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venerdì 29 dicembre 2023

 
HAGAZUSSA - LA STREGA 
 
Titolo originale: Hagazussa - Der Hexenfluch 
Lingua originale: Tedesco 
Titoli: Antico Alto Tedesco (in caratteri runici), Tedesco 
    (traduzioni) 
Paese di produzione: Austria, Germania
Anno: 2017
Durata: 102 min
Genere: Orrore, drammatico 
Tipologia: Film a episodi 
Tematiche: Stregoneria, paganesimo alpino, persecuzione 
Regia: Lukas Feigelfeld
Sceneggiatura: Lukas Feigelfeld
Produttore: Lukas Feigelfeld, Simon Lubinski
Casa di produzione: Deutsche Film- und Fernsehakademie
    Berlin
Distribuzione in italiano: Forgotten Film Entertainment
Musiche: MMMD 
Interpreti e personaggi:
    Aleksandra Cwen: Albrun
    Celina Peter: Albrun bambina
    Claudia Martini: Madre di Albrun
    Tanja Petrovsky: Swinda
    Haymon Maria Buttinger: Parroco
    Franz Stadler: Sepp
    Killian Abeltshauser: Contadino
    Gerdi Marlen Simonn: Martha
    Thomas Petruo: Medico
    Judith Greets: Suora
Episodi:
    Ombre (SCATA - Schatten)
    Corno (HORN - Horn)
    Sangue (BLUOT - Blut) 
    Fuoco (FIUR - Feuer)
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Hagazussa: A Heathen's Curse 
   Francese: Incantations 

Trama: 
L'ambientazione è un luogo molto isolato nelle Alpi Austriache, nel XV secolo. 


SCATA :
Ombre 

Una ragazzina solitaria di nome Albrun vive con la madre, Martha, e fa la pastorella di capre. Un anziano viaggiatore le avverte di tornare indietro, perché nei 12 giorni tra Natale e l'Epifania c'è il pericolo di incontrare la Perchta, una divinità pagana che vive tra le montagne e somiglia a una Befana ostile, violenta. Una notte, alcuni uomini travestiti con pelli di capra e corna si avvicinano alla casa di Martha e Albrun, bussano alla porta, le chiamano streghe e insistono perché vengano bruciate vive. Poco più tardi, la madre si ammala di peste. Un medico e una suora, venuti da un villaggio vicino, scoprono degli orribili bubboni bulbosi e scuri sotto l'ascella della donna. Considerandola troppo debilitata per ricevere ulteriori cure, se ne vanno. Albrun si prende cura della madre, le cui condizioni fisiche e mentali peggiorano rapidamente, culminando in una violenza sessuale ai danni della figlia. La donna corre fuori dalla casa nella notte invernale. Al mattino, Albrun trova il suo cadavere nel bosco, ricoperto di serpenti. 


HORN :
Corno 

Quindici anni dopo, Albrun ha una bambina a cui ha dato lo stesso nome della madre defunta, Martha. Si prende cura delle capre sulle colline, mungendole, producendo formaggio e a volte mostrando intimità con loro mentre si masturba. Porta il latte in città per venderlo, ma viene respinta dagli abitanti, a causa delle loro superstizioni, che li portano ad odiare i pagani (veri o immaginari che siano). La giovane è costretta ad affrontare terribili bulli, che la trattano come una paria, insultandola e sputando a raffica. Le molestie vengono interrotte all'improvviso dall'intervento di una ragazza biondiccia di passaggio, Swinda. Più tardi, questa Swinda si presenta alla baita di Albrun donandole una mela e dicendole che il prete del villaggio vorrebbe parlarle. 
Il sacerdote tratta Albrun umanamente e le spiega che il suo isolamento e il suo allontanamento dagli altri conducono i villici alla tentazione che scaturisce dal sacrilegio. Mentre porge ad Albrun il teschio di sua madre, levigato e ornato, dipinto con fiori e vegetazione, conclude: "Per rafforzare la fede di una comunità religiosa, è necessario che ogni sacrilegio venga purificato". Albrun prende il teschio e lo mette in un angolo della sua casa. Gli fa offerte di fiori e gli colloca vicino una candela. Quando Swinda le fa visita, nota quel resto macabro e se ne va via subito. Nella suo solitudine, Albrun sente voci provenienti dal bosco, tra cui quella di sua madre. I suoni continuano mentre si masturba. Il giorno dopo, cerca di allattare sua figlia, che però rifiuta il capezzolo. 
Più tardi, mentre camminano in montagna con Albrun, Swinda la mette in guardia da "coloro che non portano Dio nel cuore: gli ebrei e i pagani". Aggiunge che "Arrivano di notte e come animali ti rapiscono, e poi qualche mese dopo hai un figlio come loro tra le braccia". Durante il tragitto, Swinda convince un uomo incredibilmente grossolano e grottesco a camminare con loro. Dopo che Swinda gli ha sussurrato qualcosa, lui si gira verso Albrun e l'abbraccia. Swinda getta Albrun a terra, la immobilizza e sussurra: "È disgustoso come puzzate voi streghe, emanate un fetore di marcio". Però inala avidamente. L'uomo scimmiesco inizia quindi a violentare Albrun mentre Swinda la tiene ferma. Più tardi, Albrun torna a casa e scopre che le sue capre sono state tutte rubate tranne una, orrendamente macellata e mutilata. Furiosa, porta un ratto morto alla fonte d'acqua locale per avvelenarla, poi urina sulla carogna del roditore e nel flusso. Ha le mestruazioni ed è febbricitante. Quella notte, Albrun accende una candela e comunica con il teschio di sua madre. 


BLUOT :
Sangue  

Albrun arriva in città con la figlia in braccio e vede molti cadaveri nudi e tumefatti condotti via. È la peste! Un monatto incappucciato trasporta su un barozzo Swinda e il massiccio contadino grottesco. Le loro carogne sono messe in una posizione contorta, quasi come se fossero impegnate in un 69: i piedi incredibilmente puzzolenti dell'uomo, dalle suole annerite, sono a poca distanza dalla faccia di Swinda e fanno penetrare i lezzi schifosi nel suo naso estinto. La scena sembra quasi una proiezione dei supplizi dell'Inferno, che non daranno loro pace per l'Eternità!
Sulla via del ritorno, Albrun si ferma nel bosco e mangia un fungo, una specie di chiodino, che le provoca terrificanti allucinazioni e psicosi violentissime. Nel mezzo del parossismo, la donna entra in un putrido stagno assieme alla figlia, lasciandola annegare. Affonda nell'acqua torbida con gli occhi aperti, in mezzo al sangue.


FIUR : 
Fuoco  

Nella sua baita, mentre Albrun dorme, un serpente le percorre il corpo. Lei si sveglia e, ignorando il rettile, sente la madre chiamarla. Si alza e si avvicina al camino, mentre continua a sentire il respiro affannoso della madre. A questo punto scopre il corpicino della bambina annegata, che aveva portato a casa con sé. Sconvolta, lo immerge nella zuppa che bolle sul fuoco. Con mani tremanti, mangia alcuni brandelli della carne infantile. Presto vomita copiosamente e urla di orrore, mentre la psicosi indotta dal fungo ritorna a scuoterla. Vede la figura spettrale della madre e sente delle risate. Le ombre sui muri sembrano muoversi minacciose, costringendola a fuggire dalla capanna. Nella luce crepuscolare del mattino, con gli occhi resi opachi e ciechi da un glaucoma, Albrun si sdraia e muore sulla cima della montagna. Il suo corpo prende fuoco spontaneamente al sorgere del sole! 

Numero di bambini mangiati: 1. 


Recensione: 
Questo film è la tesi di laurea del regista, produttore e sceneggiatore austriaco Lukas Feigelfeld (Vienna, 1986 - vivente). 
La critica ha accostato con una certa insistenza questa pellicola a The Witch, diretto da Robert Eggers (2015), che parimenti tratta l'argomento della stregoneria. A mio avviso, le somiglianze tra l'opera di Feigelfeld e quella di Eggers si limitano alle atmosfere cupe e ai colori smorti, in alcune sequenze tendenti quasi al bianco e nero. Infatti il film è stato girato in gran parte con luce naturale e in remote località alpine; il regista ha optato per dialoghi minimi e un approccio lento e atmosferico. La struttura narrativa è esile, ridotta all'indispensabile. È opinione comune nel Web che la storia passi addirittura in secondo piano rispetto alla forma (Cotola, 2020). Questo si deve soprattutto al fatto che la protagonista è una donna solitaria, che ha pochissimi contatti con il mondo esterno. In altre parole, manca un complesso contesto familiare.  
La pellicola di Eggers è legata all'iconografia tradizionale della stregoneria, con i Sabba, i patti col Diavolo in forma di caprone nero, il manifestarsi di eventi soprannaturali et similia. Quella di Feigelfeld invece esplora una tradizione abbastanza diversa, fatta di sopravvivenze (vere o presunte) di un sostrato precedente all'introduzione del Cristianesimo nell'arco alpino orientale. Manca del tutto l'elemento della Riforma Protestante, essendo l'ambientazione precedente. Mancano così dispute religiose come quella che ha portato William ad essere espulso con la famiglia dalla sua comunità puritana.  
Come già The Witch, anche Hagazussa - La strega può essere visto servendosi di diverse due chiavi di lettura: quella letterale e quella figurativa. La seconda è quella che permette la migliore analisi, da un punto di vista prettamente razionalistico. Albrun potrebbe benissimo non essere una strega, bensì una donna infelice e con problemi psichici aggravati dalla solitudine, dalla segregazione e dal clima di ostilità che la circonda. Tutto ciò che appare soprannaturale può essere visto come pura e semplice allucinazione indotta da avvelenamento da funghi. Albrun uccide la figlia e compie un atto di cannibalismo perché spinta dalla pazzia e non per comando di un'entità demoniaca realmente esistente. Le voci sono allucinazioni acustiche, ben note alla psicopatologia. La peste che uccide Swinda e il contadino scimmiesco può essere stata causata dal morso di uno scoiattolo, di un ratto o di una lepre - e non da un atto magico di reale efficacia. Non dimentichiamoci che negli Stati Uniti d'America, dove ogni anno si verificano sporadici casi di peste (sia bubbonica che polmonare), il principale vettore del morbo è proprio il morso degli scoiattoli. L'unico fenomeno difficile a spiegarsi è quello dell'autocombustione finale, che avviene sotto il cielo sereno e non può essere ascritta a un fulmine comune. Si può pensare che Albrun, ormai incosciente, sia stata colpita da un fulmine globulare, evento rarissimo ma non del tutto impossibile. 
Tuttavia, se uno spettatore volesse ritenere che Albrun sia un'autentica strega, avrebbe comunque tutti gli elementi per farlo. Questa complessità, che permette diverse interpretazioni tra loro contrastanti, è qualcosa di geniale. 


Etimologia di Hagazussa  

La parola Hagazussa è l'antenato del tedesco moderno Hexe "strega". La forma protogermanica ricostruibile è *χaγatusjō, composto di *χaγō "recinto" e di *tusjō "demonio", con paralleli in celtico e in altre lingue indoeuropee.
 
Etimologia di Albrun 
 
Il nome significa "Runa degli Elfi" o "Segreto degli Elfi". La forma protogermanica ricostruibile è *Albirūnō, composto di *albiz "elfo"  e *rūnō "segreto". È un antroponimo femminile molto arcaico. Gli Elfi, nell'antica tradizione germanica, non erano le creature leggiadre, splendenti e benevole a cui siamo stati abituati dal fantasy: erano esseri maligni che vivevano nei tumuli e che erano ritenuti responsabili, tra le altre cose, della diarrea e della lebbra. 
 
Etimologia di Swinda 
 
Il nome significa "Forte". La forma protogermanica ricostruibile è *Swinþō, da *swinþaz "forte". È un antroponimo femminile molto arcaico. In gotico si ha l'aggettivo swinþs "forte", femminile swinþa. Lo stesso elemento si trova anche nel nome della Regina degli Ostrogoti Amalasunta (gotico Amalaswinþa "Forza degli Amali", trascritto come Amalasuintha, Amalasuntha, Amalasuinda, Amalasuenta). Gli Amali erano la dinastia regnante degli Ostrogoti (estinta con la morte di Teodato nel 536). 

Nota: 
Sono forme un po' arcaiche per il XV secolo.

Curiosità 

Il finanziamento subì delle interruzioni: le riprese furono sospese per un anno a causa di vincoli di bilancio, poiché la produzione inizialmente non ricevette alcun sostegno finanziario da parte di fondi cinematografici tedeschi o austriaci. 

Gli attori hanno recitato le loro battute in una variante dialettale austriaca della lingua tedesca. La colonna sonora è stata composta dal duo dark ambient greco MMMD. 


Altre recensioni e reazioni nel Web 

Alcune opinioni interessanti si trovano nel sito di critica cinematografica Il Davinotti


Daniela ha scritto (2020):
"Figlia di strega, destinata a diventare strega essa stessa...  Con molti punti di contatto con The Witch di cui condivide i toni cupi e l'ambientazione in una società contadina decontestualizzata, questa produzione franco-tedesca [sic] riesce ad essere ancora più scarna e criptica. Per spingere verso il male è sufficiente la crudeltà degli uomini verso i deboli ed i diversi, sorretta dall'ottusità della Chiesa, tanto che il Diavolo può defilarsi fino a diventare un fruscio nella foresta o la conseguenza di un'intossicazione alimentare. Film ostico ma rigoroso, affascinante."
Buiomega71 ha scritto (2021): 
"Cupo, ostico, opprimente e oscuro (come le musiche alla Popol Vuh di Mmmd) viaggio incubotico [sic] che sta tra Dreyer e Herzog, in cui Feigelfeld tocca le corde più disturbanti (in zona zoofilia con la mungitura della capra, la madre che annusa viscidamente la figlia, una minzione su un ratto morto, infanticidi, il vomito, la peste e una sequenza di cannibalismo tra le più insostenibili mai girate) fino a una chiusa suggestiva che sfocia nel soprannaturale. The witch, al confronto, sembra un blockbuster. Vivamente sconsigliato a chi soffre di depressione. Pesantissima l'atmosfera."
Abthonyvm ha scritto (2022): 
"Sarebbe semplicistico considerare l'opera di Feigelfeld come la controparte europea del The witch di Eggers, nonostante gli inevitabili paragoni e gli evidenti punti di contatto: l'orrore dell'austriaco è più rarefatto e intimo, si nutre di solitudine ed emana dai dettagli (i bubboni della madre morente, l'erotismo malato, i teschi), facendosi conseguenza diretta di mali insanabili quali il pregiudizio e l'ignoranza, concretizzandosi in una fuga nefasta nella follia depressiva. Opera non tanto spaventosa quanto disturbante, che si avvale di un'ottima protagonista e un'eccellente OST."
Piuttosto scettico è invece Myvincent, che ha scritto (2021):
"Vita, miracoli e morte di una strega del XV secolo in uno sperduto villaggio alpino fatto di quattro case. Più che un horror, l'ennesima critica a chi fa della diversità uno squallido motivo di conformismo. Purtroppo lo stile è talmente monotono, il ritmo di una noia insostenibile, che il film si fa davvero pessimo. Esercizio di stile fine a se stesso e per di più dai risultati discutibilissimi."

Riporto infine il link alla recensione di C.H. Newell, pubblicata sul sito Father Son Holy Gore


Senza dubbio è interessante, anche se si ravvisa una certa fissazione con temi tipicamente moderni proiettati retroattivamente indietro di secoli. 

lunedì 25 dicembre 2023


THE WITCH

Titolo originale: The Witch: A New-England Folktale 
Stilizzazione: The VVitch 
Lingua originale: Inglese, Enochiano 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Canada,
    Regno Unito
Anno: 2015
Durata: 93 min
Rapporto: 1,66:1
Genere: Orrore, storico, drammatico 
Sottogenere: Stregoneria, culto satanico, dark fantasy, 
    horror psicologico  
Regia: Robert Eggers
Sceneggiatura: Robert Eggers
Produttore: Daniel Bekerman, Lars Knudsen,
    Jodi Redmond, Rodrigo Teixeira, Jay Van Hoy
Produttore esecutivo: Thomas Benski, 
   Jonathan Bronfman, Chris Columbus,
   Eleanor Columbus, Julia Godzinskaya,
   Alexandra Johnes, Sophie Mas, Lucas Ochoa,
   Michael Sackler, Alex Sagalchik, Lourenço Sant'Anna
Casa di produzione: Parts and Labour, RT Features,
   Rooks Nest Entertainment, Maiden Voyage Pictures,
   Mott Street Pictures, Code Red Productions,
   Scythia Films, Pulse Films, Special Projects
Distribuzione in italiano: Universal Pictures
Fotografia: Jarin Blaschke
Montaggio: Louise Ford
Effetti speciali: Max MacDonald, Geoff D.E. Scott
Musiche: Mark Korven
Scenografia: Craig Lathrop, Andrea Kristof,
    Mary Kirkland, Robert Eggers
Costumi: Linda Muir
Trucco: Traci Loader
Interpreti e personaggi: 
    Anya Taylor-Joy: Thomasin
    Ralph Ineson: William
    Kate Dickie: Katherine
    Harvey Scrimshaw: Caleb
    Ellie Grainger: Mercy
    Lucas Dawson: Jonas
    Julian Richings: governatore
    Bathsheba Garnett: strega
    Sarah Stephens: giovane strega
    Wahab Chaudhry: Black Phillip
Doppiatori italiani:
    Lucrezia Marricchi: Thomasin
    Paolo Marchese: William
    Tiziana Avarista: Katherine
    Mattia Fabiano: Caleb
    Anita Ferraro: Mercy
    Lorenzo Virgilii: Jonas
    Oliviero Dinelli: governatore
    Andrea Lavagnino: Black Phillip 
Colonna sonora: 
  1. What Went We (1:58)
  2. Banished (1:52)
  3. A Witch Stole Sam (2:13)
  4. Hare in The Woods (1:30)
  5. I Am the Witch Mercy (1:17)
  6. Foster The Children (1:18)
  7. Caleb is Lost (1:48)
  8. Caleb's Seduction (3:05)
  9. Caleb's Death (5:25)
  10. William And Thomasin (2:39)
  11. William's Confession (4:08)
  12. The Goat And The Mayhem (3:28)
  13. Follow The Goat (1:15)
  14. Witches Coven (2:14)
  15. Isle Of Wight (1:41)
  16. Standish (2:27)
Budget: 4 milioni di dollari US
Box office: 40,9 milioni di dollari US 


Trama: 
New England incubico. Anno del Signore 1630. Il colono inglese William viene bandito da un insediamento dei Puritani assieme alla sua famiglia – formata dalla moglie Katherine, la figlia adolescente Thomasin, il figlio preadolescente Caleb, i giovani gemelli fraterni Mercy e Jonas – a causa di una disputa religiosa. Costruiscono una fattoria vicino a una grande foresta isolata e lì Katherine dà alla luce il suo quinto figlio, Samuel. Le cose vanno male, il raccolto di mais è scarso e cattivo. Mentre è sotto le cure della biondiccia Thomasin, che fa un gioco simile al bubusettete, il piccolo Samuel scompare improvvisamente. Si scopre che una strega ha rapito e ucciso il bambino per usare il suo corpo per creare un unguento magico in grado di permettere di volare. 
Devastata dalla perdita, Katherine trascorre le sue giornate piangendo e pregando. Insistendo sul fatto che un lupo abbia rapito il bambino, William porta Caleb a caccia nel bosco per trovare e uccidere il predatore. Il problema è che all'improvviso Caleb chiede al padre se Samuel, non battezzato, sia andato in Paradiso. William gli spiega che non è possibile saperlo; poi a un certo punto rivela di aver segretamente barattato la preziosa coppa d'argento di Katherine con delle provviste per la caccia. Alla fattoria, i gemelli giocano con il grosso caprone nero di famiglia, Black Phillip, che i bambini dicono parli con loro. Katherine incolpa Thomasin di aver smarrito la sua coppa d'argento e la ritiene responsabile della perdita di Samuel. Quella notte, i bambini sentono i genitori litigare sulla loro possibile morte per fame e progettano di mandare Thomasin a servire un'altra famiglia. 
La mattina dopo, Thomasin e Caleb si intrufolano nella foresta per controllare una trappola. Il loro cane Fowler ("Acchiappapolli") si lancia dietro a una lepre, con Caleb all'inseguimento; il roditore spaventa il loro cavallo, che scaraventa a terra Thomasin e la fa svenire. Caleb si perde e scopre il corpo sventrato di Fowler. Addentrandosi ulteriormente nel folto, si trova davanti una baracca da cui emerge una strega, travestita da giovane donna seducente, che lo bacia. Thomasin si sveglia e trova la strada di casa seguendo la voce di William. Mentre Katherine rimprovera Thomasin per aver portato Caleb nel bosco, William la difende ammettendo a malincuore di aver venduto la coppa e di aver portato Caleb nel bosco per primo.  
Quella notte, Caleb torna alla fattoria nudo, delirante e misteriosamente malato. Katherine insinua che Caleb sia caduto vittima della stregoneria e prega per lui. Il giorno dopo, il giovane è preso da violente convulsioni e vomita un'intera mela, prima di proclamare con passione il suo amore per Cristo e morire serenamente. I gemelli accusano Thomasin di praticare la stregoneria, ma lei a sua volta accusa entrambi per le loro presunte conversazioni con il capro Black Phillip e affronta il padre sulle sue intenzioni di mandarla via. Adirato per il comportamento dei suoi figli, William li rinchiude tutti nella stia delle capre.
Nel cuore della notte, i gemelli e Thomasin si svegliano e trovano la strega, che appare come una vecchia nuda, intenta a bere il sangue di una capra. La creatura malefica si gira verso di loro e ride, prima di attaccare i gemelli, mentre Thomasin osserva terrorizzata. In casa, Katherine ha una visione allucinatoria in cui Caleb e Samuel sono tornati. Prende Samuel e lo allatta; in realtà, ha esposto i seni a un corvo, che inizia a beccarle il corpo. All'alba, William trova la stalla distrutta, le capre sventrate, i gemelli scomparsi e Thomasin priva di sensi con le mani insanguinate. Mentre si muove, Black Phillip lo carica, gli perfora l'addome con le corna e lo uccide. Katherine, sconvolta, incolpa Thomasin di tutto ciò che è successo e cerca di strangolarla. Thomasin in lacrime uccide la madre, per legittima difesa, usando una roncola. 
Rimasta sola, Thomasin entra nella stia delle capre e supplica Black Phillip di parlarle. La capra risponde con voce umana e le offre la vita che desidera. Quando lei accetta, lui si materializza in un bell'uomo vestito di nero, le dice di togliersi i vestiti e di firmare un libro, guidandole la mano. Egli è il Demonio. Accompagnata da Black Phillip nella sua forma di capro, Thomasin nuda entra nella foresta, dove trova una congrega di streghe, anch'esse nude, che stanno celebrando un Sabba attorno a un falò. A questo punto le streghe iniziano a levitare e Thomasin si unisce a loro, ridendo istericamente mentre sale sopra gli alberi. Non ci sono dubbi, anche se siamo di fronte all'ennesimo off-camera: ha ottenuto i suoi poteri dal Capro Nero baciandogli il deretano. Gli ha lambito le emorroidi, gli ha strusciato il naso sullo sfintere e sul perineo, inalando le scariche di gas intestinali sulfurei! 


Recensione: 
La narrazione si basa sulla prima ondata di panico morale che colpì le colonie britanniche in America, causando terrore isterico nei confronti della stregoneria, 62 anni prima dei famigerati processi alle cosiddette Streghe di Salem (Contea di Essex, Massachusetts, 1692). In un ambiente ostile, la coesione tra le persone nel gruppo è fondamentale per la sopravvivenza. Il singolo può certo andarsene di sua volontà o essere bandito dalla comunità, ma si troverà ad affrontare una situazione particolarmente difficile. Questo è proprio ciò che accade a William (il cognome ci è ignoto) e di conseguenza alla sua famiglia. Il regista mostra con capacità magistrali le loro spaventose condizioni di vita, in cui anche cose per noi scontate (le mele, il burro, le finestre di vetro) sono viste come sogni di un passato lontano e sepolto: quello di un'esistenza accettabile in Inghilterra. Un passato che sparisce nell'Oblio, giorno dopo giorno. La stessa luce è malata, i colori sono pallidi, si stemperano quasi in una scala di grigi. La psicologia dei personaggi è così realistica che sembra di essere proiettati in pieno XVII secolo. Una simile opera di ricostruzione ha richiesto senza dubbio sforzi considerevoli. Il risultato lo trovo eccellente. Lo consiglio vivamente a tutti.


Confini labili tra realtà e allucinazione

Eggers ha concepito questo film in modo che possa essere interpretato in due modi: letteralmente, come se la famiglia fosse assediata da vere streghe e forze sataniche, oppure figurativamente, come se la famiglia fosse sprofondata in una psicosi condivisa a causa delle circostanze difficili e delle convinzioni fanatiche. Nel film si trovano piccoli indizi che potrebbero fungere da cause plausibili dietro gli eventi, al di là dell'ovvio soprannaturale, come il cibo contaminato che causa allucinazioni, i desideri sessuali repressi e l'isolamento estremo. Il regista ha affermato che spetta allo spettatore decidere quale interpretazione sia corretta. 
In una sequenza, William è raffigurato mentre tiene in mano una pannocchia marcia di mais, facendo credere allo spettatore che la muffa sia ergot, un fungo che produce un potente allucinogeno, l'ergotamina, che è riconosciuta come causa di visioni molto vivide e di isteria nei casi di stregoneria. Anche se l'ergot cresce sulla segale e su altri cereali, ma non sul mais, si è ben disposti ad accettare questo fatto improbabile come una licenza artistica. 


La lepre demoniaca

Una lepre appare spesso nelle sequenze del film di Eggers, mostrando un comportamento insolito, aggressivo. Nel New England coloniale, la lepre (hare) era considerata una creatura magica a pieno titolo. Era spesso associata alle streghe, sia come "lepre del latte" (milk-hare), a cui la superstizione attribuiva il potere di rubare o rovinare il latte degli animali da fattoria, sia come incarnazione delle streghe stesse, che si credeva potessero trasformarsi in lepri per spiare e influenzare le persone. È difficile tracciare le origini precise di simili credenze, in cui verosimilmente sono confluite diverse fonti, intrecciate in modo profondo nel corso dei secoli. Storie di lepri stregate sono molto comuni nelle tradizioni della Scandinavia e del Galles. All'origine della paura popolare potrebbero esserci fattori biologici. La lepre può essere infetta e trasmettere diverse malattie gravissime, come la tularemia e la peste. Pregiudizi su questi roditori sono riscontrabili già nella Bibbia: la tradizione ebraica considera non kosher la carne di lepre e le attribuisce il potere di far diventare un pederasta l'uomo che la mangia. Altre bizzarre credenze mosaiche descrivono un potere soprannaturale della lepre, quello di generare un nuovo orifizio anale ogni anno!


Il culto del Capro Nero

Nella mitologia dei Baschi, il Capro Nero è una figura comunemente associata al Diavolo. In particolare, l'incontro magico tra streghe è chiamato Akelarre, che in Basco significa "Prato del Capro" (è un composto da aker "capro" + larre "pascolo, prato"). Francisco de Goya dipinse delle streghe e una capra nera nel 1798: l'opera è chiamata El Aquelarre. Il termine Akelarre si diffuse molto con il processo alle Streghe di Zugarramurdi, durante l'Inquisizione spagnola nel 1610, pochi anni prima di quello di Salem. In quella sentenza, alcune donne basche furono ritenute colpevoli di essere streghe e di aver partecipato a riti satanici, in tutto e per tutto simili a quelli mostrati nel film di Eggers, e furono bruciate vive. L'Inquisizione distrusse nel XVII secolo i resti dell'antica religione dei Baschi, che nelle valli più impervie erano sopravvissuti all'introduzione del Cristianesimo (un processo lungo e complesso, tra il IV e il XIII secolo). 
Già nell'Aquitania è attestata in epoca romana una divinità chiamata AHERBELSTE, il cui nome significa "Capro Nero". Il sacrificio di capri e di vittime umane tra i Vascones è menzionato da Strabone. Howard Phillips Lovecraft non avrebbe avuto dubbi: si tratta del Culto di Shub-Niggurath! 

Il canto in Enochiano 

Verso il finale del film, le streghe che celebrano il Sabba intonano un inno in Enochiano. Il testo è quello dell'Undicesiva Chiave, che inizia così: "Oxiayal holdo od zirom o coraxo ds zildar raasy od vabzir camliax od bahal, niiso od aldon  salman teloch ..." ("Il Seggio Possente gemette a gran voce e vi furono Cinque Tuoni che Volarono nell'Est e l'Aquila parlò e gridò con forte voce: Venite via! Ed essi si radunarono insieme e divennero la Casa della Morte ..."). L'intenzione del regista era quella di mostrare un'evocazione in grado di stabilire un contatto con i Morti. In realtà si tratta del testo di una cerimonia funebre. Sarei enormemente sorpreso di trovare anche una sola parola distorta della lingua Enochiana in qualche documento processuale dell'epoca.


Un breve catechismo dei Puritani 

Il catechismo esposto da Eggers è in forma tipicamente dialogica:

William: Sei quindi nato peccatore?
Caleb: Sì. Sono stato concepito nel peccato e nato nell'iniquità.
William: Bene. E qual è il tuo peccato di nascita?
Caleb: Il peccato di Adamo ereditato, cioè una natura corrotta che dimora dentro di me. 
William: Ricordi bene, Caleb. Molto bene. E sai dirmi che cos'è la tua natura corrotta?
Caleb: La mia natura corrotta è vacuità di grazia, propensione al peccato, solo al peccato, e così continuamente.

Segue un drammatico dialogo, densissimo di spunti di riflessione: 

Caleb: Anche Samuel è nato peccatore?
William: Sì. 
Caleb: Come può allora... 
William: Preghiamo che sia entrato nel Regno di Dio
Caleb: Quale malvagità ha commesso?
William: Abbi fede in Dio, Caleb. Non parliamo più di tuo fratello. 
Caleb: Perché? È sparito da sette giorni e poi nostra madre... non pronunciate già più il suo nome.
William: Non c'è più, Caleb.
Caleb: Ditemelo!
William: Dirti che cosa? 
Caleb: È all'Inferno? 
William: Caleb! 
Caleb: Nostra madre non smette di pregare. E se morissi io? E se morissi quest'oggi?
William: Che ti prende? 
Caleb: Ho la malvagità nel cuore. Ho peccato senza perdono!
William: Sei ancora giovane.
Caleb: E se Dio non ascoltasse le mie preghiere?
William: Caleb!
Caleb: Ditemelo! 
William: Ascoltami. Io ti voglio un bene smisurato, ma solo Dio e non l'uomo sa chi è figlio di Abramo e chi non lo è. Chi è buono e chi è malvagio. Vorrei poterti dire che Sam dorme in Gesù Cristo, e che lo farai anche tu. Purtroppo non posso dirtelo. Nessuno può.

Questa è la Dottrina dei Due Semi. Il punto è che è molto vicina al Cristianesimo delle origini, a quanto si trova direttamente nel Vangelo. Queste cose sono ignorate dai settari pelagiani di Comunione e Liberazione, con la loro retorica dell'Avvenimento, dell'Incontro, del Mistero et similia. Essi ritengono, come Pelagio, che l'essere umano non sia reo di nulla, che non esista la Caduta, che la Salvezza venga dalle opere. Piaccia o no, le parole di William sono filologicamente coerenti con quelle di Cristo, mentre il pelagianesimo di Luigi Giussani e dei suoi seguaci non lo è. Chi è più anticristiano, i praticanti dell'Akelarre o i giussanini? I secondi. 

Altre note antropologiche

L'inconsueta ortografia VV per W nel titolo stilizzato è un semplice arcaismo. Va notato che questi segni erano usati come marchi apotropaici, derivati da Virgo Virginum ("Vergine delle Vergini"), un epiteto della Vergine Maria. Era molto diffuso nell'epoca post-medievale del XVII-XVIII secolo. Lo si trova inciso su porte, stipiti, finestre o altre parti di edifici come case e chiese, in genere in luoghi di passaggio. Si hanno casi in cui il segno si trova addirittura in grotte. La funzione protettiva di allontanamento del Male, degli spiriti immondi e della sfortuna, perdurava anche una volta che era andato perduta la memoria dell'origine religiosa. 

I personaggi si accusano spesso a vicenda di "firmare il libro", e un libro viene offerto a Katherine e a Thomasin da Black Phillip, perché sia firmato. Nella teologia dei Puritani, una persona stipulava un patto con il Diavolo firmando, o lasciando il proprio segno, nel libro del Diavolo "con penna e inchiostro" o con il sangue. Solo con tale firma, secondo le credenze dell'epoca, una persona diventava effettivamente una strega e acquisiva poteri demoniaci, come apparire in forma spettrale per fare del male a un'altra persona. 

La scena della morte di Caleb, e il comportamento di Jonas e Mercy mentre è in corso, si basano sui verbali del processo alle Streghe di Salem. I dispositivi legali di quell'orrido contesto consentivano l'uso di "prove spettrali". I testimoni dichiaravano che lo spirito della strega, assumendo la forma di uccelli o animali oltre che di persone, appariva davanti a loro per torturarli, ad esempio pizzicando, pungendo con aghi, mordendo, graffiando, sedendosi sul petto della vittima per impedirle di respirare, soffocandola quando cercava di recitare preghiere e inducendole convulsioni - tutti comportamenti mostrati nel film. 


Curiosità tecniche  

Prima del debutto alla regia di Robert Eggers con questo film, l'autore aveva realizzato solo alcuni cortometraggi. Aveva inoltre scritto una sceneggiatura, che forse non pensava neanche di utilizzare. A sua insaputa, la montatrice Louise Ford aveva passato questa sceneggiatura ai produttori Lars Knudsen e Jay Van Hoy, con cui stava lavorando all'epoca. Eggers fu inorridito da quest'azione invasiva, poiché all'epoca non considerava completa la sua sceneggiatura completa; fortunatamente i produttori la apprezzarono. Gli suggerirono di semplificarne la struttura, che in origine era divisa in cinque atti, ognuno raccontato dal punto di vista di un membro della famiglia. Quattro anni dopo, il finanziamento fu garantito e la pellicola fu realizzata. 

Il film è stato girato formato 1.66:1, che ormai è raro. Il direttore della fotografia Jarin Blaschke ne ha spiegato i motivi, con un linguaggio un po' sconnesso: "Beh, è ​​più senza tempo. È un formato che risale a molto tempo fa. Voglio dire, non si vede molto in 1.85:1 prima, sai, degli anni '50. È un formato che non si vedeva nell'arte fino a tempi molto recenti. Quella qualità senza tempo era attraente. Inoltre, mi sono affidato al mio istinto. Mi sembrava giusto. Aveva anche il vantaggio di poter rendere la casa un po' più claustrofobica e di mostrare più altezza degli alberi che incombevano sui personaggi. E si poteva comunque avere tutta la famiglia nell'inquadratura e farla funzionare"

Stephen King ha dichiarato di essere rimasto terrorizzato dalla visione di The Witch

Il regista ha dichiarato in un'intervista che l'animale più ammaestrato del film è stato la lepre, e che anche il corvo e il cavallo sono stati abbastanza facili da gestire, mentre il caprone Black Phillip a quanto pare è stato particolarmente difficile da addestrare. Una delle scene, quella in cui Black Phillip si lancia e lotta contro il padre di famiglia, non era prevista nella sceneggiatura; tutto è successo in modo spontaneo e basta. 

mercoledì 15 marzo 2023


IL PROFUMO

Titolo originale: Das Parfum. Die Geschichte eines Mörders
Autore: Patrick Süskind
1a ed. originale: 1985 
1a ed. italiana: 1988
Paese di pubblicazione: Germania 
Tipologia narrativa: Romanzo
Genere: Horror, mistero 
Tematiche: Cannibalismo, serial killer  
Lingua originale: Tedesco
Ambientazione: Francia, XVIII secolo (1738 - 1767):  
  Parigi,
  Montpellier,
  Grasse,  
  Plomb du Cantal    
Protagonisti: Jean-Baptiste Grenouille 
Altri personaggi: Giuseppe Baldini, Madame Gaillard,
    Marchese de la Taillade-Espinasse, Antoine Richis,
    Laure Richis, Madame Arnulfi, Dominique Druot 
Editore italiano: TEA, TEADUE, Longanesi 
Traduttore: Giovanna Agabio 
Codice ISBN (1988): 9788850213979
Codice ISBN (1992): 8878193526 
Codice ISBN (2007): 9788850215157
Titoli in altre lingue: 
   Francese: Le Parfum: histoire d'un meurtrier
   Inglese: Perfume: The Story of a Murderer 
   Olandese: Het parfum 
   Svedese: Parfymen – berättelsen om en mördare 
   Basco: Perfumea. Hiltzaile baten historia 
   Spagnolo: El perfume: historia de un asesino 
   Catalano: El perfum: Història d'un assassí 
   Portoghese: O Perfume 
   Polacco: Pachnidło: Historia pewnego mordercy 
   Russo: Парфюмер 
   Lituano: Kvepalai: vieno žudiko istorija 
   Greco: Το άρωμα 
   Turco: Koku 
   Cinese: 香水 
   Giapponese: 香水 ある人殺しの物語

Incipit: 

"Nel diciottesimo secolo visse in Francia un uomo, tra le figure più geniali e scellerate di quell'epoca non povera di geniali e scellerate figure. Qui sarà raccontata la sua storia. Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille, e se il suo nome, contrariamente al nome di altri mostri geniali quali de Sade, Saint-Just, Fouché, Bonaparte ecc., oggi è caduto nell'oblio non è certo perché Grenouille stesse indietro a questi più noti figli delle tenebre per spavalderia, disprezzo degli altri, immoralità, empietà insomma, bensì perché il suo genio e unica ambizione rimase in un territorio della storia che non lascia traccia: nel fugace regno degli odori."

Trama: 

Prima parte:

Parigi. Anno del Signore 1738. Un bambino appena nato viene abbandonato. Sua madre subisce processo per un precedente infanticidio ed è condannata a morte. L'orfano viene chiamato Jean-Baptiste Grenouille ("grenouille" significa "rana"). Dato in affido, si rivela un bambino difficile, tetro e solitario. Viene quindi mandato come apprendista presso un conciatore locale. All'insaputa degli altri, Grenouille ha un olfatto straordinario, che gli conferisce un'incredibile capacità di distinguere gli odori più sottili da complesse miscele, anche a grandi distanze.
Un giorno, dopo aver memorizzato quasi tutti gli odori della città, Grenouille viene sorpreso da una traccia unica. Ne scopre la fonte: una giovane vergine. Affascinato dal suo profumo e convinto di doverlo possedere solo lui, la strangola. Rimane con il suo corpo finché l'odore non lo abbandona. 
Volendo approfondire le sue conoscenze olfattive, diventa apprendista di uno dei migliori profumieri della città, l'anziano Giuseppe Baldini, che ha gestito un'attività di successo grazie a due profumi: uno regalatogli da un parente e uno acquistato da un agente di viaggio. Baldini alla fine si ritrova sempre più surclassato dai profumieri rivali e pensa di tornare a vivere in Italia con la moglie. Tuttavia, Grenouille si dimostra un prodigio copiando e migliorando il profumo di un rivale nel laboratorio di Baldini. Il profumiere gli offre un apprendistato e gli insegna le tecniche di base della profumeria. Vende al contempo le nuove magistrali formule di Grenouille come proprie, risollevando la sua reputazione in declino. Baldini alla fine rivela a Grenouille che esistono tecniche diverse dalla distillazione, che possono essere utilizzate per preservare una gamma più ampia di odori, tecniche che si possono apprendere solo nel cuore dell'arte profumiera, nella regione di Grasse, in Costa Azzurra. Poco dopo, Grenouille decide di lasciare Parigi e Baldini muore nel crollo del suo negozio nella Senna.

Seconda parte: 

Durante il suo viaggio verso Grasse, Grenouille attraversa la campagna e prova sempre più disgusto per l'odore umano. Evitando la civiltà, si trasferisce in una grotta all'interno del Plomb du Cantal, sopravvivendo grazie alla scarsa vegetazione e alla fauna selvatica della montagna. Tuttavia, la sua pace finisce quando, dopo sette anni, si rende conto di non possedere alcun odore. Viaggiando a Montpellier, inventata di essere stato rapito e segregato in una grotta per giustificare il suo aspetto emaciato. Crea un finto odore corporeo con materiali di uso quotidiano, scoprendo che il suo nuovo "travestimento olfattivo" inganna le persone, fruttandogli l'accettazione da parte della società che prima lo emarginava. 
A Montpellier, ottiene il patrocinio del Marchese de la Taillade-Espinasse, Signore di Pierrefort, che lo usa per pubblicizzare la sua teoria pseudoscientifica sull'influenza delle "energie fluidiche" sulla vitalità umana. Grenouille produce profumi che distorcono con successo la propria percezione pubblica, trasformandolo da un miserabile cavernicolo in un patrizio pulito e colto, contribuendo a far guadagnare un'enorme popolarità alla teoria del Marchese. Vedendo quanto facilmente l'umanità possa essere ingannata da un semplice profumo, l'odio di Grenouille si trasforma in disprezzo. Si rende conto che è nella sua capacità di creare profumi descritti come "sovrumani" e "angelici" che influenzeranno in modo senza precedenti il ​​modo in cui gli altri lo percepiscono.

Terza parte: 

A Grasse, Grenouille scopre una giovane donna di nome Laure il cui profumo ha lo stesso fascino della ragazza che ha ucciso in precedenza. Determinato a preservarlo, Grenouille inizia a lavorare come apprendista in un laboratorio e inizia a imparare a conservare gli odori tramite l'enfleurage, determinato a uccidere Laure ed estrarne l'odore. Nel frattempo, uccide altre 24 giovani donne, per esercitarsi a conservare gli odori umani e usarli come base per il profumo che creerà con l'odore di Laure. 
Il padre di Laure, temendo che la figlia venga uccisa, cerca di farla fuggire. Tuttavia Grenouille li segue e uccide anche Laure. Nonostante la sua attenta cura dei dettagli, la polizia riesce a risalire fino a lui. A questo punto i capelli e gli abiti delle sue precedenti vittime vengono tutti rinvenuti nella sua baita vicino a Grasse. Catturato in breve tempo, viene condannato a morte.
Durante il tragitto verso l'esecuzione nella piazza del paese, Grenouille indossa il nuovo profumo che ha creato con le sue vittime. Gli effluvi suscitano immediatamente ammirazione e adorazione tra la folla di spettatori: sebbene le prove della sua colpevolezza siano schiaccianti, gli abitanti del paese gli si affezionano a tal punto da essere convinti dell'innocenza che ora trasuda. Così il magistrato ribalta il verdetto del tribunale e  libera il condannato; persino il padre di Laure è incantato dal nuovo profumo e vorrebbe addirittura adottare l'assassino come suo figlio. Presto la folla è così sopraffatta dalla lussuria e dall'emozione che l'intera città partecipa a un'orgia di massa di cui nessuno parla in seguito e che pochi riescono a ricordare chiaramente. Il magistrato riapre le indagini sugli omicidi, attribuendoli al collega di Grenouille, il corriere Dominique Druot, che viene torturato per ottenere una falsa confessione e impiccato senza cerimonia. In seguito all'esecuzione, la vita torna alla normalità a Grasse. 

Quarta parte: 

L'effetto del profumo conferma a Grenouille l'odio verso le persone, soprattutto perché si rende conto che ora lo adorano. Nemmeno questo controllo assoluto gli dà soddisfazione. Decide di tornare a Parigi, con l'intenzione di morire lì, e dopo un lungo viaggio finisce al mercato del pesce dove è nato. Si versa addosso la bottiglia di profumo che ha creato: le persone sono così attratte da lui che sono costrette a impossessarsi del suo corpo, finendo per farlo a pezzi e mangiarlo. La folla, imbarazzata dalle proprie azioni cannibaliche, che ammette di aver compiuto un "atto d'amore".

Recensione: 
Senza dubbio Il profumo è tra i più grandi capolavori della letteratura tedesca del XX secolo. Il suo successo è stato mondiale. Tradotto in 40 lingue, è diventato un bestseller da 20 milioni di copie.  
Lo stile del romanzo fonde fantasia e finzione con informazioni fattuali. Si sovrappongono due linee narrative distinguibili: l'elemento fantastico, quasi fiabesco, è veicolato dall'olfatto soprannaturale di Grenouille, mentre le circostanze socio-storiche della trama costituiscono l'elemento realistico, con le loro descrizioni naturalistiche dell'ambiente, della produzione di profumi e degli omicidi. Il linguaggio evoca immagini sensoriali vivide, quasi febbrili: collega tutte le attività cognitive con il senso dell'olfatto, ingigantito, rappresentato dal modo in cui il protagonista percepisce il mondo esterno. 
Grenouille è un personaggio monomaniacale. La mania che lo domina è dovuta al suo genio. Il suo genio, a sua volta, è di natura maniacale. Grenouille non può fare a meno di "seguire sempre il suo naso". Sembra che il suo innato e preponderante senso dell'olfatto abbia ostacolato lo sviluppo di tutti gli altri sensi, rendendoli addirittura superflui, fino a provocarne l'atrofia.
Jean-Baptiste Grenouille è autistico. Da un lato, il linguaggio comune non gli basta più per ciò che egli percepisce olfattivamente, dall’altro, il mondo al di là di esso, caratterizzato da astrazioni "soprattutto di natura etica e morale", gli è e gli rimane estraneo per tutta la vita, dal punto di vista concettuale e di conseguenza anche da quello linguistico. 
Jean-Baptiste Grenouille è uno psicopatico. Non possiede la benché minima traccia di empatia. Per lui sopprimere una ragazza è un atto irrilevante, come se fosse una lucertola o un insetto. Tutto questo ricorda in qualche modo l'allucinante storia di un santo che da giovane aveva ucciso e sventrato una donna incinta soltanto per la curiosità di vedere cosa ci fosse dentro (se la memoria non mi fallisce, tale perla dell'agiografia è stata riportata da Emil Cioran). 
Chiunque sia giunto fin qui nella lettura di queste mie note, è pronto ad immergersi in un mondo che ai moderni parrebbe allucinante, in cui tutto puzza, in cui tutti puzzano. Persino il Re puzza, come un animale selvaggio. Persino la Regina puzza, come una capra vecchia. Detto questo, auguro a tutti buona immersione nelle feci e nella sozzura del XVIII secolo! 

Una Bibbia cannibalica! 

Armin Meiwes, il Cannibale di Rotenburg, era particolarmente fissato con il romanzo di Süskind, che considerava un vero e proprio testo sacro dell'antropofagia. Aveva tratto proprio da questa fonte l'ossessione del cannibalismo come "atto d'amore", che viveva in modo assoluto, totalizzante. Riporto a questo punto una sintesi dell'accaduto, da me redatta anni fa. 

"L'uomo di Rotenburg ha agito in modo singolare, adescando un passivo masochista in sommo grado che si eccitava alla sola idea di essere stuprato, macellato e mangiato. Descritto come omosessuale coprofago, proclive ai piaceri della prostituzione, afflitto da turbe psichiche ed avvezzo all'automacerazione fisica (fonte: Wikipedia), questo infelice si chiamava Bernd Jürgen Brandes ed era entrato in contatto con il cannibale rispondendo ad un annuncio pubblicato su una bacheca virtuale. “Spero che mi troverai gustoso”, aveva scritto Brandes a Meiwes, o almeno, questo è stato riportato in seguito dai mass media. Il carnefice ha avuto così l'occasione, incontrata la sua vittima ad un appuntamento, di soddisfare al contempo tutte le sue pulsioni, sessuali, sadiche e culinarie: ha fatto sesso sfrenato con lui, quindi lo ha evirato mentre era in erezione e gli ha messo in bocca i genitali recisi dopo averli fatti saltare in padella nell'olio incandescente, facendoglieli mangiare in quella che può essere descritta soltanto come celebrazione di un'eucarestia satanica. Poi gli ha portato una manciata di barbiturici e una bottiglia di whisky, mentre il sangue colava dalla ferita uranica che era stata aperta in mezzo alle gambe. Il passivo aveva ingoiato senza indugio i sonniferi bevendo il distillato fino a perdere conoscenza. Constatata la sua morte in seguito a quest'ultimo rito di un'occulta religione demoniaca, Meiwes aveva iniziato a macellare il corpo, ottenendo così l'occorrente per una serie di banchetti tiestei. Quando infine è stato scoperto ed arrestato, è sorto un grave problema per le autorità: un reato specifico di cannibalismo non era compreso nel codice penale, al massimo chi si cibava di un morto avrebbe potuto essere imputato di vilipendio a cadavere. Condannato in primo grado ad otto anni per omicidio preterintenzionale, il cannibale di Rotenburg in seguito è stato destinato all'ergastolo, l'accusa essendogli stata commutata in omicidio volontario."  

Pseudoscienza del XVIII secolo

La pseudoscienza non è una cosa moderna come in genere si crede: esisteva già secoli addietro. In estrema sintesi, il Marchese de la Taillade-Espinasse crede che il suolo sia la sorgente della morte. Ogni malattia e decadenza, così come l'esito finale dell'esistenza, secondo la sua teoria ha come causa proprio la vicinanza fisica con la terra. Per contro, allontanandosi dalla terra e vivendo in alta quota, ad esempio sulla sommità di una montagna, si previene la malattia e si ritarda la morte. Anche la dieta ha grande importanza per il Marchese: se i tartufi sono pestilenziali, visto che crescono nel terriccio, mentre la carne dei piccioni ha l'effetto di un elisir di lunga vita! A tal punto arriva il delirio da attribuire particolari virtù al ragù ottenuto da anatre catturate in volo e al grano coltivato in alta quota. Volendo sperimentare in prima persona la validità della sua architettura pseudoscientifica, il Marchese de la Taillade-Espinasse, poco dopo la scomparsa di Grenouille, si inoltra in una regione impervia per vivere da eremita sul Pic du Canigou. Il progetto del nobiluomo si scontra con la durezza estrema della realtà, così la morte giunge rapidamente a ghermirlo. 

Etimologia del cognome Grenouille

L'origine ultima del cognome Grenouille è dal latino rānucula "ranocchia", "piccola rana", diventato in francese antico renoillegrenoille, quindi in francese medio renouille, grenouille. La consonante iniziale g- è di origine espressiva, non etimologica. Si noti il cambiamento della pronuncia nel corso dei secoli. Il francese antico (g)renoille rima con l'italiano moglie. La pronuncia moderna del francese grenouille è /gʁe'nuj/.
La parola originale latina rāna "rana" ha dato invece origine al francese raine, ormai obsoleto e usato soltanto in Louisiana. 

Possibile ispirazione del nome 

Il nome del protagonista potrebbe essere stato ispirato al profumiere francese Paul Grenouille. Nel 1879, in seguito all'apertura di una profumeria di lusso, cambiò il suo cognome in Grenoville, probabilmente per evitare il pubblico dileggio: all'epoca esistevano moltissimi bulli pestilenziali che si attaccavano anche a queste cose. 

Possibile ispirazione del modus operandi 

Secondo alcuni, la storia vera del serial killer spagnolo Manuel Blanco Romasanta (Esgos, 1809 - Ceuta, 1863), noto anche come "Uomo del Sego" o "Uomo-lupo di Allariz che uccise una decina di donne e bambini, vendette i loro vestiti ed estrasse il loro grasso corporeo per produrre sapone, assomiglierebbe per certi versi ai metodi usati da Grenouille. Se devo essere sincero, non ci vedo molto in comune. Profondamente diverso era il movente: mentre il protagonista del romanzo di Süskind è mosso dal desiderio di eternare il profumo di certe donne, Rosamanta era convinto di essere colpito da una maledizione che lo condannava alla licantropia e lo spingeva a uccidere. Questo dichiarò al giudice: "La prima volta che mi trasformai fu sui monti di Couso. Mi imbattei in due lupi dall'aspetto feroce. Caddi improvvisamente a terra e iniziai ad avere convulsioni, mi girai tre volte e pochi secondi dopo ero un lupo. Fui in giro a fare prede con gli altri due per cinque giorni, finché non tornai nel mio corpo, quello che vedete oggi davanti a voi, Vostro Onore. Gli altri due lupi vennero con me, e io li credevo anch'essi lupi, trasformati in forma umana. Erano di Valencia. Uno si chiamava Antonio e l'altro Don Genaro. Anche loro erano maledetti... attaccammo e mangiammo diverse persone perché eravamo affamati." Si è poi scoperto cosa ha innescato la monomania licantropica in Rosamanta: da giovane era stato perseguitato ferocemente dai bulli, che lo ritenevano "effeminato". Gratta un serial killer e troverai un adolescente fragile perseguitato dai bulli! 

Etimologia del cognome Arnulfi 

Dei cognomi che ricorrono nel romanzo, ho trovato particolarmente interessante Arnulfi, portato dalla datrice di lavoro di Grenouille. Deriva dal nome del capostipite, Arnulf (il suffisso -i è un genitivo latino fossilizzato). Ecco l'etimologia: 

Protogermanico: *Arnuwulfaz 
Significato: Lupo-Aquila 
   *arnuz "aquila" + *wulfaz "lupo" 

Duole vedere tante rovine dell'antico mondo germanico, abbandonate e prive di qualsiasi comprensione del significato da parte della popolazione di lingua romanza! 

L'adattamento cinematografico 

Tom Tykwer ha diretto Profumo - Storia di un assassino, uscito nel settembre 2006. Tra gli interpreti segnaliamo Ben Whishaw nel ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, Dustin Hoffman nel ruolo di Giuseppe Baldini e Alan Rickman nel ruolo del sindaco Richis. Si erano interessati al soggetto anche registi del calibro di Martin Scorsese, Stanley Kubrick, Ridley Scott e Miloš Forman. Tuttavia Süskind concesse la liberatoria solo nel 2001 e nel frattempo tutti questi progetti erano già andati a monte. Si riporta un fatto notevole: nel 2006 Patrick Süskind non si presentò neanche alla prima del film di Tykwer, che provvederemo a recensire in un'altra occasione.

lunedì 23 gennaio 2023

Viaggio in Eschaton 

Sono solo in una navicella progettata per resistere a qualsiasi aggressione astrale. Lo scafo è stato plasmato in una lega biometallica di un vivo color carminio. I motivatori e i motori non sono composti da parti distinte e funzionano seguendo principi fisici sconosciuti a qualsiasi civiltà umana. Attraverso un oblò osservo rapito l'orrore esterno. Gli Alberi di Gonostra fioriscono di bruchi. Gemmano nella tenebra, rischiarandola con i loro colori sgargianti. Seguendo funzioni di accrescimento frattale, le larve germogliano voraci espandendosi come cancri dai tronchi. Crescendo divorano le spore che galleggiano nell'etere nero, e producono altre larve dal loro dorso. Si generano strutture simili a mostruose chiome di gorgoni, che arrivano ad essere grandi come galassie. Giunti al limite estremo, questi esseri si spaccano, si scindono spargendo i loro piccolissimi semi per milioni di anni luce, iniziando nuovi cicli di colonizzazione. 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 21 ottobre 2006)  

sabato 21 gennaio 2023

Occhi di falena 
  
Il robot ibrido si muove con lentezza esasperante, destando non poco nervosismo nei torvi scienziati giapponesi accalcati nel laboratorio... 
Un sottile velo di ormoni femminei fa all'improvviso palpitare le antenne biologiche dell'organismo cibernetico, connesse tramite fibre ottiche a un microchip che codifica l'impulso sessuale. Il processore si mette in moto... Le membra meccaniche insettoidi si muovono con crescente prontezza, e inizia l'inseguimento della preda. Il Signor Okahata ammicca soddisfatto ai suoi collaboratori. Rabbrividisco. La mia mente si volge ancora una volta agli Abissi di Abyabp, matrice di Pseudovita... 

Marco "Anares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 22 luglio 2006) 

martedì 17 gennaio 2023

La Caverna delle Scimmie 

È un luogo abominevole in cui ogni speranza in una umana utopia svanisce, scardinata dalla brutale evidenza della vera origine della Vita. L'archeologo incespica, incapace di reggersi in piedi per lo spettacolo raccapricciante che appare alla sua vista non appena illumina quei diabolici recessi con la sua torcia. Un immenso cimitero di primati... Montagne di scimmie morte in vari stadi di decomposizione si innalzano dovunque come macabre stalagmiti. Tutto è mescolato alla rinfusa, dallo scheletro al cadavere di pochi giorni. Le specie rappresentate sono molteplici: scimpanzé, gorilla, babbuini, ma anche varietà sconosciute, che nessun tassonomo ha mai studiato. È un incubo ad occhi aperti. Dalle masse di carne marcescente si levano lezzi infernali e nuvole di mosche, e i reflui colano confluendo in veri e propri ruscelli di putredine scura. Il fetore è tale da impedire l'esplorazione degli antri più interni. Procedendo tra cagnotti e carcasse, lo studioso arriva fino al centro di quel sacrario maledetto. Lì si estende un lago nero. Sulla riva uno scimpanzé si muove seguendo ritmi ipnotici davanti a una colossale locusta di pietra, e dai suoi gesti sembra che sia in adorazione della mostruosa statua. La debole luce proiettata dalla torcia permette di distinguere la sua sagoma come in un teatrino cinese degli orrori. Attende la morte pregando il Demiurgo del Morbo, colpito da una forma di inesplicabile furore mistico... 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 30 settembre 2006)

domenica 15 gennaio 2023

Un luogo orribile

Chiamato Nodaaums. Mi ci trovo senza sapere perché, come se vi fossi stato trasportato in una notte illune, rapito attraverso una porta dimensionale. Il cielo sembra fatto di inchiostro. La sola luce si diffonde da alcune fioche lampade al neon, ed è aggredita dalla tenebra. Sono nudo e confuso, su un molo spettrale. A poco a poco i miei occhi si abituano a quell'oscurità, quel tanto che basta per vedere il mare: una distesa di un liquido nero e denso che sembra petrolio. Sono colto da tremende vertigini nell'osservare le onde imponenti e pesanti che agitano la superficie di veleno. Un forte vento si alza, gelido. Sono del tutto indifeso. Percepisco qualcosa di malvagio in quell'improvviso fortunale. Cerco inutilmente un riparo e mi dirigo verso la terraferma. Scorgo le rovine di un edificio cubico fatto di grandi blocchi di marmo. Dal suo interno emana ORRORE. Rotaie arrugginite mi fanno pensare che un tempo potesse essere una stazione. Il vento aumenta ancora e trascina via cumuli di rifiuti. Le mie capacità empatiche mi fanno precipitare nel panico, come se miliardi di vite umane stroncate dal ferro urlassero simultaneamente in me. 

Marco "Antares666" Moretti
(blog connettivista Cybergoth, 25 settembre 2006)

venerdì 13 gennaio 2023

Il lato oscuro della Luna 

Impenetrabile e duro nero punteggiato di stelle, che come piccoli pugnali trafiggono le retine... I tre astronauti procedono con grande cautela in avanscoperta di quel desolato e sconosciuto scenario. Potenti fari fendono la tenebra del mondo morto e senz'atmosfera. All'improvviso vicino al cratere si rivela al campo visivo un dettaglio inaspettato. Gli astronauti compiono grandi balzi, favoriti dalla gravità lunare, ma ben presto si accasciano a terra, soverchiati da un indicibile campo d'orrore... È come se da quelle rocce irradiasse tutto l'abominio dell'universo... Una sensazione di atroce desolazione li divora, li getta nel panico senza che ci sia una spiegazione plausibile... Fattisi coraggio, i tre riescono alla fine a vincere quel soprannaturale senso di oppressione e raggiungono il punto che ha attratto la loro attenzione. Con incredibile stupore scorgono qualcosa di IMPOSSIBILE: i raggi dei loro fari illuminano la spettrale sagoma del relitto di un caccia bombardiere tedesco della II Guerra Mondiale... 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 17 dicembre 2005)

mercoledì 11 gennaio 2023

Due scimmie decapitate 

Giacciono sul tavolo operatorio. Lo scienziato getta nell'inceneritore la testa di una e il corpo acefalo dell'altra. Poi immerge le due parti rimaste in una soluzione vitale che impedisce ai tessuti di decomporsi, mantenendoli vivi a livello cellulare, pur essendo ogni loro sinapsi inattiva. Nessun impulso elettrico attraversa le ramificazioni dendritiche. La testa di scimmia e la scimmia acefala prescelte per l'Esperimento sono a detta di tutti morte. Nessuna autorità religiosa osa sostenere il contrario, e un notaio attesta legalmente la cosa con un sigillo di ceralacca. Ecco che dopo un anno lo scienziato ritorna su questo insano progetto, determinato a distruggere una volta per tutte la Teoria Tomistica della Sostanza... così monta la testa mozzata sul busto dell'altro animale, saldando con pazienza ogni singola terminazione nervosa e rigenerando le cicatrici neurali con flussi dosati di nanorobot. Poi inietta il sangue artificiale nelle arterie, nelle vene, e con un elettrostimolatore dà la scocca fatale al cuore... Pochi istanti dopo la scimmia ibrida APRE GLI OCCHI, e il suo sguardo abissale è animato da aliene scintille di ODIO... 

Marco "Antares666" Moretti
(blog connettivista Cybergoth, 15 dicembre 2005) 

lunedì 9 gennaio 2023

CHIOME IN FIAMME 

La Cometa d’Orrore è in massimo avvicinamento. Emana bagliori di morte azzurrognola dal suo cuore che come un secondo sole bianco acceca le genti, facendo impallidire ogni altra luminaria celeste. Le folle sono in fermento, e ognuno ode nel profondo della sua anima un sinistro stridore di dannazione. La coda di quel messaggero di devastazione è triplice e la sua lunghezza occupa metà della volta celeste, seminando veleno. L’aria tremola, una fatamorgana che impedisce di focalizzare bene i dettagli del mondo visibile. Palazzi fatui vibrano in quella densa atmosfera alterata dal mortifero portento cosmico. Il cuore dei coraggiosi e dei temerari diviene all’improvviso vile. Il cuore dei vili scompare, ed essi supplicano di ricongiungersi ai vermi nel terriccio. Tutte le donne incinte abortiscono. Tutti i sacerdoti si suicidano dopo aver urlato la vanità della loro fede, capendo di colpo chi è il vero Signore dell’Universo. Tutti i potenti battono i denti in preda al terrore, e baratterebbero un’eternità di cancro pur di sfuggire al presente. Dzadara viene! Dzadara è adirato! Il Regno del Caos avvolge tutto con i suoi tentacoli, portando la dissoluzione di ogni struttura sociale nel fango della Cosmonemesi. Nulla potrà sottrarsi alla Morte Cometaria, all’estremo strale sidereo! Il chiarore innaturale dissolve le nubi come effimera neve estiva, riducendole a cernecchi sfilacciati in una lettiera di carboni ardenti. Un rombo lontano echeggia nel labirinto e nei cunicoli uditivi delle masse come un urlo arcano, un tremendo clamore che preme su milioni di timpani, simile a un martello assassino su un’incudine dolorante.  Non sono suoni, ma fluttuazioni che si propagano dalla ferita nel tessuto stesso dell’universo, dal Continuum oscenamente lacerato. Fili di flogisto indaco si dipartono da ogni cosa, richiamando esili saette screziate, finché a tutti è chiaro cosa sta accadendo. I capelli della gente cominciano a prendere fuoco! Lingue di un rosso mai visto prima a memoria d’uomo lambiscono ogni testa nello sfrigolio di una frusta neuronica permanente! I peli bruciano incapaci di consumarsi in quell’infernale etere, parassiti di plasma che agiscono su ogni centro del dolore amplificandone la follia fino al parossismo prigoginico. Come vermi incorruttibili su una stufa al calor bianco, le membra delle genti si contorcono in quell’apoteosi di aberrazione, in quella dilatazione del flusso temporale in una fornace sempiterna. Le urla salgono al cielo, salgono fino al cuore della Cometa come fulmini che danzano su un oceano di crani! Mani ritorte e contratte in crampi cercano in tutti i modi di strapparsi la pelle, di liberarsi di quel supplizio, senza riuscire a trovare la presa. Artigli che scavano invano nelle carni, volti contratti in abominevoli maschere orrorifiche. Fiori incandescenti si muovono al ritmo di tempeste di raggi X durissimi, corpuscoli trascinati nell’Orizzonte degli Eventi di un buco nero che divora miliardi di galassie moribonde. Si possono distinguere tutte le sfumature di un caleidoscopio cromatico alieno in un’orgia sinestetica di disperazione che filtra in ogni singolo quanto di materia. Poltiglia quarkionica vibrante nello stato di massima entropia. Gli esseri umani sono nudi, tuffati nelle profondità solari senza poter morire! Cosa resterà quando il Principe della Cometa sarà passato? Una distesa di cenere inerte? Il brodo primordiale scomposto nei suoi costituenti prebiotici? Un mare senza confini di basalto fuso? Oppure gli stessi elementi senza vita rimarranno intrappolati per sempre in quell’atrocità escatologica, in quella metànoia satanica, in quello straziante Cantico dell’Assurdo? 

Sulla cima dell’arido e pietroso monte Aramonth, l’Eremita osserva la Consumazione dei Secoli, lo scatenarsi delle Forze di Maspigand, distinguendo ogni dettaglio del mondo come se fosse fornito di una vista telescopica. Lui che è stato rifiutato dalla società degli umani, ora gode di un privilegio inatteso, ora gongola nello spettacolo capace di dare senso a un’intera esistenza di privazioni e di umiliazione. Avvolto da un’aureola di fuoco, l’Uomo di Dio si lascia trasportare da un’ebbrezza infinita che trasforma il dolore della combustione in gioia selvaggia. Ogni istante della sua gioventù nella Città dell’Edonismo gli ritorna alla memoria, e sente i risolini di scherno delle giovani donne copulanti. Sente l’egoista felicità delle coppie che ostentavano le loro effusioni nei bistrot e sulle camminate lungo i navigli adorni di fiori variopinti e di afrodisiache fragranze. Percepisce nella sua empatia espansa ogni attimo del piacere di quei petali e di quei pistilli in umido congiungimento, mentre a lui tutto è stato sempre negato. Portatore di un’antica lebbra, erede di una cultura perseguitata, non gli era rimasta altra alternativa che cercare rifugio nelle caverne per sfuggire all’eccessivo dolore. Ora sa finalmente di aver seguito la via giusta, quella che così a lungo gli era parsa soltanto un percorso di dannazione su accidentati dirupi. I suoi piedi nudi si erano tante volte lacerati su quegli spuntoni rocciosi del Deserto senz’Acqua! Ora tocca all’Acqua bruciare! Quelle puttane, quei corrotti che le insozzano, adesso si consumano insieme nel tormento! Invidioso, così lo hanno chiamato innumerevoli volte mentre lo vedevano vagare avvolto in abiti laceri. Inetto, perdente, questo gli dicevano, scientemente crudeli. Lo definivano uno sconfitto nella lotta della biologia, nell’agone spermatico per propagare questa corrotta prigionia nel lurido carapace carnale. Così è sempre stato definito da uomini di affari e politici. Quei boia non facevano questo in quanto spinti da profonde convinzioni filosofiche, ma soltanto perché pareva loro di sentirsi vivi, soltanto avendo qualcuno da disprezzare e da tagliuzzare con oscuro sarcasmo. Mostravano denti e contraevano i diaframmi, ratti glabri e immondi che si sollazzano nella fogna della vita gaudente. Così l’Eremita intona la sua canzone della rivincita contro il genoma brulicante: “Finalmente la loro base è sradicata, il loro seme cancellato! La loro arroganza è un guscio vuoto sotto il calcagno del Giusto! Dzadara avvolge i miei antichi aguzzini nel suo abbraccio crematorio! Questo istante non è solo il più felice della mia intera esistenza terrena, ma di milioni e milioni di vite passate migrando da un involucro corporale all’altro, umano o animale! Questo è il punto terminale della mia Caduta dai Cieli! Questo è il Giorno del Ritorno! Nessuno potrà più farmi pentire di esistere sfoggiando le sue immonde vesti di muscoli, di ossa e di sangue”. Quasi in risposta alle sue turbolente correnti dell’anima, il Buco nel Cielo si apre. Ha l’aspetto di un uomo di ferro, talmente nero che gli stessi fotoni vi affondano senza speranza di poterne uscire. Sembra calare su ogni cosa, anche se i contorni nitidissimi sono immobili. Gelido, inumano, duro nel suo manto metallico di nero stellare, è l’uscio ipergeometrico che dà su un piano di esistenza di una vastità atroce e non euclidea. Quella sfida alla luce è la sua meta, il nero astro che spezzerà ogni suo limite, ogni suo vincolo termodinamico. Fiducioso, l’anacoreta esiliato vi ascende fiammeggiante e in esaltazione, lasciandosi ogni cosa alle spalle senza rimorsi né rimpianti. Anche il grido delle città dannate gli è giunto a noia, perché ha cose più importanti da fare. Sotto la sua ombra fluttuante le chiome sono torce inesauribili e i grattacieli miraggi, ma lui non se ne cura affatto, perché quello è il Momento Perfetto: dopo aver vissuto il respiro degli Eoni sta per tornare a casa. 

Marco "Antares666" Moretti 

sabato 7 gennaio 2023

L’ARTIGLIO DEL NULLIFICO 

Discendo da una casata nobiliare che ha sempre sostenuto la religione dei Ferengal. A causa delle frequenti unioni tra consanguinei che si sono succedute nel corso dei secoli, ho ereditato un carattere ipereccitabile, lunatico e incline alla paranoia. Dato l’obbligo di nascondere la propria professione religiosa alle potenze del mondo, la mia stirpe è sempre vissuta in uno stato di costante angoscia. In passato il Re perseguitava i Ferengal e i loro credenti con tale acrimonia da condannarli ad essere bruciati vivi a fuoco lento; per fortuna da secoli questo non è più il costume, ma sanzioni pesanti sono ancora in vigore. La più grave delle condanne è l’Intoccabilità. Se filtrasse qualcosa al di fuori delle mura domestiche, tutto sarebbe perduto. Lo stato feudale, le nostre ricchezze, la nostra rispettabilità sociale. Mia madre, mio padre, i miei zii, mia sorella, i miei primi cugini, tutti diventerebbero degli Agoth, evitati e disprezzati persino dai servi. Per quanto mi riguarda, la maledizione non potrebbe arrecarmi un così grave pregiudizio, essendo io già sepolto in questa tomba segreta e traendo il poco fiato a me necessario da una cannuccia fatta passare in un’intercapedine invisibile dall’esterno. 
Dovrei andare con ordine nel narrare le mie disgrazie a beneficio dei soli spiriti dell’Etere: nessun essere vivente di figura anche vagamente umana potrebbe ora raccogliere la mia eredità. Ma esiste sempre la speranza che il rantolo della mia agonia possa trasmigrare in un altro universo, ripetuto dalle voci delle larve dei morti per essere finalmente captato da un apparecchio elettromagnetico, trascritto e consegnato ai posteri. 

Ricordo il laboratorio del dottor Ansinaskar, in cui avvenivano quei pericolosi esperimenti mesmerici che mi hanno condannato. Quel luogo sinistro era da anni il funto focale di tutta una comunità di cosiddetti Spiriti Liberi, gente che riteneva ogni forma di religione una cariatide della preistoria e che si adoperava per la sua sostituzione con un panteismo indifferenziato. Dal canto mio, cercavo nelle sedute ipnotiche del dottor Ansinaskar la soluzione di un arduo enigma intellettuale: anche se non potevo farne esplicita menzione, intendevo trovare prove che confermassero o smentissero la dottrina della reincarnazione tipica della Fede dei miei Padri. 
Avrei dovuto ascoltare gli ammaestramenti dei miei e tenermi alla larga da un simile covo di empietà, ma all’epoca ero spinto dagli ardori di una gioventù scapestrata e ribelle, cosicché ogni volta che mi si ammoniva io ero spinto a far tutto l’opposto. 
Durante una seduta particolarmente drammatica, fui sottoposto al fluido mesmerico e qualcosa entrò in me. Vidi un’ombra scorrere vicino alle imponenti lampade di peltro che emanavano la loro lugubre luce nella grande sala. Seguendo i movimenti di quell’entità spettrale, ebbi l’impressione di assistere a una caccia. Un predatore stava balzando sulla preda. Quando il concetto fu chiaro nella mia mente, compresi che la preda ero proprio io: quella cosa entrò dentro di me. Cominciai a parlare… 
Rammento ancora ogni dettaglio di quella cruciale esperienza, con una precisione sconosciuta ai ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza. Avevo cessato di essere nel mondo che aveva visto la mia nascita. La mia identità era diversa. Pensavo e parlavo con la massima naturalezza in una lingua sconosciuta, le cui bizzarre parole sono riuscito a trattenere nella mia mente. Il mio nome era Edgar Allan Poe. 
All’improvviso fui certo di avere un corpo fisico, potei toccare il mio volto con mani che non riconoscevo come mie. Una nebbia impenetrabile rendeva invisibile ogni cosa intorno a me. Camminavo senza meta, barcollando in preda a un orrendo delirio. Mi sembrava di aver bevuto fin quasi a morirne un qualche liquore intossicante che a tratti mi ritornava in bocca con aspri rigurgiti. Le articolazioni mi dolevano, come se qualcuno mi avesse colpito a randellate e fossi a malapena riuscito a sfuggire a gravi fratture. Non ne potevo più del sordo dolore che gravava sulle mie membra martoriate. Le forze mi stavano venendo meno. Mentre pensavo qualcosa, accadde un fatto che mi lasciò sconvolto. Un vento gelido soffiò via la nebbia, mostrando un cielo alieno, atroce, con una luminaria bianca che brillava nel manto nero della notte come un teschio ghignante. 
Ritornai in me urlando come un ossesso. E forse ero proprio questo: un posseduto dai demoni. Un dolore simile a quello di una pugnalata mi squarciò il cranio, solo a fatica riuscii a riconoscere le persone che mi stavano intorno. Dissero che avevo a lungo delirato in una lingua composta prevalentemente da parole brevi e impastate, una favella incomprensibile mai udita da orecchio umano. 
Quando ci si desta da un sogno, ogni dettaglio tende a sfocarsi e alla fine svanisce nel nulla. Solo eccezionalmente si riesce ad imprimere qualche vicenda onirica nella memoria. Ancor più raro è che parole udite tra le brume oniriche possano conservarsi per più di qualche istante alla luce della coscienza vigile. Invece a me accadeva di poter parlare, sapevo come identificare correttamente ogni oggetto servendomi di quell’idioma astruso. Di più, cominciai a farmi portare fogli di carta e ad esercitarmi a scrivere. Che assurdità: quella lingua non si scriveva come la nostra, tramite alcune centinaia di geroglifici, ma servendosi soltanto di ventisei semplici caratteri, più o meno corrispondenti ai suoni emessi dalla glottide. Una cosa davvero stravagante. Cercai di parlarne con mio cugino Khlarn, che mi derise sonoramente. Temendo di esser preso per folle, non feci più menzione ad alcuno di quello che rimase il mio segreto. Dipinsi con inchiostro nero i caratteri che formavano il mio nome arcano. Non senza fatica tracciai su un foglio color crema tre parole: “Edgar Allan Poe”. 
Avevo vissuto i peggiori istanti della vita terrena di un uomo che ora si confondeva con il mio essere. “Ne sono certo”, pensai, “Esistono innumerevoli mondi abitati da umani, come il nostro”. Qualche dettaglio emerse dall’oscurità. Mi vedevo intento a scrivere un racconto intitolato “The Black Cat”, ossia “Il gatto nero”. Era una storia terribile che parlava di un uomo che in preda all’ebbrezza finiva con l’uccidere sua moglie a colpi d’ascia per poi murarla insieme a un gatto nero in una cripta. 
Cercai di trascrivere il racconto, ma fui colto dalla confusione ed accantonai ben presto il progetto. La mia fronte bruciava di febbre. Non stavo affatto bene, così decisi di mettermi a letto. Fu quello l’inizio di una lunga malattia. Il medico di famiglia disse che era una febbre maligna e che molto difficilmente l’avrei superata. Per quanto il mio corpo sudasse e ribollisse, non per questo la mia mente smetteva di funzionare. Anzi, nella compressione e nell’infiammazione dell’encefalo, raggiungevo una saggezza mai vista prima tra le genti. Ogni tanto, quando le forze me lo permettevano, mi mettevo a sedere sul letto e trascrivevo alcune delle mie illuminazioni. 
Questo ad esempio scrissi nel giorno 257 dell’anno 1758 dalla Grande Unificazione: “Il nostro oscuro mondo, che i miei simili stoltamente reputano essere il solo esistente, non possiede luminarie celesti visibili come il mondo di origine di Edgar Allan Poe. Di giorno, un vago chiarore rischiara le eterne coltri di nubi, di notte regna incontrastato l’Abisso. Un anno si definisce come il tempo che intercorre tra il Giorno del Drago, il più lungo del ciclo e il Giorno del Lupo, in cui quasi non c’è luce. Il motivo di questi cicli era però finora un mistero imperscrutabile. Ora so quello che tutti i sapienti ignorano: c’è una grande lampada oltre quelle nubi grigie a volte calme e a volte vorticose che intristiscono e consumano gli umori dell’umanità.” 
Quando i miei venivano a trovarmi, nascondevo con cura i miei scritti sotto il cuscino. Ma tanto a loro non interessavano i miei vaneggiamenti. Mia zia mi disse che pregava il Vero Dio, Balagon, affinché confondesse i demoni che mi stavano divorando. Per i Ferengal tutto l’universo fisico è opera del Demonio, Beylghilflar, e il Vero Dio non ha alcun potere sugli elementi terreni; si dice però che in alcune circostanze possa proteggere gli Spiriti caduti nella prigionia della materia. 
Sempre avvolta nel suo nero abito da Perfetta, mia zia usciva molto raramente dalla sua cella, e sentiva che presto avrebbe abbandonato la vita terrena astenendosi da ogni cibo. Mi salutò, dicendomi che probabilmente quella sarebbe stata l’ultima volta in cui qualcuno l’avrebbe vista viva. Rimasi molto scosso dalle sue parole. 
Contro ogni previsione, accadde che proprio nel Giorno del Lupo di quell’anno di sciagure, cominciassi a stare meglio. Il nuovo ciclo del tempo coincise con la mia convalescenza. Diminuirono febbri e sudori, e nel giro di dodici giorni fui in grado di riprendere le mie attività. 
Con più folle audacia che buon senno, ripresi a frequentare il laboratorio del dottor Ansinaskar. Non volevo ammettere con me stesso che stavo giocando con il fuoco, che stavo sfidando quegli stessi demoni che molto a malincuore avevano mollato la presa dei loro artigli, lasciandomi indebitamente libero. Non seppi essere grato al Vero Dio della recuperata salute, anzi, sfidai lo Spirito immischiandomi con gente sacrilega e materialista. Fu in una delle prime sedute di quell’anno 1759 che conobbi una bellissima fanciulla. Mi colpì tanto la sua eterea bellezza che decisi di farne la mia sposa. Si chiamava Vlensild, ed era la figlia del Duca di Kutughar. Fui subito attratto dalle sue chiome bionde, lunghissime e lisce, dai suoi occhi cerulei, dalle sue membra delicate ed esili, dal candore marmoreo della sua pelle tanto sottile da lasciar intravedere l’azzurro delle vene. 
Cominciai a corteggiare la nobildonna. Bruciavo d’amore per lei, tanto che ogni giorno senza di lei mi sembrava un supplizio. Contavo di chiederla presto in sposa, anche se non sapevo come far mandare giù questo amaro boccone alla mia famiglia. Tutti erano infatti concordi nel definire il matrimonio meretricio, lupanare infetto e opera di Beylghilflar. L’unione carnale era possibile solo all’interno della stirpe e al solo scopo di trasmettere la Fede dei Ferengal fino alla Fine dei Tempi. Stando a questa logica, avrei dovuto unirmi a una mia cugina o meglio ancora a mia sorella. Era inammissibile un matrimonio d’amore, perché proprio l’amore era riconosciuto come Male Assoluto. Inoltre il padre di Vlensild, il Duca Hasturk, odiava mortalmente i Ferengal, e i suoi antenati ne avevano bruciati vivi molti. La religione dell’eterea Vlensild era quella del Regno Unificato, la ripugnante Om Bohokhrift, ossia un culto idolatra dei demoni e dei vampiri. 
Se avessi continuato nella mia insana passione per una donna della stirpe di Kutughar, discendente proprio dai più feroci carnefici dei miei correligionari, mi sarei macchiato di una tale infamia che sarei stato rinnegato ed escluso dal Sacramento del Fuoco. Persino mia madre mi avrebbe maledetto, e stando ai dogmi dei Ferengal sarei stato dannato in eterno. Come fare? 
Preso in una morsa, scisso e conteso tra le mie necessità e quelle della mia famiglia, non osai prendere la decisione di far morire la cosa sul nascere, come avrei invece dovuto fare. Continuai a blandire la mia adorata, e presto arrivai ad avere da lei il permesso di poterle baciare le mani. Accostare le mie labbra a quella pelle mi faceva quasi svenire dall’emozione: non avevo mai potuto toccare una donna una sola volta in vita mia prima di allora. 
I miei sospettavano che le mie continue uscite notturne nascondessero qualcosa di turpe. Quasi prevedendo un futuro nefasto, mio padre mi ammonì, dicendo che avrebbe ricevuto con minor pena la notizia della mia morte, piuttosto che quella di una mia azione disonesta. Mi disse altresì che se proprio non potevo fare a meno di peccare, meglio sarebbe stato giacersi con una donna prezzolata che con una prostituta legittima: nel primo caso il male non sarebbe durato oltre l’avventura. 
Non diedi ascolto a nessuno di questi saggi consigli e insistei con il mio amore proibito per la figlia del Duca Hasturk. Era una cosa grossa, se appena ci avessi pensato avrei capito che non aveva il minimo senso bramare di unirmi nella carne a lei: sarebbe stato come copulare con l’assassina dei miei cari. 
Il profumo della pelle di Vlensild mi inebriava e mi faceva perdere ogni cognizione. Così accadde che una notte, appena usciti dalla riunione nel laboratorio di Ansinaskar, lei mi prese da parte e mi baciò in bocca. Sentii la sua lingua e la assaporai. Tutto accadde come per automatismo. Lei si spogliò, mostrandomi qualcosa che non avevo mai visto. Non potei resistere. Mi guidò all’atto con mille impudicizie, così fornicai con lei e finii con l’emettere il mio seme nel suo ventre. 
Stavo tornando a casa in carrozza, quando un dolore insopportabile mi annientò. Era come se mi avessero conficcato una lama all’interno della scatola cranica per poi scoperchiarmi e mettere a nudo il cervello. Ebbi la sensazione che un corvo si fosse posato sulla mia fronte per immergere il becco nella materia grigia sanguinolenta. Vedendo in che stato ero, il cocchiere mi sorresse, non senza fatica, e mi trascinò fino al castello. Quello che sarebbe seguito non potevo far altro che accettarlo. 
Sapevo di non poter evitare la riunione di famiglia. Con il mio comportamento stravagante avevo troppo spesso minacciato di valicare i limiti ultimi dei tabù che gravavano sulla mia stirpe. Le mie frequentazioni non erano passate inosservate, così mia madre aveva riunito il parentado al completo per tenermi una predica. Forse mentre ero privo di sensi avevo rivelato qualcosa di cruciale, perché quando entrai nella grande sala, vidi che le espressioni di tutti erano funeree come non le avevo mai viste. Mio zio Gasthn, che era l’Anziano dei Perfetti, mi fissò a lungo. Non leggevo commiserazione nei suoi occhi, ma qualcosa di molto più tremendo. Se fossi morto, in fondo sarebbero stati felici per me: avrei abbandonato l’involucro corporale e avrei potuto conseguire una migliore rinascita. No, quello non era il mio funerale. Mi guardavano come se avessi subìto la Condanna Eterna. 
Mia madre prese la parola. Mi disse, col tono più grave, che quanto avevo fatto era tanto perverso ed infame che nulla poteva purificarmi. Il mio commercio carnale con la figlia di un persecutore comportava una colpa tremenda e rivelava in pieno la mia natura diabolica. Non ero un Figlio della Luce, ma un Figlio di Beylghilflar. Non avrei potuto perciò abitare più nella dimora avita, non avrei più potuto turbare la santità di quei luoghi che avevano dato ai Ferengal tanti Perfetti. Fu così che fui allontanato, ma con tutte le garanzie che il mio rango terreno comportava davanti agli occhi dei principi di questo mondo. Non avrei avuto di che lamentarmi. Mi fu concesso di abitare nel castello di Altoghand e mi fu assegnata una notevole rendita, purché conducessi la mia esistenza lontano dagli altri membri della famiglia. 
Altoghand si trovava oltre un territorio desolato. Era un luogo impervio e isolato, in cui sorgeva un’imponente dimora turrita costituita da enormi blocchi di basalto nero. In passato l’avamposto era servito ai Ferengal come rifugio dalle persecuzioni. La strada per raggiungere la fortezza si prestava a trappole micidiali e poteva essere interrotta in più punti, tagliando fuori ogni tentativo di invasione. Io sapevo i sentieri segreti che mi avrebbero permesso un viaggio relativamente sicuro, evitando le morene e i punti più franosi. In attesa di ultimare i preparativi per il trasloco, andai ad abitare in una locanda che si trovava non lontano dal laboratorio del dottor Ansinaskar. Passò qualche mese senza che potessi rivedere la mia amata Vlensild. Mi fu detto che non stava bene e che il suo augusto genitore le aveva revocato il permesso di uscire come aveva saputo che frequentava il Circolo dei Mesmeristi. 
Sentivo che prima o poi mi sarei imbattuto in un ostacolo insormontabile. Quando finalmente lei si fece viva, una notte in cui il gracchiare dei corvi sembrava rivelare sintomi di natura turbata, per poco non persi i sensi dalla gioia. Mi disse che era fuggita eludendo la sorveglianza delle guardie ducali e che di certo i suoi l’avrebbero presto cercata. Quello che aggiunse mi diede un tremito ancora maggiore. La fornicazione che c’era stata tra noi l’aveva resa gravida. Se l’avessi presa con me, si sarebbe concessa in matrimonio e saremmo vissuti insieme per il resto delle nostre vite. Con il cuore che mi palpitava in gola accettai. 
Andammo in un tempio della religione Om Bohokhrift e giurammo fedeltà reciproca davanti a uno dei suoi stregoni. Una cerimonia riservata che si svolse in gran fretta e col favore della notte per paura che i sicari del Duca potessero rintracciarci. Quando il sacerdote benedisse la nostra unione aspergendoci di sangue sacrificale, potei finalmente baciare la sposa. Sollevai il suo velo nero e accostai le mie labbra alle sue. Ora che la mia Vlensild era incinta avevo un’immane responsabilità. Le credenze ereditate dai miei stabilivano infatti che una donna morta in quello stato sarebbe stata destinata ad ardere in eterno nel fuoco nero degli Inferi. Anche se contemplando i suoi bellissimi occhi e il suo radioso sorriso non potevo credere che quanto asserivano i Ferengal fosse vero, non sapevo trovare un solo argomento razionale per escluderne a priori la possibilità. Pensai che troppe volte le cose più incredibili accadono. Chi l’avrebbe mai detto che le diavolerie faalu del dottor Ansinaskar mi avrebbero reso incerto persino della mia identità? Eppure era accaduto. Non potevo correre rischi. 
Il grigio lucore del giorno iniziava appena a filtrare dalla coltre di nubi chiamata cielo, quando partimmo in carrozza per Altoghand. Non c’era più il cocchiere della mia famiglia, e anche il veicolo non era lo stesso. Mio cugino Khlarn non aveva esitato ad accaparrarsi dei beni tanto importanti, così avevo comperato una carrozza nuova, più modesta ma funzionale, e avevo affittato un conducente tramite il gestore della locanda in cui alloggiavo. 
Il viaggio proseguì per tre giorni e tre notti, con soste limitate al minimo indispensabile per cambiare i cavalli. Raggiunti i confini della pietraia, ci toccò proseguire a piedi. La strada non era abbastanza larga perché un veicolo potesse percorrerla. Mia moglie propose di assoldare una guida, ma io sapevo di non poter rivelare la strada che intendevo percorrere. Se lo avessi fatto, sarei stato costretto ad uccidere la guida una volta arrivati. La cosa mi ripugnava al punto che opposi alla richiesta di Vlensild un netto rifiuto. Le dissi che sarei bastato io per difenderla da ogni insidia, e cha avrebbe dovuto togliersi quel ridicolo abito nuziale che ancora indossava. Lei si limitò a sistemarsi la veste in modo che non desse troppo fastidio e ribatté che avrei dovuto condurla nel castello così addobbata, come da tradizione Om Bohokhrift. Mio malgrado fui costretto a cedere. Nonostante la mia baldanza, dovetti riconoscere che la strada fu lunga e difficile. In certi punti vidi distintamente ombre guizzanti che si agitavano. Mi parve anche di sentire dei versi strazianti che lì per lì non fui capace di interpretare. In ogni caso erano inquietanti e mi fecero venire la pelle d’oca. Non erano lupi, sembravano più felini. 
Mentre procedevamo, meditai amaramente sulla mia breve esistenza. Avremmo dovuto restarcene tagliati fuori dal mondo per molto tempo, e non era garantita la nostra sopravvivenza. A quanto ne sapevo restava nella dimora di Altoghand un solo custode assai in là con gli anni. Non era possibile avere alcuna assistenza medica. Ogni malattia poteva condurci alla morte. Quello che non volevo ammettere era che non avevamo alcuna scelta. Esplorai il mondo alternativo da cui tanto avevo imparato, per vedere se le conoscenze di Edgar Allan Poe avrebbero potuto essermi d’aiuto. Niente da fare. L’Edgar Allan Poe che ero diventato mi evocava una gran quantità di vicende turbinose e confuse. Per quanto potessi capire, il mondo dalle grandi luminarie celesti era più complesso del nostro, ma nella sostanza non troppo diverso. “La stessa gretta miserabile umanità dovunque”, sogghignai sardonico. 
Quando giungemmo al castello di Altoghand sospirai di sollievo. Dopo tanta sofferenza avevamo il nostro nido d’amore a portata di mano. Ci ero stato soltanto una volta, quando ero ancora un infante. Adesso le mura del maniero mi sembravano ancor più scure e minacciose, forse perché la decadenza era nel frattempo proseguita apportando nuove corrosioni. Un muschio grigio nerastro si insinuava dovunque, intaccando i blocchi di roccia, che pure avrebbero dovuto essere incorruttibili. Dovunque volgessi gli occhi notavo asperità lebbrose e rivoli di umidità. 
Percorsi il ponte sul fossato dall’acqua zeppa di fetide alghe. Mi feci coraggio e sollevai il pesante batacchio che serviva ad avvisare della presenza di visitatori. Lo mollai, facendolo cozzare contro una spessa lastra di bronzo che ornava il portone. Il suono rimbombò a lungo, diffondendosi in echi spettrali. Dopo pochi minuti di attesa, il custode venne ad aprire e ci accolse degnamente. 
Presi Vlensild e la sollevai, piegandomi alle costumanze della sua religione. La sua corporatura era tanto esigua che non mi fu difficile farle attraversare la soglia senza toccare terra. Ci rinfrescammo e ci rifocillammo, ma lei non volle sentire ragioni: pretendeva di indossare quell’osceno sudario pagano durante l’accoppiamento. Avrei dovuto spiegarle che tanto, visto che avevano commesso peccato e che lei portava in grembo un demonio, il matrimonio poteva dirsi già più che consumato. Invece assecondai la sua immonda lascivia. Dopo che si fu lavata, si denudò completamente e si rimise l’abito nuziale. Io non vedevo l’ora di possederla. Siccome si trovava in stato di gravidanza, mi pregò di prenderla da dietro, per non urtare troppo i miei preconcetti sulla procreazione. Solo l’idea mi produsse una violenta eccitazione. In cambio la presi di nuovo tra le braccia e la sollevai. Le avrei fatto varcare la stanza nuziale senza il minimo contatto col pavimento. Il custode prese una torcia da una parete e ci fece strada. 
Vlensild non si aspettava che la stanza fosse in realtà una cripta. Era naturale che fosse così: essendo ogni forma di sesso detestata dai Ferengal, doveva essere consumato nel sottosuolo, dove Balagon non avrebbe mai potuto assistere alle sconcezze dei suoi figli caduti dal Cielo. La luce tremolante della torcia illuminava le pareti di quell’inferno ctonio, mettendo in evidenza ogni tanto delle strutture ad arco fatte di mattoni e di calce. Non potevo dire alla mia sposa che lì dentro erano state murate vive delle persone. Quando ero un bambino, mia zia mi raccontava sempre che spesso ad Altoghand si sentivano i lamenti dei morti, anime dannate rinchiuse in recessi angusti per le loro innominabili colpe. Sarà stata la suggestione, ma proprio mentre ci pensavo udii un verso raccapricciante. Adesso lo riconobbi: era l’urlo di un felino rabbioso. 
Chiesi a Vlensild e al custode se avessero sentito nulla, ma loro negarono. 
La camera da letto sembrava in tutto e per tutto un sepolcro. Il grande letto era tutto nero e coperto da un baldacchino dello stesso colore. Ai quattro angoli della stanza c’erano altrettanti sarcofagi in marmo massiccio, ornati da sculture di scheletri grotteschi. Le macabre figure sembravano modellate nel burro, tanta era la maestria con cui erano state intagliate. Dalle orbite dei teschi l’oscurità sembrava irradiare, il nero del marmo era come una lampada che divorasse la luce. Alzai gli occhi al soffitto. Sembrava di essere in un ossario: tutto era stata ricoperto da resti umani ripuliti. Persino i lampadari erano formati da spine dorsali e da decine di teschi deformi. 
Una torcia ardeva ad ogni angolo della camera, assicurando una fioca illuminazione. Non perdemmo tempo. Mia moglie si mise sul letto sulle ginocchia e sui gomiti dopo aver alzato la nera veste nuziale. Mi parve di vedere un’ombra guizzare, ma non ci feci caso. Ero pieno di libidine, così misi allo scoperto la mia virilità e iniziai a possederla come lei desiderava. Ancora quel dannato, indescrivibile verso! Era evidente che l’anziano servitore aveva permesso a qualche gatto di vivere nel castello. Adesso gli infelici animali erano in calore e si dilaniavano. Nonostante la paura e il disagio che quelle bestie mi mettevano, il mio ardore non diminuiva. Vlensild gemeva di piacere. L’indomani avrei dato disposizioni perché quelle bestie immonde fossero cacciate via o uccise. Meglio uccise, conclusi. 
Un rumore nuovo mi vece balzare sul chi vive. Questa volta sembrava che un grande vaso fosse caduto e si fosse rotto in mille pezzi. Ancora i gatti. Accidenti a loro, così non potevo andare avanti. Mi tirai fuori dalla mia adorata e mi incamminai verso l’ingresso. Presi una torcia e mi affacciai al corridoio. Uscii per vedere cosa stava succedendo. Proprio in quel momento accadde la sciagura. Un sibilo intensissimo, come una freccia di acciaio che fendesse l’aria. Poi l’urlo agghiacciante di Vlensild. Fortissimo, senza fine. Entrai e quando vidi ciò che stava accadendo i capelli mi si rizzarono come gli aculei di un istrice. Un piccolo gatto nero come la notte era balzato sul volto di mia moglie, dilaniandolo crudelmente con i suoi artigli affilati come rasoi! Aveva la testa piccolissima, con le orbite scavate al cui interno non si vedevano gli occhi, quasi fossero nere ferite nel bitume. Il corpo inarcato mostrava il pelo eretto, gli artigli scavavano negli occhi e nel volto di Vlensild, che ormai era del tutto cieca. Non riuscivo a reagire, ero paralizzato dal terrore, i muscoli mi erano diventati talmente rigidi che mi sembrava di essermi trasformato in un blocco basaltico. Il felino demoniaco era solido, ma al contempo sembrava che la sua sostanza fosse ombra condensata. Non era un essere naturale! Quando potei assumere di nuovo il controllo sul mio corpo, la mia Vlensild amatissima era stata uccisa. Ciò che seguì, avvenne in una frazione di secondo. Il gatto dell’Inferno girò il muso verso di me, preparandosi a balzare. Non avevo tempo di pensare, scattai e fuggii a precipizio per il corridoio, stando bene attento a non mollare la torcia. Corsi ed urlai fino ad esaurire il fiato nei polmoni. Mi accorsi che il custode non c’era: aveva pensato bene di dileguarsi, o forse Beylghilflar se lo era preso prima di esigere mia moglie in tributo. Le ombre balzavano dietro di me, i versi dei felini crebbero in intensità e in numero. Mi girai per un attimo indietro, solo per vedere la piccola figura di uno di quel mostri catapultarsi a mo’ di proiettile. Aprii un portone e lo chiusi, mentre i miei persecutori si accanivano contro l’inatteso ostacolo. Mi fermai a riposare un po’. 
Proprio quando sembrava tutto finito, con orrore mi resi conto che c’era un altro felino che saliva da una rampa di scale. Mi precipitai in un corridoio laterale, fino a giungere a un vasto salone dove si trovavano le catacombe. Nelle pareti erano scavati molti loculi in cui potei distinguere di sfuggita resti di ossa e di marciume. Il tanfo dei secoli mi avvolse e mi saturò. Come se la mia mano fosse guidata da una potenza soprannaturale, puntai la torcia verso il centro della stanza, scoprendo una botola che conduceva nel sottosuolo. Mi infilai dentro e mossi la pesante lastra quadrata di marmo per occludere il passaggio. Ero in una tomba. Dovetti sdraiarmi, perché non c’era molto spazio. La fiamma morente illuminò i corpi consunti di alcuni uomini rinsecchiti, di cui si erano conservate alla perfezione le barbe canute. Cercai in tasca e trovai qualcosa di molto utile: la cannuccia che mi serviva per inalare i vapori delle erbe aromatiche. Vidi una crepa nei pressi della lastra marmorea e vi infilai la cannuccia, quindi estinsi in tutta fretta il fuoco. Ecco, avevo trovato la mia ultima dimora. Fuori centinaia di felini impazziti cozzavano contro la botola nel tentativo di entrare: non potevano smettere, semplicemente non potevano. 

Così concludo questa narrazione, sapendo che viaggerà a lungo nell’Ade prima di giungere a destinazione. Per quello che mi riguarda, è solo questione di tempo e avrò la Cattiva Fine che mi sono meritato. Nel terrore assoluto, fino all’ultimo. 

Marco "Antares666" Moretti,
pubblicato nell'antologia del concorso letterario Una Penna per Poe (2010), indetto dal blog edgarallanpoe.it e dal sito La Tela Nera. 
L'ebook, non più disponibile, era scaricabile gratuitamente a questa pagina: