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lunedì 19 agosto 2024

UN RELITTO CELTO-LIGURE IN PIEMONTESE E IN LIGURE: BRUSS 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il piemontese la parola bruss (varianti ortografiche: bross, bröss, brôs, brus; pronuncia /brus/) indica un derivato del latte simile a un formaggio cremoso, dal gusto intenso e piccante. È molto diffuso in Alta Langa e in Basso Monferrato. In ligure è chiamato brussu o bruzzu ed è tipico della Valle Arroscia (comuni di Triora, Molini di Triora, Cosio di Arroscia, provincia di Imperia). Tradizionalmente viene prodotto facendo fermentare avanzi di formaggio con l'aggiunta di grappa; oggi è ottenuto soprattutto da formaggi di alta qualità con aggiunta di panna, ricotta, latte ed erbe aromatiche. Abbiamo già avuto occasione di fare menzione del bruss nel nostro articolo sui formaggi coi vermi, a cui rimando per ulteriori dettagli.  
L'etimologia del nome di questo prodotto caseario è chiarissima a chi ha qualche conoscenza delle lingue celtiche e più in generale della ricostruzione del proto-indoeuropeo. Invece la considerano molto oscura i romanisti e i paleo-comparativisti, i dilettanti che hanno passato la loro vita a raffazzonare etimologie popolari insensate. Così sono venuto a leggere che è stata congetturata la provenienza del nome bruss dall'antica provincia francese della Bresse, compresa nelle regioni Rodano-Alpi, Borgogna e Franca Contea - a dispetto della differenza della vocale. Simili assurdità sono riportate a galla dall'algoritmo di Google, che le mette sotto il naso degli utenti, senza sosta, arrecando alla Scienza danni spaventosi quanto irreparabili. 

Protoforma celto-ligure ricostruibile: *brutijom
Significato: "tipo di formaggio o latte fermentato"

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*brutijom > *brutjo- > *brutsjo- > bruss 

Si è prodotta un'assibilazione, evidentemente in epoca tarda, forse addirittura proto-romanza. I paralleli nelle lingue celtiche sono evidenti. 

Protoceltico: *brutus 
Significato: "calore", "ebollizione", "fermentazione"
Genere: maschile

  Antico irlandese: bruth "calore" (soprattutto violento),
     "veemenza"; "splendore del fuoco" 
     genitivo: brotho, brotha (< *brutous)
     dativo: bruth (< *brutou
     accusativo: bruth n- (< *brutun)
  Antico bretone: brod "calore" 
  Gallese moderno: brwd "zelante", "appassionato",
       "ardente"; "audace" 
  Cornico: bros "rovente", "molto caldo"

Protoceltico: *brutis 
Significato: "atto di bollire", "atto di cuocere"
Genere: femminile

  Antico irlandese: bruith "bollire", "cuocere" 
  (nome verbale di berbaid "egli bolle", "egli cuoce",
  vedi nel seguito) 
     genitivo: bruithe (< *bruteis
     dativo: bruith (< *brutei
     accusativo: bruith n- (< *brutin)

Protoceltico: *berwos 
Significato: "stufato", "ebollizione" 
Genere: maschile 

  Medio bretone: beru "carne bollita", "stufato" 
  Bretone moderno: berv "brodo"; "ebollizione"; "bollente"  
      fraseologia: 
      dour berv "acqua bollente" 
      tomm-berv eo ar soubenn "la zuppa sta bollendo"
  Medio gallese: berw "ebollizione"
  Gallese moderno: berw "stufato", "cibo bollito";
      "bollito", "ribollente" (agg.) 

Protoceltico: *berwā- / *berwī- 
Significato: "bollire", "fermentare", "cuocere"

  Antico irlandese: berbaid "egli bolle", "egli cuoce"
    congiuntivo: -berba "che egli bolla", "che egli cuocia"
    preterito: berbais "egli bollì", "egli cosse"
  Medio gallese: berwi "bollire", "cuocere"
  Bretone moderno: berwiñ, birviñ "bollire", "cuocere"

Origini indoeuropee

La radice è chiaramente il proto-indoeuropeo
*bherw- / *bhreuwh1- "fermentare", "bollire". È molto produttiva e ha dato una gran varietà di forme in numerose lingue: 

Latino: ferveō "io bollo", fervēre "bollire"  
Latino: fermentum "fermentazione", "lievito" 
Latino: dēfrutum "vino cotto" (*)
Greco: βρῦτος (brûtos) "birra" (**) 
Proto-germanico: *brinnanan "bruciare"
    Tedesco: brennen "bruciare"
    Inglese: to burn "bruciare", 
    etc.
Proto-germanico: *brewwanan "fermentare bevande",
        "birrificare" 
    Tedesco: brauen "fermentare bevande, birrificare", 
          Bräu "birrificio" 
    Inglese: to brew "fermentare bevande, birrificare", 
    etc. 
Proto-germanico: *bruþan "brodo" 
    Inglese: broth "brodo", 
    Norreno: broð "stufato", "brodo" 
    etc. 
Proto-germanico: *brauðan "pane" 
   Tedesco: Brot "pane"
   Inglese: bread "pane", 
   Norreno: brauð "pane"
   etc.

(*) L'accento è sulla vocale -ē-. Variante: dēfritum. La parola indica una specie di vin brûlé, ottenuto facendo cuocere vino in pentole di piombo. Il processo addolciva la bevanda, che però era fortemente tossica. 
(**) La parola è di certo un prestito, con ogni probabilità dalla lingua dei Traci. L'originale trace doveva essere *brūtas
Confutazione di una falsa etimologia

Il nome della provincia francese della Bresse proviene invece da Brixia (documentato in latino come Saltus Brixiae), e deriva da una diversa radice celtica che non ha nulla a che fare con il nome del bruss. Infatti il toponimo francese è identico nell'etimologia al nome della città di Brescia (ben documentato come Brixia), che è dal proto-celtico *brig- "elevato", "alto", da cui *brigā "montagna"; "luogo elevato" e anche "città". Avremo modo di approfondire l'argomento in un'altra occasione.

Conclusioni 

Se si indaga a fondo, si possono recuperare dettagli di un mondo remoto che pareva irrimediabilmente perduto. Usando la logica e il metodo, si ottengono risultati strabilianti. 

giovedì 15 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN VALTELLINESE: BITTO 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il bitto (in lombardo bit) è un formaggio grasso di latte vaccino di alpeggio, a pasta cotta e semidura di colore giallo dorato, tipico delle Valli Orobiche in provincia di Sondrio, in Valtellina. In particolare, la Valle del Bitto è una valle secondaria, situata sulla sinistra orografica dell'Adda all'altezza di Morbegno. Spesso si parla di Valli del Bitto, al plurale, perché si ha la divisione in due valli secondarie: la Val Gerola a ovest e la Valle di Albaredo ad est. È attribuito il nome Bitto anche al torrente di tale bacino idrografico, immissario dell'Adda. I romanisti, incapaci di spiegare il nome del prodotto caseario, lo fanno derivare dall'idronimo. Poi, incapaci anche di spiegare l'idronimo, lasciano intendere che sarebbe spuntato fuori dal Nulla. La loro tipica dottrina è questa: siccome l'idronimo è oscuro, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, dato che non inficerebbe l'etimologia del nome del formaggio. Ovviamente questa metodologia è inaccettabile. 

Il nome del prodotto caseario e quello del torrente possono essere entrambi ricondotti in modo agevole a una radice celtica. 
 
Protoforma celtica ricostruibile: *bituwos 
Significato originale: "eterno", "perenne"
> "durevole", "duraturo" 

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*bituwo- > *bitwo- > *bittwo- > *bītto- 
> bit 

Si deve notare un importante tratto: l'assenza di lenizione dell'antica occlusiva mediana -t-. La mia ipotesi è che si sia creato un rafforzamento di -tw- in -ttw-, cosa che spiega il mantenimento della consonante sorda. Questo gruppo consonantico avrebbe avuto come conseguenza anche il prolungamento per compenso della vocale breve tonica /i/, divenuta così /i:/. Va detto comunque che esistono in Italia settentrionale esiti tardi di parole celtiche che non mostrano traccia di lenizione (Petracco, 2016). 
Per quanto riguarda la morfologia, la protoforma ricostruita *bituwos può essere considerata un aggettivo formato con il suffisso -wo- a partire dalla seguente importante parola:

Protoceltico: *bitus 
Significato: "mondo", "eternità" 
Genere: maschile / femminile 

Esiti attestati:

Gallico: bitus "mondo", "eternità" 
   derivati: Biturīges "i Re del Mondo", 
      singolare Biturīx "Re del Mondo"
   (nome di un popolo famoso); 
   Bitugnātā "Figlia del Mondo" 
   (antroponimo femminile), 
   Adbitus "Grande Eterno"
   (antroponimo maschile)
   Dagobitus "Buono Eterno" 
   (antroponimo maschile), 
   etc. 
Antico irlandese: bith "mondo" 
   genitivo: betho, betha (< *bitous),
   dativo: biuth (< *bitou
   accusativo: bith n- (< *bitun)
   vocativo: bith (< *bitu)
   Plurale: 
   nominativo: betha (< *bitoues)
   accusativo/vocativo: bethu (< *bitūs
   genitivo: bethae n- (< *bitouon)
   dativo: bethaib (< *bitubi)
Antico gallese: bid "mondo"
Medio gallese: byt "mondo" (*)
Gallese moderno: byd "mondo" (*)
Antico bretone: bit, bet "mondo"
Bretone moderno: bed "mondo"
Antico cornico: bit, bys "mondo"
Cornico: bys, bes "mondo"

(*) Esiste in gallese anche il doppione byth "eternità", con ogni probabilità un prestito dall'antico o medio irlandese bith

L'origine ultima è dalla radice proto-indoeuropea *gweyh3-, che significa "vivere" e da cui derivano anche le parole latine vīvus "vivo", vīta "vita", oltre al greco antico βίος (bíos) "vita" e via discorrendo. 



Il bitto è un formaggio che notoriamente si conserva per periodi lunghissimi, quindi la sua denominazione di origine celtica è del tutto adeguata. Tale doveva essere la sua importanza presso le popolazioni valligiane, che ne trassero un teonimo, come se fosse il nome di una divinità del formaggio durevole che assicurava il sostentamento in tempi difficili. Da questo teonimo derivò quindi anche il nome del fiume, indistinguibile dal nome della divinità. Un'altra possibilità è che il fiume abbia tratto il nome dalla valle che era chiamata  così dalla produzione del formaggio. 
Si trova nel Web una storiella ambientata verso il 200 a.C., che descrive i Celti inventori del bitto come fuggiaschi perseguitati in seguito allo scontro con i Romani. Questa collocazione temporale della nascita del formaggio è una trovata narrativa speculativa e semplicemente non necessaria: con ogni probabilità la produzione è ben più antica. 

Conclusioni 

Ancora una volta i romanisti si dimostrano un ostacolo formidabile al progresso delle conoscenze scientifiche: sono abbarbicati sul tenace scoglio della loro ideologia scolastica,  gretta e meschina, preferendo la completa ignoranza a qualsiasi tentativo di indagare tutto ciò che non abbia le sue radici in Roma e nella Grecia - o piuttosto nell'idea piena di pregiudizi che essi hanno di tali civiltà. Si dovrebbe trovare singolare e misterioso il fatto che tra i banchi di scuola gli alunni si imbattano in nomi propri celtici studiando le opere di quel pathicus di Giulio Cesare, e che non si pongano nemmeno una volta una fuggevole domanda sul loro antico significato.

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

venerdì 9 agosto 2024

LE ORIGINI CELTICHE DEL GORGONZOLA O IL FORMAGGIO BLU DI HALLSTATT

Il gorgonzola è un notissimo formaggio erborinato (dal lombardo erborin "prezzemolo"), ossia caratterizzato da venature bluastre, verdognole o grigie, prodotte da muffe nobili (spore di Penicillium glaucum, talvolta di Penicillium roqueforti). Prodotto con latte vaccino intero, è a pasta cruda e molle, di consistenza butirrosa. È originario della provincia di Milano; le sue attuali zone di produzione sono seguenti province di Milano, Monza e Brianza, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Varese, Pavia, Novara, Vercelli, Verbania-Cusio-Ossola, Cuneo e Alessandria. 


Nome del prodotto caseario: gorgonzola 
Lombardo: gorgonzœula 
   pronuncia: /gurgun'zø:la/
Piemontese: bërgonsola 
   pronuncia: /bərɡunˈzɔla/
Genere: maschile 
Denominazioni alternative (obsolete):
    stracchino verde,
    stracchino di Gorgonzola 
    Attestazioni: stracchin verd (Cherubini)
Denominazione colloquiale: stracchino 
Denominazione colloquale moderna: zola 
    (abbreviazione)
Note: 
In un borgo della Brianza profonda, mi è capitato più volte di udire la variante colloquiale gongorzola. Per quanto possa sembrare frutto di difficoltà di pronuncia o ignoranza, va detto che ha un fondamento storico: la forma con metatesi è invece quella standard. 
Anni fa, in piena città di Milano, ho sentito usare la parola con l'articolo femminile (la gorgonzola) e a momenti mi è venuta una sincope. Per fortuna è qualcosa in cui non ci si imbatte tutti i giorni. L'origine di questo cattivo uso è dovuto a gente che conosce poco il formaggio in questione e ne deduce erroneamente il genere a partire dalla terminazione in -a. Un caso analogo è quello di un famosissimo vino, il barbera, che qualcuno chiama abusivamente la barbera

Caratteristiche tecniche:
Il latte proviene da due diverse mungiture ed è cagliato separatamente. Il formaggio è quindi confezionato in forme cilindriche. 
L'essiccazione dura 20 giorni, dopodiché avviene la perforazione per favorire lo sviluppo delle muffe nobili.

Caratteristiche organolettiche: 
Può avere un odore greve, ma per fortuna non ha lo stesso sapore. 

Etimologia: 
Il nome del formaggio deriva da quello della cittadina di Gorgonzola, in provincia di Milano. 
   Attestazione (anno 855): Congorciola 
Forma originale latina: *Concordiola 
Derivazione: dal nome della dea Concordia, con un tipico suffisso diminutivo.
Pronuncia classica: *Concordìola /koŋkɔr'diɔla/
Trafila evolutiva: 
*Concordìola*Concordiòla /koŋkɔr'djɔla/
> Congorciola  /koŋgor'dzɔla/
> *Gongorzola > Gorgonzola 
Nota: 
Il passaggio da *Concordìola a *Concordiòla è regolare: in questo tipo di dittonghi, l'accento si sposta sull'elemento con maggior apertura. In altre parole, il dittongo da discendente diventa ascendente.
In lombardo la tipica vocale bemollizzata /ø/ si è sviluppata da /ɔ/ in posizione tonica. 

False etimologie: 
Non possono mancare tentativi paretimologici dilettanteschi. Così per molto tempo è stata postulato un improbabile toponimo *Curtis Argentiola o *Curs Argentiola, derivato dal nome della città di Argentia, che in epoca romana sarebbe stata situata tra Mediolanum (Milano) e Bergomum (Bergamo). Si pensava a un piccolo centro abitato, satellite di Argentia. Il punto è che si tratta di un'ipotesi derivata dalle elucubrazioni di eruditi inclini ai voli pindarici, non sostanziata da solide basi storiche - pur essendo citata dall'Enciclopedia Treccani. Sappiamo per certo che al XIV miglio da Mediolanum a Bergomum c'era una stazione di cambio (mutatio) che si chiamava Argentia. Si è favoleggiato di una città immensa distrutta da Attila nel 453 d.C. e scomparsa nel nulla. Qualcuno ha addirittura ipotizzato la derivazione di Gorgonzola da *Argentia Nova, come se -v- potesse trasformarsi in una liquida -l- per puro arbitrio. Altri notano la somiglianza con la Porta Argentea, una delle porte delle Mura Massimiane di Milano (edificate sul finire del III secolo d.C.), chiamata così perché contrapposta alla Porta Aurea. Tuttavia giova far notare che il toponimo Argentia può essere di origine celtica: il nome dell'argento è infatti comune al latino e al celtico. 

Il mito del casaro e delle vacche stracche

Col nome stracchino si indica una tipologia di formaggi a pasta molle e cruda, a cui appartiene anche il gorgonzola - che è uno dei pochi ad essere erborinato. La tradizione, che come sempre genera pacchetti memetici senza sosta, sostiene che i formaggi della famiglia degli stracchini siano prodotti con il latte di vacche stracche, ossia stanche, perché di ritorno dall'alpeggio dopo la transumanza. Un casaro distratto o innamorato avrebbe usato questo latte "stracco", inventando così un nuovo prodotto caseario. Infatti in lombardo stracch significa "stanco" (la parola è di chiara origine longobarda). Sarebbe bello credere a questa favola. Va detto che non sussiste alcuna prova dell'esistenza effettiva di una simile usanza. 
Lo stress fisico del viaggio prolungato influisce negativamente sulla qualità e sulla caseificabilità del latte. Nessun casaro medievale avrebbe aspettato il momento di massimo sfinimento degli animali per produrre i suoi formaggi migliori. L'associazione sistematica tra la stanchezza fisica della mandria e il formaggio è una narrazione ottocentesca, amplificata dalla successiva letteratura turistica e commerciale. 
La vera etimologia resta controversa, ma sembra riferirsi a una tecnica di lavorazione (il latte "straccato" ossia "privato del siero"), oppure alla consistenza del formaggio (l'aspetto "stracco" del prodotto maturo, che tende a colare, non è rigido come i normali prodotti d'alpeggio).
Nella Bergamasca esistono le denominazioni strachitunt "stracchino rotondo" e strachì quader "stracchino quadrato". Lo strachitunt è un formaggio erborinato, simile al gorgonzola ma diverso, in cui non avviene l'inoculazione artificiale di muffe, facendo sì che queste si sviluppano in modo spontaneo. Lo strachì quader, che non  è erborinato, è quello che comunemente si chiama taleggio. Entrambi i formaggi traggono il loro nome dalla forma, rotonda nel primo caso, simile a una mattonella nel secondo.

Un'interessante ambiguità...
il Manzoni e il Mascetti

Nasce un'ambiguità lessicale che può portare a fraintendimenti: in Lombardia e in alcune aree del Piemonte, il nome stracchino è sinonimo di gorgonzola. Con ogni probabilità deriva da una semplificazione di "stracchino verde" o di "stracchino di Gorgonzola". Ogni tentativo di indagine approfondita incontra ostacoli. Si nota che Manzoni menziona il gorgonzola ne I promessi sposi (Capitolo XVI). Renzo Tramaglino è in fuga verso Bergamo dopo i tumulti a Milano. Ecco la citazione: 

Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di Milano: chè la voce n’era arrivata fin là. 
Renzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
“ Devo andare in molti luoghi, ” rispose: “ e, se trovo un ritaglio di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano... Come si chiama? ” — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava intanto tra sè.
- Gorgonzola, volete dire, - rispose la vecchia.
“ Gorgonzola! ” ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la parola. “ È molto lontano di qui? ” riprese poi.
“ Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci fosse qualcheduno de’ miei figliuoli, ve lo saprebbe dire. ”
 
Direi che ci sono pochi dubbi sulla natura dello stracchino manzoniano! Si presenta poi un'altra questione, che rende tutto ancor più difficile. La produzione dello stracchino è considerata di origine toscana e risalente ad epoca medievale. In effetti in Toscana lo stracchino è ancor oggi un diffuso formaggio a pasta molle. Una cosa è certa: lo stracchino del Conte Lello Mascetti non ha nulla a che fare con il gorgonzola.

Il testamento dell'Arcivescovo 

Ansperto da Biassono, di nobile famiglia di origine longobarda (forse Confalonieri), fu Arcivescovo di Milano dall'868 all'881.  Uomo di grande cultura, fu il fondatore dello scriptorium arcivescovile di Milano, con la collaborazione di monaci irlandesi giunti da Tours. Il suo testamento, datato 879, riporterebbe la menzione di un caseus maculatus (ossia "formaggio maculato"), che sarebbe la prima testimonianza storica del gorgonzola. Purtroppo è d'obbligo l'uso del condizionale sulla menzione del prodotto caseario, perché non si trova traccia alcuna del testo in latino, né tantomeno una sua traduzione in italiano. Questo benedetto caseus maculatus compare su moltissimi siti del Web, ma ha l'aria di essere soltanto un pacchetto memetico autoreferenziale, derivato dalla fantasia di qualche romanista ottocentesco e proliferato in modo incontrollabile. In ogni caso non sono riuscito a trovarne traccia. Se fosse reale, penso che sarebbe nell'interesse di tutti riportare il testo con la menzione! Non solo: ci sono numerosissime citazioni ancora più vaghe, di un documento dell'anno 879, di cui non è riportato alcun dettaglio, nemmeno che si tratta proprio del testamento dell'Arcivescovo. In qualche caso c'è il riferimento al mito del casaro e delle vacche stracche, che c'entra con il nobile Ansperto come i cavoli a merenda. 

Le vere origini del formaggio blu

Per scoprire le vere origini del gorgonzola, dobbiamo andare molto più indietro nel tempo, in piena Età del Ferro, quando la Cultura Celtica cominciò la sua prodigiosa espansione. 
Questi sono i pilastri della Civiltà di Hallstatt: 
1) Oro Bianco:
La straordinaria ricchezza di questa cultura derivava dal controllo della miniera di sale di Hallstatt, la più antica del mondo e tuttora in funzione. Il sale era fondamentale per conservare il cibo e veniva esportato in tutto il continente. 
2) Rivoluzione del Ferro: 
A partire dall'VIII secolo a.C. (fasi Hallstatt C e D), i fabbri locali padroneggiarono la metallurgia del ferro, forgiando spade lunghe, asce e strumenti da lavoro che surclassarono le vecchie armi in bronzo.
3) Commercio Globale:
Grazie ai fiumi alpini, i Proto-Celti stabilirono rotte commerciali con i Greci e gli Etruschi, scambiando sale e metalli con vino, manufatti di avorio africano e ceramiche mediterranee.
4) Società d'élite: 
Le tombe dei capi tribù testimoniano una società fortemente gerarchica. I nobili venivano sepolti sotto grandi tumuli all'interno di carri a quattro ruote, adornati con spade preziose, fibule e corone d'oro. 

Su Focus, nel corso dell'anno 2021, è stato pubblicato un articolo di estremo interesse, intitolato Birra e formaggio blu nel menu dei nostri antenati. Questo è il link:


Il sottotitolo è immaginifico e fa sognare: 

"Dagli escrementi millenari rinvenuti nella miniera di sale di Hallstatt, in Austria, la prova che birra e formaggio blu erano già prodotti e consumati nella preistoria"

Lo studio scientifico che ha permesso di giungere a questi eccezionali risultati è stato guidato dall'istituto di ricerca privato Eurac Research, con sede a Bolzano. La miniera di sale di Hallstatt è il luogo della rivoluzionaria scoperta. In quelle profondità sono stati trovati resti di escrementi umani risalenti a circa 2.700 anno fa, nell'Età del Ferro. Dall'analisi di questi massicci coproliti, si sono scoperte interessanti informazioni sulla dieta di chi li ha deposti. I minatori ingurgitavano grandi quantità di pane e formaggio blu, tracannando birra. Questo formaggio blu era un pregiato erborinato, con tipiche muffe azzurrognole, in tutto e per tutto simile al moderno gorgonzola. Sono state trovate inequivocabili tracce di Penicillium roqueforti. Si trova finalmente il bandolo della matassa: i formaggi erborinati, tra cui il gorgonzola, sono geniali invenzioni celtiche come le camicie, le brache, la sella a quattro corni, gli speroni, l'aratro con vomere di ferro, i baffi, l'arte astratta e tante altre cose tuttora utilizzate su larga scala sull'intero pianeta! 

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young: