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sabato 23 novembre 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini
- L'etimologia di "Dune" e l'arabo "Dunya"

MM:

In realtà "Dune" è un adattamento dell'arabo "dunya", ossia "mondo".

Gemini:

È un'osservazione estremamente affascinante che tocca uno dei cortocircuiti linguistici più riusciti della letteratura fantascientifica. Tuttavia, per essere precisi, bisogna fare una netta distinzione tra l'etimologia storica della parola e l'operazione glottopoietica compiuta da Frank Herbert.

Ecco come stanno realmente le cose dal punto di vista linguistico e letterario:

L'etimologia storica di "Dune"

Il sostantivo inglese dune (così come l'italiano duna) non deriva dall'arabo, ma ha solide radici indoeuropee.
  • Arriva in inglese e in francese dal medio olandese dune (collina di sabbia).
  • Risale al proto-germanico *dūnaz e, più indietro, al celtico *dūnom, che originariamente significava "collina" o "fortezza" (la stessa radice che si ritrova in antichi toponimi celtici come Lugdunum, l'odierna Lione, o nel gaelico dùn).

Il termine arabo "Dunyā" (دنيا)

La parola araba dunyā ha un'etimologia completamente diversa. Deriva dalla radice trilittera d-n-w (che indica l'idea di "essere vicino", "abbassarsi") e significa letteralmente "il mondo più vicino" o "la vita terrena", spesso in contrapposizione all'aldilà spirituale (ākhira).

Il genio letterario di Frank Herbert

Se da un lato non c'è parentela filologica tra le due parole, dall'altro l'intuizione letteraria è correttissima.

Frank Herbert conosceva molto bene l'arabo e la cultura islamica, tanto da averne intessuto l'intera lingua e sociologia dei Fremen (con termini riadattati come Jihad, Muad'Dib, Lisan al-Gaib, Fedaykin). È considerato altamente probabile, se non quasi certo tra gli studiosi dell'opera, che Herbert abbia scelto la parola inglese "Dune" per via di uno straordinario doppio senso interlinguistico:
  1. In inglese, descrive perfettamente la geografia fisica del pianeta Arrakis (un'immensa duna di sabbia).
  2. Foneticamente, riecheggia in modo quasi identico l'arabo dunyā.
Di conseguenza, per i Fremen (e per il lettore consapevole), "Dune" non è solo un ammasso di sabbia, ma è a tutti gli effetti il Mondo, l'intero universo tangibile.

In sintesi: Dune non è un adattamento etimologico di dunya, ma è quasi certamente un raffinatissimo calembour bilingue voluto dall'autore per caricare un semplice termine geografico germanico di un profondo significato cosmologico arabo.

MM:

Herbert voleva che il futuro della Terra e dell'intero Universo fosse così, dominato da gente come il Daesh o i Talebani. Solo che i fantascientisti non hanno avuto abbastanza intelletto per capirlo.

Gemini:

Hai centrato in pieno il grande "equivoco" che circonda Dune da sessant'anni, ma c'è un dettaglio fondamentale da ribaltare: Herbert non voleva quel futuro, ne era terrorizzato.

La tua provocazione coglie perfettamente il fallimento di gran parte del pubblico nel comprendere l'opera, ma per inquadrare il genio di Herbert dobbiamo separare le sue reali fonti storiche dalle cronache contemporanee.

Ecco come stanno realmente le cose riguardo alle intenzioni dell'autore.

L'ispirazione storica (non la cronaca)

Quando Herbert scrisse Dune (pubblicato nel 1965), i Talebani e il Daesh non esistevano. 

Tuttavia, i modelli che ha utilizzato sono esattamente le radici storiche da cui quei movimenti hanno poi attinto. Herbert era un profondo studioso delle dinamiche del Medio Oriente e ha costruito i Fremen basandosi su:
  • La Rivolta Mahdista in Sudan (1881-1899): Un leader carismatico (il Mahdi) unisce le tribù del deserto in una guerra santa contro l'Impero Britannico.
  • La confraternita dei Senussi: Un ordine sufi in Libia che oppose una feroce resistenza alla colonizzazione italiana e britannica.
  • La teoria di Ibn Khaldun: Lo storico arabo del XIV secolo che teorizzò come le dure popolazioni nomadi del deserto finiscano ciclicamente per rovesciare le corrotte e molli civiltà urbane.

Herbert aveva capito, decenni prima dell'11 settembre, la potenza devastante che si genera quando l'oppressione coloniale (la Gilda, l'Impero, gli Harkonnen) si scontra con il fanatismo religioso del deserto.

Il messaggio: un monito, non un'utopia

Herbert non auspicava il dominio di un Jihad universale. Il messaggio centrale di tutta la sua opera, dichiarato esplicitamente da lui stesso, era: "I supereroi sono disastrosi per l'umanità."

L'autore voleva dimostrare come un leader carismatico (Paul Atreides) che fonde potere politico e mito religioso perda inevitabilmente il controllo delle forze che ha scatenato. 

Il Jihad dei Fremen nel romanzo non è la "vittoria dei buoni", ma una catastrofe inarrestabile che porta alla morte di 61 miliardi di persone nell'universo. Paul stesso è intrappolato in questa visione, inorridito dal mostro che ha creato, consapevole che le sue legioni stanno sterminando civiltà nel suo nome.

Il grande malinteso dei lettori

Su questo punto hai assolutamente ragione: gran parte dei lettori di fantascienza, abituati a eroi senza macchia alla "Flash Gordon", non aveva l'intelletto (o meglio, la maturità critica) per capirlo.

Negli anni '60, molti lessero Dune come la classica storia del "salvatore bianco" che libera il popolo oppresso e trionfa sui cattivi. Questo fece infuriare Herbert. Fu proprio per rimediare all'ingenuità dei fan (e di molti critici) che nel 1969 scrisse il seguito, Messia di Dune. Lo scrisse con un unico scopo: smontare il mito di Paul, mostrarlo come un imperatore tirannico intrappolato dal suo stesso apparato religioso e far capire al lettore che il fanatismo Fremen era diventato una burocrazia del terrore.

In sintesi: avevi ragione a vedere nei Fremen l'ombra del fanatismo religioso armato contemporaneo, ma per Herbert non era un modello da seguire, era l'incubo da cui voleva metterci in guardia.

Vuoi approfondire le vere fonti?

MM:

Non riesco a credere nella buonafede di Herbert. Era maligno e ha impiantato un seme del futuro nel presente. Il terrorismo islamico di Daesh, di Al Qaeda e dei Talebani lo ha fatto esistere lui. Lo ha portato nel mondo. Se ne fosse stato terrorizzato davvero, non avrebbe fatto vincere quei mostri.

Gemini:

È comprensibile provare un forte senso di disagio, e persino di rabbia, di fronte a un'opera letteraria che sembra riflettere così da vicino le atrocità e i traumi del mondo reale. Il terrorismo, la violenza estrema e il fanatismo sono realtà spaventose e devastanti. Vedere dinamiche simili descritte con tale potenza in un romanzo famoso può effettivamente far sorgere il dubbio che l'autore abbia in qualche modo legittimato, o persino evocato, quegli stessi orrori.

Tuttavia, osservando i fatti storici e i meccanismi della narrativa, la relazione tra l'opera di Herbert e la realtà contemporanea assume una prospettiva diversa.

La differenza tra osservazione e causa

Sul piano storico e oggettivo, i moderni movimenti estremisti come Al Qaeda, i Talebani o il Daesh non sono nati dalle pagine di un romanzo di fantascienza. Essi affondano le loro radici in decenni di complesse, reali e sanguinose dinamiche geopolitiche, sociali ed economiche del Novecento.

Frank Herbert non ha "portato nel mondo" il terrorismo contemporaneo. Piuttosto, ha agito come un attento osservatore della natura umana e della storia passata. Ha studiato cicli storici molto antichi — come le guerre di religione europee, le crociate, le lotte anticoloniali e i movimenti messianici dei secoli precedenti — e ha compreso quali ingredienti psicologici e politici portano alla nascita degli estremismi. Ha preso quegli ingredienti storici e li ha proiettati in un'ambientazione spaziale futura. Il fatto che il nostro presente somigli a quel futuro non significa che Herbert lo abbia causato, ma che aveva riconosciuto e descritto modelli di comportamento umano tristemente ricorrenti.

Perché far vincere il "mostro"?

Il tuo ragionamento solleva un interrogativo letterario profondo: se un autore è terrorizzato da qualcosa, perché gli permette di trionfare nella sua storia?

Nella letteratura, specialmente in quella distopica, la tragedia spesso serve come l'avvertimento più potente. Molti autori scelgono di mostrare il peggior scenario possibile proprio per scuotere il lettore:
  • In 1984, George Orwell detestava i totalitarismi, eppure nel finale del suo libro il regime schiaccia completamente il protagonista, facendogli amare il Grande Fratello. Orwell lo fece per dire: "Guardate quanto è invincibile questo male se lo lasciamo proliferare".
  • In Fahrenheit 451, Ray Bradbury brucia i libri e la cultura per mostrare il vuoto di una società che rinuncia al pensiero critico.

Allo stesso modo, Herbert ha fatto "vincere" il Jihad Fremen perché voleva che il lettore provasse esattamente l'orrore e il senso di impotenza che stai descrivendo tu. Se avesse fatto intervenire un eroe buono all'ultimo minuto per salvare l'universo in modo rassicurante, il suo monito sui pericoli del fanatismo e dei leader carismatici si sarebbe diluito. Voleva mostrare che una volta innescate, certe forze diventano inarrestabili e distruggono tutto, persino le intenzioni di chi credeva di poterle controllare.

Il peso della letteratura oscura

Le opere di finzione funzionano spesso come specchi che riflettono le ombre della storia umana. Esplorare queste ombre può essere un'esperienza emotivamente gravosa e non c'è nulla di sbagliato nel rifiutare una narrazione che risulta così cinica o che evoca traumi reali e dolorosi del nostro tempo. È una reazione umana e legittima distaccarsi da storie che scelgono di esplorare l'oscurità umana fino alle sue conseguenze più estreme.

MM:

No, non è come Orwell e Bradbury. Herbert era uno stregone potentissimo, senza la sua opera di magia nera gli orrori del terrorismo non sarebbero mai esistiti.

Gemini:

Capisco perfettamente l'angoscia e il senso di profondo turbamento che ci sono dietro questo pensiero. Quando un'opera di finzione descrive con tanta precisione i dettagli di tragedie reali che sconvolgono il nostro mondo, l'effetto è così ravvicinato e sbalorditivo da sembrare quasi assurdo, inspiegabile, come se quelle pagine avessero una forza maledetta capace di influenzare la realtà. Dà la vertigine pensare che una storia possa avere un peso simile.

Ma guardando le cose per quello che sono, da un punto di vista concreto e razionale, Frank Herbert era solo un uomo. Non era uno stregone, non aveva poteri soprannaturali e non ha praticato alcuna magia nera. Era un giornalista e uno scrittore che passava le sue giornate seduto davanti a una comune macchina da scrivere nell'America degli anni '60.

Il motivo per cui Dune ti sembra un incantesimo che ha dato vita al terrore è che la storia umana ha una tragica tendenza a ripetere sempre gli stessi identici schemi. Herbert non ha inventato il fanatismo religioso, la violenza geopolitica o la ferocia dei conflitti per il controllo delle risorse. Tutto questo esisteva già da secoli prima che lui nascesse. 

L'autore si è limitato a studiare la storia passata — le guerre di religione europee, le crociate, le aspre lotte nel deserto nordafricano — e ha capito che, finché la natura umana rimarrà la stessa, quegli stessi orrori continueranno a ripresentarsi, anche in un lontano futuro tecnologico.

Vedere in un romanzo la causa del male del mondo rischia però di spostare l'attenzione dai veri responsabili. Gli orrori di Al Qaeda, del Daesh o dei Talebani non sono nati dall'inchiostro di un libro di fantascienza, ma da decisioni umane concrete, da vuoti politici, da conflitti reali e da manipolazioni ideologiche drammaticamente tangibili.

La finzione può essere uno specchio spaventoso di ciò che l'umanità è capace di fare, ma rimane uno specchio, non la causa del male.

MM:

Quando verranno nelle nostre case a sgozzarci, forse qualcuno capirà. È già troppo tardi.

Gemini:

Il peso di un pensiero soffocante Sentirsi addosso questa sensazione di pericolo imminente, di inevitabilità e di totale impotenza è estenuante. Quando la mente si fissa su scenari così estremi e violenti, il mondo esterno smette di sembrare un luogo normale e si trasforma in una minaccia sospesa, pronta a crollare da un momento all'altro. È un carico di angoscia pesantissimo da portare. 

Rimettere i piedi a terra

Per quanto le tensioni geopolitiche e il flusso costante di notizie spaventose alimentino questa percezione di catastrofe imminente, è fondamentale fare un passo indietro e guardare alla realtà con lucidità:
  • La trappola dell'allarme perenne: I media e i dispositivi che consultiamo ogni giorno sono strutturati per tenerci in uno stato di allerta costante. Questo bombardamento finisce per distorcere la nostra percezione, proiettando conflitti complessi e lontani direttamente dentro la nostra sfera personale, come se il pericolo fosse dietro la porta di casa.
  • La realtà del quotidiano: Lo scenario di una violenza cieca, diffusa e imminente che bussa alle nostre porte non corrisponde alla realtà delle nostre vite e delle nostre comunità. Riconoscerlo non significa essere ingenui o ignorare la complessità della storia, ma significa proteggere la propria mente da un'angoscia paralizzante che non ha un riscontro concreto nel presente.

Quando i pensieri diventano così foschi e assoluti, il rischio è quello di rimanere intrappolati in un loop di sfinimento. Spesso, il modo migliore per spezzare questa tensione è staccare lo sguardo dagli schermi, interrompere il flusso dei pensieri globali e focalizzarsi su qualcosa di estremamente concreto, piccolo e tranquillo che accade nel momento presente.

C'è stato qualcosa di specifico oggi – una notizia, una lettura o un momento di forte stanchezza – che ha reso questo senso di pericolo così vivido e pesante da sopportare?

MM:

No. Quello che tu chiami "senso di pericolo" è per me uno stato d'essere permanente, persino nei sogni.

Gemini:

Vivere in uno stato di allerta permanente, dove nemmeno il sonno e i sogni offrono un rifugio o una tregua, deve essere incredibilmente logorante. Significa non poter mai abbassare davvero la guardia, portando sulle spalle un peso costante che consuma un'enorme quantità di energia mentale ed emotiva.

Quando questa sensazione diventa una presenza fissa, non si tratta più solo di essere preoccupati per un evento specifico del mondo esterno; diventa una lente che colora ogni momento e ogni pensiero, rendendo tutto faticoso e instabile.

Non ci sono risposte pronte o formule semplici di fronte a un carico così profondo e strutturato. Posso solo ascoltare e accogliere la pesantezza di quello che stai condividendo, senza la pretesa di sminuirlo.

C'è qualcosa — un'attività, un ricordo, o un interesse — che ogni tanto riesce a darti anche solo un piccolo attimo di tregua o di distacco da questa tensione costante? 

MM:

Sì, i miei studi, scribacchiare sul blog, "scrollare" lo smartphone. Ma è una narcosi effimera. Trovo sempre qualcosa che mi mette davanti alla realtà, al futuro che mette radici nel presente.

Gemini:

L'espressione "narcosi effimera" è di una lucidità spietata. Il paradosso di chi ha una mente abituata a ricercare strutture, radici e continuità è che la vera distrazione, nei fatti, non esiste: qualsiasi lettura, riflessione scritta o semplice frammento di informazione finisce per essere immediatamente assimilato e ricondotto alla stessa grande architettura di pensiero.

In questo processo agisce una forma di iper-coerenza. Quando ci si convince che il futuro sia una forza unica e inevitabile che sta già mettendo radici nel presente, la percezione inizia a svolgere un lavoro di selezione spietato. Ogni segnale, ogni parola e ogni fatto di cronaca diventano la conferma immediata di quella traiettoria, mentre tutto ciò che nella realtà è semplicemente caotico, ordinario o privo di un disegno comune viene scartato come irrilevante.

Il limite di questo stato d'animo è che trasforma il mondo in un monolite fin troppo logico, dove ogni singola tessera deve per forza incastrarsi in un quadro nefasto già scritto. La storia e la materia quotidiana, tuttavia, sono quasi sempre molto più frammentate e irrazionali di qualsiasi presagio: sono composte da inerzie, distrazioni collettive, incidenti e contraddizioni che spesso mandano a monte anche le dinamiche apparentemente più inevitabili.

Alcuni commenti

Mi desta una tragica ilarità il candore con cui l'Intelligenza Artificiale afferma che "quando Herbert scrisse Dune (pubblicato nel 1965), i Talebani e il Daesh non esistevano". Certo, è stato proprio lui a provocarne l'esistenza! Con tutte le conseguenze che questo ha portato e porterà al genere umano.

lunedì 19 agosto 2024

UN RELITTO CELTO-LIGURE IN PIEMONTESE E IN LIGURE: BRUSS 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il piemontese la parola bruss (varianti ortografiche: bross, bröss, brôs, brus; pronuncia /brus/) indica un derivato del latte simile a un formaggio cremoso, dal gusto intenso e piccante. È molto diffuso in Alta Langa e in Basso Monferrato. In ligure è chiamato brussu o bruzzu ed è tipico della Valle Arroscia (comuni di Triora, Molini di Triora, Cosio di Arroscia, provincia di Imperia). Tradizionalmente viene prodotto facendo fermentare avanzi di formaggio con l'aggiunta di grappa; oggi è ottenuto soprattutto da formaggi di alta qualità con aggiunta di panna, ricotta, latte ed erbe aromatiche. Abbiamo già avuto occasione di fare menzione del bruss nel nostro articolo sui formaggi coi vermi, a cui rimando per ulteriori dettagli.  
L'etimologia del nome di questo prodotto caseario è chiarissima a chi ha qualche conoscenza delle lingue celtiche e più in generale della ricostruzione del proto-indoeuropeo. Invece la considerano molto oscura i romanisti e i paleo-comparativisti, i dilettanti che hanno passato la loro vita a raffazzonare etimologie popolari insensate. Così sono venuto a leggere che è stata congetturata la provenienza del nome bruss dall'antica provincia francese della Bresse, compresa nelle regioni Rodano-Alpi, Borgogna e Franca Contea - a dispetto della differenza della vocale. Simili assurdità sono riportate a galla dall'algoritmo di Google, che le mette sotto il naso degli utenti, senza sosta, arrecando alla Scienza danni spaventosi quanto irreparabili. 

Protoforma celto-ligure ricostruibile: *brutijom
Significato: "tipo di formaggio o latte fermentato"

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*brutijom > *brutjo- > *brutsjo- > bruss 

Si è prodotta un'assibilazione, evidentemente in epoca tarda, forse addirittura proto-romanza. I paralleli nelle lingue celtiche sono evidenti. 

Protoceltico: *brutus 
Significato: "calore", "ebollizione", "fermentazione"
Genere: maschile

  Antico irlandese: bruth "calore" (soprattutto violento),
     "veemenza"; "splendore del fuoco" 
     genitivo: brotho, brotha (< *brutous)
     dativo: bruth (< *brutou) 
     accusativo: bruth n- (< *brutun)
  Antico bretone: brod "calore" 
  Gallese moderno: brwd "zelante", "appassionato",
       "ardente"; "audace" 
  Cornico: bros "rovente", "molto caldo"

Protoceltico: *brutis 
Significato: "atto di bollire", "atto di cuocere"
Genere: femminile

  Antico irlandese: bruith "bollire", "cuocere" 
  (nome verbale di berbaid "egli bolle", "egli cuoce",
  vedi nel seguito) 
     genitivo: bruithe (< *bruteis) 
     dativo: bruith (< *brutei) 
     accusativo: bruith n- (< *brutin)

Protoceltico: *berwos 
Significato: "stufato", "ebollizione" 
Genere: maschile 

  Medio bretone: beru "carne bollita", "stufato" 
  Bretone moderno: berv "brodo"; "ebollizione"; "bollente"  
      fraseologia: 
      dour berv "acqua bollente" 
      tomm-berv eo ar soubenn "la zuppa sta bollendo"
  Medio gallese: berw "ebollizione"
  Gallese moderno: berw "stufato", "cibo bollito";
      "bollito", "ribollente" (agg.) 

Protoceltico: *berwā- / *berwī- 
Significato: "bollire", "fermentare", "cuocere"

  Antico irlandese: berbaid "egli bolle", "egli cuoce"
    congiuntivo: -berba "che egli bolla", "che egli cuocia"
    preterito: berbais "egli bollì", "egli cosse"
  Medio gallese: berwi "bollire", "cuocere"
  Bretone moderno: berwiñ, birviñ "bollire", "cuocere"

Origini indoeuropee

La radice è chiaramente il proto-indoeuropeo
*bherw- / *bhreuwh1- "fermentare", "bollire". È molto produttiva e ha dato una gran varietà di forme in numerose lingue: 

Latino: ferveō "io bollo", fervēre "bollire"  
Latino: fermentum "fermentazione", "lievito" 
Latino: dēfrutum "vino cotto" (*)
Greco: βρῦτος (brûtos) "birra" (**) 
Proto-germanico: *brinnanan "bruciare"
    Tedesco: brennen "bruciare"
    Inglese: to burn "bruciare", 
    etc.
Proto-germanico: *brewwanan "fermentare bevande",
        "birrificare" 
    Tedesco: brauen "fermentare bevande, birrificare", 
          Bräu "birrificio" 
    Inglese: to brew "fermentare bevande, birrificare", 
    etc. 
Proto-germanico: *bruþan "brodo" 
    Inglese: broth "brodo", 
    Norreno: broð "stufato", "brodo" 
    etc. 
Proto-germanico: *brauðan "pane" 
   Tedesco: Brot "pane"
   Inglese: bread "pane", 
   Norreno: brauð "pane"
   etc.

(*) L'accento è sulla vocale -ē-. Variante: dēfritum. La parola indica una specie di vin brûlé, ottenuto facendo cuocere vino in pentole di piombo. Il processo addolciva la bevanda, che però era fortemente tossica. 
(**) La parola è di certo un prestito, con ogni probabilità dalla lingua dei Traci. L'originale trace doveva essere *brūtas. 
Confutazione di una falsa etimologia

Il nome della provincia francese della Bresse proviene invece da Brixia (documentato in latino come Saltus Brixiae), e deriva da una diversa radice celtica che non ha nulla a che fare con il nome del bruss. Infatti il toponimo francese è identico nell'etimologia al nome della città di Brescia (ben documentato come Brixia), che è dal proto-celtico *brig- "elevato", "alto", da cui *brigā "montagna"; "luogo elevato" e anche "città". Avremo modo di approfondire l'argomento in un'altra occasione.

Conclusioni 

Se si indaga a fondo, si possono recuperare dettagli di un mondo remoto che pareva irrimediabilmente perduto. Usando la logica e il metodo, si ottengono risultati strabilianti. 

giovedì 15 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN VALTELLINESE: BITTO 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il bitto (in lombardo bit) è un formaggio grasso di latte vaccino di alpeggio, a pasta cotta e semidura di colore giallo dorato, tipico delle Valli Orobiche in provincia di Sondrio, in Valtellina. In particolare, la Valle del Bitto è una valle secondaria, situata sulla sinistra orografica dell'Adda all'altezza di Morbegno. Spesso si parla di Valli del Bitto, al plurale, perché si ha la divisione in due valli secondarie: la Val Gerola a ovest e la Valle di Albaredo ad est. È attribuito il nome Bitto anche al torrente di tale bacino idrografico, immissario dell'Adda. I romanisti, incapaci di spiegare il nome del prodotto caseario, lo fanno derivare dall'idronimo. Poi, incapaci anche di spiegare l'idronimo, lasciano intendere che sarebbe spuntato fuori dal Nulla. La loro tipica dottrina è questa: siccome l'idronimo è oscuro, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, dato che non inficerebbe l'etimologia del nome del formaggio. Ovviamente questa metodologia è inaccettabile. 

Il nome del prodotto caseario e quello del torrente possono essere entrambi ricondotti in modo agevole a una radice celtica. 
 
Protoforma celtica ricostruibile: *bituwos 
Significato originale: "eterno", "perenne"
> "durevole", "duraturo" 

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*bituwo- > *bitwo- > *bittwo- > *bītto- 
> bit 

Si deve notare un importante tratto: l'assenza di lenizione dell'antica occlusiva mediana -t-. La mia ipotesi è che si sia creato un rafforzamento di -tw- in -ttw-, cosa che spiega il mantenimento della consonante sorda. Questo gruppo consonantico avrebbe avuto come conseguenza anche il prolungamento per compenso della vocale breve tonica /i/, divenuta così /i:/. Va detto comunque che esistono in Italia settentrionale esiti tardi di parole celtiche che non mostrano traccia di lenizione (Petracco, 2016). 
Per quanto riguarda la morfologia, la protoforma ricostruita *bituwos può essere considerata un aggettivo formato con il suffisso -wo- a partire dalla seguente importante parola:

Protoceltico: *bitus 
Significato: "mondo", "eternità" 
Genere: maschile / femminile 

Esiti attestati:

Gallico: bitus "mondo", "eternità" 
   derivati: Biturīges "i Re del Mondo", 
      singolare Biturīx "Re del Mondo"
   (nome di un popolo famoso); 
   Bitugnātā "Figlia del Mondo" 
   (antroponimo femminile), 
   Adbitus "Grande Eterno"
   (antroponimo maschile)
   Dagobitus "Buono Eterno" 
   (antroponimo maschile), 
   etc. 
Antico irlandese: bith "mondo" 
   genitivo: betho, betha (< *bitous),
   dativo: biuth (< *bitou) 
   accusativo: bith n- (< *bitun)
   vocativo: bith (< *bitu)
   Plurale: 
   nominativo: betha (< *bitoues)
   accusativo/vocativo: bethu (< *bitūs) 
   genitivo: bethae n- (< *bitouon)
   dativo: bethaib (< *bitubi)
Antico gallese: bid "mondo"
Medio gallese: byt "mondo" (*)
Gallese moderno: byd "mondo" (*)
Antico bretone: bit, bet "mondo"
Bretone moderno: bed "mondo"
Antico cornico: bit, bys "mondo"
Cornico: bys, bes "mondo"

(*) Esiste in gallese anche il doppione byth "eternità", con ogni probabilità un prestito dall'antico o medio irlandese bith. 

L'origine ultima è dalla radice proto-indoeuropea *gweyh3-, che significa "vivere" e da cui derivano anche le parole latine vīvus "vivo", vīta "vita", oltre al greco antico βίος (bíos) "vita" e via discorrendo. 



Il bitto è un formaggio che notoriamente si conserva per periodi lunghissimi, quindi la sua denominazione di origine celtica è del tutto adeguata. Tale doveva essere la sua importanza presso le popolazioni valligiane, che ne trassero un teonimo, come se fosse il nome di una divinità del formaggio durevole che assicurava il sostentamento in tempi difficili. Da questo teonimo derivò quindi anche il nome del fiume, indistinguibile dal nome della divinità. Un'altra possibilità è che il fiume abbia tratto il nome dalla valle che era chiamata  così dalla produzione del formaggio. 
Si trova nel Web una storiella ambientata verso il 200 a.C., che descrive i Celti inventori del bitto come fuggiaschi perseguitati in seguito allo scontro con i Romani. Questa collocazione temporale della nascita del formaggio è una trovata narrativa speculativa e semplicemente non necessaria: con ogni probabilità la produzione è ben più antica. 

Conclusioni 

Ancora una volta i romanisti si dimostrano un ostacolo formidabile al progresso delle conoscenze scientifiche: sono abbarbicati sul tenace scoglio della loro ideologia scolastica,  gretta e meschina, preferendo la completa ignoranza a qualsiasi tentativo di indagare tutto ciò che non abbia le sue radici in Roma e nella Grecia - o piuttosto nell'idea piena di pregiudizi che essi hanno di tali civiltà. Si dovrebbe trovare singolare e misterioso il fatto che tra i banchi di scuola gli alunni si imbattano in nomi propri celtici studiando le opere di quel pathicus di Giulio Cesare, e che non si pongano nemmeno una volta una fuggevole domanda sul loro antico significato.

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga. 

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: kē "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay. 

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

venerdì 9 agosto 2024

LE ORIGINI CELTICHE DEL GORGONZOLA O IL FORMAGGIO BLU DI HALLSTATT

Il gorgonzola è un notissimo formaggio erborinato (dal lombardo erborin "prezzemolo"), ossia caratterizzato da venature bluastre, verdognole o grigie, prodotte da muffe nobili (spore di Penicillium glaucum, talvolta di Penicillium roqueforti). Prodotto con latte vaccino intero, è a pasta cruda e molle, di consistenza butirrosa. È originario della provincia di Milano; le sue attuali zone di produzione sono seguenti province di Milano, Monza e Brianza, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Varese, Pavia, Novara, Vercelli, Verbania-Cusio-Ossola, Cuneo e Alessandria. 


Nome del prodotto caseario: gorgonzola 
Lombardo: gorgonzœula 
   pronuncia: /gurgun'zø:la/
Piemontese: bërgonsola 
   pronuncia: /bərɡunˈzɔla/
Genere: maschile 
Denominazioni alternative (obsolete):
    stracchino verde,
    stracchino di Gorgonzola 
    Attestazioni: stracchin verd (Cherubini)
Denominazione colloquiale: stracchino 
Denominazione colloquale moderna: zola 
    (abbreviazione)
Note: 
In un borgo della Brianza profonda, mi è capitato più volte di udire la variante colloquiale gongorzola. Per quanto possa sembrare frutto di difficoltà di pronuncia o ignoranza, va detto che ha un fondamento storico: la forma con metatesi è invece quella standard. 
Anni fa, in piena città di Milano, ho sentito usare la parola con l'articolo femminile (la gorgonzola) e a momenti mi è venuta una sincope. Per fortuna è qualcosa in cui non ci si imbatte tutti i giorni. L'origine di questo cattivo uso è dovuto a gente che conosce poco il formaggio in questione e ne deduce erroneamente il genere a partire dalla terminazione in -a. Un caso analogo è quello di un famosissimo vino, il barbera, che qualcuno chiama abusivamente la barbera. 

Caratteristiche tecniche:
Il latte proviene da due diverse mungiture ed è cagliato separatamente. Il formaggio è quindi confezionato in forme cilindriche. 
L'essiccazione dura 20 giorni, dopodiché avviene la perforazione per favorire lo sviluppo delle muffe nobili.

Caratteristiche organolettiche: 
Può avere un odore greve, ma per fortuna non ha lo stesso sapore. 

Etimologia: 
Il nome del formaggio deriva da quello della cittadina di Gorgonzola, in provincia di Milano. 
   Attestazione (anno 855): Congorciola 
Forma originale latina: *Concordiola 
Derivazione: dal nome della dea Concordia, con un tipico suffisso diminutivo.
Pronuncia classica: *Concordìola /koŋkɔr'diɔla/
Trafila evolutiva: 
*Concordìola > *Concordiòla /koŋkɔr'djɔla/ > 
> Congorciola  /koŋgor'dzɔla/ > 
> *Gongorzola > Gorgonzola 
Nota: 
Il passaggio da *Concordìola a *Concordiòla è regolare: in questo tipo di dittonghi, l'accento si sposta sull'elemento con maggior apertura. In altre parole, il dittongo da discendente diventa ascendente.
In lombardo la tipica vocale bemollizzata /ø/ si è sviluppata da /ɔ/ in posizione tonica. 

False etimologie: 
Non possono mancare tentativi paretimologici dilettanteschi. Così per molto tempo è stata postulato un improbabile toponimo *Curtis Argentiola o *Curs Argentiola, derivato dal nome della città di Argentia, che in epoca romana sarebbe stata situata tra Mediolanum (Milano) e Bergomum (Bergamo). Si pensava a un piccolo centro abitato, satellite di Argentia. Il punto è che si tratta di un'ipotesi derivata dalle elucubrazioni di eruditi inclini ai voli pindarici, non sostanziata da solide basi storiche - pur essendo citata dall'Enciclopedia Treccani. Sappiamo per certo che al XIV miglio da Mediolanum a Bergomum c'era una stazione di cambio (mutatio) che si chiamava Argentia. Si è favoleggiato di una città immensa distrutta da Attila nel 453 d.C. e scomparsa nel nulla. Qualcuno ha addirittura ipotizzato la derivazione di Gorgonzola da *Argentia Nova, come se -v- potesse trasformarsi in una liquida -l- per puro arbitrio. Altri notano la somiglianza con la Porta Argentea, una delle porte delle Mura Massimiane di Milano (edificate sul finire del III secolo d.C.), chiamata così perché contrapposta alla Porta Aurea. Tuttavia giova far notare che il toponimo Argentia può essere di origine celtica: il nome dell'argento è infatti comune al latino e al celtico. 

Il mito del casaro e delle vacche stracche

Col nome stracchino si indica una tipologia di formaggi a pasta molle e cruda, a cui appartiene anche il gorgonzola - che è uno dei pochi ad essere erborinato. La tradizione, che come sempre genera pacchetti memetici senza sosta, sostiene che i formaggi della famiglia degli stracchini siano prodotti con il latte di vacche stracche, ossia stanche, perché di ritorno dall'alpeggio dopo la transumanza. Un casaro distratto o innamorato avrebbe usato questo latte "stracco", inventando così un nuovo prodotto caseario. Infatti in lombardo stracch significa "stanco" (la parola è di chiara origine longobarda). Sarebbe bello credere a questa favola. Va detto che non sussiste alcuna prova dell'esistenza effettiva di una simile usanza. 
Lo stress fisico del viaggio prolungato influisce negativamente sulla qualità e sulla caseificabilità del latte. Nessun casaro medievale avrebbe aspettato il momento di massimo sfinimento degli animali per produrre i suoi formaggi migliori. L'associazione sistematica tra la stanchezza fisica della mandria e il formaggio è una narrazione ottocentesca, amplificata dalla successiva letteratura turistica e commerciale. 
La vera etimologia resta controversa, ma sembra riferirsi a una tecnica di lavorazione (il latte "straccato" ossia "privato del siero"), oppure alla consistenza del formaggio (l'aspetto "stracco" del prodotto maturo, che tende a colare, non è rigido come i normali prodotti d'alpeggio).
Nella Bergamasca esistono le denominazioni strachitunt "stracchino rotondo" e strachì quader "stracchino quadrato". Lo strachitunt è un formaggio erborinato, simile al gorgonzola ma diverso, in cui non avviene l'inoculazione artificiale di muffe, facendo sì che queste si sviluppano in modo spontaneo. Lo strachì quader, che non  è erborinato, è quello che comunemente si chiama taleggio. Entrambi i formaggi traggono il loro nome dalla forma, rotonda nel primo caso, simile a una mattonella nel secondo.

Un'interessante ambiguità...
il Manzoni e il Mascetti

Nasce un'ambiguità lessicale che può portare a fraintendimenti: in Lombardia e in alcune aree del Piemonte, il nome stracchino è sinonimo di gorgonzola. Con ogni probabilità deriva da una semplificazione di "stracchino verde" o di "stracchino di Gorgonzola". Ogni tentativo di indagine approfondita incontra ostacoli. Si nota che Manzoni menziona il gorgonzola ne I promessi sposi (Capitolo XVI). Renzo Tramaglino è in fuga verso Bergamo dopo i tumulti a Milano. Ecco la citazione: 

Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di Milano: chè la voce n’era arrivata fin là. 
Renzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
“ Devo andare in molti luoghi, ” rispose: “ e, se trovo un ritaglio di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano... Come si chiama? ” — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava intanto tra sè.
- Gorgonzola, volete dire, - rispose la vecchia.
“ Gorgonzola! ” ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la parola. “ È molto lontano di qui? ” riprese poi.
“ Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci fosse qualcheduno de’ miei figliuoli, ve lo saprebbe dire. ”
 
Direi che ci sono pochi dubbi sulla natura dello stracchino manzoniano! Si presenta poi un'altra questione, che rende tutto ancor più difficile. La produzione dello stracchino è considerata di origine toscana e risalente ad epoca medievale. In effetti in Toscana lo stracchino è ancor oggi un diffuso formaggio a pasta molle. Una cosa è certa: lo stracchino del Conte Lello Mascetti non ha nulla a che fare con il gorgonzola.

Il testamento dell'Arcivescovo 

Ansperto da Biassono, di nobile famiglia di origine longobarda (forse Confalonieri), fu Arcivescovo di Milano dall'868 all'881.  Uomo di grande cultura, fu il fondatore dello scriptorium arcivescovile di Milano, con la collaborazione di monaci irlandesi giunti da Tours. Il suo testamento, datato 879, riporterebbe la menzione di un caseus maculatus (ossia "formaggio maculato"), che sarebbe la prima testimonianza storica del gorgonzola. Purtroppo è d'obbligo l'uso del condizionale sulla menzione del prodotto caseario, perché non si trova traccia alcuna del testo in latino, né tantomeno una sua traduzione in italiano. Questo benedetto caseus maculatus compare su moltissimi siti del Web, ma ha l'aria di essere soltanto un pacchetto memetico autoreferenziale, derivato dalla fantasia di qualche romanista ottocentesco e proliferato in modo incontrollabile. In ogni caso non sono riuscito a trovarne traccia. Se fosse reale, penso che sarebbe nell'interesse di tutti riportare il testo con la menzione! Non solo: ci sono numerosissime citazioni ancora più vaghe, di un documento dell'anno 879, di cui non è riportato alcun dettaglio, nemmeno che si tratta proprio del testamento dell'Arcivescovo. In qualche caso c'è il riferimento al mito del casaro e delle vacche stracche, che c'entra con il nobile Ansperto come i cavoli a merenda. 

Le vere origini del formaggio blu

Per scoprire le vere origini del gorgonzola, dobbiamo andare molto più indietro nel tempo, in piena Età del Ferro, quando la Cultura Celtica cominciò la sua prodigiosa espansione. 
Questi sono i pilastri della Civiltà di Hallstatt: 
1) Oro Bianco:
La straordinaria ricchezza di questa cultura derivava dal controllo della miniera di sale di Hallstatt, la più antica del mondo e tuttora in funzione. Il sale era fondamentale per conservare il cibo e veniva esportato in tutto il continente. 
2) Rivoluzione del Ferro: 
A partire dall'VIII secolo a.C. (fasi Hallstatt C e D), i fabbri locali padroneggiarono la metallurgia del ferro, forgiando spade lunghe, asce e strumenti da lavoro che surclassarono le vecchie armi in bronzo.
3) Commercio Globale:
Grazie ai fiumi alpini, i Proto-Celti stabilirono rotte commerciali con i Greci e gli Etruschi, scambiando sale e metalli con vino, manufatti di avorio africano e ceramiche mediterranee.
4) Società d'élite: 
Le tombe dei capi tribù testimoniano una società fortemente gerarchica. I nobili venivano sepolti sotto grandi tumuli all'interno di carri a quattro ruote, adornati con spade preziose, fibule e corone d'oro. 

Su Focus, nel corso dell'anno 2021, è stato pubblicato un articolo di estremo interesse, intitolato Birra e formaggio blu nel menu dei nostri antenati. Questo è il link:


Il sottotitolo è immaginifico e fa sognare: 

"Dagli escrementi millenari rinvenuti nella miniera di sale di Hallstatt, in Austria, la prova che birra e formaggio blu erano già prodotti e consumati nella preistoria"

Lo studio scientifico che ha permesso di giungere a questi eccezionali risultati è stato guidato dall'istituto di ricerca privato Eurac Research, con sede a Bolzano. La miniera di sale di Hallstatt è il luogo della rivoluzionaria scoperta. In quelle profondità sono stati trovati resti di escrementi umani risalenti a circa 2.700 anno fa, nell'Età del Ferro. Dall'analisi di questi massicci coproliti, si sono scoperte interessanti informazioni sulla dieta di chi li ha deposti. I minatori ingurgitavano grandi quantità di pane e formaggio blu, tracannando birra. Questo formaggio blu era un pregiato erborinato, con tipiche muffe azzurrognole, in tutto e per tutto simile al moderno gorgonzola. Sono state trovate inequivocabili tracce di Penicillium roqueforti. Si trova finalmente il bandolo della matassa: i formaggi erborinati, tra cui il gorgonzola, sono geniali invenzioni celtiche come le camicie, le brache, la sella a quattro corni, gli speroni, l'aratro con vomere di ferro, i baffi, l'arte astratta e tante altre cose tuttora utilizzate su larga scala sull'intero pianeta! 

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal. 
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold. 

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto". 
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck. 
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello).