giovedì 30 giugno 2016


LA NATURA DEL CYBERSPAZIO
E L'AVVENTO DEI BORG 

Il cyberspazio incarna la più alta libertà di parola. Qualcuno potrà sentirsene offeso, altri potranno apprezzarlo, ma il contenuto di una pagina Web è difficile da censurare.
Una volta lanciato in rete entra a disposizione di centinaia di milioni di persone. Un diritto d'espressione così illimitato, con dei costi di pubblicazione così bassi, fa del Web una grandissima manifestazione di democrazia. Tutte le voci hanno pari opportunità di ascolto, o almeno così predicano tanto i costituzionalisti qualto le riviste d'affari. Se il Web fosse una rete casuale, potremmo anche essere d'accordo con loro. Ma non lo è. Il risultato più affascinante del nostro progetto di mappatura fu la scoperta di una totale assenza nel Web, di democrazia, equità e valori ugualitari. Imparammo che l'unica cosa che la topologia di questa rete permette di vedere sono il miliardo di documenti ivi contenuti.
Quando si considera il Web, la domanda fondamentale non è più se le nostre opinioni possono venire pubblicate: certo che possono e, una volta online, diventano accessibili a chiunque, in qualunque parte del mondo, con una semplice connessione Internet. Di fronte alla giungla di documenti che ci appaiono minuto per minuto, la domanda cruciale è piuttosto la seguente: se lancio un'informazione in rete, qualcuno la noterà? Per essere letti bisogna essere visibili: una banale verità che vale tanto per gli scrittori quanto per gli scienziati. Sul Web la misura della visibilità è il numero di link. Più link puntano alla vostra pagina Web, più siete visibili. Se ogni documento in rete avesse un link alla propria pagina Web in un attimo tutti saprebbero ciò che aveta da dire. Ma una pagnia Web ha in media non più di cinque-sette link che puntano ognuno a una delle migliaia e migliaia di pagine esistenti là fuori. Di conseguenza le probabilità che un documento crei un link proprio alla vostra pagina Web sono prossime allo zero.
Questa conclusione si applica perfettamente alla mia homepage, www.nd.edu/~alb. Secondo AltaVista, nel Web ci sono almento una quarantina di pagine che puntano a essa.
Francamente mi sembra persino troppo, considerato il mio limitato campo di interesse. Ma poiché il Web offre una scelta complessiva di circa un miliardo di pagine, le probabilità di scoprire la mia sono all'incirca quaranta su un miliardo. Vale a dire che, se navigate a caso giorno e notte in rete fermandovi non più di dieci secondi su ogni sito, vi occorreranno otto anni prima d'incontrare un link alla mia homepage.
Tutti abbiamo interessi, gusti e valori diversi. I link che creiamo sulla nostra pagina Web riflettono tali differenze. Stabiliamo connessioni con pagine di ogni tipo, dai siti sull'arte tribale africana ai portali di commercio elettronico. Considerando che possiamo scegliere fra oltre un miliardo di nodi, ci si aspetterebbe che la configurazione finale dei link sia abbastanza casuale, il che significherebbe il trionfo del modello Erdõs-Rényi. Un Web casuale sarebbe il massimo veicolo di uguaglianza, perché la teoria dei due studiosi garantisce un elevato grado di somiglianza tra tutti i nodi, tutti dotati all'incirca dello stesso numero di link dall'esterno.
Le nostre misurazioni, però, smentiscono queste attese. La mappa riportata dal nostro robot diede prova di un alto grado di disparità nella topologia del Web. Delle 325000 pagine esaminate nel dominio della Notre Dame University, 270000 - l'82 per cento del totale - avevano tre link dall'esterno se non meno. Mentre una ristrettissima minoranza, 42 pagine circa, ne aveva più di mille. Misurazioni successive su un campione di 203 milioni di pagine Web rilevarono uno spettro ancora più ampio: nella stragrande maggioranza - qualcosa come il 90 per cento del numero complessivo - i documenti avevano meno di dieci link dall'esterno, mentre pochissimi - non più di due o tre - ne avevano quasi un milione!
Così come nella società umana pochi individui, i connettori, conoscono un numero insolitamente ampio di persone, l'architettura del World Wide Web è dominata da pochissimi nodi altamente connessi, o hub. Questi hub, come per esempio Yahoo! o Amazon.com, sono estremamente visibili: ovunque ci si sposti, si trova sempre un link puntato verso di loro. Nella rete del Web tutti i nodi poco conosciuti, scarsamente visibili e dotati di un esiguo numero di link sono tenuti insieme da questi rari siti altamente connessi.
Gli hub sono la più netta smentita alla visione utipica di un cyberspazio ugualitario.
Certo, tutti abbiamo il diritto di mettere in rete ciò che vogliamo. Ma qualcuno lo noterà? Se il Web fosse una rete casuale, tutti avremmo la stessa opportunità di essere visti e sentiti. Collettivamente creiamo in qualche modo gli hub: sono i siti a cui tutti si collegano. Facilissimi da trovare, si possono rintracciare in qualsiasi punto della rete. Al loro confronto il resto del Web è praticamente invisibile. Per qualunque obiettivo concreto, le pagine linkate da uno o al massimo due altri documenti praticamente non esistono. Sono quasi impossibili da individuare. Persino i motori di ricerca sono maldisposti nei loro confronti e, quando viaggiano nel Web alla ricerca dei nuovi siti appena usciti, le ignorano.

Albert-László Barabási - Link, la nuova scienza delle reti
(Esilio a Mordor, 30/06/2007)

Dai tempi in cui scriveva l'autore ungherese molte cose sono cambiate. Zuckerberg è giunto, portando una nuova tirannia simile a quella dei Borg di Star Trek: la massa informe e pulsante che è Facebook ha assimilato centinaia di milioni di persone. Qualcuno dirà come al solito che questa "è fantascienza". Invece è la nuda e cruda realtà dei fatti, che non ha proprio nulla di fantastico. Ogni resistenza è inutile, l'Alveare è ormai esteso sull'intero pianeta e divora interi popoli. Sotto la pressione della mostruosità di Zuckerborg, la Rete come la conoscevamo si affloscia, perde vitalità e avvizzisce giorno dopo giorno, mentre l'Alveare si ingigantisce a dismisura. Già si parla di una Grande Estinzione che farà sparire i siti web personali e gli ultimi residui blogosferici, esiziale come la catastrofe che ha cancellato i dinosauri sul finire del Cretaceo. Quando il processo si sarà completato, esisterà un unico hub: Facebook.

martedì 28 giugno 2016


L'ESPLOSIONE DELLE INFLUENZE
NEL PICCOLO MONDO

Nonostante secoli di straordinario progresso della medicina e della biologia, non è, questo, un momento incoraggiante per la storia dell'umanità.
Non vi è motivo di essere ottimisti: vi è semmai motivo di temere epidemie globali. Come ha scritto il compianto Jonathan Mann, professore di epidemiologia e immunologia di Harvard: "Il mondo è assai più di prima soggetto allo scoppio e, peggio, alla diffusione ampia o addirittura globale di vecchie e nuove malattie infettive... Motore del fenomeno è il notevole aumento della mobilità di persone, merci e idee... Un individuo che ospita un microbo micidiale può facilmente salire su un aereo di linea e trovarsi in un altro continente al manifestarsi dei sintomi della malattia. L'aereo e il suo carico spesso conducono insetti e agenti infettivi in nuovi contesti ambientali".
Questa vulnerabilità è l'ovvia conseguenza del "piccolo mondo" e della rete internazionale del trasporto aereo che la sorregge.

Mark Buchanan - NEXUS
(Esilio a Mordor, 18/08/2008)

Quando il benemerito autore di NEXUS scriveva queste profetiche parole, l'attenzione della comunità scientifica era focalizzata soprattutto sulla pandemia di AIDS causata dal retrovirus HiV. Soltanto qualche anno dopo si sarebbe cominciato a parlare di una nuova catastrofe incipiente: la fine dell'Età degli Antibiotici. Un evento epocale capace di cambiare in modo significativo le nostre vite, che sta generando batteri virtualmente indistruttibili, contro cui i mezzi a disposizione dell'attuale scienza medica nulla possono. Con buona pace dell'immaginario collettivo, non esiste soltanto il contagio ad opera di microrganismi che si diffondono tramite l'aria, come ad esempio il virus dell'influenza. Conseguenze luttuose hanno anche gli agenti patogeni che si trasmettono per contatto diretto, come ad esempio i responsabili delle infezioni veneree. La mobilità di persone, merci e idee comporta in modo ineluttabile la moltiplicazione degli atti sessuali. I corpi umani sono giganteschi banchetti per agenti patogeni di ogni tipo e il contatto tra i fluidi corporei degli amanti è come un processo coloniale che porta alla conquista di nuovi continenti. Il pericolo non è soltanto la rete "piccolo mondo" del trasporto aereo, ma sopra ogni altra cosa la rete "piccolo mondo" dei contatti sessuali, che è molto più estesa e pervasiva. 

Ne sono sicuro e lo vado dicendo da anni: Nemesi è all'opera. Un giorno o l'altro scaturirà dagli orifizi della Nappi qualcosa che ci ammazzerà tutti. Seguiamo il percorso di questo messaggero di morte, la cui venuta al mondo è prossima: nato da infinite sessioni di sesso promiscuo e privo di barriere tra sangue e mucose di innumerevoli copulanti, questo microrganismo fatale è il prodotto di un'accurata selezione occorsa in tempi assai rapidi. Le generazioni di batteri e di virus negli orifizi durano ben poco in confronto alla vita umana, quindi svariate mutazioni genetiche inattese possono sorgere e propagarsi in modo tempestivo. Quelle cavità sessuali sono laboratori di terrorismo biologico e come tali andrebbero trattate. Una turca è molto più pulita e asettica della vagina, dell'ano e della bocca di una donna dedita a molteplici amplessi. Per tenere sotto controllo l'emergere di continue infezioni - spesso nemmeno batteriche - è deleterio costume dei moderni gaudenti riempirsi di antibiotici, cosa che sta portando alla fine dell'efficacia di tali farmaci. Le sequenze genetiche responsabili della resistenza superano le barriere tra le specie batteriche, rendendo esiziali anche patologie non veneree. Questa è soltanto una delle conseguenze. Si vede che nello stesso ambiente anche organismi drasticamente diversi come virus e batteri interagiscono tra loro, accelerando il mutamento in modo esponenziale: ne nascerà un morbo portentoso e funesto in sommo grado, pronto a diffondersi come un invincibile Male fuoriuscito dall'apertura del Vaso di Pandora.

LA MORTE DI PAN

Io ho sentito la storia di un uomo che non era né uno sciocco né un imbroglione. Alcuni di voi hanno ascoltato il retore Emiliano, che era figlio di Epiterse, mio concittadino e maestro di grammatica. Proprio lui mi raccontò che una volta si era imbarcato per l'Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo: alla sera quando già si trovavano presso le isole Echinadi, il vento cadde di colpo, e la nave fu trasportata dalla corrente fino a Paxo. Quasi tutti i passeggeri erano svegli, e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo. All'improvviso si sentì una voce dall'isola di Paxo, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Tutti restarono sbalorditi. Questo Tamo era un pilota egiziano, ma quasi nessuno dei passeggeri lo conosceva per nome. Due volte la voce dell'uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose, e allora quello con tono più alto disse: "Quando sarai a Palode, annuncia che il grande Pan è morto". A queste parole, diceva Epiterse, tutti restarono sbalorditi, e si domandavano se fosse meglio eseguire l'ordine oppure non darsene cura. Allora Tamo decise che, se ci fosse stato vento, avrebbero costeggiato la riva in silenzio; se invece giunti là avessero trovato bonaccia, avrebbe riferito la notizia. Quando infine arrivarono a Palode, non un soffio di vento, non un'onda. Allora Tamo, sulla poppa, guardò verso terra e gridò: "Il grande Pan è morto". Non aveva quasi finito di dirlo che subito si levò un gran gemito, non di una persona sola, ma di tante, pieno di stupore.  

Plutarco - Il Tramonto degli Oracoli
(Esilio a Mordor, 19/12/2006)

Eventi come quello descritto da Plutarco segnano la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Non sono soltanto dati di fatto, ma fungono da geroglifici che condensano in sé l'angosciante simbolismo della frattura col passato. Quando una tale rottura si è consumata, non è più possibile tornare indietro. Su questo non si mediterà mai abbastanza. Come insegna la termodinamica, nell'Universo esistono solo processi irreversibili. Tutto è senza rimedio: dalla lenta cottura di un uovo, in cui mutamenti microscopici sono responsabili del rassodarsi dell'albume e del tuorlo, alle ineluttabili forze che plasmano i popoli e le religioni. La cesura storica muta lo stesso sentire delle genti. Nulla è più riconoscibile: si ha la fortissima impressione di procedere verso l'Ignoto. Si arriva fatalmente al punto in cui tutto ciò che esiste appare all'improvviso estraneo, come se la sua stessa sostanza ontologica si fosse stemperata.

sabato 25 giugno 2016

IL MAGONE: UNA FALSA ETIMOLOGIA DA UNA STORIELLA SCOLASTICA

Girando nella Rete, che tanto ha contribuito a diffondere una forma contagiosa di ignoranza, mi sono imbattuto in un'assurda narrazione. Secondo non poche persone, la locuzione "avere il magone", che significa "essere triste", deriverebbe dal nome del generale cartaginese Magone. Per giustificare quest'insana fantasticheria, costoro citano fatti storici estratti a viva forza da qualche manuale scolastico, dando spiegazioni cervellotiche quanto vane. 

Sia ben chiaro, il magone non ha nulla a che spartire col nome del condottiero di Cartagine, fratello di Annibale. Si tratta di una mera assonanza o coincidenza fortuita, cosa non infrequente quando le parole hanno una struttura fonetica abbastanza semplice. 

Il termine magon /ma'gun/ indica nel Nord Italia il ventriglio degli uccelli, ossia il loro stomaco. La locuzione avegh el magon (milanese) ed equivalenti nei vari dialetti galloitalici significa alla lettera "avere il gozzo", quindi "avere un groppo in gola", da cui "essere triste". L'origine germanica del vocabolo è ben chiara. Il termine di partenza deve essere stato il longobardo *mago, gen. *magon, *magun "stomaco, ventriglio". Tuttora vi sono corrispondenze precise in lingue germaniche viventi. Tedesco Magen "stomaco". Inglese maw "ventriglio".

Eppure la vera etimologia è osteggiata in modo aperto e giudicata assurdamente un'etimologia popolare, mentre la paretimologia nata dall'assonanza è ritenuta autentica.

Questo è riportato da Sapere.it, che pure non è un sito di complottisti:


"Il modo di dire "avere il magone" è piuttosto antico e ci sono due possibili spiegazioni, una colta e l’altra popolare; la prima si riferisce a Magone Barca, che comandò la battaglia della Trebbia contro i Cartaginesi durante la II guerra Punica (218 a.C.). Petrarca narrò della morte di Magone, che avvenne durante il suo viaggio verso Cartagine dopo la distruzione di Genova, nel suo poema Africa. 
Ecco perché si è poi attribuito al sostantivo “magone” il significato di triste rimpianto, nodo alla gola che precede il pianto provocato da una brutta notizia."

Segue l'esposizione quasi rituale della spiegazione corretta del magone, giudicata invece come "popolare" e implicitamente come inaffidabile. Ma che affidabilità ha mai la spiegazione "dotta"? Per gli autori di Sapere.it, tutto sarebbe nato dalla poesia di Petrarca, Africa, talmente vivida che chi la lesse si immedesimò nelle genti di Cartagine sconvolte dal lutto per la perdita del loro condottiero. Come dire, quando Napoleone fu sconfitto a Waterloo, si diffuse tra le genti di Francia tale scoramento, che da allora per dire "essere triste" si diffuse una nuova locuzione: "avere il napoleone". Basterebbe il grottesco di una simile barzelletta per esporre la trovata al pubblico ludibrio. 

Assurdità dello stesso tenore, corredate da ulteriori dettagli e da una spiegazione un po' differente, si ritrovano in un articolo apparso sul sito Placidasignora.com


Anche in questo caso, la spiegazione genuina del magone è attaccata e giudicata "popolare", quindi frutto dell'ignoranza, mentre la fanfaluca del generale cartaginese viene osannata, difesa come "dotta" e le viene attribuita una specifica origine genovese. Al contempo, si condannano i dizionari della lingua italiana perché prendono per buona la spiegazione "popolare", per di più "senza dare spiegazioni". Secondo la Placida Signora, una vecchia conoscenza dei tumultuosi tempi di Splinder (ricordo ancora quel suo amico che mi soprannominava "Freikorps"), siccome Magone devastò Genova, avrebbe causato un indelebile trauma ai suoi abitanti, che avrebbero tramandato il suo nome come sinonimo di tutto ciò che è funesto. La logica è ancora una volta posticcia. Come dire, avendo le orde di Hulagu Khan raso al suolo Baghdad apportandovi una spaventosa distruzione, si diffuse tra i superstiti della città annientata un tale scoramento, che da allora per dire "essere triste" si diffuse una nuova locuzione: "avere l'Hulagu Khan". Ancora una volta un'assurdità patente.  

In realtà, eliminare la costruizione scolastica di un'origine da Magone e difendere il parallelismo con il tedesco Magen è una delle più semplici e sensate applicazioni del Rasoio di Occam. Anche se in non poche occasioni tale strumento logico si presta ad abusi, in questo caso la sua applicazione non presenta problema alcuno ed è del tutto legittima. Delle due spiegazioni, la più semplice tende ad essere quella giusta. Se poi si considera che l'origine del magone dalla storiella di Magone è difesa soprattutto da autori di Genova per motivi di fiero campanilismo, il resto segue: è stato un insegnante genovese a fabbricare la falsa etimologia e sono tuttora suoi concittadini a cercare di imporla, perché la sentono legata al patrimonio culturale della loro città. L'origine scolastica è ben chiara. Per essere eufemistici, è ben lecito nutrire seri dubbi sul fatto che i Genovesi ricordino sul serio per trasmissione diretta la distruzione della città ad opera di Magone. Genova non ricorda Magone più di quanto Milano ricordi il goto Uraia. Troppi secoli sono trascorsi, troppe cose sono cambiate. L'antica lingua ligure, di ceppo indoeuropeo e preceltica, che era parlata ancora all'epoca di Seneca, si è estinta ed è stata soppiantata dal latino volgare che si è evoluto in una varietà romanza nel corso dei secoli. 

Il nome del condottiero cartaginese, trascritto Mago /'ma:go:/ o Magon /'ma:go:n/ dai Romani e Μάγων dai Greci, viene chiaramente dal punico: magōn (scritto mgn) significava "scudo". La parola corrisponde in modo perfetto all'ebraico מגן māgēn "scudo". Spesso alla -e:- lunga ebraica il punico rispondeva con -o:- lunga. Così neopunico molchomor "sacrificio di un agnello" (creduto per errore una glossa di Agostino d'Ippona; attestato nelle iscrizioni di N'Gaous) - da pronunciarsi /molχo'mo:r/ - in cui omor /o'mo:r/ "agnello" corrisponde alla perfezione all'ebraico אמר immēr "agnello", accadico immeru "pecora"

lunedì 20 giugno 2016

ANCORA SUI BURINI E SULLA BURE: IL RUOLO DEI DOTTISMI NEI DIALETTI ITALIANI


In un mio articolo sull'etimologia della parola romanesca burino, pubblicato su questo blog il 09/04/2016, scrissi quanto segue in una confutazione della tradizionale etimologia dal nome della bure:

"In alcune lingue romanze il latino bu:ri(m) ha lasciato discendenti:

piemontese bü "manico dell'aratro"
sardo sa buri "il manico dell'aratro" 

Tuttavia non mi risulta che la parola sia mai stata vitale nell'Italia centrale. Nello stesso italiano, il lemma tecnico bure ha l'aria di essere stato reintrodotto dai letterati. Chi ritiene fondata la derivazione di burino da bure, dovrebbe fornire prove che bure fosse parola viva nelle varietà dialettali di Roma e del Lazio."

Il navigatore Gianni S. in un commento del 09/06/2016 obietta al passo del mio post:

"Non mi pronuncio sull'etimo, ma il tipo BURE (timone dell'aratro non manico) è il tipo dominante nel Lazio e in Umbria ed è presente anche in Toscana,Marche, Abruzzo, Piemonte, Lombardia (basta guardare la carte bure dell'AIS)."

Questa è stata la mia replica a Gianni S.: 

"Benvenuto in questo spazio. Ti ringrazio di cuore dell'informazione. In effetti il tipo BURE è decisamente più rappresentato di quanto ricordassi. Di questi tempi è bene non fidarsi mai troppo della propria memoria. Ovviamente accetto la prova da te fornita sulla diffusione di questa parola, ma resta il fatto che la derivazione di "burino" da "bure" è fallace, come tutte le etimologie popolari. Infatti la mia confutazione potrebbe anche concludersi con "Non mi risulta che la formazione abbia alcun parallelo noto nell'intera Romània"." 

La carta dell'AIS a cui allude Gianni S. è la numero 1436 e può essere consultata a questo indirizzo url: 


Per vederla basta cercare "bure" nell'apposita finestra a tendina in alto, che riporta tutte le voci trattate: non mi è riuscito di ottenere un indirizzo url che punti direttamente ai risultati delle ricerche. In effetti si trovano forme molto interessanti, come ad esempio büròt, biròt (Piemonte). 


Vediamo ora alcune utili definizioni riportate da libri prestigiosi.

1) Definizione data dal vocabolario Zingarelli:

bure /'bure/ [vc. dotta, lat. bu:ri(m), di etim. incerta] s.f. . Estremità anteriore dell'aratro che permette l'attacco al giogo o in genere alla forza motrice. SIN. Timone. (Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana)   

2) Definizione data dal vocabolario Treccani: 

bure s. f. [dal lat. buris]. – Il timone dell’aratro, cui è attaccato anteriormente il giogo.
(http://www.treccani.it/vocabolario/bure/)

Questo è ciò che la stessa fonte riporta a proposito della voce timone (del carro e dell'aratro): 

timóne (ant. temóne; poet. ant. tèmo) s. m. [lat. temo -onis]. – 1. a. La stanga che sporge anteriormente dal carro, a un lato e all’altro della quale si attaccano le bestie per il tiro. Per estens., nei moderni autoveicoli, l’elemento articolato che ha la funzione di tenere agganciato e collegato il rimorchio alla motrice. b. Con riferimento alle costellazioni dell’Orsa, dette popolarmente Gran Carro e Piccolo Carro, l’insieme delle tre stelle corrispondenti al timone del carro. 2. Organo fondamentale dell’aratro, detto anche bure, costituito da un’asta metallica o di legno alla quale viene fissato il coltro, e che all’estremità posteriore viene collegata al vomere e al versoio.
(http://www.treccani.it/vocabolario/timone/
 

3) Nel Web troviamo inoltre questo interessante riscontro:

bure [bù-re] s.f.  

• Stanga dell'aratro a cui è attaccato il giogo; timone dell'aratro
• sec. XVI
(http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/B/bure.shtml)  

4) Abbiamo infine un antiquato dizionario online, pieno di inconsistenze e di paretimologie pacchiane:


"búre o búra lat. BÚRA e BÚRIS, che vuolsi composto del gr. BOÛS bove e OURÀ coda. - Il manico, ossia la parte posteriore e curva dell'aratro, la quale si unisce al ceppo: così detto perché fatto a foggia di una coda di bue."  

Questa definizione è incompatibile, si noterà, con quelle date dagli altri dizionari, più sopra riportate: anziché il timone designa il manico. Il tentativo di analizzare la parola come un composto greco col sensi di "coda di bue" è chiaramente fallace.

Conclusioni sulla bure  

1) Non si può dubitare della natura dotta della voce bure. Torno a ribadire che si tratta di un dottismo restaurato dai letterati e non di una voce giunta nelle parlate moderne attraverso genuina usura popolare del latino volgare. Il dizionario del Corriere ci riporta anche una cronologia: la voce sarebbe attestata a partire dal XVI secolo.

2) Il termine dal toscano dotto si è diffuso nei dialetti del Centro Italia, finendo col sostituire i termini precedenti in Lazio, in parte della Toscana, in Umbria, nelle Marche e giungendo ad avere propaggini persino in Campania. La voce è giunta anche in Emilia, in Lombardia e in Piemonte: è a questo punto probabile che gli unici esiti davvero genuini si trovino in Sardegna - cosa che non dovrebbe stupire.  

3) Attualmente il termine bure indica per lo più il timone e non il manico dell'aratro. Si è avuto uno slittamento semantico rispetto al latino, dove buris è il manico. Questo potrebbe essere dovuto a una diversa struttura degli aratri antichi, anche se a quanto ho potuto apprendere manico e timone erano già ben distinti in epoca remota. In ogni caso questo slittamento semantico è una prova in più della falsità della derivazione del lemma burino da questa voce. Ammesso che il burino sia stato davvero un aratore (vedi l'articolo precedente per le mie obiezioni), è il manico dell'aratro che si impugna: il contadino vi passa molte ore attaccato. Il timone dell'aratro non si impugna. Pensare che l'aratore prenda il nome da una parte dell'aratro che non si impugna è pura follia. Nessuno chiamerebbe un aratore *vomerino, *versorino, *gioghino o *coltrino, ma neppure *stanghino e *pertichino. Queste formazioni sono insane, come insana è la paretimologia di burino.

I dottismi nei dialetti

Non tutte le parole attestate in un dialetto italiano sono per necessità genuine evoluzioni del latino volgare. Così vediamo che in romanesco l'autunno era chiamato avoturno: si tratta di un ipercorrettismo costruito a partire da autunno. La stessa voce autunno è un chiaro dottismo, come provano il dittongo au- e la vocale -u- da -u- breve latino. La voce genuina è invece utonno, che si trova nella lingua più antica e che è poi uscita dall'uso. Allo stesso modo, vediamo che nel piemontese dell'Alto Monferrato (es. Ponzone e frazioni), sùbito si dice sìbit o sibi. La parola latina subitus "improvviso", da cui l'avverbio subito: "repentinamente", ha una -u- breve, che sarebbe dovuta diventare una -o- chiusa: lo stesso italiano sùbito è un dottismo, o si sarebbe avuto *sóvito. Così dall'italiano sùbito è stata formata la voce sübit, con -ü- bemollizzata dettata dalla corrispondenza tra italiano -u- e piemontese -ü- in molte voci popolari (es. fumo - fümmulo - mü, etc.). In seguito questa -ü- è divenuta regolarmente -i- (füm è diventato fim; è diventato mi, etc.). Questi pochi esempi forniscono la prova di quanto capillare sia la diffusione dei dottismi, che una volta incorporati in una lingua di uso corrente non sempre sono riconoscibili dal parlante.

giovedì 16 giugno 2016

L'ISCRIZIONE GOTICA DEL CIMITERO UNGHERESE DI HÁCS-BÉNDEKPUSZTA


A dire il vero non si tratta propriamente di una nuova scoperta, ma ritengo che sia in ogni caso molto interessante. Negli anni '50 dello scorso secolo nel cimitero di Hács-Béndekpuszta, in Ungheria, sono stati trovati in una tomba pezzi di una lamina di piombo recanti tacche che inizialmente sono state classificate come iscrizioni runiche. Nel 1978 è stata fatta una pubblicazione dei risultati dell'analisi (Ebbinghaus, Gothische Grammatik), che ha mostrato come le iscrizioni in realtà erano gotiche. Solo di recente si è stati in grado di assegnare questa testimonianza scritta a passi della Bibbia (Harmatta, 1997).  


Questo è il testo traslitterato: 

ni þanaseiþs im in þamma fairƕau . iþ þai in þamma fairƕau sind . jah ik du þus gagga . atta weiha fastai ins in namin þeinamma þanzei atgaft mis . ei sijaina ain swaswe wit . þan was miþ im in þamma fairƕau ik fastaida ins in namin þeinamma . þanzei atgaft mis gafastaida . jah ainshun us im ni fraqistnoda  

È davvero singolare che a questo materiale non sia stata data la benché minima rilevanza nel mondo accademico e nei media. Ci sono poche pagine nel Web che trattano specificamente di questo frammento, ma il testo è quello di Giovanni 17, 11-12, seppur incompleto. Esso compare tal quale anche nel Codex Argenteus. Così fornisco in questa sede la sua versione in italiano:

Non sono più in questo mondo, ma essi sono in questo mondo, e io vengo a te. Padre Santo, conserva nel Tuo Nome coloro che Tu hai dato a me, che siano uno, come noi siamo. Mentre io ero con loro nel mondo, io li conservavo nel Tuo Nome: coloro che Tu hai dato a me io ho tenuto, e nessuno di loro è perduto  

La continuazione, se ci fosse pervenuta, sarebbe stata senza dubbio questa:  

niba sa sunus fralustais . ei þata gamelido usfilliþ waurþi  

Ossia:

tranne il Figlio della Perdizione, perché le Scritture si compiano.

I RAVIOLI: ORIGINE ED ETIMOLOGIA


L'uso di avvolgere la pasta alimentare su svariati ingredienti salati o dolci per farne ravioli è antichissimo e di certo è comparso in modo indipendente in diverse parti del mondo. Oltre che in Italia i ravioli si trovano in Germania, in Polonia, in Russia, in Persia, in India, in Cina, in Thailandia e in altri paesi, tra cui la remota Mongolia. Nel corso dei secoli diverse ricette si sono diffuse su aree vastissime, sovrapponendosi a tradizioni precedenti, tanto che non è facile districare la matassa. Non soltanto i ravioli non hanno origini determinabili con sicurezza, ma la stessa parola italiana che li designa è di origine problematica. Sono state avanzate diverse proposte etimologiche. 

1) Prima ipotesi: derivazione da rapa.
Secondo questa assunzione, la protoforma latina doveva essere *ra:piolu(m), con la variante *rap:iola(m), derivata da ra:pu(m), ra:pa(m) "rapa" con un suffisso diminutivo. Questo perché il ripieno era fatto in origine con foglie di rapa e ricotta. Secondo alcuni, l'accostamento deriverebbe invece dalla forma dei primi ravioli, che sarebbe stata simile a quella di piccole rape. Una forma tarda rabiolae (femminile plurale) è realmente attestata. Questo è riportato nel sito etimo.it, che pure è pieno di inconsistenze e di errori: 

"raviòlo e raviuòlo probabilmente dal b. lat. RABIÒLÆ specie di manicaretto, di cui è fatta menzione in una lettera dell'arcivescovo Giraldo presso Matteo Parigino." 

2) Seconda ipotesi: derivazione dal longobardo *raphio, *raffio "uncino" (> italiano raffio).
Secondo questa assunzione, il raviolo deve il suo nome alla forma originale, che sarebbe stata ricurva.
Da qui deve essere derivata la variante raffiolo, documentata nell'Italia Centrale e nel Meridione(1), oltre che nel Veneto (rafiol). Questa variante non può essere in alcun modo spiegata a partire da una protoforma *ra:piolu(m) tramite i regolari sviluppi delle varietà romanze.

(1) A Napoli e altrove indica un dolce. 

3) Terza ipotesi: derivazione da raviggiolo, lombardo raviggioeu /ravi'dʒø/, nome di un formaggio tipico dell'appennino tosco-romagnolo che a quanto pare si usava al posto della ricotta in alcune preparazioni. Sono note le varianti ravigiolo, raveggiolo e ravaggiolo. Alcuni sostengono che l'origine ultima di questo raviggiolo derivi dal nome di un paese toscano che oggi si chiama Raggiolo. In realtà dovrebbe derivare dal verbo rivagliare, ossia "passare di nuovo al vaglio", cfr. romagnolo ravgiòl "cruschello da rivagliare". L'etimologia popolare presenta qualche difficoltà semantica: il nome del raviolo verrebbe infatti ad essere identico a quello del formaggio senza alcun suffisso che ne specifichi in qualche modo la derivazione. 
In un sito web che sostiene questa etimologia viene sostenuta l'invenzione del manicaretto da parte di una contadina di Cernusco sul Naviglio, e viene utilizzata una citazione dell'umanista milanese Ortensio Lando (XVI sec.) in cui compare invece la forma "raffioli": "Libista, contadina lombarda da Cernuschio, fu l'inventrice di far raffioli avviluppati nella pasta".

 

4) Quarta ipotesi: derivazione da una parola di origine germanica non attestata in italiano, ma simile all'inglese to ravel "avvolgere". Contro questa proposta va ricordato che la parola inglese in questione, di origine olandese (< ravelen, a sua volta da rafel "filo sfilacciato"), si riferisce al filo e al filato e non mi pare quindi molto idonea a spiegare il raviolo.

Le ipotesi 1) e 2) sopra riportate cozzano tra loro, pur sembrando avere entrambe qualche ragione di validità. Come poterle comporre?

Se la seconda ipotesi fosse genuina, la forma lombarda non avrebbe -v-, perché il vocabolo longobardo aveva un fonema bilabiale /φφ/ derivato da -p- tramite la seconda rotazione consonantica, che si mantiene come -ff- negli esiti romanzi. Infatto la protoforma germanica della parola longobarda è ricostruibile come *xrapjan-, dalla radice *xrap- che ha dato in medio alto tedesco raffel "uncino". Esisteva anche una variante con nasale, *xrampjan- (m.) / *xrampjo:n- (f.), da cui longobardo *ramphio /'rampfjo/ (> italiano ranfio), *ramphia /'rampfja/ (> italiano ranfia). Dalla stessa radice, ma con un suffisso sigmatico e una metatesi, si è prodotto *xrap-so:n- > *xraspo:n-, donde italiano raspa, raspare. Non sussiste invece alcuna parentela con il tedesco moderno Krapfen "gancio", che ha un diverso consonantismo (protogermanico *krappan-) e il cui corrispondente longobardo è invece *kra(p)pho /'krappho, 'krappfo/, *kra(p)phio /'krapphjo, 'krappfjo/ (> italiano graffio). 

È dunque possibile che la forma neolatina fosse quella originale e genuina. Ipotizzo che sia passata in longobardo e che la -v- sia diventata -ff-. Quindi i Longobardi hanno ritenuto per etimologia popolare che la parola derivasse da *raffio "uncino", e la forma raffiolo sarebbe stata adottata dal romanzo per effetto boomerang.
La Onesti Francovich ha scritto che non esiste attestazione alcuna di prestiti romanzi nella lingua longobarda(2). Ebbene, il nome del raviolo potrebbe essere uno di questi.

(2) Anche se questo non è propriamente vero (esiste almeno un nome proprio formato da una radice romanza, ossia Lopichis: questo nome fu dato a un antenato di Paolo Diacono che fu salvato da un lupo).

Infine non va dimenticato che si trovano anche varianti difficili come ravaiolo e raffaiolo, che non possono essere ricondotte direttamente alle ipotesi 1) e 2): loro formazione bizzarra potrebbe però essere spiegata ammettendo in qualche misura anche l'ipotesi 3), ossia l'influenza del verbo rivagliare (vedi raviggiolo).

domenica 12 giugno 2016

HERR KARL LUEGER E L'ORIGINE DELL'ANTISEMITISMO DI ADOLF HITLER

Un'amica, F., desiderosa di capire il mistero profondo delle opere del Nazionalsocialismo, si decise a leggere il Mein Kampf, ma ancora oggi afferma delusa di non essere riuscita a trovare una risposta alle sue angosciose domande. Nulla nelle pagine di quel libro le è servito a far luce su quegli orrori del XX secolo. Per rispetto nei suoi confronti mi attengo alla deontologia ed evito di copiare in questa sede il suo notevole intervento apparso sulla sua bacheca di Facebook, limitandomi a compendiarlo. F. parla della sua ricerca febbrile, durata 40 anni, da quando ancora giovanissima visitò Dachau e ne rimase sconvolta. Da quel momento, lesse centinaia di libri, fece visite a musei, raccolse testimonianze, approfondì grandemente le sue conoscenze non solo di storia, di politica, di economia e di eugenetica, ma anche di esoterismo, sempre argomentando, riflettendo, dissezionando. Tutto questo nel tentativo di penetrare la natura profonda del fenomeno del Nazismo - senza però riuscire ad arrivare a trovare il bandolo della matassa. 


La risposta che F. cerca, a quanto pare nel Mein Kampf non si trova. Eppure, nonostante ciò, è possibile trarre grande giovamento dalla lettura di quel testo allo scopo di comprendere l'origine dell'antisemitismo di Hitler. Premetto, dato che lo ritengo di fondamentale importanza, che il Mein Kampf consta in realtà di due libri: "Resoconto" (Eine Abrechnung) e "Il Movimento Nazionalsocialista" (Die nationalsozialistische Bewegung). Il primo libro è una sorta di autobiografia. Dico questo perché regna un'immensa ignoranza. Circolano edizioni del secondo libro fatte passare per l'intero Mein Kampf. Ho potuto constatare che molti ignorano addirittura l'esistenza del "Resoconto" e credono fermamente che il secondo libro sia tutto ciò che è stato scritto. Naturalmente il "Resoconto" è della massima importanza per gettar luce sulla formazione di Adolf Hitler. Occorre combattere l'idea, sostenuta al contempo dal sistema scolastico e da non pochi simpatizzanti neonazisti, che Hitler non abbia avuto una sua crescita, una sua evoluzione, ma che sia piovuto dal cielo fatto e finito con l'Armband già al braccio e la sua dottrina perfettamente definita.  

L'odio verso gli Ebrei (Judenhass, Antisemitismus) infatti fa la sua comparsa nella narrazione del "Resoconto" in modo improvviso, subitaneo. Per la precisione, i primi accenni sono nel capitolo "Anni di studio e di dolore a Vienna" (Wiener Lehr- und Leidungsjahre), e compaiono soltanto dopo che l'autore ha affermato e ribadito più volte che tale concetto in origine gli riusciva ripugnante e contrario alla sua educazione. Dopo aver a lungo evitato quello che chiama "studio del problema semita" (Erörterung der Judenfrage) - e ci sarebbe da chiedersi come mai - il futuro Cancelliere comincia a fare alcune graduali considerazioni girando intorno alla questione, descrivendo i suoi continui scrupoli. Sembra quasi che egli cerchi in tutti i modi di diventare antisemita, che impieghi sforzi notevoli per riuscirci. Emblematico è il caso degli opuscoli antisemiti comprati per pochi spiccioli e subito ritenuti privi di valore. Eppure tra l'Hitler liberale e l'Hitler furioso antisemita non si coglie quasi soluzione di continuità. Dopo la vista di un uomo in cafetano, probabilmente un immigrato dalla Galizia, all'improvviso si introduce un nuovo elemento. Una domanda assillante sorse nel giovane di Braunau: "Costui è anche un tedesco?" (Ist dies auch ein Deutscher?). Questo sarebbe stato l'innesco della consapevolezza del fatto che gli Ebrei non sono tali per religione, ma perché costituiscono un popolo altro, distinto da quello germanico e dotato di un'ontologia altra. Secondo alcuni commentatori, l'episodio dell'ebreo in cafetano sarebbe addirittura una costruzione posticcia per giustificare ex post questo mutamento di opinione.


Credo che sia necesario far notare che non appena lo Judenhass compare in Mein Kampf, ha la forma fatta e finita dei discorsi del Borgomastro di Vienna, Karl Lueger. Non si tratta di una mia ipotesi peregrina, ma di un dato di fatto notato da non pochi autori. Ecco alcuni estratti dei discorsi di Lueger (Mein Kampf, Kaos Edizioni, nota 24, pag. 112): 

"Noi ci ribelliamo alla oppressione anti-cristiana, e anche al fatto che, al posto dell'antico Impero Austriaco, nasca una nuova Palestina... Il povero operaio, a Vienna, per integrare il lavoro delle sue mani deve andare a chiedere l'elemosina al mercante di mobili ebreo... Da noi, ad avere influenza sulle masse sono gli ebrei, la maggior parte della stampa è in mano loro, il grande capitalismo è in mano ebrea, e gli ebrei esercitano un terrorismo del quale non se ne può immaginare uno peggiore... In Austria si deve liberare il popolo cristiano dal predominio dell'ebraismo... L'antisemitismo andrà a fondo, ma solo dopo che sarà andato a fondo l'ultimo ebreo... È indifferente se l'ebreo lo si impicca o lo si decapita...

Anche il famoso passo del "Resoconto" in cui Hitler inorridito e disgustato si accorge di essere circondato da ebrei, ricalca alla perfezione uno dei tonanti discorsi del sindaco viennese. Così si esprime il futuro dittatore: 

"Certo, non dubitavo più che non si trattasse di tedeschi di religione speciale, ma di un popolo a sé stante: perché da quando avevo cominciato a occuparmi di quel problema e a guardare gli ebrei con occhio più attento, anche Vienna mi era apparsa in una nuova luce. Dovunque io andassi, non vedevo che ebrei, e quanti più ne vedevo, tanto più essi si distinguevano dagli altri mortali. Specialmente il centro della città e i quartieri a nord del canale brulicavano di un popolo che già nell'aspetto esteriore non aveva alcun contatto con quello tedesco."

Ecco invece l'originale di Lueger (Mein Kampf, Kaos Edizioni, nota 25, pag. 114):

"A Vienna ci sono tanti ebrei quanta sabbia sulla spiaggia, ovunque si vada non ci sono che ebrei. Se si va a teatro, ci sono solo ebrei; se si va sul Ring, non ci sono che ebrei; se si va nel parco cittadino, non ci sono che ebrei; se si va al concerto, non ci sono che ebrei; se si va al ballo, non ci sono che ebrei; se si va all'università, di nuovo non ci sono che ebrei... Signori miei, non posso farci nulla se quasi tutti i giornalisti sono ebrei..." 

Non ci si deve lasciare ingannare. Molti affermano che l'antisemitismo di Herr Lueger non era reale e che si basava soltanto su argomenti religiosi. Lo stesso Hitler affermava che l'antisemitismo di matrice religiosa e non razziale sarebbe stato una delle cause del declino del movimento Cristiano-Sociale. Tuttavia il Borgomastro proveniva dalle fila del pangermanista Schönerer, da cui era uscito per fondare un movimento proprio. Non va dimenticato che fu egli stesso un esoterista del vasto mondo dell'Ariosofia e che sostenne sempre la contrapposizione tra razza ariana e razza giudaica. Il fatto che per opportunismo nella vita privata avesse amici ebrei non inficia questo discorso: simili contraddizioni non erano infrequenti nel marasmico contesto di quegli anni convulsi.

La principale differenza tra Herr Lueger e Adolf Hitler era questa: se entrambi erano dotati di grandi capacità retoriche e di trascinamento delle masse, il primo si fermava ai discorsi ed era un uomo sostanzialmente pacifico, mentre il secondo applicava ogni sua parola pronunciata e la traduceva quasi infallibilmente in realtà. Per illustrare il concetto, riporterò un passo di un discorso pronunciato dal Borgomastro di Vienna al Reichsrat nel 1890, a proposito della necessità di una politica di difesa della lingua tedesca nella capitale dell'Impero (Mein Kampf, Edizioni Kaos, nota 29, pag. 122): 

"Canta la canzione e parla la lingua di colui il cui pane tu mangi! So che ci sono cechi che non sono disposti a piegarsi a nessuna condizione: coloro che non intendono piegarsi devono allora essere spezzati."

Questo non significa affatto che Lueger disponesse di squadre di picchiatori con l'ordine di andare a intercettare i boemi ribelli e concretamente a spezzarli, ad esempio massacrandoli di botte o devastando le loro attività. Per contro, se Hitler diceva che qualcuno andava spezzato, quello veniva spezzato nel senso più letterale del termine, come al giorno segue la notte. Citerò un altro esempio, questa volta riportato sul libro di Michael Burleigh, Il Terzo Reich (pag. 327). Un patriarca ebreo, Herr Klaar, nutriva grande ammirazione per Hitler e per i suoi discorsi, per quanto la cosa possa sembrare ossimorica e paradossale ai moderni. Ecco le sue parole in difesa della NSDAP e dei suoi eccessi:

"Avendo usato l'antisemitismo per aiutarsi a raggiungere il potere, come tantissimi demagoghi prima di lui, aveva forse Hitler altra scelta se non quella di concedere alle sue truppe d'assalto la loro giornata campale? Non c'eravamo forse anche prima? E i discorsi antisemiti di Lueger? Somigliavano a quelli di Hitler. E quando alla fine è diventato borgomastro di Vienna, non aveva forse mangiato e bevuto vino insieme ai suoi amici ebrei benestanti? Quando gli era stata rimproverata questa incoerenza, aveva risposto: non sono affatto nemico dei nostri ebrei viennesi, non sono così cattivi e non possiamo fare a meno di loro. I miei viennesi vogliono sempre farsi un bel riposino, gli ebrei sono quelli che vogliono sempre essere attivi."

Un grave errore di valutazione, causato proprio dal profondo nesso tra il linguaggio antisemita di Lueger e quello di Hitler. 

Il fatto che l'antisemitismo razziale non fosse condiviso da molti aderenti al movimento Cristiano-Sociale e che alla fine prevalsero considerazioni di matrice puramente religiosa è il motivo di quella decadenza che Hitler rimproverava a tale partito. Tuttavia, molto più aspra è la sua critica da lui rivolta al movimento pangermanista di Schönerer, da cui pure assorbì numerosissimi e cruciali elementi. 

Veniamo allora ad identificare la causa di questa inflenza e dei processi di trasformazione di cui si è parlato. Nonostante molti cerchino in tutti i modi di negarlo, la sessualità di Adolf Hitler non era esattamente qualcosa di cristallino. Se le sue pulsioni verso le donne erano dominate dall'undinismo e dalla scatofilia - come dimostrato dall'inverecondo caso dei disegni di Geli Raubal defecante (di cui avremo modo di parlare in  altra occasione) - non mancava in lui una componente omosessuale. Il Borgomastro Lueger era un uomo di rara bellezza e anche a sessant'anni doveva fare la sua figura. Anche se la cosa apparirà scabrosa a più di un lettore e in generale a tutti gli ammiratori dell'uomo di Braunau am Inn, non è escluso che una torbida passione da lui provata per Lueger abbia avuto la sua parte nello sviluppo di idee ferocemente antisemite. Anzi, è a parer mio altamente probabile. Si sarebbe trattato dunque di un vero e proprio contagio memetico. Qualcosa di simile nella dinamica e nei meccanismi d'azione a un'infezione virale, non avvenuta tuttavia a livello fisico, ma piuttosto a livello concettuale e quindi anche metafisico. Un'infezione che il giovane Hitler a quanto pare si è inoculata volontariamente, come l'episodio degli opuscoli antisemiti sembra provare. 

Certo, tutto ciò può sembrare banale e privo di qualsiasi spessore. Mi sembra quasi di sentire F. redarguirmi, chiedendomi che diavolo di spiegazione è quella da me fornita. A questo punto dirò che ho descritto soltanto il mezzo usato da spaventose forze sovrumane per ottenere un preciso scopo, ma non la causa in se stessa. La spiegazione profonda sta infatti nell'Antico Testamento. La risposta che F. cerca - e che non accetterà mai - è riportata nel Libro dei Numeri: è una vera profezia, di cui possiamo soltanto prendere atto. In Num. 33, 50-55, il Signore degli Eserciti comandò al Popolo Eletto lo sterminio dei nemici, aggiungendo una sinistra minaccia che è passata finora inosservata:

50 Il Signore disse a Mosè nelle steppe di Moab presso il Giordano di Gerico: 51 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando avrete passato il Giordano e sarete entrati nel paese di Canaan, 52 caccerete dinanzi a voi tutti gli abitanti del paese, distruggerete tutte le loro immagini, distruggerete tutte le loro statue di metallo fuso e distruggerete tutte le loro alture. 53 Prenderete possesso del paese e in esso vi stabilirete, perché io vi ho dato il paese in proprietà. 54 Dividerete il paese a sorte secondo le vostre famiglie. A quelle che sono più numerose darete una porzione maggiore e a quelle che sono meno numerose darete una porzione minore. Ognuno avrà quello che gli sarà toccato in sorte; farete la divisione secondo le tribù dei vostri padri. 55 Ma se non cacciate dinanzi a voi gli abitanti del paese, quelli di loro che vi avrete lasciati saranno per voi come spine negli occhi e pungoli nei fianchi e vi faranno tribolare nel paese che abiterete. 56 Allora io tratterò voi come mi ero proposto di trattare loro».

mercoledì 8 giugno 2016

HERR KARL LUEGER, ALCIDE DE GASPERI E L'ANTISEMITISMO

Dopo aver mostrato con solidissimi argomenti che il film Babes in Toyland con Stanlio e Ollio è ispirato al Mein Kampf e che è un'opera di propaganda antisemita, passerò a parlare di un argomento altrettanto singolare quanto degno di nota. 


Pochissimi in Italia sanno che Alcide De Gasperi (1881-1954), Presidente del Consiglio dal 1945 al 1953 e Capo Provvisorio dello Stato per dieci giorni nel 1946, nacque in un Trentino che faceva ancora parte dell'Impero Austro-Ungarico. Prima di prendere la cittadinanza italiana fu membro della Camera dei Rappresentanti d'Austria (parte del Reichsrat). Certo, queste informazioni si possono trovare agevolmente su Wikipedia, ma non è affatto nel sapere comune. Tutti sembrano dare per scontato che De Gasperi nacque in Italia e che sia sempre stato un politico italiano, eppure si tratta di un'illusione. In questa Italia che soffoca nella retorica, il sistema scolastico è incapace di fornire qualsiasi nozione importante.

Nella tramontante Austria-Ungheria, Alcide de Gasperi iniziò le sue esperienze politiche a Vienna militando nel Partito Cristiano-Sociale, che corrispondeva al Partito Popolare dell'Italia e al Zentrum della Germania. L'idea di De Gasperi è tuttora esaltata da molti come fondamento primo dell'Europa Unita. Ricordo di aver visto tempo fa un documentario sulla vita del politico in questione, in cui si sosteneva proprio questa continuità tra la dottrina del Partito Cristiano-Sociale e l'Unione Europea, dandone una visione idilliaca. Non va passato sotto silenzio che la trasmissione evitava con cura di fare menzione di alcune verità scomode. È possibile vederla in streaming al seguente sito: 


Vediamo ora quali erano i cardini del partito che attrasse il giovane De Gasperi. Eccoli:

1) Conservatorismo
2) Cattolicesimo politico
3) Nazionalismo Austriaco
4) Antisemitismo
5) Populismo
6) Corporatismo


Fondatore di questo partito fu l'antisemita radicale Karl Lueger, che fu Borgomastro di Vienna dal 1897 alla morte, avvenuta nel 1910. Un cognome davvero bizzarro: per puntualità d'informazione faccio sapere che si pronuncia /lu'e:gɐ/ e non /*'ly:gɐ/, come agli inizi dei miei studi ingenuamente credevo. Per approfondire la figura di questo politico, che fu assolutamente cruciale nella Storia non soltanto d'Austria ma anche dell'intera Europa, rimando al libro di Cinzia Leone "Antisemitismo nella Vienna «fin de siècle». La figura del sindaco Karl Lueger"


«Questo libro di Cinzia Leone ci presenta la figura, in Italia poco conosciuta o comunque dimenticata, di Karl Lueger, borgomastro di Vienna tra fine '800 e inizio '900, protagonista della vita politica nell'ultimo scorcio dell'impero asburgico. Vale la pena ricordare questo avventuriero della politica che ruppe molti schemi tradizionali della vita pubblica austriaca, anche perché costruì il suo straordinario successo personale sull'antisemitismo e ne impresse il marchio sulla finale storia asburgica. Un antisemitismo volgare, rozzo, efficacissimo nell'uso della modernità tecnica e psicologica. Questo antisemitismo popolare, di massa, cui forse neanche lo stesso Lueger credeva, ebbe una grande diffusione e preparò il terreno all'avvento dell'ideologia nazista. Fra gli ammiratori più convinti del borgomastro viennese c'era il giovane Adolf Hitler, che da lui apprese come rendere mediatico e contagioso il disprezzo per gli ebrei. Hitler era segnatamente interessato all'uso politico di tale disprezzo e Lueger lo ispirò durevolmente. [...] La lettura di questo libro, costruito su fonti rare e non sempre facilmente accessibili, si raccomanda per questo scandaglio in Lueger delle radici dell'antisemitismo nazista, ma anche per la descrizione appassionata della Vienna ebraica degli ultimi decenni imperiali. Una Vienna colma di talenti ebraici nella letteratura, nella finanza, nella scienza, si potrebbe dire in ogni ramo del sapere e delle attività umane.»
(Prefazione di Roberto Morozzo della Rocca).

Interessante è anche la recensione di Mara Marantonio Bernardini, datato 01-03-2010, che riporto tal quale: 

«Questo saggio di Cinzia Leone, studiosa di germanistica e di storia degli Ebrei in ambito tedesco e austriaco, si impone per la rilevanza del tema e la profondità con cui esso è trattato. L’Autrice ci presenta la figura di Karl Lüger (sic), Borgomastro di Vienna dal 1897 al 1910, anno della morte. Alla base dello straordinario successo di questo personaggio fu l’aperto antisemitismo: rozzo, dichiarato ai quattro venti, ma utilizzato in modo abile, tanto da attirare l’attenzione e il favore di tanti. Egli utilizzò con intelligenza tecniche manipolatorie della pubblica opinione che insegneranno molto al giovane Hitler, suo strenuo ammiratore, vissuto, com’è noto, nella capitale austriaca dal 1907 al 1913, squattrinato aspirante pittore, in apparenza; attento osservatore della realtà circostante, nella sostanza. Insieme ad un’acuta analisi psicologica del personaggio, con accenni significativi alla famiglia e alla storia personale, l’A. compie una disamina approfondita della sua figura, inserita nel contesto europeo ed austriaco di fine Ottocento, caratterizzato da rilevanti fattori, tra i quali l’arrivo di grandi masse di Ebrei in fuga dalle persecuzioni in atto nell’Est Europa, assai diversi, quanto ad abitudini e stili di vita, dai loro correligionari emancipati, viventi da secoli nei Paesi di lingua tedesca.Fu uomo ambiziosissimo, il cui antisemitismo, pur reale, era tuttavia strumentale alle brame politiche. La sua frase : “Decido io chi è Ebreo!” la dice lunga in proposito. L'opera dà conto della grande varietà di contesti e percorsi, facendo ricorso a fonti interessanti ed inedite sul piano sociale e demografico, ci ricorda come la storia di Vienna sia intrecciata con quella dei suoi Ebrei, i quali pur costituendo, a inizio del ‘900, il 10% della popolazione, si erano messi in luce in tutti i campi. Il Kaiser tre volte si rifiutò di ratificare la nomina di Lüger (sic), proprio a causa del forte antisemitismo, suscettibile di ferire l'equilibrio multinazionale dell'Impero. Alla fine dovette cedere.Il Papa lo benedisse.»  

I libro è scaricabile gratuitamente dall'account della stessa autrice su Academia.edu:


Devo a questo punto menzionare il fatto che Alcide De Gasperi era un grande ammiratore del Borgomastro di Vienna, oltre che egli stesso un antisemita irriducibile. Nella stessa prefazione al libro della Leone, scritta da Roberto Morozzo della Rocca, si cerca in qualche modo di giustificare De Gasperi, affermando che fu una persona profondamente pia e non aggressiva, che seguì Lueger soltanto perché era il suo era il solo partito cattolico dell'Impero ad essere dotato di una certa influenza. A parer mio è difficile non ritenere questa tesi una forma di revisionismo storico. Esistono prove che dimostrano come non sia possibile separare De Gasperi dalla violenta retorica di Lueger.  

Ecco alcuni brani significativi: 

«La storia austriaca dell'Ottocento riassume ancora una volta la questione ebraica come discriminazione essenziale. Quando la giovane Europa conquistò dalle barricate la lotta politica, trovò che l'ebreo Carlo Marx aveva già fondato la Lega dei comunisti, che l'ebreo Lasalle aveva già un esercito in assetto di guerra, che l'ebreo Heinrich Heinecken e le colte ebreee dominavano già nella letteratura ed ebrei dominavano nella industria libraria e una pleaiade di professori ebrei avevano già conquistato le cattedre della scienza».
Alcide De Gasperi, Voce Cattolica (10/11/1902)

«Non saprei meglio caratterizzare le due armate in campo che paragonarle alla guerra fra Roma e Cartagine. ...Da una parte i cittadini viennesi, i professionisti, gli artigiani, il popolo onesto che lavora e i contadini della campagna che combattono per le mura avite e il focolare paterno, cioè Roma. Dall'altra i semiti di Cartagine, i capitalisti che hanno assoldato un esercito di mercenari, il cui grosso è formato dal proletario socialista internazionale... I rappresentanti dell'oro e della bancarotta politica, i fabbricatori della pubblica opinione, i padroni della borsa sono l'etichetta degli altri, che il vero nome è Allianz Israelit... Il loro capo è l'ebreo Ellenbogen. Dall´altra parte lo schieramento cristiano-sociale che ha assestato i colpi più fieri al capitalismo ebreo e ha introdotto il crocifisso nelle scuole, le monache negli ospedali, ha licenziato i maestri socialisti».
Alcide De Gasperi, "Il Trentino" (18/06/1906)

«Va esaltata la lotta contro lo straniero e l'ebreo immigrato dalla Galizia e dalla Russia, questo popolo senza patria e senza diritti».
Alcide De Gasperi, "Il Trentino" (02/03/1910)

"Servo di Dio e futuro Beato"

Nonostante le evidenze riportate, è sotto gli occhi di tutti una Chiesa di Roma che da una parte si affanna a definire gli Ebrei "nostri fratelli maggiori" e che respinge l'antisemitismo, ma che definisce al contempo l'antisemita De Gasperi "Servo di Dio". È addirittura in corso una causa di beatificazione del politico trentino. Quale stridente antinomia! Quale paradosso! Qual è il senso di tutto questo? La spiegazione è senza dubbio in qualche porcata politica. Una cosa è certa: l'antisemitismo di De Gasperi non gli fruttò mai alcuna damnatio memoriae nell'Italia del dopoguerra e fu semplicemente occultato. A quanto ne so, non sembra che alcuna Comunità Ebraica abbia mai fatto qualcosa per fare emergere questo passato; in ogni caso non ho trovato menzione di alcuna protesta. 

Il ruolo cruciale dei Cristiano-Sociali  

Nel Web tanti cianciano di Unione Europea. Parlano di tale mostruosità politica come di un autentico paradiso opposto punto per punto al III Reich e ovviamente privo di qualsiasi nesso con i fondamenti dell'ideologia del Nazionalsocialismo. Invece questo nesso esiste, perché qualcosa accomunava l'ontologia delle idee di Adolf Hitler con quelle dei Cristiano-Sociali, nonostante ci sia realmente una differenza abissale nelle costruzioni politiche che a partire da queste si sono sviluppate. I Cristiano-Sociali hanno dato origine a un'Europa Unita che porta in sé la natura babelica dell'Impero Austro-Ungarico, che avrebbe ripugnato profondamente il Cancelliere del Reich. Eppure una loro fibra ha trovato modo di allignare in Hitler e di accrescersi, acquistando sempre più forza fino a dare origine alle politiche antisemite della NSDAP.

Due pesi, due misure

Il Nazionalsocialismo ha subìto Nemesi e ha pagato per le sue responsabilità. Tuttavia i Cristiano-Sociali non hanno pagato affatto per le loro responsabilità. La tirannide politically correct usa due pesi e due misure. Se tuttavia passiamo dalle responsabilità fisiche a quelle metafisiche, definite dal nesso causale che lega gli eventi, mi sento di dire senza esitazione alcuna che i Cristiano-Sociali hanno colpe anche più gravi di quelle del Nazionalsocialismo. Infatti senza Herr Lueger e senza il suo Partito Cristiano Sociale, Adolf Hitler con ogni probabilità non sarebbe diventato antisemita e la Storia avrebbe preso un corso molto diverso da quello a noi tutti noto. Non mi è chiara la natura degli eventi che si sarebbero innescati, ma senza dubbio si tratta di qualcosa del tutto dissimile da quanto è accaduto. Forse sarebbe una buona occasione per scrivere un romanzo ucronico.

sabato 4 giugno 2016


NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
(LA MARCIA DEI SOLDATI DI LEGNO) 

Titolo originale: March of the Wooden Soldiers -
     Babes in Toyland
AKA: Il Villaggio Incantato
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: USA
Anno: 1934
Durata: 75 min (versione integrale, rara);
     67 min (versione ridotta)
Colore: B/N - Colorizzato 2 volte, la prima nel
    1991, la seconda nel 2006.
Audio: Mono (Western Electric Sound System)
Rapporto: 1,37 : 1
Genere: commedia, fantastico, musicale;
     propaganda antisemita
Regia: Gus Meins, Charley Rogers
Soggetto: dall'operetta Babes in Toyland di Glen
     MacDonough; adattato ai contenuti del Mein
     Kampf di Adolf Hitler
Sceneggiatura: Frank Butler, Nick Grinder, Stan
      Laurel (non accreditato) e Anna Alice Chapin
      (libretto, non accreditata)
Produttore: Hal Roach (non accreditato)
Casa di produzione: Hal Roach Studios e
      Metro-Goldwyn-Mayer (MGM) (controlled by
      Loew's Incorporated); sospetto di essere stato
      finanziato dalla NSDAP e da Henry Ford 
Distribuzione (Italia): MGM
Fotografia: Art Lloyd e Francis Corby Kenneth
      Peach (non accreditato)
Montaggio: Bert Jordan e William Terhune
Musiche: Victor Herbert Harry Jackson e John W.
      Swallow (direzione orchestrale)
Trucco: James Collins (non accreditato) Robert
     Cowan (maschere, non accreditato)
Interpreti e personaggi:
    Stan Laurel: Stannie Dum (Stanlio)
    Oliver Hardy: Ollie Dee (Ollio)
    Henry Kleinbach: sign. Barnaba
    Felix Knight: Tom-Tom Piper
    Charlotte Henry: Bo-Peep
    Florence Roberts: sign.ra Peep
    Kewpie Morgan: Re Cole
    Virginia Karns: Mamma Oca
    William Burress: padrone della fabbrica
    Ferdinand Munier: Babbo Natale
    Billy Bletcher: capo della polizia
    Baldwin Cooke, Arthur Lovejoy: i poliziotti
    Richard Alexander: guardia del Re
    Payne B. Johnson: Elmer il porcellino
    Angelo Rossitto: Willie il porcellino / creatura
        di Bobilandia
    Zebedy Colt: Jiggs il porcellino
    Jean Darling: Riccioli d'oro
Doppiatori italiani:
  1° doppiaggio
    Carlo Cassola: Stanlio
    Paolo Canali: Ollio
  2° doppiaggio
    Mauro Zambuto: Stanlio
    Alberto Sordi: Ollio
    Giorgio Capecchi: sign. Barnaba
    Lauro Gazzolo: padrone della fabbrica
    Mario Besesti: Babbo Natale
    Olinto Cristina: Re

Trama:
Nel paese fiabesco di Balocchia la giovane Bo-Beep è insidiata dal perfido e ricchissimo Barnaba, che vuole sposarla ad ogni costo. Tuttavia lei è innamorata di Tom Tom e fa di tutto per respingere il malvagio pretendente, che si avvale dell'arma del ricatto economico, essendo un usuraio. Stanlio e Ollio intervengono in aiuto di Bo-Beep e di Tom Tom, affrontando mille disavventure. Messo alle strette, Barnaba migra tra gli Uomini-Bestia e li istiga a devastare Balocchia. Alla fine Stanlio e Ollio riescono a salvare il paese fatato dagli invasori azionando cento grandi soldati di legno, che li respingono gettandoli in un fiume infestato da coccodrilli.

Recensione:
In molti hanno fatto notare che questo non è uno dei capolavori di Stan Laurel e Oliver Hardy: gag poco frizzanti o addirittura stantie, banalità della trama e via discorrendo. Tutte queste considerazioni sono in realtà irrilevanti. Le cose non sono quello che sembrano a prima vista. Altre volte invece le cose sono proprio quello che sembrano, ma nessuno se ne accorge. Penso proprio che sia il caso di questo film, che può definirsi una summa dell'antisemitismo più feroce e virulento, anche se le genti credono stoltamente che si tratti di una commedia per bambini. 

Un film nazionalsocialista  

Non userò mezzi termini. Si tratta di una trasposizione in film del Mein Kampf. Barnaba è l'Ebreo di cui parlava Hitler, è l'incarnazione dei deliri di Julius Streicher. L'Ebreo è descritto come Anti-Uomo, come emissario di un Volk von Dämonen, dotato di caratteri ferini e trasudante malvagità assoluta. Ricettacolo di perversione e di vizi turpissimi, Barnaba approfitta del suo potere usuraio per ricattare una notabile di Balocchia (infelice traduzione di Toyland) e costringerla a dargli sua figlia, che incarna la perfezione fisica dell'ariana bionda dagli occhi azzurri. Sembra una narrazione tratta dalle pagine di Der Stürmer. È pornografia streicheriana fatta e finita. Barnaba intende contaminare la bella figlia di Balocchia con il proprio albume per far tralignare la discendenza ariana di una nobile stirpe: è presentato chiaramente come un geroglifico tratto dal libro di Adolf Hitler e fondato sulla teoria dell'impregnazione. Vengono in mente le desolanti descrizioni della Germania di Weimar, concupita e predata dai Plutocrati, le giovinette che quasi muoiono di fame e per mangiare sono costrette a prostituirsi ai pancioni che frequentano i ristoranti di lusso, unici ricchi in mezzo a una carestia esiziale. Inutile dire che tutto ciò ha nutrito la Macchina dell'Annientamento che si è abbattuta sugli Ebrei dell'Europa. Non si pensi che le mie siano illazioni peregrine. Barnaba somiglia a Benjamin Disraeli, ha sopracciglie foltissime e una barbetta caprina come quella portata da Trotsky (nato Bronstein), mentre il servo dell'usuraio mostra il tipico naso aquilino attribuito agli Israeliti dalla propaganda antisemita, ha occhi che trasudano depravazione e oltretutto indossa un copricapo che ricorda la kippah

     


Il Sig. Barnaba e le sue salsicce

Le prove di quanto affermo sono numerose. Si consideri ad esempio la scena in cui Stanlio e Ollio vengono accusati di "porcellinicidio", ossia dell'uccisione di uno dei Tre Porcellini, e si trovano davanti un rotolo di salsicce come prova del delitto. Stanlio assaggia il salume, non curandosi del fatto che potrebbe esser stato ottenuto da un essere senziente e dotato di parola. Ollio gli chiede di cosa sa. Stanlio risponde: "Di carne di porco". Allora Ollio lo assaggia e sentenzia che di carne di porco in quella salsiccia non ce n'è neanche un po', che è fatta di carne di cavallo. Questo inchioda Barnaba ed è un messaggio antisemita mascherato da comica. Barnaba, essendo ebreo, segue la tradizione di mangiare salsicce di carne non suina. Pur essendo il cavallo a sua volta non kosher (rumina ma non ha l'unghia bipartita), la sua carne è ritenuta da molti meno impura di quella del porco (animale immondissimo) e viene usata in alcune comunità non ortodosse per confezionare salumi. Ricordo ancora quando il compianto G. (R.I.P.) mi raccontava di un episodio che gli era occorso in gioventù. Un suo amico di fede israelitica, con cui G. aveva passato una breve vacanza, si era portato con sé delle salsicce di carne equina per non dover mangiare il suino con gli amici gentili, e pure rifiutava di bere a canna dalle stesse loro bottiglie. Quando poi ho scoperto nel Web che le famose salsicce di Barnaba sono di cavallo per via di una traduzione erronea, avendo il film in lingua originale "beef" (la frase esatta di Ollio è "It's beef, not pork"), ho avuto l'ennesima riprova di quanto da me sostenuto, essendo il bovino senza dubbio kosher.

Tradimento, fuga e invasione

Significativa è la fuga di Barnaba tra gli Uomini-Bestia, da lui istigati ad attaccare Balocchia. L'invasione di Balocchia è sicuramente un geroglifico della catastrofe razziale tanto paventata da Hitler. Gli orchi di Bobilandia presentano evidenti tratti somatici negroidi: sono scuri, robusti come i Mandingo e dotati di capigliature crespe. Si tratta di una forma mentis tipica del Nazionalsocialismo, che ricorre anche nel modo di interpretare la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale, attribuita al tradimento degli Ebrei per far prevalere i nemici esterni e causare l'annientamento del Volk. A prima vista potrebbe sembrare che gli Uomini-Bestia siano la trasposizione di paure più che altro americane, tipiche di un paese in cui le classi dominanti bianche erano spaventate dalla massa dei discendenti di schiavi africani. In realtà lo stesso Adolf Hitler, parlando della Francia la definiva ossessionata da "manie negroidi" e vedeva chiaramente il pericolo della sua popolazione di origine africana, cospicua già all'epoca. Al giorno d'oggi a quanto pare nessuno più lo ricorda, ma nel primo dopoguerra tedesco la Renania fu occupata da truppe francesi. Tra gli occupanti c'erano anche contingenti di soldati senegalesi, cosa che fu considerata sommamente umiliante e che destò la massima indignazione tra i nazionalisti. Molte donne furono stuprate da energumeni e diedero origine a prole mulatta. Questi figli della violenza furono chiamati Bastardi di Renania (Rheinlandbastarde in lingua tedesca), ed erano visti come un terribile cruccio, tanto che cinque anni dopo l'ascesa al potere del Nazionalsocialismo furono identificati, arrestati e sterilizzati. Notare che simili provvedimenti colpirono soltanto i Bastardi di Renania (circa 400) e non il resto della popolazione di colore del Reich (circa 20.000 persone).    

La marcia dei nazionalsocialisti di legno 

A salvare Balocchia dall'annientamento è il serafico Stanlio, che ha l'idea di azionare i soldati di legno che con l'amico aveva costruito per il datore di lavoro, un fabbricante di giocattoli. Questi soldati rappresentano le S.A., che accorrono in difesa della Germania marciando a passo d'oca e facendo strage degli invasori. Interessante anche il gioco di parole tra wooden "di legno" e l'antica forma anglosassone Wōden, che corrisponde al tedesco Wotan (forma dotta ripresa dall'antico alto tedesco Uuotan e pronunciata erroneamente). Un riferimento colto ideato da una persona che aveva ottime conoscenze di filologia germanica, dato che se l'anglosassone Wōden fosse sopravvissuto, per genuina evoluzione popolare sarebbe divantato proprio *Wooden. Bizzarro che dopo tanto tempo il messaggio criptico, abbandonato come una bottiglia nel mare, sia passato inavvertito per decenni e infine sia stato compreso proprio da me. 


Il "Judenfresser"

In occasione del Carnevale del 1939 spiccò una specie di carro allegorico in forma di enorme coccodrillo a cui era stato dato il nome di "Der Judenfresser", ossia "Il Divoratore di Ebrei". Uomini mascherati in cafetano nero con enormi nasi adunchi erano invitati a gettarsi nelle sue fauci zannute, tra l'esultanza della folla festante. Come non pensare leggendo di questi fatti alla fine di Barnaba nel film con Stanlio e Ollio? L'usuraio finisce nel fiume pieno di coccodrilli assieme agli Uomini-Bestia: anche se le convulse scene finali del film non sono troppo esplicite, si capisce che i grossi rettili si satollano di cibo, ponendo al contempo fine al Male che ha aggredito Balocchia e facendo tornare la Pace. L'orrenda punizione dell'usuraio gettato in pasto ai coccodrilli deve essere stata un luogo comune nell'immaginario Völkisch ancor prima dell'ascesa al potere di Hitler. Per ulteriori dettagli, si veda ad esempio Il Terzo Reich, di Michael Burleigh (pag. 342): queste cose nelle scuole non vengono insegnate. 

Alcune considerazioni

Il film in questione è stato trasmesso più volte in Italia. Ricordo che anni fa, nonostante il suo messaggio a mio avviso esplicito, andò in onda addirittura il giorno di Natale. Non mi risulta che la Comunità Ebraica abbia presentato in quell'occasione rimostranze per la proiezione di materiale propagandistico di chiara ispirazione nazionalsocialista. Perché non si è levato nessun clamore, nessuno strepito? Solo per fare un esempio, non si è sentita la voce di Elio Toaff. Com'è possibile che nessun membro della Comunità Ebraica, nemmeno uno, sia giunto alle mie stesse conclusioni? Eppure molti in quell'ambito dovrebbero avere una grande dimestichezza con gli argomenti trattati in questo articolo, al punto da riconoscerli all'istante in ogni contesto, seppur velato, in cui si possano manifestare. Risulta davvero strano che questo non sia accaduto.

Subliminali nel 1934!

La potenza della propaganda, di chiaro sapore goebbelsiano e streicheriano, è grande, e per giunta si avvale di mezzi subdoli. Nei miei banchi di memoria stagnante, Barnaba ha alterato a tal punto la sua odiosa fisionomia da essere assimilato al Nosferatu di Murnau: così lo ricordavo prima di rivedere il film dopo tanti anni. Potenza della suggestione? Sovrapposizione di ricordi di origine diversa? Possibile. Oppure nella pellicola sono presenti subliminali tratti da sequenze del Nosferatu, e sarebbe stato fatto ben prima che di subliminali si cominciasse a parlare. Sono convinto che se sarà eseguita un'analisi accurata del film, saranno trovate le imagini subliminali proprio come sostengo. 

Riscontri all'estero

Nel mondo anglosassone, che pure è così psicorigido e impregnato di buonismo, qualcuno si è ben accorto della vera natura della sinistra favola di Balocchia.


Keep in mind the year this was made: 1934. Anti-Semitism was rampant, fear of Blacks was high, and the Nazis were seen in a positive light. Here we have an old, wealthy, money-grubbing Jew (Barnaby) trying to deflower a young blonde-haired White woman by threatening her with the foreclosure of her family's home. When he fails he resorts to criminal kidnapping and false accusations against her lover as revenge. When his plan for revenge backfires, he leads the Afro-haired, dark skinned, half animal, half-man bogey men to destroy the peaceful White town. To top it off, the tall, goose-stepping, boot crunching, Aryan soldiers march in fearlessly to save the White women and children from the Jew and his violent uprising.

Altri link di grande interesse: 




Singolari antinomie

Gli spunti di riflessione forniti dal film sono numerosi. Nonostante le simpatie hitleriane di Hal Roach, profuse largamente in Babes in Toyland, il film fu prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer, in cui gli Israeliti erano e sono tuttora largamente rappresentati. Una contraddizione profonda e a prima vista inspiegabile. La MGM ha costretto Hal Roach a porre termine a una sua bizzarra join venture con Vittorio Mussolini, perché dava un estremo fastidio un simile coinvolgimento. Eppure al contempo ha accettato di produrre un'opera ferocemente antisemita! Bisogna convenire che c'è qualcosa di torbido. Le stranezze non finiscono qui. L'attore che ha interpretato Barnaba, Henry Brandon (vero nome Heinrich von Kleinbach, 1912-1990), era nato in Germania ma era migrato in America quando era ancora bambino. Ebbene, il cognome Kleinbach risulta di origine ebraica, come si può verificare servendosi del sito americanlastnames.us, che - si badi bene - non è una creazione dei suprematisti di Stormfront o di altre simili conventicole. Stando così le cose, riesce del tutto incomprensibile il fatto che l'attore si sia prestato a una grottesca opera di propaganda antisemita. 

Il mistero di Gus Meins 

Sono rimasto allibito quando ho letto dello strano fato di Gus Meins (vero nome Gustave Peter Ludwig Luley, 1893-1940), che certo esula dalla politica ma che merita di essere riportato per la sua atrocità. Accusato di aver molestato tre ragazzini (secondo alcune fonti erano sei), il regista si è chiuso nella sua automobile e si è ucciso asfissiandosi col monossido di carbonio proveniente dallo scarico, inalandolo mediante un tubo di gomma. Ovviamente si è scatenata subito una tempesta di stronzate negli ambienti degli psicologi e dei sociologi: non sono mancate voci sul fatto che la riprovevole condotta di Meins fosse dovuta al disagio, a causa dei supposti abusi che egli stesso avrebbe subito da piccolo.