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lunedì 25 dicembre 2023


THE WITCH

Titolo originale: The Witch: A New-England Folktale 
Stilizzazione: The VVitch 
Lingua originale: Inglese, Enochiano 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Canada,
    Regno Unito
Anno: 2015
Durata: 93 min
Rapporto: 1,66:1
Genere: Orrore, storico, drammatico 
Sottogenere: Stregoneria, culto satanico, dark fantasy, 
    horror psicologico  
Regia: Robert Eggers
Sceneggiatura: Robert Eggers
Produttore: Daniel Bekerman, Lars Knudsen,
    Jodi Redmond, Rodrigo Teixeira, Jay Van Hoy
Produttore esecutivo: Thomas Benski, 
   Jonathan Bronfman, Chris Columbus,
   Eleanor Columbus, Julia Godzinskaya,
   Alexandra Johnes, Sophie Mas, Lucas Ochoa,
   Michael Sackler, Alex Sagalchik, Lourenço Sant'Anna
Casa di produzione: Parts and Labour, RT Features,
   Rooks Nest Entertainment, Maiden Voyage Pictures,
   Mott Street Pictures, Code Red Productions,
   Scythia Films, Pulse Films, Special Projects
Distribuzione in italiano: Universal Pictures
Fotografia: Jarin Blaschke
Montaggio: Louise Ford
Effetti speciali: Max MacDonald, Geoff D.E. Scott
Musiche: Mark Korven
Scenografia: Craig Lathrop, Andrea Kristof,
    Mary Kirkland, Robert Eggers
Costumi: Linda Muir
Trucco: Traci Loader
Interpreti e personaggi: 
    Anya Taylor-Joy: Thomasin
    Ralph Ineson: William
    Kate Dickie: Katherine
    Harvey Scrimshaw: Caleb
    Ellie Grainger: Mercy
    Lucas Dawson: Jonas
    Julian Richings: governatore
    Bathsheba Garnett: strega
    Sarah Stephens: giovane strega
    Wahab Chaudhry: Black Phillip
Doppiatori italiani:
    Lucrezia Marricchi: Thomasin
    Paolo Marchese: William
    Tiziana Avarista: Katherine
    Mattia Fabiano: Caleb
    Anita Ferraro: Mercy
    Lorenzo Virgilii: Jonas
    Oliviero Dinelli: governatore
    Andrea Lavagnino: Black Phillip 
Colonna sonora: 
  1. What Went We (1:58)
  2. Banished (1:52)
  3. A Witch Stole Sam (2:13)
  4. Hare in The Woods (1:30)
  5. I Am the Witch Mercy (1:17)
  6. Foster The Children (1:18)
  7. Caleb is Lost (1:48)
  8. Caleb's Seduction (3:05)
  9. Caleb's Death (5:25)
  10. William And Thomasin (2:39)
  11. William's Confession (4:08)
  12. The Goat And The Mayhem (3:28)
  13. Follow The Goat (1:15)
  14. Witches Coven (2:14)
  15. Isle Of Wight (1:41)
  16. Standish (2:27)
Budget: 4 milioni di dollari US
Box office: 40,9 milioni di dollari US 


Trama: 
New England incubico. Anno del Signore 1630. Il colono inglese William viene bandito da un insediamento dei Puritani assieme alla sua famiglia – formata dalla moglie Katherine, la figlia adolescente Thomasin, il figlio preadolescente Caleb, i giovani gemelli fraterni Mercy e Jonas – a causa di una disputa religiosa. Costruiscono una fattoria vicino a una grande foresta isolata e lì Katherine dà alla luce il suo quinto figlio, Samuel. Le cose vanno male, il raccolto di mais è scarso e cattivo. Mentre è sotto le cure della biondiccia Thomasin, che fa un gioco simile al bubusettete, il piccolo Samuel scompare improvvisamente. Si scopre che una strega ha rapito e ucciso il bambino per usare il suo corpo per creare un unguento magico in grado di permettere di volare. 
Devastata dalla perdita, Katherine trascorre le sue giornate piangendo e pregando. Insistendo sul fatto che un lupo abbia rapito il bambino, William porta Caleb a caccia nel bosco per trovare e uccidere il predatore. Il problema è che all'improvviso Caleb chiede al padre se Samuel, non battezzato, sia andato in Paradiso. William gli spiega che non è possibile saperlo; poi a un certo punto rivela di aver segretamente barattato la preziosa coppa d'argento di Katherine con delle provviste per la caccia. Alla fattoria, i gemelli giocano con il grosso caprone nero di famiglia, Black Phillip, che i bambini dicono parli con loro. Katherine incolpa Thomasin di aver smarrito la sua coppa d'argento e la ritiene responsabile della perdita di Samuel. Quella notte, i bambini sentono i genitori litigare sulla loro possibile morte per fame e progettano di mandare Thomasin a servire un'altra famiglia. 
La mattina dopo, Thomasin e Caleb si intrufolano nella foresta per controllare una trappola. Il loro cane Fowler ("Acchiappapolli") si lancia dietro a una lepre, con Caleb all'inseguimento; il roditore spaventa il loro cavallo, che scaraventa a terra Thomasin e la fa svenire. Caleb si perde e scopre il corpo sventrato di Fowler. Addentrandosi ulteriormente nel folto, si trova davanti una baracca da cui emerge una strega, travestita da giovane donna seducente, che lo bacia. Thomasin si sveglia e trova la strada di casa seguendo la voce di William. Mentre Katherine rimprovera Thomasin per aver portato Caleb nel bosco, William la difende ammettendo a malincuore di aver venduto la coppa e di aver portato Caleb nel bosco per primo.  
Quella notte, Caleb torna alla fattoria nudo, delirante e misteriosamente malato. Katherine insinua che Caleb sia caduto vittima della stregoneria e prega per lui. Il giorno dopo, il giovane è preso da violente convulsioni e vomita un'intera mela, prima di proclamare con passione il suo amore per Cristo e morire serenamente. I gemelli accusano Thomasin di praticare la stregoneria, ma lei a sua volta accusa entrambi per le loro presunte conversazioni con il capro Black Phillip e affronta il padre sulle sue intenzioni di mandarla via. Adirato per il comportamento dei suoi figli, William li rinchiude tutti nella stia delle capre.
Nel cuore della notte, i gemelli e Thomasin si svegliano e trovano la strega, che appare come una vecchia nuda, intenta a bere il sangue di una capra. La creatura malefica si gira verso di loro e ride, prima di attaccare i gemelli, mentre Thomasin osserva terrorizzata. In casa, Katherine ha una visione allucinatoria in cui Caleb e Samuel sono tornati. Prende Samuel e lo allatta; in realtà, ha esposto i seni a un corvo, che inizia a beccarle il corpo. All'alba, William trova la stalla distrutta, le capre sventrate, i gemelli scomparsi e Thomasin priva di sensi con le mani insanguinate. Mentre si muove, Black Phillip lo carica, gli perfora l'addome con le corna e lo uccide. Katherine, sconvolta, incolpa Thomasin di tutto ciò che è successo e cerca di strangolarla. Thomasin in lacrime uccide la madre, per legittima difesa, usando una roncola. 
Rimasta sola, Thomasin entra nella stia delle capre e supplica Black Phillip di parlarle. La capra risponde con voce umana e le offre la vita che desidera. Quando lei accetta, lui si materializza in un bell'uomo vestito di nero, le dice di togliersi i vestiti e di firmare un libro, guidandole la mano. Egli è il Demonio. Accompagnata da Black Phillip nella sua forma di capro, Thomasin nuda entra nella foresta, dove trova una congrega di streghe, anch'esse nude, che stanno celebrando un Sabba attorno a un falò. A questo punto le streghe iniziano a levitare e Thomasin si unisce a loro, ridendo istericamente mentre sale sopra gli alberi. Non ci sono dubbi, anche se siamo di fronte all'ennesimo off-camera: ha ottenuto i suoi poteri dal Capro Nero baciandogli il deretano. Gli ha lambito le emorroidi, gli ha strusciato il naso sullo sfintere e sul perineo, inalando le scariche di gas intestinali sulfurei! 


Recensione: 
La narrazione si basa sulla prima ondata di panico morale che colpì le colonie britanniche in America, causando terrore isterico nei confronti della stregoneria, 62 anni prima dei famigerati processi alle cosiddette Streghe di Salem (Contea di Essex, Massachusetts, 1692). In un ambiente ostile, la coesione tra le persone nel gruppo è fondamentale per la sopravvivenza. Il singolo può certo andarsene di sua volontà o essere bandito dalla comunità, ma si troverà ad affrontare una situazione particolarmente difficile. Questo è proprio ciò che accade a William (il cognome ci è ignoto) e di conseguenza alla sua famiglia. Il regista mostra con capacità magistrali le loro spaventose condizioni di vita, in cui anche cose per noi scontate (le mele, il burro, le finestre di vetro) sono viste come sogni di un passato lontano e sepolto: quello di un'esistenza accettabile in Inghilterra. Un passato che sparisce nell'Oblio, giorno dopo giorno. La stessa luce è malata, i colori sono pallidi, si stemperano quasi in una scala di grigi. La psicologia dei personaggi è così realistica che sembra di essere proiettati in pieno XVII secolo. Una simile opera di ricostruzione ha richiesto senza dubbio sforzi considerevoli. Il risultato lo trovo eccellente. Lo consiglio vivamente a tutti.


Confini labili tra realtà e allucinazione

Eggers ha concepito questo film in modo che possa essere interpretato in due modi: letteralmente, come se la famiglia fosse assediata da vere streghe e forze sataniche, oppure figurativamente, come se la famiglia fosse sprofondata in una psicosi condivisa a causa delle circostanze difficili e delle convinzioni fanatiche. Nel film si trovano piccoli indizi che potrebbero fungere da cause plausibili dietro gli eventi, al di là dell'ovvio soprannaturale, come il cibo contaminato che causa allucinazioni, i desideri sessuali repressi e l'isolamento estremo. Il regista ha affermato che spetta allo spettatore decidere quale interpretazione sia corretta. 
In una sequenza, William è raffigurato mentre tiene in mano una pannocchia marcia di mais, facendo credere allo spettatore che la muffa sia ergot, un fungo che produce un potente allucinogeno, l'ergotamina, che è riconosciuta come causa di visioni molto vivide e di isteria nei casi di stregoneria. Anche se l'ergot cresce sulla segale e su altri cereali, ma non sul mais, si è ben disposti ad accettare questo fatto improbabile come una licenza artistica. 


La lepre demoniaca

Una lepre appare spesso nelle sequenze del film di Eggers, mostrando un comportamento insolito, aggressivo. Nel New England coloniale, la lepre (hare) era considerata una creatura magica a pieno titolo. Era spesso associata alle streghe, sia come "lepre del latte" (milk-hare), a cui la superstizione attribuiva il potere di rubare o rovinare il latte degli animali da fattoria, sia come incarnazione delle streghe stesse, che si credeva potessero trasformarsi in lepri per spiare e influenzare le persone. È difficile tracciare le origini precise di simili credenze, in cui verosimilmente sono confluite diverse fonti, intrecciate in modo profondo nel corso dei secoli. Storie di lepri stregate sono molto comuni nelle tradizioni della Scandinavia e del Galles. All'origine della paura popolare potrebbero esserci fattori biologici. La lepre può essere infetta e trasmettere diverse malattie gravissime, come la tularemia e la peste. Pregiudizi su questi roditori sono riscontrabili già nella Bibbia: la tradizione ebraica considera non kosher la carne di lepre e le attribuisce il potere di far diventare un pederasta l'uomo che la mangia. Altre bizzarre credenze mosaiche descrivono un potere soprannaturale della lepre, quello di generare un nuovo orifizio anale ogni anno!


Il culto del Capro Nero

Nella mitologia dei Baschi, il Capro Nero è una figura comunemente associata al Diavolo. In particolare, l'incontro magico tra streghe è chiamato Akelarre, che in Basco significa "Prato del Capro" (è un composto da aker "capro" + larre "pascolo, prato"). Francisco de Goya dipinse delle streghe e una capra nera nel 1798: l'opera è chiamata El Aquelarre. Il termine Akelarre si diffuse molto con il processo alle Streghe di Zugarramurdi, durante l'Inquisizione spagnola nel 1610, pochi anni prima di quello di Salem. In quella sentenza, alcune donne basche furono ritenute colpevoli di essere streghe e di aver partecipato a riti satanici, in tutto e per tutto simili a quelli mostrati nel film di Eggers, e furono bruciate vive. L'Inquisizione distrusse nel XVII secolo i resti dell'antica religione dei Baschi, che nelle valli più impervie erano sopravvissuti all'introduzione del Cristianesimo (un processo lungo e complesso, tra il IV e il XIII secolo). 
Già nell'Aquitania è attestata in epoca romana una divinità chiamata AHERBELSTE, il cui nome significa "Capro Nero". Il sacrificio di capri e di vittime umane tra i Vascones è menzionato da Strabone. Howard Phillips Lovecraft non avrebbe avuto dubbi: si tratta del Culto di Shub-Niggurath! 

Il canto in Enochiano 

Verso il finale del film, le streghe che celebrano il Sabba intonano un inno in Enochiano. Il testo è quello dell'Undicesiva Chiave, che inizia così: "Oxiayal holdo od zirom o coraxo ds zildar raasy od vabzir camliax od bahal, niiso od aldon  salman teloch ..." ("Il Seggio Possente gemette a gran voce e vi furono Cinque Tuoni che Volarono nell'Est e l'Aquila parlò e gridò con forte voce: Venite via! Ed essi si radunarono insieme e divennero la Casa della Morte ..."). L'intenzione del regista era quella di mostrare un'evocazione in grado di stabilire un contatto con i Morti. In realtà si tratta del testo di una cerimonia funebre. Sarei enormemente sorpreso di trovare anche una sola parola distorta della lingua Enochiana in qualche documento processuale dell'epoca.


Un breve catechismo dei Puritani 

Il catechismo esposto da Eggers è in forma tipicamente dialogica:

William: Sei quindi nato peccatore?
Caleb: Sì. Sono stato concepito nel peccato e nato nell'iniquità.
William: Bene. E qual è il tuo peccato di nascita?
Caleb: Il peccato di Adamo ereditato, cioè una natura corrotta che dimora dentro di me. 
William: Ricordi bene, Caleb. Molto bene. E sai dirmi che cos'è la tua natura corrotta?
Caleb: La mia natura corrotta è vacuità di grazia, propensione al peccato, solo al peccato, e così continuamente.

Segue un drammatico dialogo, densissimo di spunti di riflessione: 

Caleb: Anche Samuel è nato peccatore?
William: Sì. 
Caleb: Come può allora... 
William: Preghiamo che sia entrato nel Regno di Dio
Caleb: Quale malvagità ha commesso?
William: Abbi fede in Dio, Caleb. Non parliamo più di tuo fratello. 
Caleb: Perché? È sparito da sette giorni e poi nostra madre... non pronunciate già più il suo nome.
William: Non c'è più, Caleb.
Caleb: Ditemelo!
William: Dirti che cosa? 
Caleb: È all'Inferno? 
William: Caleb! 
Caleb: Nostra madre non smette di pregare. E se morissi io? E se morissi quest'oggi?
William: Che ti prende? 
Caleb: Ho la malvagità nel cuore. Ho peccato senza perdono!
William: Sei ancora giovane.
Caleb: E se Dio non ascoltasse le mie preghiere?
William: Caleb!
Caleb: Ditemelo! 
William: Ascoltami. Io ti voglio un bene smisurato, ma solo Dio e non l'uomo sa chi è figlio di Abramo e chi non lo è. Chi è buono e chi è malvagio. Vorrei poterti dire che Sam dorme in Gesù Cristo, e che lo farai anche tu. Purtroppo non posso dirtelo. Nessuno può.

Questa è la Dottrina dei Due Semi. Il punto è che è molto vicina al Cristianesimo delle origini, a quanto si trova direttamente nel Vangelo. Queste cose sono ignorate dai settari pelagiani di Comunione e Liberazione, con la loro retorica dell'Avvenimento, dell'Incontro, del Mistero et similia. Essi ritengono, come Pelagio, che l'essere umano non sia reo di nulla, che non esista la Caduta, che la Salvezza venga dalle opere. Piaccia o no, le parole di William sono filologicamente coerenti con quelle di Cristo, mentre il pelagianesimo di Luigi Giussani e dei suoi seguaci non lo è. Chi è più anticristiano, i praticanti dell'Akelarre o i giussanini? I secondi. 

Altre note antropologiche

L'inconsueta ortografia VV per W nel titolo stilizzato è un semplice arcaismo. Va notato che questi segni erano usati come marchi apotropaici, derivati da Virgo Virginum ("Vergine delle Vergini"), un epiteto della Vergine Maria. Era molto diffuso nell'epoca post-medievale del XVII-XVIII secolo. Lo si trova inciso su porte, stipiti, finestre o altre parti di edifici come case e chiese, in genere in luoghi di passaggio. Si hanno casi in cui il segno si trova addirittura in grotte. La funzione protettiva di allontanamento del Male, degli spiriti immondi e della sfortuna, perdurava anche una volta che era andato perduta la memoria dell'origine religiosa. 

I personaggi si accusano spesso a vicenda di "firmare il libro", e un libro viene offerto a Katherine e a Thomasin da Black Phillip, perché sia firmato. Nella teologia dei Puritani, una persona stipulava un patto con il Diavolo firmando, o lasciando il proprio segno, nel libro del Diavolo "con penna e inchiostro" o con il sangue. Solo con tale firma, secondo le credenze dell'epoca, una persona diventava effettivamente una strega e acquisiva poteri demoniaci, come apparire in forma spettrale per fare del male a un'altra persona. 

La scena della morte di Caleb, e il comportamento di Jonas e Mercy mentre è in corso, si basano sui verbali del processo alle Streghe di Salem. I dispositivi legali di quell'orrido contesto consentivano l'uso di "prove spettrali". I testimoni dichiaravano che lo spirito della strega, assumendo la forma di uccelli o animali oltre che di persone, appariva davanti a loro per torturarli, ad esempio pizzicando, pungendo con aghi, mordendo, graffiando, sedendosi sul petto della vittima per impedirle di respirare, soffocandola quando cercava di recitare preghiere e inducendole convulsioni - tutti comportamenti mostrati nel film. 


Curiosità tecniche  

Prima del debutto alla regia di Robert Eggers con questo film, l'autore aveva realizzato solo alcuni cortometraggi. Aveva inoltre scritto una sceneggiatura, che forse non pensava neanche di utilizzare. A sua insaputa, la montatrice Louise Ford aveva passato questa sceneggiatura ai produttori Lars Knudsen e Jay Van Hoy, con cui stava lavorando all'epoca. Eggers fu inorridito da quest'azione invasiva, poiché all'epoca non considerava completa la sua sceneggiatura completa; fortunatamente i produttori la apprezzarono. Gli suggerirono di semplificarne la struttura, che in origine era divisa in cinque atti, ognuno raccontato dal punto di vista di un membro della famiglia. Quattro anni dopo, il finanziamento fu garantito e la pellicola fu realizzata. 

Il film è stato girato formato 1.66:1, che ormai è raro. Il direttore della fotografia Jarin Blaschke ne ha spiegato i motivi, con un linguaggio un po' sconnesso: "Beh, è ​​più senza tempo. È un formato che risale a molto tempo fa. Voglio dire, non si vede molto in 1.85:1 prima, sai, degli anni '50. È un formato che non si vedeva nell'arte fino a tempi molto recenti. Quella qualità senza tempo era attraente. Inoltre, mi sono affidato al mio istinto. Mi sembrava giusto. Aveva anche il vantaggio di poter rendere la casa un po' più claustrofobica e di mostrare più altezza degli alberi che incombevano sui personaggi. E si poteva comunque avere tutta la famiglia nell'inquadratura e farla funzionare"

Stephen King ha dichiarato di essere rimasto terrorizzato dalla visione di The Witch

Il regista ha dichiarato in un'intervista che l'animale più ammaestrato del film è stato la lepre, e che anche il corvo e il cavallo sono stati abbastanza facili da gestire, mentre il caprone Black Phillip a quanto pare è stato particolarmente difficile da addestrare. Una delle scene, quella in cui Black Phillip si lancia e lotta contro il padre di famiglia, non era prevista nella sceneggiatura; tutto è successo in modo spontaneo e basta. 

martedì 5 luglio 2016

L'ENIGMATICA DEA NEHALENNIA. UN TEONIMO AQUITANO?


In alcune regioni settentrionali dell'Impero Romano era assai popolare il culto della Dea Nehalennia. Tradizionalente ritenuta di origine germanica, in quanto fiorente nella regione del Reno affacciata sul Mare del Nord, questa devozione era tuttavia diffusa anche nella Gallia Belgica, in particolare tra il popolo celtico dei Morini (dalla parola celtica more "mare"). La notorietà di questa divinità raggiunse regioni molto lontane, grazie ai marinai e ai mercanti che le affidavano le loro vite e le loro merci. Si sono trovati altari che riportano ex voto e dediche anche da parte di persone native della Gallia Celtica e della regione alpina, come ad esempio il marinaio Vesigonius Martinus, che era cittadino dei Sequani e viveva a Vesontio (oggi Besançon), il mercante Placidus figlio di Viducus, cittadino di Rotomagus (oggi Rouen), Publius Arisenius Marinus, liberto di Publius Arisenius e mercante in Britannia, e Marcellus da Augusta Raurica (oggi Augst, in Svizzera), che ricopriva la carica di sevir augustalis della città.

Nel territorio oggi conosciuto come Zelanda, alle foci del Reno, della Mosa e della Schelda, il culto sopravvisse alla caduta dell'Impero d'Occidente: ci è noto un santuario di Nehalennia che si trovava nell'isola di Walcheren e che fu distrutto da San Willibrord, nel 694 d.C. La scoperta dei suoi resti nel luogo oggi noto come Domburg avvenne dopo quasi un millennio, nel 1645, e fece scalpore.

L'iconografia della Dea Nehalennia è densissima di simboli e di significati esoterici, connessi senza dubbio con il suo ruolo di guida dei viandanti e di protettrice dai pericoli del mare. Era spesso rappresentata con in mano un remo e accompagnata da un cane benigno, che nelle credenze dei devoti doveva fungere da psicopompo: si pensa che si trattasse di un segugio. Si trovano spesso altri attributi nautici, come ad esempio la prora di una nave, oltre a un canestro pieno di mele, che presso i Germani erano connesse con l'idea della vita eterna. A volte al posto delle mele sono rappresentate delle pagnotte. Per associazione di idee, si pensa subito a una divinità ben conosciuta del pantheon nordico: la Dea Iðunn, che ha come principale attributo un cesto di mele, frutti a cui gli Asi devono la loro immortalità. Con ogni probabilità alla radice di queste figure femminili c'è uno stesso mito neolitico. 

Detto ciò, non esiste alcuna etimologia germanica plausibile per il nome di Nehalennia. Si è voluto connettere questo nome di divinità femminile al protogermanico *no:w-, *naw- "nave", presente ad esempio in norreno nór "nave", Nóatún "Recinto delle Navi" (dimora di Njǫrðr), naust "rimessa di navi", oltre che nell'anglosassone nōwend "marinaio" (-o:- è il naturale sviluppo germanico di IE -a:-). Tuttavia si vede bene che non quadra assolutamente né il vocalismo (non esiste alcuna variante indoeuropea in cui la radice compaia con -e-) né il consonantismo (se la -h- è etimologica, non si capisce come possa essersi formata in una lingua germanica, dato che dovrebbe risalire a indoeuropeo -k-). Dove è finito l'elemento labiale -w- che si trova in latino navis /'na:wis/ e in greco ναῦς? O si ammette una lingua indoeuropea del tutto diversa, con mutamenti fonetici del tutto peculiari, o si deve ritenere che la radice da cui Nehalennia ha formato il suo nome sia tutt'altra. Si deve menzionare anche il tentativo di derivare il teonimo da una radice germanica quasi omofona di quella che indica la "nave": si tratta di *naw- "morto, cadavere", che ha esiti in diverse lingue del gruppo (gotico naus, norreno nár, anglosassone nēo) ma che a mio avviso è un relitto di sostrato. Paralleli si trovano nelle lingue slave e baltiche. Le difficoltà già analizzate si ripropongono una per una. Se i germanisti hanno ipotizzato una connessione con le radici protogermaniche per "nave" o per "cadavere", è altrettanto vero che sono stati superficiali e frivoli, evitando di tracciare il quadro dei complessi (e inverosimili) mutamenti fonetici necessari.

Non hanno avuto maggior fortuna coloro che propongono un'origine celtica: si vede che Nehalennia può esser gallico come maccheroni è inglese. Oltre al fatto che la -h- sarebbe ben enigmatica anche in questo caso, al pari del vocalismo. Nelle lingue celtiche storiche un fonema aspirato /h/ non sussisteva affatto, e se ne trovava traccia soltanto nelle forme più antiche di questa varietà, dove deriva da indeuropeo /p/. Es. l'antico nome della Foresta Nera, Hercynia Silva, la cui radice celtica è dall'IE *perkw- "quercia", donde anche latino quercus (con assimilazione pkw). 

Varie etimologie-paccottiglia sono state elaborate non vano tentativo di spiegare il nome della divinità. Solo per fare un esempio, fu fatto il tentativo di identificare grossolanamente il nome con il greco Νέα Σελήνη (Nea Selene) "Nuova Luna", cosa impossibile già per motivi fonetici. Uno studioso secentesco olandese, Marcus Zuerius van Boxhorn, cercò addirittura di far risalire Nehalennia alla lingua degli Sciti, senza arrivare da nessuna parte, potendo contare su metodi filologici ben scarsi. Pur essendo stato tra i primi ad accorgersi della somiglianza tra il latino, il greco, le lingue germaniche, il persiano e altre - e il primo a postulare la loro origine da una lingua comune, che chiamò "scitico" - i suoi argomenti hanno un sapore decisamente prescientifico. Nehalennia per lui era semplicemente l'olandese "Nat Eiland", ossia "Isola Umida", e nella sua disquisizione grossolana cercava di dimostrare tra l'altro che il francese sarebbe stato una lingua germanica. Una gran congerie di confusione, dubbi ed errori. Non si trova nelle lingue indoeuropee della Persia alcun parallelo credibile.  

Il teonimo non ha l'aria di essere riconducibile a lingue indoeuropee attestate nella regione del Mare del Nord. I casi sono due: o è un relitto preceltico e pregermanico, che documenta una lingua locale più antica e sconosciuta, oppure è stato importato da fuori in epoca imperiale. Avanzo l'ipotesi che il teonimo sia aquitano e che derivi da una radice *ne(h)al- non sopravvissuta in basco, con un tipico suffisso genitivale in -eN che continua nel genitivo basco attale -en. Essendo i vocaboli baschi inizianti in n- ben rari già nella lingua antica, è ben plausibile che la radice sia entrata da una lingua di altro ceppo, il che renderebbe conto della sua stranezza. Tuttavia il suffisso ci indica che il teonimo ha la forma di un nome di possesso, che la radice deve essere il nome dell'oggetto posseduto o di una qualità, verosimilmente un attributo divino importante. A questo punto ipotizzo che *ne(h)al sia un antico nome protobasco che significa "giovinezza". In ultima analisi si tratta di un prestito dalla radice indoeuropea *new- "nuovo", che mostra un dileguo della -w- intervocalica, come accadeva in lusitano, una lingua indoeuropea preceltica affine al sorotaptico e a parer mio da attribuirsi al gruppo delle lingue liguri, ormai estinte. Solo per fare un esempio, in lusitano è attestata la parola OILAM "pecora" (all'accusativo), che deriva dalla stessa base indoeuropea del latino ovis, con dileguo della consonante. Giungo alla conclusione che la radice di Nehalennia sia quindi di una parola di origine ultima indoeuropea, ma assimilata da una lingua non indoeuropea. La consonante -h- sarebbe il ben noto separatore iatale del protobasco. Se la mia proposta trovasse conferma, sarebbe provata in modo inequivocabile l'identificazione di Nehalennia con la dea scandinava Iðunn, avendo i due teonimi lo stesso significato (cfr. antico alto tedesco itis "donna" e anglosassone ides "vergine, signora, donna", in origine "giovane donna").  

Anche se a quanto pare in pochi ne sono a conoscenza, esistono attestazioni di antroponimi aquitani in una regione percorsa dal Reno, anche se lontana dal mare: evidentemente alcune comunità sono state deportate sotto l'Impero o più probabilmente si trattava delle famiglie di legionari nativi dell'Aquitania che li hanno seguiti dando vita a una nuova enclave allogena tra i Germani che vivevano sotto Roma. Fenomeni di questo genere non erano affatto rari: sappiamo ad esempio della presenza di Aquitani in Sardegna. In tale regione remota furono dislocati probabilmente per via della somiglianza tra la loro lingua e quella dei Sardi, nel tentativo di favorire la pacificazione delle popolazioni native. Così penso che la spiegazione più plausibile di Nehalennia sia riconducibile a stanziamenti di Aquitani, e probabilmente addirittura a una singola persona che chiamò con un nuovo epiteto una divinità locale antica, dedicandole un ex voto per essersi salvato da morte certa nel corso di un naufragio. Il nome divino coniato da questo aquitano sarebbe piaciuto e si sarebbe così diffuso. 

mercoledì 30 dicembre 2015

ANCORA SUI FORMANTI ANTROPONIMICI IBERICI

Proseguiamo l'analisi dei formanti che compaiono negli antroponimi della lingua iberica. Dopo le 92 radici analizzate nel nostro precedente articolo sull'argomento, ne aggiungiamo altre 68, arrivando così a un totale di 160 voci. In pratica quasi tutti i formanti antroponimici trattati da Jesús Rodríguez Ramos nei suoi lavori, escludendo alcuni elementi che si sono dimostrati cattive letture (come quelli in cui la sillaba ta era letta erroneamente bo) e includendone alcuni nuovi. Questi sono i link agli articoli di tale autore:



Si tenga conto che questo materiale è praticamente inedito in Italia: non sono riuscito a trovare studi di alcun genere condotti nella nostra lingua sull'iberico, a parte le mie elucubrazioni pubblicate in questo blog. Ecco la seconda lista dei formanti antroponimici: 

1) aŕbi, ALBE /'arbi, 'albe/ "lato, fianco; pendio,
        montagna"
  
     basco alpi 'lato, fianco'
Attestazioni: ALBENNES (= lat. Montanus), ARBISCAR, aŕbiskaŕ, kaisuraŕbitan, śikaŕbi  

2) ASTE(R) "studio"
    basco azterren 'studio, indagine'
Attestazioni:
ASTERDUMARI*, ASTEDUMAE, astebeikeaie *Attestato in contesto vasconico, è evidente la sua natura iberica. Anche le voci basche devono essere prestiti iberici.

3) atun /'atun/ "cento; immenso" 
Orduña Aznar (2005) propone che possa essere il corrispondente iberico del basco ehun "cento". Accolgo la proposta; che la parola iberica sia imparentata con quella basca mi appare in ogni caso dubbio.
Attestazioni: atun-iu (con congiunzione), ATULLO.

4) AUSTIN- "prossimo"
   basco auzo 'prossimo; abitante'
Il vocabolo basco funge sia da sostantivo che da aggettivo ("comunale"), una caratteristica che è molto comune in iberico. Attestazioni: AUSTINCOauśtikum (Botorrita)*, auśtunikum (Botorrita)*
*Elementi onomastici iberici in contesto celtiberico

5) ban /man, -ban, -pan/ "caro"
    basco maite 'caro' < *banite 
Falsi parenti: iberico ban "uno" è chiaramente un omofono (o un quasi-omofono), dato che è evidente la sua occorrenza in contesti molto diversi. 
Per molto tempo si è ritenuto che basco maite fosse un celtismo: cfr. irlandese maith "buono". Soltanto che la parola gaelica è dal celtico (ibernico) *mati-, che non sembra un buon corrispondente della forma basca.

Attestazioni: baniteḿbaŕ, bilosban, kaŕesban-ite (ablativo) 

6) baŕstin /'barstin/ "sommo"
   < IE precelt.
   celtiberico barskunes
La forma celtiberica è la prima attestazione nota del nome dei Vascones.
Attestazioni: baŕstintike[

7) basto /'batsto/ "roccia; costa" 
    basco bazter 'costa', Baztan (topon.)
Evidentemente è la base da cui le parole basche citate sono state formate con l'ausilio di suffissi. Potrebbe trattarsi di antichi prestiti dall'iberico. È a parer mio da scartarsi l'ipotesi di un'origine dalla radice celtica *ba:s- "morire", essa stessa d'incerta etimologia.
Attestazioni: BASTOGAUNIN, bastobaśor-en (genitivo), bastokitaŕ, BASTUGITAS

8) bekon, bekoŕ /'bekon, 'bekor/ "cavallo, stallone" 
   basco behor 'giumenta', behoka 'puledro'
È possibile ricostruire, dalla stessa radice, la forma *bekiŕ "torello", corradicale di basco behi "vacca". Tale sarebbe infatti la protoforma da cui è derivato lo spagnolo becerro. Il trattamento dell'occlusiva velare implica un prestito precoce.
Attestazioni: bekoniltiŕ, bekoniltun, bekonkine, bekontekeŕ

9) beloŕ /'belor/ "ardente"
   basco bero 'caldo'
Si trova in pochi antroponimi, e in un caso Rodríguez Ramos segnala la possibilità di una cattiva lettura.
Attestazioni: beloŕtin, aibeloŕ-ar (genitivo), unibelo[

10) berton /'beṛton/ "mortale" < celtib.
Abbiamo attestato in celtiberico kormertones < *kobmertones.
Attestazioni: lauŕberton-te (ablativo), lauŕberton-ar (genitivo)

11) boŕ /bor/ "pugno; combattivo"
   basco borroka 'battaglia';
   basco bortz 'cinque' < *pugno
Per la semantica, confronta la lingua latina. Il numerale iberico bors "cinque" è dalla stessa base; l'alternanza tra le due rotiche è dovuta a qualche dettaglio perduto della protolingua.
Attestazioni: aŕkeboŕ, eikeboŕ-en (genitivo), kuleśbuŕ-ka (ergativo), SILLIBOR-I (dativo), tuitubor-en (genitivo)

12) boś /bos/ "combattivo" < *borś
Formato dalla radice boŕ tramite un suffisso sigmatico.
Attestazioni: anbośiltun-u (con congiunzione), ganikbos

13) boton /'bodon/ "battagliero"  < celt.
La radice celtica è *bodw- "battaglia", e di ritrova in antico irlandese nel nome della dea Bodb.
Attestazioni: botoltiŕ, BODONILUR, botoleis, bototaś, bototiki

14) ekaŕ /'egarr/ "bramoso"
    basco egarri 'sete'
In ultima analisi il termine basco pare un derivato di gar "fiamma". Ho notato che alcune mie proposte di traduzione sono simili a quelle di Silgo Gauche, ma in altri casi si distinguono. Non mi sembra infatti che il verbo basco egari "sopportare" (dal significato un po' distinto da quello di ekarri "portare") sia credibile in questo contesto. Se all'origine ci fosse un verbo transitivo, dovremmo avere un prefisso oggetto (cfr. takeŕ, tikirs, etc.). Anche ugari "quantità, molto" non sembra molto meglio.

Separo questo formante da eke(r)s (vedi nel seguito).
 
Attestazioni: ekaŕbilos, ekaŕśor-e (dativo)

15) eke(r)s, -kes /'ege(ṛ)ts, -gets/ "uomo"  
    basco gizon 'uomo'
    aquitano CIS(S)ON, GISON-; -GES
    paleosardo (etnonim.) -KES-
Come suffisso -qes si ritrova aggiunto a nomi di luogo la cui radice finisce in vocale (Serra, 1956). Una formazione simile deve essere postulata per il paleosardo, visto che ancora si trovano etnonimi in -kesu come Fonnikesu "uomo di Fonni" e Bittikesu "uomo di Bitti".
Attestazioni: ENNEGES*, koroiekers La lingua dei Vascones ha presi il suffisso a prestito dall'iberico
Etnonimi: ARSAQES (da Arsa), CALAQURIQES (da Calagurris), OLAISEQES (da Olaise), Pulaqes (da Pula). 

16) ELAN /'ellan/ "rondine"   
   basco elai 'rondine' < *eLana
A differenza di Rodríguez Ramos, separo questa forma da eleŕ (vedi sotto), che è di diversa origine.
Attestazioni: ELANDUS (Turma Salluitana) 

17) eleŕ /'eller/ "gregge; gruppo"     basco eli "gregge" Attestazioni: eleŕbaś, elerte[ke]r

18) eŕter /'erdeṛ/ "straniero"
    basco erdera 'lingua straniera' 
È diverso da erter /'eṛdeṛ/ "metà" (basco erdi), che è attestato tra i valori monetari (vedi Orduña Aznar).
Attestazioni: eŕtebaś-ka (ergativo), lakueŕter

19) eter /'edeṛ/ "splendore" 
    basco eder 'bello'
La forma iberica ha una rotica non trillata, a differenza di quella basca. Va anche detto che la forma iberica è un sostantivo, mentre quella basca, che è un aggettivo, ha un suono rotico trillato che potrebbe essere un suffisso. Lakarra ricostruisce *de-deR come antenato della forma protobasca.
Attestazioni: etenbilos, eteiltuŕ, eteitor, EDESCO

20) eton /'eton/ "sommo" 
   basco: -to, -do *'sommità'
Si trova come suffisso fossilizzato in formazioni come aizto "coltello" < *(h)anez-to (lett. "punta di pietra"), etc.
Attestazioni: BILESETON, SERGIETON 

21) -i- /i/ "e" (congiunzione)  
Già citato come elemento produttivo nella formazione dei numerali, era usato anche negli antroponimi per separare due aggettivi o due sostantivi. Attestazioni: aiunibaiser, anieskoŕ, basibalkar, iaribeŕ

22) ibeś, ibei(s) /'ibes, 'ibei(ts)/ "impeto; impetuoso"
    basco ibai 'fiume'
È ben possibile che l'aggettivo iberico abbia la stessa radice che è alla base dell'etnonimo Iberi. L'alternanza era bai- / ibei-. Al basco manca una simile flessibilità.
Attestazioni: ibeisur, ibeśor-en (genitivo), soribeis, basibeś-ka (ergativo)

23) -ike- /ike/ "e" (congiunzione)
    basco: -
Già citato come elemento produttivo nella formazione dei numerali, era usato anche negli antroponimi per separare due aggettivi o due sostantivi.
Attestazioni:
aiunikaŕbi, aitikeltun, tueitikeiltun Falsi formanti: keltun = ike + iltun

24) ike /'ike/ "altezza"
   baso: ike 'salire; costa pendente'
     (variante di igan 'salire')
Attestazioni: eike[, ikeatin, eikeboŕ-en (genitivo) 

25) ikoŕ /'ikor/ "duro, strenuo"
   basco gogor 'duro'
Mentre in basco si ha una forma reduplicata < *go-goR, in iberico abbiamo una forma semplice con un prefisso i-, comunissimo in questo gruppo di lingue. Un suffisso -kor col senso di "duro" si trova in alcune parole basche di sostrato, e va detto che spesso in iberico una k- sorda corrisponde in basco a una sonora g-.
Attestazioni: ikoŕbeleś, ikoŕbeleś-e (dativo), ikoŕiskeŕ, ikoŕtaŕ, ikoŕtas-te (ablativo), ikoŕtaś, ikoŕtibaś, taŕbanikoŕ, tikirsikoŕ

26) itor /'itoṛ/ "sommo" 
   basco: -tor, -dor *'sommità'
Si trova come suffisso fossilizzato in formazioni come gandor "sommità", etc.
Attestazioni: eteitor, lakeitor

27) kakeŕ /'kaker/ "curvo"
Derivato dalla stessa base del basco kako "gancio" con un suffisso aggettivale -eŕ che si trova anche in altri casi. 
Attestazioni: kakeŕikoŕ, baŕkakeŕ

28) CACU /'kaku, 'kako/ "curva, gancio"
    basco kako 'gancio'
Attestazioni: kuku, CACUSUSIN (Turma Salluitana) 

29) kaŕko /'gargo/ "selvaggio" < celt.
Attestazioni: kaŕkeskeŕ, kaŕkoskaŕ

30) kani /'kani, 'gani/ "sommità; sommo"
    basco gain 'sommità'
Attestazioni: kanibeŕon-ka (ergativo), ganikbos, κανικωνε, kanio

31) keltaŕ, kertaŕ /'keltar, 'keṛdar/ "nobile" < celt.
Distinguo questo raro formante dalla forma kelti- (vedi nel seguito), anche per motivi semantici.
Attestazioni: keltaŕerker, balakertaŕ, keltaio

32) kelti /'kelli/ "riva, costa, greto"
   paleosardo KILI- "ruscello, letto roccioso"
Considerato un lemma idronimico, date le evidenze della Sardegna, era a mio parere relativo alle rocce che costituiscono le rive o il letto del corso d'acqua, per motivi etimologici: lo riconduco al nord-caucasico *q̇wiłǝ "pietra, roccia, scogliera".
Attestazioni: keltibeleś, keltibeleś-ite (ablativo)
Il nome, data la sua frequenza di attestazione, non sarà sempre un antroponimo, ma un toponimo (vedi Blasco Ferrer).

33) kine /'gine/ "carne, midollo, parte centrale"
   basco giharre 'parte magra della carne'
      < *gin(h)aRe
Lo stesso vocabolo indica anche la parte interna del legno di un albero. 
Attestazioni: bekonkine, betukine-te (ablativo), ildiŕgine, tikirskine

34) koŕo /'gorro/ "sangue"
    basco gorri 'rosso'
Attestazioni: aŕskoŕo-ite (ablativo), goŕotigi-nai (con nai "io sono"), koŕasiŕ-en (genitivo), γολοβιυρ (con dissimilazione)

35) koŕś /kors/ "duro; strenuo" 
   basco gogor 'duro'
Attestazioni: tautinko : ŕś

36) lakeŕ /'laker/ "appariscente"
   basco lako 'somigliante a'
Derivato dal formante laku con il suffisso aggettivale -eŕ.
Attestazioni: lakeŕbelauŕ, lakeŕeiar, iskelaker, LACERIL-IS (gen. lat.)

37) leis /leits/ "desideroso; desiderio"
   basco lehia 'desiderio'
Attestazioni: leibiur, leisir, leisir-en (genitivo), bilos leistikeŕ, leistikeŕ-ar (genitivo), botoleis 

38) nere /'neṛe/ "donna"
    basco andere 'signora'
    aquitano ANDERE 'signora', ER(H)E- 'femmina' 
In un caso la forma aquitana ANDERE è scritta ANNERE.
Attestazioni: nereiltun

39) neron /'neṛon/ "giovane, fiorente"  
Si tratta di un derivato del formante nere "donna" (vedi sopra). 
Attestazioni: neron-ken (genitivo plurale)

40) NES /nets/ "uomo"
A parer mio si tratta di una variante di -kes (abbreviazione di eke(r)s), con la differenza che occorre soltanto aggiunta a nomi che finiscono in consonante. Così abbiamo BELENNES = beleś + -nes. Esiste una variante -NAS. Queste forme non hanno alcun parallelo in basco. 
Attestazoni: AGIRNES, ARRANES, BELENNES, ORDENNAS, NESILLE, niskeŕe 

41) niś /nis/ "donna"
    basco neska 'ragazza'
    aquitano NESCATO 'ragazzina'
    paleosardo NIS- 'donna'
    sorotaptico (ligure IE) NISCAS 'ninfe' (< vasc.)
Attestazioni: niśuni-ar (genitivo), niśunin 

42) olor, oloś /'oloṛ, 'olos/ "tutto; popolo" 
   basco oro 'tutto'
Rodríguez Ramos mostra la frequenza di questo elemento nella toponomastica catalana (Olor-, Oler-, Oles-), e arriva a proporre che in una lingua di sostrato significasse "villaggio, centro abitato". Un corrispondente basco in realtà esiste, anche se dotato di grandi anomalie (si usa dopo plurali in -ak, ma non vuole mai tale suffisso; si trova solo nei dialetti orientali). 
Attestazioni: olośortin, olośaiŕ, olortikirsbeŕian

43) ośor /'ossoṛ/ "lupo"
    basco otso 'lupo'
    aquitano OXSON-, OSSON-
Attestazioni: ośortaŕban
Toponimi: OSSONUBA 

44) sabaŕ /'tsabar/ "ventre; panciuto"  
   basco sabel 'stomaco'
Secondo Rodríguez Ramos il formante è incerto. Propongo questa interpretazione, avendo ragione di ritenere che il corrispondente iberico del vocabolo basco zabal 'largo' avesse un'occlusiva iniziale t-.
Attestazioni: sabaŕida-i (dativo), sabaŕbas-de (ablativo)

45) saiŕ /tsair/ "duro, strenuo"
    basco zail 'duro; arduo'
Attestazioni: beleśaiŕ (con assimilazione), olośaiŕ, toŕosair (con dissimilazione), iltuŕsaiŕ-sai

46) sekel, seken /'tsekel, 'tseken/ "avido"
   basco zeken 'avaro'
La consonante liquida finale è eccezionale in iberico. In ultima analisi può essere un prestito da IE *segh- "detenere, stringere", con una affricata come esito della sibilante originaria. Si noti anche la consonante velare sorda come esito di IE /gh/
Attestazioni: sekel-ka (ergativo), sekenius-u (con congiunzione), lakuseken, TASCASECER-IS (gen. lat.)

47) selki /'tselgi/ "catturato, prigioniero" < celt.
   basco: -
Le iscrizioni duali mostrano che l'occlusiva velare è sonora. La sibilante celtica mostra una corrispondenza irregolare, avendo come esito una affricata in iberico. Va comunque detto che la radice celtica *selga:- "caccia" non ha chiara origine ed è priva di corrispondenze IE credibili. Dev'essere un relitto di sostrato.

Attestazioni: selkibeleś, selkiskeŕ, selkinius-tai, selkisosin-kaste, selgitaŕ, [s]elgitibaś

48) seti, SEDE /'tsede/ "trono; regale" < celt.
Dalla radice IE *sed- "sedersi" deriva anche l'etnonimo SEDETANI.
Attestazioni: σεδεγων, setibios, -beŕiseti-, ḿbaŕseti

49) sike /'tsike/ "flusso, impeto" < IE precelt.  
   basco: -
Si tratta della radice *sik- attestata nell'idronimia in Spagna e altrove. Probabilmente l'antica sibilante era percepita come laminale ed è diventata una affricata. Da questa antichissima radice deriva l'idronimo ispanico Sicanus (oggi Júcar), da cui gli antichi autori romani facevano derivare il popolo dei Sicani, secondo una tradizione che li riteneva migrati in Sicilia dall'Iberia. Non ritengo tuttavia plausibile che la radice dell'etnonimo sia la stessa degli idronimi, a dispetto dell'omofonia.
Attestazioni: SICAE, siketaneś-ka (ergativo), sikeunin, sikounin

50) sine /'tsine/ "giuramento; leale"
   basco zin 'giuramento; leale'
Attestazioni: sinebetin, sinekun

51) sir /tsiṛ/ "splendore; splendido" 
  basco zirats 'bello'
La parola basca è formata con il suffisso -tsu "pieno di", poi abbreviato in -ts.
Attestazioni: sirbaiser, kaŕesir-te (ablativo), leisir, kuleśir (con assimilazione) 

52) SOCED(E) /so'kede/ "guardiano" 
Una radice dall'aspetto decisamente inconsueto. Rodríguez Ramos suggerisce un prestito culturale dal semitico škd "vigilare". La forma d'origine potrebbe essere fenicio /*ʃo:'ke:d/, piuttosto che neopunico /*su:'xe:d/
Attestazioni: SOCEDEIAUNIN, SOCED

53) sor, soŕ /tsoṛ, tsor/ "fortuna; fortunato"
    basco zori 'fortuna'
Attestazioni: soribeis, soŕike, beleśur, etesur, ibeśor-en (genitivo), kanisoŕ

54) śakin, SAGIN /'sagin, 'tsagin/ "piacere"
    basco: atsegin 'piacere'
Non è improbabile che la tradizionale spiegazione del basco atsegin (hats "respiro" + egin "fare") sia paretimologica.
Attestazioni: ENASAGIN, beleśakin-eai (dativo)

55) śitu /'situ/ "lungo; durevole" < celt.
Un prestito dal celtico (non è chiaro se dal celtiberico o da una lingua affine al gallico). Non deve essere troppo remoto, visto che ha ś /s/ per celtico /s/, mentre abbiamo appurato che negli strati più antichi di prestiti si ha s /ts/ per celtico e IE preceltico /s/.
Attestazioni: śitubolai

56) taŕkun /'tarkun/ "molto virile"
   basco ar 'maschio' 
Attestazioni: taŕkunbiuŕ

57) taś /tas/ "virile" < *taŕś
Attestazioni: atintaś, baisetaś, balketaś, bototaś, ikoŕtaś

58) tasbeŕ /'tatsberr/ "giovane maschio"
Attestazioni: tasbeŕiun, tasbarikibas 

59) teita /'deita/ "visibile, splendente"
     < IE precelt.
La radice è *dey- / *dya- "dare luce, essere visibile". Per la formazione, cfr. protogermanico *taita- "chiaro, visibile". Da questa radice deriva anche l'etnonimo DEITANI
Attestazioni: TEITABAS, teitataŕ

60) tetel /'tetel/ "balbuziente" 
    basco zezel 'balbuziente'
Attestazioni: tetel-i (dativo), biuŕtetel, URCHATETELL-I (dativo)

61) tilauŕ /'tilaur/ "egli lo accorcia, lo rimpicciolisce" 
   basco labur 'corto'
Forma verbale transitiva derivata dalla stessa radice di lauŕ "corto" - da non confondersi con laur "quattro". Ancora una volta vediamo come l'iberico aveva una flessibilità sconosciuta al basco. La comprensione della lingua è molto difficile anche per questo: il basco ha sclerotizzato pochi verbi transitivi dotati di flessione, mentre il sistema flessivo in iberico era pienamente sviluppato.
Attestazioni: biuŕtilauŕ

62) tileis /'tileits/ "egli lo desidera"
     basco lehia 'desiderio'
Attestazioni: aluŕtileis, kuleśtileis

63) tolor /'toloṛ/ "bianco, chiaro"
    basco: -
In alcune varietà di castigliano sopravvive la parola tolba "caolino bianco" < iberico *toluba. La possibilità che il toponimo Tolosa sia formato da questa radice iberica, con riferimento a terra argillosa chiara, non è poi così remota.
Attestazioni: bardaśtolor, TOLOCO, toloku, tolośar, taŕtoloi-keta-  

64) torsin /'toṛtsin/ "virile"
    basco -ots, -dots 'maschio di animale'
    aquitano -HOX (e varianti), 'maschio'
Attestazioni: torsinkeŕe, TORSINNO

65) tuitu /'tuitu/ "giusto, retto"
   -tuin /-tuin/ "giusto, retto"
   basco zuzen 'giusto, retto';
   basco zuin 'solco' < *'linea retta'
La forma più antica della radice era tueit-.
Attestazioni: tuitubolai, tuituiboŕ-en (genitivo), tuituiskeŕ-ar (genitivo), tueitikeiltun 

66) tuŕkes, tuŕkin /'turkets, 'turkin/ "alto"  
   paleosardo (topon.) TURKI 'fortezza'
Attestazioni: tuŕkeatin, TURCIRADIN, tuŕkeskeŕ, tuŕgosbetan

67) ulti /'uldi/ "gloria, glorioso" < IE precelt.
Cfr. protogermanico *wulθuz "gloria". Le iscrizioni in scrittura duale provano che l'occlusiva dentale era sonora. Questo morfo non può essere un prestito dal celtico, che invece conserva integro il nesso -lt- indoeuropeo. Possiamo ammettere che sia stato preso da una lingua indoeuropea preceltica, simile al lusitano, in cui la sonorizzazione di occlusive in nessi di questo genere era frequente (es. Pelendones, etc.).
Attestazioni: ultibaiser-te (ablativo), ultibei-kate, ultibeleś

68) ustain /'utstain/ "pesante, grave; peso"
    basco astun 'pesante'

Il termine ricorre anche come nome comune in un contesto combinatorio che ne permette l'attribuzione di un significato connesso con una qualche unità monetaria. Quindi l'identificazione con il vocabolo basco appare sensata, nonostante l'aspetto fonetico non sia molto simile. Si noti la differenza di sibilante, la metatesi vocalica e il fatto che la parola iberica è anche un sostantivo mentre quella basca soltanto un aggettivo. 

Attestazioni: uśtalaibi, ustainabaŕ-ar (genitivo), ustarike, ISTAMIUR-IS (gen. lat.) 

Il prossimo passo sarà la trattazione esaustiva dei morfi iberici non pertinenti al dominio dell'onomastica personale, in particolare dei verbi. Sono convinto che da tutto questo si potranno porre le basi per capire in che modo il protobasco e l'iberico, lontani parenti, si sono separati dal comune antenato. Se in Italia nessuno si occupa di questi argomenti, spero che in Spagna gli studiosi avranno accesso a questo mio materiale, che proprio per la sua audacia potrebbe contribuire al progresso delle conoscenze.

sabato 26 dicembre 2015

ANCORA SULLA LINGUA AQUITANA

Proseguiamo la nostra analisi di antroponimi e teonimi della lingua parlata dagli Aquitani e dai Vascones, iniziata con una descrizione delle principali radici e di alcuni morfemi.

ABI- "proprio; proprietà"
    basco nerabe 'servo' < 'mia proprietà'
Compare in due composti: 

    ABISUNHARI (dat. lat.) "il proprio olmo"
   ABISUNSONIS (gen. lat.) "la propria fibra" 
  Il primo antroponimo è attestato in un'iscrizione di Lerga, il secondo in un'iscrizione di
Ízcue. La voce SUNHAR, che si trova in basco come zunhar, zumar, etc., sarà un composto di zur "legno" e di ar "maschio": alla lettera "albero maschio". L'elemento suns- sembra formato dalla stessa radice di sunhar, ma con diverso suffisso. In basco attuale è zuntz, che significa "fibra". Evidentemente in origine il significato doveva essere "fibra di legno".
   Possiamo fornire un vocabolo basco formato in modo simile agli antroponimi di cui sopra:
abaritz 'quercia coccifera'
   In aquitano la parola sarebbe *ABIHARIX- "quercia coccifera" < ABI- + ARIX-. Lo slittamento è stato "propria quercia" > "vera quercia"

   Anche in iberico esiste un simile elemento. Abbiamo infatti attestata la parola abiner in un'iscrizione bilingue (Caminreal), e la sua traduzione è il latino servus. Vediamo che iberico abiner "servo" corrisponde a basco ner(h)abe "servo" < *neure-(h)abe.
   L'esistenza degli antroponimi ispanici Abinericus e Abinnericus non nega affatto questa traduzione: sarebbe come dire che in latino la parola servus non può indicare lo schiavo perché esiste l'antroponimo Servius. È così confutato l'articolo di Moncunill e Velaza sull'argomento. 
   L'elemento in questione non va confuso con il quasi omofono basco habe "palo, trave", che deriva da un precedente *kabe (cfr. abar "ramo"-kabar) e che avrebbe k- anche in iberico.

AGEIO- "apparenza, aspetto"
   basco agi 'apparenza'
La parola è formata dalla stessa base di AGIR- "appariscente", basco ageri "manifesto".

ARHE "coraggio" < "fegato" 
   basco arhi 'fegato'
Teonimo maschile: ARHE D[EO] [OPT]IM[O] (Lombez). Evidentemente un dio della guerra.

BARHOS- "recinto (di alberi, sterpi, etc.)"
   basco berho, berro 'terra lavorata; recinto vegetale'  
   sardo (neolatino) barrasone 'setto di sterpi' < paleosardo
Attestato con la desinenza latina del genitivo: BARHOSIS (CIL 13, 39).

BEGI "occhio; guardiano" 
   basco begi 'occhio'
   iberico biki(r) /'bigi(ṛ)/ 'occhio; guardiano'
Attestato nel teonimo LACUBEGI in un'iscrizione di Uxue. Si tratta di una divinità degli Inferi che corrisponde ad Ade. È, alla lettera, il Guardiano delle Parvenze.

BELLAIS- "cornacchia"
   basco bele, bela 'cornacchia'
Attestato come genitivo: BELLAISIS (CIL 13, 53). L'uso di una consonante liquida doppia è eccezionale, ma è ben confermato dall'immagine della stele: la trascrizione *BELAISIS non è fondata. Non è chiaro il suffisso -IS-. La stessa radice è attestata come BELHEIO- in BELHEIORIGIS (gen.).  

BEREXE "se stessa"
   basco bere 'egli; ella'
Attestato come antroponimo femminile: BEREXE SEMBI FILIA (Gorrochategui, 2003). L'iscrizione, contenente materiale onomastico aquitano, è stata trovata a Hagenbach, in Germania, assieme a numerose altre, segno che una comunità intera era stata deportata. 

BORROCO- "lottatore"
   basco borroka 'lotta, battaglia'
Antroponimo attestato con desinenza latina del genitivo: BORROCONIS (CIL 13, 30). Il suffisso non è chiaro, potrebbe trattarsi di un'influenza latina o celtica. Le proposte etimologiche dei vasconisti citate nel dizionario di Agud e Tovar per la voce borroka appaiono inconsistenti. 

CALIXSO- "chicco di grano"
   basco gari 'grano' < *gali
   iberico kalir 'grano'
   paleosardo GALILLENSES (etnon.)
Attestato come antroponimo con desinenza di genitivo latino: CALIXSONIS (CIL 13, 54).

EDER- "bello" 
   basco eder 'bello'
Attestato con un suffisso diminutivo onomastico: FABIA EDERETTA (CIL II 2976).

GERE- "roccia" 
   iberico keŕe 'pietra, roccia'
   basco gerenda 'roccia' < iberico
   paleosardo KERE 'pietra, roccia'
Teonimo maschile. Compare con un suffisso -X-, come dativo lat. SUTUGIO GEREXO (CIL 13, 164), che allude di certo al culto di un dio della pietra del focolare (vedi SUTUGIO).  
Dall'iberico è giunta in basco la voce gerenda "roccia".  Evidentemente questa radice esisteva anche in aquitano, come provato dall'onomastica.

LACU- "parvenza, somiglianza"
   basco lako 'somigliante a'
Il termine, documentato nel teonimo LACUBEGI (vedi sopra). Si noterò che in iberico si ha un simile antroponimo, ma con l'ordine dei membri invertito: bikilako /bigi'lako/. Difficile credere che tra le due forme non esista alcun nesso. 

ODOX- "cane maschio" :
    basco (h)or 'cane' + -dots (variante di -ots)
Attestato con desinenza latina del dativo: ODOXO (CIL 13, 268; CIL 13, 11011). Notare l'assenza di aspirazione nella forma aquitana. Questo composto non si è preservato in basco.  

ORCO-, ORGO- "fonte, scaturigine"
    basco: -
    paleosardo: ORGA, ORGO- 'fonte, scaturigine'
Documentati in
ORGOANNO (CIL 13, 80), ORCOTARRIS (CIL 13, 342), ORCUARI (CIL 13, 461) e ORGOT(I) (Epigraphische Datenbank Heidelberg HD016958). È notevole questa testimonianza di una radice scomparsa in basco e conservatasi in Sardegna.

SONBERABON- "crema, formaggio molle"  
    basco zenbera 'formaggio molle'
Attestato con desinenza di genitivo latino nell'antroponimo SONBERABONIS (CIL 13, 157).
In basco troviamo forme estese come zenberauen (ant. basso navarrese) e zendereben (alto navarrese) < *zenbereben con dissimilazione. In latino ca:seus "formaggio" poteva usarsi nell'idiomatica per indicare una persona amabile (in Plauto abbiamo dulciculus caseus e meus molliculus caseus). È possibile che in aquitano si usasse un'idiomatica simile. 

SUTUGI- "focolare"
    basco su 'fuoco' + tegi 'luogo'
Attestato come dativo con la desinenza latina: SUTUGIO (CIL 13, 164 e altre).  

Numerosi sono i prestiti indoeuropei, non necessariamente celtici. 

ABEL(L)IO(N)N- "dio delle mele" 
  < IE precelt.
Attestato al dativo: ABELLIONNI, ABELIONI, ABELIONO, etc. (es. CIL 13, 337). Il nome, corrispondente del celtico *aball- "mela": tardo gallico avallo "mele" (Glossario di Vienne), antico irlandese ubull "mela", gallese afal /'aval/ "mela"). Doveva avere un profondo significato religioso, come dimostrato dal mito britannico della Terra di Avalon.

ALARDOS(S)- "cervo maschio" 
  < IE precelt.
La radice ALAR- si trova attestata con l'aggiunta dell'elemento -DOS(S)-, che significa "maschio" (con numerose varianti). Si trova come dativo ALARDOSSI (CIL 13, 48) o ALARDOSTO DEO (CIL 13, 313). Si vede che il prestito è avvenuto da una forma antica di lingua indoeuropea, dell'ondata "idronimica" che ha la vocale /a/ dove le lingue IE occidentali storiche hanno invece /o/.

BORIENN- "sommo" 
  < IE precelt. gwer- 'montagna'
Attestato come dativo: BORIENNO DEO (CIL 13, 301). Corrisponde alle forme teonimiche lusitane Bora e Borea segnalatemi da Octavià Alexandre. Chiaramente -ENN- è il suffisso superlativo. Questa radice non ha lasciato superstiti in basco.

BORTO- "alto"
   < IE precelt.
Attestato come BORTUS e BORTOSSUS, con desinenza latina (Gorrochategui, 1984). È ben possibile che sia un prestito IE preceltico < *bhorkto-, adottato come *BORTO e parallelo al successivo vocabolo basco bortitz "violento", che proviene dal parente latino fortis.
Un falsi parente è basco bort "bastardo" (cfr. catalano, prov. bord < lat. burdu(m) "mulo", di origine iberica). 

DUSANHAR- "animale maschio" 
Attestato con l'uscita del genitivo latino in -isDUSANHARIS (Sofuentes).
Ritengo che contenga -HAR "maschio" (basco ar 'maschio'): anche se sarebbe preferibile un esito in -HARRIS, non mancano casi di rotica forte trascritta con una semplice -r-. La radice DUSAN- deve essere un prestito. Potrebbe provenire da IE *dhwes- "fumo", gallico *dusios "demone" (attestato come glossa lat. dusius). Compare anche nel basco tusuri "bestia", che però mostra una consonante sorda. Nel qual caso potrebbe significare "animale maschio" o "demonio maschio". Tuttavia la morfologia è abbastanza incerta. 

MONS- "elevato"  
   < IE precelt.
Latinizzato in MONSUS (CIL 13, 301). La radice si trova nel latino mo:ns e nel celtico *monios > gallese mynydd "monte".

OLON- "cervo"
   basco orein 'cervo' < *oleni
   < IE precelt.
La radice è attestata nel toponimo OLONTIGI. La base non è attestata in questa forma in celtico. 

-PENN- "importante; potente"
   basco: ben 'serio; importante', men 'potente' 
Attestato con una desinenza del genitivo latino nell'antroponimo SENIPENNIS (CIL 13, 125), se la lettura verrà confermata, come appare probabile. La forma di base deve essere stata *BENN-: il trattamento fonetico è analogo a quello di BONN- "buono" in SENIPONNIS. Pare un antico prestito dal gallico *penno- "testa", se si ammettesse uno slittamento semantico da "testa" a "capo", quindi a "importante; potente". In ogni caso non mi risulta che nelle lingue celtiche note tale slittamento abbia avuto luogo. 

SEND- "forte, robusto" 
   basco sendo 'robusto'
Attestato come genitivo con suffisso latino: SENDI (CIL 13, 2). A parer mio l'attestazione aquitana confuta l'etimologia della parola basca dal latino exemptus, anche se le varianti sentho (zuberoano) e sento, sonto (roncalese) rimangono problematiche. Esiste la possibilità che la voce sia di origine IE preceltica, parallela a gotico swinþs "forte", e che -nd- sia un esempio precoce di sonorizzazione.
Il lemma basco sendor "catasta di legna" non è adatto a spiegare l'antroponimo aquitano.

Abbiamo fatto grandi progressi nella comprensione degli antroponimi e dei teonimi aquitani, ma vi sono ancora voci che resistono ad ogni tentativo di spiegazione o che in ogni caso si presentano troppo incerte. Eccone una lista: 

ACAN 
Antroponimo, attestato come dedicante di una stele (CIL 13, 130) al dio XUBAN (vedi sotto). Alcuni leggono AGAN, ma dall'immagine della stele questa lettura non mi sembra giustificata. Potrebbe provenire da una lingua sconosciuta e non aquitana. 

ACCATEN
Attestato come nominativo non marcato (CIL 13, 555). Mostra un suffisso accrescitivo, ma la radice permane oscura.

ARSERR-
Attestato con desinenza latina del genitivo: ARSERRIS (CIL 13, 95). Se AR- potrebbe essere la parola per "maschio", anche se in aquitano è HAR- quando ricorre come primo membro di un composto, -SERR- è decisamente enigmatico. Altrimenti è possibile dividere ARS- + ERR-, ma si noterà che in aquitano HARS- "orso" ha l'aspirazione iniziale come in basco hartz id. 

ARSILUNN-
Attestato con desinenza latina del dativo: DEO ARSILUNNO (Argein). È chiaramente formato con ILUNN- "scuro", ma il primo membro del composto è problematico. 

CAHENNA
Antroponimo femminile (ILTG 136, Lasséran). Forse da connettersi con le oscure forme basche kaheka (basso navarrese) e kahaka (zuberoano) "gufo femmina". In ultima istanza potrebbe essere parente del gallico *cavannos "gufo" (attestato come glossa lat. cavannus), se l'aspirazione può essere un separatore iatale nato dalla scomparsa del celtico /w/.

CUNDUESE-
Attestato come dativo CUNDUESE-NI (CIL 13, 125), è un femminile, formato con il noto suffisso -SE. La base tuttavia rimane oscurissima. 

DAHO
Attestato come dativo: DAHO DEO (CIL 13, 87). A rigor di logica deve trattarsi di un prestito, come provato dalla consonante iniziale. Potrebbe essere un termine celtico col senso di "fuoco" o di "ardente" (< *da:w-), se l'aspirazione è un separatore iatale derivato dalla scomparsa di un antico /w/

DERRO
Antroponimo maschile oscurissimo (CIL 13, 30). Data l'iniziale, deve trattarsi di un prestito. Non sembra che possa essere un celtismo. 

ELIAMAR
Antroponimo oscurissimo, che ricorre assieme a USOCAR (Sacaze n. 355, vedi sotto). Non sembrano esserci paralleli in alcuna lingua conosciuta. 

EBERR-
Teonimo maschile attestato con desinenza di dativo latino: DEO EBERRI (ILTG 53, Gensac-de-Boulogne). Potrebbe significare "cinghiale" ed essere un prestito da una forma di indoeuropeo preceltico.

ER(R)IAPE
Teonimo maschile attestato in numerose iscrizioni trovate a Saint-Béat: DEO ERIAPE, DEO ERRIAPE. Anche con desinenza latina del dativo: DEO ERIAPO, ERRIAPO DEO, ma anche ERIAPPO. Non mi è chiaro se possa andare con la radice ERRE- "ardere" presente in ERRENSAE (dat.); la frequenza di forme con -R- semplice mi fa propendere per il no.  

FAFIER-
Attestato come genitivo con suffisso latino: HAHANTEN FAFIERI UXOR (CIL 13, 173). Non ha l'aria di essere un nome aquitano, per via della presenza della fricativa /f/. Non è tuttavia facile fare un'ipotesi sulla sua natura. Non può neppure essere un celtismo.

GELAIS 
Oscuro sia a livello di radice che di morfologia (Sacaze n. 303). Si può soltanto dire che è improbabile che -IS sia una desinenza latina del genitivo: in genere questa si aggiunge a un tema in vocale come -N-IS, e un simile uso è notato anche in antroponimi paleosardi. Più plausibile quindi che GELAIS non sia analizzabile.

HARAUSON-, HAROUSONN- 
Attestato come dativo: HARAUSONI (CIL 13, 78) e HAROUSONNI (Sacaze n. 199). L'aspetto e la variante in -ou- farebbero pensare a un prestito gallico, ma potrebbe ben trattarsi di una suggestione ingannevole, vista anche la presenza di un'aspirata iniziale - a meno che non sia un residuo di un'antica *p- scomparsa. Non credo che possa essere una variante di HERAUS- "cinghiale"

HARONTARR- 
Attestato al genitivo con suffisso latino: HARONTARRIS (CIL 13, 289). La radice potrebbe essere una variante di NAR(H)UN-, NARHON- "nobiltà", ma la cosa non è del tutto certa, così includo l'antroponimo in questa sezione.  

HOTARR-
Attestato con suffisso latino del genitivo: HOTARRIS (CIL 13, 267). Non è affatto certo che sia una variante di HONTHARR- (CIL 13, 306). Una radice *HO- indipendente risulta tuttavia incomprensibile. Se invece fosse una semplice varante di HON- "piede; colle" (basco oin 'piede'), si dovrebbe rilevare una netta divergenza dal trattamento di questa radice in basco.

HUNNU
Nome maschile, del tutto incomprensibile (CIL 13, 334). Si fa notare che la morfologia è del tutto isolata. Potrebbe essere un antroponimo di una popolazione di lingua sconosciuta e non aquitana.

ISCI-
Documentato come teonimo con un suffisso diminutivo: ISCITTO DEO (CIL 13, 00335). Non mi paiono convincenti paralleli le forme basche iski "affanno, ansia" e iski, izki "leggero, insignificante".

ITTI-
Attestato con un suffisso diminutivo, al genitivo: ITTIXONIS (CIL 13, 17). La radice compare anche in paleosardo, ad esempio nel toponimo ÍTTIRI, ma non ho ancora trovato una spiegazione soddisfacene. Non ho trovato esiti baschi documentati.

LAHE
Teonimo femminile: LAHE DEAE (CIL 13, 143). Navighiamo in alto mare, senza la benché minima idea di possibili paralleli. Nonostante l'aspetto fonetico perfettamente compatibile con la fonotattica protobasca, non ho trovato esiti baschi documentati.

LESURIDANTAR-
Attestato come patronimico con la desinenza latina del genitivo: LESURIDANTARIS (CIL II 2900). La formazione è enigmatica.
 

LEXEIA
Nome femminile (CIL 13, 64). La base, LEX- è oscura. La formazione femminile in -EIA è presente anche in altri casi (BELEXEIA, etc.). Un'iscrizione trovata a Lès (Valle d'Aran), che riporta un dativo LEXI DEO è a quanto pare opera di un falsario. 

ODANN-
L'antroponimo potrebbe essere formato dal corrispondente del basco (h)or "cane" e dalla voce DANN- "guardiano", che si trova anche in celtico. Tuttavia la formazione appare decisamente singolare e non sono affatto certo che questa analisi sia attendibile, così includo la voce in questa sezione. 

OSCITAR-
Attestato come genitivo: OSCITARIS (ILTG 138). Con ogni probabilità deriva da un toponimo, col tipico suffisso -TAR.
 

PIANDOSSONN-
Attestato come genitivo con suffisso latino: PIANDOSSONNII FILIUS (CIL 13, 124). Se è chiaro che si tratta di un composto di ANDOSS-, il primo membro del composto è incomprensibile e incompatibile con la fonotattica protobasca. 

SERHUHOR-
Attestato con l'uscita del genitivo latino in -is: SERHUHORIS (Hispania Epigraphica 16131).
Ritengo che contenga -HOR "cane" (basco (h)or 'cane'), già visto in ODOX- e sospettato in ODANN-, ma la prima parte del composto è a dir poco enigmatica. La -r- debole della parola basca sarebbe perfettamente in linea con l'attestazione aquitana.

SEXSARBOR-
Potrebbe essere interpretato come latino SEX ARBORES, e in effetti si trova un dativo plurale SEX ARBORIBUS (CIL 13, 129). Tuttavia la presenza della forma singolare SEXSARBORI DEO (CIL 13, 132), oltre alla grafia -XS-, invita a rinunciare all'identificazione.

SIHAR-
Attestato con desinenza latina di genitivo: SIHARI FILIUS (Saint-Aventin).

SIRICCO-
Attestato al dativo: SIRICCONI F(ILIO) (CIL 13, 265), Naturalmente non può avere nulla a che fare con basco ziriko "seta", che è dal latino sericu(m). Non può neanche essere connesso con basco zirin "escrementi di uccelli", per ovvi motivi semantici.

SOMENAR-
Attestato come genitivo SOMENARIS (Sacaze n. 403)
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ULOHOX-
Attestato come genitivo ULOHOXIS (CIL 13, 334) e come dativo ULOHOXO (CIL 13, 170). C'è anche una variante ULOHOSSII (ILTG 136, Lasséran). Direi che a giudicare dal suffissoide -HOX- "maschio" deve essere il nome di un animale, soltanto che non è chiara la radice ULO-. Potrebbe essere connessa a basco urubi "allocco" < *ulubi, ma questo è ben lungi dall'essere certo. 

ULUCIRR-
Formato dalla stessa base di ULOHOX- (vedi sopra): in un'iscrizione (CIL 13, 00170) si trova ULOHOXO ULUCIRRIS. Questa constatazione tuttavia non è di grande aiuto. 

USOCAR
Attestato in un ex voto nella formula onomastica ELIAMAR USOCAR (Sacaze n. 355). Non sembrano esserci paralleli in alcuna lingua nota.

XUBAN
Un teonimo enigmatico (CIL 13, 130). Potrebbe provenire dalla lingua di una popolazione sconosciuta e non aquitana.

Occorre infine menzionare il fatto che esistono numerosi falsi teonimi pirenaici, ad esempio ARAM, ARMASTON, ISORNAUS, NARDOSION, TEIXONOX, TEOTAN-. Alcuni sono dovuti a cattive letture, altri a falsificazioni consapevoli. Tra questi falsi, ne discutiamo uno particolarmente interessante.

HELIOUCMOUN- 
Attestato al dativo in un ex voto che sarebbe stato trovato a Martres-Tolosane: HELIOUCMOUNI DEO (Du Mège, 1814). Oggi è ritenuto un falso coniato dallo stesso Du Mège, e il monumento su cui l'iscrizione sarebbe stata incisa non si trova da nessuna parte. Il teonimo era stato costruito, non senza ingegno, come un nome preso a prestito dal greco, traducibile con "Cammino del Sole". L'intenzione dell'autore era di produrre un termine della religione dei Druidi.