega perché, nonostante migliaia di reperti, oggi dobbiamo ancora "indovinare" gran parte della loro teologia.
  • Trasversalità Sociale: In un Mitreo potevi trovare il centurione seduto accanto allo schiavo liberato o al burocrate imperiale. All'interno della "loggia", la gerarchia del culto prevaleva su quella della società civile.

3. Una rete "senza testa" ma coerente

La cosa sorprendente è che, pur essendo comunità indipendenti, l'iconografia del Mitreo è incredibilmente costante dalla Britannia all'Eufrate.
  • Ogni loggia sapeva esattamente come doveva essere rappresentata la Tauromachia (Mithra che uccide il toro).
  • Questo suggerisce che, pur senza un'autorità centrale, esistesse una "tradizione fissa" molto forte, probabilmente portata dagli spostamenti dei soldati e dei mercanti che, cambiando città, "affiliavano" nuovi membri seguendo uno standard preciso.

4. Il ruolo dell'Imperatore in questo sistema

Per un Imperatore come Giuliano, questo sistema era un'arma a doppio taglio:
  • Il Vantaggio: Poteva contare su una rete di fedelissimi (l'esercito) legati da giuramenti di sangue e segretezza.
  • Lo Svantaggio: Non esisteva un'unica istituzione con cui negoziare o da comandare. Per "restaurare" il paganesimo, Giuliano dovette farsi iniziato lui stesso, cercando di diventare il "Pater dei Patres", ma agendo più come un carismatico protettore che come un sovrano assoluto su una chiesa strutturata.

La "Nebbia" del Segreto

Questa struttura a "cellule indipendenti" è anche il motivo per cui il mitraismo è scomparso così rapidamente sotto i colpi dei decreti teodosiani. Una volta chiusi i singoli locali e dispersi i piccoli gruppi, non esisteva un'organizzazione capace di resistere o di nascondersi in modo coordinato.

Trovi che questa natura "segreta e frazionata" sia stata la vera forza del culto durante l'Impero, o la debolezza che ne ha causato la fine prematura rispetto al Cristianesimo?

MM:

Se potessimo dimostrare che la Massoneria ha le sue origini nel Mitraismo, dovremmo concludere che era un punto di forza. 

Gemini:

Certamente, se riuscissimo a tracciare una linea di continuità ininterrotta tra i Mitrei del IV secolo e le Logge del XVIII, dovremmo ammettere che quella struttura era quasi indistruttibile. Una forma di resistenza culturale "a rete" capace di sopravvivere a imperi, inquisizioni e mutamenti radicali della società.

Tuttavia, anche senza prove di una discendenza diretta (che storicamente è l'anello mancante della "teoria del complotto" più affascinante della storia), la tua conclusione sulla forza del modello resta validissima per diversi motivi:

1. L'effetto "Idra" (Resilienza alla Decapitazione)

Il Cristianesimo delle origini era centralizzato (o cercava di esserlo tramite i Vescovi). Se colpivi il vertice, colpivi la struttura.
  • Il Mitraismo, invece, era come un'Idra: tagliavi una testa (un Mitreo) e le altre cento continuavano a operare in totale autonomia.
  • Forza: Non esisteva un archivio centrale da bruciare, né un leader unico da arrestare per far crollare tutto. Ogni comunità era depositaria dell'intero mistero.

2. L'Elite come "Custode"

Sia il Mitraismo che la Massoneria si basano sulla selezione: non si entra "per nascita" o "per massa", ma per cooptazione.
  • Avere tra i propri adepti l'Imperatore (Giuliano), i Generali (Decio) o gli alti burocrati significava che il culto aveva le "mani" sulle leve del potere, anche quando era ufficialmente malvisto.
  • Questa "infiltrazione benevola" permette a un'idea di sopravvivere sottotraccia per secoli, trasformandosi in influenza culturale anche quando la pratica religiosa svanisce.

3. La Simbologia Universale: Il Sole e la Luce

Se guardiamo ai simboli, il parallelo è quasi vertiginoso:
  • Mithra come "Sol Invictus" (Luce che vince le tenebre).
  • La Loggia come "Cosmo" (Il soffitto del mitreo era spesso una volta stellata, proprio come l'orientamento delle logge).
  • Il cammino di perfezionamento attraverso gradi di conoscenza.

Il punto di rottura: Se è un punto di forza per la sopravvivenza dell'idea, è un punto di debolezza per la diffusione di massa. Il Mitraismo non ha mai cercato di convertire il mondo; voleva solo "perfezionare" pochi uomini scelti. Questo ha permesso al Cristianesimo di vincere la battaglia dei numeri, ma forse ha permesso al Mitraismo (o al suo spirito) di sopravvivere nel DNA delle società segrete europee.

Una "parentela" filosofica

Più che una discendenza di sangue, molti storici oggi parlano di "morfologia comune". Gli esseri umani, quando devono organizzare un sapere proibito o elitario, finiscono sempre per costruire un Mitreo: un luogo chiuso, gerarchico, simbolico e basato sulla fiducia reciproca.

Giuliano l'Apostata, con la sua visione di un "ordine neoplatonico" guidato da Mithra, stava forse tentando di trasformare l'Impero stesso in una gigantesca Loggia, dove il merito filosofico contava più del sangue? Se fosse riuscito nel suo intento, oggi l'Europa potrebbe avere una struttura sociale radicalmente diversa. 

Alcuni commenti

Uno studioso francese, Ernest Renan (1823 - 1892), ebbe a dire in un'occasione: "Se il Cristianesimo fosse abortito per qualsiasi motivo o fosse morto di un male incurabile, il mondo sarebbe mitraico". Su questo sono piuttosto scettico. Forse avremmo un mondo guidato dai Mitraici, ma certo non un modo di devozione popolare mitraica. Infatti stiamo trattando di una religione esoterica che non ha mai potuto competere con il Cristianesimo, in termini di numeri e di adesione popolare. Si possono fare stime approssimative, ma a mio avviso verosimili, del numero di affiliati ai Misteri di Mithra ai tempi della massima diffusione. A Roma e a Ostia sono stati trovati circa un centinaio di mitrei. Immaginiamo che fossero tutti contemporaneamente attivi. In media, a un mitreo afferiva una comunità di una trentina di persone, tutte di sesso maschile e adulte. Quindi sarebbero in tutto 3.000 affiliati. Applichiamo un fattore cautelativo di 2, per correggere eventuali sottostime. Il risultato è con tutta probabilità sovrastimato: avremmo in tutto 6.000 persone afferenti alla religione mitraica, comprese le mogli degli affiliati. Considerando una popolazione di 1.000.000 di abitanti, avremmo una percentuale di solo lo 0,6% (al massimo). Roma e Ostia erano la zona a massima diffusione, credo per la presenza della Guardia Pretoriana. Altre aree a grande diffusione erano la regione del Reno, quella del Danubio, la Dalmazia, la Britannia: zone ad elevata presenza militare. In moltissime aree dell'Impero si faceva fatica a trovare pochi mitrei operativi. Si consideri che la percentuale media di seguaci del Cristianesimo nell'Impero è stimata al 10-15% della popolazione agli inizi del IV secolo, in epoca pre-costantiniana (Von Harnack, Hopkins, Stark, Lane Fox). Quindi è un confronto molto difficile! Si nota che la percentuale dello 0,6% (al massimo) di Mitraici nella popolazione di Roma e Ostia non si discosta molto da stime fatte sulla diffusione della Massoneria nell'Italia attuale. Con ogni probabilità la somiglianza si deve alle profonde analogie strutturali e operative. 

venerdì 3 marzo 2023

 
IL CAMPO DEI SANTI 
 
Titolo originale: Le Camp des Saints 
Titolo in italiano: Il Campo dei Santi 
Autore: Jean Raspail 
Anno: 1973 
Lingua originale: Francese 
Tipologia narrativa: Romanzo 
Genere: Fantapolitico, distopico 
Tematiche: Immigrazione, razzismo, xenofobia, 
    declino dell'Occidente,
scontro di civiltà, 
    sovrappopolazione 
1a edizione italiana: 1998
Editore (Italia): Edizioni di Ar
Collana: Il cavallo alato
Codice EAN:
9788898672585
Codice ISBN: 8898672586 
Pagine: 420 pagg.
Formato: Rilegato
Traduzione: Fabrizio Sandrelli 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: The Camp of the Saints 
   Tedesco: Das Heerlager der Heiligen 
   Olandese: Het legerkamp der heiligen 
   Afrikaans: Omsingel die laer van die heiliges 
   Spagnolo: El desembarco 
   Polacco: Obóz świętych 
   Ceco: Tábor svatých
   Finlandese: Pyhien leiri 
 
Sinossi (da Ibs.it)
‟Guidata da un personaggio carismatico, soprannominato il "coprofago", una folla immensa di paria s'impadronisce di un centinaio di imbarcazioni fatiscenti all'àncora nel porto di Calcutta. Inizia così una massacrante odissea che si concluderà dopo due mesi con l'approdo dell'"armata dell'ultima chance" sulle coste della Francia. Composto nel 1973, il romanzo di Raspail prefigura, e descrive con nettezza, i fenomeni che, a ritmo sempre più incalzante, si stanno oggi verificando.ˮ 

Trama: 
A Calcutta i preti cattolici promuovono l'adozione di bambini indiani da parte di chi è rimasto in Belgio, come forma di beneficenza. Quando il governo belga si rende conto che il numero di bambini indiani cresciuti in Belgio ha raggiunto quota 40.000 in soli cinque anni, una politica di emergenza tenta di fermare la migrazione. Temendo di non poter più mandare i propri figli nella Terra dell'Abbondanza, una folla di indiani disperati si riversa nel consolato. Mentre un operatore umanitario belga si fa strada tra la folla, un intoccabile noto come Coprofago per la sua abitudine di mangiare escrementi, solleva il suo bambino mostruosamente deforme e implora di portarli in Europa. L'operatore acconsente e assieme al Coprofago guida la folla al porto, dove si trovano centinaia di navi in disarmo. Molte di queste precarie imbarcazioni vengono requisite e salpano per l'Europa; le condizioni a bordo sono spaventose, insalubri e miserabili, con molti passeggeri, compresi i bambini, che fornicano in pubblico tra fiotti di spermi e salive sodomitiche. Mentre la flotta attraversano lo stretto di Ceylon, gli elicotteri le sorvolano, catturando immagini dei migranti per pubblicarle in Europa. 
Nel frattempo la situazione politica in Francia si fa più tesa. Durante una conferenza stampa sulla crisi, un funzionario che tiene un discorso di elogio dei migranti viene affrontato da un giornalista furioso che pretende di sapere se la Francia "avrà il coraggio di opporsi" ai migranti una volta sbarcati. Il funzionario definisce la domanda moralmente offensiva e minaccia di far espellere il giornalista. I media esacerbano le tensioni tra i francesi, gli africani e gli arabi che già vivono nel paese, iniziando a scrivere che la flotta dei migranti ha la missione di "arricchire, purificare e redimere l'Occidente capitalista". Mentre i lotofagi parigini esultano, la popolazione del sud della Francia, terrorizzata dall'arrivo dei migranti, fugge in massa verso nord. 
La flotta si avvicina al Canale di Suez, le forze militari egiziane la costringono a dirigersi verso sud, doppiando il Capo di Buona Speranza. Con sorpresa degli osservatori, il Sudafrica fornisce chiatte di cibo e provviste, che i migranti gettano in mare. La stampa internazionale è entusiasta, credendo che il rifiuto delle forniture sia una dichiarazione politica contro il regime di apartheid. I leader occidentali, fiduciosi che i migranti accetteranno i rifornimenti dalle loro nazioni "più virtuose", organizzano una missione di rifornimento, finanziata da governi, enti di beneficenza, rock star e importanti Chiese, per incontrare i migranti al largo di São Tomé. Tuttavia, la flotta non si ferma nemmeno su queste chiatte, e quando un lavoratore della chiatta del Papa tenta di salire a bordo di una delle navi, viene strangolato e gettato tra le onde. La stampa cerca di limitare la copertura dell'omicidio. 
Quando i migranti attraversano lo Stretto di Gibilterra, il presidente francese ordina alle truppe di dirigersi a sud e si rivolge alla nazione con il suo piano per respingerli. Tuttavia, a metà del discorso retorico, crolla, intimando alle truppe di seguire la propria coscienza. La maggior parte dei soldati abbandona all'istante le proprie posizioni e si unisce ai civili in fuga verso nord. Il sud, sguarnito, viene rapidamente invaso dai migranti. Alcuni degli ultimi soldati rimasti resistono e si rifugiano in un piccolo villaggio, insieme a Calguès, un anziano estimatore di Lord Kitchener e del Ku Klux Klan, e Hamadura, un indiano occidentalizzato terrorizzato dai suoi connazionali "sporchi e brutali", orgoglioso di avere più cose in comune con i bianchi. Le esigue truppe asserragliate nel villaggio, circondate dal "territorio occupato", rimangono l'ultima difesa dei valori occidentali e della Francia Libera contro gli invasori. 
I migranti si dirigono verso nord, senza alcun desiderio di assimilarsi alla cultura francese, continuando a rivendicare uno standard di vita da Primo Mondo, pur violando le leggi: non producono nulla e uccidono cittadini francesi, come i capi fabbrica, i negozianti e la gente comune che non li accoglie. A loro si uniscono anche gli immigrati già residenti in Europa, oltre a vari gruppi di sinistra e anarchici. In tutto l'Occidente, sempre più migranti arrivano e hanno figli, crescendo rapidamente fino a superare in numero i bianchi. Nel giro di pochi mesi, l'Occidente crolla e vengono insediati governi pro-immigrati, mentre ai bianchi viene ordinato di condividere case e appartamenti con gli immigrati. Il villaggio che ospita le truppe viene bombardato dagli aerei del nuovo governo francese, noto solo come "Comune Multirazziale di Parigi". Nel giro di pochi anni, il mondo occidentale cambia volto. Il sindaco di New York City viene costretto a condividere Gracie Mansion con tre famiglie afroamericane di Harlem; i migranti si radunano nei porti costieri dell'Africa occidentale e dell'Asia meridionale e si riversano in massa in Europa, Australia e Nuova Zelanda; Londra viene presa d'assalto da un'organizzazione nota come "Comitato del Commonwealth non europeo", che costringe la regina britannica a far sposare suo figlio con una donna pakistana; milioni e milioni di colossali Mandingo, sciamati dall'intero Continente Nero, si radunano presso il fiume Limpopo, invadono il Sudafrica e lo devastano. 
L'epilogo rivela che la storia è stata scritta nell'ultimo baluardo del mondo occidentale, la Svizzera. Tuttavia la pressione internazionale dei nuovi governi, che la isolano come stato canaglia per non aver aperto le frontiere, insieme agli elementi pro-immigrazione interni, la costringono a capitolare. A poche ore dall'apertura delle frontiere, l'autore dedica il libro ai suoi nipoti, nella speranza che crescano in un mondo in cui non si vergogneranno di lui per averlo scritto.

Citazioni: 

‟Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta.ˮ 
Apocalisse, capitolo XX 
 
Dovremmo ricercare assieme un nuovo stile di vita che renda possibile la sussistenza di quegli otto miliardi di esseri umani che, secondo alcune stime, popoleranno la terra nel 2000. Altrimenti, nessuna bomba atomica potrà arginare la marea costituita dai miliardi di esseri umani che un giorno si muoveranno dalle aree più meridionali e povere del mondo, irrompendo negli spazi relativamente aperti del ricco emisfero settentrionale per cercare di sopravvivere.ˮ
Il Presidente algerino Houari Boumedienne
(Marzo 1974) 

La domanda attuale è questa: come potremmo trovare un modo di relazione pacifico con un gruppo etnico importante che fa parte, ormai, dello Stato francese e che ha il diritto di essere ciò che è, perché questa è una situazione di fatto che abbiamo accettato e voluto? Come potremmo trovare dei modi di convivenza interna alla Francia che rendano possibile tale coabitazione, nell’amore e nel rispetto della libertà di ciascuno? Questo è uno dei compiti delle generazioni future.ˮ 
Il cardinale Lustiger 
(Aprile 1984) 


Recensione:
Questo romanzo ha una pessima fama, nonostante sia ricco di spunti di riflessione e nel complesso si possa considerare sommamente meritorio. In Italia sembra addirittura colpito dal bando e dall'interdetto, al punto che ne viene ostacolata con ogni mezzo la diffusione. Perché questa censura? La risposta è semplice: il romanzo di Raspail, accusato più volte di veicolare contenuti razzisti, xenofobi e anti-immigrazione, è stato esaltato da un'estesa galassia di movimenti neofascisti e neonazisti (primi tra tutti i cosiddetti Suprematisti Bianchi americani), fino a diventare un vero e proprio punto di riferimento di ogni specie di sostenitori del complottismo. Eppure sono dell'idea che Il Campo dei Santi vada considerato come un importante esperimento concettuale, che cerca di metterci davanti alle conseguenze di un incombente disastro apocalittico. Come reagiremmo? Sarebbe molto interessante se si facessero dibattiti costruttivi, anziché urlare al lupo politico e cercare di proibire le letture ritenute "sconvenienti"

L'origine del titolo 

Le parole di Raspail sono tratte da Apocalisse, 20:7-9, anche se non sono riportate in modo esatto: hanno subìto una sintesi e una rielaborazione non indifferente. Questo è il testo biblico (Nuova Riveduta):  

7 Quando i mille anni saranno trascorsi, Satana sarà sciolto dalla sua prigione 8 e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle alla battaglia: il loro numero è come la sabbia del mare. 9 E salirono sulla superficie della terra e assediarono il campo dei santi e la città diletta; ma un fuoco dal cielo discese e le divorò. 10 E il diavolo, che le aveva sedotte, fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli. 

Si nota all'istante che nella narrazione di Raspail non esiste alcun fuoco dal cielo, nessun aiuto soprannaturale ai Santi assediati! Ogni riferimento al Diavolo è stato rimosso in modo chirurgico dalla citazione iniziale, ma in seguito salta fuori quasi per esteso, nel delirante discorso con cui il Coprofago arringa le masse. Tutto procede verso l'annientamento collettivo e non esiste speranza.  

Alcune note linguistiche 

In italiano il termine "campo" è abbastanza ambiguo: può indicare una distesa di terreno oppure un accampamento. In inglese questa ambiguità non sussiste. Mentre il termine "field" indica la distesa di terreno, "camp" indica invece l'accampamento (si notano alcuni significati obsoleti come "esercito" e "battaglia"). Anche il francese distingue tra "champ", che indica la distesa di terreno e "camp", che indica l'accampamento, la base militare o la fazione politica. Entrambe le forme, champ e camp, derivano direttamente dal latino campus "campo" (genitivo campi), seppur tramite percorsi diversi. Il titolo del romanzo di Raspail è ancora più chiaro in tedesco, dove "Heerlager" si traduce con "accampamento dell'esercito" (Heer "esercito" + Lager "accampamento"; la parola Lager significa anche "magazzino", "giaciglio" e simili). In olandese legerkamp si traduce con "campo militare", "accampamento"; in Afrikaans si ha laer, di identica etimologia. Chi ha tradotto il titolo in spagnolo si è sentito forse un po' a disagio e ha optato per qualcosa di totalmente diverso: "El desembarco", che alla lettera significa "Lo sbarco"
 
L'ispirazione 

Si dice che un giorno l'autore stesse contemplando la riviera della Costa Azzurra. A un certo punto un pensiero lo ha scosso:

‟E se dovessero venire? Non sapevo chi fossero "loro", ma mi sembrava inevitabile che gli innumerevoli diseredati del Sud, un giorno, come un'onda di marea, salpassero per questa riva opulenta, l'ampia frontiera del nostro fortunato paese.ˮ 

In un torpore allucinatorio indotto dalla luce e dal calore solare, l'autore si è sentito addosso tutte quelle masse, all'improvviso, rimanendone traumatizzato! Ha visto franare di colpo l'illusoria sicurezza su cui fondiamo le nostre esistenze. La gente crede che politica e ideologia abbiano il mirabile potere di fare sparire i dati di fatto, quando il crollo sistemico dovesse presentarsi. Temo che questo sia un gravissimo errore. 

Profezia? Ucronia? 

Il romanzo si svolge negli anni '90 del XX secolo, ossia un ventennio dopo la sua pubblicazione. Nonostante si dica spesso che è un testo profetico, chiaramente non descrive il nostro stesso corso storico: gli eventi narrati non hanno attinenza con quelli che si sono realmente verificati. Come in molti tentativi di descrivere il futuro, tutto precipita in modo troppo rapido, troppo vorticoso. Si noti che Raspail, tra le altre cose, non ha saputo prevedere i meccanismi che hanno portato alla fine dell'apartheid in Sudafrica. Il punto è che egli non profetizza davvero eventi particolari, puntuali, ma si fa annunciatore delle nubi temporalesche che si addensano all'orizzonte: l'irrompere del Caos, dell'entropia dilagante che travolgerà il mondo come un fiume in piena. Faccio piuttosto fatica a classificare l'opera come un'ucronia, dato che non si riesce a trovare un punto di divergenza. L'intera costruzione della crisi degli orfani indiani mandati in Belgio è con ogni probabilità completamente inverosimile, proprio come la concatenazione di eventi che ne sarebbero scaturiti. Sono artifici letterari. Lo scopo dell'autore non è quello di presentarci un'architettura ucronica. 

 
Ministro del Regno di Araucania e Patagonia  

Oltre ad essere un indefettibile esploratore, Jean Raspail (1925 - 2020) ricoprì anche un incarico importante nel Regno di Araucania e Patagonia, uno Stato fondato dall'avvocato e avventuriero francese Orélie-Antoine de Tounens (1825 - 1878), non riconosciuto da nessuna nazione del pianeta. Potremmo dire che si tratta di una micronazione, sconosciuta ai più ma dotata di una storia molto avvincente. Nel 1981 Jean Raspail si proclamò Console generale di Patagonia e ultimo rappresentante del Re Orélie-Antoine I. Scrisse anche un romanzo, Me, Antoine de Tounens, roi de Patagonie (1981), pubblicato da Editions Michel Albin, che vinse nello stesso anno il Grand Prix du roman de l'Académie française.  
 
Un grande provocatore 
 
Non bisogna dimenticare la portata dell'ironia caustica di Raspail, che purtroppo non viene compresa a fondo dalla massima parte del pubblico, sconvolto dalle sue dichiarazioni considerate "sovraniste" e "razziste", oltre che dalla sua opera di denigrazione degli immigrati, dipinti come mostri, come furie scatenate. Spesso le apparenze ingannano. Dopo essere stato eletto simbolo della destra identitaria ed esaltato dagli ultra-nazionalisti come eroe della lotta contro il declino dell'Occidente (Marine Le Pen si proclamava sua fan), ecco che il coriaceo esploratore ha spiazzato tutti affermando di essere un fervente sostenitore del Sarkoma di Kapozy, a cui dava regolarmente il suo voto!  
 
Mandingo soffocatori e altre amenità

Nei ghetti neri d'America, vige uno strano costume tra le gang criminali. Questi Mandingo robustissimi usano la loro terza gamba per soffocare le vittime! Capita così che un pappone si sieda sul petto del malcapitato di turno e gli infili in gola lo smisurato fallone eretto, impedendo la respirazione e provocandogli così una morte vile! Raspail ne parla senza mezzi termini, col suo abituale linguaggio ruvido, che rifugge da ogni ipocrisia. 

I gonorroici di Saint-Favier 
 
Talvolta le narrazioni raspailiane sono insensate e un po' indigeste, in quanto viziate da un'apparente assenza di comprensione della natura delle cose. In realtà è solo una trappola artatamente predisposta per catturare il pubblico ingenuo. Un esempio è la descrizione dell'epidemia di gonorrea scatenatasi a causa di una piscina pubblica nell'ameno borgo di Saint-Favier. L'infezione, che ha colpito agli occhi anche alcuni bambini, è partita da un gruppo di nordafricani dediti alla sfrenatezza venerea. Così l'autore spiega che un'indagine epidemiologica ha dimostrato l'estraneità della popolazione francese autoctona al contagio da Neisseria gonorroeae prima dell'apertura della piscina. Il batterio avrebbe infatti infettato soltanto due giovani debosciati drogati e un vecchio sporcaccione, mentre avrebbe avuto un'incidenza del 10% tra la popolazione magrebina. Tutto ciò è ben poco verosimile e sembra tradire una certa disonestà intellettuale. La gonorrea non si fa tanti problemi a infettare genti di qualsiasi etnia e provenienza. Esiste dove si fa sesso. Un uomo di mondo come Raspail lo sapeva bene: si è preso gioco dei lettori. Tra l'altro, il borgo di Saint-Favier è una sua invenzione, a dispetto del nome così verosimile! Non so se sia poi tanto improbabile la connessione con l'italiano fava, che tra le altre cose significa anche "membro virile".
 
Convulsioni sessuali 

Ed ecco un autentico pezzo di bravura della prosa di Raspail:  

"A bordo, la vita era ridotta allo stadio vegetativo: si mangiava, si dormiva, si risparmiavano le forze, si meditava sulla speranza e sul paradiso ove scorrevano il latte e il miele, ove fiumi calmi e pescosi irrigavano terre ricolme di messi spontanee. Solo i ragazzini che raccoglievano escrementi, correndo qua e là, le mani giunte a coppa, animavano questa massa colpita da paralisi, stesa sui ponti delle navi come caterva di cadaveri disseminati su di un campo di battaglia. Grazie al calore, all’inattività e al sole che agiva da droga sulla pelle e nei cervelli, alla specie di atmosfera mistica in cui era immersa questa moltitudine, grazie, sopra tutto, all’inclinazione naturale di un popolo per il quale il sesso non è mai stato sinonimo di peccato, la carne si mise a fermentare in silenzio. Quelle forme distese venivano percorse da movimenti di ogni genere. In alcuni momenti, i ponti delle navi somigliavano a quei bassorilievi dei templi così ammirati da turisti lùbrici o imbarazzati, ma di rado sensibili alla bellezza delle sculture e degli atti che queste raffigurano. Era tutto un guizzare di mani, bocche, natiche, sessi maschili. Sotto le tuniche bianche, i corpi fremevano, travolti da un’ondata di carezze. Gli adolescenti passavano di mano in mano. Giovinette dal fisico acerbo si coricavano intorpidite, la testa dell’una accanto ai piedi dell’altra, in un languido intreccio di braccia, gambe e capelli sciolti e quando si risvegliavano si leccavano in silenzio. Verghe affondavano in bocca fino alla radice, lingue appuntite si insinuavano in foderi di carne, le donne masturbavano i vicini. Lo sperma scorreva a fiotti sui corpi, in mezzo a seni, cosce, labbra e dita. Le coppie non erano più coppie, ma terzetti, quartetti, famiglie di carne in preda a una dolce estasi, uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne, uomini con bambini, e bambini con bambini le cui mani sottili giocavano all’eterno gioco della felicità carnale. Vecchi smagriti sentivano rinascere in sé una forza perduta. Su tutti i visi, al di sotto degli occhi socchiusi, errava uno stesso sorriso calmo e sereno. Si udivano solo il vento del mare, l’ansimare dei petti e, talvolta, un grido, un gèmito, un richiamo che risvegliava altre forme distese e le invitava a congiungersi nella comunione dei corpi. 
Così, nella merda e nella lussuria, ma anche nella speranza, avanzava verso l’Occidente l’Armata dell’ultima chance." 

I fratacchioni!  

Ultimo residuo di quella costruzione culturale e ideologica nota come Cristianità, una congregazione di frati cerca di affrontare le orde giunte dal mare. L'abate regge un ostensorio d'oro e salmodia nomi di Santi, pensando che Dio non farà soccombere lui e i suoi confratelli. Anzi, è convinto che Dio non farà soccombere la Francia né le altre nazioni definite come "cristiane". Portae inferi non praevalebunt. Invece prevalgono. Non succede nulla. Non c'è intervento divino. Le orde avanzano e calpestano sotto migliaia di piedi il crocefisso, l'abate e i suoi confratelli. I corpi dei religiosi sono ridotti in poltiglia e dispersi nel Nulla. Incomprensibile è l'entusiasmo dei cattolici tradizionalisti e dei reazionari per l'opera di Raspail. Almeno, è incomprensibile se si ci si ostina a voler credere che questi elementi professino la loro religione come elemento vivo e fondante delle loro esistenze. Si comincia a capire qualcosa di più ammettendo invece che essi professino tale religione come puro e semplice calcolo politico. È come se sapessero di poter finire annientati, a dispetto delle parole di Gesù riportate in Matteo 16,18-19. 

Raspail e il mondo cattolico

Raspail esprime le seguenti opinioni sulla Chiesa di Roma. Da una parte sostiene il Cattolicesimo "di estrema destra", quello dei conservatori estremi, dell'aristocrazia nera, delle pretese di discendenza dai Merovingi, della demonizzazione dell'Illuminismo, dell'odio verso ogni forma di modernità e via discorrendo. Dall'altra stigmatizza il Cattolicesimo "di estrema sinistra", quello imperniato sull'accoglienza ai migranti, sul sostegno al Terzo e al Quarto Mondo, sul pauperismo, etc. Se ci riflettiamo, per Raspail, il Cattolicesimo "di estrema destra" e il Cattolicesimo "di estrema sinistra" non sono affatto la stessa religione: sono due religioni diverse

L'istinto di conservazione e la sua fine 

Ecco un interessante brano, che mi accingo a riportare in questa sede. In esso, Raspail esplora con grande acutezza le reazioni della popolazione di fronte alla catastrofe, ravvisando significative differenze con quanto avveniva in passato. 

"Il popolo non muoverà mai un dito, né in un senso, né nell’altro. Non siamo più nel Medioevo, quando i servi sfruttati correvano a rifugiarsi dentro le mura del castello feudale, se i rintocchi della campana del mastio annunciavano l’arrivo di bande di saccheggiatori. Se gli uomini d’arme del padrone – chiedo scusa, del signore – erano troppo pochi, i proletari – chiedo scusa, i servi – accorrevano sugli spalti delle mura, mentre le loro donne si affaccendavano attorno ai calderoni in cui bolliva la pece. Al servizio del signore si viveva male, ma si viveva, mentre dopo il passaggio dei saccheggiatori si moriva semplicemente di fame. Marcel non è più stupido del servo medievale, suo avo. Ma il Mostro gli ha succhiato il cervello senza che lui se ne sia accorto. Contro i migranti del Gange, nuovi saccheggiatori della fortezza Occidente, Marcel non accorreva sugli spalti. Gli uomini d’arme dovranno cavarsela da soli, è il loro mestiere! E se indietreggeranno o fuggiranno, non sarà certo Marcel a dar loro man forte! I castelli della nostra epoca, con le mura d’acciaio e di cemento, i sotterranei pieni di viveri, i magazzini ricolmi di merci, le officine operose, i camminamenti e i ponti levatoi dal traffico intenso, le terre fertili e le torri d’oro e d’argento, Marcel li abbandonerà al saccheggio. Non sa più riflettere. L’hanno castrato, estirpandogli l’istinto di conservazione..." 

Di fronte alle provocazioni dell'autore, immagino che ancor oggi molti borbottino come pentole di fagioli. Poi bisogna vedere cosa resterebbe della politica e del suo linguaggio quando un terribile maglio dovesse abbattersi sull'incudine. 

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Nel 2002, l'editorialista Lionel Shriver descrisse il romanzo come "al tempo stesso lungimirante e spaventoso", certamente "razzista" ma "scritto con un'enorme energia verbale e passione". Shriver scrive che l'opera di Raspail "dà voce biliosa a un'emozione la cui espressione è sempre più tabù in Occidente, ma che non può che diventare più virulenta quando viene repressa: il feroce risentimento provato dalla maggioranza della popolazione quando tale status sembra minacciato"

William F. Buckley Jr. ha elogiato il libro nel 2004 come "un grande romanzo", avendo sollevato interrogativi su come rispondere all'immigrazione illegale di massa. Nel 2005, il conservatore Chilton Williamson ha elogiato il libro come "una delle opere di reazione letteraria più intransigenti del XX secolo"

Nel 2014, Mackubin Thomas Owens ha notato l'elogio di Buckley, osservando che "Raspail era avanti ai suoi tempi nel dimostrare che la civiltà occidentale aveva perso il suo senso di scopo e della Storia, il suo eccezionalismo." 
Alla stessa epoca risalgono ripetute dichiarazioni del notorio cospirazionista Steve Bannon, prima che diventasse consigliere strategico di Donald Trump. Eccole: 

«L’Europa centrale e poi quella occidentale e settentrionale sono quasi sottoposte a un'invasione del tipo "Campo dei Santi"»
(ottobre 2015) 

«In Europa tutta la questione ruota intorno all’immigrazione, ed è un problema mondiale ormai, questa specie di "Campo dei Santi" globale»
(gennaio 2016) 

«Quella a cui assistiamo non è una migrazione, è davvero un’invasione. Per me è il "Campo dei Santi"»
(gennaio 2016) 

Gli anni sono passati e l'Occidente non è ancora crollato, nonostante le molte criticità, segno che ad ispirare Steve Bannon in quegli anni era più che altro la paranoia. 

lunedì 20 giugno 2022

CACCIATORI DI PLESIOSAURI

Non ho ricordi chiari di ciò che mi è accaduto subito dopo la morte. So soltanto che a un certo punto ho preso coscienza del mio corpo di spirito, che doveva avere la forma di una specie di palla impalpabile fluttuante nell’aria. I sensi erano molto acuiti rispetto a quando ero in vita. Passavo per paesi e contrade, fiumi e campi coltivati, muovendomi senza che nessuno mi potesse notare.
Dopo un lungo vagabondare mi sono stancato dell’Inghilterra e ho attraversato il mare. Sono così giunto in Irlanda, nella città di Belfast. Era proprio come la ricordavo, gli anni non l’avevano mutata. Mi divertivo ad osservare la gente per le strade servendomi della mia posizione privilegiata. Potevo guardare persino sotto le gonne delle ragazze, ma la cosa per me non era importante, avendo perso ogni passione assieme al mio involucro biologico. Mi piaceva stare lì e mi ci sarei fermato a lungo. Tanto chi mi avrebbe potuto far fretta? Ero immune da ogni necessità, guidato solo da un’astratta curiosità, una specie di prurito epistemologico.
A un certo punto sono rimasto come di sasso. Ho visto Paul Newman. Che ci faceva lì? A parte il fatto che era morto da anni, lo vedevo in carne e ossa, ed era un uomo sui trent’anni. Diamine, forse era solo un sosia! Doveva essere così, ma qualcosa comunque non mi convinceva. Nel crepuscolo, Paul Newman camminava baldanzoso per Donegall Street. Incredibile. Mi sono messo in mente di seguirlo, ed eccolo entrare in un grandioso tempio indù dai colonnati di marmo bianco ingrigito da tempo. Al suo posto ricordavo l’Università. Da quando mi ero disincarnato, la memoria mi restituiva resoconti molto nitidi e privi di distorsione, non mi potevo sbagliare. Ho deciso allora di proseguire per Academy Street, arrivando fino ad una grande piazza al cui centro vi era un’edicola spagnolesca. La giovane donna che la gestiva era la magrissima e bionda Elena G., una mia compagna del liceo. A rigor di logica, quella piazza non avrebbe dovuto esistere.
Ho percorso la strada che mi restava per arrivare al mare in linea d’aria, attraversando gli edifici. Ogni volta che passavo all’interno di una casa, questa era vuota, come se in città non fosse rimasto quasi nessuno.
Quando sono arrivato allo sbocco del grande estuario del Lagan, l’ho costeggiato per un breve tratto. Qui sorgeva un grande campo di lavori forzati: numerosi galeotti vestiti interamente di jeans lavoravano nell’acqua, molti di loro erano incatenati a pilastri lignei tutti incrostati di cozze. Martellavano grosse pietre che affiorano dall’acqua. Altri condannati, impastoiati con catene che li legavano gli uni agli altri, cercavano di portare sulla spiaggia i frammenti di roccia servendosi di cesti sfondati. Al largo il mare diventava profondo.
Forse avrei fatto meglio a tornarmene in Inghilterra. Osservavo il pelo dell’acqua marina liscia come l’olio, quando a un certo punto ho udito un fischio acuto, come quello di una gigantesca pentola a pressione. Qualcosa si strava muovendo nella densa caligine, in lontananza. Determinato a veder meglio, mi sono diretto verso un molo e mi sono inoltrato sulla superficie delle acque, verso la fonte del rumore.
Scorgevo un piccolo oggetto scuro all’orizzonte, simile a un gioiello nero, che si stagliava con inattesa nitidezza tra le confuse forme di quel panorama dantesco. La luce innaturale di quella sorgente nera era come una fata morgana: nonostante mi stessi allontanando sempre più dalla terraferma, rimaneva sempre alla stessa distanza.
Dopo quello che mi è parso un tempo infinito, sono riuscito ad uscire dalla cappa nebbiosa che sembrava avvolgere il mondo. Quello che mi si è rivelato era l’oceano nel suo costante grigiore. Lo stesso cielo che si rifletteva nelle acque era grigio, anche se non c’erano nubi e si vedeva un piccolo sole pallido e biancastro, che a malapena riusciva ad confondere la sagoma della grande luna.
Una lunga barca di legno scuro che avanzava tra le onde ha attratto la mia attenzione proprio quando avevo preso la mia decisione di tornare verso la riva. A bordo c’erano alcuni uomini robusti che parlavano tra loro in un dialetto gaelico molto aspro, mai udito prima. Il loro comandante era albino e aveva occhi rossi come carboni ardenti. Somigliava un po’ a Klaus Kinski, il volto perennemente contratto in un ghigno di sfida, la lunga chioma madida di sudore che ricadeva sulle spalle, candida come neve. Era dotato di un poderoso arpione dalla lama frastagliata, simile a quelli usati dagli antichi balenieri, ma ben più micidiale. I suoi compagni impugnavano armi meno elaborate ma altrettanto letali.
Non mi risultava che appena fuori Belfast ci fossero marinai dediti alla caccia con l’arpione. Non riuscivo a comprendere il contesto. Quando mi sono avvicinato all’imbarcazione, le acque si sono agitate e l’albino ha scagliato la sua arma emettendo un urlo raggelante. Aveva colpito una gigantesca bestia proprio alla base del suo prodigioso collo, facendone schizzare un violento getto di sangue. Una volta recuperato l’arpione, si è messo a tirare con tutte le sue forze la spessa sagola legata al manico per mezzo di un anello di acciaio. Le vene erano in rilievo sulle sue tempie, come cordoni palpitanti, gli occhi infernali stravolti dal delirio. Gli altri uomini della spedizione si avventarono sui pingui fianchi dell’animale che ancora si dibatteva, lacerandolo a più riprese con le loro lame spietate. Solo allora ho capito senza possibilità di dubbio cos’era quella preda. Un plesiosauro!

Marco "Antares666" Moretti

mercoledì 8 giugno 2022

UN OSTROGOTO IN IDAHO

Al banchetto nuziale della Principessa Amalaswintha, il nobile Hathureiks aveva bevuto troppo idromele e a causa della sua intemperanza si sentiva gonfio. Chiese così al Re Thiudareiks il permesso di alzarsi dal tavolo per andare a soddisfare i suoi bisogni corporali. Il Grande Re glielo concesse, e così Hathureiks si alzò ed uscì barcollante dalla sala. Dalle finestre entravano refoli di vento. L’aria di Ravenna era fresca, e presto sarebbe calato il tramonto. Mentre si avviava verso le latrine, il nobile inciampò e cadde a terra. Quando si risvegliò, con un gran mal di testa, si accorse con sorpresa di non trovarsi più nella dimora del Re degli Ostrogoti, Thiudareiks, bensì in un pagliaio. L’aria era cambiata, ora aveva una punta di freddo particolarmente fastidiosa. Hathureiks si mise a sedere e si guardò attorno. Tutto ciò che i suoi occhi incontravano gli pareva fuori luogo e stonato. La sua vista fu attirata da un paio di stivali verdognoli, fatti di un materiale che non aveva mai visto in tutta la sua vita. Mentre si domandava che razza di scarpe fossero e chi diamine potesse mai averle fabbricate, cercò di mettersi in piedi. All’improvviso si accorse che il suo gonfiore era sparito, e che anzi aveva una fame terribile, come se tutto il cibo e le bevande che aveva ingurgitato alla festa fossero state già smaltite da molto tempo. Cosa disdicevole per un arimanno, aveva perso la spada, la daga e la cintura. La sua splendida tunica era ora ridotta a brandelli, e anche delle brache non rimaneva granché. Si avviò verso l’ingresso, quando ecco che intravide la sagoma di un uomo.
Hathureiks lo fissò, incuriosito. Si vedeva che era un agricoltore, anche se gli abiti erano di una foggia mai vista prima. Somigliavano solo vagamente ai costumi di un uomo libero dei Goti, nel senso che comprendevano calzoni e una veste affine a una camicia - che non proseguiva oltre la cintola. Poteva star certo che il visitatore non fosse un romano, ma non riusciva a trovare alcun criterio per classificarlo.
- Dannazione! - esclamò l’agricoltore allibito - E tu chi diavolo sei? In vita mia non ho mai visto un uomo come te!
- Manna im Gutthiudos, gabaurans fram kunja Amale. Namo mein Hathureiks - fu la risposta dell’ostrogoto. Entrambi provarono la stranissima sensazione di capire qualcosa di ciò che l’altro aveva detto, pur non afferrando appieno il senso compiuto di ogni parola.
- Ha-thoo-reeks? Uno strano nome! Da dove vieni? - chiese il contadino. Dopo una breve pausa cercò di presentarsi: - Io sono Bernard Faine, di Glenns Ferry, Idaho.
- Ik qam hidre us thiudangardja Thiudareikis Mikilins - affermò Hathureiks cercando di articolare i suoni il meglio possibile, ma l’uomo dell’Idaho non capì affatto la sua risposta. Rimase pensoso per un attimo, mentre osservava l’aspetto di chi aveva di fronte. Era molto alto e magro, di una bellezza insolita per un abitante della Contea di Elmore. Aveva i capelli biondi sciolti che gli arrivavano fino alla cintola, una folta barba dello stesso colore e occhi cerulei. Se fosse stato lavato e agghindato nel modo giusto, le ragazze del paese se lo sarebbero conteso di certo.
La prima cosa che venne in mente a Bernard Faine sulla possibile identità di quel vagabondo fu che si trattasse di una specie di tedesco. Se non fosse stato per la sua strana lingua e i suoi vestiti decisamente inusuali, avrebbe potuto benissimo essere un cantante folk venuto dal Sud e colpito da amnesia.
L’avrebbe portato dai suoi vicini Amish perché gli chiarissero qualcosa, ma al momento era più urgente aiutarlo. Non sembrava essere nel pieno delle sue forze. A questo punto arrivarono il figlio e la figlia di Faine, fiorenti di robusta gioventù. Rimasero basiti nel vedere l’ospite, anche se a causa della loro giovane età non avevano ancora formato pregiudizi troppo solidi. Decisi a comunicare si presentarono, prima lui e poi lei, come Johnny e Kathrine Faine.
Per un istante gli occhi di Hathureiks si illuminarono come il cielo primaverile nel sentirli parlare con il loro accento piano, forse perché gli parve di capire almeno in parte cosa i due stavano dicendo. Qualche parola, qualche fonema frammentario che dimostrava una remota origine comune in quelle stringhe parlate mutuamente incomprensibili. A volte l’ostrogoto trasecolava nell’identificare qualcosa di familiare in mezzo a suoni che sembravano venire da un universo alieno, altre volte invece gli pareva di udire echi dell’ignota lingua latina.
Si presentò a sua volta ai due rampolli, ripetendo la stessa frase che aveva pronunciato per la prima volta davanti all’anziano capofamiglia. Più guardava i tre e più si convinceva che la loro stirpe fosse in qualche modo imparentata con quella dei Goti.
Bernard Faine chiamò sua moglie Ann, che propose a Hathureiks di lasciarsi accompagnare nella fattoria. Lì avrebbe avuto un bagno caldo e sarebbe stato rifocillato. Lui si lasciò docilmente guidare. Quando si fu lavato, gli furono donati abiti nuovi. Non fu facile trovarne della sua misura: alla fine fu rivestito con un elegante completo lasciato alla signora Faine dal suo primo marito all’epoca del divorzio. Non era certo perfetto, ma perlomeno non presentava difficoltà insormontabili all’atto di abbottonare la camicia e di tirare la cerniera dei pantaloni.
A tavola, di fronte a una ciotola piena di latte e di fiocchi di cereali, Hathureiks pronunciò una parola. - Miluks - disse. Bernard Faine ebbe un’illuminazione ed articolò il corrispondente termine inglese. Milk.
La pronuncia della sillaba era oscura, come ormai in tutti gli Stati Uniti, e suonava quasi mook, ma una traccia di articolazione liquida fu sufficiente all’ostrogoto per capire che si trattava di una parola molto simile a quella usata nella sua lingua nativa.
- Millooks - disse a sua volta il capofamiglia, cercando di imitare Hathureiks. - Millooks, latte - ripeté subito dopo, entusiasta.
Kathrine portò in tavola una brocca piena d’acqua. Hathureiks indicò subito il recipiente: - Wato! Thata ist wato!
- Acqua! Questa è acqua! - gli fece eco con gioia il sorridente Bernard Faine, sempre più convinto di aver risolto ogni problema di comunicazione. Water. This is water. La somiglianza era innegabile. Si fece il segno della croce e recitò la consueta preghiera di benedizione, come faceva ogni volta che si accingevano a mangiare. Mentalmente ringraziò il Signore per avergli mandato quell’ospite. Con grande sorpresa di tutti, anche Hathureiks si segnò e recitò quello che sicuramente doveva essere il Padre Nostro nella sua lingua.
- Atta unsar, thu in himinam, weihnai namo thein, qimai thiudinassus theins, wairthai wilja theins, swe in himina jah ana airthai. Hlaif unsarana thana sinteinan gif uns himma daga, jah aflet uns thatei skulans sijaima, swaswe jah weis afletam thaim skulam unsaraim, jah ni briggais uns in fraistubnjai, ak lausei uns af thamma ubilin; unte theina ist thiudangardi jah mahts jah wulthus in aiwins. Amen.
L’ingenua idea che Bernard Faine si stava facendo ne ricevette un po’ un colpo, in quanto la preghiera, pur riconoscibile, si mostrava molto diversa dal corrispondente inglese. Non solo, anche se somigliava di più a quella degli Amish che lui aveva sentito tante volte dai vicini, era comunque lontana. Se la base era di certo uguale a quella dell’inglese e del Pennsylvania Dutch, molte parole erano impenetrabili, e non vi si trovavano affatto termini familiari, che avrebbero dovuto essere simili in tutte le lingue di origine europea. Mentre il capofamiglia meditava su queste cose, l’ostrogoto stava mangiando a quattro palmenti, come se non avesse ingurgitato niente da molti giorni.
Non c’era altra soluzione: era necessario imparare il più possibile da Hathureiks. Nel frattempo disse al figlio di andare a chiamare Amos Guth, che di certo lo avrebbe aiutato a comprendere meglio la situazione. A volte la tecnofobia degli Amish lo angustiava, perché rendeva tutto dannatamente più complicato.
Ora che aveva calmato i morsi della fame, Hathureiks stava impiegando tutte le sue migliori risorse mentali per capire cosa diavolo gli fosse capitato. Una cosa era certa, al di là di ogni dubbio possibile: quello non era il Paradiso promesso dalla Chiesa Ariana, e neppure il Walhalla di cui parlavano i miti pagani della sua gente. Non poteva esserlo. Anche se si stava meglio e più in salute, non vedeva né Wodans né Thunrs sedere sui loro troni, né tantomeno le Orde dei Caduti banchettare. C’era invece gente dall’apparenza comune, che non aveva nessuna caratteristica soprannaturale e non era fatta di puro spirito come angeli e beati. Siccome la ragione doveva in qualche modo essere dei pagani o dei cristiani, si deduceva che quel paese - che contraddiceva ogni racconto - era un paese della Terra degli Umani, popolato da mortali proprio come il paese dei Franchi o quello dei Burgundi. Prova ne era, tra l’altro, il fatto che i nativi avevano bisogno di pregare per ringraziare Dio del cibo.
Doveva esserci stato un grande vento che lo aveva portato oltre le Grandi Montagne, le Alpi, per farlo volare lontano e precipitarlo in una nazione di cui non avrebbe neanche sospettato l’esistenza. Oppure aveva rivissuto l’esperienza dei Sette Savi Dormienti. Si raccontava quella storia persino nella Gutiskandja che aveva visto l’albore dei Goti. Sette cristiani, per sfuggire alle terribili persecuzioni dell’Imperatore Decio, si erano rifugiati in una terra impervia fino ad asserragliarsi in una caverna. Quindi un sonno profondo li avrebbe avvolti facendoli dormire per secoli. Una volta svegli, questi cristiani avrebbero avuto la sorpresa di trovarsi in un mondo che era andato avanti di diversi secoli, un mondo in cui la Fede di Cristo non era più perseguitata con ferocia.
Questa era l’ipotesi che Hathureiks riteneva più probabile. Di certo Bernard Faine non era il dio Wodans, altrimenti sarebbe stato monocolo e non si sarebbe di certo segnato. Ma restava un interrogativo. Se i Sette Savi erano stati fatti dormire da Dio che li voleva salvi dalla furia imperiale, che merito poteva avere lui, un nobile della Corte di Thiudareiks a Ravenna, per essere caduto in uno stato così prodigioso?
Mentre ruminava inconcludenti considerazioni, suonò un campanello. Hathureiks si mise in guardia, perché non aveva mai sentito un suono simile in vita sua. Poi capì che doveva essere l’equivalente del bussare sui battenti o del chiamare a gran voce, perché la porta fu subito aperta. Johnny entrò insieme a un uomo vestito di nero, che salutò e fu fatto accomodare. Bernard Faine lo presentò all’ospite come Amos Guth. Al sentire il suono di quel cognome, Hathureiks fu colto da una grande gioia, perché si pronunciava quasi come il nome del popolo dei Goti.
- Isu thu manna Gutthiudos? Istu razda thein razda Gutne? - gli chiese, pieno di trepidazione, aspettandosi una risposta nella stessa lingua, un appiglio alla realtà conosciuta.
Vedendo che l’uomo vestito di nero era basito e non proseguiva, si presentò brevemente: - Ik im Hathureiks Austragutne, sunus Walareikis Amale.
In realtà la sintassi era molto diversa da quella del Pennsylvanian Dutch, a prescindere da tutto, e l’Amish non la riconobbe; allo stesso modo non riuscì a distinguere i nomi propri di persona e di popolo dai nomi comuni.
- Che razza di tedesco è mai questo? - riuscì infine a dire, pur convinto al pari dell’anziano Faine che quell’idioma fosse in qualche modo connesso alla vasta famiglia delle parlate anglosassoni e germaniche. La giovane Kathrine chiese all’ostrogoto di recitare il Padre Nostro. Così si segnò e iniziò a pregare. Hathureiks, un po’ annoiato, fece altrettanto nella lingua dei Goti.
Come ebbe udito ciò, ad Amos Guth venne un sospetto. Si ricordava vagamente di aver sentito qualcosa di simile in televisione, molti anni prima. Solo che non ricordava il contesto. Si segnò e recitò la preghiera nella sua lingua avita.
- Unser Vadder im Himmel, dei Naame loss heilich sei, dei Reich loss komme. Dei Wille loss gedu sei, uff die Erd wie im Himmel. Unser deeglich Brot gebb uns heit, un vergebb unser Schulde, wie mir die vergewwe wu uns schuldich sinn. Un fiehr uns net in die Versuchung, awwer hald uns vum Iewile. Fer dei is es Reich, die Graft, un die Hallichkeit in Ewichkeit. Amen.
Però, ci siamo quasi, anche se continuo a non capire, pensò Bernard Faine. Amos Guth notò subito la sostanziale identità di diverse radici: unsar, in himinam, namo, thein, qimai, wilja, e via discorrendo, di cui gli balzava all’attenzione la somiglianza ad Unser, im Himmel, Naame, dei, komme, Wille.
Hathureiks dal canto suo si convinse che questo Guth, pur portando il nome delle genti della Gutiskandja, fosse in realtà della stirpe dei Franchi. Gli ricordava vagamente la parlata della prima moglie del suo Sovrano.
All’improvviso l’Amish si ricordò dove aveva sentito la preghiera recitata da Hathureiks. Una decina di anni prima, mentre si trovava proprio dai Faine, non aveva saputo resistere alla tentazione di seguire un programma alla televisione. Era un documentario in bianco e nero, che mostrava lo scrittore John Ronald Reuel Tolkien in una singolare intervista. Prima di parlare al microfono, Tolkien si era segnato e aveva recitato proprio la stessa formula, anche se la pronuncia era un po’ diversa. Atta unsar... Conclusa la sua preghiera, intesa come esorcismo, l’autore del Signore degli Anelli aveva dichiarato senza mezzi termini che l’intero mondo tecnologico è Mordor, ossia l’Inferno. Questa posizione aveva trovato Guth perfettamente d’accordo. In seguito si era procurato i libri di Tolkien e li aveva letti con grande passione, ed aveva anche trovato traccia di quell’intervista. Aveva anche ritrovato i giornali della biblioteca che riportavano la notizia si diceva che l’esorcismo pronunciato contro i maligni poteri di un semplice microfono era il Padre Nostro in una lingua antica - anche se non ricordava più quale.
- Prendi subito il mio carretto e va’ da mia moglie! Dille che non sarò a casa per pranzo! - chiese a Johnny Faine. Quello che aveva scoperto era troppo importante.
Bernard capì all’istante, così portò in soggiorno un proiettore collegato ad un sofisticato lettore cd e al suo pc. Si mise alla testiera, pronto a registrare ogni output.
Dopo due ore tutti erano ancora lì, con gli occhi sgranati davanti allo schermo.
- Hunds! - disse Hathureiks indicando la figura di un cane. Tutti capirono che la parola dog gli era del tutto sconosciuta, ma riconobbero nel vocabolo da lui indicato il termine inglese hound, usato come lemma tecnico per indicare il segugio.
Quando tutti furono abbastanza pratici dell’altrui lessico di base, cominciarono a sorgere problemi. Amos Guth si rese conto che Hathureiks non poteva capire nessuna parola della lingua dotta, e i corrispondenti che forniva di fronte alle immagini proiettate erano del tutto dissimili. Quando comparve un altare, lui lo definì hunslastaths, mentre l’inglese altar gli suonava una parola aliena. Anziché un equivalente di sacrifice, usava la parola hunsl.
Tutta una serie di parole non gli evocavano assolutamente nulla, anche se qualche volta gli pareva di aver già sentito qualcosa che vi poteva somigliare. I suoi pensieri si arrestarono tutti di colpo quando udì il termine philosophy: non era forse quella Philosophia di cui il precettore Boethius aveva invocato così a lungo la consolazione? Ricordava sempre con affetto quell’uomo di immensa sapienza, così pensò bene di pronunciarne il nome, come per una sorta di associazione freudiana.
- Sebereinus Boethius! - disse. A Guth cadde il telecomando di mano. L’intera faccenda stava sfuggendogli di mano. Questo era decisamente troppo anche per lui.
- Ni kann ik hwat’ist filausaufja, ni thatohun hwat’ist, ak gaman ik thatei Boethius sinteino mathlida bi thizai waiht du alamannam, rodjands razda sildaleika.
Bernard Faine, che si era premunito di un registratore, riuscì a immortalare in un file mp3 quanto detto da Hathureiks. Presto la frase fu tradotta. Tramite la ricerca nella Rete, era stato trovato un dizionario i cui vocaboli collimavano con quelli raccolti. La lingua era etichettata come Gotico, ed era indicata come l’idioma usato da Wulfila per la sua famosa traduzione della Bibbia. L’ostrogoto aveva detto di non sapere cosa fosse la filosofia, di non averne la minima idea, ma di ricordare che Boethius ne parlava sempre a tutti, usando una lingua meravigliosa - e si suppone non comprensibile ai suoi ascoltatori.
Ma com’era possibile tutto questo? Non aveva il benché minimo senso, e su questo sia Faine che Guth concordavano. Non era possibile anche solo pensare che un uomo potesse essere prelevato dall’epoca dei Regni Barbarici e scaraventato nell’Idaho del XXI secolo. Il caso più simile sarebbe stato quello di John Titor, il crononauta che a quanto pare era venuto dal futuro di una linea temporale parallela. Se ne era parlato molto a lungo, senza mai poter arrivare a conclusioni certe. Eppure anche questa analogia sembrava forzata, dal momento che Hathureiks non era giunto dal futuro, bensì dal passato, e non era stato certo sbalzato dal suo cronotopo per mezzo di una qualche tecnologia.
Soltanto dopo una lunghissima discussione Bernard Faine riuscì ad averla vinta e a convincere Amos Guth della plausibilità della teoria del wormhole. Un cunicolo spontaneo si sarebbe formato come un ponte in grado di connettere due regioni molto distanti dello spaziotempo, e un evento estremamente improbabile era occorso: un essere umano ci era passato dentro senza averne alcun danno, riapparendo in un altro luogo e in un altro secolo. Sulla natura di questo cunicolo, regnava il buio concettuale più assoluto.
Una cosa era certa, quale che fosse l’origine di questo incidente cosmico: degli agricoltori di Glenns Ferry non potevano assolutamente gestirlo, pur con tutta la loro buona volontà e la loro istruzione autodidatta. Esisteva una sola alternativa: dovevano recarsi al più presto all’Università dell’Idaho, a Boise. Lì avrebbero potuto di certo sottoporre Hathureiks all’esame di ogni genere di luminari.
Bernard Faine telefonò a Julius Schulz, un suo cugino che lavorava al Dipartimento di Fisica, e gli descrisse in dettaglio la complessa situazione in cui si era venuto a trovare così all’improvviso. Decise che sarebbero partiti la mattina prima dell’alba con la sua macchina, in quanto un viaggio con il carretto di Guth non sarebbe stato auspicabile. Assieme a sua moglie Ann, preparò ogni cosa in fretta e furia. Un solo giorno non sarebbe bastato di certo, così prese con sé un po’ di soldi.
Quando arrivarono al campus, Julius Schulz era già lì ad attenderli, pieno di trepidazione per l’eccezionalità della scoperta che gli avevano comunicato.
- Salve Julius! - lo salutarono. Lui rispose al saluto e strinse loro la mano.
- Questo è Hathureiks l’Ostrogoto! - disse Amos Guth presentando il viaggiatore nel tempo. Era davvero imponente e di una virile bellezza che lo facevano spiccare tra molti uomini, e lo studioso dovette riconoscerlo. Per un attimo nella sua mente si agitò l’idea che Hathureiks rappresentasse un essere primordiale e incontaminato, e che dai suoi tempi l’intera umanità fosse molto degenerata. La consunzione genetica, pensò, per poi cacciare in un angolo del cervello questa locuzione.
- Hails! - disse con impeto Hathureiks. Strinse la mano di Schulz, anche se tra il suo popolo quello non era un saluto, bensì un modo di sancire un contratto. La rapidità con cui aveva imparato molte cose, tra cui l’uso delle forchette, era sorprendente. Pur capendo abbastanza bene l’inglese essenziale, aveva difficoltà ad articolarne i suoni sfuggenti e preferiva usare la lingua dei suoi Padri.
- Non avrei mai pensato di sentire pronunciare la lingua di Wulfila dalla viva voce di un suo parlante! - disse Julius Schulz. Quella singola parola, hails, gli faceva una strana impressione, come di sfasamento. Conosceva bene i Faine e i Guth, e sapeva che erano persone di onestà cristallina, così non gli era mai venuta neanche di striscio l’idea che la faccenda potesse essere un complicato imbroglio.
- Anche per noi è stata una sorpresa, di quelle che non possono che capitare una volta sola nel corso di una vita! - concordò l’Amish.
Bernard Faine propose di andare a mangiare qualcosa, e l’invito fu da tutti ben accolto. Julius Schulz li guidò alla mensa universitaria. Mentre mangiavano, discussero di innumerevoli dettagli. Ogni circostanza fu spiegata più volte con comodo davanti a una birra e a un hamburger, destando un’impressione sempre crescente nel membro del Dipartimento di Fisica. Pur avendo le idee ancora confuse, Bernard Faine fece vertere la conversazione sull’ipotesi del wormhole, chiedendo a suo cugino se un evento simile fosse possibile o se si trattasse di una mera farneticazione fantascientifica.
- In teoria un wormhole dovrebbe formarsi a causa del collasso di una stella supergigante - spiegò Schulz - Una stella con una massa talmente grande da impedire persino la formazione di un orizzonte degli eventi. Uhmm, mi aspetterei di trovarne uno in una regione dello spazio profondo, non certo qui sulla Terra.
Nonostante sempre più voci lo attaccassero nella comunità scientifica, il Principio della Censura Cosmica godeva ancora di un certo credito, e pochi fisici amavano discuterne in pubblico senza un intenso sentore di disagio. Per non parlare della teoria dei Molti Mondi, che era riprovata e tacciata di eresia dagli organi di controllo del pensiero accademico.
Eppure in un qualche modo questa anomalia, questo essere sconveniente, bisognerà pur spiegarlo, pensò il fisico depresso.
- Statemi a sentire - disse dopo una lunga pausa - Dobbiamo cominciare a sottoporre Hathureiks a tutta una serie di esami. Lo porteremo dai medici e dai biologi, che dovranno sottoporlo ad analisi del sangue, elettroencefalogramma e mappatura genetica approfondita. Posso far sì che al caso sia data la massima priorità.
Faine era ansioso di conoscere la verità. - Per noi non ci sono problemi - replicò - Spero che potremo restare al campus per tutto il tempo necessario.
- Certamente - lo rassicurò Julius Schulz - Siete miei ospiti. Dopo le analisi fisiologiche dovremo portarlo al dipartimento di Linguistica e poi a quello di Psicologia. Il soggetto sarà sottoposto a regressione ipnotica.
- Potremo consultare liberamente tutte le informazioni che saranno così ottenute, o sarà un segreto di Stato? - domandò Amos Guth. - Spero che non interverranno i Militari - aggiunse Bernard Faine, angosciato da una simile prospettiva. Più di una volta l’Esercito era intervenuto sottraendo ed occultando per sempre conoscenze che sarebbero state di diritto un patrimonio dell’umanità.
Lo studioso li rassicurò: - Vi posso garantire che avrete libero accesso a tutti i risultati delle analisi, e che l’Esercito non ne saprà nulla. Dopo aver fatto tutti questi studi, verrete da me insieme a Hathureiks al Dipartimento di Fisica. Farò venire anche un filosofo.
Fu così che il nobiluomo ostrogoto fu consegnato all’Università dell’Idaho per gli accertamenti. Ogni volta che finiva un esame e che i risultati venivano elaborati con la massima celerità, Faine e Guth ne venivano informati. Un universitario era stato incaricato da Julius Schulz di spiegare loro ogni cosa, pur senza scendere troppo in incomprensibili dettagli tecnici, in modo che non ci fosse nulla di nascosto.
Ogni test non fece altro che confermare l’origine di Hathureiks. Le tutte le sequenze del DNA mostravano compatibilità con quelle estratte dal materiale archeologico tramite le più moderne tecnologie. Non c’erano dubbi, quello era un membro della famiglia degli Amali, un consanguineo stretto di Thiudareiks, Teodorico il Grande. I marcatori genetici confermavano l’origine scandinava della dinastia. Il sistema immunologico dimostrava che non apparteneva agli ultimi secoli della Storia umana, e per impedire l’insorgere di malattie anche gravi a partire da banali incidenti gli furono iniettati molti sieri. Anche la tolleranza al fondo radioattivo era esigua: se non fossero intervenuti prontamente, sarebbe di certo morto di leucemia o di cancro nel giro di pochi mesi.
- Tu non sai il pericolo che stavi correndo, ragazzo biondo! - gli dicevano sempre i medici con simpatia. Ormai era un simbolo per l’Università, e tutti gli volevano bene. La sua incredibile mitezza contraddiceva tutti i luoghi comuni sui cosiddetti Barbari. Coloro che chiamavano vandali i devastatori e gli imbrattatori, si sarebbero di certo stupiti non poco nel sapere che un uomo così buono era un parente stretto proprio del popolo dei Vandali.
Quando Hathureiks passò al Dipartimento di Psicologia, divenne presto una miniera di informazioni. Tutto ciò che diceva in stato di ipnosi era accuratamente registrato su supporto digitale, trascritto e inviato a una moltitudine di studiosi. Ne emersero l’intera versione della Bibbia di Wulfila, una quindicina di poemi epici pagani del tutto sconosciuti, che parlavano delle origini dei Goti e delle mitiche imprese dei loro sovrani, più un centinaio di bellissime poesie. Alcune erano struggenti, come il Canto di Berigs, altre erano resoconti di battaglie e di antichi massacri.
Il tempo passò. Ci furono poche novità, a parte le telefonate furibonde di Ann Faine che reclamava suo marito, spalleggiata dalla famiglia Guth. Hathureiks in quei giorni era felice come mai era stato nella sua vita passata, e si divertiva a giocare a football americano nella squadra universitaria. Dicevano che sarebbe diventato un campione di importanza mondiale, in quanto senza bisogno di doparsi conseguiva ottimi risultati e ci metteva un immenso entusiasmo. A dispetto della sua fisionomia segaligna, aveva una grande forza, superiore alla media. Era un eccezionale compagno di banchetti per gli studenti. Quando scoprì il whiskey divenne subito un suo fervido estimatore, dichiarando che nemmeno la bevanda più fine servita alla Corte di Thiudareiks poteva competere con quel potente liquore nato dal fuoco. I suoi successi con le donne erano già leggendari dopo una settimana. Ogni notte andava a trovare due o tre ragazze diverse, una dopo l’altra. Si fece la reputazione di uno stallone instancabile, di un amante che tutte si sarebbero contese anche a costo di usare le unghie.
Quando Bernard Faine ed Amos Guth furono convocati nell’Aula Magna, vi trovarono una rappresentanza dell’intermo ambiente accademico di Boise. Professori insigni erano giunti dalla California salendo sul primo aereo.
- Ragazzi, voi diventerete famosi! - disse loro Julius Schulz - Hathureiks è giunto qui da un cronotopo del tutto diverso, e con il suo prezioso contributo ha fatto progredire incomparabilmente molte scienze.
- Immagino che per questo non potrete ridarcelo - azzardò Amos Guth.
- Dobbiamo mandarlo all’Università della California, e credo che vorranno fargli fare il giro del mondo - rispose il fisico - Se resterà tempo.
- Come sarebbe a dire se resterà tempo? - chiese Bernard Faine.
- Quando i Professori avranno finito il loro discorso, venite nel mio ufficio al Dipartimento di Fisica, così vi spiegherò in dettaglio cosa ho scoperto - disse suo cugino, con tono sibillino. I due ebbero uno strano presentimento, ma non dissero nulla. Il discorso, ampolloso e contorto, durò più di un’ora. La cerimonia terminò con abbracci e baci accademici. Sia a Bernard Faine che ad Amos Guth fu conferita una laurea honoris causa in Lingue e Letterature Straniere.
Verso sera si recarono da Schulz. Questi li accolse con aria grave e li fece entrare. La sensazione che qualcosa non andasse si intensificò.
Si accomodarono, e il fisico chiese loro se volevano un bourbon. Consapevoli della gravità della situazione e prevedendo una seduta difficile, entrambi accettarono con piacere.
- Nessuno sembra averci pensato - esordì Julius Schulz - In qualsiasi modo Hathureiks sia giunto fin qui dal suo tempo di origine, ora è nel nostro Universo un elemento estraneo. I bilanci di massa-energia non tornano più per causa sua. Può sembrare una cosa insignificante la presenza di un uomo in più in un cosmo tanto vasto, ma qui si viene a toccare la quantistica.
- Temo di non avere nozioni sufficienti per capire argomenti tanto difficili - disse Faine - Figuriamoci poi il mio amico, che notoriamente condanna il mondo moderno, vivendo come nel XVIII secolo.
- Cercherò di spiegarmi in termini più semplici - lo tranquillizzò Schulz - Immagina che tutto l’Universo sia una nuvola composta da innumerevoli goccioline microscopiche. Queste goccioline formano strutture confuse che sono tutte governate però da leggi ferree che non ammettono eccezioni. Che non devono ammetterne.
- In altre parole - disse Amos Guth - Stai parlando di un Disegno Intelligente. Pensavo che voi scienziati negaste Dio.
- Mettiamola così - rispose lo studioso - Nell’ordine che governa il cosmo, tutto è stabilito dai numeri. Se pensi che sia Dio la causa di ciò, per me va benissimo, non è questo il problema. Il problema è che questi numeri, sono etichette che descrivono le goccioline di cui stiamo parlando. Ognuna ha determinati numeri che la distinguono. Il punto è che tutti questi numeri sono tra loro legati. Se ne cambia uno, devono cambiare anche tutti gli altri, all’istante. Cosa accade ora se anche una singola gocciolina che non appartiene all’Universo vi capita dentro per sbaglio? Se una regola che non ammette eccezioni viene difatto violata? Ci sono due soluzioni soltanto. O la gocciolina estranea si dissolve sparendo nel nulla, o viene intaccata e decade l’intera struttura dell’Universo!
Faine era perplesso. - Continuo a non capire - borbottò. In realtà un guizzo una specie di campanello di allarme stava suonando all’impazzata nel suo cranio.
Julius Schulz continuò la sua esposizione.
- Il filosofo Philip Kindred Stein mi ha dato la conferma di tutte le mie deduzioni, gli sembra tutto plausibile. Hathureiks è una chimera, un masso erratico caduto qui da un regno che per quanto ci riguarda dovrebbe appartenere alla non-esistenza, in quanto assolutamente separato dalla struttura olografica del nostro Continuum. Nel migliore dei casi, l’ostrogoto comincerà ad ammalarsi e si disgregherà fino a cadere in polvere e a svanire. Se questo non accadrà, tutto ciò che vediamo sarà condannato. Tutto. Noi, l’intero pianeta, il sistema solare, la nostra galassia, tutto ciò che esiste fin oltre gli oggetti quasi stellari più remoti. Non ci sarà scampo, l’opera che i religiosi pensano essere di Dio sarà corrotta e diverrà un tremolio nel Nulla per poi tacere in eterno.
- Questo Universo potrebbe non avere difese immunitarie sufficienti, potrebbe cadere in trappola - proseguì - Guai se la struttura di Hathureiks fosse stata incorporata nell’Ologramma. Quanto vengo a sapere è molto preoccupante. Mi risulta che abbia amato molte ragazze, e qualcuna di loro potrebbe portare il suo seme nel ventre.
Un terrore abissale si dipinse sui volti di Faine e del suo amico.
- Credo che adesso dovremmo andare da lui e stargli vicini - disse Amos Guth alzandosi dalla sedia. Mentre si avviava alla porta insieme a Bernard Faine, l’occhio gli cadde su un quadro appeso alla parete. Una riproduzione del Violinista di Chagall. Un pezzo di cornice era stato smangiato, come se dei grossi tarli lo avessero rosicchiato. Trasecolando, l’Amish si avvicinò al dipinto, notando la natura frattale di quello sfregio.

Marco "Antares666" Moretti