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sabato 30 marzo 2024


PARIS QUI DORT

Titolo originale: Paris qui dort
AKA: Le Rayon de la mort 
Titolo in italiano: Parigi che dorme
Lingua originale: Film muto
Paese di produzione: Francia
Anno: 1925
Durata: 35 min (versione ridotta) 
      67 min (versione restaurata)
Dati tecnici: B/N
Audio: Film muto 
Rapporto: 1,33:1 
Tipologia: Mediometraggio
Genere: Fantastico, fantascienza
Tematiche: Scienziati pazzi, natura del tempo 
Influenze: Dadaismo, surrealismo 
Regia: René Clair
Soggetto: René Clair
Sceneggiatura: René Clair 
   (rielaborazione dell'originale Le rayon magique)
Produttore: Henry Diamant-Berger
Società di distribuzione: Tamasa Distribution 
Distribuzione in italiano: Medusa Film 
Fotografia: Maurice Desfassiaux e Paul Guichard
Montaggio: René Clair
Musiche: Jean Wiener
Scenografia: André Foy
Costumi: Claude Autant-Lara
Interpreti e personaggi:
    Henri Rollan: Albert
    Charles Martinelli: Lo scienziato pazzo
    Louis Pré Fils: L'Ispettore 
    Albert Préjean: Il pilota
    Madeleine Rodrigue: Hesta, una passeggera
    Myla Seller: Nipote dello scienziato
    Antoine Stacquet: Il miliardario
    Marcel Vallée: Il ladro 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Paris Asleep 
      AKA: The Crazy Ray
   Tedesco: Paris schläft
   Fiammingo: Slapend Parijs 
   Spagnolo (Spagna): Paris que duerme 
   Ungherese: Az alvó Párizs 
   Polacco: Paryż śpi 
   Russo: Париж уснул 
   Rumeno: Parisul adormit sau raza invizibila 

Trama: 
Albert, il guardiano notturno della Torre Eiffel, si sveglia e trova Parigi congelata nel tempo: tutti gli abitanti dormono o sono paralizzati nelle stesse posizioni in cui si trovavano alle 3:25 del mattino. Vagando per le strade, trova infine altre cinque persone che, arrivate in aereo durante la notte, devono essersi salvate perché, come lui, si trovavano in una posizione elevata.
Inizialmente, godendosi la generale calma che permette loro di fare festa in un cabaret di Montmartre o di rubare tutto ciò che desiderano, inclusa la Gioconda; ben presto però si annoiano e iniziano a litigare. Trascorrono gran parte del tempo nella Torre Eiffel, che sembra loro più sicura.
Dopo quattro giorni di questa vita, sentono una voce alla radio che chiede aiuto. Recatisi all'indirizzo indicato dalla voce, trovano la nipote di uno scienziato pazzo che ha paralizzato il mondo con un raggio. Costringono lo scienziato a riprendere i suoi calcoli per restituire la vita ai parigini e, probabilmente, al mondo intero.
La vita riprende poi il suo corso, a tal punto che nessuno, tranne loro, è consapevole del fatto che tutto si sia fermato. I cinque viaggiatori, il guardiano della torre e la nipote dello scienziato vengono persino ricoverati brevemente in un manicomio, poiché nessuno crede alle loro storie (era una prassi triste e assai comune all'epoca). Nel frattempo, lo scienziato pazzo spiega a un collega come ha bloccato ogni movimento con la sua macchina.
Il mondo alla fine scopre cosa è successo e cerca di recuperare il tempo perduto vivendo più intensamente di prima, dedicandosi a immensi bagordi orgiastici! La nipote dello scienziato ritrova il guardiano della torre e inizia una storia d'amore con lui in cima, con vista sulla capitale. Con un po' di fantasia, posso immaginare il seguito: lei si fa iniettare nel ventre litri di materiale genetico!


Recensione: 
Il film, di chiara ispirazione positivista, dal punto di vista tecnico è un catalogo di tecniche cinematografiche dell'epoca, tra cui l'uso di ralenti, accelerazioni e fermi immagine per rappresentare la stasi. Nonostante l'impianto fantascientifico, il tono è giocoso e dissacrante, focalizzato sulle avventure di un gruppo di risvegliati nella città fantasma. Il regista riflette sul desiderio di libertà, l'avversione per le ricchezze e critica la società moderna, offrendo uno sguardo poetico e visionario, senza mai abbandonare il suo radicale ottimismo, la sua fede assoluta nelle magnifiche sorti e progressive. Nonostante il tema fantascientifico, la pellicola mantiene una leggerezza da commedia, quasi surreale e satirica. La libertà totale dei protagonisti in una Parigi paralizzata permette situazioni ironiche che mettono a nudo i desideri e le debolezze umane. Paris qui dort è considerato un piccolo capolavoro d'avanguardia, fondamentale per la storia del cinema, che segna il passaggio del cinema francese verso una dimensione più poetica e tecnica, influenzando generazioni di registi successivi. Naturalmente, un essere lucifugo e zombesco come me non può davvero apprezzare qualcosa di tanto ammorbante. 


Il Paradosso del Tempo Fermo

Le persone sorprese dal raggio malefico piombano all'istante in una condizione più simile all'ibernazione che al sonno. I loro corpi si irrigidiscono e restano così, pietrificati nelle posizioni più improbabili. Un sonno che fa sprofondare nel Nulla, nel vuoto quantistico che le genti chiamano "inesistenza": uno stato che è davvero imago mortis
Spero che mi si perdonerà se il linguaggio non è troppo rigoroso. Il tempo non si potrebbe fermare, lasciando indenni dal blocco poche persone. Il punto nevralgico che rende Paris qui dort una fantasia scientificamente impossibile è la fisica della realtà. La freccia termodinamica e l'entropia non consentono simili anomalie. Il concetto di fermare il tempo solo per alcuni è un paradosso termodinamico insormontabile. Se il tempo si fermasse davvero per il resto del mondo, i protagonisti si scontrerebbero con problemi letali in frazioni di secondo. Fermare il tempo significa azzerare i processi termodinamici. Se il mondo si pietrifica in un istante, si ha la cessazione dei processi molecolari e della propagazione del calore. Se la freccia del tempo è ferma, i fotoni non si muovono, non possono compiere alcuna traiettoria - anzi, non possono essere emessi né assorbiti: sarebbero come frecce sospese a mezz'aria, impossibili da spostare. I protagonisti sarebbero ciechi, dato che la luce non raggiungerebbe la retina; inoltre non potrebbero respirare, dato che le molecole d'aria sarebbero come muri di cemento armato immobili, impossibili da inalare. C'è anche di peggio. In un mondo perfettamente fermo, la velocità del tempo è zero. Per compiere una qualsiasi azione in un istante a tempo zero, bisognerebbe muoversi a una velocità infinita. Tuttavia, come ci insegna Einstein, man mano che un oggetto con massa accelera verso la velocità della luce, la sua massa tende all'infinito. Muoversi a velocità infinita, o compiere un lavoro in tempo nullo, richiede energia infinita. Per muovere un oggetto, dobbiamo spingerlo contro la resistenza dell'aria o interagire con le sue molecole. Se tutto è congelato, le molecole non vibrano, l'aria non fluisce e i legami molecolari sono statici. Spostare un oggetto significherebbe forzare la materia a sbloccarsi, un'azione che richiede un'energia potenzialmente infinita. La stasi assoluta non può essere superata. 
L'idea del tempo fermato ritorna nella celeberrima serie televisiva Ai confini della realtà (The Twilight Zone), nell'episodio Un po' di pace (A Little Peace and Quiet, 1985), diretto da Wes Craven. Una casalinga biondiccia, distrutta dal rumore e dal comportamento ossessivo dei figli e del marito, trova un ciondolo che la rende capace di bloccare il tempo a comando, per tutto l'universo tranne che per lei. Alla fine il dono si rivelerà una spaventosa trappola. Anche se manca la figura dello scienziato pazzo, non c'è dubbio che Craven ha tratto la sua ispirazione proprio dall'opera di Clair. 


Critica 

Giovanna Grignaffini (René Clair, pagg. 25-28) ha scritto:

"Paris qui dort si presenta come un vero e proprio repertorio di tecniche e procedimenti cinematografici, la stasi e il movimento, il rallentato, l'accelerato, l'inversione. Una specie di manifesto catalogo di tutte le possibili regole grammaticali e sintattiche che il cinema, svincolato dalla letteratura e dal teatro, poteva utilizzare." 

Bruno Lattanzi e Fabio De Angelis hanno scritto su Fantafilm:

"Il raggio dallo straordinario potere può essere considerato una metafora della capacità propria del cinema di inventare e rielaborare la realtà." 

Cineforum Fantafilm

Il film di René Clair è stato proiettato al Cineforum Fantafilm dell'amico Andrea "Jarok" Vaccaro il 9 novembre 2009, assieme a un altro film dello stesso regista: Accadde domani (It Happened Tomorrow, 1944). Riporto in questa sede quanto ha scritto l'amico Emanuele Manco.


"Erano tempi diversi, quelli in cui il fantastico poteva insinuarsi in una commedia, fornendo spunti narrativi capaci di intrattenere senza i produttori temessero per l'esito commerciale del film. Basti pensare al forse già citato, e più famoso, Ho sposato una strega, oppure a La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Clair nel suo percorso di autore ha semplicemente affrontato diverse tematiche, trovando di volta in volta il modo migliore di raccontarle, anche in modo non realistico. Il suo percorso infatti era cominciato nel 1923 con film molto più smaccatamente fantastico: Paris Qui Dort.
Al risveglio il custode della torre Eiffel scopre ai suoi piedi la città “addormentata”. Sconcertato, percorre le vie di una Parigi completamente immobile. Oltre all’uomo, anche alcuni viaggiatori giunti in aereo durante la notte sono sfuggiti al sortilegio che ha paralizzato l’intera metropoli: uno scienziato pazzo ha inventato una macchina in grado di far sprofondare il mondo in una totale letargia.
Alla sua prima prova Clair ha in nuce alcuni elementi che caratterizzeranno le sue opere successive, dall'eleganza visiva, qui mista a capacità visionaria e gusto per il fantastico, all'equilibrio con il quale riesce a gestire i toni della commedia, oltre che l'amore smisurato per la sua città di origine.
Brillanti gli “effetti speciali”, considerata l'epoca. Spettacolare la scalata della Torre Eiffel da parte del protagonista." 

giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco"


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni. 

lunedì 8 maggio 2023

 
SOGNI 
 
Titolo originale: Yume (
Titolo in inglese: Dreams 
Lingua originale
: Giapponese, Francese, Inglese
Paese di produzione
: Giappone
Anno
: 1990
Durata
: 119 min
Rapporto
: 1,85:1
Genere
: Surreale, drammatico, biografico 
Tipologia: Film a segmenti  
Regia
: Akira Kurosawa 
Collaborazione alla regia: Ishirō Honda (non accreditato)   
Soggetto
: Akira Kurosawa
Sceneggiatura
: Akira Kurosawa
Produttore
: Seikichi Iizumi, Yasuo "Mike" Inoue,
     Hisao Kurosawa, 
Allan H. Liebert
Produttore esecutivo: Steven Spielberg
Casa di produzione
: Warner Bros. Pictures,
      Akira Kurosawa 
USA
Distribuzione in italiano: Warner Bros. Italia,
     Warner Home 
Video
Fotografia: Kazutami Hara, Takao Saitō, Masaharu Ueda
Montaggio
: Tome Minami
Effetti speciali
: Mark Sullivan, Peter Takeuchi,
     Michael Meier
Musiche
: Shinichirô Ikebe
Scenografia
: Yoshirō Muraki, Akira Sakuragi
Costumi
: Emi Wada
Trucco
: Tameyuki Aimi, Yumiko Fujii, Yamada Katsura, 
     Sakai Nakao, Norio Sano, Shoshichiro Ueda 
Interpreti e personaggi: 
    Akira Terao: "Io" *
    Mitsuko Baishō: La madre
    Toshie Negishi: Madre con bambino
    Mieko Harada: La Donna della Neve 
    Misato Tate: La Fata del Pesco 
    Mitsunori Isaki: "Io" adolescente
    Toshihiko Nakano: "Io" bambino
    Yoshitaka Zushi: Soldato Noguchi
    Hisashi Igawa: Ingegnere nucleare
    Chōsuke Ikariya: Il demone piangente
    Chishū Ryū: Vecchio uomo
    Martin Scorsese: Vincent van Gogh
    Mieko Suzuki: Sorella di "Io" 
    Masayuki Yui: Scalatore 
    Sakae Kimura: Scalatore 
    Shu Nakajima: Scalatore 
    Tessho Yamashita: Secondo luogotenente 
    Catherine Cadou: Donna nei campi
   * Nella versione inglese è "I": è proprio il pronome  
   di prima persona singolare, che si riferisce al regista.
Doppiatori italiani:
    Luca Biagini: "Io"
    Franco Zucca: Ingegnere nucleare
    Gianni Musy: Il demone piangente
    Sandro Sardone: Vecchio uomo
    Dario Penne: Vincent van Gogh 
Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: Akira Kurosawas Träume 
   Francese: Rêves 
   Spagnolo: Los sueños de Akira Kurosawa 
   Portoghese: Sonhos de Akira Kurosawa 
   Svedese: Akira Kurosawas drömmar 
   Russo: Сны Акиры Куросавы 
   Polacco: Sny 
   Sloveno: Sanje 
   Serbo: Snovi 
   Ucraino: Сни 
   Lituano: Akiros Kurosavos sapnai 
   Ungherese: Álmok 
   Finnico: Kurosawan unet 
   Greco (moderno): Όνειρα 
   Rumeno: Vise 
   Turco: Düşler 
   Cinese (Mandarino): 梦 
Data di uscita: 10 maggio 1990 (Festival di Cannes) 
Budget: 12 milioni di dollari US 
Box office: 3 milioni di dollari US

Elenco degli segmenti: 
 1) Raggi di sole nella pioggia (日照り Hideri)
 2) Il pescheto (桃畑 Momobata) 
 3) La tormenta (雪あらし Yuki Arashi)
 4) Il tunnel (トンネル Tonneru)
 5) Corvi (鴉 Karasu)
 6) Fuji in rosso (赤富士 Akafuji)
 7) Il demone che piange (地獄 Jigoku)
 8) Il villaggio dei mulini (水車のある村 Suisha no aru mura
Nota: 
Il sesto segmento è intitolato Fujiama in rosso nell'edizione italiana in VHS della Warner. 

Titoli in inglese: 
  1) Sunshine Throug the Rain
  2) The Peach Orchard 
  3) The Blizzard 
  4) The Tunnel 
  5) Crows 
  6) Mount Fuji in Red 
  7) The Weeping Demon 
  8) The Village of the Water Mills 


Descrizione dei segmenti: 

1) Raggi di sole nella pioggia 
Una madre ordina al figlio di rimanere a casa durante un giorno in cui il sole splende attraverso la pioggia. Lo avverte che le Volpi (Kitsune) celebrano i loro matrimoni quando ci sono queste condizioni atmosferiche e non amano essere viste. Il ragazzino sfida la volontà materna: vaga in una foresta e assiste al lento corteo nuziale delle Volpi. Viene visto da loro e corre via, verso casa. Sua madre lo incontra sulla porta d'ingresso. Gli sbarra la strada e gli dice che una volpe adirata è passata di lì, lasciando dietro di sé un coltello (tantō). Gli consegna quindi l'arma, dicendogli che deve andare a implorare il perdono delle Volpi. Si rifiuterà di lasciarlo tornare a casa se non le obbedirà, aggiungendo che qualora la richiesta di perdono non verrà accolta, sarà tenuto a suicidarsi. Prendendo il coltello, il ragazzino si dirige verso le montagne, in cerca del luogo sotto l'arcobaleno dove si dice che si trovi la casa delle Volpi. 

2) Il pescheto 
Nel giorno primaverile della la Festa delle Bambole (雛祭り Hinamatsuri), un ragazzo vede in casa sua una bambina vestita di rosa. La segue fuori, dove un tempo sorgeva il frutteto di pesche della sua famiglia. Alcune bambole viventi gli appaiono sui pendii, rivelando di essere gli spiriti dei peschi. Poiché la famiglia del ragazzo ha abbattuto gli alberi del frutteto, le bambole lo rimproverano. Tuttavia, dopo aver capito che il ragazzo amava i fiori e non voleva che gli alberi venissero abbattuti, accettano di fargli dare un'ultima occhiata al frutteto com'era un tempo. Eseguono una danza melodica (越天楽 Etenraku), che fa riapparire gli i peschi in fiore. Il ragazzo vede la misteriosa bambina camminare nel frutteto-fantasma e le corre dietro, ma lei e gli alberi scompaiono improvvisamente. Il ragazzo cammina tristemente dove un tempo c'era i frutteto e alla fine scorge un singolo ramo in piena fioritura che spunta da un ceppo.

3) La tormenta 
Un gruppo di quattro alpinisti si arrampica su un sentiero di montagna durante una terribile bufera di neve. Nevica da tre giorni, senza sosta. Gli uomini ormai sono scoraggiati e pronti ad arrendersi. Uno dopo l'altro si fermano, cedendo alla neve e alla morte certa. Il capo si sforza di proseguire, ma anche lui si blocca nella neve. La Donna delle Nevi (雪女 Yuki-onna) appare dal nulla e cerca di convincere l'ultimo uomo cosciente ad abbandonarsi alla morte per ipotermia. Lui resiste, scrollandosi di dosso il torpore e non ascoltando le suppliche del demone femminile: scopre che la tempesta si è placata e che il loro accampamento è a pochi metri di distanza. 


4) Il tunnel 
Il comandante di una compagnia militare giapponese in congedo sta camminando lungo una strada deserta al tramonto, reduce dai combattimenti della Seconda Guerra Mondiale. Giunge fino a un grande tunnel pedonale in cemento, da cui emerge un cane anticarro che abbaia e ringhia. L'animale ha il ventre insanguinato. Il comandante procede per la sua strada, attraversa il tunnel buio e ne esce dall'altra parte. A questo punto si accorge di essere seguito dal fantasma (幽霊 yūrei) di uno dei suoi commilitoni, il soldato semplice Noguchi, morto tra le sue braccia per le gravi ferite riportate. Il volto di Noguchi appare bluastro e con gli occhi anneriti. Noguchi non sembra credere di essere morto. Indica una luce che emana da una casa su una montagna vicina, che identifica come la dimora dei suoi genitori. È affranto, sapendo di non poterli rivedere mai più, pur continuando a mostrare rispetto al comandante. Seguendo il desiderio del comandante di accettare il suo destino, Noguchi torna nel tunnel. 
L'intero plotone, guidato da un giovane tenente che brandisce la spada di un ufficiale, esce a passo di marcia dal tunnel, si ferma e presenta le armi, salutando il comandante. Tutti hanno il volto livido. Il comandante si sforza di dire loro che sono morti, uccisi in combattimento. Afferma di essere lui stesso il responsabile, per averli mandati in una battaglia inutile. I soldati rimangono in silenzio. Il comandante ordina loro di voltarsi e li saluta in segno di addio mentre rientrano nel tunnel. Crollando per il dolore, il comandante balza subito in piedi quando ricompare il cane anticarro, che è Garmr!

5) Corvi 
Uno studente d'arte si ritrova immerso nel mondo delle opere di Vincent van Gogh, dove incontra l'artista in un campo e conversa con lui. Il pittore olandese racconta che il suo orecchio sinistro gli aveva causato problemi durante un autoritratto, così se lo era tagliato. Lo studente perde le tracce dell'artista e viaggia attraverso diverse sue opere cercando di trovarlo, concludendo col famoso Campo di grano con corvi

6) Fuji in rosso 
Una grande centrale nucleare vicino al Monte Fuji è in criticità, ha iniziato a fondere. Il cielo è pieno di fumi rossi e milioni di cittadini giapponesi fuggono terrorizzati verso l'oceano. Alla fine, due uomini, una donna e i suoi due bambini piccoli vengono visti soli in riva al mare. L'uomo più anziano, in giacca e cravatta, spiega al più giovane che il resto della popolazione si è annegato nell'oceano. Poi afferma che i diversi colori delle nuvole sul paesaggio disseminato di rifiuti indicano diversi isotopi radioattivi: il rosso indica il Plutonio-239, che causa il cancro ("ne basta un decimilionesimo di grammo"); il giallo indica lo Stronzio-90, che causa la leucemia ("ti entra nelle ossa"); e il viola indica il Cesio-137, che causa malformazioni congenite ("le creature che nasceranno saranno tutte mostruose"). Poi sottolinea l'assurda futilità di codificare a colori gas così pericolosi. La donna, sentendo queste atroci descrizioni, indietreggia inorridita prima di maledire con rabbia i responsabili e le rassicurazioni sulla sicurezza che avevano dato prima del disastro. L'uomo in giacca e cravatta si mostra contrito, dicendo di essere in parte responsabile del disastro. L'altro uomo, vestito casual, osserva le nubi radioattive multicolori avanzare verso di loro. Quando si gira, vede la donna piangere: l'uomo in giacca e cravatta si è lanciato verso la morte. La folla non c'è più, ha scelto il suicidio tra le onde, come la credenza popolare vuole che facciano i lemming. Una nuvola di polvere rossa la coppia superstite, facendo indietreggiare la madre terrorizzata. L'uomo rimasto cerca di proteggere la donna e i suoi figli usando la giacca nel futile tentativo di allontanare le nubi radioattive.

7) Il demone che piange 
Un uomo si ritrova a vagare in un oscuro territorio montuoso, avvolto nella nebbia e desolato. Incontra una specie di demone (鬼 oni), che in realtà è un umano mutato con un solo corno in testa. Questo essere mostruoso spiega che un olocausto nucleare ha causato la scomparsa di piante e animali; dopo la catastrofe sono spuntati imponenti denti di leone più alti degli umani. Si sono diffusi animali deformi e alle persone sono cresciute le corna. Al tramonto, le corna causano i dolori del cancro; tuttavia, i mutanti non possono morire, quindi si limitano a urlare in agonia durante la notte. Molti di questi dannati erano miliardari e funzionari governativi, che ricoprivano ruoli apicali nella società, ma ora stanno soffrendo l'Inferno degno dei loro peccati, per tutta l'Eternità. Il demone intima all'uomo di fuggire. Quando l'uomo gli chiede dove dovrebbe andare, il demone chiede se vuole diventare come lui. L'uomo, inorridito, fugge dalla scena con il demone che lo insegue per dilaniarlo.

8) Il villaggio dei mulini 
Un uomo entra in un tranquillo villaggio attraversato da un ruscello, dove vede dei bambini deporre fiori su una grande pietra. Incontra un anziano saggio che sta riparando una ruota rotta di un mulino ad acqua. L'anziano informa il più giovane che gli abitanti chiamano  semplicemente quel luogo "il villaggio", mentre gli stranieri lo chiamano "il villaggio dei mulini ad acqua". Quando il più giovane chiede spiegazioni sulla mancanza di elettricità, l'anziano spiega che gli abitanti del villaggio hanno deciso molto tempo fa di abbandonare la tecnologia moderna; si lamenta poi delle comodità moderne e dell'inquinamento che contamina la Natura. 
Il giovane chiede all'anziano informazioni sulla pietra su cui i bambini stavano deponendo dei fiori. L'anziano gli racconta che, molto tempo fa, un viaggiatore malato morì in quel luogo. Gli abitanti del villaggio lo seppellirono lì e vi posero la pietra come lapide. Da allora, è diventata consuetudine nel villaggio portarvi fiori. I due sentono i suoni di un corteo funebre per un'anziana donna. Invece di piangere la sua morte, i partecipanti celebrano con gioia la fine serena della sua lunga vita. L'anziano si unisce al corteo e il giovane lascia dei fiori sulla pietra prima di andarsene dal villaggio.


Recensione: 
Ho particolarmente apprezzato la natura surreale e apocalittica di questa pellicola dai colori psichedelici, che ho avuto occasione di vedere quando è stata trasmessa alla televisione (non ricordo su quale canale), poi noleggiando diverse volte la videocassetta. Adesso tutto è a portata di click e questi problemi non ci sono più. 
Fortissimo è il messaggio ecologista veicolato in modo efficace. In particolare, questo è uno dei tre film del geniale Kurosawa che mettono in guardia dai tremendi pericoli insiti nell'uso dell'energia nucleare. Gli altri due sono Testimonianza di un essere vivente (生きものの記録 Ikimono no kiroku, 1955) e Rapsodia in agosto (八月の狂詩曲 Hachigatsu no kyōshikyoku, 1991). I segmenti "Fuji in rosso" e "Il demone che piange" possono essere considerati veementi manifesti contro il Potere dell'Atomo, simili a schegge ardenti il cui scopo è quello di traumatizzare, ferendo i neuroni e le sinapsi: sono concreti come il ferro, perché sbattono davanti agli occhi dello spettatore l'Inferno che si prepara, senza ricorrere a vani mezzi retorici. Contro la realtà dei fatti, le ideologie non possono nulla.  
La tecnofobia del regista giapponese è particolarmente evidente nel segmento "Il villaggio dei mulini", imperniato su un idilliaco rapporto tra una minuscola comunità e la Natura. Nemmeno un singolo meccanismo perturba la loro vita. Il mondo opprimente delle megalopoli è lontano anni luce, come se non appartenesse nemmeno allo stesso pianeta. Sembra di respirare un'atmosfera taoista, in cui il moribondo si abbandona, si prepara a dissolversi nell'Energia del Cosmo, perdendo per sempre la propria individualità. Il piccolo abitato ha l'aspetto di un estremo rifugio, eppure il visitatore alla fine lo rifugge, pensa che sia il caso di non turbarlo con la propria presenza. Queste sono le parole fortemente antimoderne e antiscientifiche che l'anziano gli aveva rivolto: 

"Quello che cerchiamo di fare è vivere in modo naturale, come del resto aveva sempre vissuto prima la gente. Oggi la gente si sta scordando il fatto che anche loro fanno parte della Natura come tutto il resto. Gli esseri umani devono la loro vita alla Natura, però la trattano senza nessuna considerazione: sono convinti di poter creare qualcosa di meglio, loro! Specialmente i signori scienziati: magari hanno delle intelligenze superiori, ma il male è che ignorano completamente quello che c'è nel profondo del cuore della Natura, e inventano solo cose che alla fine rendono la gente infelice, e sono orgogliosi delle loro invenzioni. E quello che è peggio è che la maggior parte della gente da grande valore a quelle invenzioni: e le considerano come se fossero dei miracoli, e adorano quelli che le hanno fatte, e non si rendono conto che quelle cose guastano la natura e di conseguenza anche loro alla fine saranno distrutti. Non occorrono gli scienziati per dirci che le cose più necessarie alla nostra vita son l'aria e l'acqua pulite, che producono per noi gli alberi e il verde. Però la gente continua ad avvelenare tutto, e a perdere tutto allegramente."  

Nel segmento "Il demone che piange", è denunciata la mostruosità del capitalismo, che in nome del profitto contamina e distrugge ogni cosa, lasciando solo terra bruciata. Questo dice il dannato, torturato da un rimorso perenne quanto vano:

"Quando ero un essere umano, avevo un'azienda di prodotti agricoli. Ricordo, quando i prezzi calavano, che facevo scaricare tonnellate di latte dentro il fiume. Facevo spiaccicare cipolle, patate, cavoli e frutta con i bulldozer. Che cosa insensata!"


Contenuti profetici

Il segmento "Fuji in rosso" ha preconizzato il disastro nucleare di Fukushima Dai-ichi, avvenuto nel 2011, ben 21 anni dopo l'uscita del visionario film di Kurosawa. 
Il Monte Fuji (富士山 Fuji-san), chiamato impropriamente Fujiyama, è un enorme vulcano alto 3.776 m, situato sull'isola di Honshū. Essendo tuttora attivo e capace di imponenti eruzioni, è temutissimo dalla popolazione nipponica - oltre che oggetto di un devoto culto Shintō. La decisione degli scienziati materialisti di costruire un'imponente centrale nucleare sulle sue pendici è doppiamente colpevole: 
1) Non tiene in alcun conto i problemi di sicurezza;
2) Viola la sacralità del luogo.
Quindi, secondo i dettami della religione ancestrale Shintō, l'opera è un sacrilegio e coloro che lo hanno reso possibile sono contaminati dalla Colpa Ontologica (穢れ kegare). Quello che accade è colpa loro e ricade su tutta la popolazione dell'Arcipelago, che ha accettato un simile abominio. 
Le stesse cose si possono dire a proposito di coloro che hanno costruito l'impianto di Fukushima Dai-ichi in una posizione estremamente fragile e critica, proprio in riva all'Oceano. In un Paese in cui i maremoti sono molto comuni, questa è stata la più sciagurata tra le scelte possibili! Il Giappone è piccolo, dice l'ingegnere nei momenti più allucinati del segmento "Fuji in rosso": non esiste un luogo in cui fuggire, in cui trovare un sicuro riparo, l'unica via che resta è affogare nelle acque marine. Questo può essere detto anche della Terra, un pianeta che è come un minuscolo grumo di polvere alla deriva nello spazio interstellare. Il genere umano si è riprodotto a dismisura, ha soffocato ogni cosa col suo brulicare e non c'è più speranza alcuna. Ora cosa si farà? 


L'Estremo Transito 

L'idea taoista e indifferenziata del segmento "Il villaggio dei mulini" è in nettissima contraddizione con l'angosciante realtà narrata nel segmento "Il tunnel", che si ispira alla cupissima visione dell'Oltretomba tipica dell'Occidente precristiano. Sequenza dopo sequenza ci immergiamo in quello che i Greci chiamavano Ade e che per i Vichinghi era Hel. Gli elementi ci sono tutti. I Morti sono autentiche larve, spettri che conservano soltanto una vaga forma di ciò che sono stati in vita, quando erano fatti di carne, ossa e sangue. Un predatore mostruoso dall'aspetto di cane feroce ha il compito di impedire alle ombre dei trapassati di ritornare nel mondo dei vivi. Non è possibile sfuggirgli. Si capisce che il soldato Noguchi voleva abbandonare gli Inferi, allucinando il vago lucore della sua casa natale. Segue l'eruzione del plotone, che viene rimandata da dove è venuta, con difficoltà. Tuttavia alla fine è proprio il comandante a rendersi conto di dover seguire lo stesso cammino dei suoi uomini! Non può essere ammesso alcun Ritornante nella Terra dei Vivi!  Kurosawa ha trovato in Occidente ciò che gli serviva per fabbricare questo potentissimo flusso di immagini contro la guerra. Ne espongono in modo radicale l'insensatezza! 


La Colpa Ontologica 

I primi due segmenti, "Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto", non sono stati capiti dalla critica occidentale, superficialissima e portata per natura a trascurare tutto ciò che non è interpretabile in chiave politica. Così tutto ciò che non è banale metafora o  litigiosa partigianeria viene liquidato come "folklore", senza alcuna possibilità di approfondimento. La Volpi (Kitsune) non sono ovviamente canidi fulvi come ci immaginiamo: sono Demoni. Il ragazzino che ha la sventura di vederle assume su di sé un peccato che non è connesso in modo lineare alla sua volontà e alla fantomatica proprietà del libero arbitrio (la disobbedienza consapevole). Egli vede le Volpi e questo atto gli trasmette la colpa; le Volpi, a causa di questa trasmissione, si adirano. La colpa sarebbe stata trasmessa anche a un viandante casuale, privo di qualunque intenzione. Così, nel segmento "Il pescheto", il bambino riesce tramite percorsi tortuosi ad espiare la colpa che ha ereditato in quanto figlio degli abbattitori del pescheto. Anche nel segmento "La tormenta" compare questo concetto ostico per un abitante del Bel Paese: la Donna delle Nevi è un demone che compare per colpa di chi la vede. Per il solo fatto di vederla e di udire le sue parole, lo scalatore commette qualcosa di male. Eppure riesce a liberarsi dalla maledizione, in un modo oscuro. Se ne accorge soltanto quando la neve sparisce ed avvista il campo. Non si sa bene perché questo succede. 


Produzione 

Kurosawa ebbe notevoli difficoltà a ottenere finanziamenti dagli studi cinematografici giapponesi, tra cui quello con cui lavorava di solito, Toho. Il regista attribuiva gran parte della colpa alla sua critica politica al programma nazionale di energia nucleare, che caratterizzava il suo film ed era considerata antipatriottica. Per fortuna non si diede per vinto e cercò aiuto negli States: inviò una copia della sua sceneggiatura a Steven Spielberg, che la apprezzò e contribuì a fargli ottenere un contratto tramite la Warner Bros, mentre George Lucas (già finanziatore di Kagemusha - L'ombra del guerriero), fece in modo che la sua società Industrial Light & Magic (ILM) fornisse gli effetti speciali al prezzo di costo. Il film è stato coprodotto dal figlio di Kurosawa, Hisao, e da suo nipote, Yasuo "Mike" Inoue. La costumista Emi Wada è stata aiutata dalla figlia di Kurosawa, Kazuko. 
Ishirō Honda è stato consulente creativo per il film. Negli anni si è diffusa l'idea infondata che Honda abbia diretto "Il tunnel" e per alcuni anche "Il demone che piange". In realtà, a quanto appare accertato, Kurosawa gli ha chiesto di istruire gli attori nel segmento "Il tunnel" su come marciare e tenere le loro pistole. Gli sembrava la persona più qualificata per farlo, data della sua esperienza nell'esercito. 


Van Gogh, Scorsese e i corvi

Martin Scorsese si prese una pausa dalle riprese di Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) per partecipare a Sogni, interpretando il ruolo di Vincent Van Gogh. Le sue scene furono girate in un solo giorno. A detta di Teruyo Nogami, il cineasta americano era estremamente nervoso per le troppe battute che gli erano state attribuite. In seguito, lo stesso Scorsese affermò di aver ricevuto molte istruzioni meticolose e di averle imparate a memoria anche se di solito faceva affidamento sulle sue capacità di recitazione. Akira Kurosawa era un fan di Vincent van Gogh; sia lui che sua moglie apprezzavano Le lettere a Theo dell'artista olandese e ritoccarono personalmente molte delle riproduzioni delle sue opere viste nella scena della mostra. Un anno prima delle riprese, la troupe aveva ripiantato un campo d'orzo con del grano per riprodurre "Campo di grano con corvi". Circa 100 corvi catturati dagli abitanti di Hokkaido furono tenuti in gabbie nascoste nel campo ai lati dell'inquadratura e liberati su comando di Scorsese. Secondo l'assistente alla regia Takashi Koizumi, la musica che notoriamente gli uccelli detestano veniva suonata per farli volare all'interno dell'inquadratura. Sono anche stati aggiunti digitalmente alcuni corvi fittizi. Tutto ciò è notevole, anche se ritengo che sia necessario evitare di infastidire i corvi, animali intelligentissimi, dotati di prodigiosa memoria e molto vendicativi. 
Nota: 
Spinto da una specie di precognizione, Kurosawa aveva immaginato che il ruolo di Vincent van Gogh sarebbe stato interpretato da Martin Scorsese quando scrisse il film per la prima volta, basandosi sul suo primo incontro con lui sette anni prima.


L'influsso atmoferico

Kurosawa dichiarò in un'occasione: "I tipi di tempo in ogni segmento creano l'atmosfera o hanno un significato simbolico, che si tratti della pioggia-arcobaleno in "Sole attraverso la pioggia" e del suo significato tradizionale basato sul folklore, oppure della tempesta di neve in "La tormenta" che rappresenta i momenti difficili della vita in cui bisogna perseverare per raggiungere il proprio obiettivo, delle raffiche di vento in "Fuji in rosso" che danno al segmento il tono del caos e della turbolenza, e infine del contrasto tra le pesanti nuvole di "Il demone che piange" e il sereno clima soleggiato di "Il villaggio dei mulini". A prima vista parrebbe che il cineasta nipponico, conoscendo la natura futile dei suoi intervistatori, abbia volutamente evitato di fare riflessioni troppo filosofiche e impegnate. Tuttavia, è risaputo che le genti del Sol Levante hanno una cura maniacale dei particolari paesaggistici: vivono in un mondo tutto loro, fatto di equilibri e di armonie sottilissime che noi facciamo molta fatica a cogliere. 

 
Segmenti cancellati 

In origine, il film di Kurosawa doveva essere composto da 11 segmenti, ridotti a 9 prima che le riprese iniziassero. Circa tre mesi dopo, anche il nono segmento fu abbandonato. Secondo la direttrice di produzione Teruyo Nogami, le ragioni di questa scelta sarebbero state di natura economica: si stimava che il nono segmento e le riprese in esterni negli Stati Uniti avrebbero avuto un costo di circa 3 milioni di dollari sui 14 milioni di dollari del budget del film (di cui ne sono stati usati 12). Una spesa giudicata insostenibile. Con buona pace della Nogami, penso che sia più plausibile una diversa spiegazione: siccome il film dura due ore già con otto episodi, la sua lunghezza sarebbe stata eccessiva realizzandone anche soltanto uno in più. 
Ecco la sommaria descrizione dei tre segmenti cancellati: 
1) Il protagonista vola assieme a un angelo, sfrecciando attraverso il cielo e lo spazio. La realizzazione delle scene di volo, troppo difficile con i mezzi tecnologici dell'epoca, avrebbe avuto costi proibitivi.
2) Una divinità del Buddhismo giapponese punisce i bonzi di un importante tempio di Kyoto a causa della loro protesta per le tasse troppo alte. La tematica dei bonzi avidi e corrotti ritornerà in Madadayo - Il compleanno (1993), facendomi sospettare che il regista fosse un discendente dei Kirishitan, i cristiani perseguitati durante l'Epoca Edo. A quanto pare, il regista fu convinto a non realizzare il segmenti perché gli fu detto che al mondo non interessava nulla della situazione dei templi di Kyoto e delle rogne dei bonzi!  
3) Mentre "Io" fa colazione in un hotel straniero, una trasmissione televisiva annuncia la fine di tutte le guerre. Il genere umano è riuscito a scongiurare la catastrofe nucleare. Irrompe la Pace e tutti gettano via le armi, urlando di gioia. Il titolo in inglese doveva essere "A Wonderful Dream"In una mossa simile alla scena della rottura della quarta parete di un altro film del regista, Una meravigliosa domenica (素晴らしき日曜日 Subarashiki nichiyobi1947), il pubblico nel finale doveva essere invitato a unirsi agli applausi.

Un sorprendente caso di effetto Dunning-Kruger 

Con mio grande stupore, mi sono imbattuto in un blog che rinomina quasi tutti i segmenti del film di Kurosawa in un modo completamente arbitrario, di pura invenzione; soltanto due sono uguali all'originale. Ecco l'elenco:

1) Le nozze delle volpi
2) Il pescheto
3) La tormenta e la speranza
4) La follia della guerra
5) La sindrome di Stendhal
6) Premonizioni
7) Demoni
8) Il villaggio dei mulini.

Poi il blogger, che non nominerò, afferma candidamente: "Per comodità ho titolato i vari sogni: sono piuttosto diversi da quelli che ho trovato nomenclati da alcuni critici."
No! Non si possono nominare ad mentulam canis i segmenti come si vuole, pensando che i titoli originali siano un'invenzione dei critici! Questo è un esempio lampante di effetto Dunning-Kruger: chi sa poco crede di sapere tutto e nega che si possa sapere di più di ciò che sa; può anche diventare aggressivo.