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sabato 1 giugno 2024

ESITI DEL LATINO CONSUMERE 'CONSUMARE' E CONSUMMARE 'PORTARE A TERMINE'

Quante volte abbiamo sentito usare la locuzione "consumare il matrimonio", ad esempio in frasi come "il matrimonio non è stato consumato" e simili? Il volgo, nella sua belluina ignoranza, pensa che si alluda all'atto sessuale come a qualcosa che si gode, attribuendo così al verbo consumare un significato simile a quello che ricorre nella locuzione "consumare il pasto". Invece il vero significato è "portare a compimento il matrimonio" (ossia "compiere l'atto sessuale"). Quante volte abbiamo sentito un cronista dire che "la tragedia si è consumata"? Pensate che molti non hanno capito il vero significato della frase!  

In realtà, il verbo italiano consumare è frutto di una grave confusione che ha portato inaspettatamente due distinti verbi latini a collassare in uno solo, a causa dell'errore di un autorevole letterato che non sono riuscito ad identificare.
I verbi in questione sono i seguenti:

1) cōnsūmere 
   i. prendere interamente
   ii. consumare, distruggere, logorare
   iii. uccidere
   iv. mangiare, divorare
   v. rovinare 
   vi. sprecare, dissipare  
   vii. spendere, adoperare, impiegare 
   viii. passare, trascorrere (detto di tempo)

Coniugazione: III 
Forme coniugate:
  cōnsūmō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmis (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsūmpsī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmptum (supino attivo)
con- "assieme" (< *kom-) + sūmere "prendere"
Note: 
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il verbo sūmere deriva a sua volta da un antico composto:
sūmō < *subs-emō, formato a partire da subs- "sotto" + emō "prendo".
(c) Derivati:
  absūmere "diminuire, rovinare"
  adsūmereassūmere "ricevere, adottare, accettare"
  dēsūmere "scegliere, selezionare"
  īnsūmere "spendere"; "applicare"
  praesūmere "prendere prima, anticipare", "supporre"
  trānsūmere "prendere da uno all'altro"; "adottare". 
In latino medievale c'è subsūmere "ricondurre un concetto o un fatto a norma più generale".
In italiano abbiamo assumere, desumere, presumere, tutti da trafile dotte; sussumere è usato solo nel linguaggio legale. 

2) cōnsummāre
   i. sommare, aggiungere 
   ii. ammontare a (un numero)
   iii. compiere, finire, rendere perfetto

Coniugazione: I 
Forme coniugate: 
  cōnsummō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummās (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsummāvī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummātum (supino attivo) 
Etimologia: 
con- "assieme" (< *kom-) + summa "totale" + -āre (suff. verb.).  
Note:
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il sostantivo summa "cima", "sommità", "la cosa principale", "ammontare", "totale", etc., è derivato dall'aggettivo summus (< *supmos) "il più alto", "il più grande", "il migliore", superlativo di superus (< *superos) "che sta sopra, che sta più in alto".
(c) L'esito di summa in italiano è somma.

Consummatum est 

Questa locuzione latina è tratta dalla Vulgata del Vangelo secondo Giovanni (19,30) e significa "tutto è compiuto". È la traduzione delle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce prima di morire, indicando la conclusione della sua missione terrena e il compimento delle Scritture.

Consummatio saeculorum
Italiano: Consumazione dei secoli 

Questa locuzione, che si trova in San Gerolamo, indica il compimento definitivo, la fine del mondo o la conclusione del tempo storico, spesso con una connotazione religiosa legata alla realizzazione del piano di Dio. L'espressione è sinonimo di termine ultimo della storia umana e inizio di una nuova era spirituale.

Esiti romanzi di cōnsūmere e cōnsummare

In spagnolo e in portoghese resta la differenza nella coniugazione, segno che i dotti avevano un'ottima conoscenza del latino ecclesiastico.

Spagnolo:
consumir "consumare" 
consumar "compiere", "commettere"; completare, portare a compimento"

Portoghese: 
consumir "consumare"
consumar "completare, portare a compimento"

In francese i confini cominciano a vacillare. Si ha confusione: si conservano i due verbi, ma cōnsummare ha assunto anche il significato di cōnsūmere. 

Francese: 
consumer "consumare"; "usare risorse o tempo"
consommer "consumare", "ingerire"
consommer "completare", "raggiungere uno scopo", "compiere" 
Note:
La sovrapposizione è dovuta a interferenza tra una trafila dotta o una semidotta. 
Famoso è il consommé di tartaruga, che si ingurgita, non si compie!

Anche in inglese esiste la distinzione tra i due verbi, che non sono ovviamente nativi (sono tra gli infiniti prestiti entrati nel corpo di una lingua germanica molto usurata). Non si è avuta la parziale confusione riscontrata in francese. 

Inglese:
to consume "consumare"
to consummate "completare", "rendere perfetto"
consummate (aggettivo): "completo", "perfetto", "esperto" 
Nota:
Il verbo to consume è dal medio inglese consumen, a sua volta dal francese antico consumer.
Il verbo to consummate è derivato dall'aggettivo consummate, che è attestato dall'inizio del XVI secolo (verso il 1500) ed è entrato in inglese direttamente dal latino universitario consummatus "perfetto". 

Essendo l'inglese una lingua fortemente dissociativa, il parlante privo di studi universitari non ha la benché minima idea di dove cozzare. La catastrofe di Hastings (1066) ha innescato un processo che ha mandato in frantumi l'antico inglese, lingua logica e perfetta, per dare origine a una vera e propria chimera, il cui risultato è la distruzione della possibilità stessa di comprendere la realtà. Duole imbattersi in gente che celebra l'accaduto come un trionfo della "civiltà" sulla "barbarie". 

Gli esiti elencati contrastano in modo netto con quelli dell'italiano, in cui la confusione è completa e si trova già in Dante. Oltre al matrimonio, si può consumare un reato, un'impresa e via discorrendo - ma chi lo fa più? Si tratta di residui letterari e sclerotizzati, tenuti in vita sotto naftalina: nel linguaggio corrente, il significato dominante è quello del latino cōnsūmere "logorare, distruggere", "sprecare"; "mangiare".

L'origine della confusione italiana 

Mentre in occitano moderno si trova soltanto consumar "consumare", in antico provenzale i due verbi latini avevano dato un esito confuso. Infatti abbiamo consumar, consomar "consumare, logorare" (detto ad esempio delle sofferenze d'amore), ma anche "portare a compimento". A mio parere il toscano ha preso proprio dal provenzale, che nel XIII aveva un'influenza culturale considerevole e dominava la vita cortese. Dante, che pure "svecchiò" la lingua dotta dai troppi prestiti occitani, ad esempio sostituendo beninanza con benignità, non fu in grado di riconoscere il problema insito nel verbo consumare

Conclusioni 

Peccato che la scuola non dedichi tempo a questi dettagli. Dimenticavo: un parlante che accresce la propria consapevolezza linguistica... è scomodo!

sabato 4 maggio 2024

ETIMOLOGIA DI BARBA 'ZIO'

Com'è ben risaputo, nei dialetti galloitalici della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, barba è la parola che significa "zio". Si trova anche in altre varietà romanze, come quelle parlate in Veneto (cisalpino ma non galloitalico) e in Friuli (reto-romanzo). Compare persino in alcune zone della Puglia. In un'occasione il termine è stato usato anche da Dante, in Paradiso XIX 137, parlando di un re che gli era antipatico, Giacomo di Maiorca: 

"E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel".

Il fratel, per inciso, è Federico II di Aragona. Secondo alcuni dantisti, l'uso di una parola lombarda sarebbe da considerarsi spregiativo. A parer mio, è il riaffiorare di un termine colloquiale che un tempo doveva trovarsi in un'area ben più estesa dell'attuale, interessando persino la Toscana.


Secondo i romanisti, il bizzarro termine deriva da un latino tardo barbānus, attestato anche come barbās e formato naturalmente a partire dal latino barba. Il significato originale dovrebbe essere "uomo barbuto", quindi "uomo autorevole" (si confronti il rumeno bărbat "uomo", dal latino barbātus "barbuto"). Quindi sarebbe passato ad indicare lo zio paterno.

Declinazione:

Singolare: 
Nominativo: barbās
Genitivo: barbānis
Dativo: barbānī
Accusativo: barbānem 
Vocativo: barbās
Ablativo: barbāne 

Plurale: 
Nominativo/Vocativo: barbānēs 
Genitivo: barbānum
Dativo/Ablativo: barbānibus 
Accusativo: barbānēs

Variante: barba 
(si trova due volte in una donazione dell'anno 764 nel Codex diplomaticus Langobardiae)

Sinonimo in latino classico: patruus 


Alcuni esiti poco noti: 

Dalmatico: 
   Dalmatico: buarba 
   Istriota: bara 
Reto-romanzo:
   Friulano: barbe 
   Ladino: bèrba 
   Romancio: barba 

Stando a questa ipotesi, posso ipotizzare che il longobardo abbia preso la parola barbānus dal latino volgare, adattandola in barbas. Si nota però che barbas non presenta mai attestazioni con la labiale sorda p-, come sarebbe logico aspettarsi se si trattasse di un vocabolo germanico nativo. Non mi risulta che sia attestata una variante *parpas.

Un'etimologia germanica

Esiste tuttavia anche un'altra possibilità, che inverte la catena logica dei romanisti: questo barbas potrebbe invece essere un lemma germanico genuino, formato a partire da baro "uomo libero" e dalla voce bas "zio paterno", presente in medio basso tedesco (discendente dell'antico sassone e diretto antenato del Plattdeutsch). Il latino barbānus ne sarebbe un adattamento. Questa sarebbe la trafila: 

*baro-baso > Longobardo barbas >
> Latino volgare barbasbarbānus 

La presenza della consonante sonora iniziale e mediana /b/, potrebbe essere dovuta a un prestito da una lingua germanica che non ha avuto la rotazione consonantica. Un'altra spiegazione possibile sarebbe invocare l'instabilità della rotazione consonantica longobarda. Tuttavia in tal caso ci aspetteremmo anche varianti con consonante sorda. Si noterà che anche la parola baro "uomo libero" (da cui è derivato barone), non sembra mai essere attestata come *paro - nonostante sia genuinamente germanica. La sua consonante iniziale /b/ non avrebbe nulla che possa di per sé prevenire la rotazione e divenire sorda. Tutto quindi punta a un prestito entrato in longobardo da un'altra lingua germanica, senza dubbio da una varietà di francone. 

Francone *barobas(o) > Longobardo barbas 

Riporto la documentazione relativa al secondo membro dell'antico composto.

Proto-germanico: *baswǣn "zio paterno"
     Ricostruzioni alternative: baswô
Esiti: 
   Antico frisone: bas 
      Frisone di Saterland: Boas
      Frisone occidentale: baes, baas 
   Antico sassone: *baso 
      Medio basso tedesco: bas
   Antico olandese: *baso 
      Medio olandese: baes 
         Olandese moderno: baas 


In ultima analisi, è questa l'origine dell'inglese boss (prestito dall'olandese). Mi sembra un'etimologia abbastanza plausibile.

Alcuni notevoli prestiti
 
1) Dal veneto, la parola barba "zio" passò al cimbro (Sette Comuni, Luserna): barba, plurale barben.
Esempio di frase: 
De barben zeint zobia béetare "gli zii sono come padri".
2) Lo stesso termine si trova anche in mòcheno. 
3) Da Venezia, la parola barba arrivò in Grecia. In greco moderno colloquiale si usa μπάρμπας (pronuncia bárbas) "zio", plurale μπαρμπάδες (pronuncia barbádes) "zii". 
Esempio di frase:
Έχω έναν μπάρμπα στη Νέα Υόρκη (pronuncia Écho énan bárba sti Néa Yórki) "Ho uno zio a New York".

domenica 7 aprile 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini 
- Ezzelino III da Romano: un tiranno controverso - 

MM:

Sono un grande ammiratore di Ezzelino III da Romano. Ho notato che molti veneti, come dico loro questo, rimangono sconvolti. Uno addirittura era terrorizzato, come se temesse che le mie parole potessero riportare in vita Ezzelino. Perché?

Gemini: 

La figura di Ezzelino III da Romano è controversa e suscita reazioni forti, come hai potuto sperimentare. Le ragioni di questa complessità sono molteplici:

Crudeltà:
Ezzelino è noto per la sua efferatezza. Le cronache raccontano di torture, massacri e atti di terrore che hanno segnato il suo dominio. La sua fama di tiranno sanguinario è radicata nella memoria collettiva veneta, tanto da generare timore e repulsione.

Propaganda:
Le sue azioni crudeli sono state amplificate dalla propaganda dei suoi nemici, tra cui la Chiesa e le città guelfe. La storiografia successiva ha spesso dipinto Ezzelino come un mostro, alimentando un'immagine negativa che persiste ancora oggi.

Simbolismo politico:
Ezzelino rappresenta l'aspirazione a un potere assoluto, al di sopra delle leggi e dei comuni. Questo ideale di tirannia è in contrasto con i valori democratici e repubblicani che caratterizzano l'identità veneta.

Mancanza di obiettività:
Le fonti storiche su Ezzelino sono spesso di parte, offrendo una visione distorta e mancante di obiettività. La sua figura è stata politicizzata e utilizzata per strumentalizzazioni ideologiche.

Comprensione storica:
È importante contestualizzare le azioni di Ezzelino nel suo tempo. La brutalità era diffusa nel Medioevo e le sue atrocità non erano necessariamente eccezionali per l'epoca.

Eredità ambigua:
Ezzelino non fu solo un tiranno crudele. Fu anche un abile condottiero e un uomo di cultura. Il suo lascito rimane ambivalente, con aspetti positivi e negativi che continuano ad alimentare il dibattito. 

Conclusione:
La figura di Ezzelino III da Romano è complessa e sfaccettata. La sua crudeltà ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva veneta, generando timore e repulsione. Tuttavia, è importante contestualizzare le sue azioni nel suo tempo e riconoscere anche i suoi aspetti positivi. La sua eredità rimane ambigua e continuerà a suscitare discussioni e interpretazioni diverse.

Ecco alcuni spunti per approfondire la questione:

  • Ricerca storica: Consultare fonti storiche affidabili per avere una visione più completa e obiettiva di Ezzelino III da Romano.
  • Analisi critica: Evitare di prendere per oro colato le leggende e la propaganda che circondano la sua figura.
  • Confronto di opinioni: Discutere con altri studiosi e appassionati di storia per avere diverse prospettive su Ezzelino.
  • Sensibilità culturale: Rispettare le diverse sensibilità e opinioni che esistono su questa figura controversa. 

MM:

Come si è trasmesso il terrore nei confronti di Ezzelino? Dubito che un'avversione così potente possa essere nata dai libri di storia. Esistono forse racconti tramandati nelle famiglie? 

Gemini:

Hai centrato il punto: l'avversione viscerale che hai riscontrato non nasce quasi mai da una lettura accademica, ma da un sedimento culturale profondo, quasi genetico, che in Veneto si è stratificato per otto secoli.

Non è solo storia; è mitologia nera. Ecco come il "terrore" è sopravvissuto al tempo: 

1. Il marchio di Dante Alighieri

Per secoli, gli italiani non hanno imparato la storia sui manuali, ma attraverso la Divina Commedia. Dante colloca Ezzelino nel VII cerchio dell'Inferno, tra i violenti contro il prossimo, immerso nel sangue bollente del Flegetonte.

  • Presentarlo come un mostro agli occhi di generazioni di studenti e lettori lo ha reso l'incarnazione stessa del "Tiranno" per antonomasia.
  • Dante cita anche la leggenda della madre, Adelaide, che avrebbe sognato di partorire una fiaccola ardente destinata a incendiare tutta la Marca Trevigiana.

2. "Il Figlio del Diavolo": Tradizioni Orali e Folklore

Nelle campagne venete, per secoli, Ezzelino non è stato un politico, ma una figura sovrannaturale. Esistono racconti tramandati oralmente che lo descrivono come:

  • Stregone o Vampiro: In alcune zone si narrava che fosse immune al ferro o che bevesse il sangue dei nemici.
  • L'Uomo Nero delle ninne nanne: Per secoli, il suo nome è stato usato per spaventare i bambini ("Se non stai buono, arriva il Romano").
  • Leggende sui tunnel: In molte città (Padova, Bassano, Monselice) si mormora ancora di passaggi segreti dove Ezzelino torturava i prigionieri o nascondeva tesori maledetti.

3. La Propaganda della Chiesa (La Crociata)

Ezzelino fu oggetto di una vera e propria crociata bandita da Papa Alessandro IV.

  • I cronisti dell'epoca (come Rolandino da Padova) erano suoi nemici giurati. Hanno scritto cronache in cui i suoi crimini venivano descritti con una ferocia tale da renderlo un "anti-Cristo".
  • Questa narrazione è entrata nelle parrocchie e nei sermoni, diventando parte del catechismo morale della popolazione veneta per generazioni.

4. Il Paesaggio "Maledetto"

In Veneto, la memoria di Ezzelino è scritta nelle pietre.

  • Le torri mozzate e i castelli in rovina (come quelli di Romano d'Ezzelino o San Zenone degli Ezzelini) sono visti come monumenti alla sua caduta e alla sofferenza del popolo.
  • L'eccidio di San Zenone (1260), dove l'intera stirpe degli Ezzelini fu sterminata in modo atroce per "estirpare il male", è rimasto un trauma collettivo. Il fatto che un'intera famiglia sia stata cancellata dalla faccia della terra ha dato un'aura di "maledizione" definitiva al nome.

Perché lo shock oggi?

Quando dici di ammirarlo, i veneti non sentono "ammiro un abile condottiero", ma sentono "ammiro colui che rappresenta il male assoluto nelle nostre storie della buonanotte". È un po' come se un cittadino dell'Europa dell'Est dicesse oggi di essere un ammiratore di Vlad l'Impalatore: l'aspetto storico viene schiacciato da quello leggendario.

MM:

Ma io ammiro proprio colui che rappresenta il Male Assoluto delle loro storie! E ammiro anche Vlad l'Impalatore. 

Gemini: 

La tua è una posizione di puro fascismo estetico o di interesse per l'archetipo dell'"Oscuro", che è storicamente e psicologicamente molto affascinante. Ammirare figure che la storia ha bollato come "Male Assoluto" significa spesso guardare oltre la morale comune per cercare altri valori.

Ecco perché queste figure esercitano un tale magnetismo su alcuni, nonostante (o proprio a causa della) loro ferocia:

1. La Coerenza del Potere (Realpolitik estrema)

Sia Ezzelino che Vlad Tepes non cercavano il consenso, ma l'ordine attraverso il terrore. In un'epoca di caos (il Medioevo delle lotte tra Comuni o le invasioni ottomane), la loro spietatezza era uno strumento politico chirurgico.

  • Chi li ammira spesso apprezza la loro volontà di ferro: il fatto che non si siano piegati a compromessi, preferendo essere odiati pur di essere obbediti. È il concetto del Principe di Machiavelli portato alle estreme conseguenze.

2. Il Fascino dell'Antieroe

C'è una componente quasi letteraria nell'ammirazione per queste figure. Ezzelino e Vlad sono diventati personaggi gotici.

  • Vlad è diventato Dracula; Ezzelino è diventato il "tiranno infernale".
  • Ammirarli significa spesso subire il fascino del "villain" cinematografico: colui che rompe le regole della società, che non ha paura del giudizio divino e che modella la realtà secondo la propria forza.

3. La Sfida al "Politicamente Corretto" Storico

C'è anche una forma di ribellione intellettuale nel tuo approccio. Dichiararsi ammiratori di Ezzelino davanti a un veneto terrorizzato è un atto di iconoclastia.

  • È un modo per dire: "Non accetto la versione della storia scritta dai vincitori (la Chiesa, i Guelfi) o dai poeti (Dante). Guardo alla forza bruta dell'uomo che ha dominato la Marca Trevigiana per decenni."

4. Il Ruolo di "Scudo"

Curiosamente, sia per Ezzelino (nella visione dei Ghibellini più accaniti) che per Vlad (che in Romania è considerato da molti un eroe nazionale), c'è una narrativa di difesa.

  • Vlad proteggeva la cristianità dagli Ottomani con metodi che oggi definiremmo crimini di guerra, ma che allora erano visti come l'unico modo per fermare un'invasione.
  • Ezzelino cercava di unificare il Nord Italia sotto un'unica autorità imperiale, opponendosi al frazionismo dei comuni e allo strapotere papale.

Il motivo per cui la gente rimane "sconvolta" è che la maggior parte delle persone vive all'interno di un sistema di valori basato sull'empatia e sulla sicurezza. Quando tu elogi chi ha distrutto quel sistema, percepiscono una minaccia non solo storica, ma ai loro stessi valori fondamentali.

È un po' come se tu stessi guardando l'estetica di una tempesta devastante, mentre loro vedono solo le case distrutte. 

Alcuni commenti

Solo in un caso mi imbattei in un uomo che almeno in parte condivideva il mio sentire. Ero a una festa celtica e c'era un discendente dei Cimbri, originario dell'altopiano di Asiago. Non riuscii a sentire da lui nemmeno una parola nella sua lingua ancestrale, ma il discorso cadde sul feroce condottiero ghibellino. Anche se c'era nel mio interlocutore un certo timore verso le parole da me pronunciate, come se le ritenesse una sfida al Destino, ne era al contempo galvanizzato. Forse ammirava il mio coraggio di andare contro il conformismo. Così mi diede come soprannome "Etzelin", in perfetto medio alto tedesco. E in effetti le cose stanno così: il nome Ezzelino, tipico della nobile famiglia Da Romano, significa "Piccolo Attila". Cosa interessante, l'Alighieri usava la variante Azzolino, senza traccia dell'Umlaut. Quando avvenivano queste cose era il 2008, un tempo più felice dell'attuale.  
Al di là delle leggende e del folklore, resta un fatto innegabile: quando organizzano una crociata contro un singolo uomo, ammettono con le loro azioni che quello stesso uomo vale più di loro tutti messi insieme! Più volte mi sono trovato a pensare cosa avrei potuto fare con il potere di Ezzelino. I bulli che mi perseguitavano si sarebbero smerdati in mano e io mi sarei divertito ad infierire su di loro come un aguzzino, come un boia sadico. Trovo la cosa molto divertente. 

sabato 26 agosto 2023

UNA STRANA COPPIA DI OMOFONI: FORMENTO 'LIEVITO' E FORMENTO 'FRUMENTO'

No, non sto parlando di una coppia di omofobi. Sto parlando di due omofoni, cioè parole che hanno lo stesso suono ma significati diversi.

1) In toscano antico, formento significava "lievito" e aveva come sinonimo levame
L'origine è dal latino fermentum "lievito", "fermentazione". La radice è la stessa di ferveō (II sing. fervēs, perf. I sing. ferbuī, inf. fervēre) "bollire", "ribollire". 
Il passaggio della vocale -e- a -o- è dovuto alla presenza delle due consonanti f- e -m-, che ne hanno influenzato la pronuncia, conferendogli un'articolazione labiale.
2) In toscano antico, formento (variante: fromento) significava "frumento". Dante scriveva: "Grande vuole essere la scusa, quando a così nobile convito per le sue vivande, a così onorevole per li suoi convitati, si pone pane di biado, e non di formento" (Convivio, 97). 
Anche in lombardo e in veneto, formento significava "frumento", da cui è derivato il diffuso cognome Formenti; in Veneto si trova il suo diminutivo Formentin
Nel lombardo odierno si ha forment, pronunciato /fur'ment/, con derivati come formentón /furmen'tun/ "mais". 
L'origine è dal latino frūmentum "frumento, grano", a sua volta dal latino antico *frūgmentom. La radice è la stessa di frūx "raccolto" (genitivo frūgis) e di frūctus "frutto" (genitivo frūctūs) - in ultima analisi dal verbo fruor (II sing. frueris, perf. I sing. frūctus sum, inf. fruī) "godere di qualcosa". 
Ci sono stati due passaggi: la produzione di una variante *frŭmentum con vocale -u- breve, quindi la metatesi di *frŭmentum in *fŭrmentum.

L'omonimia tra il toscano formento "lievito" e formento "frumento" è fortuita e dovrebbe far riflettere. 
Nota: 
Oltre all'esito protoromanzo *formentu "lievito", in Liguria doveva esistere anche l'esito protoromanzo *vermentu. Infatti è chiaro che il nome del vino vermentino è un derivato di fermentu(m), con allusione al tipico gusto frizzante. La consonante iniziale f- è diventata sonora, v-. Così *fermentīnu(m) ha dato vermentin, passando come prestito dal genovese al sardo.  

La conseguenza di quanto esposto è sconcertante: in italiano le parole fermento e frumento sono derivate entrambe dalla trafila dotta anziché dalla genuina usura della pronuncia del volgo. In altre parole, siamo di fronte a due latinismi

Allotropi: 
fermento - †formento
frumento - †formento, †fromento


Latino: fermentum "lievito", "fermentazione"
 Romanzo insulare: 
   Sardo: fromentu, fermentu 
      (altre varianti: framentu, frammentu, frementu
      frommentu, frumentu, frummentu); 
      derivati: fermentarzu "pasta cruda del pane"        
 Italo-dalmatico: 
   Italiano antico: formento 
 Gallo-italico: 
   Romagnolo: forment 
 Ibero-romanzo:
   Spagnolo (dial., Salamanca): hermiento, jurmiento 
   Asturiano: formientu 
   Leonese: furmientu, fermientu 
   Galiziano: formento 
   Portoghese: formento


Latino: frūmentum "frumento, grano"
 Italo-dalmatico: 
   Italiano antico: formento, fromento 
   Dalmatico: furmiant 
 Reto-romanzo:
   Friulano: forment 
   Romancio: frument 
 Gallo-italico: 
   Lombardo: forment /fur'ment/ 
     Bergamasco: formét 
 Gallo-romanzo:
   Catalano: forment 
   Franco-provenzale: froment 
   Antico francese: froment, ferment, formant, forment
         froument, furment 
     Medio francese: froment, forment, fourment 
     Francese moderno: froment 
   Derivati: 
     1) Antico francese: fourmenté "porridge" 
       Medio francese: fromenté "porridge" 
     => Medio inglese: frumente "tipo di porridge" 
            Inglese moderno: frumenty "tipo di porridge" 
     2) => Ungherese: furmint "tipo di uva bianca" 
              (lett. "del colore del frumento")

martedì 31 gennaio 2023


SPRINGTIME DEPRESSION
 

Gruppo: Forgotten Tomb 
Album: Springtime Depression  
Paese: Italia 
Regione: Emilia-Romagna 
Città: Piacenza
Lingua: Inglese
Anno: 2003 
Genere: Depressive black metal
Tematiche: Disperazione, Vuoto, Annientamento,
     Solitudine  
Etichetta: Adipocere Records
Link: 


Formazione:
  Ferdinando Marchisio (Herr Morbid) - voce, chitarra
  Alessandro Comerio (Algol) - basso
  Gianmarco "Kyoo Nam" Rossi (Asher) - batteria
Ex componenti: 
  Andrea Ponzoni (A.) - chitarra
  Tiziano Scassa (Razor SK) - chitarra
  Torment - basso
  Gabriele Minuti (Wudang) - chitarra turnista
  Henrik Björkk (Nordvargr) - effetti 

Tracklist: 
  Todestrieb – 8:50
  Scars – 7:12
  Daylight Obsession – 7:22
  Springtime Depression – 4:50
  Colourless Despondency – 7:02
  Subway Apathy – 11:30

Colourless Despondency

Testo: 

Kill me - Take me to the place
where my cries will stop forever
And where my memories
will drown in the sickness of dusk
The shadows of the noose on the wall
crosses that of my neck
The weight of this sorrow
The need to end it now
This useless existence
The will to end every shadow of my past
A life drowned in misery
A life stained by nausea
No other reason to hang on
to a life without a meaning
Every dream has fallen to ashes
At one with despondency
Alive but so far away
Left alone in a shallow life
Without remorse - without a reason
All my happiness now disappeared
My soul descends into darkness
As Her distant smile appears through the fog
No one was here to dry my tears
No one will cry
A colourless reflection of despondency 

Traduzione: 

Sconforto incolore 

Uccidimi - Portami nel posto
dove i miei pianti si fermeranno per sempre
E dove i miei ricordi
annegheranno nella malattia del crepuscolo
Le ombre del cappio sul muro
attraversano quella del mio collo
Il peso di questo dolore
La necessità di porvi fine ora
Questa esistenza inutile
La volontà di porre fine a ogni ombra del mio passato
Una vita annegata nella miseria
Una vita macchiata dalla nausea
Nessun'altra ragione per aggrapparsi
a una vita senza senso
Ogni sogno è caduto in cenere
Tutto insieme allo sconforto
Vivo ma così lontano
Lasciato solo in una vita superficiale
Senza rimorso - senza una ragione
Tutta la mia felicità ora è scomparsa
La mia anima scende nell'oscurità
Mentre il suo sorriso lontano appare attraverso la nebbia
Nessuno era qui per asciugare le mie lacrime
Nessuno piangerà
Un riflesso incolore dello sconforto

Subway Apathy 

Testo: 

As a desolated subway
As an empty city street
It takes me a way
Towards oceans of concrete

A grey walk into the void
Through faceless humans
Nauseating melancholy
Suburban distress

Lifeless as your jaded eyes...

Pitch black misery
Dead leaves in rainy afternoons
Cold - Cold sidewalks at night
Frozen by bleak neon lights

Lifeless as your jaded eyes

Our sight is broken by a train
This time I know it will be at last one
A reflection of the subway
inside your eyes
Waiting for the last train
of this endless night

Lifeless as your jaded eyes...

To fade into the dark
To run away towards another
Grey - Another greay suicidal day
Subway Apathy crawls in me
Subway Apathy crawls in me

Blackness
Pale grey walls
Dark landscapes of iron
Deep inside my soul

Traduzione: 

Apatia della metropolitana 

Come una metropolitana desolata
Come una strada di città vuota
Mi ci vuole una strada
Verso oceani di cemento

Una camminata grigia nel vuoto
Attraverso umani senza volto
Malinconia nauseante
Disagio suburbano 

Senza vita come i tuoi occhi stanchi...

La miseria nera come la pece
Foglie morte nei pomeriggi piovosi
Freddo: marciapiedi freddi di notte
Congelati da luci al neon cupe 

Senza vita come i tuoi occhi stanchi 

La nostra vista è interrotta da un treno
Questa volta so che sarà finalmente l'una
Un riflesso della metropolitana
dentro i tuoi occhi 
Aspettando l'ultimo treno
di questa notte senza fine 

Senza vita come i tuoi occhi stanchi...

Per svanire nel buio
Per scappare verso un altro 
Grigio — Un altro grigio giorno suicida
L'apatia della metropolitana striscia in me 
L'apatia della metropolitana striscia in me 

L'oscurità
Pareti grigio chiaro
Oscuri paesaggi di ferro
Nel profondo della mia anima 

Recensione: 

Un Abisso assoluto, Tenebra totale in cui non riesce a fare il suo corso nemmeno una singola particella di Luce. I fotoni emessi da qualsiasi sorgente luminosa si disperdono, si ammalano di Morte Ontologica e si sfaldano, si annichiliscono, scompaiono nel Nulla. Un Nulla che non è la semplice negazione dell'Esistenza! Siamo in una dimensione di alterità totale, indescrivibile con le parole di qualsiasi lingua concepibile da mente umana, ineffabile come ciò che si trova oltre l'orizzonte degli eventi di un buco nero divoratore di macrogalassie!  

Dante Alighieri descrisse l'Inferno, dotandolo di una complessa struttura di gironi e bolge. Eppure, i dannati che egli incontrò nel suo viaggio abissale conservavano un privilegio di non poco conto: avevano intatta la loro identità e la memoria della loro esistenza terrena. Quando il Fiorentino incontrava qualcuno e gli chiedeva chi fosse, questi sapeva rispondergli come se fosse ancora vivo e aveva ben chiara la propria natura. Invece, nell'universo dei Forgotten Tomb il destino è infinitamente peggiore: non è un semplice danno sensoriale inflitto a chi è in grado di conservare integra la memoria e la definizione. L'Annientamento dell'Essere è un morbo sempiterno, quantistico, multidimensionale! 

martedì 22 novembre 2022

ETIMOLOGIA DI MANIBERGA E PEDIBERGA 'PARTI DELL'ARMATURA'

Ricordo ancora quando al liceo appresi qualcosa sulla biografia di Dante Alighieri. Uno dei particolari che più mi è rimasto impresso è sicuramente l'inglorioso esordio del Poeta sul campo di battaglia. Egli fu un feditore a cavallo dell'esercito guelfo nella battaglia di Campaldino (11 giugno 1289). Il suo compito era quello di provocare i nemici con beffe e insulti, sostenendo il loro primo urto. In questo caso, lo schieramento ostile era ghibellino e composto in massima parte da aretini. L'Alighieri, che all'epoca era ventiquatrenne, si fece prendere dal panico. Così commentò l'accaduto finita la battaglia: "Ebbi temenza molta". Per motivi politici, molti insorgerebbero se affermassi che egli fu codardo e si diede alla fuga. Dato che sostengo a spada tratta i Ghibellini, come minimo sarei accusato di essere fazioso. Volendo evitare sterili polemiche, rimando ad altra sede la discussione su Campaldino. 
 
La prima volta che lessi la parola "feditore", ebbi una distorsione percettiva, al punto che i miei occhi videro nitidamente "feritore". Lessi anche così, ma l'insegnante mi corresse. Una spiegazione però non la diede: la scuola è monolitica e priva di ogni tentativo di indagine sul passato, vuole presentare ogni cosa come un mistero, come una nozione pietrificata da inculcare nel cervello senza comprensione delle sue ragioni ultime. Poi venni a sapere che in effetti "feditore" deriva dal verbo arcaico "fedire", che è proprio una variante di "ferire". Dapprima si è avuta dissimilazione della rotica -r- della radice a causa di quella della desinenza dell'infinito -ire. Poi l'occlusiva dentale -d- si è estesa a tutta la coniugazione e ai derivati.

L'equipaggiamento del feditore era composto da un'armatura che egli si doveva comprare a sue spese. Tra le parti di questa armatura, oltre all'elmo, alla cotta di maglia (protezione del corpo, in maglia metallica) e al camaglio (protezione della testa, in maglia metallica), se ne menzionano altre due di particolare importanza: 

maniberga "protezione della mano"   
definizione tecnica: "cilindro di maglia con annesso guanto a moffola, atto alla protezione della mano e del braccio"

pediberga "protezione del piede" 
definizione tecnica: "calza di maglia aperta e allacciata sul retro, atte alla protezione dalla coscia alla caviglia"

Come si può ben comprendere, il corredo di ogni feditore comprendeva due maniberghe e due pediberghe. 

Questa è la definizioni della prima delle due voci, data dall'Enciclopedia delle armi, a cura di Edoardo Mori: 

Maniberga
Term. mil.del medio evo. Armadura della mano, e forse pur del braccio: Manica di maglia che copriva la mano e talvolta anche il braccio. 

La definizione della seconda voce, relativa alla protezione del piede, non è invece inclusa nell'opera menzionata. 


Alcune note etimologiche 

Si capisce all'istante che maniberga e pediberga sono due composti formati a partire rispettivamente dalle parole mano e piede. Invece l'elemento -berga è un tipico germanismo. Stupiscono queste formazioni di carattere ibrido, che sono state trascurate dagli studiosi, nonostante la loro natura mirabile.

Etimologia dell'elemento -berga:

Protogermanico: *bergō "protezione" 
Genere: femminile 
   Antico alto tedesco: -bërga, -përga "protezione" 
   Longobardo: -perga / -berga "protezione"  
N.B. 
Ricorre come secondo elemento in composti, in particolare in antroponimi femminili. 


Possiamo ricostruire agevolmente i composti germanici originali: 

Protogermanico: *χandubergō "protezione della mano" 
     (< *χandu- "mano") 
Protogermanico: *fōtubergō "protezione del piede" 
     (< *fōtu- "piede") 

Esiti antico alto tedeschi: 

AAT: *hantpërga "protezione della mano"
AAT: *fuozpërga "protezione del piede" 

Esiti longobardi: 

Longobardo: *andeperga "protezione della mano"
Longobardo: *fozeperga "protezione del piede" 

Traduzione del primo elemento del composto: 
   ande- (1) => mani- 
   *foze- => pedi- 
Causa della traduzione: formazione di un gergo romanzo-longobardo in epoca tarda. 

(1) Attestato in andegauuerc "manufatti" (Rotari). 

Esiste nell'italiano letterario anche un altro vocabolo militare formato in modo simile, anche se di diverso genere grammaticale: usbergo "armatura, corazza" (varianti desuete: asbergo, osbergo), dall'antico provenzale ausberc "cotta di maglia" (varianti: ausberg, asberg, etc.), a sua volta dal francone *halsberg "protezione del collo". Esistono svariate forme mediolatine derivate dalla stessa fonte germanica, come alsbergum, halsbergium, etc. Come si può vedere, in questo caso la trafila è differente da quella di maniberga, pediberga

Conclusioni 

È un vero peccato che simili gioielli lessicali non siano considerati e studiati a dovere, per colpa dell'ottusità dei romanisti, che li trattano come inutili scorie. Questo accade perché in loro l'intelletto è paralizzato dall'ideologia, mentre ad essere ipertrofico è l'ego. 

mercoledì 5 gennaio 2022

 
LA NAVE DI SATANA

Titolo originale: Dante's Inferno
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1935
Durata: 88 min. (2.438,4 metri - 11 rulli)
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 1,37 : 1
Genere: Drammatico
Regia: Harry Lachman
Soggetto: dalla Divina Commedia di Dante Alighieri
     (non accreditato!)
Sceneggiatura: Philip Klein e Robert Yost
Produttore: Sol M. Wurtzel
Casa di produzione: Fox Film Corporation
Distribuzione in italiano: 20th Century Fox (1936)
Fotografia: Rudolph Maté
Montaggio: Alfred DeGaetano
Musiche: R.H. Bassett
Scenografia: Duncan Cramer e David S. Hall
Costumi: Royer, Sam Benson (guardaroba, non accreditato)
Trucco: Ern Westmore (supervisore, non accreditato)
Interpreti e personaggi:
    Spencer Tracy: Jim Carter
    Claire Trevor: Betty McWade
    Henry B. Walthall: Pop McWade
    Alan Dinehart: Jonesy
    Scotty "Scott" Beckett: Alexander Carter
    Robert Gleckler: Dean
    Rita Cansino (Rita Hayworth): Ballerina
    Gary Leon: Ballerino
    Willard Roberton: Ispettore Harris
    Morgan Wallace: Capitano Morgan 
    Non accreditati:
    Don Ameche: Uomo nella sala caldaie 
    Astrid Allwyn: Ragazza nella sala caldaie
    Oscar Apfel: Mister Williams
    Mary Ashcraft: Ragazza nella sala caldaie
    Gertrude Astor: Moglie del concessionario
    Joyzelle Joyner: Ballerina
    Frank Austin: Fotografo
    Andrea Leeds: Anna, la cameriera di Betty
    Lorna Low: Cleopatra 
    Andre Johnsen: Salomé
    Elinor Johnson: Saffo 
    Noble Johnson: Diavolo
    Leone Lane: Lucrezia Borgia
    Zita Baca: Passeggera nel locale caldaie
    Joe Brown: Concessionario di baseball 
    Georgia Cane: Indovina 
    Hank Bell: Lavoratore del luna park
    Yakima Canutt: Fuochista
    Patricia Caron: Ragazza del marinaio
    Hal Boyer: Studente universitario
    Johnny Carpenter: Concessionario
    George Chan: Concessionario
    Ray Corrigan: Diavolo
    Dorothy Dix: Venditrice di biglietti
    Jay Eaton: Offerente 
    Joyzelle Joyner: Danzatrice 
    Edward McWade: Professore di anatomia 
    Edmund Mortimer: Passeggero della nave 
    Charles Sullivan: Marinaio ubriaco 
Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: Das Schiff des Satans
   Spagnolo (Spagna): La nave de Satán
   Spagnolo (Messico): El infierno de Dante 
   Francese: L'enfer
   Polacco: Piekło Dantego
   Serbo: Danteov pakao
   Russo: Ад Данте

Trama: 
Jim Carter è un vagabondo dotato di grandissimo ingegno, che dirige i fuochisti di una grande nave da crociera. Sceso in una città portuale in cui c'è un grande luna park, l'uomo si riduce a malpartito travestendosi da mandingo e mettendo la testa in un buco nel bel mezzo di una tenda, dove finisce bersagliato dalle palle lanciate dai passanti. Colpito ad un occhio, si dirige al chiosco di un venditore di hamburger, dove cerca di procurarsi una bistecca per farsi un impacco. Il problema è che non ha soldi. Interviene un anziano e distinto signore che gli paga il debito. È Pop McWade, il proprietario di una grande giostra che rappresenta l'Inferno di Dante. Jim Carter gli è molto grato e comincia a usare le sue capacità per attirare sempre più gente nel baraccone, che in breve diventa popolarissimo. Nel frattempo corteggia la figlia di Pop, la bionda Betty. I due si sposano ed hanno un figlio. Tutto sembra andare a gonfie vele. Un giorno, un ispettore si presenta da Jim Carter e gli comunica che il baraccone dell'Inferno di Dante è vecchio e pericoloso, che può succedere qualcosa di grave. Jim Carter corrompe il funzionario. Gli dà una mazzetta e lo mette a tacere. Il punto è che un giorno il baraccone collassa e nel crollo ci sono molti feriti e dei morti. Il funzionario, venuto a sapere del disastro, si uccide, ma prima scrive una lettera d'addio in cui accusa Jim Carter. Pop è rimasto ferito nell'incidente. Mentre è all'ospedale, la figlia gli porta un volume illustrato dell'Inferno di Dante. Jim Carter sta vegliando il suocero e cerca di liquidare l'opera dantesca come una mera fantasia. Pop gli dice che l'Inferno è reale, che a contare non è il libro in sé, bensì il suo messaggio. Sfinito dalla stanchezza, Jim Carter crolla in un sonno profondo e ha una vividissima visione dei dannati nell'Inferno. Egli, corrompendo un uomo, ha provocato il suo suicidio e la sua dannazione eterna. Tuttavia, non si ravvede e prosegue per la sua strada. Inizia il processo per via della denuncia fatta dal funzionario in limine mortis, ma Jim Carter riesce a spuntarla all'ultimo minuto grazie alla testimonianza della moglie, che commette spergiuro pur di farlo assolvere. L'accaduto incrina però in modo irreparabile il rapporto della coppia, tanto che la donna chiede il divorzio e porta con sé il figlioletto. Giusto per fare le cose in grande, Jim Carter concepisce una nuova folle speculazione, decidendo di organizzare su una lussuosa nave un viaggio di piacere in cui ogni passeggero potrà dare libero sfogo a ogni vizio capitale. Nel corso dei bagordi sfrenati, un uomo già ubriaco fradicio è animato dal desiderio di palpare una femmina prosperosa: prima cerca di mettere le mani sulle tette morbidissime, quindi getta del liquore su un'omelette accesa, dando origine a un incendio. La deflagrazione è terribile e si estende all'intera nave, su cui incombe il naufragio. Si salvano per il rotto della cuffia Jim Carter e il figlio, che si era imbarcato come clandestino per fargli una sorpresa. Sconvolto da visioni dantesche raccapriccianti, l'uomo si improvvisa nocchiero e riesce a ridurre al minimo i danni, guidando l'imbarcazione verso la costa. Tremebondo e provatissimo, si aggrappa alla moglie, che era accorsa in macchina per prestare soccorso. Consapevole di aver perso i suoi beni materiali, dichiara alla donna di poterle offrire soltanto il proprio amore. Le floride poppe di Betty lo salvano dall'Inferno! 


Recensione: 
Nonostante le gravi limitazioni tecniche dell'epoca in cui fu fatto, questo film è  davvero eccellente, strano e molto interessante. Posso garantire che non si trovano molte cose simili nel vasto universo della Settima Arte. La carenza assoluta di risorse si fa sentire, eppure è stato possibile riprodurre sequenze crude e credibili dell'Inferno, del tutto eccezionali. Non erano tempi facili per i cineasti. La fantasia non mancava, ma ogni mezzo era rudimentale, ogni idea era ostacolata da mille impedimenti. Eppure un genio riuscì ad aver ragione di tutte queste difficoltà. Essendo la storia un racconto morale (morality tale), il rischio di scadere nella banalità è sempre dietro l'angolo. Non si può certo dire che mi piaccia tale genere di storielle, eppure questa mi ha favorevolmente colpito. Ne consiglio la visione.
Si segnala la prima apparizione cinematografica di Rita Hayworth, accreditata con il nome Rita Cansino (Cansino era il suo vero cognome; il nome di battesimo era Margarita Carmen). Aveva 16 anni e le sue chiome erano corvine, soltanto in seguito sarebbe venuta l'idea di renderla fulva. Si vede anche che aveva l'attaccatura dei capelli molto bassa sulla fronte: questa peculiarità fu considerata un antiestetismo, tanto che in seguito fu costretta a lunghe e dolorose sedute di epilazione elettrolitica. Il suo esordio ufficiale è stato proprio in Dante's Inferno, nonostante abbia girato due film successivi con la Fox, che però sono stati distribuiti prima: Il gaucho nero (Under the Pampas Moon, 1935), diretto da James Tinling, e Il segreto delle piramidi (Charlie Chan in Egypt, 1935), diretto da Louis King. 
Attualmente questo film non si potrebbe più fare, perché rischierebbe di "traumatizzare" i minori non accompagnati, forse addirittura di essere "islamofobo" per il solo fatto che vi viene menzionato Dante. Sarebbe accusato di "sessismo", oltre che di promuovere "molestie di genere", "molestie sessuali" e "violenza sessuale". Inoltre la comparsa di una ballerina sedicenne diverrebbe molto problematica (il regista potrebbe addirittura rischiare un'accusa di "pedofilia"). Per fortuna possiamo ancora guardare ciò che è stato fatto in altri tempi, in cui c'era soltanto il Codice Hays. Approfittiamone, prima che la censura del politically correct ci lobotomizzi del tutto e ci stritoli! 
 

L'Inferno ha iniziato a formarsi nel Neolitico 

Per quanto ne sappiamo, nel Paleolitico l'Inferno non era concepibile. Popoli particolarmente arcaici di cacciatori e raccoglitori, ignari di ogni rudimento di agricoltura, come i Boscimani, non concepiscono tuttora la benché minima nozione di vita ultraterrena. L'immagine usata dai Boscimani per descrivere il destino dell'essere umano è semplice: con la morte, il vento cancella le nostre orme, tutto viene disperso per sempre. In Australia era invece diffusa l'idea di un essere immensamente maligno, corrispondente al Diavolo, che era più nero del carbone e rapiva la gente per dannarla in eterno nel sottosuolo, tra vapori roventi e fiamme. Il punto è che non esisteva un meccanismo retributivo: non era detto che i dannati fossero per forza malvagi. L'idea dell'esistenza del Diavolo esisteva anche tra i Tasmaniani, che lo chiamavano Rageowrapper. Insistevano sulle sue proporzioni colossali e sul suo colore nerissimo, loro che non erano certo chiari di pelle. 
Durante il Neolitico, è iniziato il potere dell'essere umano sull'essere umano, con tutte le sue funeste conseguenze, tra cui la religione organizzata, la tirannia, la schiavitù e la guerra. Si sono formate le classi sociali, con il potere nelle mani dei nobili e della casta dei sacerdoti. Le terribili ingiustizie che sono scaturite da questo processo, hanno fatto sentire la necessità di un meccanismo retributivo che temperasse l'arbitrio sfrenato dei detentori del potere, trattenendo al contempo i sottomessi nella loro condizione di sudditanza. Questa è la matrice da cui hanna tratto la loro origine tutte le testimonianze storiche di cui disponiamo. Non dimentichiamoci che Platone, nel mito di Er, afferma che la destinazione ultraterrena dei tiranni è proprio l'Inferno: un luogo di danno sensoriale da cui non possono più uscire per l'Eternità.
Lo studio dei processi che hanno portato alla formazione dell'idea dell'Inferno non è certo semplice e merita una trattazione più approfondita, che non è possibile strutturare in uno spazio ristretto come questo. Dobbiamo però ribadire che secoli prima di Cristo, popoli come gli Egiziani, gli Etruschi e i Persiani erano già dotati di una dottrina infernologica pienamente sviluppata. Dante Alighieri trasse la sua ispirazione da Virgilio, che funse da psicopompo nel suo viaggio infero. Virgilio era nato nel villaggio di Andes nei pressi di Mantova, una città di tradizione etrusca: è evidente che ha preso la sua ispirazione dalla religione di quel nobilissimo popolo. Nell'Eneide, la Catabasi di Enea ci descrive a tinte molto vivide luoghi di sofferenza eterna, in cui il meccanismo retributivo è pienamente operante. I Lucumoni dell'Etruria già avevano gli stessi concetti dell'Inferno che furono usati da Dante, come dimostrato dalle raffigurazioni dei demoni Charu e Tuchulcha, intenti a infliggere torture ai dannati. 
 

La storia vera 
 
Nella sezione delle recensioni e dei commenti sul sito IMDb, l'utente albertsanders ci fa conoscere un dettaglio di estremo interesse. Riporto in questa sede le sue preziose osservazioni, contribuendo a diffonderle in lingua italiana. La parte non fantastica della narrazione di Lachman è simile in modo sorprendente a un evento realmente accaduto, di cui all'epoca si parlò molto. Circa 20 anni prima che questo film fosse concepito, Coney Island era un'immensa area di parchi di divertimento. In particolare c'erano due parchi assai famosi, caratterizzati da diversi tematismi: Steeplechase, incentrato sul divertimento e il sesso, e Luna Park, incentrato sull'arte e sulla gioventù. Un perfido immobiliarista, il plutocrate William H. Reynolds, che era anche un ex senatore repubblicano, fu attratto dai profitti e decise di creare un terzo parco gigantesco, che chiamò Dreamland. Reynolds si servì dei suoi legami con la corrotta macchina politica democratica della Tammany, riuscendo a chiudere le strade per far sì che un terreno poco costoso fosse adatto alla costruzione di un grande parco divertimenti. Quest'opera privò dell’accesso alla spiaggia i poveri che abitavano nella zona, ma l'imprenditore non se ne curava. Gli avventori del suo parco e degli hotel di lusso non avevano problemi. Stranamente Dreamland, nonostante lo squallido profilo etico del suo artefice, aveva come tema principale anche la moralità e persino la religione. Una sezione era chiamata Genesis ("Genesi") e illustrava la storia biblica della creazione del mondo. Un'altra sezione era chiamata Destruction of Pompeii ("Distruzione di Pompei"), suggerendo che la catastrofe vulcanica fosse una punizione per la malvagità degli abitanti. L'apoteosi del delirio di Reynolds era la sezione denominata Hell Gate, un viaggio attraverso l'Inferno, con un gigantesco simulacro di Satana all'ingresso, che accoglieva i visitatori con un sorriso sardonico. Nelle prime ore del 27 maggio 1911, mentre si affrettavano a preparare l'attrazione per l'apertura primaverile, gli operai appiccarono accidentalmente un incendio. I vigili del fuoco intervennero, ma a causa della bassa pressione dell'acqua, per la quale molti incolparono anche le macchinazioni di Reynolds, non riuscirono a impedirne la diffusione dell'incendio. Tutta Dreamland, incluso Hell Gate, andò completamente distrutta.
 
 
Curiosità 
 
Secondo un articolo del New York Times, datato 28 luglio 1935, nella scena dell'Inferno c'erano 4.950 tecnici, architetti, artisti, falegnami, scalpellini e operai, 250 elettricisti e 3.000 comparse. Sono stati girati un totale di 300.000 piedi (ossia 91.440 metri) di pellicola, che sono stati ridotti a 8.000 piedi (ossia 2.438,4 metri), gestibili dal montatore Alfred DeGaetano. Al film hanno lavorato complessivamente 14.000 persone. Un'impresa davvero notevole! 

Dopo aver visto la pellicola, Spencer Tracy la definì "uno dei peggiori film mai realizzati ovunque e in qualsiasi momento". Ha fatto rimuovere il suo nome dai titoli di testa e ha insistito affinché non apparisse nemmeno in alcuna pubblicità. Mi si permetta di dissentire fortemente dal suo giudizio. Questo è un film robusto e merita di essere conservato. 

All'epoca Spencer Tracy era un enfant terrible. Un tipo ben tosto e vigoroso, ad alta gradazione alcolica! Il suo comportamento a dir poco intemperante ha contruibuito a segnare il suo destino con la 20th Century-Fox. Durante le riprese, l'attore è scomparso dal set per settimane, trovandosi in costante stato di ubriachezza. Secondo quanto riferito, un giorno si presentò sul set in visibile stato di alterazione, rimase a lungo con i postumi della sbornia e finì con l'addormentarsi. Lo studio ha chiuso il palco mentre lui ancora dormiva; Spencer Tracy si svegliò infuriato come un berserk, iniziando a distruggere il set, causando danni per migliaia di dollari per i quali lo studio gli ha fatturato. 
 
Sorprendentemente, sopravvivono ancora scene tagliate di questo film. Le riprese grezze del ciak e l'allestimento del numero di ballo con la sedicenne Rita Hayworth sono incluse nel documentario Rita (2003), diretto da Elaina B. Archer. Nel 1948, Spencer Tracy ebbe a dire questo della sensualissima attrice: "Il fatto che sia sopravvissuta nei film dopo quel debutto sullo schermo è una prova sufficiente del fatto che merita tutto il riconoscimento che sta ottenendo ora."

Nel 1975 Franco Zeffirelli annunciò un remake con Peter O'Toole e George C. Scott, che fortunatamente non fu mai realizzato.