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giovedì 15 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN VALTELLINESE: BITTO 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il bitto (in lombardo bit) è un formaggio grasso di latte vaccino di alpeggio, a pasta cotta e semidura di colore giallo dorato, tipico delle Valli Orobiche in provincia di Sondrio, in Valtellina. In particolare, la Valle del Bitto è una valle secondaria, situata sulla sinistra orografica dell'Adda all'altezza di Morbegno. Spesso si parla di Valli del Bitto, al plurale, perché si ha la divisione in due valli secondarie: la Val Gerola a ovest e la Valle di Albaredo ad est. È attribuito il nome Bitto anche al torrente di tale bacino idrografico, immissario dell'Adda. I romanisti, incapaci di spiegare il nome del prodotto caseario, lo fanno derivare dall'idronimo. Poi, incapaci anche di spiegare l'idronimo, lasciano intendere che sarebbe spuntato fuori dal Nulla. La loro tipica dottrina è questa: siccome l'idronimo è oscuro, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, dato che non inficerebbe l'etimologia del nome del formaggio. Ovviamente questa metodologia è inaccettabile. 

Il nome del prodotto caseario e quello del torrente possono essere entrambi ricondotti in modo agevole a una radice celtica. 
 
Protoforma celtica ricostruibile: *bituwos 
Significato originale: "eterno", "perenne"
> "durevole", "duraturo" 

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*bituwo- > *bitwo- > *bittwo- > *bītto- 
> bit 

Si deve notare un importante tratto: l'assenza di lenizione dell'antica occlusiva mediana -t-. La mia ipotesi è che si sia creato un rafforzamento di -tw- in -ttw-, cosa che spiega il mantenimento della consonante sorda. Questo gruppo consonantico avrebbe avuto come conseguenza anche il prolungamento per compenso della vocale breve tonica /i/, divenuta così /i:/. Va detto comunque che esistono in Italia settentrionale esiti tardi di parole celtiche che non mostrano traccia di lenizione (Petracco, 2016). 
Per quanto riguarda la morfologia, la protoforma ricostruita *bituwos può essere considerata un aggettivo formato con il suffisso -wo- a partire dalla seguente importante parola:

Protoceltico: *bitus 
Significato: "mondo", "eternità" 
Genere: maschile / femminile 

Esiti attestati:

Gallico: bitus "mondo", "eternità" 
   derivati: Biturīges "i Re del Mondo", 
      singolare Biturīx "Re del Mondo"
   (nome di un popolo famoso); 
   Bitugnātā "Figlia del Mondo" 
   (antroponimo femminile), 
   Adbitus "Grande Eterno"
   (antroponimo maschile)
   Dagobitus "Buono Eterno" 
   (antroponimo maschile), 
   etc. 
Antico irlandese: bith "mondo" 
   genitivo: betho, betha (< *bitous),
   dativo: biuth (< *bitou
   accusativo: bith n- (< *bitun)
   vocativo: bith (< *bitu)
   Plurale: 
   nominativo: betha (< *bitoues)
   accusativo/vocativo: bethu (< *bitūs
   dativo: bethaib (< *bitubi)
Antico gallese: bid "mondo"
Medio gallese: byt "mondo" (*)
Gallese moderno: byd "mondo" (*)
Antico bretone: bit, bet "mondo"
Bretone moderno: bed "mondo"
Antico cornico: bit, bys "mondo"
Cornico: bys, bes "mondo"

(*) Esiste in gallese anche il doppione byth "eternità", con ogni probabilità un prestito dall'antico o medio irlandese bith

L'origine ultima è dalla radice proto-indoeuropea *gweyh3-, che significa "vivere" e da cui derivano anche le parole latine vīvus "vivo", vīta "vita", oltre al greco antico βίος (bíos) "vita" e via discorrendo. 



Il bitto è un formaggio che notoriamente si conserva per periodi lunghissimi, quindi la sua denominazione di origine celtica è del tutto adeguata. Tale doveva essere la sua importanza presso le popolazioni valligiane, che ne trassero un teonimo, come se fosse il nome di una divinità del formaggio durevole che assicurava il sostentamento in tempi difficili. Da questo teonimo derivò quindi anche il nome del fiume, indistinguibile dal nome della divinità. Un'altra possibilità è che il fiume abbia tratto il nome dalla valle che era chiamata  così dalla produzione del formaggio. 
Si trova nel Web una storiella ambientata verso il 200 a.C., che descrive i Celti inventori del bitto come fuggiaschi perseguitati in seguito allo scontro con i Romani. Questa collocazione temporale della nascita del formaggio è una trovata narrativa speculativa e semplicemente non necessaria: con ogni probabilità la produzione è ben più antica. 

Conclusioni 

Ancora una volta i romanisti si dimostrano un ostacolo formidabile al progresso delle conoscenze scientifiche: sono abbarbicati sul tenace scoglio della loro ideologia scolastica,  gretta e meschina, preferendo la completa ignoranza a qualsiasi tentativo di indagare tutto ciò che non abbia le sue radici in Roma e nella Grecia - o piuttosto nell'idea piena di pregiudizi che essi hanno di tali civiltà. Si dovrebbe trovare singolare e misterioso il fatto che tra i banchi di scuola gli alunni si imbattano in nomi propri celtici studiando le opere di quel pathicus di Giulio Cesare, e che non si pongano nemmeno una volta una fuggevole domanda sul loro antico significato.

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

venerdì 10 maggio 2024

LA DUPLICE ETIMOLOGIA DELLA PAROLA SCERIFFO

La parola sceriffo nella lingua italiana ha due diversi significati, e ovviamente due diverse etimologie: 

1) capo della polizia di contea (Stati Uniti d'America);
    alto magistrato di contea (Regno Unito) 
2) nobile arabo (es. "sono gli abiti di uno sceriffo dei Beni Wejh")
 
Nella seconda accezione, può essere considerato obsoleto, ma resta usato nella versione in italiano del film Lawrence d'Arabia (Lawrence of Arabia, 1962), diretto da David Lean - che costituisce una fonte autorevole.

Etimologia 1)

Nell'accezione di "capo di polizia di contea" o "alto magistrato di contea", la parola sceriffo deriva dall'inglese sheriff, che è un antico composto ormai fossilizzato.  

Inglese: sheriff 
   Pronuncia: /ˈʃɛɹɪf/, /ˈʃɛɹəf/
   Forma plurale: sheriffs 
Forme obsolete: sherriffshrieve 
Forma dotta (calco): shire-reeve 
Scots: shirra 
Medio inglese: shirreve 
  Varianti: scirereve, scyrreve, scirreve, shirryf
    schireveschirref, scheryfe, schereffe, scherreve
    schereref, shyryfshyrrefe, sherryff, shreve 
   Pronuncia: /ˈʃireːv(ə)//ˈʃ(ɛ)reːv(ə)/, /ˈʃiːreːv(ə)/,
          /ˈʃɛriv(ə)/, /ˈʃirif(ə)/, /ˈʃɛrif(ə)/
   Forma plurale: shireves, etc. 
Antico inglese: sċīrġerēfa "magistrato distrettuale"
   < sċīr "contea, distretto" + ġerēfa "magistrato"
  Pronuncia: /ʃi:rje're:fa/, /ʃi:rje're:va/
  Forma plurale: sċirġerēfan 
      (declinazione debole)

Derivati di sheriff

sheriffalty "ufficio o giurisdizione di uno sceriffo" 
sheriffdom "regione in cui uno sceriffo ha autorità"; 
    "ufficio o periodo di ufficio di uno sceriffo"
sheriffhood "ufficio di sceriffo"
sheriffry "area di giurisdizione di uno sceriffo"
sheriffwick "area di giurisdizione di uno sceriffo"; 
    "posizione o ufficio di sceriffo"
Nota: 
Treccani ipotizza che la parola inglese sia giunta in italiano attraverso la mediazione del francese chérif. Tuttavia, la forma corretta in francese è shérif. Vedi nel seguito per chérif "nobile arabo". Anche quelli della Treccani possono ciccare!


Passiamo ora ad analizzare in dettaglio le origini di entrambe le componenti che hanno dato origine alla parola sheriff.  

Primo membro del composto:

La parola inglese shire /'ʃaɪə/ "contea" (/-ʃɪə/ nei composti), tramite il medio inglese schire (varianti: shire, chire, schere, schyere, schyr, schyre, shere, shiere, shyre, ssire) /'ʃi:r(ə)/, /'ʃe:r(ə)/, risale all'antico inglese sċīr (variante: sċȳr/ʃi:r/, che è purtroppo di etimologia incerta. Al di fuori dell'anglosassone, trova riscontri noti soltanto nell'antico alto tedesco skīra (varianti: scīra, skiera, sciera) "carica, ufficio", che presenta non pochi problemi. Già soltanto una variante come skiera, con un difficile dittongo -ie-, fa venire il sospetto che qualcosa ci stia sfuggendo. 

La ricostruzione a livello di protogermanico non dà certezze. 
Esistono infatti due possibilità diverse: 
i) *skīrō
ii) *skīzō 

i) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe genuina. Si tratterebbe di un sostantivo femminile derivato dalla stessa base dell'aggettivo *skīriz "chiaro", "splendente". La trafila semantica sarebbe la seguente: "cosa splendente" > "onore" > "ufficio, incarico" > "divisione amministrativa", "distretto". La radice dell'aggettivo *skīriz è la stessa di *skīnanan "splendere" (da cui inglese to shine, etc.) 
Sono stati indicati possibili paralleli nelle lingue slave (*ščirŭ "pulito", "vero", ma potrebbe trattarsi di un prestito dal gotico) e nell'albanese hir "grazia, favore" (< *skīra). 
ii) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe invece il regolare derivato del rotacismo di un'originaria sibilante sonora -z-. La protoforma *skīzo permetterebbe il paragone al latino cūra "attenzione", "preoccupazione" (ma anche "amministrazione", "governo"), che deriva da un più antico coera, coira, a sua volta dal proto-italico *kwoizā (cfr. peligno coisatens = cūrāvērunt). La derivazione sarebbe quindi da un protoindoeuropeo *kweis- "vedere", "prestare attenzione", con esiti in celtico e in indoiranico.
Nota: 
Il tentativo di far risalire *skīrō al protoindoeuropeo *(s)ker- "dividere" è da rigettarsi: il vocalismo sarebbe inesplicabile.

Secondo membro del composto

L'inglese reeve "ufficiale" deriva dall'antico inglese ġerēfa "magistrato", che a sua volta è dalla protoforma germanica occidentale *garāfijō "conte", "magistrato". 
Dalla stessa protoforma deriva il famoso nome tedesco del conte, Graf.

Antico alto tedesco: grāfio, grāfo, grāvo, grāviogrāphio, krāvio, grābo, crābo "conte"  
Da qui derivano chiaramente le forme attestate in latino medievale: grāfiō, garāfiō, grāffiō, grāviō


Dalla protoforma germanica occidentale è possibile risalire a un protogermanico *gagrǣfijǣn, ricostruibile a partire dal gotico gagrefts "decreto", "editto", che tuttavia è di origine piuttosto incerta. Si nota che presupporrebbe un verbo *grefan "comandare", "ordinare", finora non attestato.  
Nota: 
La tradizionale etimologia del nome del conte dal greco γραφεύς (graphéus) "scriba", è ingenua e va rigettata già solo per motivi fonologici.

Etimologia 2)

Nell'accezione di "nobile arabo", la parola sceriffo deriva, con ogni probabilità tramite l'inglese Sharif (varianti: sharifSherif, sherifshereef, xerif), dall'aggettivo arabo شَرِيف  šarīf "nobile", "onorato", "di nobile lignaggio", "eccellente". È un titolo d'onore, derivato dal verbo شَرُفَ  šarufa "essere nobile" e spesso attribuito a discendenti del Profeta.  

maschile: شَرِيف  šarīf 
femminile: شَرِيفَة  šarīfa 
maschile plurale (regolare): شَرِيفُون  šarīfūn
maschile plurale (fratto): شُرَفَاء  šurafāʔ, أَشْرَاف  ʔašrāf
femminile plurale (regolare): شَرِيفَات  šarīfāt
femminile plurale (fratto): شَرَائِف  šarāʔif
elativo: أَشْرَف  ʔašraf 


Questa parola è entrata in molte lingue, sia europee che extraeuropee. Ne riporto alcuni notevoli esempi, senza la pretesa di essere esaustivo. 

Adattamenti europei:
Francese: chérif
Spagnolo: jerife
Portoghese: xerife 

Prestiti in importanti lingue asiatiche:
Persiano: شریف  šarif "nobile, aristocratico" 
   fraseologia:
   مرد شریف  mard-e šarif "uomo nobile"
   دودمانی شریف  dudmâni šarif "un nobile lignaggio"
   اسم شریف شما  esm-e šarif-e šomâ "il vostro illustre nome" 
Turco Ottomano: شریف  şerif "nobile, onorato"; "santo"
  Turco moderno: şerif "sacro" 
Hindi: शरीफ़  śarīf "nobile"
Bengali: শরীফ  śoriph "santo", "nobile" 
Gujarati: શરીફ  śarīph "santo", "nobile" 
Malese, Indonesiano: syarif "uomo di nobile stirpe", 
       "discendente del Profeta" (1)

(1) Sembra che sia abbastanza difficile far capire a un indonesiano che uno sceriffo di un film western (syerif) non si presenta come un discendente del Profeta (syarif).

Altri prestiti: 
Maguindanao: serip "discendente del Profeta" (2) 
Maranao: sarip "nobile", "capo di una setta religiosa" 
Somali: sariif "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"
Swahili: sharifu "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"

(2) Wiktionary dà la forma sarib, che non sono stato in grado di trovare. 

Conclusioni

Questo caso dimostra l'importanza estrema della Scienza dei prestiti lessicali. Si riesce a tracciare ogni ramificazione labirintica dei passaggi da una lingua all'altra, tuttavia il rumore di fondo diventa importante man mano che andiamo indietro nel tempo, fino a presentarci un ostacolo per ora insormontabile. La speranza è quella di reperire nuovi elementi che possano far luce sul mondo protogermanico.

sabato 9 settembre 2023

PERCHÉ LA LINGUA MANGANI È NOSTRATICA?

Se analizziamo il vocabolario della lingua attribuita da Edgar Rice Burroughs alle scimmie antropomorfe chiamate Mangani, scopriamo alcune sorprendenti corrispondenze con le lingue nostratiche, con le lingue afroasiatiche (incluse da Dolgopolsky e da Bomhard nel nostratico, considerate a parte da Starostin) e in taluni casi anche con lingue considerate non appartenenti al nostratico (sino-caucasiche, basco, etc.). Riporto un piccolo numero di esempi: 

ALA "su", "in alto" 
NALA "su", "in alto"; "salire"
   (N- deve essere un prefisso fossilizzato)
  Esiti afro-asiatici: 
    Proto-semitico: *ʕall- "altezza", "in alto"; "parte elevata" 
        *ʕaly- "salire", "arrampicarsi"; 
       Ebraico: ʕal "altezza", "in alto" 
       Arabo: ʕall "parte elevata" 
       Accadico: elû "essere alto" 
 
BAL "oro", "dorato" 
  Esiti nostratici: 
    Proto-indoeuropeo: *palw- "giallastro" 
      Latino: palleō "io sono pallido" (inf. pallēre)
      Proto-germanico: *falwaz "giallastro" 
        Tedesco: fahl "pallido", falb "giallastro", "marrone chiaro"
        Inglese: fallow "giallastro", "rossiccio" 
      Lituano: pal̃vas "pallido", "giallastro"
    Proto-altaico: *pule "rosso" 
      Proto-mongolo: *hulaγan "rosso" 
        Mongolo: ulaan "rosso"
      Proto-tunguso: *pula- "rosso"
        Manchu: fulġan "rosso" 
    Proto-uralico: *pil'mV- "scuro"; "diventare scuro" 
       Finnico: pimeä "scuro", pimene- "diventare scuro"
    Proto-dravidico: *Pul- "bruno", "giallastro" 
       Tamil: pul "bruno", "marrone" 
       Malayalam: pulla "giallastro" (detto di bestiame) 
       Telugu: pula "giallastro" 

BARA "cervo; antilope" 
  Esiti nostratici:
    Proto-indoeuropeo: *bhreidh- / *bhrendh- "cervo" 
      Lituano: bríedis "cervo" 
      Norvegese: bringe "maschio di alce"
      Norvegese (dial.): brund "maschio di renna" 
      Messapico: brunda, brention "testa di cervo"
      Albanese: brëni "corna di cervo" 
    Proto-altaico: *bi̯ŏ́ŕu "vitello", "agnello" 
      Proto-turco: *buŕagu "vitello" 
         Turco: buzağı /bu'zau/ "vitello" 
      Proto-mongolo: *biraγu "vitello (di 1 anno) 
         Buriato: burū "vitello (di 1 anno)
         Ordos: birū "vitello (di 2 anni)"
   Esiti afro-asiatici: 
      Proto-semitico: *(ʔi)bar- "bue", "toro", "vitello" 
         Accadico: būru "giovane vitello" 
         Ugaritico: ibr /ʔabbīru/ "stallone"; "toro"
         Ebraico: 'abbīr "toro" > "forza"
         Arabo yemenita: bārah "vacca"
         Tigrè: bara "bue" 
         Amharico: bare "bue", "toro" 
         Harari: bāra "bue", "toro"
      Chadico occidentale: *bar- "bufalo" 
      Chadico centrale: *bari- "toro"
      Chadico orientale: *bur- "toro" 
      Beja: beʔrā́y "manzo"
      Kushitico centrale: *bir- "bue"
      Alto Kushitico orientale: *bōra "torello"
      Saho-Afar: *ʔabur "toro", "bue"
      Omotico: *bor- / *bariy- "toro"

HORTA "cinghiale" 
  Esiti sino-caucasici: 
    Proto-basco: *urde "maiale" 
      Basco: urde "maiale" 
    Proto-nord-caucasico: *wHārƛ̣wǝ̆ "maiale"

HOSENO "lepre" 
  Esiti nostratici:
    Proto-indoeuropeo: *k'as- "lepre" 
       Proto-germanico: *χasǣn / *χazǣn "lepre" 
          Tedesco: Hase "lepre"
          Inglese: hare "lepre"
Nota: 
La derivazione da ho "molto" + sen "saltare" potrebbe essere un'etimologia popolare.
Etimologia esterna: 
L'inventore di questa parola con ogni probabilità conosceva un po' di tedesco, così ha preso ispirazione da Hase "lepre", plurale Hasen. Non è improbabile. Si stima che un americano bianco su quattro abbia antenati tedeschi. Qualche vocabolo potrebbe essere stato trasmesso di generazione in generazione.

KAL "latte" 
  KALU "madre" 
  KALAN "femmina" 
  KALO "vacca" 
     Esiti nostratici: 
       Proto-indoeuropeo: *g(')alag(')- "latte"
          Greco: γάλα (gála) "latte", gen. γάλακτος (gálaktos)
          Latino: lāc "latte", gen. lactis
          Bangani: lɔktɔ "latte" 
    Esiti sino-caucasici: 
       Proto-cinese: *glak "latte acido"
       Proto-basco: *gaL(h)atz "panna"
          Basco: galatz "panna" 
  
KOLANA "pesce spinoso o zannuto" 
   Esiti nostratici:
     Proto-indoeuropeo: *(s)kwal- "tipo di grande pesce"; "balena"
        Latino: squālus "squalo" 
        Proto-germanico: *χwalaz "balena" 
           Norreno: hvalr "balena"
           Inglese: whale "balena" 
           Tedesco: Walfisch "balena"
       Proto-uralico: *kala "pesce"
           Finnico: kala "pesce" 
           Estone: kala "pesce"
           Ungherese: hal "pesce" 
       Proto-kartvelico: *ḳalmax- "pesce"
           Svano: ḳalmax "pesce" 
   Esiti afro-asiatici: 
      Kushitico, Chadico: *kwVl- "pesce" 
Nota: 
La derivazione da ko "forte" + lana "spina" potrebbe essere un'etimologia popolare. 

LUL "acqua" 
  Esiti nostratici: 
    Proto-indoeuropeo: *leHw- "lavare", "bagnare" 
      Hittita: lahuwai- "versare"
      Latino: lavō "io lavo" (inf. lavāre)
      Greco: λόω (lóō) "io faccio il bagno", "mi lavo"
      Gallico tardo: lautro "bagno" 
    Proto-kartvelico: *leqw-, *lqw- "sciogliersi" 
      Georgiano: lxv-, lx- "scioglersi" 
      Svano: leqw-, laqw-, lqw- "sciogliersi" 
   Esiti sino-caucasici: 
     Proto-nord-caucasico: *ɦwɨ̆lV / *lɨ̆ɦwV "fiume"; "serbatoio" 
        Avaro: ʕor "fiume" 
        Tindi: reha "sorgente minerale"
        Bezhta: juhi "rigagnolo"
        Lezghi: hül "mare"; "liquido" 
     Proto-basco: *(h)ur "acqua" 
        Basco: ur "acqua"
        Nota: L'etimologia è di Bengtson. 
     Proto-sino-tibetano: *lujH "acqua"; "flusso" 
        Tibetano: lu "terreno pieno d'acqua" 

MAL "giallo" 
  Esiti nostratici:
   Proto-indoeuropeo: *melit "miele" 
      Hittita: maliddu- "dolce"; milit- "miele" 
      Greco: μέλι (méli) "miele", gen. μέλιτος (mélitos
      Latino: mel "miele", gen. mellis 
      Proto-germanico: *miliθ "miele" 
      Proto-celtico: *meli- "miele"
      Armeno: mełr "miele" (gen. mełu)
      Albanese: mjal, mjaltë "miele"       
   Proto-altaico: *male "miele"; "olio vegetale"
      Proto-turco: *bal "miele" (< *mal
   Proto-dravidico: *māl- "intossicato", "bevanda alcolica" 
      (< "idromele")
      Tamil: māl "confusione, intossicazione"; "illusione"  
          māli "vino di palma" 
      Malayalam: māl "confusione"; "malattia mentale" 
      Telugu: mālugu "pigrizia", "accidia" 
      Naiki, Gadba: māl "bevanda alcolica"
      Parji: mēl "bevanda alcolica" 
      Nota: Vedi Starostin.       

MANGANI "scimmia (antropomorfa)" 
  Esiti nostratici:
    Proto-dravidico meridionale: *maŋai "scimmia" 
       Kannada: maŋa "scimmia"
       Malayalam: moŋŋa "scimmia" 
       Tulu: maŋe "scimmia" 
       Koraga: maŋi "scimmia" 
     Proto-dravidico meridionale: *mandi "tipo di scimmia"
        (< *maŋ-di)
       Tamil: manti "scimmia"; "scimmia femmina" 
       Malayalam: manti "scimmia dalla faccia nera"
     Proto-altaico: *mońV "scimmia" 
       Proto-tunguso: *mońo "tipo di scimmia"
         Manchu: moniyo "scimmia giallastra dalla coda corta" 
   Esiti afro-asiatici: 
       Chadico orientale: *mung- "tipo di scimmia"
          Mubi: móŋò "piccola scimmia nera"
Nota: 
La derivazione da man "grande" + gani "scimmia" potrebbe essere un'etimologia popolare.

PASTAR "padre" 
  Esiti nostratici: 
    Proto-indoeuropeo: *pə-tḗr "padre" 
       Latino: pater "padre" 
       Greco: πατήρ (patḗr) "padre"
       Proto-germanico: *faðǣr "padre" 
         Inglese: father "padre"
         Tedesco: Vater "padre"
       Proto-celtico: *atīr "padre" 
         Antico irlandese: athir "padre"
       Sanscrito: pitā, pitar- "padre" 
       Avestico: pitā, pitar- "padre"
       Armeno: hair "padre" (gen. haur < *patros)
    Proto-altaico: *áp`a "padre"
       Proto-turco: *apa (*appa) "padre" 
         Turco: aba "padre" 
       Proto-mongolo: *ab[u] "padre" 
         Buriato: aba "padre"; abgaj "zio paterno" 
       Proto-tunguso: *apa "nonno"; "zio paterno"
    Proto-uralico: *appe "suocero" 
       Finnico: appi "suocero" 
       Ungherese: apa "padre"; após "suocero"
    Proto-kartvelico: *ṗaṗ- "nonno" 
       Georgiano: ṗaṗa, ṗaṗ- "nonno" 
       Mingrelio: ṗaṗu "nonno"
       Laz: ṗaṗuṗaṗul- "nonno" 
     Proto-dravidico: *ap- "padre" 
       Tamil: appu "padre" 
       Malayalam: appan "padre", appacci "padre" 
       Kannada: appa "padre" 
       Telugu: appa "padre"; "madre"; "sorella maggiore"
  Altri esiti: 
    Etrusco: apa "padre"; papa "nonno" 

PISAH "pesce" 
  Esiti nostratici: 
    Proto-indoeuropeo: *peisk- "pesce"
       Latino: piscis "pesce" 
          Italiano: pesce 
          Spagnolo: pez, pescado "pesce"
          Francese: poisson "pesce"
       Proto-germanico: *fiskaz "pesce" 
          Gotico: fisks "pesce"
          Norreno: fiskr "pesce"
          Tedesco: Fisch "pesce"
          Inglese: fish "pesce"
       Proto-celtico: *eiskos "pesce" (< *peiskos
       Pre-sumerico: *peš "pesce" (1)
(1) Deducibile dall'ideografia, dove al simbolo del pesce è attribuito incongruamente questo valore fonetico. Vedi Whittaker: 

TOR "animale", "bestia"  
  Esiti nostratici: 
    Proto-altaico: *t`ṓrV "giovane animale" 
      Proto-turco: *tōrum "giovane cammello"; "giovane vitello"
         Turco (dial.): torum "giovane cammello"
         Turkmeno: torum "giovane cammello" 
         Yakuto: torbos "giovane vitello" 
      Proto-mongolo: *toruj "giovane maiale"
         Buriato: toroj "giovane maiale"
         Ordos: torȫ "giovane asino" 
      Proto-tunguso: *torokī / *torakī "cinghiale" 
    Proto-kartvelico: Georgiano ṭarig- "agnello"

Non ricordo quale linguista americano, di fronte al nostratico ricostruito da Dolgopolsky, disse: "Sarebbe terribile se fosse vero". Il suo terrore crescerebbe a dismisura se sapesse che possiamo stabilire relazioni tra il nostratico e la lingua Enochiana (usata per la magia) e con una lingua di pura invenzione come quella creata da Edgar Rice Burroughs e attribuita a una specie di ominidi scimmieschi! 
Qualcuno dirà che non basta trovare assonanze, bisogna elaborare una tabella in grado di mostrare corrispondenze regolari tra i fonemi. Ribatto dicendo che quando è così grande la profondità temporale delle lingue analizzate, è sempre possibile che si moltiplichino a dismisura le ragioni delle irregolarità.  
Esistono lingue realmente inventate? Oppure chi le inventa attinge in qualche modo a un serbatoio di forme preesistenti? Che spiegazioni possiamo dare di questo fenomeno? Memoria trasmessa per via epigenetica?