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domenica 8 settembre 2024

ETIMOLOGIA DEL TOPONIMO TEGUCIGALPA

L'origine del nome di Tegucigalpa, capitale dell'Honduras, è oggetto di un lungo dibattito tra gli storici, con diverse ipotesi concorrenti, pur facendo quasi tutte capo alla gloriosa lingua degli Aztechi, il Nāhuatl

i) L'ipotesi delle "Colline d'argento":
Per molto tempo la versione più diffusa è stata *Taguz-galpa, interpretata popolarmente come "Colline d'argento". 
L'origine di questa fabbricazione risiede nell'effettiva esistenza di un toponimo Taguzgalpa, attribuito a una regione della costa caraibica situata tra il fiume Aguán e il fiume San Juan, in quella che all'epoca era la giurisdizione della Real Audencia de Guatemala. Quest'area era ben distinta dal nome della città di Tecugigalpa, che esisteva già ma non ne faceva parte; tuttavia è stato facilmente collegato ad esso dagli etimologi dilettanti. 
Fu l'ecclesiastico Cristóbal de Pedraza, Vescovo di Comayagua (1485 - circa 1555) a documentare per la prima volta il nome della regione conosciuta come Taguzgalpa, nella sua opera del 1544 intitolata Relación de la Provincia de Honduras e Higueras. Pedraza riportò che, dopo una salita di tre giorni verso le montagne alle spalle di Trujillo - probabilmente l'odierna Sierra de la Esperanza - alcuni informatori locali gli spiegarono che il nome Tagusgualpa significava "la casa dove si fonde l'oro", in riferimento a un importante insediamento della regione in cui gli abitanti delle aree circostanti si riunivano per fondere il metallo. Sulla mappa olandese di Montanus, risalente al 1671, la regione in questione porta il nome Tiguzigalpa.
Qualcuno deve aver distorto quanto scritto da Pedraza, trasformando l'oro in argento e la casa in un'altura. 
Il problema è che il termine Nāhuatl per indicare l'oro e l'argento è teōcuitlatl, alla lettera "escremento divino". Per specificare di quale metallo si tratta, si deve ricorrere ad aggettivi: coztic teocuitlatl indica l'oro (alla lettera "escremento divino giallo"), mentre l'argento è chiamato iztac teōcuitlatl (alla lettera "escremento divino bianco"). 
Una forma plausibile nella lingua Nāhuatl classica corretta sarebbe *Teōcuitla-tepē-pan (da tepētl "montagna, altura"), che però non serve a spiegare il toponimo. 
E se non si trattasse di Nāhuatl? Ho cercato se esistesse qualche riscontro nelle lingue non Nāhuatl della regione, in modo tale da verificare se la traduzione "Cerro de Plata" possa avere qualche riscontro. Finora la ricerca si è dimostrata deludente: non si trova alcuna forma comparabile in lingue come il Lenca, il Matagalpa, il Suma e il Mishkito. Ho il sospetto che difficilmente questa pista porterà a qualcosa.
 
ii) L'ipotesi della "Casa del Signore": 
Lo studioso Antonio Peñafiel (1893 - 1922), che aveva scarse conoscenze grammaticali della lingua degli Aztechi, proponeva una ricostruzione *Tecutli-calpan,  da lui tradotto come "en palacios reales", ossia "nelle residenze reali" (1897). In Nāhuatl la parola per dire "signore", tēuctli, non conserva il suffisso assolutivo -tli quando è usata come primo membro nei composti. La forma corretta per esprimere il concetto nella lingua classica corretta sarebbe *Tēc-cal-pan "Nella Casa del Signore", che però non è adatta a spiegare il toponimo.  
Si trova una soluzione plausibile ricostruendo *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore", in cui anziché tēuctli "signore" si trova la sua forma costruita con il tipico suffisso -tzin, la cui funzione è reverenziale. Così tēuctzin significa "amato signore". In Messico, tra i parlanti Nāhuatl, questa ipotesi è molto diffusa. È stata sostenuta dagli studiosi messicani José Ignacio Dávila Garibi (1888 - 1921) e da Alfredo Barrera Vásquez (1900 - 1980)

iii) L'ipotesi della "Casa delle pietre appuntite"
Il filosofo, scrittore ed ex presidente honduregno Alberto de Jesús Membreño Márquez (1859 - 1921) trae spunto dalla forma Teguycegalpa, attestata da Pedro "Tonatiuh" de Alvarado (1485 - 1541) in un manoscritto del 1536 e interpretata come "nelle case delle pietre appuntite", riferendosi alle formazioni rocciose della zona. Si riconosce facilmente l'elemento te-, derivato da tetl "pietra", ma bisogna fare voli pindarici per trovare la parola per indicare il concetto di "appuntito". Alla fine ci sono riuscito: quello che Alvarado voleva trascrivere era *Te-huitz-cal-pan "Nella Casa delle pietre appuntite". Infatti la parola huitztli "spina, aculeo" entra nei composti come huitz-. Così tehuitzli sta per "pietra appuntita", alla lettera "spina di pietra".

iv) L'ipotesi della "Casa della Terra Gialla"
Si trova un'altra costruzione artificiosa, *Tlal-cuz-cal-pa, che parte dalle parole tlālli "terra", cōztic "giallo" (spesso riferito all'oro) e calli "casa". Ne parlano Gómez de Silva (1998) e Denyer (2001). Nell'ortografia standard sarebbe *Tlāl-cōz-cal-pan "Nella Casa della Terra Gialla". L'aggettivo cōztic è formato dalla radice cōz-, che ricorre in alcune formazioni fossili, come chilcoztli "peperone giallo", cozcatl "collana, gioiello", etc. Anche se non ho la piena certezza, sospetto che questo potrebbe essere il fondamento del toponimo Taguzcalpa, se ammettiamo che "terra gialla" possa essere stato usato come allusione all'oro. Non è impossibile: la consonante laterale /tɬ/ era spesso trascritta come /t/ dai cronisti spagnoli. Forse si trattava di sabbie aurifere da cui era ricavato il prezioso metallo. Riporto un link che spero possa essere di qualche utilità: 


Di queste ricostruzioni della protoforma di Tegucigalpa, la più solida e plausibile è senza dubbio *Tēuc-tzin-cal-pan "Nella Casa dell'Amato Signore". Tuttavia ho un'altra possibilità, che reputo abbastanza plausibile. Eccola:

v) L'ipotesi della "Casa del Buccine" 
Ora presento una proposta etimologica che è frutto del mio ingegno. Forse è fallace, ma credo che sia interessante riportarla. In Nāhuatl classico esiste la parola tēucciztli, che indica una grossa conchiglia marina e in genere si traduce con "buccine". Si tratta di una antico composto il cui primo membro è tēuctli "signore", mentre il secondo elemento -ciztli è oscuro e non ha etimologia determinabile. Forse è una parola obsoleta che  in origine significava "conchiglia". 
Ecco che Tegucigalpa sarebbe l'adattamento di *Tēuc-ciz-cal-pan "Nella Casa del Buccine". 

Riporto il link a un articolo molto utile di William V. Davidson, che contiene molti dettagli e approfondimenti. Consiglio senz'altro la sua lettura!


Osservazioni sulla pronuncia

In Nāhuatl classico, tēuctli si pronuncia /'te:kwtɬi/. La consonante /kw/ è una labiovelare, come nell'italiano quando, ma non seguita da vocale. Sono consapevole del fatto che sia una pronuncia estremamente difficile per un parlante di qualsiasi lingua europea. Tuttavia, l'ortografia spagnola tecuhtli è ingannevole. Chi ignora la lingua Nāhuatl pronuncerà /te'kutli/, inventando una sillaba inesistente /ku/ e piazzando addirittura su di essa l'accento!
Queste sono le trascrizioni fonologiche: 

*Teuctzincalpan  /te:kwtsin'kaɬpan/
*Teuccizcalpan  /te:kwsis'kaɬpan/ 

Altre occorrenze di -galpa

L'elemento -galpa si trova anche in un altro toponimo  dell'Honduras: Matagalpa. La sua origine è trasparente per chi ha qualche conoscenza del Nāhuatl classico: è l'adattamento di *Mātla-cal-pan "Nella Casa della Fionda". Deriva da mātlatl "fionda".

Una falsa etimologia Maya

L'etnologo guatemalteco Flavio Rodas Noriega ha proposto di derivare Tegucigalpa dalla lingua Quiché (Kiché), che appartiene al ceppo Maya. La sua analisi, che ha del grottesco, è questa: kate + guitz + kakai + pa, tradotto come "la región de los cerros de los venerables ancianos", ossia "la regione delle alture dei venerabili anziani". A partire da questi elementi, egli ha trasformato come per magia il toponimo in *teguipkalpam. La fonetica diventa un'opinione. Davidson ritiene che Rodas Noriega sia mosso dall'attaccamento alla sua terra e da un po' di "nazionalismo accademico". In ogni caso, è innegabile che sia un grande sostenitore del popolo Quiché, cosa non scontata e rara: in America Latina è piuttosto diffusa una concreta avversione nei confronti delle lingue native e delle persone che le parlano.
Nota: 
Le lingue Maya non sono imparentate con il Nāhuatl, da cui divergono enormemente sotto ogni aspetto. La differenza reciproca è come quella tra il cinese e l'italiano.

Conclusioni

Come si vede, imperversa il marasma. Le attestazioni sono confuse, per via dei problemi di trascrizione dei suoni delle lingue native in un sistema ortografico europeo del tutto inadatto. Nel Web è addirittura diffusa l'ingenua idea che siano stati gli Spagnoli a dare il nome alla futura capitale dell'Honduras, come se potessero inventarlo dal nulla. Nonostante la situazione scoraggiante, non desisto nel mio compito di accertare l'etimologia di ogni singolo toponimo nativo, nonostante le soverchianti difficoltà. Mi sa che ci vorrà un po' per uscire da questa condizione di pantano etimologico

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

venerdì 5 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'PULIRE LA MERDA'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

PULIRE LA MERDA
1) pulire qualcosa dalla merda, 
2) rimuovere da qualcosa ciò che la contamina 

Una frase come "ho pulito la merda" cosa significa davvero?
i) Popolarmente significa: "ho pulito dalla merda", ossia "ho preso carta igienica e disinfettante, quindi ho rimosso la merda (dal pavimento, dal bordo della tazza, etc.)". 
ii) Però potrebbe anche significare: "ho reso la merda pulita".
Quest'ultima operazione è impossibile fisicamente, dato che la merda è sporca per sua stessa definizione, ma rimane comunque possibile dal punto di vista concettuale e semantico. In altre parole, si tratta di un grave inganno linguistico.
Dal punto di vista puramente logico e letterale le cose stanno così: la struttura "verbo + complemento oggetto" (come "pulire la mela" o "pulire la tavola") indica un'azione finalizzata a rendere l'oggetto pulito. Nel caso specifico, l'operazione descritta dalla  frase "pulire la merda" è un paradosso perché l'oggetto coincide con lo sporco stesso.

Questa anomalia linguistica si è creata per tre motivi principali:

1) Metonimia (sostituzione dell'oggetto con il contenuto)

La lingua italiana tende a semplificare le frasi eliminando i passaggi intermedi. In questo caso si verifica una metonimia, dove si nomina lo sporco anziché il luogo o l'oggetto che lo contiene.
- Cosa diciamo: "Pulire la merda"
- Cosa intendiamo logicamente: "Pulire dalla merda (il pavimento, la lettiera, la gabbia, etc.)"

2) Sovrapposizione tra "pulire" ed "eliminare"

In molti dialetti e nel registro colloquiale italiano, il verbo "pulire" ha assorbito il significato di "rimuovere", "spazzare via", "eliminare".
Quando si dice "pulisci quel tavolo", si intende dire "rendi pulito il tavolo". 
Quando si dice "pulisci quella macchia", il verbo cambia focus: non si vuole rendere pulita la macchia, si vuole cancellarla. "Pulire la merda" segue esattamente lo stesso meccanismo della macchia.

3) Economia linguistica

La lingua parlata premia la velocità. Dire "andare a rimuovere gli escrementi dal pavimento" richiede troppi fonemi. Dire "pulire la merda" è immediato, evoca subito l'azione e lo scenario, anche a costo di creare un paradosso logico se analizzato al microscopio della sintassi.

La situazione in altre lingue

Il cortocircuito logico "verbo di pulizia + sporcizia" non è un'esclusiva italiana, ma molte lingue lo evitano usando verbi di movimento e rimozione anziché di purificazione.

i) Inglese: il paradosso viene in parte evitato 

In inglese l'espressione metaforica esiste ed è molto comune, ma la struttura verbale corregge la logica:

Sintagmi:
   to clean up the shit
   to clean up the mess
Analisi: 
Ormai anche i sassi in Italia sanno che in inglese shit significa "merda". Meno numerosi sono quelli che conoscono la parola mess "disordine", "casino". L'aggiunta di up crea un phrasal verb, to clean up, trasformando la semantica del verbo semplice. Non significa più "rendere pulito", ma in frasi di questo genere assume il significato preciso di "raccogliere", "ordinare""mettere a posto". La logica in qualche modo è salva: si "raccoglie" la sporcizia per asportarla, in nessun caso la si rende pulita. 

ii) Spagnolo: stesso identico paradosso

Lo spagnolo condivide con l'italiano la stessa identica ambiguità strutturale.

Sintagmi:
   limpiar la mierda 
Analisi: 
Il verbo limpiar "pulire" soffre dello stesso identico difetto dell'italiano. 
Logicamente significherebbe "rendere pulita la merda", ma viene usato correntemente sia in senso letterale ("pulire") che metaforico ("risolvere i guai altrui"). Ricordo un video in cui uno spagnolo sanguigno risolveva i guai della sua compagna, pagandole i debiti. Usava proprio questa frase: "Limpié tu mierda". Poi pretendeva che lei si sdebitasse leccandogli l'ano.

iii) Francese: uso di verbi diversi 

Senso letterale: 
Si usa ramasser la merde, ossia "raccogliere la merda". Qui la logica è perfetta: l'oggetto viene rimosso dal pavimento e non si presenta l'ambiguità semantica.

Senso metaforico: 
Si usa nettoyer la merde, ossia "pulire la merda", oppure essuyer i plâtres, ossia "asciugare gli intonaci". Nel momento in cui i francesi usano il verbo nettoyer "pulire" associato alla sporcizia, accettano lo stesso paradosso logico italiano per pura espressività gergale. 

iv) Tedesco: logica ferrea e precisione

Il tedesco rifiuta categoricamente l'assurdità logica nella lingua standard attraverso l'uso di verbi composti separabili.

Sintagmi:
  Die Scheisse wegmachen
,
  Die Kot wegmachen, 
  Die Scheisse wegräumen
  Die Kot wegräumen 
Analisi: 
Le parole per indicare la merda sono Scheisse (ortografia antica: Scheiße) e Kot "sterco" (alla lettera "fango"). I verbi usati contengono la radice weg "via" (avverbio). Così wegmachen significa alla lettera "fare via", ovvero "rimuovere", mentre wegräumen significa alla lettera "fare spazio via", ovvero "sgomberare".  Il tedesco non dice mai che "pulisce" lo sporco, ma dichiara esplicitamente che lo sposta altrove o lo elimina. I Tedeschi non sono collerici come gli Spagnoli: le pratiche sodomitiche le eseguono come necessità fisiche scontate, non come cose imposte in rapporti di coppia convulsi e conflittuali, o in incontri-scontri.

v) Quechua: il paradosso logico scompare del tutto

In Quechua, la lingua nativa delle Ande tuttora parlata da milioni di persone, la situazione è l'esatto opposto rispetto all'italiano e dello spagnolo. La struttura di questa lingua agglutinante è estremamente concreta e non permette il cortocircuito di "rendere pulito lo sporco", perché i verbi legati alla pulizia incorporano l'azione fisica esatta ("raccogliere", "spazzare", "lavare") o fanno riferimento allo stato finale del luogo (il pavimento, il corpo, etc.), mai all'implausibile purificazione del rifiuto.

L'azione in Quechua si scompone così, preservando la logica:

a) I verbi d'azione specifici (cosa si fa allo sporco)

In Quechua non esiste un verbo generico e astratto come "pulire" che si possa applicare indifferentemente a un pavimento o a un escremento. L'azione si descrive tramite verbi di rimozione fisica:

- akata astay oppure akata wikch'uy:
Significa letteralmente "trasportare la merda" o "gettare via la merda" (da aka "escremento" + -ta, suffisso dell'accusativo + astay "trasportare", wikch'uy "buttare"). 
Nota:
La logica è impeccabile: l'oggetto viene rimosso, non lavato.
- pichay:
è il verbo che significa "spazzare" o "pulire una superficie". Se si usa questo verbo, l'oggetto grammaticale non è mai lo sporco, ma il luogo. Si dirà quindi pampata pichay "spazzare il pavimento".
Il verbo pichay deriva da picha "scopa, ramazza", che in origine indicava un arbusto da cui si ricavavano strumenti di pulizia.

b) Il concetto di "rendere pulito" 

Si può utilizzare il verbo llimphuchay "rendere pulito". Se un parlante Quechua vuole esprimere l'idea astratta di "rendere pulito qualcosa", usa la radice llimphu "pulito", "puro", "lucido", unita al suffisso fattivo -chay, che significa "fare" o "trasformare in".

Così llimphuchay significa letteralmente "trasformare in pulito". Tuttavia, se si provasse a dire *"akata llimphuchay", un nativo andino capirebbe letteralmente "rendere pulita la merda", cioè esattamente il paradosso logico che hai evidenziato. Di conseguenza, nessun parlante Quechua userebbe mai questa combinazione, perché la struttura stessa del suffisso -chay richiede che l'oggetto finale diventi l'aggettivo di partenza.

c) La specificità del corpo e degli oggetti

Il Quechua è così attento alla logica materiale delle azioni che possiede verbi completamente diversi per l'atto di "lavare" a seconda di ciò che si tocca, impedendo ambiguità:

mayllay "lavare le mani o gli utensili";
upakuy (/ uqpakuy) "lavarsi la faccia";
taqsay "lavare i vestiti o i capelli"

Mentre l'italiano preferisce l'economia linguistica (accettando l'assurdità logica di "pulire la macchia", "pulire la merda"), il Quechua applica una precisione materiale: lo sporco si sposta o si butta (astay, wikch'uy), ed è solo lo spazio fisico che lo conteneva a venire purificato (llimphuchay). 
Questi concetti sono molto importanti per le genti incaiche, il cui puritanesimo è estremo.

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young:

sabato 1 giugno 2024

ESITI DEL LATINO CONSUMERE 'CONSUMARE' E CONSUMMARE 'PORTARE A TERMINE'

Quante volte abbiamo sentito usare la locuzione "consumare il matrimonio", ad esempio in frasi come "il matrimonio non è stato consumato" e simili? Il volgo, nella sua belluina ignoranza, pensa che si alluda all'atto sessuale come a qualcosa che si gode, attribuendo così al verbo consumare un significato simile a quello che ricorre nella locuzione "consumare il pasto". Invece il vero significato è "portare a compimento il matrimonio" (ossia "compiere l'atto sessuale"). Quante volte abbiamo sentito un cronista dire che "la tragedia si è consumata"? Pensate che molti non hanno capito il vero significato della frase!  

In realtà, il verbo italiano consumare è frutto di una grave confusione che ha portato inaspettatamente due distinti verbi latini a collassare in uno solo, a causa dell'errore di un autorevole letterato che non sono riuscito ad identificare.
I verbi in questione sono i seguenti:

1) cōnsūmere 
   i. prendere interamente
   ii. consumare, distruggere, logorare
   iii. uccidere
   iv. mangiare, divorare
   v. rovinare 
   vi. sprecare, dissipare  
   vii. spendere, adoperare, impiegare 
   viii. passare, trascorrere (detto di tempo)

Coniugazione: III 
Forme coniugate:
  cōnsūmō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmis (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsūmpsī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsūmptum (supino attivo)
con- "assieme" (< *kom-) + sūmere "prendere"
Note: 
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il verbo sūmere deriva a sua volta da un antico composto:
sūmō < *subs-emō, formato a partire da subs- "sotto" + emō "prendo".
(c) Derivati:
  absūmere "diminuire, rovinare"
  adsūmereassūmere "ricevere, adottare, accettare"
  dēsūmere "scegliere, selezionare"
  īnsūmere "spendere"; "applicare"
  praesūmere "prendere prima, anticipare", "supporre"
  trānsūmere "prendere da uno all'altro"; "adottare". 
In latino medievale c'è subsūmere "ricondurre un concetto o un fatto a norma più generale".
In italiano abbiamo assumere, desumere, presumere, tutti da trafile dotte; sussumere è usato solo nel linguaggio legale. 

2) cōnsummāre
   i. sommare, aggiungere 
   ii. ammontare a (un numero)
   iii. compiere, finire, rendere perfetto

Coniugazione: I 
Forme coniugate: 
  cōnsummō (presente indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummās (presente indicativo, II pers. sing.)
  cōnsummāvī (perfetto indicativo, I pers. sing.)
  cōnsummātum (supino attivo) 
Etimologia: 
con- "assieme" (< *kom-) + summa "totale" + -āre (suff. verb.).  
Note:
(a) La vocale -o- del prefisso con- si allunga regolarmente a causa del gruppo consonantico -ns-. Nella lingua classica, molti non pronunciavano questa -n-, altri nasalizzavano la vocale precedente.
(b) Il sostantivo summa "cima", "sommità", "la cosa principale", "ammontare", "totale", etc., è derivato dall'aggettivo summus (< *supmos) "il più alto", "il più grande", "il migliore", superlativo di superus (< *superos) "che sta sopra, che sta più in alto".
(c) L'esito di summa in italiano è somma.

Consummatum est 

Questa locuzione latina è tratta dalla Vulgata del Vangelo secondo Giovanni (19,30) e significa "tutto è compiuto". È la traduzione delle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce prima di morire, indicando la conclusione della sua missione terrena e il compimento delle Scritture.

Consummatio saeculorum
Italiano: Consumazione dei secoli 

Questa locuzione, che si trova in San Gerolamo, indica il compimento definitivo, la fine del mondo o la conclusione del tempo storico, spesso con una connotazione religiosa legata alla realizzazione del piano di Dio. L'espressione è sinonimo di termine ultimo della storia umana e inizio di una nuova era spirituale.

Esiti romanzi di cōnsūmere e cōnsummare

In spagnolo e in portoghese resta la differenza nella coniugazione, segno che i dotti avevano un'ottima conoscenza del latino ecclesiastico.

Spagnolo:
consumir "consumare" 
consumar "compiere", "commettere"; completare, portare a compimento"

Portoghese: 
consumir "consumare"
consumar "completare, portare a compimento"

In francese i confini cominciano a vacillare. Si ha confusione: si conservano i due verbi, ma cōnsummare ha assunto anche il significato di cōnsūmere. 

Francese: 
consumer "consumare"; "usare risorse o tempo"
consommer "consumare", "ingerire"
consommer "completare", "raggiungere uno scopo", "compiere" 
Note:
La sovrapposizione è dovuta a interferenza tra una trafila dotta o una semidotta. 
Famoso è il consommé di tartaruga, che si ingurgita, non si compie!

Anche in inglese esiste la distinzione tra i due verbi, che non sono ovviamente nativi (sono tra gli infiniti prestiti entrati nel corpo di una lingua germanica molto usurata). Non si è avuta la parziale confusione riscontrata in francese. 

Inglese:
to consume "consumare"
to consummate "completare", "rendere perfetto"
consummate (aggettivo): "completo", "perfetto", "esperto" 
Nota:
Il verbo to consume è dal medio inglese consumen, a sua volta dal francese antico consumer.
Il verbo to consummate è derivato dall'aggettivo consummate, che è attestato dall'inizio del XVI secolo (verso il 1500) ed è entrato in inglese direttamente dal latino universitario consummatus "perfetto". 

Essendo l'inglese una lingua fortemente dissociativa, il parlante privo di studi universitari non ha la benché minima idea di dove cozzare. La catastrofe di Hastings (1066) ha innescato un processo che ha mandato in frantumi l'antico inglese, lingua logica e perfetta, per dare origine a una vera e propria chimera, il cui risultato è la distruzione della possibilità stessa di comprendere la realtà. Duole imbattersi in gente che celebra l'accaduto come un trionfo della "civiltà" sulla "barbarie". 

Gli esiti elencati contrastano in modo netto con quelli dell'italiano, in cui la confusione è completa e si trova già in Dante. Oltre al matrimonio, si può consumare un reato, un'impresa e via discorrendo - ma chi lo fa più? Si tratta di residui letterari e sclerotizzati, tenuti in vita sotto naftalina: nel linguaggio corrente, il significato dominante è quello del latino cōnsūmere "logorare, distruggere", "sprecare"; "mangiare".

L'origine della confusione italiana 

Mentre in occitano moderno si trova soltanto consumar "consumare", in antico provenzale i due verbi latini avevano dato un esito confuso. Infatti abbiamo consumar, consomar "consumare, logorare" (detto ad esempio delle sofferenze d'amore), ma anche "portare a compimento". A mio parere il toscano ha preso proprio dal provenzale, che nel XIII aveva un'influenza culturale considerevole e dominava la vita cortese. Dante, che pure "svecchiò" la lingua dotta dai troppi prestiti occitani, ad esempio sostituendo beninanza con benignità, non fu in grado di riconoscere il problema insito nel verbo consumare

Conclusioni 

Peccato che la scuola non dedichi tempo a questi dettagli. Dimenticavo: un parlante che accresce la propria consapevolezza linguistica... è scomodo!

venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
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Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.