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giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco"


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni. 

mercoledì 20 marzo 2024


L'INFERNALE QUINLAN
 
Titolo originale: Touch of Evil
Lingua originale: Inglese, spagnolo
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1958
Durata: 96 min (versione originale)
    109 min (versione estesa del 1976)
    111 min (Director's cut del 1998)
Dati tecnici: B/N
   Rapporto: 1,37:1
Genere: Noir, thriller, poliziesco
Regia: Orson Welles
Soggetto: Whit Masterson (dal romanzo Badge of Evil)
Sceneggiatura: Orson Welles 
  Scrittore collaboratore: Franklin Coen
  Scene addizionali: Paul Monash
Produttore: Albert Zugsmith (versione originale), 
    Rick Schmidlin (director's cut)
Casa di produzione: Universal
Distribuzione in italiano: Universal (1959)
Fotografia: Russell Metty
Montaggio: Virgil W. Vogel, Aaron Stell,
    Edward Curtiss (versione originale)
    Walter Murch (director's cut)
Musiche: Henry Mancini
Scenografia: Alexander Golitzen, Robert Clatworthy
Costumi: Bill Thomas
Trucco: Bud Westmore 
Parrucchiere: Merle Reeves 
Direttore di produzione: Foster Thompson 
Assistente alla regia: Phil Bowles 
Reparto suono: Leslie I. Carey
Effetti visivi: Kevin Braun, Mark Freund
Controfigure: David Sharpe 
Camera a mano: Philp H. Lathrop, John L. Russell
Guardaroba: Claire Cramer, Adam Gottbetter, 
   Nevada Penn 
Continuità: Betty A, Griffin
Interpreti e personaggi: 
    Charlton Heston: Ramon Miguel Vargas
    Janet Leigh: Susan Vargas
    Orson Welles: Hank Quinlan
    Joseph Calleia: Pete Menzies
    Akim Tamiroff: Joe Grandes (1)
    Joanna Moore: Marcia Linnekar
    Ray Collins: Procuratore distrettuale Adair
    Dennis Weaver: Portiere del motel desolato
    Valentin de Vargas: Pancho
    Mort Mills: Al Schwartz
    Victor Millan: Manolo Sanchez
    Lalo Rios: Risto
    Marlene Dietrich: Tanya, la Zingara (2)
    Zsa Zsa Gábor: Padrona dello strip-club 
    Arlene McQuade: Ginnie 
    Mercedes McCambridge: Capa della gang 
    Dan White: Guardia di frontiera 
    Gus Schilling: Eddie Farnham 
    Rusty Wescoatt: Investigatore Casey 
    William Tannen: Howard Frantz 
    Joseph Cotten: Coroner 
    Wayne Taylor: Gangster 
    Ken Miller: Gangster 
    Raymond Rodriguez: Gangster
    Harry Shannon: Capo della Polizia Pete Gould
    Joi Lansing: Zita 
    Michael Sargent: Pretty Boy 
    Phil Harvey: Blaine 
    Joe Basulto: Giovane delinquente 
    Ray Beltram: Cittadino 
    Eumenio Blanco: Cittadino 
    Yolanda Bojorquez: Bobbie 
    Domenick Delgarde: Lackey 
    Jenny Dias: Jackey 
    John Dierkes: Poliziotto 
    Eleanor Dorado: Lia 
    Eva Gabor: Spogliarellista seduta al bar 
    Jeffrey Green: Rudy Linnekar 
    Billy House: Caposquadra di cantiere 
    Johnny Kern: Ufficiale di Polizia 
    John Marlin: Cittadino 
    Ralph Moratz: Uomo in uniforme che corre
    Ray Pourchot: Ufficiale di Polizia 
    Cap Somers: Cittadino 
    Keenan Wynn: Barista 
(1) "Grandi" nell'originale.
(2) "Tana" nell'originale e in alcune versioni, come quella in tedesco.
Doppiatori italiani (versione originale): 
    Emilio Cigoli: Ramon Miguel Vargas
    Maria Pia Di Meo: Susan Vargas
    Giorgio Capecchi: Capitano Hank Quinlan
    Lauro Gazzolo: Pete Menzies
    Luigi Pavese: "Zio" Joe Grandes
    Manlio Busoni: Procuratore distrettuale Adair
    Gianfranco Bellini: Portiere del motel
    Renato Turi: Al Schwartz
    Andreina Pagnani: Tanya, la Zingara 
    Micaela Giustiniani: Padrona dello strip-club
    Dhia Cristiani: Capa della gang 
Doppiatori italiani (Director's cut, 2003):
    Claudio Capone: Ramon Miguel Vargas
    Melina Martello: Susan Vargas
    Carlo Baccarini: Capitano Hank Quinlan
    Oreste Rizzini: "Zio" Joe Grandes
    Dante Biagioni: Procuratore Adair
    Cristiana Lionello: Tanya, la Zingara 
Doppiatori tedeschi (versione originale): 
   Horst Niendorf: Ramon Miguel Vargas 
   Walther Suessenguth: Capitano Hank Quinlan 
   Margot Leonard: Susan Vargas 
   Alfred Balthoff: "Zio" Joe Grandes
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Im Zeichen des Bösen 
    Francese: La Soif du mal 
    Spagnolo (Spagna, Argentina): Sed de mal
    Spagnolo (Messico): Sombras del Mal
    Rumeno: Stigmatul răului 
    Polacco: Dotyk zła 
    Russo: Печать зла 
    Lettone: Ļaunuma pieskāriens 
    Ungherese: A gonosz érintése 
    Finlandese: Pahan kosketus 
Budget: 829.000 dollari US
Box office: 2,25 milioni di dollari US

Trama:
Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, nell'instabile cittadina di Los Robles, esplode una bomba a orologeria collocata all'interno di un veicolo, uccidendo sul colpo due persone. Il Procuratore Speciale messicano Miguel Vargas, in luna di miele in città con la sua nuova moglie americana Susie, si interessa subito all'indagine, condotta dal veterano Capitano di Polizia Hank Quinlan e da Pete Menzies, il suo devoto, ammirato e fanaticamente leale assistente (siamo a livelli di colonscopia fatta con la lingua). Quinlan, oltre ad essere corpulento e ad avere un passato da forte bevitore, è un furioso razzista e bigotto anti-messicano. Mastica dolciumi senza sosta come sostituti del whisky, marcendo a causa del diabete e della sindrome metabolica di cui soffre. Si è infortunato alla gamba molto tempo prima e non è mai riuscito a guarire del tutto, così ora cammina con una protesi e un bastone. Animato da odio livido, coinvolge nelle indagini Sanchez, un giovane messicano segretamente sposato con la figlia della vittima. Durante l'interrogatorio nell'appartamento di Sanchez, Menzies trova due candelotti di dinamite in una scatola da scarpe in bagno. Vargas, che aveva accidentalmente rovesciato la scatola da scarpe pochi minuti prima e l'aveva trovata vuota, accusa Quinlan di aver piazzato a bella posta la dinamite. Inizia così a sospettare che molte delle sue precedenti condanne fossero similmente contaminate da prove fittizie, fabbricate ad hoc al solo scopo di incastrare gli indiziati. Quinlan, furibondo, respinge con stizza estrema le accuse di Vargas. Da un'indagine, Vargas scopre che Quinlan aveva recentemente acquistato della dinamite e ne presenta le prove ad Adair, il Procuratore distrettuale, che si rifiuta di indagare ulteriormente. 
"Zio" Joe Grandes ("Grandi" nell'originale) è il capo ad interim di una famiglia criminale su cui Vargas sta indagando. Questo criminale fa causa comune con il collerico Quinlan contro l'inquisitorio Vargas. Così fa bere whisky bourbon puro, a Quinlan, causandogli la perdita la sobrietà in cui permaneva da dodici anni. Grandes ordina alla sua famiglia di catturare Susie e di iniettarle eroina pura. Mentre è priva di sensi, lui e Quinlan la rinchiudono in una squallida stanza d'albergo, rintronandola con incessante musica a tutto volume e lasciandola in balia dei tamarri. Il piano è semplice: farla passare per una tossicomane dedita a festini e dissolutezze, gettando al contempo merda su suo marito, facendolo passare per il suo pusher! In una lite, Quinlan uccide Grandes e lascia il suo corpo lì con Susie; tuttavia, dato che è ubriaco ed esausto, abbandona incautamente anche il suo bastone nella stanza con loro. Quando Susie si sveglia e vede il corpo estinto, si mette a strillare come un'indemoniata, uscendo sul balcone, gridando aiuto e finendo così arrestata con l'accusa di omicidio. L'accaduto che fa infuriare Vargas, che si precipita sul luogo con l'impeto di un berserk. Perquisendo la stanza, Menzies trova il bastone e si rende conto che il vero assassino è proprio Quinlan. Vargas, ripercorrendo i successi passati di Quinlan, conferma il suo sospetto che abbia falsificato prove in molti altri casi, facendo condannare a morte un gran numero di innocenti. Così affronta Menzies, che accetta con rammarico di collaborare con lui per smascherare il funesto Quinlan, indossando una microspia e riuscendo ad ottenere una confessione. Durante l'incontro qualcosa va storto: Quinlan sente un'eco dal registratore di Vargas e capisce che Menzies lo sta tradendo. Così spara e lo ferisce mortalmente. Poi punta la pistola contro Vargas, ma Menzies, ormai morente, con l'ultimo barlume di forze spara a Quinlan prima che questo possa sparare a sua volta per finirlo. Susie viene scagionata e si riunisce al marito. Mentre Quinlan agonizza e trapassa, si scopre che Sanchez aveva confessato l'attentato originale! 


Recensione: 
Questo noir più nero dell'inchiostro è uno dei massimi capolavori della Settima Arte. Welles usa la macchina da presa come se fosse un predatore. Quegli angoli dal basso che rendono Hank Quinlan un gigante grottesco e decadente non sono solo scelte estetiche: servono a far sentire lo spettatore schiacciato dalla sua corruzione. La pellicola abbandona l'eleganza degli anni '40 per tuffarsi nel fango e nel Caos. È un trattato sulla geometria non euclidea del Male! 
La corruzione di Quinlann non è "classica": si evidenzia che "non ha mai preso un centesimo". È qualcosa di ancor più pericoloso. Si viene a creare un poliziotto-giudice col senso di infallibilità di Javert, che fabbrica prove false per far condannare gli imputati! Non è un corrotto mercenario, che si vende per avidità. È un corrotto etico, che tradisce la Legge per servire una sua distorta idea di Giustizia. Questo lo rende infinitamente più terrificante di un poliziotto che accetta mazzette. Se il poliziotto venale è un criminale comune, Quinlan è un fanatico religioso della colpevolezza. Lo guidano il Complesso di Dio e l'intuizione fisica. Non ha bisogno di prove perché "sente" la colpevolezza nel suo corpo. La sua gamba zoppa gli invia fitte di dolore quando si trova davanti a un colpevole. Per lui, piazzare la dinamite nella scatola di scarpe di Sanchez non è un reato, è un "aiutino" alla realtà. È convinto che la verità sia già lì, e che la Legge sia solo un intralcio burocratico che impedisce di punire chi "merita". Come Javert ne I Miserabili, Quinlan non concepisce la sfumatura. Ma mentre Javert è schiavo della lettera della Legge, Quinlan ne è il carnefice. Javert si uccide perché la Giustizia fallisce; Quinlan uccide perché la Giustizia non è abbastanza veloce. 
La tragedia suprema del film - e il colpo di genio di Welles - sta nel fatto che, alla fine, si scopre che Sanchez era davvero colpevole. Questo dettaglio è devastante: convalida l'intuizione di Quinlan ma distrugge la democrazia. Welles ci pone davanti a un dilemma etico brutale: preferiamo un sistema dove un innocente può essere incastrato da un "giudice infallibile", o un sistema dove un colpevole può farla franca se non ci sono prove legali? Vargas rappresenta la civiltà: "È meglio che un colpevole resti libero piuttosto che un poliziotto diventi un criminale per incastrarlo"


Il tunnel cognitivo e il potere assoluto 

Il Capitano Hank Quinlan non è purtroppo soltanto un incubo partorito della fantasia nera del cinema. Sebbene il personaggio sia avvolto in un'estetica gotica e decadente che lo rende quasi mitologico nella sua tragedia, il suo nucleo psicologico e operativo è basato su dinamiche terribilmente reali: egli incarna il pericolo gravissimo del pregiudizio di conferma. Una volta deciso chi è il colpevole basandosi sull'intuito, ogni fatto viene piegato a quella visione. In molti casi di cronaca giudiziaria, non soltanto negli Stati Uniti, è capitato di imbattersi in magistrati o investigatori innamorati della propria tesi investigativa, che hanno ignorato prove a discarico o manipolato lo scenario per confermare l'accusa. 
Senza dubbio Quinlan è una caricatura iperbolica di un pericolo reale. La figura del tutore dell'ordine che si trasforma in carnefice perché "sa" chi è il colpevole è il motivo per cui esistono le garanzie procedurali e il controllo reciproco tra i poteri. Senza queste catene, il mondo democratico pullulerebbe di simili personaggi e sarebbe un luogo molto più pericoloso di quanto già non sia. Certo, esiste una differenza fondamentale tra l'archetipo e la concreta realtà. Se Quinlan è una fantasia, lo è nel suo gigantismo: è un titano caduto che opera in una terra di nessuno. I "Quinlan" reali sono meno carismatici e più banali. La corruzione e l'abuso di potere tendono a essere sistemici o mediocri, legati a carriere da difendere o a pigrizia investigativa, piuttosto che a una visione filosofica del Bene e del Male. 


Uno sviluppo improbabile

Pete Menzies è un viscido adoratore, sempre attaccato alle emorroidi di Quinlan, ma si ravvede di colpo di fronte alla tragica verità mostratagli da Vargas. Nella realtà, un tipo simile preferirebbe perseverare, aiutando Quinlan ad incastrare anche Vargas. Chi ha costruito la propria carriera e identità all'ombra di un "gigante", anche se corrotto, raramente lo tradisce per un ideale astratto come la Giustizia. Di solito affonda con lui oppure lo difende fino all'assurdo per non dover ammettere di essere stato suo complice. 
Menzies non è solo un assistente; è lo specchio in cui Quinlan riflette la propria leggenda. Per anni ha ignorato i metodi del suo superiore perché credeva nell'infallibilità dell'uomo: riconoscere come iniqua la sua mania di fabbricare prove, avrebbe significato rendersi conto di aver vissuto una menzogna professionale lunga decenni. Quinlan a sua volta ha bisogno della stampella morale di Menzies, perché è l'unico che lo guarda ancora con rispetto - nonostante il grasso, l'alcol e la decadenza. Welles usa il servile personaggio per un fine drammatico e simbolico. Provoca il crollo del castello di carte: serve a mostrare che il potere di Quinlan è davvero finito (quando persino il tuo servitore più fedele ti volge le spalle, sei un morto che cammina). Diventa uno strumento del destino, il "registratore umano", grazie al microfono di Vargas: la sua funzione narrativa è quella di estorcere la confessione finale. 
Welles rende il tragico epilogo ancora più amaro e inutile. Menzies tradisce Quinlan, ma viene ucciso proprio da lui. Muore sapendo di aver distrutto il suo idolo, ma senza ottenere alcuna vera redenzione. È l'unico personaggio che prova un dolore genuino: Vargas cerca la giustizia, Quinlan cerca il potere, mentre Menzies cerca solo di capire come ha potuto amare un mostro.


La Sibilla del Noir 

Il personaggio di Tanya, cartomante tenutaria di bordello, è in qualche modo il cuore metafisico del film. Mentre tutti gli altri personaggi si muovono febbrilmente tra carne, fango, sudore e bombe, lei sembra esistere in una dimensione sospesa, fuori dal tempo. Più che una donna in carne ed ossa, è una sfinge, un oracolo. È l'unica che non teme Quinlan e che lo vede per quello che è veramente. Quando lui entra nel suo locale dopo anni, lei non lo riconosce subito: "Sei talmente ingrassato che non ti avevo neppure visto". Non è un insulto, è una diagnosi clinica del suo sfacelo. La battuta più famosa del film è il suo verdetto finale su Quinlan: "Non hai più futuro, il tuo futuro è tutto consumato". È una sentenza di morte pronunciata con la calma di chi ha visto troppe albe e troppi tramonti. È l'unica a concedere a Quinlan un'ultima scintilla di umanità: gli permette di ascoltare la sua musica preferita sulla pianola meccanica, un suono che evoca un passato in cui il poliziotto non era ancora il mostro che è diventato. Le ultime parole del film sono sue e sono un geroglifico che definisce l'ambiguità morale: "Era un poliziotto sporco, a modo suo. Ma era un uomo eccezionale. Che importanza ha quello che si dice della gente?" Questa frase è un pugno nello stomaco per Vargas. Tanya suggerisce che la grandezza di un uomo non si misura con il codice penale, ma con la forza della sua presenza nel mondo. È una visione profondamente wellesiana: il genio, anche se corrotto, merita un rispetto che la mediocrità onesta non raggiungerà mai. La cartomante-tenutaria è la testimone silenziosa di un processo di morte ontologica. Senza di lei, il film sarebbe solo un thriller poliziesco; con lei, diventa una tragedia shakespeariana. È un residuo di tenue pulviscolo stellare su un mucchio di spazzatura. 


Un cognome non messicano

A un certo punto il boss "Zio" Joe Grandes spiega che il suo cognome non è messicano. La cosa mi ha stupito non poco. Poi ho capito l'arcano. Il cognome originario era Grandi, di evidente origine italiana (basti pensare all'attrice Serena Grandi, quella con le tipte prosperose e morbidissime). Nell'adattamento della pellicola in italiano, "Grandi" è stato cambiato in "Grandes" da un doppiatore cervellotico! Questo individuo ha fatto uno stupido ragionamento scolastico da secchione pedante "gnè gnè gnè", cambiando la terminazione italiana -i in un tipico "plurale" spagnolo in -es. in automatico. Ormai sarà senz'altro morto, ma immagino che anche rintracciandolo tra le ombre dell'Ade e rinfacciandogli l'errore, si irrigidirebbe ancor di più e farebbe "gnè gnè gnè" a raffica!
In realtà, alla base dell'alterazione c'era una spiegazione logica, per quanto perversa. 
Negli anni '50 e '60, in Italia c'era un'estrema sensibilità (e spesso un divieto non scritto) nel mostrare personaggi italiani all'estero che fossero criminali, ridicoli o grotteschi. L'idea fondante era questa: "Gli italiani fuori dall'Italia devono essere solo brava gente e grandi lavoratori"Poiché Joe Grandi è un viscido, ridicolo e patetico boss di provincia, un mafiosetto, la distribuzione decise di ispanizzarlo in Grandes per allontanare ogni sospetto di italianità. Ecco il risultato. Quando il mafiosetto dice "Il mio nome è Grandes... non è un nome messicano", lo spettatore rimane interdetto, perché Grandes suona spagnolo e messicano al 100%. È un paradosso logico che rende il personaggio quasi surreale! 
Akim Tamiroff, l'attore che interpreta Grandi/Grandes, era in realtà russo. Welles amava il suo modo di recitare così sopra le righe e oleoso, perfetto per un personaggio che cerca disperatamente di essere importante ma fallisce miseramente. Con affetto lo chiamava "il peggior attore del mondo"; per renderlo ancor più sgradevole, lo obbligò ad indossare un ridicolo parrucchino e a spalmarsi i viso di olio per apparire perennemente sudato. Doveva essere un cattivo capace non soltanto di incutere paura, ma anche di provocare repulsione fisica!

Una strana autocensura

Akim Tamiroff fu obbligato di infilarsi in bocca un moncone di lingua di agnello per la sua grottesca scena di agonia. Il collerico Orson Welles ritenne che ciò fosse necessario per ottenere l'effetto desiderato: voleva a tutti i costi mostrare al pubblico un criminale strangolato in modo così selvaggio che la sua lingua finiva innaturalmente distesa fuori dalla bocca. A quanto pare, però, la lingua di agnello si rivelò troppo disgustosa per essere mostrata sullo schermo, quindi la poco invidiabile prova di Tamiroff fu vana. Perché "troppo disgustosa"? Il regista ha avuto paura e si è autocensurato. Troppe pressioni. Tutta colpa dello stramaledetto Codice Hays, che ci ha fatto perdere una scena cult!


Audaci innovazioni razziali

Tra i punti più significativi in ​​cui Orson Welles si è discostato dal romanzo e dalla sceneggiatura originale, ci sono stati i seguenti: 
1) La trasformazione del personaggio di Mike Vargas da procuratore distrettuale bianco ad agente della narcotici messicano; 
2) Il cambio di nazionalità della moglie Susan da messicana ad americana e per giunta biondiccia; 
3) L'ambientazione del film in una città di confine tra Messico e America anziché in una cittadina della California meridionale, sempre sconvolta da tumulti e incendi.
Le tensioni razziali e sessuali sono state molto accentuate nella sua sceneggiatura, creando un'ambientazione quasi incubica. Il massiccio Welles ha compiuto un un atto sovversivo, mettendo il messicano Vargas come paladino della legge, colto, in smoking, incorruttibile, sposato con una donna americana bianca, e mostrando l'americano Quinlan come sporco, corrotto, razzista e decadente. Parte della tensione del film deriva anche dal fatto che Quinlan non sopporta di essere giudicato da un messicano. La corruzione morale di Quinlan è alimentata soprattutto dal suo odio razziale, rendendo il film una critica sociale ferocissima che la Universal cercò di attenuare in ogni modo.
Il Codice Hays vietava rigorosamente di mostrare o incoraggiare relazioni interrazziali. Welles ha aggirato la cosa in modo sottile: Vargas è interpretato da Charlton Heston (una delle icone più bianche di Hollywood). Questo "whitewashing" fu un compromesso necessario: per il pubblico e i censori dell'epoca, vedere un messicano vero baciare Janet Leigh sarebbe stato intollerabile. Heston, con un trucco leggermente scurito, rendeva la coppia in qualche modo "accettabile" pur mantenendo la nazionalità messicana del personaggio. Certo, un affiliato al Ku Klux Klan sarebbe insorto, ma i settari di quel tipo non erano comunque rappresentativi del pubblico americano medio.
Se non ci fosse stato tra i piedi quel fottuto Codice Hays, Welles avrebbe potuto dare libero sfogo al suo genio! 


Sesso, droga e il solito infame Codice Hays 

La moglie di Vargas viene drogata pesantemente dai tamarri. In seguito, un guardiano minorato, testimone della baldoria, balbetta: "È stata... è stata un'orgia!" Poi in carcere, un investigatore spiega a Vargas: "È tutto scritto nel rapporto. Ci sono le prove di una vera orgia". Quindi aggiunge: "Cicche di marijuana, segni di punture, certo di eroina". E ancora: "Puzza ancora di marijuana". Si noti, non dice; "Puzza ancora di sborra"
A quanto risulta dalla visione del film, sembra che in quel contesto per "orgia" si intendesse un "droga party", in cui si fumava marijuana, si pippava bamba e ci si bucava, ma senza il benché minimo contenuto sessuale. Quando ho udito la parola "orgia", immaginavo i tamarri che si masturbavano furiosamente e spruzzavano getti di sperma sul corpo della donna tenuta in prigionia, fino a bagnarla dappertutto. Ovviamente si tratta di un riflesso pavloviano, condizionato: tali contenuti generati dalla mia immaginazione mancavano del tutto nell'opera di Orson Welles. Quella frase "ci sono le prove di una vera orgia", detta con un secco tono di disapprovazione morale, è emersa dai miei banchi di memoria stagnante, come una prova inconfutabile del fatto che il film lo avevo già visto molti anni prima, da giovane, e lo avevo poi dimenticato - come se un censore cerebrale lo avesse cancellato quasi del tutto, lasciando soltanto pochi dettagli erratici. 
A cosa si deve la rimozione di ogni riferimento sessuale dalla parola "orgia"? All'infernale Codice Hays, è ovvio! 
Il Codice non vietava solo la rappresentazione del sesso, ma imponeva che il Male non dovesse mai apparire attraente. Bastava poco. Per i censori degli anni '50, mostrare un gruppo di giovani messicani che ascoltano jazz ad alto volume, fumano marijuana e tengono prigioniera una donna bianca, era l'apice della corruzione. Usare il termine "orgia" serviva a dare una pennellata di scandalo assoluto senza però dover mostrare o nominare atti sessuali espliciti - cosa che tra l'altro avrebbero portato al bando immediato della pellicola. La genialità di Welles sta nel fatto che, nonostante le restrizioni e l'imposizione di termini edulcorati, la scena dell'aggressione al motel rimane una delle più tese e sgradevoli della storia del cinema, dimostrando che il "non detto" può essere molto più potente dell'esplicito. 
Esiste una leggenda, secondo cui Orson Welles avrebbe basato le scene di droga sulle proprie esperienze. L'uso della marijuana da parte dei figli di Grandes simboleggerebbe l'indifferenza del regista verso la legalità della sostanza, mentre l'uso violento di eroina rappresenterebbe la sua convinzione che qualsiasi droga più pesante fosse semplicemente "un suicidio" - come ebbe a dire in un'occasione.


Curiosità varie 

Inizialmente Orson Welles detestava il titolo "Touch of Evil", ritenendo che non avesse nulla a che fare con la sua concezione. Col tempo, tuttavia, imparò ad apprezzarlo e alla fine lo considerò il miglior titolo di tutti i suoi film. A parer mio, il titolo italiano "L'infernale Quinlan" è stato un assoluto colpo di genio, uno dei pochi gioielli tra tanti adattamenti surreali e fuorvianti. Anzi, direi senza timore di essere smentito, che "L'infernale Quinlan" ha una marcia in più rispetto all'originale. Non sono mai riuscito ad appurare chi fosse il responsabile di questo insolito atto creativo.

Charlton Heston accettò la parte solo perché pensava che Welles lo avrebbe diretto. In realtà, Welles era stato ingaggiato inizialmente solo come attore: fu proprio Heston a fare pressione sulla Universal affinché gli affidassero anche la regia. Se non fosse stato per il suo ruolo di Mosè nel kolossal I dieci comandamenti (The Ten Commandments, di Cecil B. DeMille, 1956), probabilmente non avremmo mai avuto questo capolavoro. Sarebbe stato un filmucolo banale. 

L'agente di Janet Leigh inizialmente rifiutò la partecipazione dell'attrice a questo film a causa del basso compenso offerto, senza nemmeno consultarla. Era un uomo limitato e venale. Welles, prevedendo la situazione, inviò alla Leigh una lettera personale, dicendole quanto non vedesse l'ora di lavorare con lei. L'attrice, furiosa, affrontò il suo agente mortificandolo e dicendogli che essere diretta da Welles era più importante di qualsiasi compenso. 

Janet Leigh si ruppe il braccio sinistro prima dell'inizio delle riprese, ma partecipò comunque al film. Il braccio era ingessato, nascosto alla telecamera, per molte scene. Nelle scene più audaci ambientate nel motel, l'ingessatura veniva rimossa per le riprese e riapplicata in seguito. L'attrice ha affermato di essere stata assolutamente terrorizzata quando ha dovuto girare la scena in cui viene minacciata nella sua stanza di motel. Era sconvolta dai modi belluini ed esecrabili dei tamarri!

Charlton Heston ha dichiarato che non aver adottato un accento ispanico per il suo personaggio, l'agente antidroga messicano Miguel "Mike" Vargas, è stato uno dei più grandi errori commessi nella sua carriera di attore. Ai nostri tempi, imperando il politically correct, quell'accento "latino" sarebbe un problema quasi insormontabile. Ricordiamoci che George Lucas è stato crocefisso dalla critica per aver attribuito quella cantilena a una specie di papero antropomorfo! 

Problemi di post-produzione

La fase di post-produzione del progetto fu complicata. Nei suoi diari, Charlton Heston scrisse che, dopo aver visto il primo montaggio del film nel febbraio del 1957, lo studio richiese un altro giorno di riprese per chiarire la trama. Heston, riluttante ad apparire in sequenze non girate da Orson Welles, causò un ritardo di un giorno nella produzione, ma poi accettò di rimborsare allo studio 8.000 dollari per l'inconveniente. Harry Keller fu quindi ingaggiato per dirigere le sequenze aggiuntive. Welles affermò che furono aggiunte due scene tra Vargas e Susan in albergo, così come una scena tra Vargas e il Procuratore distrettuale, sempre in albergo. Welles notò anche che una scena in cui Menzies raccontava a Susan come Quinlan gli avesse salvato la vita anni prima prendendosi una pallottola al posto suo, avrebbe spiegato la zoppia di Quinlan e la sua frase "Questo è il secondo proiettile che ho fermato per te, amico"

sabato 16 marzo 2024

 
BARRY LYNDON 
 
Titolo originale: Barry Lyndon
Lingua originale
: Inglese, tedesco, francese
Paese di produzione
: Stati Uniti d'America, Regno Unito
Anno
: 1975
Durata
: 184 min
Rapporto
: 1,66:1(cinema)
      1,59:1(home video) 1,78:1(Blu-ray)
Genere
: Avventura, guerra, drammatico, storico
Regia
: Stanley Kubrick
Soggetto
: William Makepeace Thackeray (romanzo)
Sceneggiatura
: Stanley Kubrick
Produttore
: Stanley Kubrick
Produttore esecutivo
: Jan Harlan, Bernard Williams
Casa di produzione
: Hawk Films Ltd., Peregrine,
     Warner Bros.
Distribuzione in italiano
: Warner Bros. Italia
Fotografia
: John Alcott
Montaggio
: Tony Lawson
Musiche
: AA.VV. (brani riadattati da Leonard Rosenman)
Scenografia
: Ken Adam, Roy Walker, Vernon Dixon
Costumi
: Milena Canonero, Ulla-Britt Söderlund
Trucco
: Alan Boyle 
Direttore del casting: James Liggat 
Direttore di divisione: Malcolm J. Christopher, 
   Don Geraghty 
Direttore di produzione: Paul Hitchcock 
Manager di produzione: Terence A. Clegg, Douglas 
   Twiddy 
Effetti speciali: Gerry Johnston, John Richardson 
Controfigure: Roy Scammell, Peter Munt,
   John Sullivan
Camera a mano: Ronny Taylor 
Continuità: June Randall 
Coreografie: Geraldine Stephenson 
Colori: Dave Dowler 
Interpreti e personaggi
:
    Ryan O'Neal: Redmond Barry Lyndon
    Marisa Berenson: Lady Lyndon
    Patrick Magee: Chevalier de Balibari
    Hardy Krüger: Capitano Potzdorf
    Frederick Schiller: Herr von Potzdorf, Ministro
         di Polizia
    Steven Berkoff: Lord Ludd
    Gay Hamilton: Nora Brady 
    Liam Redmond: Signor Brady, padre di Nora 
    Billy Boyle: Mick, fratello di Nora 
    Pat Laffan: Ulick, l'altro fratello di Nora 
    Marie Kean: Madre di Barry
    Diana Körner: Lieschen (ragazza tedesca) 
    Murray Melvin: Reverendo Samuel Runt
    Frank Middlemass: Sir Charles Reginald Lyndon
    André Morell: Lord Gustavus Adolphus Wendover
    Arthur O'Sullivan: Capitano Feeny
    Godfrey Quigley: Capitano Grogan
    Leonard Rossiter: Capitano John Quin 
    Jonathan Cecil: Tenente Jonathan Fakenham 
    Peter Cellier: Sir Richard 
    Anthony Sharp: Lord Hallam 
    Philip Stone: Graham
    Leon Vitali: Lord Bullingdon
    Billy Boyle: Seamus Feeny
    Geoffrey Chater: Dottor Broughton
    David Morley: Bryan Patrick Lyndon
    Wolf Kahler: Principe di Tubinga
    Roger Booth: Re Giorgio III 
    Ferdy Mayne: Colonnello Bulow 
    John Sharp: Doohan 
    Pat Roach: Caporale Toole 
    Hans Meyer: Joseph Schulffen, ufficiale prussiano 
    Anthony Dawes: Soldato britannico 
    Barry Jackson: Soldato britannico 
    George Sewell: Secondo di Barry nel duello finale 
    Roy Spencer: Venditore di cavalli 
    Harry Towb: Taverniere 
    Non citati nei titoli originali: 
    Norman Gay: Valletto
    George Holdcroft: Gentiluomo 
    Katharina Kubrick: Danzatrice 
    Vivian Kubrick: Spettatrice dello spettacolo di magia
    Gary Taylor: Secondo di duello di Barry
    John Trehy: Padrino di duello 
Doppiatori originali
:  
    Michael Hordern: Narratore
Doppiatori italiani
:
    Giancarlo Giannini: Redmond Barry Lyndon
    Melina Martello: Lady Lyndon
    Alberto Lionello: Chevalier de Balibari
   Renato Cortesi: Lord Ludd, Mick, il principe di Tubinga, 
           Jonathan Fakenham
    Alida Cappellini: Nora Brady
    Gianna Piaz: Madre di Barry
    Oreste Lionello: Reverendo Samuel Runt
    Gianni Bonagura: Charles Lyndon, Graham
    Mario Feliciani: Lord Wendover
    Corrado Gaipa: Capitano Grogan
    Mario Maranzana: Capitano John Quin
    Rodolfo Traversa: Lord Bullingdon
    Carlo Baccarini: Dottor Broughton
    Massimo Foschi: Re Giorgio III, Ulik
    Vittorio Di Prima: Caporale Toole
    Romolo Valli: Narratore
    Marcello Tusco: Venditore di tessuti
    Roberto Bertea: Padre di Nora, un ministro di polizia
    Marco Guadagno: Lord Bullingdon da giovane
    Vittorio Congia: Recluta
    Giampiero Albertini: Padrino di Barry al duello
    Pietro Biondi: Frederick
    Silvio Spaccesi: Capitano Feeny
    Sergio Di Giulio: Seamus Feeny 
Titoli in altre lingue: 
    Lituano: Baris Lindonas 
    Lettone: Berijs Lindons 
Budget: 10-11 milioni di dollari US
Box office: 20,3 milioni di dollari US


Trama: 

Parte I: "Con quali mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon"

Anno del Signore 1750. Nel Regno d'Irlanda il padre di Redmond Barry viene ucciso in un duello. Barry, che appartiene a una famiglia protestante irlandese, di origine nobile ma ridotta alla povertà, si invaghisce della cugina Nora Brady e in un duello spara al suo pretendente, il capitano dell'esercito John Quin. Fugge, ma viene derubato dai banditi mentre è in viaggio verso Dublino. Senza un soldo e senza cavallo, a Barry non resta altra scelta che arruolarsi nell'esercito. L'amico di famiglia, il Capitano Grogan, lo informa che Quin in realtà non è morto: il duello è stato inscenato e il proiettile di Barry è stato sostituito in modo fraudolento con un pezzo di stoppa. L'intento della famiglia di Nora era quello di sbarazzarsi di Barry per migliorare le proprie finanze attraverso il matrimonio con Quin, codardo ma benestante. 
Barry presta servizio con il suo reggimento in Germania durante la Guerra dei Sette Anni, ma diserta dopo la morte di Grogan in combattimento contro i Francesi. Fuggito con il cavallo e l'uniforme da tenente, Barry ha una breve relazione con Frau Lieschen, una contadina tedesca sposata. Sulla strada per Brema, incontra il Capitano Potzdorf, che scopre l'inganno e lo convince a arruolarsi nell'esercito prussiano. In seguito, il giovane irlandese salva la vita di Potzdorf e riceve un encomio da Federico il Grande in persona. 
Alla fine della guerra, Barry viene reclutato dallo zio del Capitano Potzdorf nel Ministero di Polizia prussiano. I suoi superiori sospettano che il Cavaliere de Balibari, un sedicente francese che esercita la professione di giocatore d'azzardo, sia in realtà un irlandese e una spia dell'Imperatrice Maria Teresa. Per questo motivo assegnano a Barry il ruolo di suo servitore. L'emotivo e infiammabile giovane confida tutto al Cavaliere e i due diventano alleati. Dopo aver vinto un'enorme somma al gioco d'azzardo in una partita contro il Principe di Tubinga, questi accusa il Cavaliere di aver barato, pur senza addurre prove, rifiutandosi di onorare il suo debito. Il Cavaliere minaccia di esigere soddisfazione. Per evitare uno scandalo, il Ministero di Polizia salda il debito e scorta silenziosamente il Cavaliere fuori dai confini prussiani, il che consente a Barry, assunto il suo travestimento, di lasciare anche lui il Paese. Infatti il Cavaliere stesso aveva attraversato la frontiera senza incidenti la notte prima. 
I due avventurieri si riuniscono e viaggiano in lungo e in largo per l'Europa, perpetrando un gran numero di truffe al gioco d'azzardo. Barry ha anche il compito di estorcere il denaro ai debitori recalcitranti sfidandoli a duelli di spada. A Spa, incontra la bella, ricca e visibilmente depressa Lady Lyndon. La seduce e bersaglia l'anziano e cardiopatico marito Sir Charles Reginald Lyndon, causandogli un infarto mortale con un crescendo di battute caustiche.

Parte II: "Contenente un resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon"

Anno del Signore 1773. Barry sposa Lady Lyndon, ne assume il cognome e si stabilisce in Inghilterra. La Contessa gli dà un figlio maschio, Bryan Patrick, che lui ama moltissimo e vizia. Il matrimonio è però infelice: Barry è apertamente infedele e sperpera i beni della moglie, tenendola in isolamento. Lord Bullingdon, figlio di primo letto di Lady Lyndon e Sir Charles, è ancora addolorato per la perdita dell'anziano padre e vede giustamente nel patrigno un cercatore d'oro che non si è certo sposato per amore. Barry reagisce nel corso degli anni a questa ostilità infliggendo al figliastro terribili abusi emotivi e fisici. 
La madre di Barry va a vivere con lui e lo avverte che se Lady Lyndon dovesse morire, Bullingdon erediterebbe tutto. Consiglia al figlio di ottenere un titolo nobiliare, dato che non ha nulla intestato a suo nome. A tal fine, Barry si ingrazia l'influente Lord Wendover e spende somme ancora più ingenti del patrimonio di Lady Lyndon per ottenere il favore dell'alta società. Il suo massimo successo è partecipare a un ricevimento a cui è presente Re Giorgio III. A parte questo, non ottiene alcunché di concreto. In un'occasione Bullingdon, ormai adulto, interrompe una festa e accusa pubblicamente il patrigno di infedeltà, abusi e cattiva gestione finanziaria, annunciando che lascerà la tenuta dei Lyndon finché l'usurpatore vi rimarrà. Barry risponde aggredendo brutalmente il figliastro, fino a quando i due non vengono separati dai partecipanti alla festa. In seguito a questi fatti incresciosi, per Barry diventa irraggiungibile l'accesso a qualsiasi titolo nobiliare; viene emarginato dall'alta società, è colpito da stigma e sprofonda ulteriormente nella rovina finanziaria.
Barry dona un cavallo a Bryan in occasione del suo nono compleanno. Bryan, impaziente, monta in sella da solo, ma l'equino si imbizzarrisce e lo disarciona, provocandone la morte. Barry concepisce una sola risposta possibile alla sciagura: sprofonda nell'alcolismo. "Il solo conforto che poté trovare gli venne dal bere". Tracanna bottiglie  fino a perdere i sensi sulla poltrona, poi i valletti si occupano di metterlo a letto. Intanto Lady Lyndon cerca supporto religioso dall'effeminato sacerdote Samuel Runt, che era stato precettore di Bullingdon e di Bryan. Quando la madre di Barry licenzia Runt per evitare che il figlio perda il controllo della casa, Lady Lyndon tenta il suicidio. Runt e Graham, l'amministratore della famiglia, scrivono a Bullingdon per informarlo dell'accaduto: lui torna subito alla tenuta e sfida il patrigno a duello. 
Durante il duello, Bullingdon spara accidentalmente il primo colpo, ma Barry spara deliberatamente a terra, rifiutandosi di sfruttare l'errore del figliastro. Bullingdon si rifiuta a sua volta di accettare questo esito come soddisfazione e spara di nuovo, colpendo Barry a una gamba. Questa ferita costringe Barry a un'amputazione sotto il ginocchio. Mentre Barry è in convalescenza, Bullingdon prende il controllo della tenuta dei Lyndon. Tramite l'amministratore Graham, ricorda a Barry che il suo credito è esaurito e gli offre 500 ghinee all'anno per lasciare per sempre Lady Lyndon, le sue tenute e l'Inghilterra. Barry accetta a malincuore l'offerta e riprende la sua precedente professione di giocatore d'azzardo, conducendo vita errabonda per le nazioni, ma senza lo stesso successo di un tempo. Il narratore afferma che non si conosce nulla della sua esistenza successiva. Tuttavia, in un'inquadratura si vede Lady Lyndon che firma l'assegno annuale di rendita di Barry sotto gli occhi del figlio: sulla cedola si legge la data Dicembre 1789

"Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali."


Citazioni memorabili: 

"I gentiluomini possono parlare dell'era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano... È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo."
(Redmond Barry)

"Una donna che ha un debole per le uniformi deve essere preparata a cambiare amante molto alla svelta o la sua sarà una vita molto triste."
(Narratore) 

"Le qualità e le energie che portano un uomo a conquistare una fortuna sono spesso le stesse che lo portano poi a perderla."
(Narratore)

Dialoghi:

Sir Charles Reginald Lyndon: "Buonasera, signor Barry, ve la siete fatta la mia signora?"
Barry Lyndon: "Mi scusi, ma non capisco."
Sir Charles Reginald Lyndon: "Suvvia, signore, preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille!"  

Colonna sonora: 

1) Sarabande (dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437) - Georg Friedrich Händel: è il tema conduttore del film, utilizzato nelle scene drammatiche e nei duelli.
2) Women of Ireland (Mná na hÉireann) - The Chieftains (composta da Sean O'Riada): tema romantico e nostalgico che ricorre nel film.
3) Trio per pianoforte n. 2 in mi bemolle maggiore, Op. 100 (secondo movimento) - Franz Schubert: utilizzato in scene cruciali, inclusa la parte finale.
4) Concerto per due clavicembali e orchestra in do minore, BWV 1060 (Adagio) - Johann Sebastian Bach.
5) Concerto per violoncello in mi minore (terzo movimento) - Antonio Vivaldi.
6) Marcia da Idomeneo - Wolfgang Amadeus Mozart.
7) German Dance No.1 in C major - Franz Schubert.
8) Hohenfriedberger March - Federico il Grande.
8) Brani tradizionali:
   Piper's Maggot Jig (eseguito dai The Chieftains),
   The Sea Maiden (eseguito dai The Chieftains),
   British Grenadiers,
   Lilliburlero


Recensione:
Questa è certamente una delle più importanti pellicole di tutta la storia della Settima Arte. Dal punto di vista filologico, è un'opera imponente, curata in modo micrometrico, quasi maniacale. Disegni, stampe e dipinti del XVIII secolo hanno ispirato fin nei più minuti dettagli le scene e i costumi. Il senso del Destino è onnipresente e finisce col manifestarsi nella sua dimensione più oppressiva e annichilente. Per trovare una chiave di lettura, bisogna andare molto indietro nel tempo. Nell'antica Scandinavia pagana si credeva che ogni uomo avesse due forze del Destino che lo accompagnavano: una era chiamata fylgja e rappresentava la fortuna legata all'individuo in quanto tale, mentre l'altra era chiamata hamingja e rappresentava la fortuna legata alla sua famiglia di appartenza. La parola fylgja deriva dal l'omonimo verbo che significa "accompagnare", "seguire"; la parola hamingja deriva da hamr "pelle", "forma", "aspetto". Il film si capisce meglio applicando questi concetti arcaici. Barry è un uomo dotato di una fortissima fylgja, che lo porta ad acquisire un'elevata posizione sociale, mentre è assai debole la sua hamingja, avendo egli origine da una stirpe decaduta; suo figlio Bryan è debole e muore alla simbolica età di nove anni. Cosa accade quando la fylgja abbandona il protagonista? Finisce distrutto e non si può più riprendere. 
Il genio registico di Kubrick è dimostrato in modo lampante dall'incredibile capacità di far simpatizzare lo spettatore per il protagonista, che tecnicamente parlando è una canaglia, un cacciatore di dote, un fraudolento, un giocatore d'azzardo e un baro. Inoltre, tutta l'antipatia e l'avversione è incanalata sull'odiosissimo Lord Bullingdon, che tuttavia è il legittimo beneficiario dell'eredità e dei beni di suo padre, il defunto Sir Charles Lyndon - etichettato come vegliardo cornuto e schernito. Ogni principio etico viene scardinato, mentre trionfa la Schadenfreude. Devo ammettere che mentre guardavo le sequenze del film, mi identificavo con Barry Lyndon, mentre ho provato un piacere inquietante e sadico nel vedere Bullingdon punito con lo staffile. 
Lo spettatore è interamente calato in un'epoca aliena, fatta di strani colori, futilità e sifilide. Quello che stupisce è l'impossibilità di confronto con il contesto della nostra esistenza quotidiana. Sembra un'esplosione di convulso onirismo, in cui si viene dissolti nella musica saturnina che pervade ogni cosa. Non a caso, nella lontana epoca di Splinder, impostai proprio Sarabande di Händel come colonna sonora del mio blog Esilio a Mordor


Il soggetto 

Stanley Kubrick basò la sua sceneggiatura originale sul romanzo picaresco La fortuna di Barry Lyndon (The Luck of Barry Lyndon), pubblicato a puntate nel 1844 da William Makepeace Thackeray, poi ripubblicato col titolo Memorie di Barry Lyndon, Esq. (The Memories of Barry Lyndon, Esq.). La vicenda, narrata in prima persona e curata dall'immaginario George Savage FitzBoodle, racconta la storia di un membro della piccola nobiltà irlandese che cerca di entrare a far parte dell'aristocrazia inglese. Thackeray basò la sua opera sulla vita e sulle imprese dell'irlandese Andrew Robinson Stoney, libertino e cacciatore di dote, che sposò Mary Eleanor Bowes, la contessa di Strathmore, divorziando in seguito. La nobildonna divenne nota come "la Contessa infelice" a causa della tempestosa relazione con l'avventuriero, che era sicuramente sifilitico. La contessa di Strathmore è una delle antenate della regina Elisabetta II. La versione riveduta, era più breve e concisa della pubblicazione originale a puntate e vi era stata eliminata la figura narrante di FitzBoodle. Questo è generalmente considerato il primo "romanzo senza eroe" o "romanzo con un antieroe" in lingua inglese. Alla sua pubblicazione nel 1856, l'editore di Thackeray diede questo titolo integrale: "The Memoirs of Barry Lyndon, Esq. Of The Kingdom Of Ireland Containing An Account of His Extraordinary Adventures; Misfortunes; His Sufferings In The Service Of His Late Prussian Majesty; His Visits To Many Courts of Europe; His Marriage and Splendid Establishments in England And Ireland; And The Many Cruel Persecutions, Conspiracies And Slanders Of Which He Has Been A Victim." (ossia "Le memorie del gentiluomo Barry Lyndon, del regno d'Irlanda. Comprendenti un resoconto delle sue straordinarie avventure e sventure; le sue sofferenze al servizio di Sua Maestà il defunto Re di Prussia; le sue visite a numerose corti d'Europa; il suo matrimonio e le sue splendide dimore in Inghilterra e Irlanda; e le molte e crudeli persecuzioni, cospirazioni, e calunnie di cui egli è stato vittima."

Questi sono i capitoli del romanzo di Thackeray: 

1. Il mio retaggio e la mia famiglia. subisco l'influenza della più tenera della passioni
2. In cui mi dimostro un uomo pieno di ardimento
3. La mia falsa partenza nel bel mondo
4. In cui Barry vede da vicino che cosa sia la gloria militare
5. In cui Barry cerca di allontanarsi il più possibile dalla gloria militare
6. Il carro degli arruolati con l'inganno. Episodi di vita militare
7. Barry conduce vita di guarnigione e si fa molti amici
8. Barry dice addio alla carriera militare
9. Mi presento in un modo che si addice al mio nome ed al mio lignaggio
10. Altri colpi di fortuna
11. In cui la buona sorte abbandona Barry
12. Tratta della tragica storia della principessa di X
13. Continuo la carriera di uomo di mondo
14. Torno in Irlanda ed ostento lusso e generosità in quel regno
15. Faccio la corte a Lady Lyndon
16. Provvedo con generosità alla mia famiglia e raggiungo il culmine della mia (apparente) buona fortuna
17. Mi presento come il fiore all'occhiello della buona società inglese
18. In cui la fortuna comincia a venirmi meno
19. Conclusione


Un progetto napoleonico

Stanley Kubrick aveva inizialmente pianificato di realizzare un film su Napoleone Bonaparte. Come al solito, lui e il suo team condussero diversi anni di meticolose quanto estenuanti ricerche sull'argomento e sull'epoca (si dice che Kubrick avesse letto diverse centinaia di libri su Napoleone), tanto che durante il lungo periodo di pre-produzione, un film sovietico dal tema simile aveva iniziato a svilupparsi: Waterloo (Ватерлоо, 1970), diretto da Sergej Fëdorovič Bondarčuk. 
Kubrick fu costretto ad abbandonare il suo film su Napoleone quando lo studio decise di ritirarsi dal progetto, presumibilmente a causa di problemi di budget (contrariamente a quanto si pensa, il fallimento commerciale del film di Bondarčuk non ebbe nulla a che fare con questa decisione). Decise invece di realizzare Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971), ma continuò a cercare una storia ambientata nel XVIII secolo, poiché ciò gli avrebbe permesso di utilizzare le numerose ricerche storiche effettuate per il suo febbrile progetto su Napoleone, poi cancellato. Dopo avere preso in considerazione e scartato diverse opzioni, la sua attenzione finalmente cadde sul sopracitato racconto di Barry Lyndon composto da William Makepeace Thackeray. 


Curiosità varie 

Molte delle inquadrature sono state composte e girate in modo da evocare alcuni dipinti del XVIII secolo, in particolare quelli del pittore inglese Thomas Gainsborough (Sudbury, 1727 - Londra, 1788), famoso come ritrattista e paesaggista. Il risultato è un balsamo per lo Spirito! 

Si diffuse la leggenda secondo cui i costumi premiati con l'Oscar e utilizzati in questo film fossero autentici abiti d'epoca, ma ciò è solo parzialmente vero. Alcuni costumi erano veri e propri pezzi d'antiquariato acquistati all'asta dalla costumista Milena Canonero, mentre altri furono realizzati su misura appositamente per questo film, ispirandosi agli abiti dell'epoca e ai costumi raffigurati nei dipinti del periodo.

La produzione fu spostata dall'Irlanda all'Inghilterra dopo che Stanley Kubrick venne a sapere che il suo nome era sulla lista nera dell'IRA. L'accusa che gli veniva rivolta era di aver diretto un film con soldati inglesi sul suolo irlandese: una specie di profanazione. Di conseguenza, diverse scene furono eliminate. 

Diverse scene interne furono girate a Powerscourt House, una famosa dimora settecentesca nella Contea di Wicklow, nella Repubblica d'Irlanda. La casa fu distrutta da un incendio accidentale pochi mesi dopo le riprese, nel novembre 1974, quindi questo film rappresenta l'ultima testimonianza degli interni perduti, in particolare del "salone", che fu utilizzato per più di una scena. Le montagne di Wicklow sono visibili, ad esempio, attraverso la finestra del salone durante una scena ambientata a Berlino.

Quando Barry chiede informazioni su un dipinto, gli viene detto che è stato realizzato da un certo Ludovico Corde. Il vero nome dell'artista era Ludovico Cardi (detto anche "il Cigoli") ed era effettivamente un discepolo di Alessandro Allori, come viene affermato nel film. È interessante notare che il precedente film di Kubrick, Arancia meccanica, presenta in modo prominente un procedimento "terapeutico" denominato "Ludovico". Il regista era noto per simili fissazioni.

Il regista era solito girare moltissime riprese di una stessa scena, solo per ottenere "quel qualcosa in più" di cui vagheggiava nella mente in stato di suggestione; non era insolito che si susseguissero dalle venti alle cinquanta riprese per scena. Si dice che abbia girato oltre cento riprese della scena in cui Barry Lyndon incontra per la prima volta Lady Honoria. Alla fine, l'attore Ryan O'Neal si esasperò così tanto per questa pratica estenuante che a un certo punto si rivolse a Kubrick con fierezza e lo apostrofò: "Va bene, ti dico cosa faremo. Tu reciti la mia parte in questa scena, e poi ti imito." Come al solito, il regista pensò che O'Neal si stesse comportando semplicemente in modo insolente, grezzo. Non gli veniva in mente neppure per un istante che un essere umano potesse avere limiti di sopportazione. 

Per illuminare al meglio le scene a lume di candela, Stanley Kubrick utilizzò candele realizzate su misura. Ogni candela aveva tre stoppini anziché uno e conteneva una cera altamente volatile. Questo faceva sì che le candele si consumassero molto rapidamente, motivo per cui molte di quelle che si vedono nei film sono così corte. 

Una scena di sesso tra Barry e Lady Lyndon fu girata, ma poi venne tagliata.

Secondo Tatum, la figlia di Ryan O'Neal, che viveva con la famiglia Kubrick durante la produzione del film, accadde un fatto increscioso. Il regista scoprì che la propria figlia tredicenne Vivian aveva flirtato con l'attore, così ne nacque un forte litigio. 

Leon Vitali, che interpretava il ruolo dell'odioso Lord Bullingdon, vomitò davvero durante il duello finale. Gli fu offerto un pranzo misto con gli ingredienti più pesanti che fu possibile trovare, nella speranza che ne fosse nauseato a sufficienza. Quando i conati tardavano ad apparire, ingerì un uovo crudo intero, che rigurgitò all'istante. A scatenare l'effetto emetico furono probabilmente le particelle fecali presenti sul guscio rotto: fu quindi un vero e proprio atto di coprofagia! Per fortuna il regista fu subito soddisfatto e non gli chiese di ripetere il processo. Un'autentica rarità per Kubrick, che era noto girare più riprese. 

L'edizione del dicembre 1975 includeva una lettera di Stanley Kubrick ai proiezionisti. Iniziava così: "Un'infinita cura è stata dedicata all'aspetto di Barry Lyndon, alla fotografia, alle scenografie, ai costumi; e all'accurata correzione del colore e alla qualità complessiva delle copie in laboratorio, così come alla colonna sonora. Tutto questo lavoro è ora nelle vostre mani, e la vostra attenzione alla messa a fuoco nitida, al buon suono e alla cura con cui maneggerete la pellicola renderà questo sforzo gratificante."


La grettezza di una casa di produzione

La Warner Bros. avrebbe finanziato questo film solo a condizione che Stanley Kubrick scegliesse come protagonista una delle 10 star più redditizie del botteghino, secondo l'annuale sondaggio Quigley. Ryan O'Neal fu indicata come la seconda star più redditizia del 1973, ed era superato solo da Clint Eastwood. Ironicamente, questa fu la sua unica presenza nella top 10, poiché gli espositori che stilarono la classifica avevano attribuito il successo di Love Story (1970) di Arthur Hiller (uno dei maggiori incassi dell'epoca) alla co-protagonista di O'Neal, Ali MacGraw, inserendola così nella lista nel 1971. Le altre 10 star più quotate erano Steve McQueen (terzo posto), Burt Reynolds (quarto posto), Robert Redford (quinto posto), Barbra Streisand (sesto posto), Paul Newman (settimo posto), Charles Bronson (ottavo posto), John Wayne (nono posto) e Marlon Brando (decimo posto). A parte la Streisand, del sesso sbagliato, la maggior parte di queste star sarebbe stata troppo vecchia o assolutamente inadatta per il ruolo. Quindi gli unici attori che Kubrick poté ingaggiare per il ruolo pur continuando a ricevere il sostegno finanziario dell'avida Warner Bros. furono O'Neal e Redford. Sia O'Neal che Redford erano di origine irlandese-americana, entrambi avevano un certo appeal al botteghino ed erano abbastanza giovani per interpretare il ruolo, sebbene Redford avesse cinque anni più di O'Neal. All'epoca O'Neal era la star più famosa, avendo ottenuto anche una nomination all'Oscar come miglior attore per Love Story. Tuttavia, Kubrick a quanto pare offrì la parte a Redford, che fortunatamente la rifiutò. Così O'Neal fu scelto. La stella di Redford avrebbe presto eclissato quella di O'Neal, balzando in cima alle classifiche del botteghino nel 1974 dopo i successi de La stangata (The Sting, 1973) di George Roy Hill e Come eravamo (The Way We Were, 1973) di Sydney Pollack. O'Neal abbandonò la Top 10 dopo il 1973, e questa è ancora oggi la sua unica apparizione in classifica. Provate a immaginarvi come sarebbe stonato un Barry Lyndon interpretato da Redford! 
Nonostante gli straordinari effetti visivi e i risultati tecnici raggiunti, questo film non ebbe il successo finanziario che Stanley Kubrick e la Warner Bros. si aspettavano. La mancanza di successo al botteghino all'epoca influì sulla decisione del regista di realizzare Shining (1980). 

Alcune note sul produttore esecutivo

Jan Harlan, produttore esecutivo di questo film e cognato di Stanley Kubrick, è nipote di Veit Harlan, famoso regista tedesco del periodo nazista, che nel 1942 scrisse e diresse Il grande re (Der grosse König, 1942), un film biografico su Federico il Grande, ambientato anch'esso durante la Guerra dei Sette Anni - lo stesso periodo in cui si svolge in parte anche Barry Lyndon
L'archivio cinematografico IMDb.com omette di riportare che Veit Harlan fu un nazionalsocialista fanatico e un antisemita furioso, che diresse il film di propaganda hitleriana Süss l'ebreo (Jud Süß, 1940). Dopo la caduta dei Reich Millenario, Veit Harlan diresse Processo a porte chiuse (Anders als du und ich, 1957), tutto incentrato sui pederasti e sul terrore che gli studenti si svirilizzassero! Il destino spesso fa accadere cose del tutto inattese: uno dei figli del regista della NSDAP divenne un frenetico attivista di sinistra, mentre una sua nipote sposò l'ebreo ashkenazita Stanley Kubrick. 


Etimologia di Barry 

Il nome irlandese Barry è una forma anglicizzata dell'irlandese Báire, un diminutivo di Bairrfhionn, Fionnbharr "Capelli biondi", "Testa bionda". Il composto deriva da fionn "bianco; biondo" (protoceltico *windos); barr "testa" (protoceltico *barrus). L'associazione è a San Finbarr, Patrono del Cork. Una variante comune di Báire è Barra. Come cognome, Barry può essere una forma anglicizzata dell'irlandese Ó Beargha "Discendente di Beargh". Il nome Beargh significa "Aguzzo" o "Predatore".  

Etimologia di Balibari 

Il buffo cognome posticcio del Cavaliere de Balibari è derivato dalla pronuncia francesizzata di un toponimo fantomatico, Ballybarry, che è una traduzione di Barrytown (in irlandese baile significa "città"). Quindi Balibari significa alla lettera "Città di Barry". Una bella allusione criptica al nome stesso del protagonista. 

Etimologia di Lyndon 

Il cognome Lyndon, di origine toponomastica, significa "Collina del Tiglio": deriva dall'antico inglese lind "tiglio" + dūn "collina", "montagna". L'elemento dūn è in ultima analisi un prestito celtico (protoceltico *dūno- "montagna", ma anche "città, fortezza"). Esiste anche l'ipotesi che il toponimo significasse invece "Collina del Lino", dall'antico inglese līn "lino" - questa proposta mi sembra meno plausibile, anche se non impossibile. In entrambi i casi si dovrebbe ammettere la natura non etimologica della lettera -y-, che sarebbe dovuta a un tentativo di nobilitazione. Si nota che Lyndon è attualmente più diffuso come nome di battesimo che come cognome.

Etimologia di Bullingdon

Il nome Bullingdon portato dall'odioso rampollo deriva dalla cristallizzazione di un cognome, che a sua volta proviene da un toponimo. Si chiama Bullingdon un'antica centena (distretto amministrativo) dell'Oxfordshire; esiste anche un piccolo borgo chiamato Bullingdon Green. Il significato è con ogni probabilità "Valle di Bula", ossia "Valle del Toro". L'area in questione compare nei documenti già nel XII secolo come Bulesden (1179) e nel XIII secolo come Bulandene: deriva dall'antico inglese Bula (nome proprio, a sua volta da bula "toro") e da denu "valle". Il nome è anteriore al famoso club dell'Università di Oxford, che in origine era una società sportiva che si riuniva proprio in quella zona.