Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post

domenica 24 marzo 2024

 
PROFONDO ROSSO 
 
Lingua originale: Italiano, inglese 
Lingue frammentarie: Ebraico
Paese di produzione: Italia 
Titolo in inglese: Deep Red
Anno: 1975
Durata: 127 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Orrore, thriller, giallo 
Regia: Dario Argento
Soggetto: Dario Argento, Bernardino Zapponi 
Tematiche: Infanzia deviata, sadismo  
Sceneggiatura: Dario Argento, Bernardino Zapponi
Produttore: Salvatore Argento, Angelo Iacono
Produttore esecutivo: Claudio Argento
Casa di produzione: Rizzoli Film, Seda Spettacoli
Distribuzione in italiano: Cineriz
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Franco Fraticelli
Effetti speciali: Germano Natali, Carlo Rambaldi
Musiche: Giorgio Gaslini, Goblin
Scenografia: Giuseppe Bassan
Costumi: Elena Mannini
Trucco: Giuliano Laurenti, Giovanni Morosi 
Arredatore di scena: Armando Mannini 
Manager di produzione: Angelo Iacono 
Assistente alla regia: Stefano Rolla 
Reparto sonoro: Nick Alexander, Mario Faraoni
Controfigure: Giorgio Ricci 
Camera a mano: Ubaldo Terzano
Assistente operatore: Antonio Annunziata, Antonio Tonti 
Continuità: Vivalda Vigorelli
Interpreti e personaggi:
    David Hemmings: Marcus Daly (1)
    Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
    Gabriele Lavia: Carlo
    Macha Méril: Helga Ulmann
    Eros Pagni: Commissario Calcabrini
    Giuliana Calandra: Amanda Righetti
    Glauco Mauri: Professor Giordani
    Clara Calamai: Madre di Carlo
    Geraldine Hooper: Massimo Ricci (2)
    Furio Meniconi: Rodi
    Nicoletta Elmi: Olga, la bambina fulva sadica
    Liana Del Balzo: Elvira
    Piero Mazzinghi: Signor Bardi
    Jacopo Mariani: Carlo da bambino
    Salvatore Baccaro: Fruttivendolo
    Salvatore Puntillo: Poliziotto 
    Fulvio Mingozzi: Agente Mingozzi 
    Bruno Di Lula: Uomo preoccupato in bagno 
    Gianni Di Segni: Rabbino 
    Attilio Dottesio: Fiorista 
    Tom Felleghy: Chirurgo 
    Lorenzo Gobello: Spettatore al teatro 
    Tullio Lutrario: Spettatore al teatro 
    Glauco Onorato (ruolo non attribuibile)
    Pietro Oro: Spettatore al teatro; tipografo
    Mario Pascucci: Bibliotecario
    Simone Santo: Fiorista 
    Giordana Serra: Spettatrice al teatro
    Franco Vaccaro: Pietro Valgoi
(1) Spesso citato dalla critica come "Marc" o "Mark"
(2) Una donna interpreta l'amante omosessuale di Carlo.
Doppiatori originali:
    Gino La Monica: Marcus Daly
    Isa Bellini: Madre di Carlo
    Renato Cortesi: Massimo Ricci
    Corrado Gaipa: Rodi
    Emanuela Rossi: Olga, la bambina fulva sadica
    Wanda Tettoni: Elvira 
Titoli obsoleti: 
    La tigre dai denti a sciabola 
    Chipsiomega
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Rosso - Die Farbe des Todes 
    Francese: Les Frissons de l'angoisse 
    Spagnolo: Rojo oscuro 
    Portoghese (Portogallo): O Mistério da Casa Assombrada 
    Portoghese (Brasile): Prelúdio Para Matar 
    Olandese: Bloedlink 
    Polacco: Głęboka czerwień 
    Russo: Кроваво-красное 
    Serbo: Tamno crveno   
    Lituano: Sodriai raudona 
    Lettone: Dziļi sarkans  
    Estone: Tumepunane 
    Ungherese: Mélyvörös 
    Finlandese: Verenpunainen kauhu 
    Greco (moderno): Βαθύ κόκκινο 
    Turco: Derin Kırmızı 
    Giapponese: 
Budget: Non documentato
Box office (Italia): 3,7 miliardi di lire italiane 
Box office (USA): 629.903 dollari US
Box office: 2,9 milioni di dollari US

Colonna sonora: 
 1. Profondo Rosso (4:56)
 2. Death Dies (4:42)
 3. Mad Puppet (5:50)
 4. Wild Session (4:59)
 5. Deep Shadows (5:46)
 6. School at Night (2:05)
 7. Gianna (1:52)

Trama: 
Anno del Signore 1956. Durante le feste natalizie in una casa di famiglia, una figura invisibile ne accoltella a morte un'altra. La lama insanguinata cade a terra ai piedi di un bambino.
Vent'anni dopo, a Roma, il professor Giordani presiede un convegno di parapsicologia con la medium Helga Ulmann. Helga è improvvisamente sopraffatta dai pensieri "contorti, perversi e omicidi" di qualcuno tra il pubblico. Parlando più tardi con Giordani, la donna afferma di credere di poter identificare questa persona, ignara che qualcuno la stia ascoltando dall'ombra.
Più tardi quella stessa notte, una figura in guanti neri invade l'appartamento di Helga e la uccide con una mannaia. Il pianista jazz inglese Marcus Daly assiste all'omicidio dalla finestra mentre passa e si precipita nell'appartamento, trovando il cadavere mutilato. Dopo l'arrivo della polizia, in Marcus si fa strada la netta sensazione che uno dei dipinti dell'appartamento sia scomparso, anche se non riesce a individuare con precisione quale. 
I media identificano Marcus come testimone oculare e mostrano la foto scattata dalla giornalista Gianna Brezzi. La mattina dopo, Marcus si reca a casa del suo amico Carlo, un alcolizzato, ma trova solo la sua eccentrica madre, Martha, che sembra dimostrargli un certo interesse. Quella stessa notte, l'assassino fa ascoltare la registrazione di una canzone per bambini fuori dalla porta di casa di Marcus, che riesce a chiudere la porta evitando l'ingresso dell'intruso; sente tuttavia il roco sussurro: "Prima o poi ti ucciderò". Gianna si sente in colpa per aver messo in pericolo Marcus scattandogli una foto, così inizia ad aiutarlo nelle indagini. 
Marcus racconta l'accaduto a Giordani, che ha incontrato al funerale di Helga. Giordani, notando che anche la sensitiva aveva accennato di aver sentito una canzone infantile durante la sua visione, si ricorda di un libro di folklore moderno che descrive una casa infestata non distante, dove a volte si sente una canzone infantile. Marcus trova il libro di folklore in biblioteca. Preso da un moto di teppismo, strappa una pagina con una foto della casa e progetta di saperne di più andando a trovare l'autrice del volume, Amanda Righetti. Tuttavia, l'assassino, che ha tenuto d'occhio Marcus, aggredisce Amanda e la annega atrocemente nell'acqua bollente prima che Marcus arrivi. 
Marcus usa la foto per trovare l'enorme casa abbandonata. Sotto il cartongesso scopre un inquietante murale: un bambino che tiene in mano un coltello insanguinato sopra un cadavere. Dopo che se ne va, un pezzo di cartongesso si stacca, rivelando un'altra figura nel disegno. Nel frattempo, Giordani, che ha aiutato Marcus nelle indagini, viene ucciso dall'assassino dopo essere stato attaccato da una grande bambola meccanizzata. 
Continuando la sua ricerca nella casa abbandonata, Marcus trova una stanza murata. Al centro del pavimento polveroso giace un cadavere mummificato. Marcus viene colpito da qualcuno, e indietreggia inorridito fino a perdere i sensi. Si risveglia fuori dalla casa, che sta bruciando. A questo punto appare Gianna, che gli spiega di aver ricevuto il suo messaggio riguardo all'indagine sulla casa e di essere arrivata in tempo per salvarlo. Marcus e Gianna aspettano la polizia nella casa del custode, la cui figlia fulva ha disegnato un'immagine identica al murale nascosto che Marcus ha trovato nella casa. La ragazza dai capelli rossi gli dice di aver visto il disegno negli archivi della scuola locale. 
Marcus e Gianna si recano immediatamente a scuola e trovano il disegno, che si rivela essere opera di Carlo, un amico d'infanzia. Gianna esce per chiamare la polizia e incontra Carlo, che la accoltella. Inseguito da Marcus e dalla polizia, Carlo corre in una strada buia e viene investito da un camion della spazzatura, che gli impiglia i vestiti e lo trascina finché un'auto in arrivo non gli passa sopra la testa. Gianna viene ricoverata in ospedale e sopravvive all'accoltellamento. 
Marcus ricorda che la notte dell'omicidio di Helga incontrò un Carlo completamente ubriaco che proveniva da una direzione diversa da quella dell'omicidio. Carlo non poteva quindi essere l'assassino. Tornato all'appartamento di Helga, Marcus ha un'illuminazione: il presunto quadro che aveva visto la notte dell'omicidio, e che in seguito non era più riuscito a trovare, era in realtà il riflesso dell'assassino in uno specchio. Mentre Marcus si rende conto di aver visto Martha, la madre di Carlo, lei gli appare alle spalle con una mannaia. Martha spiega che, dopo che il marito aveva minacciato di farla internare di nuovo in un manicomio, lo aveva ucciso a coltellate davanti al giovane Carlo. Aveva poi murato la stanza in cui si trovava il cadavere. Carlo, segnato dal trauma, da ragazzo aveva disegnato in modo compulsivo la scena del crimine; da adulto aveva cercato di reprimere il ricordo dell'omicidio tracannando immense quantità di alcol: aveva così aggredito Marcus e Gianna per proteggere la madre assassina dalle loro indagini.
Martha aggredisce Marcus e lo ferisce con la mannaia, ma la sua collana si impiglia nelle sbarre dell'ascensore. Marcus preme il tasto e l'ascensore scende, decapitando la donna. 

 
Recensione: 
Questa pellicola è il capolavoro assoluto del giallo-thriller italiano, sintesi perfetta tra estetica macabra, suspense e colpi di scena. Il regista crea un incubo visivo barocco, dove la realtà si fonde con il subconscio, utilizzando dettagli macabri e giochi di specchi per disorientare lo spettatore. Trasforma la macchina da presa in un occhio inquietante. L'uso frequente della soggettiva fa vedere il mondo con gli occhi del killer, creando confusione tra il pubblico e l'omicida. Le musiche prog-rock dei Goblin, martellanti e incalzanti, diventano parte integrante della tensione, che viene amplificata in modo quasi insopportabile. Il film è ricco di indizi nascosti, che il pubblico spesso rimuove, rendendo necessaria almeno una seconda visione. È il film della maturità per Argento, capace di mescolare enigmi logici con una messa in scena barocca e sanguinosa che ha ridefinito il genere slasher. Questo labirinto visivo e sonoro è invecchiato bene: nei decenni non ha perso un briciolo della sua forza disturbante. 
Quando il film uscì, avevo 9 anni. La prima volta che lo vidi, avvenne in stato di sonnambulismo. Era un'epoca pre-tecnologica, la Rete non esisteva. In casa c'era una sola televisione. A mia madre (RIP), Dario Argento non piaceva - più che altro per sentito dire. Temeva che, se avessi visto film horror, sarei cresciuto "pauroso", come diceva, ossia "pieno di paure". Una notte mi alzai mentre i miei genitori dormivano e guardai il film senza che me ne restasse memoria alcuna - finché non lo vidi molti anni dopo ed ebbi fortissimi déjà vu, dal primo istante della pellicola all'ultimo. Fui così assolutamente certo che lo avevo già visto in uno stato di incoscienza soltanto apparente. 


Gli archetipi e l'intuizione finale

In Profondo Rosso, Argento compie un’operazione magistrale: riveste una struttura da giallo moderno con una pelle fatta di archetipi universali, quelli che Carl Jung definirebbe come immagini primordiali che risiedono nel nostro inconscio collettivo. Il film non è solo una caccia all'assassino, ma una vera e propria discesa agli Inferi, ossia una catabasi. Sotto la superficie agiscono forze potenti, spaventose. 
L'archetipo centrale è la Grande Madre o Madre Terribile (Mater Terribilis). Solitamente simbolo di nutrimento e vita, la figura materna qui appare nella sua manifestazione divoratrice, che annienta e castra. L'assassino non riesce a svincolarsi dall'ombra materna, restando prigioniero di un grembo che è diventato una prigione di follia.  
La villa del bambino urlante, con i suoi bui corridoi labirintici e i segreti murati, è una rappresentazione fisica dell'archetipo della Casa-Utero: un luogo che dovrebbe proteggere e che invece soffoca e uccide. 
L'assassino incarna l'archetipo del Fanciullo Eterno (Puer Aeternus), un essere involuto che si rifiuta di crescere, essendo rimasto fissato in un'età infantile, larvale. L'uso della canzoncina infantile non è solo un vezzo horror; è il segnale che l'archetipo del Puer è stato corrotto. Il gioco diventa morte perché il bambino non ha mai imparato il confine tra sé e l'altro. 
Marcus rappresenta l'archetipo dell'Investigatore-Cercatore, ma la sua ricerca è speculare a quella dell'assassino. L'assassino è l'Ombra di Marcus, quasi un suo Doppelgänger: rappresenta ciò che Marcus non vuole vedere (letteralmente, nel caso dello specchio). Più Marcus si addentra nel mistero, più entra in contatto con la propria fragilità e con l'irrazionale, perdendo così la sua identità di musicista logico e sicuro di sé. 
In molti miti c'è una figura che detiene la Conoscenza, ad esempio un indovino o un saggio. In Profondo Rosso, questo ruolo spetta alla sensitiva Helga Ulmann, dotata di poteri telepatici. Tuttavia, nell'universo di Argento la saggezza non salva: la sensitiva viene infatti eliminata proprio perché "vede troppo". Questo suggerisce un archetipo tragico: la conoscenza della verità come una condanna a morte
Gli archetipi sono rafforzati da uno schema simbolico basato sui Quattro Elementi
- Fuoco: Il calore del sangue e la passione distruttiva.
- Acqua: Le fontane della piazza notturna, che sono i simboli di una purificazione impossibile.
- Terra: Le mura della villa che nascondono i cadaveri.
- Aria: Il soffio del vento e i sussurri che perseguitano i protagonisti.
Il film è strutturato come un rito d'iniziazione fallito. Marcus cerca di risolvere l'enigma per diventare "adulto e consapevole", ma alla fine si ritrova davanti a uno specchio di sangue, traumatizzato quanto l'assassino che ha appena sconfitto.


La bambina fulva sadica 

Olga cattura le lucertole e le dilania, le strazia, le infilza con uno spillo, godendo di ogni loro attimo di agonia! Per questa sua "abitudine voluttuaria", desta le ire dell'anziano padre, che non esita a prenderla a schiaffi, Inutilmente. 
La bambina non parla molto, comunica attraverso l'azione violenta. Questo stabilisce un legame sottile con la follia dell'assassino: entrambi usano la sofferenza altrui per affermare la propria esistenza in un mondo che sembra non comprenderli o isolarli. La reazione di Marcus di fronte al rettile trafitto è di disagio, quasi di impotenza, e sottolinea ancora una volta come lui sia un osservatore che non riesce mai a intervenire in tempo per fermare l'orrore. 
Già nell'antichità esisteva l'immagine della lucertola seviziata con un ago: è noto il mito ellenico di Apollo Sauroctono ("Uccisore della lucertola"). L'opera scultorea originale di Prassitele mostra il dio, giovane e quasi femmineo, nell'atto di colpire una lucertola che si arrampica su un tronco. Questa immagine classica si riflette e si distorce nel film di Argento. Nell'iconografia greca, Apollo non uccide la lucertola per odio, ma quasi per un gioco divino, con un distacco che rasenta l'indifferenza. In Profondo Rosso, la bambina agisce con la stessa freddezza divina, essendo però mossa dal demonismo interiore: non c'è rabbia nel suo gesto, ma i suoi occhi irradiano una luce di sadismo assoluto. Questo trasforma l'atto di annientamento della vittima da semplice "monelleria" a una manifestazione di un tremendo potere ancestrale, amorale e ctonio. Apollo è spesso rappresentato come un dio dai tratti efebici, a metà tra il maschile e il femminile. Argento gioca costantemente con l'ambiguità di genere - basti pensare all'identità dell'assassino o al rapporto tra Marcus e Gianna. La bambina, che ricalca il gesto di Apollo, riafferma in qualche modo questa confusione: un'entità piccola e apparentemente fragile che possiede la spietatezza di un carnefice. Nella simbologia antica, la lucertola è legata alla terra e alla rigenerazione (si pensi alla coda che ricresce). Ucciderla trafiggendola significa bloccare il flusso della vita, immobilizzare il divenire. Nel film di Argento, questo simboleggia il tema del trauma congelato: l'assassino è rimasto infilzato in un momento del passato, quello dell'omicidio del padre, così non può più evolversi. Come la lucertola infilzata da Olga, l'anima del killer è inchiodata a un singolo istante di violenza, che lo pietrifica per l'Eternità.
Crescendo, l'attrice Nicoletta Elmi è diventata una donna bellissima, estremamente affascinante. Ha gli occhi di ghiaccio e uno sguardo inquietante. Me la immagino come una Domina, in abiti di cuoio e borchie, nell'atto di sottomettere e umiliare un amante-succube. Peccato che la sua carriera nella Settima Arte sia finita anzitempo nel 1985: a quanto pare si è messa a lavorare come logopedista e ha adottato tre bambini colombiani. 
Ebbene sì. La grossa lucertola verde è stata davvero pugnalata con uno spillo e lasciata lì a contorcersi con le interiora bucate, finché non è spirata nel modo più penoso, consegnandosi alle Forze della Putrefazione. In seguito, Dario Argento ha affermato di essersi pentito amaramente di aver girato quella scena. Va detto che all'epoca non era affatto diffusa la sensibilità nei confronti degli animali, che finivano spesso seviziati per pura animosità. 


La bambola grottesca

La sequenza dell'orrida bambola di porcellana mossa da un meccanismo è un unicum nel cinema di genere dell'epoca, a livello mondiale, e rappresenta uno dei momenti più puramente perturbanti ("Uncanny") dell'intera storia della Settima Arte. Non è soltanto un salto sulla sedia, ma un vero e proprio corto circuito logico e visivo! L'apparizione dell'automa che ride, prima della morte del professor Giordani, è inconsueta per diversi motivi che toccano vette di sadismo e tecnica cinematografica altissime. 
Secondo la definizione di Sigmund Freud, il perturbante è qualcosa di familiare che improvvisamente diventa estraneo e minaccioso. Una bambola di porcellana dovrebbe evocare infanzia, gioco e rassicurazione. Argento la trasforma in un mostruoso messaggero di morte. Il fatto che si muova con scatti meccanici, rigidi, che rida con un suono metallico e distorto, rompe la barriera tra l'animato e l'inanimato. È un cadavere meccanico che simula la vita. In quella scena si ha l'Eclissi dell'Assassino. Infatti l'assassino scompare dietro l'oggetto. Non è il killer a spaventare, ma il suo "prolungamento" giocattolo. Simbolicamente, la bambola è il sostituto del figlio. Rappresenta la fissazione infantile della madre (Martha) che usa un simulacro di bambino per terrorizzare la sua vittima prima di colpirla. L'automa è privo di anima, esattamente come l'assassino è privo di empatia. È un guscio vuoto che esegue un programma di crudeltà. 
La stranezza della scena deriva anche da una precisa scelta tecnica di Argento. Per rendere i movimenti della bambola così innaturali e inquietanti, il regista fece costruire un automa a grandezza naturale da Carlo Rambaldi. Il vero tocco di genio fu far muovere la bambola molto velocemente e poi rallentare la pellicola in montaggio, o viceversa, creando quell'effetto di "moto a scatti" che sembra sfidare le leggi della fisica. Questo genera nello spettatore un senso di nausea cinetica: il cervello capisce che c'è qualcosa che non va nel movimento. 
Il suono della risata della bambola è sovrapponibile alla canzoncina infantile che precede i delitti. È una risata di scherno verso la logica scientifica del professor Giordani. Giordani rappresenta la ragione, la scienza, la deduzione: è l'incarnazione di un costrutto galileiano e cartesiano. La bambola rappresenta invece l'irrazionale, il grottesco, l'incubo che entra in ufficio. Infilzare Giordani (un altro atto di penetrazione violenta) dopo averlo distratto con un giocattolo è l'atto di suprema umiliazione della vittima. Se si osserva bene il volto della bambola, si nota che ha un'espressione vitrea ma quasi adulta nei lineamenti, con labbra rosse eccessive che richiamano – ancora una volta – il trucco pesante della madre, Martha. Sembra quasi che la bambola sia Martha che ritorna bambina, come una specie di caricatura aberrante. Quell'entità è un mostro vomitato dall'Incubo! 
Non è un oggetto che appartiene al mondo fisico, ma un’estrusione della psiche malata dell'assassino che prende corpo nella realtà di Marcus e del professor Giordani. Quell'automa è un mostro ontologico, e la sua forza inquietante deriva proprio da questo senso di rigetto viscerale, come se la realtà stessa non riuscisse a contenerlo. La sequenza è una delle vette del cinema di Argento. L'incubo, per definizione, è qualcosa che non può essere fermato e che segue una logica propria, assurda e spietata. L'automa incarna questa inevitabilità. Non respira, non ha motivazioni umane, non prova pietà. Si muove con quegli scatti convulsi che ricordano le crisi epilettiche o i movimenti di un insetto morente, ma con una velocità predatoria. È il corpo del trauma che torna a bussare alla porta. Quando quella porta si apre e l'automa entra ridendo, lo spettatore prova lo stesso shock di Giordani. Non è paura di un uomo con un coltello (quella è paura razionale): è terrore dell'assurdo. In quel momento, le leggi della fisica e della logica del giallo crollano, e restiamo soli davanti all'Orrore Assoluto.
Quella scena è stata così influente che ha dato il via praticamente a tutto il filone delle bambole assassine o inquietanti nel cinema moderno. L'automa di Argento resta insuperato perché non è posseduto da demoni: è un congegno mosso da una pazzia puramente umana. 


Una sequenza "sborror"!

Quando la collana impigliata all'ascensore affonda nel collo di Martha, recidendole il capo, si vede un fiotto di fluido biancastro e denso uscirle dalla bocca: sembra sperma! È come se l'assassina avesse eseguito una fellatio a qualcuno, trattenendo in bocca il materiale genetico eiaculato, a lungo, senza inghiottirlo o sputarlo - cosa che appare abbastanza inverosimile, dato che prima di far colare quel liquido dalle labbra aveva parlato a lungo. Nessuno può negare che le sequenze in questione descrivano qualcosa che trova un impressionante riscontro in migliaia di fotogrammi pornografici ("blowjob", "spit cum", "oral creampie", etc.). 
Qual è il significato di questo dettaglio assolutamente viscerale e disturbante? Senza dubbio Argento voleva suggerire qualcosa di profondo. Il legame tra Martha e Carlo è simbiotico, malsano, soffocante: è l'archetipo edipico dell'incesto tra madre e figlio. In quest'ottica, la decapitazione diventa l'atto finale di un'espulsione violenta: la madre vomita il seme del figlio che ha ingurgitato, digerito e distrutto. È l'immagine definitiva della vagina dentata della madre divoratrice: la donna ha inghiottito la virilità del figlio per tenerlo legato a sé per sempre, e solo la morte, ossia la separazione fisica della testa dal corpo, libera quel segreto rimosso. Argento usa spesso il contrasto cromatico: il bianco denso contro il rosso vivido del sangue. Visivamente, quel liquido perlaceo suggerisce qualcosa di "alieno" o di profondamente corrotto all'interno del corpo della madre. Non è solo sangue, ossia vita: è un siero di follia, una sostanza che non dovrebbe essere lì. Il regista lavora molto sull'inconscio. Anche se non ha dichiarato esplicitamente che "quello è sperma", l'effetto disturbante generato nello spettatore è esattamente ciò che cercava: una reazione di repulsione legata a qualcosa di sessualmente deviato e organico.
Dal punto di vista squisitamente tecnico della realizzazione, quel fluido spermatico era probabilmente una miscela di latte condensato o composti simili, usati spesso negli effetti speciali dell'epoca per simulare sostanze organiche diverse dal sangue e dalle feci. L'artefice di questa trovata è stato il geniale e poliedrico Carlo Rambaldi, a cui si devono cose immense e (purtroppo) anche quel ributtante alieno degenere di E.T.


L'onnipresenza della castrazione

Il tema della castrazione in Profondo Rosso non è solo un sottotesto freudiano, ma un vero e proprio motore d'azione che Argento visualizza con una precisione chirurgica e quasi sadica. Se la madre è l'eviratrice primaria e assoluta, il film è pieno di "oggetti sostitutivi" e mutilazioni che richiamano la perdita della virilità e del potere. 
In quasi tutti i delitti di Argento, e in particolare in questo film, l'arma bianca (coltello, mannaia, spilla) è un simbolo fallico rivoltato contro la vittima. La madre-assassina usa un oggetto lungo e penetrante per riappropriarsi di un potere maschile che non le appartiene. Quando la sensitiva Helga viene colpita attraverso la porta, l'arma che attraversa il legno è un'intrusione violenta in uno spazio privato, una penetrazione mortale che nega la vita. 
Carlo vive in uno stato di perenne castrazione psicologica. La sua omosessualità, nel contesto culturale degli anni '70 del XX secolo, viene presentata come una fuga dal modello maschile dominante e un rifugio dal controllo materno. La morte di Carlo è l'apice di questo simbolismo: muore trascinato da un camion, con la testa che urta ripetutamente l'asfalto. È una distruzione del volto e del corpo che rappresenta l'annullamento definitivo della sua identità da parte del meccanismo del Destino innescato dalla madre-carnefice. 
Secondo la psicoanalisi, la decapitazione rappresenta il simbolo per eccellenza della castrazione. La morte di Martha non è casuale: lei perde letteralmente la testa, ossia la sede del comando e della razionalità corrotta, a causa di una collana, un gioiello simbolo di vanità femminile. Il fatto che la sua testa venga separata dal corpo, mentre lo sperma fuoriesce dalla bocca, chiude il cerchio: la madre, che ha castrato il figlio e il marito, subisce la castrazione definitiva. 
Anche il protagonista, Marcus, subisce una forma di castrazione simbolica. È un musicista, ossia un artista, un creatore, che perde gradualmente il controllo della realtà. Il suo continuo scontro con Gianna è emblematico. Gianna è una donna forte, guida un'auto che cade a pezzi ma corre ugualmente, vince a braccio di ferro. L'uomo si sente costantemente minacciato nella mascolinità da una donna moderna e aggressiva, riflettendo la propria incapacità di risolvere il mistero, il "particolare mancante", con la sola logica analitica maschile. È come se Marcus sentisse le dita di Gianna che gli penetrano nell'intestino retto, fino ad arrivare a stimolare la prostata, inducendo erezione ed emissione di materiale genetico nel vuoto. 
Il trauma originale che dà il via a tutto è una scena d'infanzia dove il padre viene ucciso davanti al bambino. Quel momento è l'atto di castrazione originario, primordiale: l'autorità paterna viene distrutta, lasciando il bambino solo con la Madre Terribile. In Argento, la castrazione non è mai solo fisica, ma è l'incapacità dei personaggi di agire sul mondo. Marcus guarda, ma non vede; Carlo beve, ma non dimentica; Martha uccide, ma non si libera. 


Il fallimento della percezione

Il quadro-specchio è senza dubbio il dispositivo narrativo più geniale della storia del giallo. È un gioco di prestigio cinematografico che trasforma lo spettatore in un testimone oculare inaffidabile. Inganna la mente razionale, è un capolavoro di manipolazione psicologica. 
Quando Marcus attraversa il corridoio dopo l'omicidio della sensitiva, la macchina da presa inquadra per una frazione di secondo il volto dell'assassina riflesso tra i quadri. Marcus registra l'immagine, ma il suo cervello la cataloga immediatamente, in modo erroneo, come un quadro grottesco. Questo è l'archetipo dell'Angoscia del Vedere: il terrore non deriva da ciò che non sappiamo, ma da ciò che abbiamo visto e non riusciamo a ricordare o decodificare. In questa sequenza, lo specchio non è un oggetto d'arredo, ma una soglia, un confine tra due mondi. Rappresenta il confine tra la realtà (Marcus che cammina nel corridoio) e l'orrore (il volto di Martha). Trasformando lo specchio in un quadro, Argento ci dice che l'Orrore è diventato "arte", è diventato parte della stessa estetica della casa. La follia si è mimetizzata tra le decorazioni borghesi. Marcus è un uomo che vive di armonia e precisione: il quadro mancante diventa la sua ossessione compulsiva. Simbolicamente, quel vuoto nella memoria è una lacuna dell'anima.
Per tutto il film, Marcus cerca di ritrovare quel quadro, parlando con esperti, tornando nella casa, analizzando i dettagli. Il fatto che la soluzione sia sempre stata lì, in quel riflesso, è la suprema beffa dell'assassino: la verità lo ha guardato in faccia, e lui non l'hai riconosciuta. Al primo passaggio, quasi nessuno nota che quel volto è vivo. Quando, nel finale, la verità viene rivelata con un flashback che corregge la nostra memoria visiva, proviamo un senso di vertigine. Argento ci dimostra che siamo ciechi pur avendo gli occhi aperti.

Una geografia incubica

Nonostante il film sia ambientato a Roma, la maggior parte delle riprese sono state effettuate a Torino. A parer mio, non siamo di fronte a una pura e semplice scelta tecnica. Argento ha di fatto disegnato un mondo alternativo, riempiendo Roma di luoghi tetri e abissali che non appartengono al suo contesto. Si potrebbe definire un'operazione di trapianto ontologico, una lugubre migrazione di fantasmi di luoghi dalle regioni più oscure del Multiverso. 


I luoghi delle riprese: Piazza C.L.N.

Uno dei luoghi più famosi è senza dubbio Piazza C.L.N. (acronimo di "Comitato di Liberazione Nazionale", da me pronunciato "CLIN"). È una piazzetta situata nel centro storico di Torino, che si trova appena dietro le due chiese "gemelle" di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo l'asse di via Roma, in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Ovviamente le informazioni le ho raccattate nel Web, dato che la mia memoria per la toponomastica urbana è disastrosa. Prima del 1935 la piazzetta era nota come "Piazza delle Due Chiese". A caratterizzarla sono le due statue gemelle, gigantesche ed opprimenti, collocate sulle due fontane. Assurte a fama internazionale per via di Profondo Rosso, nel 1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa della perigliosa usura della copertura della vasca e dell'impianto idrico. Un restauro radicale fu avviato nel 2005, dopo un ventennio di completo abbandono e degrado. Grazie a questo intervento, le due fontane sono attualmente in funzione. 


I luoghi delle riprese: Villa Scott

La spettrale Villa del bambino urlante, collocata dalla fantasia di Argento nelle campagne romane, è in realtà Villa Scott, un edificio storico di Torino situato presso la prestigiosa zona della Precollina, nel quartiere Cavoretto al confine con Borgo Crimea (Borgo Po). Splendido esempio di Liberty torinese, fu costruita nel 1902 su progetto dell'ingegner Pietro Fenoglio. Il contesto storico è quello dell'urbanizzazione della collina torinese, tra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Sorgevano come funghi le ville nobiliari e dell'alta borghesia. All'epoca delle riprese del film di Argento, l'edificio era di proprietà dell'Ordine delle Suore della Redenzione, che lo avevano adibito a collegio femminile con il nome di Villa Fatima. la produzione pagò un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze allora ospitate nel collegio, in modo tale da poter effettuare le riprese. 

Musiche immortali

L'inquietante colonna sonora di Profondo Rosso è entrata nella mitologia. Argento inizialmente contattò il pianista e compositore jazz Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film; tuttavia, non fu soddisfatto del suo lavoro. Questi ne fu irritato in sommo grado e lasciò incompiuto il progetto. Dopo aver fallito nel tentativo di convincere i Pink Floyd a sostituire Gaslini, Argento tornò in Italia e trovò i Goblin, una band locale di progressive rock, composta da Claudio Simonetti, Walter Martino, Maurizio Guarini, Massimo Morante e Fabio Pignatelli. Il loro leader, Claudio Simonetti, impressionò Argento componendo due brani in una sola notte. Argento mise subito sotto contratto i Goblin, che finirono per comporre la maggior parte della colonna sonora del film (circa il 90%); tre composizioni di Gaslini furono mantenute nella versione finale. 

La questione del titolo 

Il film si intitolava originariamente "La tigre dai denti a sciabola", seguendo il consolidato schema dei precedenti thriller di Dario Argento. Tuttavia, con suo grande disappunto, altri registi avevano iniziato a usare per i propri film di genere titoli simili, legati agli animali (una "tendenza faunistica"), così decise di imboccare una strada diversa. Va detto che come titolo, "La tigre dai denti a sciabola" lascia molto a desiderare e non avrebbe contribuito all'immensa fortuna della pellicola - per non parlare del grecizzante e bruttissimo "Chipsiomega" (riportato erronemamente come "Chipsyomega" su IMDb.com). Direi che metà della fama acquisita si deve proprio alla geniale scelta del titolo "Profondo Rosso"! Intitolarlo "La tigre dai denti a sciabola" o "Chipsiomega" sarebbe stato come spararsi a bella posta una revolverata in un piede. Per inciso, la futile polemica sulla cosiddetta "serie degli animali" è una delle trovate mediatiche più stupide e insensate della storia della Settima Arte in Italia. A sentire critici e giornalisti, lo spettatore avrebbe dovuto cagarsi addosso alla semplice menzione del nome di un animale in un titolo! 

L'enigma dell'adattamento in giapponese

Dopo gli ottimi riscontri internazionale del successivo film di Dario Argento, Suspiria (1977), accadde un fatto assai singolare: Profondo Rosso fu distribuito in Giappone con il titolo "Suspiria 2" (サスペリア PART2, traslitterazione "Sasuperia PART2"), nonostante fosse stato realizzato due anni prima e non sussistesse alcun collegamento narrativo tra le due pellicole! 


Curiosità varie

Secondo Dario Argento, la sceneggiatura di Profondo Rosso era lunga più di 500 pagine. Quando suo padre Salvatore Argento (produttore) e suo fratello Claudio (produttore esecutivo) lessero la sceneggiatura, rimasero scioccati dalla sua lunghezza e la ritennero tediosa. Temevano che il pubblico non avrebbe capito le intenzioni di Dario; pensavano che alcune parti fossero troppo criptiche, così Dario si convinse ad accorciarla a "sole" 321 pagine. 

Il co-sceneggiatore Bernardino Zapponi ha dichiarato che l'ispirazione per le scene di omicidio è nata dalla sua riflessione, insieme a Dario Argento, su ferite dolorose in cui il pubblico potesse immedesimarsi. In sostanza, non tutti conoscono il dolore di essere colpiti da un proiettile, ma a tutti è capitato almeno una volta di urtare accidentalmente un mobile o di scottarsi con l'acqua bollente. 
Il regista e sceneggiatore ha poi dichiarato a proposito del film: "Mentre lo giravo, sapevo esattamente cosa volevo. Ero molto rilassato, per niente stressato. La storia è bellissima, l'ho scritta senza sforzo in un paio di giorni. È stato miracoloso. Basta guardare un film per capire cosa provava il regista nel momento in cui lo stava realizzando."

In una scena Marcus passa davanti al Blue Bar di notte. Il bar è ispirato al famoso dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper (il titolo significa alla lettera "I nottoloni"; comunemente è tradotto "I nottambuli"). Nella famosa scena in cui Marcus e Carlo suonano insieme il pianoforte, si può notare una donna con un cappello, seduta con in mano una tazza di caffè. Ebbene, questa misteriosa signora è ispirata al celebre dipinto "Automat" (1927) di Edward Hopper. Questo è il secondo riferimento a un dipinto di Hopper nel film. In realtà, il Blue Bar non è mai esistito: è stato costruito in Piazza C.L.N. appositamente per le riprese.

Secondo Daria Nicolodi, David Hemmings era molto depresso durante le riprese perché il suo matrimonio con Gayle Hunnicut stava andando in pezzi. La Nicolodi ha detto che Hemmings aveva un tic nervoso che lo portava a strofinare l'unghia dell'indice lungo il lato del pollice e che lo faceva così spesso da bucarsi la mano; ha anche detto che Dario Argento ha messo in difficoltà Hemmings durante le riprese, costringendolo a ripetere le scene più e più volte. 

Lino Capolicchio era la prima scelta del regista per il ruolo di Marcus. Un incidente d'auto, mentre si recava a un incontro con Argento, gli impedì di accettare la parte. In un'intervista, Capolicchio ha raccontato che, dopo un po' di tempo, quando ebbe l'occasione di rivedere l'auto coinvolta nell'incidente, ritrovò la sceneggiatura che Argento gli aveva inviato, ancora macchiata di sangue di quel terribile giorno. 

Il film fu concesso in licenza per la distribuzione nelle sale cinematografiche nell'ex Jugoslavia e distribuito con il titolo serbo-croato "Tajna napustene kuce" ("Il mistero della casa abbandonata"). La versione proiettata era quella internazionale che includeva tutte le scene cruente. In Jugoslavia, negli anni '70, pochissimi film erano vietati ai minori di 15 anni, e quasi mai per motivi legati a violenza, sesso o nudità, il che portava regolarmente un pubblico minorenne, persino scolaresco, a frequentare i cinema e a guardare tranquillamente film ben al di sopra della propria fascia d'età. Mi è stato riferito che nell'ex Jugoslavia i giornali pornografici erano presenti dovunque, in bella mostra nelle case, e circolavano regolarmente persino tra bambini.

martedì 20 febbraio 2024


L'IMPERO DELLE TERMITI GIGANTI

Titolo originale: Empire of the Ants
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Lingua originale: Inglese 
Anno: 1977
Durata: 89 min
Genere: Orrore, fantascienza 
Formato : Colore 
Suono: Mono
Rapporto: 1,85:1 - 35 mm
Regia: Bert I. Gordon
Soggetto: H. G. Wells, dal racconto breve 
    Empire of the Ants (1905)
Sceneggiatura: Bert I. Gordon, Jack Turley
Produttore: Bert I. Gordon, Samuel Z. Arkoff
Casa di produzione: Cinema 77
Fotografia: Reginald H. Morris
Montaggio: Michael Luciano
Musiche: Dana Kaproff 
Luogo delle riprese: Florida 
Direttrice del casting: Betty Martin 
Arredatore di scena: Anthony C. Montenaro 
Trucco: Ellis Burman Jr., Guy Del Russo,
   Romaine Green, Dave Ayres 
Direttore della produzione: Salvatore Billitteri, 
   Neil A. Machlis 
Reparto artistico: Roger Ragland, Drew Struzan 
Assistente alla regia: Mel Efros, David McGiffert
Secondo audio regista: Adrienne Bourbeau, 
   James Quinn  
Editore dei dialoghi: William L. Manger 
Effetti speciali: Roy L. Downey 
Effetti visivi: Bert I. Gordon, Burt I. Harris Jr. 
Miniature: Erik von Buelow 
Controfigure: Billy Hank Hooker, Hugh Hooker,
   Buddy Joe Hooker
Reparto camera: William D. Barber, Lou Noto 
Guardaroba: Joanne Haas 
Coordinatore delle formiche: Warren Estes
Interpreti e personaggi: 
   Joan Collins: Marilyn Fryser
   Robert Lansing: Dan Stokely
   John David Carson: Joe Morrison
   Albert Salmi: Sceriffo Art Kincade
   Jacqueline Scott: Margaret Ellis 
   Pamela Susan Shoop: Coreen Bradford 
   Robert Pine: Larry Graham 
   Edward Power: Charlie Pearson 
   Brooke Palance: Christine Graham
   Tom Fadden: Sam Russell 
   Irene Tedrow: Velma Thompson 
   Harry Holcombe: Harry Thompson 
   Jack Kosslyn: Thomas Lawson 
   Ilse Earl: Mary Lawson 
   Janie Gavin: Ginny
   Norman Franklin: Anson Parker
   Florence McGee: Phoebe Russell  
   Jim Wheelus: Membro dell'equipaggio
   Mike Armstrong: Jim 
   Tom Ford: Pete
   Charles Redd: Tassista 
Doppiatori italiani:
   Rita Savagnone: Marilyn Fryser 
Doppiatori francesi: 
   Jacqueline Cohen: Marilyn Fryser 
   Claude Bertrand: Dan Stokely 
   Edmond Bernard: Sceriffo Art Kincade
   Maurice Sarfati: Larry Graham 
   Francine Lainé: Christine Graham 
Doppiatori tedeschi: 
   Bettina Schön: Marilyn Fryser
   Edgar Ott: Dan Stokely
   Wolfgang Völz: Sceriffo Art Kincade 
   Thomas Danneberg: Larry Graham
   Friedrich W. Bauschulte: Harry Thompson
   Inge Wolffberg: Mary Lawson
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: In der Gewalt der Riesenameisen 
    Francese: L'Empire des fourmis géantes 
    Spagnolo: El imperio de las hormigas 
    Rumeno: Imperiul furnicilor
    Russo: Империя муравьёв 
    Finlandese: Muurahaisten valtakunta 
Budget: circa 500.000 dollari US
Box office: 2,5 milioni di dollari US 


Trama: 
La narrazione iniziale, in stile di un documentario pierangelista, sottolinea come le formiche usino sostanze chimiche dette "feromoni" per comunicare tra loro, e come questo causi una risposta obbligatoria. Mentre scorrono i titoli di testa, molti barili con adesivi di rifiuti radioattivi vengono scaricati da una nave nell'oceano. Uno dei contenitori finisce su una spiaggia, perde e rilascia sulla sabbia una sostanza viscida, argentea. 
Nel frattempo, la losca e sensuale immobiliarista Marilyn Fryser porta i potenziali clienti in gita in barca per visitare un'area di sviluppo immobiliare di fronte al mare, proprio nella zona della discarica. Con l'assistenza dell'amante Charlie, intende vendere loro terreni edificabili sulle cosiddette Dreamland Shores, dove è previsto il resort Dreamland Coast. In realtà si tratta di terreni senza valore. A bordo dell'imbarcazione salgono gli anziani coniugi Velma e Harry Thompson, i giovani coniugi Christine e Larry Graham, la giovane single Coreen Bradford, il viaggiatore solitario Joe Morrison, Margaret Ellis, recentemente licenziata dopo molti anni come segretaria, e la coppia sposata Mary e Thomas Lawson. Il nocchiero è Dan Stokely. All'insaputa dei visitatori, le formiche si contorcono gongolando nella sostanza radioattiva del bidone che perde. 
Inizia un tour dei terreni, durante il quale Marilyn presenta i vari lotti in vendita. Serpeggia il malcontento, anche per i liquori scadenti offerti al rinfresco. Mary e Thomas Lawson, che hanno un carattere rognoso, mettono in dubbio il valore immobiliare degli appezzamenti, così si separano dal gruppo per ispezionare e si rendono conto che le tubature posate in loco sono fittizie. A questo punto i coniugi vengono attaccati e uccisi da formiche giganti mutanti, che hanno assunto proporzioni colossali, paragonabili a quelle di un grosso furgone. Le formiche titaniche fanno irruzione sulla spiaggia e distruggono l'imbarcazione della Fryser, inseguendo il gruppo attraverso i boschi. 
I fuggiaschi trascorrono la notte attorno a un falò, che viene spento la mattina successiva da un temporale. Sapendo che si trova una barca a remi a sole due miglia di distanza, sulla riva del fiume, si mettono in marcia per raggiungerla. Durante il cammino tra gli alberi, la moglie di Larry, Charlie, Harry e Velma vengono uccisi uno dopo l'altro. Marilyn, Dan, Joe, Larry, Coreen e Margaret raggiungono la barca a remi, ma non riescono a fuggire senza essere scoperti. Subiscono ripetuti attacchi dalle formiche. Alla fine, la barca si capovolge e Larry viene ucciso. Gli altri fuggono fino a raggiungere una casa. Gli abitanti chiamano lo Sceriffo, che porta il gruppo nella città più vicina, situata nei pressi di un'immensa raffineria di zucchero. Lo Sceriffo promette di occuparsi delle formiche giganti con i suoi uomini. In città, Joe non riesce a stabilire una connessione telefonica. Dan, a sua volta, fatica a noleggiare un'auto. Coreen è confusa perché la donna della casa nel bosco le ha detto di non andare in nessun caso alla raffineria di zucchero. Il gruppo si insospettisce e ruba un'auto. Il tentativo di fuga fallisce miseramente. Tutti vengono arrestati dalla polizia e condotti proprio alla raffineria di zucchero.  Con grande costernazione, scoprono che la formica regina, le cui dimensioni sono da incubo, usa i feromoni contenuti nelle sue flatulenze mefitiche per mettere gli abitanti del paese sotto il suo controllo! Coloro che sono cosparsi di feromoni sono ridotti a semplici automi biologici, costretti a lavorare come schiavi per fornire alla colonia di formiche montagne di zucchero, proveniente dalla piantagione locale. La regina li asfissia e li fa sgobbare! 
A un certo punto inizia la ribellione: Dan riesce a tenere a bada la smisurata regina con una potente torcia, inquietando così anche le altre formiche che sono entrate nella raffineria. Joe Morrison uccide la formica regina servendosi dell'esplosione del contenuto di un'autocisterna, permettendo ai superstiti di fuggire dalla zona a bordo di un motoscafo.


Recensione:
Non per niente Bert Ira Gordon affermava che l'acronimo del suo nominativo era BIG, ossia "GRANDE", con allusione alla sua fissazione per l'ingigantimento delle creature, umane e animali. Sembra che nella vita non riuscisse davvero a pensare ad altro, a parte qualche volta alle poppe. Non ci dormiva la notte. 
In estrema sintesi, questo è stato il terzo dei tre film diretti da Bert Ira Gordon basandosi sulle opere di H.G. Wells, almeno secondo le sue dichiarazioni. In realtà, tutte e tre le pellicole in questione hanno poco o nulla a che fare con il materiale originale. Questo è stato anche l'ottavo dei film diretti dallo stesso regista che affrontano il tema dei mostri giganti. Si converrà che siamo di fronte a una vera e propria monomania: ha pochi riscontri nell'universo della Settima Arte! Molti nel Web hanno avuto la mia stessa impressione. Non a caso si è parlato di "insana macrofilia" (Gestarsh99, 2014). Sì, senza dubbio era un macrofilo, ossia un feticista del gigantismo (Anthonyvm, 2018)! 
Nel titolo in italiano notiamo la solita irritante "traduzione" ad mentulam canis, in cui le formiche diventano termiti, come per miracolo. Certo, sono sempre imenotteri, ma molto diversi tra loro. Gordon, sempre attento agli effetti speciali, ha utilizzato riprese di esemplari di formica proiettile di Panama (Paraponera clavata), nota per avere il morso più doloroso al mondo. Il dolore della puntura è lancinante e può durare fino a 24 ore; è classificato al livello più alto (4+) nella scala del dolore di Schmidt. La puntura inietta una neurotossina paralizzante chiamata poneratossina, che provoca sudorazione, pelle d'oca e, in alcuni casi, paralisi temporanea degli arti o allucinazioni. Tuttavia è raramente letale. Sono formiche di grandi dimensioni (le operaie possono raggiungere i 2-3 cm), di colore nero-brunastro, con mandibole evidenti e un aculeo velenoso. Direi che è stata un'ottima scelta! 
In una sequenza si assiste ad una spettacolare lotta tra queste formiche e esemplari di una specie più piccola, di colore chiaro, rossiccio. Le buone idee non mancano, tutto sommato, anche se i mezzi sono piuttosto scarsi (riprese in soggettiva attraverso una grattugia; pantomime e sovrapposizioni da teatro ottico di Reynaud, etc.). Oggi viviamo in un'epoca di mezzi sofisticatissimi, ma le buone idee non ci sono più. Dato che detesto che cerca di grattare il fondo della pentola, mi auguro di non ricevere mai la notizia del progetto di un remake


Struttura sociale e linguaggio delle formiche

"Questa è la formica, un piccolo insetto del genere Imenotteri, della famiglia dei Formicidi. Forse fra tutti gli animali esistenti nel nostro pianeta, la formica è l'unico che può gareggiare con l'intelligenza dell'Uomo, ed è l'unico animale che un giorno potrebbe sostituirsi all'Uomo. 
Le formiche sono organizzate in classi sociali altamente specializzate che si dividono in tre gruppi: le regine, ovvero femmine feconde; i maschi e le operaie, o femmine sterili. Dopo un unico e breve volo nuziale, regine e maschi cadono a terra esausti, ed è lì che avviene l'unico accoppiamento della loro vita. Il maschio infatti dopo poco muore, e la femmina fecondata dopo qualche anno di vita potrà deporre migliaia e migliaia di uova.
Le formiche hanno un sofisticato sistema di comunicazione. I messaggi vengono trasmessi da una formica all'altra per mezzo di una sostanza chimica chiamata feromones, che causa una risposta obbligatoria. Il feromones, sostanza coercitiva della mente, dà un ordine al quale non è possibile disobbedire."  


La Britannica aperta 

La bellissima Joan Collins aveva una certa predisposizione per le avventure con gli uomini e per questo era soprannominata "The British Open", ossia "La Britannica aperta". Questo è un interessante caso di aggettivo pospositivo. Il senso del nick suggerisce l'interpretazione di "aperta" come "che ha facilità nell'intrattenere rapporti sessuali". In italiano l'aggettivo "aperto" acquisisce un'accezione più scurrile, potendosi riferire alla larghezza degli orifizi, spanati dalla continua introduzione di falli eretti! Un simile uso era già attestato in greco antico, almeno in contesti omosessuali: esisteva il composto εὐρύπρωκτος (eurúprōktos) "dal culo largo", ossia "culaperto". Talvolta nell'inglese dei porno si trova "wide open", riferito ad orifizi, come pura e semplice etichetta descrittiva. Esempi: wide open pussy "fica ben aperta", oppure spreading her juicy pussy wide open "spalancando bene la sua fica succosa". Non sono però sicuro che il soprannome della Collins sottintendesse una simile malizia. 

La rivolta di una paladina dei lavoratori

Stando al racconto della Collins, un ritardo nell'arrivo delle controfigure degli attori costrinse a girare la scena del ribaltamento della canoa nel film senza alcun aiuto. Dal momento che non si erano presentati, gli stuntmen non sarebbero stati pagati, e questo mandava su tutte le furie l'affascinante attrice britannica. Il regista la accusava di essere difficile e poco collaborativa, in una parola una stronza, così lei dovette desistere, temendo di guadagnarsi una cattiva fama e di perdere future opportunità lavorative. Molto probabilmente il putiferio è sorto perché lei non si era prestata a qualche richiesta sessuale. Penso che sia andata così: il regista voleva metterglielo tra le tipte e lei si è rifiutata. La Collins era sì "aperta", ma era anche una donna molto fiera e i ganzi se li sceglieva da sé! In seguito dichiarò di aver accettato la parte nel film di Gordon soltanto perché stava attraversando un periodo difficile e aveva un disperato bisogno di soldi. Descrisse la sua interpretazione nel ruolo della Fryser come "il punto più basso di tutta la sua carriera". Su questo giudizio, fin troppo severo, non sono affatto d'accordo: è soltanto grazie a lei se si riesce a guardare il film. È stata pagata 45.000 dollari US. 


Un singolare dettaglio

Le inquietanti uniformi rosse, indossate dall'equipaggio che scarica i barili di rifiuti radioattivi nell'oceano, sono un retaggio della sequenza del sogno di Tracy Ballard (interpretata da Blythe Danner) in Futureworld - 2000 anni nel futuro (Futureworld), un altro film realizzato dalla American International Pictures, ma uscito nel 1976, giusto un anno prima dell'uscita della pellicola di Gordon sulle formiche giganti. Diretto da Richard T. Heffron, Futureworld è un sequel del celeberrimo Il mondo dei Robot (Westworld, 1973), scritto e diretto da Michael Crichton, interpretato da un indimenticabile Yul Brinner nel ruolo dell'automa-pistolero.

La maledizione del fonico

Pamela Susan Shoop dichiarò che il fonico del film ebbe un litigio furibondo con il regista verso la fine delle riprese e che poi, in stato di indemoniamento, gettò tutti i nastri audio nelle acque melmose e lutulente della palude. Persero tutto, quindi l'intero film dovette essere riprodotto in loop. Per questo motivo, le voci e le azioni non sono mai del tutto in fase. La Collins recita per lo più in un inglese americano, senza caratteristiche britanniche. Tuttavia, quando si innervosisce, qualche traccia della sua origine salta fuori. 

domenica 18 febbraio 2024


IL CIBO DEGLI DEI

Titolo originale: The Food of the Gods
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1976
Durata: 88 min
Genere: Orrore, fantascienza 
Sottogenere: Animal horror 
Regia: Bert I. Gordon
Soggetto: H.G. Wells, dal romanzo
   The Food of the Gods and How It Came to Earth
   (1904)
Sceneggiatura: Bert I. Gordon 
Produttore: Bert I. Gordon
Produttore esecutivo: Samuel Z. Arkoff 
Casa di produzione: American International Pictures 
Distribuzione: American International Pictures
Distribuzione in italiano: Eureka Distribuzione
Fotografia: Reginald H. Morris
Montaggio: Corky Ehlers
Musiche: Elliot Kaplan
Scenografia: Graeme Murray 
Direttrice del casting: Betty Martin
Truccatrice: Phyllis Newman 
Truccatore speciale: Thomas R. Burman
Parrucchiera: Salli Bailey 
Post-produzione: Salvatore Billitteri 
Assistenti alla regia: Gavin B. Graig, Marianne Dolen,
    Flora M. Gordon 
Direttore del set: John Stark
Tecnico del suono: George Mulholland 
Effetti speciali: Tom Fisher, John Thomas,
    Keith Wardlow, Rick Baker 
Effetti visivi: Bert I. Gordon, Jody Richardson 
Miniature: Erik von Buelow 
Camera a mano: Rod Parkhurst 
Primo assistente cameraman: Thom Rian 
Secondo assistente cameraman: Gundar Lipsbergs
Capo elettricista: Brian Montague 
Tecnico Cinemobile: Dalibor Roas
Guardaroba: Ilse Richter 
Continuità: Margaret Hanly 
Interpreti e personaggi: 
    Marjoe Gortner: Morgan
    Pamela Franklin: Lorna
    Ralph Meeker: Jack Bensington
    Jon Cypher: Brian
    Ida Lupino: Mrs. Skinner
    John McLiam: Mr. Skinner
    Belinda Balaski: Rita
    Tom Stovall: Thomas
    Chuck Courtney: Davis 
    Reg Tunnicliffe: Attendente del traghetto
    Kevin Schumm: Bambino nella classe
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Die Insel der Ungeheuer 
    Francese: Soudain... les monstres 
    Spagnolo: El alimento de los dioses 
    Rumeno: Hrana zeilor 
    Russo: Пища богов 
    Giapponese: 巨大生物の島
       (Kyodai seibutsu no shima,
       "L'isola delle creature giganti") 
Budget: 900.000 dollari US
Box office: 1 milione di dollari US

Trama:
Il "cibo" è un liquido denso e biancastro che affiora misteriosamente dal terreno su un'isola remota da qualche parte nella Columbia Britannica. Il signor e la signora Skinner, una coppia di fanatici religiosi, considerano questa sbobba un dono di Dio e ne danno da mangiare ai loro polli, che diventano diventano grandi come cavalli. Anche ratti, vespe e larve consumano la sostanza, così l'isola viene presto infestata da parassiti giganteschi. 
Morgan, un giocatore di football professionista, è sull'isola per una battuta di caccia con i suoi amici, quando uno di loro viene punto a morte da vespe giganti. Morgan cerca aiuto alla fattoria degli Skinner, ma viene attaccato da uno dei polli giganti e riesce ad ucciderlo infilzandolo con un forcone. La signora Skinner, presente, gli mostra la sostanza mescolata al mangime, ma è convinta che non abbia nulla a che fare con la morte del suo amico nel bosco. Morgan e Brian, scettici sulla causa della morte, rimuovono il corpo di Davis per portarlo via dall'isola. Il signor Skinner intende commercializzare il liquido. Una notte, mentre torna a casa a piedi dopo che la gomma della sua auto si era forata nella foresta, viene attaccato nel bosco e ucciso da topi colossali. 
Dopo aver riportato i suoi amici sulla terraferma, Morgan apprende dall'autopsia che l'amico non è morto per una caduta, così assieme a Brian decide di tornare sull'isola per indagare ulteriormente. Assieme a lui ci sono anche Thomas e la moglie Rita in stato di gravidanza, Jack Bensington, l'avidissimo proprietario di un'azienda di cibo per cani, che spera di trovare il modo di commercializzare la sostanza, oltre alla sua assistente, la batteriologa Lorna Scott. Bensington ha occhi solo per il liquido redditizio e vuole concludere in fretta e furia l'affare, ma il contratto non può essere firmato, essendo il signor Skinner defunto. La signora Skinner mostra all'affarista la fonte del "cibo". Poco dopo, vengono attaccati da uno sciame di vespe giganti, ma riescono a fuggire in casa per il rotto della cuffia. Sopraggiungono Morgan e Brian, che individuano e fanno saltare in aria l'enorme nido cartaceo dei mostruosi imenotteri. Nonostante sia scampato per un pelo alla morte, Bensington rimane determinato a recuperare il liquido. Dopo una serie di spaventose peripezie, in cui Brian rimane ucciso, i ratti di proporzioni immense si avvicinano, guidati da un terrificante esemplare albino. Bensington nel frattempo ha messo il "cibo" al sicuro in contenitori, nonostante le proteste di Lorna. In uno degli attacchi dei pestilenziali roditori, la signora Skinner viene straziata a morte e fa una ben misera fine anche il plutocratico Bensington. 
Morgan fa esplodere una diga vicina, allagando la zona e annegando gli immani ratti, le cui dimensioni e peso rendono impossibile il nuoto. Dopo che le acque si sono ripulite, i sopravvissuti ammucchiano i corpi dei roditori, rovesciandovi sopra i contenitori di "cibo" e la benzina prima di bruciarli. Tuttavia, diversi di questi barattoli vengono trascinati via dalla corrente, finendo alla deriva in una fattoria sulla terraferma. La sostanza viene ingerita dalle mucche da latte. Nella scena finale del film, si vedono degli scolari che bevono inconsapevolmente il latte contaminato, che farà loro subire un'ineluttabile crescita anomala.


Recensione: 
Per Bert Ira Gordon, questo è il secondo adattamento parziale del romanzo di H.G. Wells L'alimento divino (The Food of the Gods and How It Came to Earth, 1904), a undici anni di distanza dal primo, Village of the Giants (1965). Il regista sentiva la necessità di dedicarsi all'horror più livido, sola possibilità di trasporre in fotogrammi l'opera dello scrittore britannico. Non poteva certo essere soddisfacente una briosa commedia sugli adolescenti ribelli cresciuti in modo abnorme per aver mangiato una torta simile a uno stronzo rosa! 
Nonostante i mezzi limitati, che scadono nel trash, il livello di tensione è eccellente. Alla fine si avverte l'incompletezza della narrazione, che si interrompe di colpo lasciando lo spettatore col fiato sospeso: il "cibo", trasportato dalle acque, finito nel latte delle vacche e ingerito dai bambini, arrecherà danni spaventosi alla specie umana - danni che tuttavia non sono mostrati. Forse il regista aveva programmato un sequel, in cui mostrare effetti di gigantismo ben più drammatici di quelli già visti in Village of the Giants
Ci sono alcune differenze importanti tra la trama del film e l'opera di Wells, in cui il "cibo" è una sostanza artificiale e l'azione si svolge in Inghilterra. A parte le plateali insufficienze registiche, si segnala un incoerenza: a un certo punto si enuncia l'idea folle secondo cui gli animali ingigantiti contribuirebbero a risolvere il problema della fame nel mondo, senza considerare che richiederebbero quantità ingenti di risorse (cibo, acqua) per essere mantenuti. Il solito "rimedio" ingannevole che si rivela poi un aggravio! A quanto pare, questa trovata non è contenuta nel romanzo di H.G. Wells, che non ho ancora avuto occasione di leggere.


Effetti speciali bizzarri

Per creare l'effetto delle creature gigantesche sono state utilizzate riproduzioni sovradimensionate di vermi, polli, vespe e ratti. Sono state utilizzate anche sei diverse teste di ratto meccanizzate e quattro costumi da ratto indossati da esseri umani. I risultati purtroppo sono piuttosto trash, soprattutto per quanto riguarda le vespe, grezze, nere e sfocate al punto di essere assolutamente inguardabili. Sembra che le atroci sagome siano state appese sullo sfondo e azionate tramite fili.  I polli immensi hanno dato a Jerry Calà l'idea folgorante per la realizzazione di Chicken Park (1994), considerato dalla critica uno dei film più brutti della Settima Arte. I ratti, su cui il regista si è particolarmente concentrato, sono invece abbastanza potenti. Possiamo dire che svolgono abbastanza bene il loro sporco lavoro, soprattutto quando si ammassano e quando massacrano.
Molti animalisti hanno creduto che per realizzare questo film il cast abbia effettivamente sparato a topi veri, con qualcosa di simile a delle pistole ad aria compressa. Se tuttavia si guarda no le sequenze fotogramma per fotogramma, è chiaro che in realtà hanno sparato un getto ad alta intensità di sangue finto, stordendo i roditori - che tuttavia non sempre sono biologici. Tra l'altro, uno dei costumi da ratto finto è stato utilizzato nel The Star Wars Holiday Special, un film televisivo del 1978 diretto da Steve Binder, trasmesso un'unica volta dall'emittente statunitense CBS e mai pubblicato in alcun formato; non è mai giunto in Italia. 
Sequenze memorabili:
I cagnotti grandi come braccia! 
Errori: 
Dopo che il signor Skinner viene ucciso dai ratti, si può vedere il suo occhio chiuso che sbatte mentre viene trascinato via. È diventato uno zombie? 
Uno strambo dettaglio tecnico:
Si capisce subito quando le foto dei ratti colossali sono state scattate da vicino, con l'intento di farli sembrare più grandi. Questo perché alcune parti sono a fuoco e altre sono sfocate, cosa che accade quando si fotografa un soggetto da pochi centimetri di distanza. Se i ratti fossero davvero giganteschi e venissero ripresi da una distanza superiore a 10 metri, l'intera immagine sarebbe a fuoco (è la cosiddetta "messa a fuoco all'infinito").


Accoglienza 

Questa è stata la pellicola di maggior successo dell'American International Pictures nel 1976; è stata nominata per il miglior film horror dall'Academy of Science Fiction, Fantasy and Horror Films nella quarta edizione dei Saturn Awards nel 1976. Eppure si trovano diverse recensioni non eulogistiche nella stampa americana dell'epoca. Ne riporto alcune, che trovo abbastanza significative. 
Roger Ebert del Chicago Sun-Times ha considerato il film scadente (dandogli una stella su quattro). 
Vincent Canby del New York Times lo ha definito "una miscela incredibilmente ridicola di cliché di fantascienza e film horror"
Gene Siskel del Chicago Tribune ha scritto: "La pesante campagna pubblicitaria televisiva promette galli alti due metri e ratti grandi come pantere. Ciò che dovrebbe promettere, se la verità nell'etichettatura fosse applicata alle pubblicità cinematografiche, sono effetti speciali pessimi e una sceneggiatura ridicola".
Arthur D. Murphy di Variety ha scritto: "Troppa enfasi da parte di Gordon sui suoi buoni effetti speciali visivi si combina con troppa poca attenzione ai suoi compiti di scrittura ... Ogni attore ha fatto di meglio prima; questa sceneggiatura è atroce".
Kevin Thomas del Los Angeles Times ha scritto che "l'intero film è uno scherzo,  involontariamente"
Tom Milne del Monthly Film Bulletin lo ha definito "un pezzo davvero spaventoso di horror fantascientifico in cui il dialogo cretino, che si spera illumini le follie dell'avidità umana e manomettere la natura, rappresenta un pericolo maggiore per il cast rispetto alle vespe giganti rozzamente animate o alle mostruose teste di ratto e di galletto rigidamente manipolate dalle quinte." 
Tra gli altri riconoscimenti, ricevette il Golden Turkey Award per il peggior film sui roditori di tutti i tempi. 
Sembra che il film abbia avuto qualche sostenitore in Francia, dove è stato vincitore del Licorne d'or ("Unicorno d'oro") al Festival international de Paris du film fantastique et de science-fiction ("Festival internazionale di Parigi del cinema fantastico e di fantascienza").
Per quanto riguarda la Germania, il 7 settembre 2018, il film fu presentato sul canale televisivo tedesco Tele5 come parte della serie Die schlechtesten Filme aller Zeiten (SchleFaZ, ossia "I peggiori film di tutti i tempi"). Difficile reperire informazioni sulla critica in altre nazioni. In particolare, non ho trovato niente relativo all'Italia. Del resto, non dobbiamo dimenticare che la reperibilità di questa pellicola è molto bassa. 


Altre recensioni e reazioni nel Web

Come spesso accade, è di qualche aiuto il sito di critica cinematografica Il Davinotti, che dedica alla pellicola di Gordon questa pagina: 


Questa è la memorabile sentenza del mitico Puppigallo: 

"Sembra anticipare Stuff il gelato che uccide. Qui c'e una bianca crema che ingigantisce gli animali, il cui contenuto batterico verrà ripreso dal film di Cohen. Mancano però, sia un pizzico di ironia, che un minimo di classe nella realizzazione. L'unico, vero punto a suo favore, visto che anche gli effetti sono assai poco speciali, consiste nel ritmo, quasi costante e in alcune scene inevitabilmente risibili: le vespe, che nel secondo incontro rombano come il motore di una Ferrari e il megagallo. I topastri almeno fanno il loro dovere, ma non riescono a salvare la pellicola." 

Rambo90 ha scritto: 

"Incredibile avventura fatta di animali giganti ingenuamente puerile e dalla costruzione classicissima. Si parte subito, ma il ritmo poi diventa lento tra interminabili sequenze di topi che corrono tra i prati e litigi tra i membri del gruppo di sopravvissuti. Gli effetti sono così così ma qualche fotomontaggio funziona. Il cast si adopera davvero poco per essere convincente ma non è aiutato da dialoghi molto schematici."

Fauno ha scritto: 

"Sarebbe buono senza quella bigotta di Mrs. Skinner e quel solito avvoltoio approfittatore che si maschera dietro i buoni propositi di combattere la fame del mondo... Sono solo questi due personaggi, patetici e fatti con lo stampino, che rischiano di ridurre la potenza del film a quella di un episodio di una serie televisiva. Per il resto la scienza viene rispettata: verissimo che topi del genere non riescono a nuotare, ma francamente mi hanno molto più suggestionato le vespe... Molto reale il danno fatto da loro."

Markus ha scritto:

"Nelle intenzioni di Gordon la pellicola è una riproposta del genere appartenente al filone animali assassini giganti (che negli Anni ’50 ebbero buoni consensi al botteghino), ma la misera messa in scena toglie molto del fascino che il film potrebbe avere. Il ritmo c’è, gli attori anche, ma il limite di operazioni di questo genere è che o si hanno i soldi per renderli credibili, oppure si rischia il ridicolo. Qua si salvano solo i feroci topastri che camminano attorno ad un plastico di una casa!" 


Curiosità

Questo è stato il penultimo film dell'attrice Ida Lupino. Il suo ultimo film, My Boys Are Good Boys (1979), diretto da Bethel  Buckalew, vedeva anche la partecipazione di Ralph Meeker, che qui ha interpretato l'avidissimo Bensington.

Questo è stato l'ultimo lungometraggio dell'attrice britannica Pamela Franklin, che ha continuato a lavorare in televisione in diversi ruoli da guest star

L'animatore, effettista e produttore britannico-americano Raymond Frederick Harryhausen (1920 - 2013) era interessato a realizzare questo film. Non mi è chiaro se volesse occuparsi della regia o della produzione. Non mi è nemmeno noto il motivo che avrebbe impedito a questo suo progetto di materializzarsi. 

Un implausibile "sequel"

Ebbene sì, il film di Gordon ha avuto un tentativo di sequel, The Food of the Gods II (1989), diretto da Damian Lee e uscito in Italia come Denti assassini. Anziché affrontare la crescita incontrollata dei corpi umani, il regista si ostina a seguire il filo conduttore dei ratti mostruosi, fino ad incarognirsi.