martedì 29 giugno 2021

LA DEFECAZIONE IN SCANDINAVIA E IN ISLANDA NEI TEMPI ANTICHI

Quando la Scandinavia era pagana, tutti defecavano all'aperto. In Islanda, isola che fu popolata da coloni norvegesi, erano praticate ovviamente le stesse usanze, almeno finché ebbe corso il Costume Antico. Le regole del buon vivere dettate da Odino consigliavano di svuotare gli intestini durante le ore notturne, per alzarsi leggeri e riposati, essendo meglio togliere tempo al sonno piuttosto che all'azione (Hávamál; Tufano, 1996). Così la gente si recava nottetempo all'aperto per soddisfare le proprie esigenze corporali. Nella Saga degli uomini di Eyr (Eyrbyggja saga), ambientata in Islanda, si fanno alcune descrizioni molto interessanti sulle abitudini defecatorie dei primi coloni e dei loro discendenti. Vi è descritto uno scoglio in riva al mare, che in norreno era chiamato Dritsker, ossia "scoglio della merda" (da drit "merda, sozzura" e da sker "scoglio"). Immagino che dovesse essere ben squallido trovarsi là sotto la pallida luce del sole. Chi nella notte si avventurava da quelle parti, doveva portare una fiaccola per illuminare la via. Sicuramente c'erano molti disagi, specialmente d'inverno, quando il clima era piuttosto inclemente. Vediamo ora quali sono le origini del Dritsker e perché è stato designato per questa bisogna.
 
Questo è il testo di riferimento in norreno (Eyrbyggja saga, capitolo 4): 
 
Þórólfr kallaði Þórsnes milli Vigrafjarðar ok Hofs­vágs. Í því nesi stendr eitt fjall. Á því fjalli hafiði Þórólfr svá mikinn átrúnað, at þangat skyldi enginn maðr óþveginn líta ok engu skyldi tortíma í fjallinu, hvárki fé né mǫnnum, nema sjálpt gengi í brott. Þat fjall kallaði hann Helgafell ok trúði, at hann mundi þangat fara, þá er hann dǿi, ok allir á nesinu hans frændr. 
Þar sem Þórr hafði á land komit, á tanganum nessins, lét hann hafa dóma alla ok setti þar héraðsþing. Þar var ok svo mikill helgistaður at hann vildi með engu móti láta saurga vǫllinn, hvorki í heiptarblóði ok eigi skyldi þar álfrek ganga ok var hapt til þess sker eitt er Dritsker var kallat. 
Þórólfr gerðist rausnarmaðr mikill í búi ok hafði fjǫlmennt með sér, því at þá var gott matar at afla af eyjum ok ǫðru sæfangi.
 
Traduzione: 
 
Thorolf chiamò Thorsnes ("Promontorio di Thor") la zona tra Vigrafjörd e Hofsvag. Su quella penisola sorgeva un monte. Thorolf aveva per questo monte una venerazione così grande, che aveva proibito a ogni uomo di contemplarlo senza essersi lavato; nessun essere, né uomo né animale, poteva ricevere lì una punizione, tranne che vi si fosse smarrito. Egli chiamò questo monte Helgafell, e riteneva che su questo monte sarebbe dovuto comparire, dopo essere morto, e così tutti i suoi parenti.
Là dove Thor era approdato*, sulle propaggini del promontorio, fece tenere tutti i processi e v'insediò l'assemblea cantonale; ed era un luogo così sacro, che non volle lasciarlo contaminare a nessun patto, né con lo spargervi sangue, né con l'andarvi a depositare escrementi: per quest'ultima bisogna era stato scelto uno scoglio, che era chiamato
Dritsker.
Thorolf divenne un uomo molto importante nella sua zona e aveva molti uomini con sé, perché là c'erano buoni cibi con cui nutrirsi, cioè u
ova e animali marini.
 
*Si tratta di pilastri o stipiti del seggio che si trovava nel Grande Tempio dell'isola di Most, portati con sé da Thorolf Mostrarskegg nel suo lungo viaggio. Erano sagomati in modo tale da rappresentare la tonante divinità. 
 
Per il testo completo della saga in norreno, riporto questo link: 
 
 
Thorolf Mostrarskegg era una personalità molto importante. Nobile uomo dalla barba imponente, da cui aveva derivato il suo soprannome (skegg significa "barba"), aveva smontato il Grande Tempio dell'isola di Most, in Norvegia, trasportandolo in Islanda. Non va confuso con Thorhadd il Vecchio, che aveva compiuto un'impresa del tutto simile, smontando il Grande Tempio di Mæren, in Norvegia, trasportandolo parimenti in Islanda. È molto facile confondersi e distorcere le informazioni quando si tratta di opere complesse e articolate come le saghe islandesi, distantissime dal nostro modo di narrare gli eventi. Qualche anno fa mi è capitato di scambiare Thorolf Mostrarskegg con Thorhadd il Vecchio, attribuendogli erroneamente il sacerdozio nel Grande Tempio di Mæren anziché in quello del Grande Tempio di Most. Mæren si trova nella regione di Throndheim, molto distante dall'isola di Most, che si trova invece nello Hördaland del Sud, nella Norvegia meridionale. La sostanza però non cambia molto.   
 
Proprio come Thorhadd il Vecchio, Thorolf Mostrarskegg aveva portato persino le zolle di terra del luogo d'origine, che si trovavano sotto l'altare di Thor, perché l'edificio di culto fosse perfettamente ricostruito in ogni dettaglio anche minimo. Aveva seguito un rituale preciso. Come si può leggere nel testo della Eyrbyggja saga che ho riportato sopra, questo potente capo aveva una vera e propria fissazione per la purezza dei luoghi sacri e un'idea precisa di cosa potesse contaminarli: le feci e il sangue. Si fa capire in diverse occasioni che tutto ciò parve stravagante persino ai suoi seguaci. Soprattutto era una misura impopolare il divieto di depositare i propri escrementi nei campi consacrati alle divinità, fatto valere in modo assai rigido finché Thorolf Mostrarskegg fu in vita. L'osservanza di questa disposizione sembrava pesare moltissimo ad alcuni abitanti del luogo, tanto che alla fine si arrivò all'insurrezione e a uno scontro violentissimo. Una sanguinosa battaglia combattuta a causa della merda! L'effetto paradossale fu questo: il sangue versato rese impura la terra che gli eredi di Thorolf Mostrarskegg intendevano difendere. Quando le parti furono pacificate, si dovette procedere a scegliere nuove terre da consacrare alle Dei; queste terre furono considerate sacre, ma non al punto di non poter essere ingrassate con le feci. 
 
I Thorsnesingar erano il clan fondato da Thorolf Mostrarskegg (l'origine del nome è dal toponimo Thorsnes "Promontorio di Thor"). I Kjalleklingar erano il clan ribelle (il nome significa "Discendenti di Kjallak") Questo è il testo di riferimento in norreno, in cui si raccontano le origini dello scontro (Eyrbyggja saga, capitolo 9): 
 
Þat var eitt var á Þórsnessþingi, at þeir mágar, Þorgrímr Kjallaksson ok Ásgeirr á Eyri, gerðu orð á, at þeir mundi eigi leggja drag undir ofmetnað Þórsnesinga, ok þat, at þeir mundi ganga þar ørna sinna sem annars staðar á mannfundum á grasi, þótt þeir væri svá stolz, at þeir gerði lǫnd sín helgari en aðrar jarðir í Breiðafirði. Lýstu þeir þá yfir því, at þeir mundi eigi troða skó til at ganga þar í útsker til álfreka.  En er Þorsteinn þorskabítr varð þessa varr, vildi hann eigi þola, at þeir saurgaði þann vǫll, er Þórólfr, faðir hans, hafði tignat um fram aðra staði í sinni landeign. Heimti hann þá at sér vini sína ok ætlaði at verja þeim vígi vǫllinn, ef þeir hygðist at saurga hann. At þessu ráði hurfu með honum Þorgeirr kengr, som Geirrøðar á Eyri, ok Álptfirðingar, Þorfinnr ok Þorbrandr, sonr hans, Þórólfr bægifótr ok margir aðrir þingmenn Þorsteins ok vinir. 

Traduzione:
 
Una primavera, all'assemblea di Thorsnes, accadde che i cognati di Thorgrim, figlio di Kjallak, e Asgeir di Eyr decisero di non sopportare più la tracotanza dei Thorsnesingar; stabilirono di depositare i propri escrementi, durante le assemblee, sull'erba, come in qualsiasi altro luogo, anche se quelli erano così superbi da ritenere la loro terra più sacra di ogni altra terra a Breidafjörd; resero noto che essi non avrebbero più consumato le loro scarpe per andare su di uno scoglio lontano a depositare i propri escrementi. Ma come Thorstein Thorskabit venne a sapere questo, non volle sopportare che essi contaminassero quel terreno che suo padre Thorolf aveva venerato più di ogni altro suo possesso; fece venire presso di sé i suoi amici e dichiarò che avrebbe difeso combattendo quel terreno, qualora quelli avessero avuto l'intenzione d'insozzarlo. In questa decisione si unirono a lui: Thorgeir Keng, figlio di Geirröd da Eyr, e gli uomini dell'Alptafjörd, Thorfin e Thorbrand, figlio di lui, Thorolf "Gambastorta" e molti altri compagni d'assemblea e amici di Thorstein.   
 
I Thorsnesingar videro che i Kjalleklingar stavano deviando dal sentiero che conduceva al Dritsker, intenzionati ad andare a smerdare sul terreno consacrato! 
 
En um kveldit, er Kjalleklingar váru mettir, tóku þeir vápn sín ok gengu út í nesit. En er þeir Þorsteinn sá, at þeir sneru af þeim veg, er til skersins lá, þá hljópu þeir til vápna ok runnu eptir þeim með ópi ok eggjan. Ok er Kjalleklingar sá þat, hljópu þeir saman ok vǫrðu sik. En Þórsnesingar gerðu svá harða atgǫngu, at Kjalleklingar hrukku af vellinum ok í fjǫruna. Snerust þeir þá við, ok varð þar inn harðasti bardagi með þeim. Kjalleklingar váru færi ok hǫfðu einvalalið.  
 
Traduzione: 
 
E alla sera, allorché i Kjalleklingar furono sazi, presero le proprie armi e uscirono sul promontorio. Ma Thorstein e i suoi, quando videro che quelli si allontanavano dalla via che conduceva allo scoglio, corsero alle armi e gli si precipitarono dietro con grida e incitamenti. Quando i Kjalleklingar videro questo, si unirono e si difesero; ma i Thorsnesingar lanciarono assalti così impetuosi che i Kjalleklingar ripiegarono dal terreno, lungo la spiaggia; quindi ritornarono di nuovo all'attacco e s'ingaggiò tra loro una battaglia violentissima. I Kjalleklingar erano inferiori di numero, ma rappresentavano sempre una schiera eccellente. 
 
Gli eventi precipitarono. 
 
Þar fellu menn af hvárumtveggjum ok fleiri af Kjalleklingum, en fjǫlði varð sárr. Griðum varð engum á komit, því at hvárgir vildu þau selja, ok hétu hvárir ǫðrum atfǫrum, þegar því mǿtti við koma. Vǫllrinn var orðinn alblóðugr þar, er þeir bǫrðust, ok svá þar, er Þórsnesjngar stóðu, meðan barizt var. 
 
Traduzione:
 
Rimasero allora uccisi degli uomini da ambo le parti - molti da quella dei Kjalleklingar - e parecchi erano i feriti. Non si giunse a una pace, perché nessuna delle due parti voleva cedere, ed entrambe proclamavano che sarebbero ricorse ad altre aggressioni, qualora fosse avvenuto d'incontrarsi. Il terreno, su cui avevano combattuto, era tutto ricoperto di sangue, specie nel punto occupato, durante la battaglia, dai Thorsnesingar. 
 
Dopo la battaglia, fu necessario ricorrere all'arbitrato per cercare di pacificare i contendenti - dato che non esisteva in tutta l'Islanda un potere centrale. Il paciere, Thord Gellir, fu scelto perché era imparentato con entrambi i clan. Riporto alcuni testi in norreno sulla cronistoria degli eventi (Eyrbyggja saga, capitolo 10).
 
Þar urðu þær málalykðir, at Þórðr skyldi gera um með því móti, at Kjalleklingar skilðu þat til, at þeir mundi aldrigi ganga í Dritsker ørna sinna, en Þorsteinn skilði þat til, at Kjalleklingar skyldi eigi saurga vǫllinn nú heldr en fyrr. Kjalleklingar kǫlluðu alla þá hafa fallit óhelga, er af Þorsteini hǫfðu fallit, fyrir þat, er þeir hǫfðu fyrr með þann hug at þeim farit at berjast. En Þórsnesingar sǫgðu Kjalleklinga alla óhelga fyrir lagabrot þat, er þeir gerðu á helguðu þingi. En þó at vandliga væri undir skilit gerðina, þá játaði Þórðr at gera ok vildi heldr þat en þeir skilði ósáttir.
 
Traduzione:  
 
Allora furono d'accordo nell'attribuire a Thord la facoltà di decidere; solo i Kjalleklingar richiesero di non dover andare più a depositare i propri escrementi fino alla roccia di Dritsker; Thorstein invece pretese che i Kjalleklingar continuassero come prima a non contaminare il terreno sacro. I Kjalleklingar pretendevano che tutti coloro che erano caduti dalla parte di Thorstein fossero proclamati caduti senza diritto a risarcimento, per il fatto che per primi si erano lanciati contro di loro con l'intenzione di venire a contesa; ma i Thorsnesingar volevano far dichiarare "fuori legge" i Kjalleklingar per la violazione delle norme, che avevano perpetrata alla sacra assemblea. E benché fosse difficile venire a un accordo a simili condizioni, tuttavia Thord fu del parere di concludere un compromesso, piuttosto che lasciarli separare non pacificati. 
 
Thord Gellir giunge alla sua determinazione, che presuppone una cultura giuridica complessa, con buona pace di quanti liquidano come "barbaro" tutto ciò che non è romano. 
 
Þórðr hafði þat upphaf gerðarinnar, at hann kallar, at sá skal hafa happ, er hlotit hefir, kvað þar engi víg bǿta skulu, þau er orðit hǫfðu á Þórsnesi, eða áverka, en vǫllinn kallar spilltan af heiptarblóði, er niðr hafði komit, ok kallar þá jǫrð nu eigi helgari en aðra ok kallar þá því valda, er fyrri gerðust til áverka við aura. Kallaði hann þat eitt friðbrot verit hafa, sagði þar ok eigi þing skyldu vera síðan. 
 
Traduzione: 
 
Thord così esordì nel proclama che sanciva l'accordo: "Ognuno deve tenersi quello che gli è capitato". Disse che nessun omicidio, che fosse stato perpetrato a Thorsnes, doveva essere risarcito; come pure nessuna lesione doveva essere risarcita; dichiarò che il terreno era stato contaminato dal sangue versato dai contendenti, che quel terrenon ono era più sacro di qualsiasi altro, e che di quella situazione erano responsabili coloro che si erano decisi per primi a ferire gli altri; aggiunse che quella era stata una violazione del "friðr"*, e che d'allora in poi non si sarebbe più potuto tenervi alcuna assemblea.
 
*La parola norrena friðr designa la pace, la concordia e il benessere che devono regnare nella comunità. 
 
Come conseguenza di queste premesse, l'organizzazione religiosa di quel territorio islandese viene interamente riformata. Fu stabilito che Thorgrim figlio di Kjallak dovesse possedere metà del tempio e ricevere la metà dei tributi, che da lui dovessero dipendere metà degli uomini appartenenti all'assemblea, che dovesse sostenere Thorstein in ogni questione, qualunque fosse la divinità a cui quest'ultimo avesse consacrato il luogo della nuova assemblea.  
 
Þeir fǿrðu þá þingit inn í nesit, þar sem nú er. Ok þá er Þórðr gellir skipaði fjórðungaþing, lét hann þar vera fjórðungsþing Vestfirðinga. Skyldu menn þangat til sǿkja um alla Vestfjǫrðu. Þar sér enn dómhring þann, er menn váru dǿmðir í til blóts. Í þeim hring stendr Þórs steinn, er þeir menn váru brotnir um, er til blóta váru hafðir, ok sér enn bloðslitinn á steininum. Var á því þingi inn mesti helgistaðr, en eigi var mǫnnum þar bannat at ganga ørna sínna. 
 
Traduzione: 
 
Essi trasferirono la sede per le riunioni dell'assemblea sul promontorio, là dove ora si trova; e allorché Thord Gellir istituì le assemblee dei quattro cantoni, fece sì che quella fosse l'assemblea cantonale occidentale. Là si può vedere quel cerchio del giudizio dove gli uomini erano condannato a morte; in quel cerchio sta la pietra di Thor, su cui si spezzava la schiena agli uomini che erano stati scelti per il sacrificio, e sulla pietra si vedono le macchie di sangue. Questa assemblea si teneva in un luogo molto sacro, ma là non era vietato agli uomini di depositare i loro escrementi.
 
Dall'analisi di questo prezioso materiale storico, si possono fare alcune importanti considerazioni. Come si può vedere, prima delle stravaganti riforme religiose di Thorolf Mostrarskegg, la defecazione avveniva ovunque ci fosse un luogo adatto, anche nel corso di feste religiose che prevedevano grandi assembramenti di persone. Se un partecipante a uno di questi eventi avvertiva una pressione nel ventre e aveva l'impellente bisogno di evacuare, anche se era giorno non aspettava certo la notte. Si appartava e smerdava. Anche le donne smerdavano così, senza pensarci troppo. Facevano stronzi grassissimi, pastosi, enormi. 
C'è una questione che a mio avviso è molto interessante. Il capostipite della fazione dei Kjalleklingar aveva un nome di origine irlandese. L'antroponimo Kjallakr è infatti un adattamento norreno dell'antico irlandese Cellach, il cui significato è "Bellicoso". Sappiamo che moltissimi irlandesi furono presi come schiavi dai Vichinghi e deportati in Islanda. Questi schiavi erano cristiani, ma abbandonarono rapidamente la loro religione per adottare il politeismo dei loro padroni. Credo che sia possibile che i discendenti dei primi prigionieri irlandesi, che in molti casi erano liberti integrati nella società islandese, abbiano portato avanti qualche forma di astio. Il risultato di queste tensioni mai sopite potrebbe ben essere sfociato nella Guerra della Merda, così ben descritta nella Saga degli Uomini di Eyr

Glossario defecatorio 

ørna sínna "i propri bisogni" 
ganga ørna sínna "andare a defecare", ossia "andare a fare i propri bisogni" 

Si tratta chiaramente di espressioni eufemistiche, non dissimili dall'uso colloquiale dell'inglese business "affare" per "escremento".
 
Un nuovo rapporto con la defecazione    
 
Quando giunse il Cristianesimo e acquistò sempre maggior influenza, le cose cambiarono in modo radicale. Fu sentita la necessità di defecare in un luogo appartato, in altre parole in un gabinetto. Le cose stavano più o meno così: uno schiavo irlandese provvedeva a scavare una buca nella terra, su cui veniva posto uno sgabello di legno con un foro per il culo, in modo che vi potessero passare agevolmente le feci. Una grossolana casupola di assi di legno nascondeva la latrina alla vista dei passanti. Quando la buca nel terreno tracimava per l'eccessiva quantità di escrementi depositati, la casupola veniva smontata, la tavola di legno veniva rimossa, il luogo contaminato veniva interrato e si provvedeva a scavare una nuova buca da un'altra parte. In questo modo dovevano essere nati i gabinetti nel Nord. Sempre nella Saga degli Uomini di Eyr, si dice che alcuni avversari del goði ("sacerdote pagano") Snorri volevano tendergli un agguato e ucciderlo. Era notte fonda. Si aspettavano che dopo l'abbondante cena, al goði Snorri e ai suoi venisse voglia di andare al gabinetto. I tempi in cui si smerdava all'aperto erano ormai lontani. 
 
Questo è il testo in norreno (Eyrbyggja saga, capitolo 26): 
 
Þat haust, er berserkirnir kómu til Styrs, varð þat til tíðenda, at Vigfúss í Drápuhlíð fór til kolgerðar þangat, sem heita Seljabrekkur, ok með honum þrælar hans þrír. Einn hét Svartr inn sterki.  Ok er þeir kómu í skóginn, mælti Vigfúss: "Allmikill harmr er þat, ok svá mun þér þykkja, Svartr, er þú skalt verða ánauðigr maðr, svá sem þú ert sterkr ok drengiligr at sjá."
  "Vist þykkir mér mikit mein at því," segir hann, "en eigi er mér þat sjálfrátt."
  Vigfúss mælti: "Hvat villtu til vinna, at ek gefa þér frelsi?"
  "Eigi má ek þat með fé kaupa, því at ek á ekki, en þá hluti, er ek má, mun ek enga til spara."
  Vigfúss mælti: "Þú skalt fara til Helgafells ok drepa Snorra goða, en eptir þat skaltu sannliga fá frelsi þitt ok þar með góða kosti, er ek skal veita þér."
  "Því mun ek eigi til leiðar koma," segir Svartr.
  "Ek skal ráð til setja," segir Vigfúss, "þat er þetta skal framkvæmt verða mannhættulaust."
   "Heyra vil ek þat," segir Svartr.
  "Þú skalt fara til Helgafells ok ganga í lopt þat, er yfir er útidurum, ok rýma fjalir í gólfinu, svá at þú fáir þar lagt atgeiri í gegnum. En þá er Snorri gengr til kamars, þá skaltu leggja atgeirinum í gegnum loptsgólfit í bak Snorra svá fast, at út gangi um kviðinn, hlaup síðan út á ræfrit ok svá ofan fyrir vegginn ok lát náttmyrkrit gæta þín."
  Ok með þessu ráði fór Svartr til Helgafells ok rauf ræfrit yfir útidurum ok gekk þar inn í loptit. þat var í þann tíma, er þeir Snorri sátu við málelda.  Í þann tíma váru útikamrar á bǿjum. En er þeir Snorri gengu frá eldinum, ætluðu þeir til kamarsins, ok gekk Snorri fyrstr ok bar undan út í dyrrnar, áðr tilræðit Svarts varð. En Már Hallvarðsson gekk næst Snorra, ok lagði Svartr atgeirinum til hans, ok kom lagit á herðarblaðit ok renndi út undir höndina ok skar þar út, ok varð þat eigi mikit sár.  Svartr hljóp út ok ofan fyrir vegginn. Honum varð hált á brústeininum, ok fell hann fall mikit, er hann kom niðr, ok fekk Snorri tekit hann, áðr hann stóð upp.
 
Traduzione: 
 
Quell'autunno, in cui i berserkir si erano trasferiti presso Styr, accadde che Vigfus da Drapuhlid si recasse a una carbonaia, che si chiama Seljabrekka e con lui tre suoi servi: uno si chiamava Svart inn Sterki; quando furono giunti al bosco, Vigfus disse: "Questo è un grandissimo guaio, e così ti deve sembrare, o Svart, che tu debba essere uno schiavo, mentre tu sei forte e valente a vedersi." 
"Certo", rispose quello, "mi sembra una grave ingiustizia, ma non è dipeso da me." 
Vigfus replicò: "Che vuoi fare, perché ti conceda la libertà?" 
"Non posso acquistarmela col denaro, perché non ne posseggo, ma non voglio esimermi dal fare quello che posso." 
Vigfus disse: "Tu devi andare a Helgafell e uccidere il goði Snorri; dopo avrai davvero la libertà e, inoltre, un bel gruzzolo, che io ti fornirò." 
"Non m'indurrò a far questo", dice Svart. 
"Io ti darò consigli", dice Vigfus, "in modo che questo possa essere eseguito, senza alcun pericolo per te." 
"Odo questo volentieri", dice Svart. 
"Tu devi andare a Helgafell e introdurti in quella stanza superiore che sta sopra la porta d'uscita; togli quindi via alcune assi dal pavimento, in modo da poter collocare un'asta attraverso l'apertura; quando Snorri uscirà per andare al gabinetto, conficca l'asta, attraverso il pavimento della stanza, nella schiena di Snorri, così violentemente da farla uscire dalla parte del ventre; corri poi sul tetto e giù lungo la parete e scompari nell'oscurità della notte." 
Fornito di queste istruzioni, Svart andò a Helgafell, sfondò il tetto sopra la porta d'uscita ed entrò nella camera sovrastante; questo avvenne mentre Snorri e i suoi stavano seduti per cena. In quell'epoca i gabinetti stavano fuori delle case. Quando Snorri e i suoi si alzarono dal tavolo vicino al fuoco, pensarono di andare al gabinetto. Snorri uscì per primo e passò attraverso la porta, prima che l'agguato di Svart fosse pronto; invece Mar, figlio di Hallvard, passò dopo Snorri, e Svart lo colpì con l'asta, lo raggiunse attraverso la scapola, scivolò lungo il braccio, tagliò via un po' di carne, ma non produsse una grave ferita. Svart corse via, passando lungo la parete andò a finire su di un lastricato e fece una grave caduta, precipidando giù. Snorri riuscì ad afferrarlo, prima che si rialzasse.
 
Questi fatti accadevano 14 anni prima che in Islanda venisse adottato per legge il Cristianesimo. L'influenza cristiana aveva preso largamente piede in Islanda già prima che la nuova religione finisse col prevalere nell'anno 1000. Lo stesso goði Snorri finì col farsi battezzare, conservando il suo titolo, che nessuno ormai connetteva più a rituali pagani e che ormai era usato come semplice onorificenza politica. Dal racconto del fallito attentato al goði Snorri si possono trarre alcune interessanti considerazioni. L'autore della saga ha notato che ai tempi della Cristianizzazione i gabinetti erano esterni alle case, segno che in seguito a quell'epoca ci sono stati sostanziali cambiamenti nel costume, tanto che lo stanzino defecatorio è stato trasferito all'interno delle case. Occorrerebbero studi molto più approfonditi di questo trattatello per chiarire meglio la questione. 
 
Glossario defecatorio 
 
kamarr "gabinetto" (genitivo kamars; plurale kamrar
ganga til kamars "andare al gabinetto" 
 
Si comprende subito che il vocabolo kamarr è un prestito, che in ultima istanza deriva dal latino camera "stanza a volta". Questo prestito lessicale non sarebbe stato possibile senza il Cristianesimo. Esiste anche una denominazione di chiara origine tabuistica per indicare il luogo defecatorio: annat hús "l'altra casa".
 
Igiene personale 
 
Per pulirsi, i Vichinghi utilizzavano il bagno turco. La parola norrena bað (genitivo baðs; plurale bǫð), che ha la stessa origine dell'inglese bath "bagno" e al tedesco Bad "bagno", indicava precisamente il bagno tramite il vapore, non tanto il bagno tramite immersione nell'acqua. Le genti del Nord si servivano del vapore scaturito dall'acqua bollente introdotta in un'apposita stanza, in genere sotterranea, chiamata baðstofa (genitivo baðstofu; plurale baðstofur). Non era considerato conveniente defecare e lavarsi nello stesso ambiente, come invece facciamo noi oggi. Un possidente era molto afflitto da due berserkir, Halli e Leiknir. Ha così trovato un modo molto ingegnoso per ucciderli entrambi, servendosi proprio del vapore bollente di una sauna.

Questo è il testo in norreno (Eyrbyggja saga, capitolo 28): 
 
Eptir þetta tóku þeir at ryðja gǫtuna, ok er þat it mesta mannvirki. Þeir lǫgðu ok garðinn, sem enn sér merki. Okveptir þat gerðu þeir byrgit.
 En meðan þeir váru at þessu verki, lét Styrr gera baðstofu heima undir Hrauni ok var grafin í jǫrð niðr, ok var gluggr yfir ofninum, svá at útan mátti á gefa, ok var þat hús ákafliga heitt.
 
Traduzione: 

Quindi [i berserkir] si posero a costruire la strada, ed era un'opera faticosa. Rizzarono anche la palizzata, di cui ancora si vede traccia. Dopo costruirono il recinto per le pecore. Mentre erano intenti a quest'opera, Styr fece costruire a casa sua, a Hraun, un locale per i bagni: era un locale scavato sottoterra, e sopra la stufa vi era un'apertura, in modo da poter introdurre l'acqua; il locale era straordinariamente caldo.

E ancora, sempre dallo stesso capitolo, poco oltre: 
 
Berserkirnir gengu heim um kveldit ok váru móðir mjǫk, sem háttr er þeira manna, sem eigi eru einhama, at þeir verða máttlausir mjǫk, er af þeim gengr berserksgangrinn.  Styrr gekk þá í mót þeim ok þakkaði þeim verk ok bað þá fara í bað ok hvíla sik eptir þat. Þeir gerðu svá. Ok er þeir kómu í baðit, lét Styrr byrgja baðstofuna ok bera grjót á hlemminn, er var yfir forstofunni, en hann lét breiða niðr nautshúð hráblauta hjá uppganginum. Síðan lét hann gefa útan á baðit í glugginn, er yfir var ofninum. Var þá baðit svá heitt, at berserkirnir þolðu eigi í baðinu ok hljópu á hurðirnar. Fekk Halli brotit hlemminn ok komst upp ok fell á húðinni. Veitti Styrr honum þá banasár. En er Leiknir vildi hlaupa upp ór durunum, lagði Styrr í gegnum hann, ok fell hann inn í baðstofuna ok lézt þar.  Síðan lét Styrr veita umbúnað líkum þeira. Váru þeir fǿrðir út í hraunit ok kasaðir í dal þeim, er þar er í hrauninu, er svá er djúpr, at engan hlut sér ór nema himin yfir sik.
 
Traduzione: 
 
I berserkir andarono a casa la sera, ed erano molto stanchi, come è costume di quegli uomini, che non hanno solo l'aspetto, ma sono spossati, dopo essere stati soggetti al "berserksgang". Styr andò loro incontro, li ringraziò per il lavoro e li invità ad entrare nel bagno, e quindi a riposarsi. Quelli così fecero; e appena furono entrati nel bagno, Styr fece chiudere la stanza e porre delle pietre sull'apertura del tetto che stava sopra l'anticamera; all'uscita fece stendere una pelle di bue appena scuoiato. Poi fece versare l'acqua nel bagno attraverso l'apertura che era sopra la stufa: il bagno divenne così caldo, che i berserkir non riuscirono a sopportarlo, e corsero alla porta. Halli riuscì a sfondare l'apertura, ma inciampò nella pella: allora Styr gl'inferse un colpo mortale. E quando Leiknir volle scappare fuori dalla porta, Styr lo trafisse, e quello cadde nel bagno e vi morì. Poi Styr fece raccogliere i loro cadaveri; furono trasportati lassù sulla lava, e inumati in quella valle che si trova in mezzo alla lava, e che è così profonda, da non lasciare scorgere alcuna parte, tranne il cielo sopra di sé. 
 
Questi bagni erano spesso alimentati dalle acque termali, così comuni nell'Isola dei Ghiacci.    
 
Glossario igienico 
 
Nel vocabolario di Zoëga sono riportate diverse parole norrene per indicare il bagno, inteso come luogo della sauna. La glossa inglese è la stessa usata per designare il luogo defecatorio: "privy", cioè "latrina, cesso". 

salerni "bagno":
      derivato da salr "stanza, camera"; 
garðhús "bagno":
      derivato da garðr "cortile" e da hús "casa"
náðhús "bagno": 
      derivato da náð "grazia" e da hús "casa" 

La parola salerni è tuttora in uso nell'islandese moderno. Nella lingua attuale troviamo anche alcuni sinonimi: 
 
baðherbergi "bagno": 
    derivato da bað "bagno" e da herbergi "alloggio"
snyrting "bagno" (termine dotto): 
    derivato da snyrta "riordinare" 
vatnsalerni "bagno" (termine raro): 
    derivato da vatn "acqua" e da salerni "bagno".
 
La questione della pulizia anale 
 
Nella Russia Kievana, il viaggiatore arabo Ahmad ibn Fadlan (Baghdad, 877 - 960), si imbatté in una comunità di Vichinghi, conosciuti come Variaghi (dal norreno Væringjar "mercenari che servivano come guardie del corpo dell'Imperatore di Bisanzio"), che erano originari della Svezia. Ne descrisse con dovizia di particolari le usanze, che a lui parvero bestiali. Questo riportò nella sua opera:

"Essi sono le più sporche tra tutte le creature di Dio: non si lavano dopo aver defecato o urinato, né si lavano quando sono in uno stato di impurità rituale*, né si lavano le mani dopo aver mangiato. Sono davvero come asini vaganti."  

*L'impurità rituale è la condizione di chi ha emesso lo sperma. Le parole dell'arabo possono tradursi con "dopo aver copulato"

Non mi stancherò mai di ripeterlo: non si può conoscere davvero un popolo se non si sa nulla dei metodi che utilizzava per la pulizia del buco del culo. Gli Arabi criticavano i civilissimi Cinesi perché si pulivano l'ano usando soltanto la carta, senza detergersi con l'acqua. Avrebbero ritenuto "incivili" anche Socrate e Platone, che al pari dei Vichinghi usavano sassi lisci o muschio per asportare ogni traccia di escrementi dallo sfintere anale. Quanto riportato da Ibn Fadlan non è in contraddizione con ciò che scrivevano gli autori anglosassoni, che dall'alto della loro sozzura criticavano i Danesi perché si lavavano troppo spesso e si cambiavano con solerzia le vesti. Infatti il bagno turco risolveva i problemi: era un ottimo rimedio quando ci si sentiva laidi. Anche se queste pratiche igieniche dei Vichinghi erano ammirevoli per l'epoca, sono comunque ben distanti dagli standard attuali.   

 
Il coprolito di York 
 
Dell'attività defecatoria dei Vichinghi abbiamo qualche traccia tangibile e indagabile tramite il rigoroso metodo scientifico. Il reperto più significativo è senza dubbio il coprolito di York (Contea del North Yorkshire, Inghilterra), noto anche come Lloyds Bank coprolite, che è preziosissimo e vale come i Gioielli della Corona! Moltissime sono le pagine nel Web dedicate a questo oggetto assolutamente eccezionale, che è stato studiato a fondo dal paleoscatologo Andrew Jones. Eccone una:  


Non ci sono dubbi, è un vero e proprio record. Il più grande escremento umano di cui si abbia finora notizia è stato deposto da un glorioso vichingo e si è fossilizzato! Si tratta di uno stronzo colossale, lasciato nel IX in quello che all'epoca era il Regno di Jórvík; ha subìto un processo di mineralizzazione, giungendo fino ai nostri giorni. Lungo 20 centimetri e largo 5, è stato scoperto nel corso dei lavori di costruzione di una sede bancaria dei Lloyds. In pratica ha le dimensioni di un maestoso cazzone eretto! Dalle analisi si sono potute dedurre informazioni di grande utilità. Il guerriero che ha deposto questo prodigioso escremento si cibava principalmente di carne e di pane. Inotre era afflitto da una parassitosi: chiare evidenze delle uova del nematode Trichuris trichiura sono state trovate nel materiale fossile. Questo sgradevole verme infesta l'intestino crasso e si nutre del sangue dell'ospite tramite lo stiletto boccale; le sue uova fecondate, presenti nella materia fecale, sopravvvivono a lungo nell'ambiente. Si trovano questi pericolosi patogeni nel suolo dei paesi in cui la gente è abituata a smerdare all'aperto. I bambini, che sono coprofagi per inclinazione naturale, si portano alla bocca il terriccio contaminato e diventano un importante serbatoio dell'infezione. Non bisogna mai avere nostalgia delle epoche passate: erano piene zeppe di orrori per noi difficili anche solo a immaginarsi. Tra l'altro sembra che l'espulsione dell'immenso stronzo non sia stata molto agevole. In altre parole, è stato un vero e proprio travaglio anale! Devo anche riportare un episodio spiacevole. L'inestimabile reperto, esposto al Centro di Archeologia della città di York, nel 2003 si ruppe in tre pezzi a causa dell'incauta manipolazione da parte di alcuni bulli. Per fortuna gli archeologi sono stati in grado di ripararlo usando il Super Attak, così rifulge di nuovo in tutto il suo splendore!
 
I Vichinghi e scorregge
 
Nell'antica Scandinavia e nelle sue colonie che ne sono nate si credeva che fare peti fosse un segno di evidente salute. Tutti, uomini e donne, dovevano emettere flatulenze per mostrare che stavano bene, che non avevano problemi. L'emissione dei peti, anche di quelli più osceni e sulfurei, era assolutamente libera. Le mogli scorreggiavano beate davanti ai mariti. I mariti scorreggiavano senza freni davanti alle mogli. I peti divertivano, erano una parte importantissima della socialità. Erano considerati interessanti sia per il suono che per l'odore. In Islanda si tenevano vere e proprie gare di scorregge. Il nome norreno della scorreggia è vindgangr, che alla lettera significa "ventosità" (da vindr "vento"). Credo che questo sia un caso molto interessante, in cui una parola chiaramente tabuistica descrive un atto non reputato tabù. Riportiamo infine qualche significativo aneddoto su un personaggio assai bizzarro. Un arciere norvegese, Einar Thambarskelfir, era famosissimo perché era in grado di imitare il rumore del tuono! Durante la battaglia di Svölder, il Re Olaf Tryggvason udì un rumore spaventoso, come se un terremoto si stesse scatenando in tutta la sua potenza. Così chiese a Einar Thambarskelfir, che gli stava vicino, cosa fosse quel fragore immane. Così gli rispose lo scorreggione, con tagliente sarcasmo: "È la Norvegia, Sire, che si sta rompendo tra le vostre mani!" 

sabato 26 giugno 2021

LA CUCINA DELL'ANTICA ISLANDA

Anni fa, mentre mi trovavo in Valle d'Aosta, in una libreria mi imbattei in un interessante volume. Commisi l'errore di non acquistarlo. Ora è fuori catalogo e non si riesce a trovarlo facilmente.
 
La stirpe di Odino. La civiltà vichinga in Islanda 
Copertina flessibile – 28 febbraio 2012
di Jesse Byock (Autore), M. Federici (Traduttore) 

Questa è la sinossi (da www.goodreads.com):
 
"I primi coloni raggiunsero l'Islanda dalla Scandinavia e dalla Britannia vichinga alla metà del IX secolo e qui diedero vita a uno stato libero, indipendente e non gerarchico, che costituisce un unicum nella storia europea. Le strutture sociali, economiche, politiche e giuridiche, infatti, per quanto ispirate a quelle delle zone d'origine, dovettero essere modellate su una realtà geografica del tutto nuova, difficile e affascinante, e durarono con minime evoluzioni fino alla conquista norvegese del 1260, dando vita a una civiltà rurale, con una stupefacente cultura del diritto e un forte senso dell'onore.  
In questo libro, che il grande medievista Le Goff ha definito "splendido e affascinante", l'autore indaga l'Islanda indipendente in modo globale, facendo ricorso a molteplici tipologie di fonti, da quelle giuridiche a quelle archeologiche, e in particolare analizza le splendide saghe, capolavori letterari dai quali è possibile ricavare la più esatta descrizione di quello che voleva dire vivere nella "terra dei ghiacci" tra IX e XIII secolo." 
 
Leggendo lunghi brani dell'opera di Byock mentre ero nella libreria, sono rimasto particolarmente affascinato dai contenuti riguardanti le antiche tradizioni gastronomiche islandesi. 

Cibo acre! 
 
La fermentazione lattica e la putrefazione controllata erano i principali fondamenti della cucina nell'Islanda antica, fin dai tempi in cui era una nazione libera e pagana, ancor prima che il Cristianesimo venisse adottato tramite votazione in una fatidica riunione dell'Althing tenutasi nell'anno 1000.
Tutti sanno cos'è il latte acido: quando si lascia un cartoccio di latte fuori dal frigo, dopo alcuni giorni la massa grassa precipita e si separa il siero. L'odore della parte grassa è acre ed abominevole: ricorda lo smegma rappreso e irrancidito, ossia il prodotto di desquamazione dei genitali che ha assunto l'aspetto e le proprietà organolettiche del formaggio. Questo schifo immondo viene visto con disgusto e gettato via, nessuno saprebbe che farsene.
Nell'antica Islanda la parte sierosa era chiamata sýra (genitivo sýru; plurale sýrur) ed era usata per conservare i cibi. Il suo nome deriva dall'aggettivo norreno súrr che significa "amaro, aspro, sgradevole", dalla stessa radice protogermanica che ha dato l'inglese sour "acido" e il tedesco Sauer "acido". Questo sviluppo culinario non è stato importato dalla Norvegia, ma si è formato specificamente nell'Isola dei Ghiacci per via della carenza di sale - fattore che ha portato alla ricerca di diversi metodi per la conservazione dei cibi. Questo siero aveva una percentuale altissima di acido lattico! 
La procedura di conservazione era semplice. Si prendeva la carne bollita e la si lasciava macerare in un barile di sýra, dove subiva un processo di fermentazione che la trasformava in qualcosa che, per quanto possa sembrarci ripugnante al palato, poteva essere conservato a lungo e trasportato senza problemi in caso di necessità. Questo processo impediva alla carne di marcire e faceva sì che potesse conservarsi per tutto l'inverno. 
La parte grassa del latte acido, ricchissima di proteine, veniva ulteriormente coagulata in un latticino chiamato skyr (genitivo skyrs, dativo skyri) tramite l'introduzione dell'estratto delle membrane dello stomaco degli agnelli.
Mescolato alla sýra, questo skyr cagliato poteva essere agevolmente conservato in grandi recipienti interrati e bevuto quotidianamente. Ancora oggi è prodotto in Islanda lo skyr, ma il metodo di lavorazione deve essere migliorato rispetto a quello usato nell'antichità, come anche le sue proprietà organolettiche: chi lo ha assaggiato lo considera simile a un moderno yogurt denso.
Bere il latte fresco sarebbe stato considerato un lusso da quelle genti ruvide e indomite: soltanto i malati e i monaci ne bevevano in piccole quantità. Quasi nulla veniva mangiato se non era acido al punto giusto. Opportuni trattamenti di fermentazione e di putrefazione controllata trasformavano i prodotti bovini e quelli delle foche, e questi venivano trasportati e commerciati anche a grandi distanze dal loro luogo di produzione. Lo stesso burro non salato, conservato in barili, irrancidiva e andava anche oltre il rancido, subendo fermentazione e generando acido lattico in gran quantità, fino a cambiare del tutto le sue proprietà. Era il burro acido, ci cui gli occasionali visitatori dell'isola ci hanno lasciato descrizioni assai poco entusiastiche. Esistevano anche i salumi, come le salsicce e i sanguinacci, che contenevano moltissimo grasso ed erano fatti con carne bovina e di pecora. Gran parte del poco sale disponibile era usato per prepararle.   
 
Il formaggio e un aneddoto 
 
I coloni norvegesi hanno portato in Islanda l'arte di produrre il formaggio. Il nome norreno del formaggio è ostr (genitivo osts; plurale ostar).
 
Questo è il testo in norreno: 
 
Snorri Þorbrandsson var hressastr þeira brǿðra ok sat undir borði hjá nafna sínum um kveldit, ok hǫfðu þeir skyr ok ost. Snorri goði fann, at nafni hans bargst lítt við ostinn, ok spurði, hví hann mataðist svá seint. Snorri Þorbrandsson svaraði ok sagði, at lǫmbunum væri tregast um átit, fyrst er þau eru nýkefld. Þá þreifaði Snorri goði um kverkrnar á honum ok fann, at ór stóð um þverar kverkrnar ok í tungurǿtrnar. Tók Snorri goði þá spennitǫng ok kippði brott ǫrinni, ok eptir þat mataðist hann.  
 
Traduzione: 
 
Fra i figli di Thorbrand il più in gamba era Snorri; egli sedetta a tavola, quella sera, accanto al suo omonimo; ebbero per pasto latte acido e formaggio. Il godi Snorri rilevò che il suo omonimo mangiava svogliatamente il formaggio, e gli chiese perché si cibasse così lentamente. Snorri, figlio di Thorbrand, rispose dicendo che gli agnelli è difficile mangiare, se hanno un legaccio in bocca. Allora il godi Snorri lo tastò e trovò che una freccia stava confitta in gola fino alla radice della lingua; allora il godi Snorri prese una tenaglia e gli strappò via la freccia: dopo ciò quello prese a mangiare.
 
Per il testo completo della saga in norreno, riporto questo link: 
 
 
Per noi moderni è molto difficile immaginare l'estrema brutalità di quell'ambiente, la durezza di quelle fiere genti. Nel corso dei secoli la produzione di formaggio si è persa in Islanda, a favore di quella dello skyr. Non dobbiamo aspettarci qualcosa di simile al parmigiano, è ovvio. Gli antichi Germani conoscevano soltanto il formaggio a pasta molle, che non doveva avere una sapore eccellente. "Il formaggio era una cosa comune quando la terra fu colonizzata per la prima volta, ma non per molto. Il freddo e i vulcani hanno avuto un ruolo nella storia del formaggio islandese, per quanto assurdo possa sembrare. In una fase fredda, tutta la legna da ardere doveva essere utilizzata per riscaldare le case e non rimaneva nulla per ricavare il sale dall'oceano, fondamentale per la produzione del formaggio. Inoltre, le fasi fredde e le eruzioni vulcaniche non sono particolarmente favorevoli alle mucche." (Eirný Sigurðardóttir, 2017). La produzione casearia è stata reintrodotta negli anni '60 dello scorso secolo. Attualmente gli Islandesi si sono rivelati avidissimi di formaggio. 
 
 
Squali e cetacei 
 
Della cucina dell'epoca della colonizzazione dell'Islanda si conserva ancora ai nostri giorni il cosiddetto "squalo putrefatto", in islandese hákarl (pronuncia moderna /'haukhadl/, pronuncia norrena /'ha:karl/). Si prende una carcassa di squalo elefante (Cetorhinus maximus) o di squalo groenlandese (Somniosus microcephalus), la si eviscera e la si seppellisce in una fossa scavata nella spiaggia, avendo cura di ricoprirla di sabbia in modo tale da favorire i processi anaerobici di fermentazione. Durante i mesi che seguono, l'acido urico e altre sostanze tossiche vengono espulse. Si esuma poi la carcassa, macellandola, tagliando la carne in strisce sottili e sottoponendola ad affumicatura ed essiccazione. A questo punto è pronta per essere consumata.
Ha un odore intenso di ammoniaca, il gusto è quello di formaggio fortissimo tipico della carne putrefatta. Forse per via della somiglianza con i cadaveri, vi sono islandesi che si rifiutano di mangiarne. Il piatto è più che altro una curiosità che attrae i turisti. L'etimologia del ternime hákarl è abbastanza semplice: la parola, nota anche nella forma femminile hákerling, in norreno significava semplicemente "palombo" o "pescecane". Le radici che la compongono sono hár "palombo, pescecane; grigio", e karl "uomo". Del tutto infondata è l'opinione di coloro che attribuiscono alla parola un'origine onomatopeica, facendo credere che hákarl imiti il grugnito di disgusto di chi assaggia quella pietanza cadaverica.
La necessità di questo trattamento è dovuta al fatto che gli squali artici hanno carni tossiche che non possono essere consumate fresche, a differenza degli squali che popolano i nostri mari, che includono invece un gran numero di specie commestibili come il palombo (Mustelus mustelus), lo smeriglio (Lamna nasus), la verdesca (Prionace glauca), il gattuccio (Scyliorhinus canicula) - e persino il pesce martello (famiglia Sphyrnidae), la cui carne è mediocre e spesso spacciata per pesce spada (Xiphias  gladius) nelle mense italiane.
In epoca antica, allo stesso trattamento putrefattivo era sottoposta la carne di balena. Quando una balena si spiaggiava, veniva immediatamente macellata, anche se era già morta. Spesso accorrevano diverse famiglie sul luogo dello spiaggiamento, e ne sorgevano terribili liti per la spartizione della carne, fresca o passata che fosse. Durante questi alterchi ci scappava non di rado il morto e si originavano sanguinose faide che richiedevano l'arbitrato per essere risolte. La carne così bottinata veniva deposta nelle fosse e fatta decomporre in modo controllato, in modo simile a quello ancora usato per lo squalo putrefatto. 
 
Nella Saga dei Fratelli di Sangue (Fóstbrǿðra Saga), capitolo 7, Thorgils Masson e i suoi compagni scoprono che una balena che si è spiaggiata su una terra comune. Thorgeir Havarson e Thormod Bersason lo vengono a sapere a accorrono sul luogo dove Thorgils già sta macellando la carcassa del cetaceo, reclamando il possesso della carne, tutta o in parte. Ne sorge uno scontro furioso: Thorgils viene ucciso e Thorgeir viene bandito per omicidio. Ecco il testo in norreno:   
 
Víg Þorgils Mássonar ok sekð Þorgeirs

Um várit eptir fór Þorgeirr til Ísafjarðar, þangat sem skip þeira stóð uppi. Þar kom ok Þormóðr ok skipverjar þeira. Þeir fara norðr á Strandir, þegar þeim gaf byr.   Þorgils hét maðr, er bjó at Lækjamóti í Víðidal. Hann var mikill maðr ok sterkr, vápnfimr, góðr búþegn. Hann var skyldr Ásmundi Hærulang, fǫður Grettis. Hann var ok skyldr Þorsteini Kuggasyni. Þorgils var Másson. Hann fór ok á Strandir ok var genginn á hval þann, er kom á Almenningar, ok fǫrunautar hans.   Þorgeiri verðr eigi gott til fangs, þar sem hann var kominn. Berr honum engi hvalfǫng í hendr, þar sem hann var kominn, né ǫnnur gǿði.   Nú spyrr hann, hvar Þorgils var á hvalskurðinum, ok fara þeir Þormóðr þangat, ok er þeir kómu þar, þá mælti Þorgeirr: „Þér hafið mikit at gert um hvalskurðinn, ok er þat vænst at láta fleiri af njóta en yðr þessa gagnsmuna. Er hér ǫllum jafnheimolt.“   Þorgils svarar: „Vel er þat mælt. Hafi hverr þat, sem skorit hefir.“   Þorgeirr mælti: „Þér hafið mikinn hluta skorit af hvalnum, ok hafið þér þat, sem nú hafið þér skorit, ok vildum vér annathvárt, at þér gangið af hvalnum ok hafið þér þat, sem þér hafið af skorit, en vér þann hluta, er óskorinn er, eða hvárir at helmingi bæði skorinn ok óskorinn.“   Þorgils svarar: „Lítit er mér um at ganga af hvalnum, en vér erum ráðnir til at láta eigi lausan þann hlut fyrir yðr, er skorinn er, meðan vér megum á halda á hvalnum.“  Þorgeirr mælti: „Þat munuð þér þá reyna verða, hversu lengi þér haldið á hvalnum fyrir oss.“   Þorgils svarar: „Þat er ok vel, at svá sé.“   Nú herklæðast hvárirtveggju ok bjuggust til bardaga, ok er þeir váru búnir, þá mælti Þorgeirr: „Þat er vænst, Þorgils, at vér sǿkimst, því at þú ert fulltíði at aldri ok knáligr ok reyndr at framgǫngu, ok er mér forvitni á at reyna á þér, hverr ek em. Skulu aðrir menn ekki til okkars leiks hlutast.“   Þorgils segir: „Vel líkar mér, at svá sé.“   Mjǫk váru þeir jafnliða. Nú sǿkjast þeir, ok berjast hvárirtveggju. Þeir Þorgeirr ok Þorgils láta skammt hǫggva í milli, því at hvárrtveggi þeira var vápnfimr, en fyrir því at Þorgeirr var þeira meir lagðr til mannskaða, þá fell Þorgils fyrir honum. Í þeim bardaga fellu þrír menn af Þorgils liði. Aðrir þrír fellu af liði þeira Þorgeirs.  Eptir þenna bardaga fóru fǫrunautar Þorgils norðr til heraðs með miklum harmi. Þorgeirr tók upp allan hvalinn, skorinn ok óskorinn. Fyrir víg Þorgils varð Þorgeirr sekr skógarmaðr. Fyrir hans sekð réð Þorsteinn Kuggason ok Ásmundr Hærulangr.   Þeir Þorgeirr ok Þormóðr váru þat sumar á Strǫndum, ok váru þar allir menn hræddir við þá, ok gengu þeir einir yfir allt sem lok yfir akra. Svá segja sumir menn, at Þorgeirr mælti við Þormóð, þá er þeir váru í ofsa sínum sem mestum: „Hvar veiztu nú aðra tvá menn okkr jafna í hvatleika ok karlmennsku, þá er jafnmjǫk sé reyndir í mǫrgum mannraunum, sem vit erum?“   Þormóðr svarar: „Finnast munu þeir menn, ef at er leitat, er eigi eru minni kappar en vit erum.“   Þorgeirr mælti: „Hvat ætlar þú, hvárr okkarr myndi af ǫðrum bera, ef vit reyndim með okkr?“ 
Þormóðr svarar: „Þat veit ek eigi, en hitt veit ek, at sjá spurning þín mun skilja okkra samvistu ok fǫruneyti, svá at vit munum eigi lǫngum ásamt vera.“   Þorgeirr segir: „Ekki var mér þetta alhugat, at ek vilda, at vit reyndim með okkr harðfengi.“   Þormóðr mælti: „Í hug kom þér, meðan þú mæltir, ok munum vit skilja félagit.“   Þeir gerðu svá, ok hefir Þorgeirr skip, en Þormóðr lausafé meira ok ferr á Laugaból, en Þorgeirr hafðist við á Strǫndum um sumarit ok var mǫrgum manni andvaragestr. Um haustit setti hann upp skip sitt norðr á Strǫndum ok bjó um ok stafaði fyrir fé sínu. Síðan fór hann á Reykjahóla til Þorgils ok var þar um vetrinn. Þormóðr víkr á nǫkkut í Þorgeirsdrápu á misþokka þeira í þessu erendi:

   Frétt hefr ǫld, at áttum,
   undlinns, þás svik vinna,
   rjóðanda nautk ráða,
   rógsmenn saman gnóga.
   Enn vilk einskis minnask
   ǿsidýrs við stýri,
   raun gatk fyrða fjóna,
   flóðs nema okkars góða. 

 
Traduzione:  
 
Omicidio di Thorgils Masson e colpa di Thorgeir

La primavera successiva Thorgeir si recò a Isafjörd, dove era stata allestita la loro nave. Vennero anche Thormod e il loro equipaggio. Si dirigono a nord verso Strandir, non appena c'è un vento favorevole.  C'era un uomo chiamato Thorgils che viveva a Lækjamot nel Videdal. Era un uomo grande e forte, armato, un buon agricoltore. Era imparentato con Asmund Hærulang, il padre di Gretti. Era anche imparentato con Thorstein Kuggason. Thorgils era figlio di Mar. Andò anche a Strandir e lui e i suoi compagni si misero all'assalto di una che si era spiaggiata ad Almenningar. Thorgeir non ha avuto fortuna con la caccia nel luogo in cui si trovava. Non ha preso né balene né altre prede lì. Ora scopre che Thorgils sta per squarciare una balena, e lui e Tormod vanno lì. Quando arrivano, Thorgeir dice: "Sei stato impegnato a scuoiare la balena, ma era giusto lasciare più di quanto tu beneficiassi di questa utile cosa. Abbiamo tutti uguale accesso qui.'' Thorgils risponde: "È stato detto. Ciascuno di noi conserva ciò che ha scuoiato." Thorgeir disse: "Hai scuoiato gran parte della balena. Ora vogliamo che tu lasci la balena e tieni ciò che hai scuoiato, mentre noi prendiamo la parte che non è scuoiata, oppure ognuno di noi otterrà metà dello scuoiato e ciò che non è scuoiato. Thorgils rispose: "Non sono molto favorevole a lasciare la balena, e siamo determinati a non lasciare a te la parte che è stata scuoiata, finché possiamo difendere la balena". Thorgeir disse: "Allora devi dimostrare per quanto tempo puoi difendere la balena contro di noi." Thorgils risponde: "Va benissimo se deve esserlo." Ora entrambe le parti si armarono e si prepararono alla battaglia. E quando furono pronti, Thorgeir disse: "È molto ragionevole - Thorgils! - che noi due andiamo l'uno contro l'altro, perché tu sei un uomo adulto, forte e provato in battaglia, e vorrei cimentarmi con te ― e gli altri non devono prendere parte alla nostra faccenda." Thorgils dice: "Mi va bene così." Le due parti erano quasi ugualmente forti, e ora si stanno rivoltando l'una contro l'altra e stanno combattendo. Thorgeir e Thorgils non lasciarono passare molto tempo tra i tagli, perché erano entrambi abili con le armi, ma poiché Thorgeir era più adatto a ferire gli altri, Thorgils cadde per mano sua. In questa disputa caddero tre uomini della banda di Thorgils. Altri tre caddero nel gruppo di Thorgeir e Thormod. Dopo questa battaglia, i compagni di Thorgils andarono a nord e tornarono a casa dalla signoria con grande dolore. Thorgeir si impossessò dell'intera balena, scuoiata e non scuoiata. Thorgeir fu condannato al bando per l'omicidio di Thorgils. Furono Thorstein Kuggason e Åsmund Hærulang a farlo condannare. Thorgeir e Thormod trascorsero quell'estate a Strandir, e spaventarono tutta la gente del posto, e arrivarono ovunque come erbacce nei campi. Alcuni dicono che Thorgeir, quando la loro ferocia era al culmine, disse a Thormod: "Ora dove hai visto altri due uomini che erano forti e coraggiosi come noi, e che sono stati provati in battaglia allo stesso modo come noi?" Thormod risponde: "Se li cerchi, probabilmente ne troverai alcuni che non sono meno guerrieri di noi." Thorgeir disse: "Chi di noi pensi che vincerebbe se ci mettessimo l'uno contro l'altro?" Thormod risponde: "Non lo so, ma so d'altra parte che la tua domanda metterà fine alla nostra unione e comunità, in modo che non possiamo più essere seguiti." Thorgeir dice: "Non intendevo sul serio che dovremmo metterci alla prova l'uno con l'altro." Thormod disse: "Ci hai pensato da quando l'hai detto, e ora dobbiamo sciogliere la nostra compagnia". Così hanno fatto, e Thorgeir tiene una nave, mentre Thormod tiene più beni mobili e va a Laugabol. Ma Thorgeir ha trascorso l'estate a Strandir ed è stato un gradito ospite per molte persone. In autunno salpò la sua nave a nord di Strandir, visse lì e si prese cura dei suoi soldi. Poi andò a Reykjahola da Thorgils e vi rimase per l'inverno. Nell'assassinio di Thorgeir, Thormod allude in qualche modo al loro dispiacere in questa strofa: 
 
  Le notizie circolano da un secolo,
  accidenti, allora barare è un lavoro,
  mi sono divertito a governare
  abbastanza calunniatori insieme. 
  Ancora non voglio ricordare
  un animale eccitato contro il timone,
  davvero ho ottenuto l'odio degli uomini,
  per aver preso dalla marea il nostro bene. 
 
Per il testo completo della saga in norreno, riporto questo link:  

https://heimskringla.no/wiki/
Fóstbræðra_saga

 
Le saghe islandesi sono un inestimabile patrimonio di dati il cui studio accurato ci permette di conoscere in dettaglio la vita degli isolani. Purtroppo al di fuori del loro luogo d'origine non sembrano ottenere la considerazione che meriterebbero. Nella Eyrbyggja saga si specifica che in seguito all'introduzione del Cristianesimo, in Islanda non si digiunava. Non è difficile capire che pinnipedi e cetacei, per il solo fatto di vivere in ambiente acquatico, erano a tutti gli effetti considerati "pesci". Nel 1481, Papa Sisto IV confermò questa interpretazione, scrivendo un'apposita lettera al Vescovo di Skálholt, Magnús Eyjólfsson.   

Il bestiame islandese  

I coloni giunti dalla Norvegia in più ondate portarono con sé il loro bestiame: bovini, pecore, capre, cavalli, maiali, galline e oche. Nei primi tempi della colonia, i porci venivano lasciati liberi di grufolare nei boschi. Poi, quando fu chiaro che il bestiame suino produceva l'erosione del terreno, aggravata dalla deforestazione, il suo allevamento fu vietato per legge (Diamond, 2005). La stessa sorte del porco colpì anche il bestiame caprino, che pure aveva avuto un certo successo. Nonostante sussistano tuttora diversi toponimi correlati alla capra, questa finì con l'estinguersi. Prosperarono soltanto i bovini, principale e irrinunciabile fonte di latte, e gli ovini, che fornivano lana e carne. In una terra tanto isolata, la genetica degli animali domestici si è evoluta in modo molto peculiare rispetto ai loro simili del Nord Europa, soprattutto a causa della mancanza di incroci nel corso del secoli. Ad esempio, il latte delle vacche islandesi è molto più ricco di grassi rispetto agli altri paesi. 
 
Metodi di cottura delle carni 

I metodi di cottura erano arcaici, di certo ereditati dall'epoca antecedente alla divisione dei vari popoli germanici dalla loro matrice comune. Comune a tutti i Germani era l'arrosto, che consideva nell'infilzare la carne su uno spiedo, facendola cuocere a fuoco lento e sfruttando il grasso colante. In Norvegia l'arrosto era tipico delle classi elevate, ma in Islanda non sembra essere stato molto diffuso, anche per la mancanza di selvaggina adatta (ad esempio non c'erano cervi, cinghiali e orsi bruni). Un modo più comune quanto singolare per cuocere la carne consisteva nello scavare una buca, rivestirla di legna, riempirla d'acqua, poi fatta bollire tramite pietre incandescenti. Man mano che la cottura procedeva, se necessario potevano essere aggiunte altre pietre roventi. Nell'acqua erano messe a bollire erbe e spezie. Questo sistema arcaico era un tempo usato in tutta la Scandinavia pagana per preparare le carni delle vittime sacrificali durante il sacrificio, detto blót in norreno (genitivo blóts; plurale blót). Non è improbabile che la sua origine fosse addirittura anteriore all'adozione di una lingua indoeuropea da parte degli antenati dei Germani. Si noterà che i pastori baschi della Biscaglia, tra i gruppi più arcaici d'Europa, usavano questo sistema per far bollire il latte fino a tempi recenti e forse lo usano tuttora. Finché durarono i costumi pagani, i blót erano un'occasione per mangiare carne fresca, non lavorata. In seguito all'adozione del Cristianesimo, il consumo di carne fresca divenne molto raro: in genere si mangiava un montone o un agnello in occasione del Natale. 
Che dire dell'orso polare (Ursus maritimus)? Non sarebbe stato conveniente arrostirlo e banchettare con le sue carni? Ai tempi della colonizzazione l'orso polare scendeva raramente fino in Islanda: gli avvistamenti riportati sono pochissimi. Non era considerato commestibile. Probabilmente i primi Vichinghi che provarono a mangiarne uno finirono intossicati in modo gravissimo per via del fegato molto velenoso, pieno zeppo di vitamina A e in grado di uccidere facilmente. Gli Inuit sanno bene che non bisogna mangiare il fegato dell'animale, ma questa conoscenza non dovette essere compresa dai coloni.   
 
La carne di cavallo 
 
Quando l'Islanda adottò per legge il Cristianesimo, furono per qualche tempo conservate alcune reliquie pagane: il culto degli Dei in forma privata, l'esposizione infantile e il consumo di carne equina. In quella terra erano molto comuni i sacrifici di cavalli, finché fu in vigore il Costume Antico. Le carni dei nobili animali immolati venivano poi consumate nel corso dei banchetti dedicati alle divinità. Per contro, il Cristianesimo aborriva questi costumi e nutriva una forte avversione per la carne equina come cibo. Stando ai seguaci della nuova fede, tutta quella succulenta abbondanza sarebbe dovuta finire ai vermi, nella terra molle. Una quindicina di anni dopo l'adozione del Cristianesimo in Islanda, il fanatico Re Olaf II di Norvegia (995 - 1030) si interessò all'Isola dei Ghiacci e alla sua popolazione sofferente: volle sapere come la religione cristiana vi fosse osservata. Fu allora riferito al sovrano norvegese che nel frattempo tutti i resti della religione pagana erano stati aboliti in Islanda, compreso il consumo di carne di cavallo. Il Re Olaf ne fu molto rallegrato. Non va dimenticato che tra le inique leggi da lui emanate ve ne era una che vietava di mangiare la carne equina, comminando ai trasgressori la pena di morte. Gli Islandesi erano coraggiosissimi quando si trattava di impugnare le armi in faide e liti private, ma avvizzivano alla sola idea di affrontare i sovrani di Norvegia e le loro armate. Temevano oltre ogni misura l'interruzione dei traffici commerciali, da cui dipendeva l'esistenza stessa della colonia in un territorio tanto povero di risorse naturali. Sono comunque dell'avviso che avrebbero benissimo potuto resistere nella religione di Thor, evitando così di essere incatenati da quella di Cristo: invece cedettero per una serie di eventi sfavorevoli, perché non era giunta loro la voce della morte del Re Olaf Tryggvason, avvenuta proprio nell'anno 1000. Secondo alcuni era imminente una terribile guerra civile tra la fazione cristiana e quella pagana, e non ho ragione di dubitarlo. Un bagno di sangue sembrava imminente. Forse gli adoratori degli Dei avrebbero potuto farsi onore nella pugna e resistere anche al Re Olaf II, il figlio di Harald, e per giunta con grande facilità, permanendo nei costumi degli Avi. Tuttavia sul lungo periodo la sorte sarebbe stata per loro funesta, anche a causa del peggioramento del clima, che li avrebbe condannati a morire di fame senza aiuti esterni.     
 
Carni e uova di uccelli marini 

Un contributo molto importante al sostentamento delle genti dell'Islanda veniva da altri cibi che noi riterremmo abominevoli: gli uccelli marini e le loro uova.
L'abbondanza di gabbiani e delle loro uova in un luogo giustificò spesso l'insediamento di coloni, attratti dalla disponibilità di cibo. Venivano mangiati uccelli marini di ogni tipo, compresa la pulcinella di mare (Fratercula arctica). Ancora oggi il cuore della pulcinella di mare è ritenuto una ghiottoneria.   
Nel XIX secolo, i coloni stanziati nelle isole Vestmann avevano come unico cibo disponibile i salumi di uccelli marini, e a causa dell'insalubrità di una simile alimentazione le loro donne davano spesso alla luce bambini colpiti da tetano neonatale. Il nesso tra consumo di tale carne e la terribile malattia dei neonati è dimostrato dall'analisi di un'altra popolazione che aveva una dieta simile, quella dell'isola di Saint Kilda (gaelico Hiort). Tempo fa ho riportato un importante documento su questo tema, tradotto in italiano (forse per la prima volta), in un mio contributo intitolato Sulle malattie degli Islandesi. Questo è il link: 
 
 
Con mia grande sorpresa ho appreso che le uova del gabbiano comune (Chroicocephalus ridibundus), detto anche gabbiano dalla testa nera, sono tuttora molto ricercate in Inghilterra, dove costano di più di quelle di gallina per via della loro scarsità e delle notevoli difficoltà di raccolta, che dura soltanto 3 o 4 settimane ogni anno. Un singolo uovo di gabbiano può arrivare a costare fino a 8 sterline: è uno dei più dispendiosi ingredienti usati dagli chef britannici nelle loro preparazioni culinarie. È ritenuto un cibo di lusso. Senza dubbio l'uso alimentare che gli Inglesi fanno delle uova di questi volatili è un costume ereditato dai Vichinghi. Sono riuscito a trovare nel Web un blog che riporta informazioni molto interessanti. Questo è il link:
 
 
Cereali, polente e pane
 
I cibi più popolari nell'antica Islanda erano grossolani pastoni di cereali, specie di polente fatte di orzo o di avena. In norreno il nome di questo cibo è grautr (genitivo grautar; senza plurale). Nel dizionario di Zoëga la glossa inglese è "porridge". Scovazzi ha usato traduzioni più fantasiose, come "polenta di aveva" e "tritello d'orzo". Questo è un testo in norreno che menziona la pastosa preparazione (Eyrbyggja saga, capitolo 39):
 
Þeir fengu hǿgja útivist ok kómu við Hǫrðaland ok tóku þar útsker eitt. Þeir bjuggu þar mat sinn á landi. Þorleifr kimbi hlaut búðarvǫrð, ok skyldi gera graut. Arnbjǫrn var á landi, ok gerði sér graut; hafði hann búðarketil þann, er Þorleifr skyldi hafa síðan. Gekk Þorleifr á land upp, ok bað Arnbjǫrn fá sér ketil inn, en hann hafði þá enn eigi gerðan sinn graut, ok hrǿrði enn þá í katlinum, ok stóð Þorleifr yfir honum uppi. Þá kǫlluðu Austmenn af skipinu utan, at Þorleifr skyldi mat búa, sǫgðu hann mjǫk íslenzkan, ok kváðu hann slikt hafa fyritómlæti sitt. Þá varð Þorleifi skapfátt, ok tók ketilinn, en steypti niðr grautinum Arnbjarnar; sneri á brott síðan. Arnbjǫrn hélt á þvǫrunni, ok laust með henni til Þorleifs, ok kom á hálsinn; þat var litit hǫgg, en með þvi at grautrinn var heitr, þá brann Þorleifr á hálsinum.
 
Traduzione:
 
Ebbero una navigazione favorevole, giunsero a Hördaland e approdarono in un'isola rocciosa. Essi prepararono a terra il loro pasto. Thorleif Kimbi fu sorteggiato a cuocere le vivande, e doveva preparare una polenta d'avena. Arnbjörn stava a terra e si preparava il suo orzo tritato egli aveva la casseruola, che avrebbe poi dovuto adoperare Thorleif. Questi allora andò a terra e pregò Arnbjörn di dargli la casseruola, ma quello non aveva terminato il suo tritello e mescolava ancora nella casseruola: Thorleif stava presso di lui. Allora i Norvegesi gridarono dalla nave che Thorleif doveva preparare il pasto, e dissero che doveva essere proprio un Islandese, data la sua lentezza. Allora Thorleif si scatenò, afferrò la casseruola, buttò via il tritello di Arnbjörn e se n'andò via. Arnbjörn gli stava dietro e impugnava il mestolo: con questo colpì Thorleif e lo raggiunse al collo: fu una ferita leggera, ma per il fatto che il tritello era caldo, bruciò Thorleif al collo. 
 
Il cereale più coltivato dagli Islandesi ai tempi della colonizzazione era l'orzo. Anzi, era quasi l'unico. Il suo nome norreno è bygg. L'avena doveva essere scarsa, mentre è certo che la segale e il frumento erano merci d'importazione, non potendo crescere sull'isola. Il pane di frumento era molto costoso, quindi potevano permetterselo soltanto persone particolarmente benestanti; lo stesso impasto serviva anche per produrre le ostie usate dai preti per la celebrazione dell'Eucarestia. Con ogni probabilità la panificazione avveniva senza lievito. Erano prodotti tre tipi di pane: una focaccia sottile cotta sulle braci o su pietre roventi, un pane grossolano e pesante seppellito nella cenere, focacce di grano fini cotte in padella. Si è scoperto che era utilizzato anche un cereale selvatico in grado di crescere persino negli ambienti più estremi: l'orzo delle sabbie (Elymus arenarius), come dimostrato da Lisa Carlson Griffin e da Ralph M. Rowlett nel loro lavoro A lost "Viking" cereal grain (1981).  
Il clima divenne sempre più rigido e nel corso del XV secolo la coltivazione dell'orzo divenne impossibile. Una conseguenza gravissima fu la completa scomparsa di quello che un simpatico fratacchione considerava un modo divino di consumare i cereali: la birra! L'allegra bevanda fu sostituita dal siero acido chiamato sýra allungato con acqua, che però non era alcolico. La carestia fu la norma in quei tempi terribili, in cui moltissime persone si ischeletrirono e morirono di fame senza aver mai conosciuto una gioia.
Nel tardo Medioevo la mancanza di cereali e la conseguente assenza di pane nella dieta, divennero così evidenti che la maggior parte dei visitatori stranieri ne erano stupefatti e ne facevano menzione nei loro scritti. Una diceria comune voleva che i contadini islandesi avrebbero permesso volentieri a chiunque potesse fornire loro un pezzo di pane di dormire con le loro figlie, in cambio di questa rara ghiottoneria.
Nel 1492 il navigatore e cartografo tedesco Martin Behaim (Norimberga, 1459 - Lisbona, 1507) scrisse che in Islanda si trovavano uomini di ottant'anni che non avevano mai assaggiato il pane, alimento che era sostituito dal pesce. Il pane e burro che tanto piaceva ai Vichinghi aveva lasciato da tempo il passo al pesce imburrato. Non dobbiamo mai dimenticare che quella comunità isolata rischiò concretamente di soccombere, come è accaduto alle genti della Groenlandia.  
 
Assenza di alberi da frutto 
 
Quando i coloni giunsero in Islanda, non vi trovarono alcuna specie di albero da frutto. L'unica specie arborea era la betulla (Betula pubescens). Gli alberi furono abbattuti a ritmo serrato, finché non rimase ben poco delle antiche foreste: la terra fu quasi completamente decalvata. Non si trovava nessuno degli alberi proficui presenti in Norvegia. Non c'erano i meli, donatori delle piccole mele nordiche. Non erano certo le mele dorate e grosse che si diceva crescessero ad Asgard, ma di certo sarebbero state di aiuto. Non si riusciva a trovare neppure l'ombra di una noce, di una nocciola o di una ghianda.  
Provate a immaginarvi, se ci riuscite, un paese in cui il nome stesso della mela è soltanto una reminiscenza letteraria. Non sarebbe un'impresa facile! 
Le uniche risorse in quanto a frutta erano le bacche selvatice, tra cui il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) e il mirtillo blu (Vaccinium uliginosum). Molto comune era l'empetro nero (Empetrum nigrum), la cui bacca ha un gusto molto aspro e che era considerata una leccornia. Era presente anche l'uva ursina (Arctostaphylos uva-ursi), anch'essa abbastanza sgradevole al palato. Le bacche erano spesso aggiunte allo skyr.   
Uno sviluppo peculiare e inatteso della gastronomia dell'antica Islanda è l'uso di un'alga rossa (Palmaria palmata) che non era consumata in Norvegia. Il suo nome norreno è sǫl (genitivo plurale sǫlva). In inglese quest'alga è chiamata dulse (varianti: dillisk, dilsk), termine che deriva dall'irlandese duileasc, a sua volta dall'antico irlandese duilesc (protoceltico *doliskos, dalla stessa radice di *doliā "foglia"). Quesa innovazione è stata senza dubbio importata dall'elementi irlandese, che tanta parte ha avuto nella formazione del popolo dell'Isola dei Ghiacci.    
Dalla combustione dell'alga rossa si ottenevano esigue quantità di sale. Era il cosiddetto "sale nero", pieno zeppo di sporcizia e di ceneri, ma sempre meglio di niente.
 
Assenza di api e scarsità di miele 
 
In Islanda il clima era tanto rigido che l'ape domestica (Apis mellifica) non vi attecchiva: anche nei periodi storici di maggior mitezza climatica, gli inverni duravano comunque più a lungo di quanto l'utile imenottero riuscisse a sopportare. Una drammatica conseguenza di questo fatto è stata fin da subito la necessità di importare il miele dalla Norvegia. Al giorno d'oggi il miele è un alimento abbastanza marginale nell'alimentazione umana ed esistono altre sostanze dolcificanti più diffuse; tra tutti i Germani antichi l'uso principale del miele era però la produzione della più nobile bevanda alcolica: l'idromele. Il nome norreno dell'idromele è mjǫðr (genitivo mjaðar, dativo miði). In Islanda alligna una specie nativa di bombo (Bombus jonellus), ma non è in grado di produrre un miele utilizzabile, essendo assai scarsa la sua quantità e di difficile raccolta. Altre specie di bombi attualmente presenti (Bombus hortorum e Bombus lucorum) sono con ogni probabilità di introduzione recente. Sappiamo che gli Islandesi non si rassegnarono tanto facilmente alla mancanza di idromele e che persino in Groenlandia venivano importati favi di miele dalla Norvegia, ancora in epoca tarda (Diamond, 2005). In ogni caso, la bevanda finì con lo scomparire e finì con l'essere soltanto una nozione letteraria, come una grande quantità di altre cose preziose, che pure un tempo erano state comuni. Si capirà che in assenza di idromele e di birra, a un certo punto persino ubriacarsi doveva essere un'impresa disperata!    
Dopo secoli di carenza di miele in Islanda, ecco che l'apicoltura è stata finalmente introdotta con successo negli anni '60 del XX secolo da un volenteroso apicoltore norvegese Torbjørn Andersen, che possiede 20 arnie e produce ogni anno fino a 200 chili di miele. Il prodotto costa circa 100 euro al chilo. Produrre 5 litri di idromele con questo miele verrebbe a costarmi circa 200 euro, trascurando il costo dell'acqua naturale e del lievito. Decisamente troppo. In tutto, ogni anno sono prodotte in Islanda da 1 a 2 tonnellate di miele.  
 
https://www.vitaminabee.it/
apicoltura-islandese/ 
 
Il vino 
 
Naturalmente in Islanda non è mai attecchita la vite e non si è mai avuta una produzione vinicola locale. Tuttavia l'affermarsi del Cristianesimo rese necessaria l'importazione del vino, anche se a prezzi esorbitanti, perché era imprescindibile il suo uso per la celebrazione dell'Eucarestia: infatti non può essere sostituito da bevande inebrianti non ottenute dall'uva. Sappiamo che il vino veniva importato persino nella remota colonia della Groenlandia, con difficoltà anche maggiori (Diamond, 2005). Ci dovevano essere periodi in cui il vino non giungeva a destinazione. Nella sede vescovile islandese di Skálhot si produceva una bevanda ottenuta dalle bacche selvatiche dell'empetro nero: evidentemente veniva mescolata allo scarso vino disponibile o forse lo sostituiva, essendo considerata "vino" grazie a una dispensa papale. C'è anche un'altra possibile spiegazione. Sappiamo bene che i vescovi erano furbi come volpi e voraci come lupi. Forse uno di loro ha cominciato a spacciare per vino d'uva il prodotto dell'empetro nero ai parrocchiani ingenui. Senza dubbio per dir messa ne serviva ben poco, il resto era ingurgitato dai principi della Chiesa di Roma! Ancora oggi una simile bevanda è prodotta di uno dei pochi vinificatori d'Islanda (forse l'unico), Ómar Gunnarsson: il suo marchio commerciale è Kvöldsól, alla lettera "Sole della Sera". Si tratta con ogni probabilità di una reintroduzione recente anziché della diretta continuazione della bevanda che si produceva a Skálholt.
 
Una cucina fatta di mancanze  

Concludo riportando queste significative osservazioni: 
 
"È ovvio che la cucina islandese di tutti i giorni, fin dai tempi più antichi, differiva in molti modi dalla contemporanea cucina nordeuropea, e penso che si possa dire con certezza che ciò non riflette il cambiamento dei gusti. Ci sono indicazioni che i coloni abbiano cercato di continuare a fare le cose come avevano sempre fatto, ma sono stati costretti, rapidamente o gradualmente, ad adattarsi a un ambiente più duro. La cucina islandese è stata per quasi mille anni una cucina di mancanze: mancanza di grano, mancanza di prodotti freschi, mancanza di sale, mancanza di combustibile, persino mancanza di recipienti e utensili da cucina. Il popolo islandese ha dovuto pagare un certo prezzo per aver scelto di vivere in un luogo più a nord della vita stessa, ma si è adattato al proprio ambiente ed è riuscito a sopravvivere per mille anni con quello che aveva." 
(Nanna Rögnvaldardóttir, 2021). 
 
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