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giovedì 5 dicembre 2024


FANTASMI

Titolo originale: Phantasm
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Lingua: Inglese
Anno: 1979
Durata: 88 min
Genere: Orrore, fantascienza, weird
Regia: Don Coscarelli
Soggetto: Don Coscarelli
Sceneggiatura: Don Coscarelli
Produttore: Don Coscarelli
Fotografia: Don Coscarelli
Montaggio: Don Coscarelli
Effetti speciali: Paul Pepperman
Musiche: Fred Myrow, Malcolm Seagrave
Scenografia: Kate Coscarelli (come S. Tyer)
Costumi: Kate Coscarelli (come Shirl Quinlan)
Trucco: Kate Coscarelli (come Shirley Mae)
Controfigure: George W. Singer Jr.
Coordinatore di produzione: Adele Lustig
Interpreti e personaggi:
    Angus Scrimm: Uomo Alto (Tall Man) 
    A. Michael Baldwin: Mike Pearson 
    Bill Thornbury: Jody Pearson 
    Reggie Bannister: Reggie
    Kathy Lester: La Signora in Lavanda 
       (Lady in Lavender)
    Terrie Kalbus: La nipote della medium
    Kenneth V. Jones: Custode
    Susan Harper: Cameriera
    Lynn Eastman-Rossi: Sally
    David Arntzen: Toby
    Ralph Richmond: Barista
    Bill Cone: Tommy
    Laura Mann: La Signora in Lavanda 
         (scene in topless)
    Mary Ellen Shaw: La medium
    Myrtle Scotton: Cameriera 
    Don Coscarelli: Partecipante al funerale
    Kate Coscarelli: Partecipante al funerale 
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Das Böse
    Polacco: Mordercze kuleczki 
    Turco: Manyak 
Budget: 300.000 dollari US
Box office: 22 milioni di dollari US

Trama:
Un giovane di nome Tommy sta copulando selvaggiamente con una donna biondiccia nel cimitero di Morningside, quando lei all'improvviso gli si rivolta contro e lo uccide a pugnalate. Si scopre che la maliarda si trasforma nell'addetto locale alle pompe funebri, soprannominato l'Uomo Alto, che si era celato  magicamente sotto le spoglie soprannaturali della Signora in Lavanda. Al funerale, gli amici di Tommy, Jody Pearson e Reggie, sostengono di credere che il ragazzo si sia suicidato. Mike, il fratello tredicenne di Jody, osserva di nascosto la cerimonia funebre e a un certo punto vede lo spettrale becchino, l'Uomo Alto, che rimette la pesante bara di Tommy nel carro funebre con evidente facilità, invece di procedere alla sepoltura. 
Mike si reca da una cartomante del posto, che ha fama di essere una medium, e le racconta quanto ha visto. Lei lo sottopone a un rito d'iniziazione, facendogli infilare la mano destra in una scatola. Inizialmente sembra che qualcosa afferri la mano da dentro e la strazi, ma poi il ragazzo la ritrae illeso, dopo che la nipote biondiccia dell'anziana donna ha recitato una formula contro la paura. 
Più tardi, Jody viene sedotto dalla Signora in Lavanda e condotto al cimitero per un rapporto sessuale. Tuttavia, i due vengono interrotti da Mike, che stava spiando ed è stato stanato dal suo nascondiglio da una figura nanesca incappucciata. Mike cerca di avvertire Jody della presenza di quel piccolo essere misterioso, ma il giovane è preso dalla foia e non gli dà retta. 
All'interno del mausoleo sepolcrale, Mike viene inseguito da una sfera volante d'argento, irta di lame acuminate, affrontando al contempo un custode aggressivo; riesce a fuggire quando la sfera armata uccide quest'ultimo. Mike scappa poi anche dall'Uomo Alto e sbatte una porta per mettersi in salvo; le dita del becchino demoniaco rimangono incastrate e vengono tranciate di netto, ma continuano a muoversi, trasudando un icore giallastro denso come zabaione. Portando con sé una delle dita mozzate, Mike infine esce dal mausoleo e si allontana correndo.
Il dito, che non cessa di muoversi, basta a convincere Jody della veridicità dei racconti di Mike. Prima che Jody possa portare il dito allo sceriffo, questo si trasforma in un'immenso moscone che vola impazzito. Reggie, testimone dell'attacco dell'insetto mostruoso, condivide i sospetti dei due fratelli. Jody si reca da solo al cimitero, ma viene messo in fuga dai nani grotteschi e da un carro funebre che sembra procedere senza nessuno alla guida. Viene tratto in salvo per un pelo da Mike a bordo della Plymouth Barracuda di Jody; dopo aver fatto uscire di strada il carro funebre, scoprono che alla guida c'era una delle figure nanesche incappucciate: si tratta di Tommy, rianimato e rimpicciolito, che i tre nascondono nel furgone dei gelati di Reggie, in preda al terrore e al raccapriccio.
Reggie e Jody decidono di sconfiggere l'Uomo Alto, mentre Mike si nasconde in un negozio di antiquariato gestito da Sally e Sue, amiche di Jody. Lì, Mike scopre una vecchia fotografia dell'Uomo Alto e insiste per essere riportato a casa. Lungo il tragitto, Mike, Sally e Sue si imbattono nel furgone dei gelati ribaltato. Vengono attaccati da un gruppo di nani incappucciati; Mike riesce a fuggire, credendo che le ragazze e Reggie siano morti. 
Jody chiude Mike in camera sua per sicurezza e si reca al mausoleo per uccidere l'Uomo Alto. Mike riesce a uscire, ma si imbatte nell'Uomo Alto, che lo attende proprio fuori dalla porta di casa. Questi lo rapisce e lo caricando su un carro funebre, ma il ragazzo fugge e a fa sì che il veicolo si schianti contro un palo ed esploda. Mentre cerca Jody nel mausoleo, Mike viene preso di mira dalla sfera d'argento, finché Jody non la distrugge con un fucile. Mike e Jody si ricongiungono con Reggie e insieme entrano in una stanza ben illuminata, piena di contenitori che custodiscono altri nani. Mike riesce a dare una rapida occhiata attraverso un portale interplanetario, un wormhole, scorgendo un mondo rovente dal cielo rosso sangue, dove i nani lavorano ridotti in durissime condizioni di schiavitù.
Un'improvvisa interruzione di corrente separa il trio. Rimasto solo nella stanza, Reggie attiva il portale, generando un potente risucchio da cui riesce a stento a salvarsi. Nella confusione che segue, viene pugnalato dalla Signora in Lavanda mentre Jody e Mike fuggono; nel frattempo, il mausoleo svanisce. Jody elabora un piano per intrappolare l'Uomo Alto in un pozzo minerario abbandonato. L'Uomo Alto aggredisce Mike in casa e lo insegue all'esterno, finendo per precipitare nel pozzo, dove viene sepolto da una frana di rocce provocata da Jody.
A questo punto Mike si risveglia nel suo letto, ancora preoccupato per l'Uomo Alto. Reggie, che è vivo, gli rivela che Jody è morto in un incidente d'auto la settimana precedente; tutto ciò che Mike ha vissuto finora è stato un incubo scatenato dal dolore. Promettendo di prendersi cura di lui, Reggie gli propone di partire per un viaggio in auto. Quando Mike entra in camera per preparare i bagagli, appare l'Uomo Alto e alcune mani sfondano lo specchio della stanza, trascinando Mike al suo interno.


Recensione: 
Nonostante sia un B-movie prodotto con scarsissimi mezzi, questa pellicola ha riscosso comunque un certo successo, fino a diventare un autentico cult. Ha avuto ben quattro sequel, tutti diretti da Don Coscarelli: 
   Fantasmi II (Phantasm II, 1988),
   Fantasmi III - Lord of the Dead
      (Phantasm III: Lord of the Dead, 1994),
   Phantasm IV: Oblivion (1998),
   Phantasm: Ravager (2016).
Il film è stato definito lynchiano o paralynciano. Questo per una serie di elementi che lo accomunano alla produzione cinematografica di David Lynch. 
Regna l'inquietudine nel quotidiano. Gli spazi apparentemente ordinari e rassicuranti, come la tipica provincia americana, villette a schiera, tavole calde, nascondono un sottobosco oscuro, perverso, violento o marcio. Il terrore cosmico e surreale ha come base una normalissima e desolata cittadina di provincia, un'impresa di pompe funebri locale e la quotidianità di due fratelli interrotta dall'inspiegabile.
Gli elementi surreali e onirici sono pervasivi. La narrazione segue spesso la logica dei sogni o degli incubi. I confini tra realtà, allucinazione e finzione sono volutamente sfocati. La linearità della trama si dissolve continuamente. Gli eventi non seguono regole razionali di causa-effetto: si passa da una camera da letto al deserto abbacinante di un'altra dimensione, da una sparatoria a un funerale, senza spiegazioni logiche. Lo spettatore si trova smarrito nello stesso limbo in cui si muovono i protagonisti di Mulholland Drive (2001) o Strade Perdute (Lost Highway, 1997). 
Il perturbante (uncanny) si insinua dovunque, domina ogni cosa. Abbondano i dettagli e i personaggi bizzarri, grotteschi o fuori posto che generano un senso di profonda, inspiegabile transitorietà e disagio. L'elaborazione del trauma e del lutto è distorta: proprio come in Twin Peaks, dove il surreale serve a elaborare il trauma indicibile dell'abuso e della morte di Laura Palmer, in Phantasm l'intero incubo dell'Uomo Alto e dei suoi nani zombeschi può essere letto come la manifestazione psicologica aberrante e deformata del giovane protagonista, Mike, terrorizzato dall'idea della morte dei genitori e dall'abbandono da parte del fratello maggiore.
Si ha il mistero senza risoluzione. Le trame spesso rifiutano una spiegazione logica o razionale, lasciando lo spettatore con un senso di sospensione e interpretazione aperta.
L'uso del sonoro e della musica è caratterizzato da rombi cupi di sottofondo (ambient drone), silenzi prolungati interrotti da rumori distorti o canzoni pop degli anni '50 e '60 usate in contesti disturbanti. La celebre colonna sonora al sintetizzatore di Fred Myrow e Malcolm Seagrave crea un tappeto ipnotico e inquietante che amplifica il senso di distacco dalla realtà, un espediente simile a quello che Lynch e Angelo Badalamenti hanno fatto la storia del cinema.
Phantasm non si limita a spaventare con i mostri o con le sue sfere d'argento perforanti, ma fa crollare le certezze su cosa sia reale e cosa sia allucinazione, lasciando quel retrogusto di perenne mistero insondabile tipico delle opere lynchiane.
Risultati tanto splendidi contrastano singolarmente con la carenza di risorse materiali. Non si esagera se si dice che Coscarelli ha realizzato quest'opera con quattro soldi. Siccome non aveva molte possibilità a disposizione, escogitava singolari espedienti per ottimizzare il benché minimo residuo di tempo: noleggiava tutta l'attrezzatura necessaria per le riprese del film sempre di venerdì, in modo da poterla utilizzare per l'intero fine settimana e restituirla il lunedì, pagando di fatto il noleggio per una sola giornata. L'instancabile determinazione e l'ingegno hanno premiato il regista al box office! 


Phantasm e Dune

Ci sono diverse sequenze che rimandano in modo inequivocabile a Dune, tanto da poter essere considerate consapevoli omaggi. Infatti è risaputo che il regista era un grandissimo fan della saga letteraria di Frank Herbert. Di più: Phantasm (1979) è a tutti gli effetti il primo film a portare su schermo espliciti elementi visivi e concettuali tratti da Dune, e il destino ha voluto che solo cinque anni dopo, nel 1984, sia stato proprio David Lynch ad accettare la regia del primo adattamento ufficiale del romanzo. In ogni caso il film di Coscarelli non può essere considerato un adattamento di Dune: il soggetto e la narrazione hanno ben poco in comune. 
Colpisce l'iniziazione di Mike alla prova del Gom Jabbar, mentre la nipote della medium recita qualcosa di molto simile alla Litania della Paura delle Bene Gesserit: "Non aver paura. Non aver paura. È solo nella tua mente. È la paura quella che uccide". Credo che sia la prima volta in cui nella Settima Arte è comparsa questa scena. Non dobbiamo dimenticarci che Phantasm è uscito nel 1979 e precede di cinque anni l'adattamento herbertiano di David Lynch, che è del 1984.
Vediamo poi che il locale del paese si chiama Dunes Cantina, che anche lo spettatore più sprovveduto può interpretare all'istante come "Bar di Dune". Non ci sono dubbi che Coscarelli volesse suggerire un'identificazione di Mike con Paul Atreides, mentre Reggie richiama quel minchione di Gurney Halleck. È una sorta di guerriero-mentore pedante e retorico, segnato da un dolore profondo, che imbraccia uno strumento musicale per bilanciare la violenza del mondo in cui vive. Le analogie non finiscono qui: la sfera argentea con gli aculei è semplicemente il meccanismo assassino chiamato hunter-seeker. 
La sequenza in cui il portale dimensionale si apre su un panorama opprimente simile a una fornace con una fila interminabile di nani schiavizzati, è da molti considerata una rappresentazione di Arrakis, il mondo desertico chiamato anche Dune. Sono tuttavia possibili anche altre interpretazioni, anche perché i colori del paesaggio non mi sembrano quelli giusti. Mi pare più plausibile che il regista volesse invece mostrare Giedi Prime, il pianeta di origine della Casa Harkonnen, considerato simile all'Inferno. 
In Italia, terra di cinepanettoni e di conformismo, la critica non si vuole rendere conto di quanto da me riportato e non accenna alle analogie con Dune. Gli sbatti in faccia il rito del Gom Jabbar e non fiatano. Regna l'ottusità. Invece nel mondo anglosassone sono stati in molti ad accorgersi dei riferimenti herbertiani nella pellicola di Coscarelli e a parlarne nei forum. 


Phantasm e Guerre Stellari

Il regista era ben consapevole della sorprendente somiglianza tra le creature nanesche di Phantasm e i Jawa di Star Wars (Episodio IV: Una nuova speranza, 1977), tanto da farvi esplicitamente riferimento. Egli precisò che tali creature erano state concepite prima dell'uscita del film di George Lucas - che arrivò nelle sale proprio mentre Coscarelli stava girando Phantasm. Qualcuno gli fece notare la somiglianza dopo aver visto i Jawa in un trailer. Si discusse dell'ipotesi di cambiare il colore dei nani di Phantasm - magari optando per il grigio al posto del marrone delle tuniche che caratterizzavano sia loro che i Jawa. Tuttavia, dato che molte scene erano già state girate, si decise infine di mantenere le tuniche marroni. 
Se si analizza a fondo la natura dei nani di Coscarelli e dei Jawa di Lucas, ne emerge una differenza profondissima: i primi sono puri e semplici automi, morti viventi senza volontà alcuna, poco più che cadaveri deambulanti, mentre i secondi sono creature senzienti fatte e finite, dotate di un proprio linguaggio articolato e di una propria cultura, come noi esseri umani. Le intenzioni del regista di Phantasm non hanno riscontro alcuno nell'universo di Star Wars: la figura del nano deforme impiegato come schiavo o automa evoca le vecchie fiabe nere e il circo itinerante, dove la distorsione del corpo è specchio di una corruzione metafisica. È la più autentica tradizione del freak e del Grand Guignol!  Sarebbe anche ora se la si smettesse di guardare unicamente alle apparenze.   


L'Uomo Alto

L'Uomo Alto appartiene a una specie aliena ed è in grado di mascherarsi da essere umano. Siccome compare sia come becchino segaligno che come donna sensualissima, si sarebbe tentati di dire che la sua sessualità è ambigua come quella di Loki. In altre parole, ha una natura bisessuale. Ma ha senso applicare queste categorie tanto asfittiche a un essere che proviene da un'altra dimensione? 
L'Uomo Alto, con quel cappotto nero d'ispirazione funebre e lo sguardo di ghiaccio, si muove su coordinate che non hanno nulla della barocca, carnale e mefistofelica opulenza del Barone Harkonnen. L'universo di Phantasm vive di una logica tutta sua, che elude il world-building geopolitico o la space opera per immergersi direttamente nella psicopatologia dell'incubo americano. L'Uomo Alto non è quindi un despota galattico mosso da intrighi di palazzo o bramosie dinastiche: è una pura e semplice proiezione spettrale, una figura da boogeyman implacabile che trasforma la provincia rurale in un mausoleo spersonalizzato. L'unico elemento in comune con il Signore di Giedi Prime è lo schiavismo su scala cosmica: è lo sfruttamento sistemico e interdimensionale dei corpi! 
In Dune lo schiavismo è politico, economico e dinastico, legato al controllo delle risorse (la Spezia) e all'estrazione di forza lavoro da parte delle corporazioni imperiali. In Phantasm si riduce a una tetra parodia industriale e metafisica: l'Uomo Alto saccheggia i cimiteri terrestri per deportare cadaveri svuotati e rimpiccioliti su un pianeta alieno, riducendoli a una manodopera annichilita in un regime di morte burocratica. Da una parte la macro-politica galattica degli Asburgo dello spazio, dall'altra l'orrore luttuoso e surreale di una provincia americana trasformata in cava di carne. Due universi inconciliabili, uniti solo da questa cupa catena di montaggio dell'Oltretomba.
Angus Scrimm non è il vero nome dell'attore che ha interpretato il disturbante becchino alieno. Il suo vero nome è Lawrence Rory Guy, ed è così che viene chiamato di persona; nel commento audio, si possono persino sentire gli altri tre chiamarlo a volte Rory. Come spiega lo stesso Scrimm, dovette scegliere un nome d'arte per recitare in spettacoli "fuori dal campus", presumibilmente durante il periodo della scuola di recitazione. Infatti non gli era consentito partecipare a rappresentazioni esterne all'istituto, quindi scelse il nome Angus Scrimm per tutelarsi nel caso in cui fosse stato menzionato nelle recensioni. È il nome d'arte che ha utilizzato fino alla sua morte, avvenuta nel 2016. 


La Donna in Lavanda: 
timidezza e concupiscenza funebre

Kathy Lester, l'attrice che interpretava la Signora in Lavanda, si sentiva a disagio nel girare scene di nudo e di sesso - motivo per cui quell'aspetto del ruolo fu affidato a una controfigura, Laura Mann. La Lester insistette affinché la donna che la sostituiva ricevesse un proprio credito nei titoli, il che spiega la presenza della dicitura "Double Lavender", alla lettera "Doppia Signora in Lavanda". Secondo Bill Thornbury, interprete di Jody, la Lester non si sentiva a suo agio nemmeno a recitare con Bill Cone, il partner che le avevano affibbiato - affermando di non conoscerlo molto bene (in realtà lo trovava ripugnante, diceva che puzzava). In realtà l'attrice era piuttosto puritana e timida. Non le piaceva essere toccata dagli uomini e slinguazzare. Le gambe che appaiono nell'inquadratura durante la scena iniziale appartengono alla Lester e a Thornbury. Da parte sua Bill Cone desiderava ardentemente morire in uno dei film di Don Coscarelli, per una sua inesplicabile stranezza; il regista lo accontentò. 


Una specie di pareidolia

La canzone "Ace of Spades" dei Motörhead fu pubblicata l'anno successivo all'uscita del film e, a quanto si dice, ne trasse la sua ispirazione. Durante una proiezione della pellicola a New York, il mitico Lemmy commentò sottovoce che la testa di Mike gli ricordava l'asso di picche e trascorse gran parte del resto del film a scrivere il testo del brano su un blocco note, utilizzando la matita che David Soul gli aveva regalato quel giorno stesso. Conosco bene gli attacchi di esilarazione che insorgono quando all'improvviso si identificano parti del corpo di una persona con oggetti incongrui: ricordo ancora quando da bambino ebbi una crisi di riso convulso perché mi ero convinto che la testa di un prete somigliasse in modo incredibile a una grossa pera! Ragazzi, questo è l'effetto della droga. Io ero un piccolo tossico: inalavo quantitativi industriali di solventi e di benzina. Certamente Lemmy poteva disporre di prodotti di qualità migliore. 

Altre recensioni e reazioni nel Web

"Mette a disagio ogni volta che lo si rivede e io l'ho visto almeno 20 volte."

giovedì 1 agosto 2024

IL VOCATIVO NAUTICO IN INGLESE

Tutti conoscono il famoso genitivo sassone, tipico della lingua inglese. Pochissimi sanno che è esistito un altro caso della declinazione, di origine abbastanza recente (fase dell'inglese moderno), ma ormai sclerotizzato e non più produttivo: il vocativo nautico.  

In origine l'interiezione oh (varianti: ho, o) veniva aggiunta a un sostantivo, in modo particolare in grida di strada di venditori e richiami nautici adatti ad attirare l'attenzione. La desinenza -s del sostantivo al plurale di solito veniva omessa e non compariva: si intendeva il singolare come un collettivo. Anche se più di rado, l'interiezione poteva seguire un aggettivo. 
Ecco alcuni esempi di formazioni di questo tipo: 

bottle-oh! "bottiglie!"
land ho! "terra in vista!"
milk-oh! "latte!" 
rabbit-oh! "conigli!" 
smoke-oh! "fumo!"
sail-ho! "nave in vista!" (lett.: "vele!")
westward ho! "a ovest!"
right-oh! "giusto!" (standard: all right)
   varianti: 
   right-ho  
   right-o 
   righty-oh 
   righty-o  
   rightio 
   righteo  

Nella famosissima canzone di Molly Malone, la fulva pescivendola dublinese urla per strada il seguente richiamo: 

Cockles and mussels, 
Alive, alive, oh!

Si riferisce a due specie di molluschi bivalvi, il "cuore di mare" (Cerastoderma edule) e la cozza (Mytilus galloprovincialis): gli esemplari pescati erano tenuti vivi in secchi di acqua marina. L'interiezione oh, che è il nucleo del vocativo nautico, si dimostrava particolarmente efficace ad attirare l'attenzione dei passanti. 

L'accento in origine cadeva sull'interiezione, ma venne poi a collocarsi sul sostantivo o sull'aggettivo che la precedeva. Il valore vocativo di queste forme ha finito col venir meno e l'interiezione è andata riducendosi con il passar del tempo a un mero suffisso il cui significato non era più chiaro ai parlanti. Questo suffisso nominale colloquiale -o è particolarmente diffuso nell'inglese australiano, neozelandese e delle Falkand. 
Questi sono alcuni slittamenti semantici:

bottle-oh! "bottiglie!" >
   bottle-oh, bottle-o,  bottlo "venditore di bottiglie"
milk-oh! "latte!" >
    milk-oh, milko "venditore di latte" 
rabbit-oh! "conigli!" >
   rabbit-oh, rabbito "venditore di conigli"
smoke-oh! "fumo!" >
   smoke-oh, smoko "pausa fumo"
wine-oh! "vino!" > 
   wine-o, wino "alcolizzato", "bevitore girovago"

Si notano alcune forme altamente idiomatiche: 

boyo "ragazzo!" > 
  boyo, termine per rivolgersi a un uomo
      (in genere più giovane del parlante) 
bucko "cerbiatto!" > 
   bucko, termine per rivolgersi a un giovane uomo
   (particolarmente comune in anglo-irlandese)
daddy-oh "babbino!" > 
  daddy-oh, daddy-o, termine per rivolgersi a un uomo
friend-o "amico!" >
  friendo, termine per rivolgersi a qualcuno 

La nominalizzazione è stata talmente forte che si sono formati plurali in -s: 

bottle-ohs, bottle-os, bottlos "venditori di bottiglie"
milk-ohs, milkos "venditori di latte"
rabbit-ohs, rabbitos "venditori di conigli" 
smoke-ohs, smokos "pause fumo"
winos, winoes "alcolizzati", "bevitori girovaghi"
boyos, termine per rivolgersi a uomini 
   (in genere più giovani del parlante)
daddy-ohs, daddy-os, termine per rivolgersi a uomini
 
Ecco la verosimile trafila della pronuncia, trascritta in modo approssimativo in caratteri IPA:

/bɔtəl 'əʊ/ > /'bɔtələʊ/
/mɪlk 'əʊ/ > /'mɪlkəʊ/
/ræbɪt 'əʊ/ > /'ræbɪtəʊ/
/sməʊk 'əʊ/ > /'sməʊkəʊ/
/waɪn 'əʊ/ > /'waɪnəʊ/
/bɔɪ 'əʊ/ > /'bɔɪəʊ/
/dædɪ 'əʊ/ > /'dædɪəʊ/ 

In particolare nell'inglese delle Falkland, con la parola smoko si intende una pausa pomeridiana dal lavoro, corrispondente al tè delle cinque, con torte e altri dolciumi. Il legame etimologico con l'atto di fumare tabacco ha finito col perdersi. 

Come notato dall'Australian National Dictionary, questa origine vocativa di "chiamata" ha naturalmente portato al suo frequente utilizzo nei nomi propri per formare soprannomi e ipocoristici. 
Alcuni esempi: 

Danno "Danielino" < Daniel
Davo "Davidino" < David 
     (particolarmente usato in Australia) 
John-o , Johnno "Giovannino" < John
Jacco "Giovannino" < Jack
Marko "Marcolino" < Mark
Nicko "Nicolino" < Nicholas 
Timmo "Timoteo" < Tim, Timothy
Tommo "Tommasino" < Tom, Thomas

L'uso del suffisso nominale -o è stato rafforzato dagli adattamenti nautici della lingua franca mediterranea o di parole pseudo-spagnole: 
guardo "nave di accoglienza o di transito su cui viene temporaneamente alloggiato il personale arruolato, in attesa di essere assegnato a navi operative." 

Esiste poi un omonimo suffisso -o che conferisce un tono colloquiale, solitamente aggiunto a nomi, abbreviazioni di parole lunghe o aggettivi usati come sostantivi. A parer mio si è originato dal vocativo nautico, anche se il mondo accademico non è d'accordo, ritenendolo di diversa origine (ho trovato chi giura e spergiura che si tratta di semplici ipocoristici fin dall'inizio, senza però fornire argomenti utili). A volte si tratta di una pura e semplice abbreviazione di una forma aggettivale, ma l'origine vocativa non può comunque essere esclusa: non si considera il fatto che da un singolo vocabolo gergale se ne possono creare molti altri per imitazione, anche se il meccanismo non è ben compreso. Gli esempi di formazione di questo tipo sono molto numerosi. Eccone qualcuno:

beardo "uomo barbuto" < beard "barba"
combo "combinazione" < combination "combinazione" 
   (di cassaforte, etc.)
doggo "cane" < dog "cane"
    (sininimo: dogger, doggy)
hundo "un centinaio" < hundred "cento"
inspo "ispirazione" < inspiration "ispirazione"
journo "giornalista" < journalist "giornalista"
kiddo "amico del cuore" < kid "bambino"
lameo "persona zoppa"; "persona senza valore" < 
    lame "zoppo"
lardo "persona obesa" < lard "lardo"
litro "letteralmente" < literally "letteralmente"
neato! "splendido!" < neat "pulito"
pervo "pervertito" < pervert "pervertito"
preggo "donna incinta" < pregnant "incinta"
psycho "persona insana di mente" < psichotic
     "psicotico", psychopathic "psicopatico"
rando "persona impulsiva senza contatti sociali" < 
     random "a caso"
sicko "persona con gusti o abitudini spiacevoli";
     "persona malata di mente" < sick "malato" 
stinko "scadente"; "ubriaco" < to stink "puzzare"
thicko "persona deficiente" < thick "spesso", "denso"
uggo "brutto"; "persona brutta" < ugly "brutto"
wacko "persona bizzarra" < wack, wacky "eccentrico"
weirdo "persona bizzarra" < weird "bizzarro", "strano" 
whammo "all'improvviso" < wham "soffio violento";
         "tentativo"; "grande successo"

Si noterà che alcune forme sono abbastanza recenti, addirittura rando è documentato dagli inizi del XXI secolo. Anche se il vocativo nautico si era ormai spento da tempo, aveva dato origine a un meccanismo vitale capace di dar vita a sempre nuove creazioni lessicali.

Alcune forme sono specificamente australianismi:

druggo "persona drogata" (in US è druggie) 
bizzo "affare" < business 
garbo "uomo che raccoglie l'immondizia" < garbage man
lezzo "lesbica" (in US è lesbo)
nasho "servizio nazionale" < national service
reffo "rifugiato" < refugee 
sammo "tramezzino" < sandwich
sando "tramezzino" < sandwich
veggo "vegetariano" < vegetarian 

Si potrebbe dire che questi sono i frutti del tentativo costante di ridurre l'incomprensibilità dei suffissi e il grado di dissociatività della lingua.



Alcune note sociologiche

Il vocativo in -o non ha potuto generalizzarsi per via del potere normativo della lingua alta. Le plebi marinare erano viste con orrore dai moralisti vittoriani, come una massa di prostitute, sodomiti, tagliagole, etc. 
Il fulcro della sociolinguistica definisce il legame inscindibile tra lo stigma sociale che colpisce un gruppo di parlanti e il destino delle loro innovazioni linguistiche. 
Il motivo per cui forme come il vocativo in -o e simili sono rimaste relegate al gergo marittimo o ai mercati popolari - senza mai intaccare la morfologia della lingua standard - risiede proprio nei meccanismi di prestigio linguistico e resistenza di classe dell'epoca vittoriana. 
Nel XIX secolo, la lingua non era solo un mezzo di comunicazione, ma un indicatore di status morale. La filologia e la grammatica prescrittiva venivano usate dalle classi colte come strumenti di controllo sociale per tracciare un confine netto tra la rispettabilità borghese (respectability) e la supposta "degenerazione" delle classi subalterne. Le comunità marittime e portuali (i docklands di Londra, Bristol, Liverpool o Dublino) incarnavano tutto ciò che la morale vittoriana temeva e condannava. I porti erano spazi di anarchia, zone franche, cosmopolite, fluide, popolate da una massa transitoria di marinai, scaricatori e venditori ambulanti. Il lessico e le strutture grammaticali di queste comunità erano catalogati nei dizionari di slang and vulgarities non come semplici varianti linguistiche, bensì come "corruzioni" della lingua, sintomi evidenti di una condotta di vita viziosa, criminale, dissoluta o perversa. 

Un frammento cinematografico

Non dobbiamo dimenticare il personaggio interpretato da Dustin Hoffman nel film Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969, diretto da John Schlesinger), il cui soprannome era Ratso, letteralmente "Rattoso". 
Qui il suffisso -o, a parer mio di origine vocativa, è aggiunto a una forma di plurale sigmatico in -s: 

rat "ratto" 
plurale: rats "ratti"
vocativo plurale: *Rats-oh! "Ratti!"
> Ratso "Rattoso"

Una simile irregolarità si ritrova in fatso "persona obesa", formato da fat "grasso", con lo stesso suffisso sigmatico che marca un plurale sclerotizzato (fats "cose grasse", "massa di grasso").
Tornando al film di Schlesinger, c'è un brillante gioco di parole con il vero nome del personaggio, Enrico Salvatore Rizzo: l'idiomatico Ratso suona come una storpiatura del suo cognome. Nella versione in italiano, non sapendo come rendere questo Ratso e volendo evitare la traduzione "Rattoso", che sarebbe suonata bizzarra, hanno fatto ricorso a Sozzo.
A livello cinematografico e narrativo, questo "Rattoso" è la sintesi perfetta dell'esistenza del personaggio:
L'aspetto e i movimenti. Dustin Hoffman costruì un'interpretazione fisica memorabile. Ratso è sporco, perennemente sudato, malaticcio (soffre di tubercolosi) e zoppica. Si muove per le strade affollate in modo furtivo e scattante, quasi zampettando per evitare di essere calpestato.
L'habitat e la sopravvivenza. Vive come un parassita ai margini della società. Alloggia abusivamente in un edificio diroccato, freddo e buio di New York, e sopravvive di espedienti, scarti, immondizia e piccole truffe.
La contrapposizione. Il nomignolo serve a creare il contrasto perfetto con il co-protagonista Joe Buck (Jon Voight). Mentre Joe è il "cowboy", l'animale da prateria, grande, ingenuo e abituato agli spazi aperti, Ratso è l'animale urbano per eccellenza, il topo di fogna che conosce ogni anfratto dei bassifondi e cerca di addentare quello che può per tirare avanti.
Ratso è un soprannome crudele che viene affibbiato dalla strada, e che incarna tutta la miseria, l'emarginazione e l'istinto di sopravvivenza della New York disillusa raccontata nel film. 

Conclusioni

Le lingue vive si nutrono continuamente di calchi dai gerghi settoriali. Un'origine vocativa irregolare, nata per strada in modo spontaneo e saldata su un plurale per chiamare qualcuno, è un'evoluzione linguistica pulsante che difficilmente si lascia ingabbiare dai modelli grammaticali tradizionali. Non stupisce affatto che l'establishment accademico storca il naso di fronte a una ricostruzione che esce dai binari dell'etimologia classica, ma francamente non me ne importa nulla.

mercoledì 19 giugno 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL CERVELLATO

Il cervellato è un salume milanese, ormai da tempo caduto in disuso. All'epoca di Carlo Porta (1775 - 1821), era considerato una gloria della cucina meneghina. Se oggi uno andasse a Milano a intervistare i passanti, chiedendo loro cosa sia il cervellato, credo proprio che nessuno saprebbe rispondere correttamente. La parola dovrebbe essere di genere maschile, visto che tale era nella lingua di Milano. Tuttavia, nel Web si trova più comunemente la variante femminile cervellata. In pratica si tratta di una specie di würstel milanese, confezionato in un budello reso giallastro dallo zafferano, con impasto chiaro e finissimo. Gli ingredienti includevano carne suina, sangue rappreso di maiale, formaggio e spezie. Veniva usato per condire il tipico risotto giallo alla milanese. 


Nome del salume: cervellaa
Pronuncia: /tʃerve'la:/
Genere: maschile 
Forme italianizzate: cervellato, cervellata 
Derivati: cervellee "salumiere"; "macellaio"
Pronuncia: /tʃerve'le:/

Il Porta cita il nobile salume nell'ode "A certi forestee che viven in Milan e che ne sparlen" ("A certi forestieri che vivono a Milano e che ne sparlano"): 

Hinn staa chi, s'hin faa su 
lenc e petard col noster cervellaa, 
che abonora el g'ha faa 
slongà el coll come i grù,
e adess, porconi, el ghe fa ingossa anch lu!

Traduzione: 

"Sono stati qui, sono diventati 
lenti e scorreggioni col nostro cervellato,
che a suo tempo ha fatto loro
allungare il collo come le gru,
e adesso, porconi, gli fa nausea anche lui!"

Glossario: 

ingossa "nausea" 
lenc "lenti" (plurale di lent)
petard "scorreggioni", "flatulenti"
    (stessa etimologia dell'italiano petardo)
porconi: è un prestito dall'italiano, poco adattato
    (doveva però 
essere pronunciato purcuni)
s'hin faa su "sono diventati"
    (alla lettera "si sono fatti su")
slongà el coll "allungare il collo"

Il cervelat svizzero 

Qualche tempo fa, viaggiando sul treno che da Locarno porta a Milano Centrale, ho preso una copia gratuita del giornale con le notizie del Canton Ticino e ho letto un articolo su un tipico salume svizzero, in tutto e per tutto simile al cervellato di Milano: il cervelat. Sono così venuto a sapere che esistono tra le popolazioni elvetiche bizzarri pregiudizi su questo salume, che pure è popolarissimo dovunque, anche nelle aree di lingua tedesca. È considerato la "salsiccia nazionale svizzera". Si trovano persino fotografie che mostrano un cervelat infilzato su un'alabarda e cotto alla brace. Molti credono che venga confezionato utilizzando cervella bovine e vari scarti di macelleria, inclusi gli occhi. Il punto è questo: se simili idee non trovano riscontro nelle pratiche odierne, corrispondono a quanto avveniva in epoche passate. A parte il fatto che le cervella sono un alimento eccellente, per quanto deperibile, il concetto somiglia un po' a quanto successo al famoso hot dog, che non è certo più prodotto con carne di cane - eppure in epoche di carestia ormai lontane, un simile utilizzo era una concreta realtà. 

Nome del salume: cervelat 
Pronuncia: /serve'la/ 
Varianti: Servelat, Servella 

La prima attestazione si trova in un ricettario bernese scritto da Sabina Welserin e pubblicato nel 1553. Gli ingredienti sono molto simili a quelli del cervellato di cui parla il Porta: carne di maiale, pancetta, formaggio, sangue di maiale fresco e spezie varie, come pepe, zenzero, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zucchero e zafferano. Il fatto che il nome non sia germanico, indica che la preparazione culinaria deve avere avuto la sua origine in un'area di lingua romanza: a Berna doveva essere un articolo d'importazione. Il problema è che certamente il salume doveva esistere già molto tempo prima che la Welserin ne mettesse per iscritto una ricetta - cosa che in genere non viene considerata dai commentatori moderni. Orbene, l'ipotesi più immediata e plausibile è che il centro d'irradiazione del salume in questione si debba identificare proprio con l'augusta città di Milano. 
Oltre che in Svizzera, il cervelat (varianti: cervelas, servelade) è diffuso con diverse ricette in Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi - praticamente in tutta l'Europa centrale. 

La vexata quaestio dell'etimologia

Il termine cervellaa, come il toscano cervellata, deriva chiaramente da un tardo latino cerebellata "salsiccia fatta con cervella" (da cerebellum, diminutivo di cerebrum "cervello"). Non importa se di cervello ne veniva aggiunto poco o pochissimo nell'impasto. Non importa se poi, col passare del tempo, di cervello non ne è stato aggiunto più. L'origine è questa, anche se si dice che gli storici facciano fatica a trovare attestazioni sul reale uso della materia grigia, suina o bovina. Le ricette cambiano; le parole sono più importanti e possono permetterci di risalire alle origini. 

La testimonianza del Cherubini

Nel suo Vocabolario milanese-italiano (1839), Francesco Cherubini (Milano, 1789 - Oliva di Lomaniga, 1851) riporta quanto segue: 

Cervellàa. s.m. Cervellata? Composto di grascia porcina e di grascia d’arnione di manzo, scusse affatto di carne, triturate minutissimamente, insalate e regalate d’aromi e di cacio lodigiano trito; il quale composto s’usa o come condimento di brodi da zuppe o come ripieno d’altre vivande, e si vende insaccato in budelle tinte in giallo collo zafferano e strozzate a lunghezza di spanna come i salsicciuoli comuni. Ho segnato con la? la voce italiana Cervellata perché, quantunque simigli di viso la nostrale, pure la dissimiglia per valore se guardasi alla definizione che ne danno i dizionari generali della lingua. Essi la fanno una Salsiccia composta di carne e cervella di porco, cioè onninamente il rovescio della nostra Cervellata…(omissis)... Forse in antico usarono i nostri padri far entrare nei loro Cervellàa anche le cervella porcine, e di quì nacque il nome all’oggetto; ma in ogni caso convien dire o che appena ne li regalassero per ornato e bizzarria, giacché troppi majali sarebbe stato necessario ammazzare per farne di proposito con poche e sì piccine cervella quegl’infiniti Cervellàa pei quali la cucina suol fare ricorso al pizzicagnolo, o pure che altrevolte pochissimi ne usassero le cucine, cosicché in tutti quei pochissimi potesse l’esistenza delle cervella porcine giustificarne il nome." 

Glossario:

arnione "rene", "rognone" 
cacio lodigiano "formaggio di Lodi"
  (con buona pace di Grandi, è quello che oggi chiamiamo
  parmigiano)
cervella porcine "cervella di porco"
grascia "grasso di animale"
il rovescio "il contrario"
insalate "salate"
majali "maiali" 
nostrale "caratteristico dei nostri luoghi"
onninamente "interamente", "del tutto"
pizzicagnolo "salumiere"
salsicciuoli "salsicciotti"
scusse affatto di carne "del tutto prive di carne"
simigli di viso "somigli all'apparenza"

La testimonianza di Vincenzo Corrado 

Nel suo ricettario Il Cuoco galante, Vincenzo Corrado (1736 - 1836) riporta la ricetta del cervellato alla milanese:

"Per due libbre di pancetta di porco ben triturata fuori della cotica e due midolla di manzo e cervella di porco vi si mettono due once e mezza tra cannella, noce moscata e garofani, una libbra di cacio Parmigiano grattato, quattro once di acqua garofanata con varie gocce d’olio di garofani e due once di sale. Tutto mescolato se n’empiano le budella, prima tinte in acqua di zafferano, e si conservino all’uso"

Glossario: 

se n'empiano "se ne riempiano"

Come si vede, le cervella ci sono eccome! Corrado è ricordato come un esponente della cucina della nobiltà napoletana sul finire del XVIII secolo.

Altri salumi peculiari

1) La cervellata di Vogogna (provincia di Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte) include tra i suoi ingredienti, oltre alle cervella, anche midollo di manzo, formaggio duro e zafferano. Questo salume tradizionale, era in origine usato per condire minestre e risotti. Non ci sono dubbi sul fatto che abbia la stessa origine del cervellaa di Milano.
2) I sanguinacci, in diverse tradizioni italiane, possono essere preparati utilizzando il cervello, oltre al sangue suino. Ai nostri tempi, per motivi igienici e sanitari non ne è più consentita la produzione. Il sanguinaccio con cervello è tipico della Puglia, in particolare di Lecce. Questo salume non va confuso con un dolce chiamato anch'esso sanguinaccio.
3) La coppa di testa è un salume cotto, ottenuto dalla carne della testa del maiale, prodotto in diverse regioni d'Italia (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo; una variante si trova in Piemonte e in Liguria). La ricetta prevede la rimozione delle cervella, che non sono incluse nell'impasto. 
4) Le cervellatine napoletane sono salsicce sottili fresche tipiche della Campania. In origine contenevano cervella, ma attualmente questo ingrediente non è più contemplato. Il salume è caratterizzato da un impasto di carni suine magre, aromatizzate con sale e spezie. 
5) La cervellata calabrese è un insaccato fresco composto da carne suina, inclusi tagli della testa. Non contiene pomodoro né vino rosso. In genere non contiene peperoncino, ma ho trovato anche ricette che lo includono. Questo salume è aromatizzato con vino bianco, pepe nero e finocchio selvatico. Attualmente le cervella non sono presenti tra gli ingredienti, ma potevano essere incluse in origine.
6) La cervellata di Toritto (provincia di Bari) è un insaccato composto prevalentemente da carne bovina (70-80%) e da una minore percentuale di carne suina (20-30%). Caratterizzata dal diametro sottile, è speziata con pecorino, aglio e basilico; viene cotta al fornello e arrotolata in modo tale da formare una specie di "girella". Non contiene cervella, è asciutta e non è nemmeno chiara l'origine del suo nome.
7) Un salume tedesco che in origine conteneva cervella suine e bovine è il Gelbwurst o "salsiccia gialla", che era detto anche Hirnwurst "salsiccia di cervello". È tipico della Baviera. Le sue origini a quanto pare sono abbastanza recenti (inizi del XX secolo); attualmente è vietato per legge l'uso di cervello bovino. 

Nota: 
Bisogna poi guardarsi dai casi di assonanza ("falsi amici"): 
I salumi Cervellera traggono la loro denominazione dal cognome della famiglia che li produce e non contengono cervella. 

Le cervellate del Maestro Martino

Le cervellate de carne de porco o de vitello giovane, citate dal Maestro Martino de' Rossi (Blenio, Canton Ticino, 1430 - Milano o Roma, fine XV secolo) nel Libro de arte coquinaria (1450 - 1460), somigliano molto al cervellaa milanese e non includono cervella. Il ricettario è stato composto per un porporato noto per la sua estrema voracità: il Cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, Patriarca di Aquileia. Noto anche come "Cardinal  Lucullo", ingurgitava quantità immani di ghiottonerie in banchetti opulenti! 
Riporto in questa sede la ricetta delle cervellate. 


Per fare bon cervellate de carne de porco o de vitello giovine. 

Piglia carne magra senza nervo cioè de la cossa, et di bon grasso di porcho o de vitello, et battilo tanto minutamente col coltello quanto sia possibile. Dapoi togli di bon cascio vecchio et un pocho di bon cascio grasso et di bone spetie et doi o tre ova et similemente del sale secundo la quantità, et mescola diligentemente tutte queste cose inseme et fa' che siano un pocho gialle di zafrano, et togli de le budella grosse del porcho, et nettale molto bene che siano sottili che non gli resti niente di grasso, et impieli de questa materia et stringila bene nele dicte budella et falle longhe o curte como ti piace; et vogliono essere cotti allesso, et non possono durare più che due dì in perfectione. Niente di mancho secundo il tempo il bisogno si possono conservare quindici o vinti dì et più, se seranno ben governate. 

Glossario:

allesso "a lesso"
bone spetie "buone spezie"
cascio "formaggio" 
cossa "coscia"
dapoi "quindi"
de "di"
doi o tre ova "due o tre uova"
et "e"
impieli "riempili"
in perfectione "in perfezione"
inseme "insieme"
longhe o curte "lunghe o corte"
nele dicte budella "nelle budella di cui sopra"
nettale "puliscile"
niente di mancho "tuttavia"
pocho "poco"
porcho "porco"
secundo "secondo"
seranno "saranno" 
similemente "similmente"
vinti "venti" (20) 
vinti dì "venti giorni"
zafrano "zafferano" 

Un'ipotesi insensata

Pur di negare l'esistenza di antichi salumi preparati con l'aggiunta di materia cerebrale, si è diffusa l'idea insensata che il cervellato o cervellata tragga il suo nome da uno strumento musicale rinascimentale, chiamato appunto cervellato. È uno strumento aerofono ad ancia doppia, chiamato racket (varianti: rackett, rancket) in tedesco e in inglese.
In realtà è proprio lo strumento a trarre il suo nome dal salume milanese, per via della forma, che ricorda un insieme di salsicciotti. 
Dimostrazione:
i) Lo strumento rinascimantale si chiama "cervellato" perché somiglia al salume detto "cervellato". 
Perché il salume si chiama "cervellato"?
Il salume si chiama così perché un tempo includeva cervello tra gli ingredienti. =>
=> Si spiega la denominazione dello strumento rinascimentale in modo lineare e chiaro. 
ii) Il salume si chiama "cervellato" perché somiglia a uno strumento rinascimentale detto "cervellato". 
Perché lo strumento rinascimentale si chiama "cervellato"? 
Lo strumento rinascimentale non somiglia a nulla che abbia a che fare con un cervello. => 
=> Non si spiega la denominazione dello strumento rinascimentale in alcun modo. 
iii) In tedesco lo strumento in questione è anche chiamato, seppur di rado, Wurstfagott, ossia "fagotto a salsiccia". 
QED 

mercoledì 5 giugno 2024

ETIMOLOGIA DELL'INTERIEZIONE INGLESE BY JINGO! 'PER DIO!'

In inglese esiste la bizzarra interiezione by Jingo! "per Dio!", in cui mi sono imbattuto molti anni fa, nel corso dei miei studi universitari. A quei tempi ho potuto attingere ad informazioni distorte e false, che descrivevano l'interiezione come americana e specificamente texana. Secondo tale narrazione, i pastori protestanti del Texas erano particolarmente puritani e stizzosi: volevano reprimere le brutte abitudini dei cowboy, che si ubriacavano a rotta di collo e imprecavano contro Dio. Non essendo tollerabile la vana e blasfema menzione dei nomi God e Jesus, ecco che i cowboy avrebbero trovato un escamotage, sostituendo i nomi divini con Jingo. Nell'articolo, ormai irreperibile, si affermava che proprio in quegli ambienti ostili era stata creata la figura di Pecos Bill, a cui erano attribuite le imprese più mirabolanti, con l'intento di plasmare una specie di mitologia del West. Si diceva che avesse scavato il Grand Canyon a mani nude e creato la Death Valley. Mi sembrava di avere sotto gli occhi scene di un West pagano, libero dall'oppressione religiosa dei bacchettoni. Un paese vasto e stravagante in cui si adorava una divinità uranica non cristiana chiamata Jingo, non interessata all'ordine morale del mondo, in cui Pecos Bill aveva le funzioni di una specie di demiurgo, creatore del paesaggio, dotato delle caratteristiche che nell'antichità erano attribuite a Ercole: forza smisurata e dominio sulle bestie selvagge. Peccato che tutto ciò fosse soltanto l'amplificazione di residui di "fakelore", ossia folklore falso. 

In realtà, il nome Jingo non è affatto nato in Texas: è stato portato in America dall'Inghilterra, dove era già usato da tempo in formule di riconoscimento di congiurati, come hey jingo, presto-jingo. L'espressione hey Jingo (variante: hey Yingo) era nota anche nel gergo degli illusionisti e dei giocolieri, che la usavano come segnale per la comparsa magica di oggetti, un po' come il più noto Abracadabra. Una citazione di questo uso si trova nell'opera di Martim de Albuquerque (1881), con riferimento all'anno 1679.
La prima attestazione nota dell'interiezione by Jingo! risale invece al 1878, in una canzone da balera scritta da George William Hunt (Finsbury, Londra, circa 1837 - Brentwood, Essex, 1904) e cantata da Gilbert Hastings MacDermott, nato John Farrell (Islington, Londra, 1845 - 1901). Il titolo con cui è nota è "MacDermott's War Song" o "Jingo Song". Questo è il testo del coro (il grassetto è mio):

"We don't want to fight, But by Jingo! if we do, We've got the ships, we've got the men, We've got the money too." 

Traduzione:

"Non vogliamo combattere, ma per Jingo! se lo facciamo, abbiamo le navi, abbiamo gli uomini e abbiamo anche il denaro."

Lo slogan è nato nel contesto della lingua russo-turca (1877 - 1878), ma sarebbe adattissimo all'America di Donald Trump, incarnandone alla perfezione i princìpi.

Sinonimo:
by the living Jingo! 

Variante rara: 
by Gingo! 

Derivati: 

jingo "militarista fanatico", "sciovinista", "guerrafondaio"
    plurale: jingos, jingoes 
jingoist "militarista fanatico", "sciovinista", "falco"    
jingoistic "sciovinistico", "ultranazionalista",
    "eccessivamente patriottico"
jingoism "fanatismo militaresco", "sciovinismo", 
    "nazionalismo regressivo" 
to jingoize "rendere eccessivamente patriottico"

Curiosità:
Esiste un piccolo villaggio di nome Jingo in Kentucky (USA). Si pensa che si tratti di un'assonanza casuale. 

Proposte etimologiche

1) Derivazione da una frase di giuramento Jesus God, contratta e alterata per evitare la blasfemia. Possibile trafila:

Jesus God > *Jes'god > *Jisgo > *Jingo 

Il gruppo consonantico -sg- /-zg/ sarebbe diventato -ng- per eufonia o per necessità di travestimento. Un'ipotesi plausibile è che by Jingo!, con la variante by the living Jingo!, sia un'alterazione eufemistica (minced oath) di un problematico "by the living Jesus God!" o "by the living God!", che chiunque avrebbe avuto paura di proferire. Non dobbiamo dimenticare che il terrore dell'Inferno era comune.

2) Un prestito dal basco Jainko (variante: Jinko) "Dio". I balenieri Baschi, provenienti dalla Biscaglia, avevano molti contatti con gli Inglesi, spingendosi fino in America. Ci è persino noto un gergo marinaresco basato sul basco, con elementi grammaticali come i pronomi e le preposizioni presi dall'inglese. Questo gergo, di cui avremo modo di parlare in un'altra occasione, era usato in Islanda. In questo contesto, non è improbabile che il teonimo Jinko sia passato in inglese come Jingo. In particolare, by Jingo! traduce direttamente il basco ala Jinko! "per Dio!", un'interiezione segnalata da Larry Trask, tra gli altri. È un'esclamazione di sorpresa, enfasi o giuramento, spesso utilizzata nei dialetti guipuzcoani e suletini. 
Si segnala anche l'esistenza della variante high Jingo!, alla lettera "Alto Dio!", che è quasi una traduzione del basco Jaungoikoa (formato da Jaun "signore" + goiko "dell'alto", "del cielo" + -a, articolo determinativo), di cui Jainko, Jinko sarebbero contrazioni. Larry Trask era scettico su questa ipotesi. Senza dubbio avrebbe sostenuto che high Jingo! sia semplicemente una variante della formula hey Jingo! tipica di congiurati e maghi da circo. Resta il fatto che trovo poco convincenti simili obiezioni. 

3) Derivazione dal nome di San Gangolfo di Borgogna, il cui culto era molto diffuso in Francia e in Germania. 

Etimologia del nome:
burgundico Gangulf, Gangolf "Lupo del Passo" 
   (dal protogermanico *Gangawulfaz, composto di 
    *gangaz "passo" + *wulfaz "lupo")
forma latinizzata: Gangulphus 
esiti in francese:
   Gangolf, 
   Gengulphe,
   Gengoulf, 
   Gengoulph,
   Gengouph,
   Gengoux,
   Gengoult, 
   Gengoul, 
   Jangoul,
   Jangouf,
   Jangou, 
   Jengoul 
forme latinizzate (secondarie): Gengulphus, 
   Gingulphus 
esiti in inglese (dal francese): 
   Gingoulph 
esiti in tedesco: 
   Gangolf, 
   Gangloff, 
   Gongolf, 
   Golf, 
   Genf  
esiti in italiano: 
   Gangolfo,
   Gengolfo, 
   Gongolfo 

La palatalizzazione di g- è perfettamente regolare ed è stata causata dalla formazione della vocale anteriore -e- a partire da -a-, un fenomeno ben noto che ha colpito, oltre al lessico romanzo, molti germanismi. 
Il passaggio dal francese Gengoul, Jangoul e simili all'inglese Jingo non è impossibile.

La leggenda di San Gangolfo 

Gangolfo (circa 702 - 760) era un cortigiano di una nobile e potente famiglia della stirpe dei Burgundi, vissuto ai tempi del Re dei Franchi Pipino il Breve, il primo dei Carolingi ad aver regnato. Già fin da giovane, Gangolfo era noto per la sua rigorosa onesta e castità, oltre che per le sue grandi ricchezze. Frequentava le chiese e si immergeva nella lettura di testi religiosi. Evitava la compagnia dei libertini. Morti i suoi genitori, divenne un amministratore modello della proprietà ereditata, provvedendo alle chiese e ai poveri che si trovavano nelle sue terre. A un certo punto dovette sposarsi (ricordiamo che tra i Germani non era tollerato il celibato). Scelse però una donna che non condivideva affatto le sue virtù. Era una fallofora! Le importanti responsabilità di nobile portarono Gangolfo a partecipare alle guerre del suo tempo. Si recava spesso in Frisia per predicare il Vangelo alle popolazioni pagane - anche se con scarso successo. Durante un viaggio di ritorno, giunse in un luogo oggi chiamato Bassigny (in latino Bassiniacensis pagus), dove vide una fonte la cui acqua era molto fresca e buona. Gangolfo volle comprare la proprietà. I suoi amici lo deridevano per quello che ritenevano uno spreco insensato ("Cosa te ne fai di una fonte tanto lontana?"). Tuttavia, giunto a casa, il nobile piantò un bastone nel terreno. Diede ordine a un servo di togliere il bastone il giorno dopo: ne scaturì una fonte di acqua fresca, come quella di Bassigny. C'era però un problema: mentre era assente, la moglie gli aveva messo le corna con un prete, un individuo grossolano, scelto per i suoi modi brutali e per il fallo nerboruto. Di fronte a una simile onta, Gangolfo invocò l'ordalia, il Giudizio di Dio: costrinse la donna ad immergere una mano nella nuova fonte. La mano si ustionò miracolosamente, prova che c'era stato adulterio. Così il nobile proibì alla moglie di dividere con lui il letto e ordinò al prete brutale di emigrare. Così questi se ne andarono. Dopo questi fatti, Gangolfo cambiò vita, rinunciò ai suoi beni terreni e fece grandi penitenze, vivendo come un eremita nel castello di Avallon. Gli adulteri fecero comunque ritorno, con l'intenzione di vendicarsi. Così il prete energumeno si avvicinò a Gangolfo, che stava dormendo, aggredendolo e cercando di decapitarlo. Non ci riuscì ma lo ferì gravemente a una gamba, causando la sua morte per setticemia. Si dice che presto avvennero miracoli sulla tomba dell'austero burgundo, che aveva ricevuto i Sacramenti, prima di spirare il giorno 11 maggio del 760. La moglie adultera e il prete abbandonarono nuovamente il Paese, ma ebbero un triste destino: la donna fu colpita da una fermentazione intestinale maligna che le faceva emettere peti spaventosi, costringendola a smerdarsi addosso; l'uomo contrasse la lebbra, che lo fece marcire orrendamente. Entrambi furono condotti a una morte miserabile. 

Conclusioni

Sono convinto che l'etimologia giusta sia quella basca; non sono tuttavia in gradi di provarlo, perché le altre ipotesi sono molto difficili da confutare.

giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco". 


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni.