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martedì 24 settembre 2024

GOTI IN INDIA?

No, non alludo alla presenza della comunità Goth nell'attuale India. Alludo invece alla possibile presenza di alcuni Goti nell'India antica (II secolo d.C.). Mi rendo conto che è un argomento controverso. Ne sono venuto a conoscenza molti anni fa, con grande stupore, sulla Grammatica gotica di Carlo Alberto Mastrelli (1967), in cui la questione era introdotta come una nota a piè di pagina e liquidata rapidamente come irrealistica. 
Sono andato a recuperare il testo dell'articolo di Sten Konow, Goths in Ancient India (Journal of the Royal Asiatic Society, 1912). È consultabile gratuitamente sul sito dell'Università di Chicago, seguendo questo link:


La parola yavana "greco, occidentale", che è derivata dal nome degli Ioni (ἼωνεςÍōnes < Iāwōn-), ricorre in tre iscrizioni rupestri di Junnar redatte in lingua pracrita e in scrittura Brahmi, da attribuirsi al II secolo d.C.; una di queste (Burgess-Indraji No. 7) non porta alcuna indicazione concreta di cosa si debba intendere con questa denominazione. Le altre due iscrizioni (Burgess-Indraji No. 5; No. 33) caratterizzano ulteriormente questi Yavana come Gata. I testi sono i seguenti:

Burgess-Indraji No. 5: 

yavanasa Irilasa gatāna deyadhama be poḍhiyo
"dono di due cisterne da parte dello yavana Irila dei Gata"

Burgess-Indraji No. 33:

yavanasa Ciṭasa gatāna bhojaṇamaṭapo deyadhama saghe
"dono di un refettorio alla comunità da parte dello yavana Cita dei Gata"

Gli antroponimi Irila, Ciṭa e l'etnonimo gata non ricorrono in altre iscrizioni e non sono stati spiegati in modo soddisfacente. 

Gli argomenti illustrati da Konow sono stati archiviati "definitivamente" dal dibattito scientifico, soprattutto basandosi su una serie di fallacie logiche. La parola "definitivamente" è come una specie di pietra tombale, messa per vietare con un tabù ogni discussione.  
A quanto pare non ci sono stati tentativi moderni di rivalutare l'ipotesi della presenza di Goti in India. Così ci devo pensare io. 

In primis, il mondo accademico considera la stessa menzione dei Goti come un anacronismo
Nel II secolo d.C. i Goti si trovavano ancora nell'area del fiume Vistola, nell'odierna Polonia. Il loro spostamento verso il Mar Nero iniziò solo nel III secolo d.C.. Non avevano i mezzi, la struttura, né motivi geopolitici per compiere una migrazione o spedizione militare fino in India. 
La mia obiezione è questa: non è impossibile che singoli individui abbiano compiuto il viaggio, anche se la distanza può sembrare incredibile. Gli Yavana attestati potrebbero anche essere stati i figli dei Goti che avevano completato il percorso. In ogni caso, erano perfettamente integrati nella cultura e nella religione buddhista della popolazione che li aveva accolti.
Il modo usato dal mondo accademico per negare una simile possibilità è sempre lo stesso: la prova dell'assenza dedotta dalla supposta assenza di prove, per pregiudizio ideologico. Noi dobbiamo analizzare le iscrizioni per vedere se siano o meno una prova plausibile, non concludere che "è impossibile perché lo dice il professore gnè gnè gnè".

In secundis, il mondo accademico contesta l'uso del termine yavana, a cui dà un'interpretazione troppo restrittiva.
È assurdo dire che l'uso dell'etichetta yavana "avrebbe collocato una persona nel mondo ellenistico-romano o indo-scita, non in quello germanico". Le genti dell'India avevano esperienza abituale di persone della stirpe dei Germani? No. Quindi, se ne avessero vista una giunta erraticamente nelle loro terre, la avrebbero chiamata yavana già soltanto per assenza di altre denominazioni plausibili. Agli occhi di un uomo dell'India, non c'era una reale differenza tra un romano, un greco, un egiziano, un celta, un germano o qualsiasi altro abitante dell'Occidente. Erano tutti Yavana. Il colore della pelle, dei capelli e degli occhi in quel contesto non contava un bel nulla. 

In tertiis, il mondo accademico considera come un dogma che i nomi attestati possano trovare una spiegazione coerente soltanto all'interno del mondo indiano o indo-iranico
Lo stesso Mastrelli nella sua nota afferma sostanzialmente la stessa cosa - senza riportare ulteriori dati. Tuttavia, si vede che quando si passano al vaglio le tanto strombazzate evidenze, queste si rivelano scarse, tenui, fatte di lana caprina, non certo prove dirimenti capaci di chiudere la controversia.

Una spiegazione di Irila 

Proto-germanico: *erilaz / *erulaz
Ricostruzioni alternative: *erlaz
Significato: "guerriero, principe"
Genere: maschile 
   Proto-norreno (attestato in caratteri runici):
       erilaR, irilaR
   Forma gotica wulfiliana: *airils 
Dettagli fonetici: 
Il gotico di Wulfila avrebbe una vocale aperta /ε/. Qui abbiamo invece /i/. Evidentemente lo yavana che portava il nome Irila proveniva da una comunità che parlava un gotico diverso da quello che secoli dopo fu messo per iscritto da Wulfila. 
Il nome degli Eruli deriva invece dalla variante *erulaz (la H- con cui viene trascritto nelle fonti latine è spuria).
Dettagli morfologici:
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione forte e il tema in -a viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo Irilasa). 
Le alternative indiane  
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) इरा irā "terra"; "cibo"; "discorso"; "acqua"; "cibo"; "liquore alcolico"; 
2) ईर īra "vento", "brezza"; "soffio d'aria". 
Vorrei sbagliarmi, ma non si trova il suffisso -ila. Se davvero esiste la coerenza, attendo ulteriori dati, augurandomi che siano incontrovertibili.

Prima possibile spiegazione di Ciṭa 

Konow tenta di analizzare l'antroponimo Ciṭa in modo piuttosto contorto.

Protogermanico: *χildǣn*χildan-
Significato: "guerriero, combattente"
Genere: maschile
   Forma gotica wulfiliana: *Hilda
Dettagli fonetici: 
La fricativa protogermanica /χ/ sarebbe stata realizzata come una palatale [ç]. Quindi [çilda] darebbe stato adattato nel pracrito di Junnar come [tʃiṭa], con una consonante /ṭ/ retroflessa (cacuminale).
Dettagli morfologici:
Un nome maschile *Hilda non è ben formato (vedi sotto). 
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione debole e il tema in -an viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo Ciṭasa).

In realtà il tentativo di Konow appare grossolano. Infatti la radice da cui l'antroponimo dovrebbe derivare ha il tema in -i:

Protogermanico: *χildiz 
Ricostruzioni alternative: *χildīz
Significato: "battaglia" 
Genere: femminile
  Forma gotica wulfiliana: *hilds
  Norreno: hildr 
  Antico alto tedesco: hild, hilt, hilta, hiltia 
Dettagli morfologici:
In antico alto tedesco notiamo che al tema *χildi- / *χildī- si è affiancato un tema alternativo *χildjō- (che ha dato le varianti hilta, hiltia). 
Orbene, se questo fosse avvenuto in gotico del II d.C., ci aspetteremmo un nome maschile derivato del tipo *Hildja, non *Hilda
Le alternative indiane 
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) चित्र  citra "splendido"; "cospicuo"; "visibile"; "chiaro"; "distinto"; "eccellente"; "variegato"; "screziato"; "molteplice"; "vario"; "straordinario"; "strano"; "splendido"; "sorprendente"; 
2) चित्र citra "oggetto splendente"; "gioiello"; "ornamento"; "pittura". 
Nella maggior parte dei pracriti, questo citra /'tʃitra/ del sanscrito classico è diventato citta /'tʃit:a/, data la grande instabilità dell'antica rotica /r/. Non si trova però la consonante scempia e cacuminale /ṭ/ - cosa che basta a rigettare il raffronto. 

Seconda possibile spiegazione di Ciṭa

Ricordo di aver letto su un testo scolastico appartenuto a mio padre (RIP) una storia interessante che non sono riuscito a recuperare. Narrava di un contadino che era perseguitato da un Goto di nome
Zitta. Questo Zitta era convinto che il contadino gli nascondesse un tesoro di monete, così lo sottoponeva a tormenti atrocissimi col ferro rovente, per costringerlo a rivelargli la collocazione. 
Quel tipo di narrazione serviva a illustrare la "ferocia stereotipata" degli invasori "barbari", in particolare gli Ostrogoti di Teodorico o i Longobardi di Alboino, contrapposta alla mitezza della popolazione italica-romana locale, qui rappresentata dal contadino. Nei testi scolastici dell'epoca fascista o dei primi anni del dopoguerra, le cosiddette invasioni barbariche venivano raccontate proprio attraverso piccoli quadri drammatici e crudi, il cui fine era suscitare sdegno e orrore. Lo schema narrativo è storicamente fondato: Goti e Longobardi sapevano che i proprietari terrieri romani e i contadini tendevano a seppellire i loro tesori di monete d'oro e d'argento nei campi per evitare che venissero saccheggiate dagli eserciti di passaggio. Le torture con il ferro rovente erano il metodo standard usato per farsi rivelare l'ubicazione di questi tesoretti, molti dei quali sono stati ritrovati dagli archeologi moderni, ancora sepolti. 
Quale che fosse la fonte del racconto letto sul libro scolastico, il nome Tzitta è realmente attestato nelle cronache tardo-antiche (variante Tzittas), spesso in riferimento a persone di origine gotica. Questo bizzarro antroponimo è sicuramente un ipocoristico. Lo stesso Mastrelli riporta Tzitta nella sua breve discussione del materiale indiano, respingendo l'ipotesi di Konow ma non riportando proposte etimologiche per l'antroponimo. 
Esempi: 

*Sigifriþus "Pace della Vittoria" > Tzitta
*Sigimers "Famoso per la Vittoria" > Tzitta
*Sigimundus "Protezione della Vittoria" > Tzitta
*Sigiwulþus "Gloria della Vittoria" > Tzitta
etc. 

Questo ipocoristico Tzitta doveva declinarsi come un maschile debole in -a:
nominativo Tzitta
genitivo *Tzittins 
dativo *Tzittin
accusativo *Tzittan 

La pronuncia dovrebbe essere /'tsitta/, con un'affricata postalveolare sorda. Quella consonante iniziale complessa certo stupisce in un nome gotico, ma va detto che negli ipocoristici possono verificarsi stranezze fonetiche. L'adattamento di /tt/ nella cacuminale /ṭ/ è strano ma non sorprende più di tanto. 

Adattamento del nome dei Goti in Gata

Protogermanico: *gutǣn 
Significato "Goto" 
   Forma plurale: *Gutaniz 
   Forma gotica wulfiliana: *guta, plurale *Gutans
      gutþiuda "popolo dei Goti" 
   Forme gotiche non wulfiliane: /*gɔta/,
        plurale /*gɔtans/
   Norreno: goti, plurale Gotar 
Adattamenti in latino (pl.): Gutōnēs, Gothī  
Adattamenti in greco (pl.): Γύτωνες (Gútōnes), 
     Γούτωνες (Goútōnes), Γότθοι (Gótthoi
Dettagli fonetici:
A quanto ho potuto appurare, nei pracriti la vocale /a/ breve suonava quasi come una [ɔ] aperta. Forse una variante /*gɔtan-/ è stata trascritta male proprio per questo motivo. Il sistema di scrittura Brahmi usato a Junnar non possedeva un segno nativo per la vocale /ɔ/ aperta. Aveva soltanto /a/ breve, /a:/ lunga e /o:/ (che in India era rigorosamente una vocale lunga e chiusa, come in bhojaṇa). La /a/ breve nei dialetti pracriti centro-occidentali (da cui si sarebbero sviluppati il Maharashtri e l'Apabhraṃśa, a partire dal VI secolo) aveva una pronuncia molto chiusa e arretrata, tendente proprio a una [ɔ] aperta o persino a una [ə], ossia la vocale indistinta, il cosiddetto schwa (termine che in questo contesto non ha nulla a che vedere con i deliri woke). 
Dettagli morfologici:
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione debole e il tema in -an viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo plurale Gatāna). 
Le alternative indiane 
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) गाथा gāthā "verso poetico", "metro (poetico)", "stanza (poetica)"
2) गर्त॑ garta "buco"; "cavità"; "caverna"; "tomba"; "canale". 
Il raffronto con gāthā è da rigettare. Oltre all'assenza di una vocale lunga /a:/ nella prima sillaba dell'etnonimo, salta subito all'occhio la mancanza dell'aspirazione. Se la parola fosse stata indiana e legata al contesto buddista, lo scriba avrebbe scolpito la consonante aspirata th. Il fatto che abbia usato una -t- semplice indica che stava riproducendo un suono occlusivo non aspirato, esattamente com'era /t/ nella lingua gotica di quell'epoca (l'aspirazione sarebbe sorta in epoca successiva). 
Il raffronto con garta è parimenti da rigettare: osservando i discendenti della radice nelle lingue indoarie dell'India, non si trova un esito paragonabile a gata. Esempi: Hindi gāṛnā "seppellire", Bengali gaṛa "buco; seppellire", Punjabi gaḍḍanā "seppellire", Marathi gaḍne "seppellire" e via discorrendo. Gli esiti di /rt/ sono compattamente in /ṛ/ o /ḍ/, mai in /t/.

Conclusioni

Seguendo questo filo logico, le iscrizioni analizzate acquisiscono una fisionomia coerente: due individui (forse mercenario o marinai inseriti nelle flotte commerciali romano-alessandrine), appartenenti alla stirpe dei Goti, vengono registrati a Junnar. Lo scriba traspone il suono /gɔtan-/ nell'approssimazione pracrita più fedele, ovvero Gata, e scrive i loro nomi come Irila e Ciṭa rispettivamente, definendoli in senso lato Yavana (straniero d'Occidente).

lunedì 19 agosto 2024

UN RELITTO CELTO-LIGURE IN PIEMONTESE E IN LIGURE: BRUSS 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il piemontese la parola bruss (varianti ortografiche: bross, bröss, brôs, brus; pronuncia /brus/) indica un derivato del latte simile a un formaggio cremoso, dal gusto intenso e piccante. È molto diffuso in Alta Langa e in Basso Monferrato. In ligure è chiamato brussu o bruzzu ed è tipico della Valle Arroscia (comuni di Triora, Molini di Triora, Cosio di Arroscia, provincia di Imperia). Tradizionalmente viene prodotto facendo fermentare avanzi di formaggio con l'aggiunta di grappa; oggi è ottenuto soprattutto da formaggi di alta qualità con aggiunta di panna, ricotta, latte ed erbe aromatiche. Abbiamo già avuto occasione di fare menzione del bruss nel nostro articolo sui formaggi coi vermi, a cui rimando per ulteriori dettagli.  
L'etimologia del nome di questo prodotto caseario è chiarissima a chi ha qualche conoscenza delle lingue celtiche e più in generale della ricostruzione del proto-indoeuropeo. Invece la considerano molto oscura i romanisti e i paleo-comparativisti, i dilettanti che hanno passato la loro vita a raffazzonare etimologie popolari insensate. Così sono venuto a leggere che è stata congetturata la provenienza del nome bruss dall'antica provincia francese della Bresse, compresa nelle regioni Rodano-Alpi, Borgogna e Franca Contea - a dispetto della differenza della vocale. Simili assurdità sono riportate a galla dall'algoritmo di Google, che le mette sotto il naso degli utenti, senza sosta, arrecando alla Scienza danni spaventosi quanto irreparabili. 

Protoforma celto-ligure ricostruibile: *brutijom
Significato: "tipo di formaggio o latte fermentato"

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*brutijom > *brutjo- > *brutsjo- > bruss 

Si è prodotta un'assibilazione, evidentemente in epoca tarda, forse addirittura proto-romanza. I paralleli nelle lingue celtiche sono evidenti. 

Protoceltico: *brutus 
Significato: "calore", "ebollizione", "fermentazione"
Genere: maschile

  Antico irlandese: bruth "calore" (soprattutto violento),
     "veemenza"; "splendore del fuoco" 
     genitivo: brotho, brotha (< *brutous)
     dativo: bruth (< *brutou
     accusativo: bruth n- (< *brutun)
  Antico bretone: brod "calore" 
  Gallese moderno: brwd "zelante", "appassionato",
       "ardente"; "audace" 
  Cornico: bros "rovente", "molto caldo"

Protoceltico: *brutis 
Significato: "atto di bollire", "atto di cuocere"
Genere: femminile

  Antico irlandese: bruith "bollire", "cuocere" 
  (nome verbale di berbaid "egli bolle", "egli cuoce",
  vedi nel seguito) 
     genitivo: bruithe (< *bruteis
     dativo: bruith (< *brutei
     accusativo: bruith n- (< *brutin)

Protoceltico: *berwos 
Significato: "stufato", "ebollizione" 
Genere: maschile 

  Medio bretone: beru "carne bollita", "stufato" 
  Bretone moderno: berv "brodo"; "ebollizione"; "bollente"  
      fraseologia: 
      dour berv "acqua bollente" 
      tomm-berv eo ar soubenn "la zuppa sta bollendo"
  Medio gallese: berw "ebollizione"
  Gallese moderno: berw "stufato", "cibo bollito";
      "bollito", "ribollente" (agg.) 

Protoceltico: *berwā- / *berwī- 
Significato: "bollire", "fermentare", "cuocere"

  Antico irlandese: berbaid "egli bolle", "egli cuoce"
    congiuntivo: -berba "che egli bolla", "che egli cuocia"
    preterito: berbais "egli bollì", "egli cosse"
  Medio gallese: berwi "bollire", "cuocere"
  Bretone moderno: berwiñ, birviñ "bollire", "cuocere"

Origini indoeuropee

La radice è chiaramente il proto-indoeuropeo
*bherw- / *bhreuwh1- "fermentare", "bollire". È molto produttiva e ha dato una gran varietà di forme in numerose lingue: 

Latino: ferveō "io bollo", fervēre "bollire"  
Latino: fermentum "fermentazione", "lievito" 
Latino: dēfrutum "vino cotto" (*)
Greco: βρῦτος (brûtos) "birra" (**) 
Proto-germanico: *brinnanan "bruciare"
    Tedesco: brennen "bruciare"
    Inglese: to burn "bruciare", 
    etc.
Proto-germanico: *brewwanan "fermentare bevande",
        "birrificare" 
    Tedesco: brauen "fermentare bevande, birrificare", 
          Bräu "birrificio" 
    Inglese: to brew "fermentare bevande, birrificare", 
    etc. 
Proto-germanico: *bruþan "brodo" 
    Inglese: broth "brodo", 
    Norreno: broð "stufato", "brodo" 
    etc. 
Proto-germanico: *brauðan "pane" 
   Tedesco: Brot "pane"
   Inglese: bread "pane", 
   Norreno: brauð "pane"
   etc.

(*) L'accento è sulla vocale -ē-. Variante: dēfritum. La parola indica una specie di vin brûlé, ottenuto facendo cuocere vino in pentole di piombo. Il processo addolciva la bevanda, che però era fortemente tossica. 
(**) La parola è di certo un prestito, con ogni probabilità dalla lingua dei Traci. L'originale trace doveva essere *brūtas
Confutazione di una falsa etimologia

Il nome della provincia francese della Bresse proviene invece da Brixia (documentato in latino come Saltus Brixiae), e deriva da una diversa radice celtica che non ha nulla a che fare con il nome del bruss. Infatti il toponimo francese è identico nell'etimologia al nome della città di Brescia (ben documentato come Brixia), che è dal proto-celtico *brig- "elevato", "alto", da cui *brigā "montagna"; "luogo elevato" e anche "città". Avremo modo di approfondire l'argomento in un'altra occasione.

Conclusioni 

Se si indaga a fondo, si possono recuperare dettagli di un mondo remoto che pareva irrimediabilmente perduto. Usando la logica e il metodo, si ottengono risultati strabilianti. 

domenica 11 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN NOVARESE: CHEGA 'GORGONZOLA'

Si legge spesso che il gorgonzola si sarebbe diffuso verso ovest, in Piemonte, nel corso del XIX secolo. Tuttavia si ha la prova che questo non può essere del tutto vero. Oltre alla cittadina lombarda di Gorgonzola, in provincia di Milano, esiste senza dubbio un altro importantissimo centro di produzione e di diffusione del formaggio dalle nobili muffe bluastre: Novara. Storicamente il centro piemontese può essere considerato la vera Capitale del Gorgonzola, e la filologia è in grado di dimostrarlo. 
Ecco l'evidenza inconfutabile: proprio a Novara si è conservata una denominazione celtica del gorgonzola, che nel dialetto locale, una forma di lombardo occidentale con forte influenza piemontese, è chiamato chèga.
Il vocabolo è di genere maschile:
al chèga

Protoforma celtica ricostruibile: *kagijā 
Significato originale: "recinti", "recinzioni"
> "muffe del formaggio blu"

Sviluppi fonetici 

Questi sono i passaggi ricostruibili della trafila che ha portato al vocabolo attuale: 

*kagijā > *kagjā > chèga 

Si nota l'Umlaut palatale, indotto dall'approssimante /j/, che ha portato la vocale /a/ a diventare anteriore: /ε/. Quindi l'approssimante /j/ è scomparsa completamente, senza intaccare l'occlusiva velare sonora /g/. Anche l'occlusiva velare sorda iniziale /k/ non è stata intaccata. Non ci sono state palatalizzazioni né assibilazioni. Questi sviluppi sono straordinari. 

Semantica e morfologia 

La forma *kagijā è un neutro plurale di *kagijom "recinto", perfettamente regolare. È ricostruibile anche una variante maschile della parola, *kagijos, la cui morfologia tuttavia non è in grado di spiegare bene il termine caseario novarese. 
L'apparente stravaganza della denominazione si spiega in modo abbastanza facile: il disegno suggestivo delle muffe del formaggio sembrava come lo steccato di un recinto nell'immaginario dei Celti dell'epoca antica, ecco perché attribuirono al prodotto questa denominazione. La distribuzione del blu ricorda la struttura di un cancello.  
Attualmente le genti di Novara non sono più in grado di comprendere il significato antico che di chèga, per il semplice fatto che la lingua che lo ha originato si è nel frattempo estinta ed è stata del tutto dimenticata. Quindi l'antico plurale tantum è diventato un singolare, pur conservando traccia del suo antico stato nell'apparente incongruenza del genere, maschile nonostante la terminazioni in -a.

Esiti nelle lingue celtiche

Antico bretone: cai "recinzione"; 
    caiou "fortificazioni"
    (glossa di Pokorny: "munimenta")
Medio bretone: quae "siepe", "recinzione"
Bretone moderno: kae "siepe spinosa", "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Dornhecke, Zaun")
Medio gallese: kay, kae "campo", "recinzione",
    "siepe", 
"confine"
Gallese moderno: cae "campo", "recinto"; "collare" 
   (glossa di Starostin: "saepes, clausum";  
    glossa di Pokorny: "Gehege" und "Halsband")
Cornico: "recinzione"
   (glossa di Pokorny: "Gehege")
Gallico: cagiíon "recinto"
   (su un frammento di vasellame a Cajarc)
Gallico tardo: caii "cancelli" 
   (glossa riportata da Pokorny, si noti il genere maschile)
Gallico tardo: caio "campo (recintato)", "recinto"
  (glossario di Vienne*: "breialo siue bigardio")
Celtiberico: kaio "del recinto"
  (in un'iscrizione in alfabeto iberico; 
il luogo
  del rinvenimento è detto Monte Moncayo)

*Anche conosciuto come glossario di Endlicher, dal nome dello scopritore.

La parola celtica, che era molto versatile, è passata nel latino medievale come caium (plurale caia), con i significati di "magazzino", "negozio", "bottega"; "molo". Tra gli esiti nelle lingue romanze, possiamo citare senz'altro il francese antico quay "molo, banchina" (varianti: kay, kei, key, keye, cay), francese moderno quai. Si trova come prestito anche in inglese: quay

In ultima analisi il proto-celtico *kagijom è della stessa radice del proto-germanico *χaγjō "siepe" (da cui derivano il tedesco Hecke "siepe" e l'inglese hedge "siepe"). Starostin partendo da questi dati ha ricostruito un proto-indoeuropeo *kagwh- "recinzione", "scatola", facendone derivare anche il latino cavea "gabbia", cosa che mi sembra poco probabile.  Sembra più plausibile la ricostruzione *kagh-, senza labiovelare. Condivido l'idea di Matasović, che ritiene questa radice un sospetto prestito da una lingua di sostrato. Si noti tuttavia il sanscrito kákṣā "muro di cinta", "luogo circondato da mura" (glossa: "a surrounding wall, place surrounded by walls"), riportato da Starostin. 



Deduzioni storiche

A Novara (latino Novāria), città fondata dal popolo celtico dei Vertamocori, doveva essere parlata una lingua celtica ancora in epoca tarda, perché l'evoluzione fonetica che ha portato a chèga non è compatibile con le trafile del latino volgare e del proto-romanzo. 

Altro materiale online

Nel sito dell'Associazione Culturale Terra Taurina si trova un articolo intitolato "La preistoria dei formaggi in Italia nord-occidentale", di Filippo Maria Gambari e Maria Venturino Gambari (2016), in cui sono riportate molte informazioni interessanti. Tra le altre cose, è citato il nome novarese del gorgonzola, fatto risalire a un aggettivo *cagios, interpretato come "di stalla, di recinto". Anche se i dettagli morfologici e semantici non collimano alla perfezione con la ricostruzione da me presentata, mi sembra qualcosa di notevole. Questa è un importante prova del fatto che nel Web c'è chi reagisce alla marginalizzazione dell'antichissima cultura dei Celti e cerca di recuperarne l'eredità. 


Conclusioni

I romanisti di fronte a questi importanti relitti del mondo pre-romano storcono il naso, perché sono pieni zeppi di pregiudizio ideologico e non vogliono comprendere la complessità del mondo. 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

mercoledì 5 giugno 2024

ETIMOLOGIA DELL'INTERIEZIONE INGLESE BY JINGO! 'PER DIO!'

In inglese esiste la bizzarra interiezione by Jingo! "per Dio!", in cui mi sono imbattuto molti anni fa, nel corso dei miei studi universitari. A quei tempi ho potuto attingere ad informazioni distorte e false, che descrivevano l'interiezione come americana e specificamente texana. Secondo tale narrazione, i pastori protestanti del Texas erano particolarmente puritani e stizzosi: volevano reprimere le brutte abitudini dei cowboy, che si ubriacavano a rotta di collo e imprecavano contro Dio. Non essendo tollerabile la vana e blasfema menzione dei nomi God e Jesus, ecco che i cowboy avrebbero trovato un escamotage, sostituendo i nomi divini con Jingo. Nell'articolo, ormai irreperibile, si affermava che proprio in quegli ambienti ostili era stata creata la figura di Pecos Bill, a cui erano attribuite le imprese più mirabolanti, con l'intento di plasmare una specie di mitologia del West. Si diceva che avesse scavato il Grand Canyon a mani nude e creato la Death Valley. Mi sembrava di avere sotto gli occhi scene di un West pagano, libero dall'oppressione religiosa dei bacchettoni. Un paese vasto e stravagante in cui si adorava una divinità uranica non cristiana chiamata Jingo, non interessata all'ordine morale del mondo, in cui Pecos Bill aveva le funzioni di una specie di demiurgo, creatore del paesaggio, dotato delle caratteristiche che nell'antichità erano attribuite a Ercole: forza smisurata e dominio sulle bestie selvagge. Peccato che tutto ciò fosse soltanto l'amplificazione di residui di "fakelore", ossia folklore falso

In realtà, il nome Jingo non è affatto nato in Texas: è stato portato in America dall'Inghilterra, dove era già usato da tempo in formule di riconoscimento di congiurati, come hey jingo, presto-jingo. L'espressione hey Jingo (variante: hey Yingo) era nota anche nel gergo degli illusionisti e dei giocolieri, che la usavano come segnale per la comparsa magica di oggetti, un po' come il più noto Abracadabra. Una citazione di questo uso si trova nell'opera di Martim de Albuquerque (1881), con riferimento all'anno 1679.
La prima attestazione nota dell'interiezione by Jingo! risale invece al 1878, in una canzone da balera scritta da George William Hunt (Finsbury, Londra, circa 1837 - Brentwood, Essex, 1904) e cantata da Gilbert Hastings MacDermott, nato John Farrell (Islington, Londra, 1845 - 1901). Il titolo con cui è nota è "MacDermott's War Song" o "Jingo Song". Questo è il testo del coro (il grassetto è mio):

"We don't want to fight, But by Jingo! if we do, We've got the ships, we've got the men, We've got the money too." 

Traduzione:

"Non vogliamo combattere, ma per Jingo! se lo facciamo, abbiamo le navi, abbiamo gli uomini e abbiamo anche il denaro."

Lo slogan è nato nel contesto della lingua russo-turca (1877 - 1878), ma sarebbe adattissimo all'America di Donald Trump, incarnandone alla perfezione i princìpi.

Sinonimo:
by the living Jingo! 

Variante rara: 
by Gingo! 

Derivati: 

jingo "militarista fanatico", "sciovinista", "guerrafondaio"
    plurale: jingos, jingoes 
jingoist "militarista fanatico", "sciovinista", "falco"    
jingoistic "sciovinistico", "ultranazionalista",
    "eccessivamente patriottico"
jingoism "fanatismo militaresco", "sciovinismo", 
    "nazionalismo regressivo" 
to jingoize "rendere eccessivamente patriottico"

Curiosità:
Esiste un piccolo villaggio di nome Jingo in Kentucky (USA). Si pensa che si tratti di un'assonanza casuale. 

Proposte etimologiche

1) Derivazione da una frase di giuramento Jesus God, contratta e alterata per evitare la blasfemia. Possibile trafila:

Jesus God > *Jes'god > *Jisgo > *Jingo 

Il gruppo consonantico -sg- /-zg/ sarebbe diventato -ng- per eufonia o per necessità di travestimento. Un'ipotesi plausibile è che by Jingo!, con la variante by the living Jingo!, sia un'alterazione eufemistica (minced oath) di un problematico "by the living Jesus God!" o "by the living God!", che chiunque avrebbe avuto paura di proferire. Non dobbiamo dimenticare che il terrore dell'Inferno era comune.

2) Un prestito dal basco Jainko (variante: Jinko) "Dio". I balenieri Baschi, provenienti dalla Biscaglia, avevano molti contatti con gli Inglesi, spingendosi fino in America. Ci è persino noto un gergo marinaresco basato sul basco, con elementi grammaticali come i pronomi e le preposizioni presi dall'inglese. Questo gergo, di cui avremo modo di parlare in un'altra occasione, era usato in Islanda. In questo contesto, non è improbabile che il teonimo Jinko sia passato in inglese come Jingo. In particolare, by Jingo! traduce direttamente il basco ala Jinko! "per Dio!", un'interiezione segnalata da Larry Trask, tra gli altri. È un'esclamazione di sorpresa, enfasi o giuramento, spesso utilizzata nei dialetti guipuzcoani e suletini. 
Si segnala anche l'esistenza della variante high Jingo!, alla lettera "Alto Dio!", che è quasi una traduzione del basco Jaungoikoa (formato da Jaun "signore" + goiko "dell'alto", "del cielo" + -a, articolo determinativo), di cui Jainko, Jinko sarebbero contrazioni. Larry Trask era scettico su questa ipotesi. Senza dubbio avrebbe sostenuto che high Jingo! sia semplicemente una variante della formula hey Jingo! tipica di congiurati e maghi da circo. Resta il fatto che trovo poco convincenti simili obiezioni. 

3) Derivazione dal nome di San Gangolfo di Borgogna, il cui culto era molto diffuso in Francia e in Germania. 

Etimologia del nome:
burgundico Gangulf, Gangolf "Lupo del Passo" 
   (dal protogermanico *Gangawulfaz, composto di 
    *gangaz "passo" + *wulfaz "lupo")
forma latinizzata: Gangulphus 
esiti in francese:
   Gangolf
   Gengulphe,
   Gengoulf
   Gengoulph,
   Gengouph,
   Gengoux,
   Gengoult
   Gengoul
   Jangoul,
   Jangouf,
   Jangou
   Jengoul 
forme latinizzate (secondarie): Gengulphus
   Gingulphus 
esiti in inglese (dal francese): 
   Gingoulph 
esiti in tedesco: 
   Gangolf
   Gangloff
   Gongolf
   Golf
   Genf  
esiti in italiano: 
   Gangolfo,
   Gengolfo
   Gongolfo 

La palatalizzazione di g- è perfettamente regolare ed è stata causata dalla formazione della vocale anteriore -e- a partire da -a-, un fenomeno ben noto che ha colpito, oltre al lessico romanzo, molti germanismi. 
Il passaggio dal francese Gengoul, Jangoul e simili all'inglese Jingo non è impossibile.

La leggenda di San Gangolfo 

Gangolfo (circa 702 - 760) era un cortigiano di una nobile e potente famiglia della stirpe dei Burgundi, vissuto ai tempi del Re dei Franchi Pipino il Breve, il primo dei Carolingi ad aver regnato. Già fin da giovane, Gangolfo era noto per la sua rigorosa onesta e castità, oltre che per le sue grandi ricchezze. Frequentava le chiese e si immergeva nella lettura di testi religiosi. Evitava la compagnia dei libertini. Morti i suoi genitori, divenne un amministratore modello della proprietà ereditata, provvedendo alle chiese e ai poveri che si trovavano nelle sue terre. A un certo punto dovette sposarsi (ricordiamo che tra i Germani non era tollerato il celibato). Scelse però una donna che non condivideva affatto le sue virtù. Era una fallofora! Le importanti responsabilità di nobile portarono Gangolfo a partecipare alle guerre del suo tempo. Si recava spesso in Frisia per predicare il Vangelo alle popolazioni pagane - anche se con scarso successo. Durante un viaggio di ritorno, giunse in un luogo oggi chiamato Bassigny (in latino Bassiniacensis pagus), dove vide una fonte la cui acqua era molto fresca e buona. Gangolfo volle comprare la proprietà. I suoi amici lo deridevano per quello che ritenevano uno spreco insensato ("Cosa te ne fai di una fonte tanto lontana?"). Tuttavia, giunto a casa, il nobile piantò un bastone nel terreno. Diede ordine a un servo di togliere il bastone il giorno dopo: ne scaturì una fonte di acqua fresca, come quella di Bassigny. C'era però un problema: mentre era assente, la moglie gli aveva messo le corna con un prete, un individuo grossolano, scelto per i suoi modi brutali e per il fallo nerboruto. Di fronte a una simile onta, Gangolfo invocò l'ordalia, il Giudizio di Dio: costrinse la donna ad immergere una mano nella nuova fonte. La mano si ustionò miracolosamente, prova che c'era stato adulterio. Così il nobile proibì alla moglie di dividere con lui il letto e ordinò al prete brutale di emigrare. Così questi se ne andarono. Dopo questi fatti, Gangolfo cambiò vita, rinunciò ai suoi beni terreni e fece grandi penitenze, vivendo come un eremita nel castello di Avallon. Gli adulteri fecero comunque ritorno, con l'intenzione di vendicarsi. Così il prete energumeno si avvicinò a Gangolfo, che stava dormendo, aggredendolo e cercando di decapitarlo. Non ci riuscì ma lo ferì gravemente a una gamba, causando la sua morte per setticemia. Si dice che presto avvennero miracoli sulla tomba dell'austero burgundo, che aveva ricevuto i Sacramenti, prima di spirare il giorno 11 maggio del 760. La moglie adultera e il prete abbandonarono nuovamente il Paese, ma ebbero un triste destino: la donna fu colpita da una fermentazione intestinale maligna che le faceva emettere peti spaventosi, costringendola a smerdarsi addosso; l'uomo contrasse la lebbra, che lo fece marcire orrendamente. Entrambi furono condotti a una morte miserabile. 

Conclusioni

Sono convinto che l'etimologia giusta sia quella basca; non sono tuttavia in gradi di provarlo, perché le altre ipotesi sono molto difficili da confutare.

martedì 14 maggio 2024

TURCILINGI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

I Turcilingi sono un popolo germanico, generalmente ritenuto appartenente al ramo orientale, quello dei Goti.  Alcuni li considerano un sottogruppo degli Sciri. Furono tra le milizie dell'impavido Odoacre e contribuirono a rovesciare l'Impero Romano d'Occidente. Furono considerati per secoli la quintessenza della barbarie. Ancora nel XVII secolo, il teologo inglese Lancelot Andrews (1555 - 1626) citò, per bassi scopi politici e propagandistici, "l'inumanità e la barbarie dei Turcilingi". Perché i Turcilingi ebbero una fama tanto terribile da essere menzionata con orrore, pur essendo da tempo immemore scomparsi? Ebbene, erano tanto temuti perché praticavano la sodomia violenta! Condividevano questo costume con gli Eruli e con alcuni altri popoli oscuri, come i Taifali. La cosa non deve stupire. Già abbiamo mostrato come Odoacre introdusse il favone nell'angusto budello del giovane Romolo Augustolo, possedendolo carnalmente come una femmina: ancor oggi la cosa è vista con assoluto orrore e disgusto, tanto da far tremare d'ira e sdegno innumerevoli bulli appassionati della Storia di Roma. Ne ricordo uno che, di fronte alla mia vivida descrizione, definì "aberranti" le passioni di Odoacre - a babbo morto da così tanti secoli!

Origine del nome dei Turcilingi

La formazione dell'etnonimo è chiaramente germanica: il suffisso -ing-, molto produttivo, è un patronimico e indica spesso discendenza da un antenato comune. Il problema in questo caso è la radice. Il nome, che Wulfila avrebbe trascritto *Turkiliggs /'turkiliŋgs/, sembra derivare da un antroponimo *Turkila /'turkila/ "Piccolo Turco" e avere il significato di "Discendente del Piccolo Turco". Dovevano esistere le rispettive varianti *Taurkilings /'tɔrkiliŋgs/ e *Taurkila /'tɔrkila/, dal momento che nei codici dell'opera di Giordane troviamo scritto anche Torcilingi e Thorcilingi. Probabilmente un uomo venuto da Oriente, appartenente a un popolo unnico, è giunto presso una tribù di Germani orientali, venendo adottato, distinguendosi per eroismo e infine dando origine a una cospicua stirpe regnante. 

Etimologia di turco 

Proto-turco: *tür(ü)k 
Ricostruzione alternativa: *türük / *törük
Significato: Turco, Turchi 
Possibili significati di origine:
      - potente, forte 
      - procreatore  
   Esiti storici: 
   Antico turco (anatolico): türk  
   Turco: Türk 
   Turco Ottomano: Türkman 
   Azero: Türkman 
   Turkmeno: Türkmen 
   Uzbeco: Turkmon 
   Antico turco siberiano: türk 
   Rouran: türküt "Turchi" 
   Antico Uyghuro: türkče "lingua uyghura"

L'origine di questo etnonimo, che ha finito col sostituire la più antica denominazione degli Unni, è da un'estensione con un suffisso sclerotizzato -k di una radice verbale col significato di "essere nato". Il significato originario di türk deve essere stato "uomo", "essere umano"

Proto-turco: *töre-
Significato: essere nato, avere origine 
   Antico turco: törü- "essere nato" 
   Turco: türe- "essere nato"
   Tataro (dialett.): türä- "essere nato" 
   Azero: törä- "essere nato" 
   Turkmeno: döre- "essere nato"
   Oyrat: törö- "essere nato"
   Yakuto: törȫ- "essere nato"
   Tuva: törü- "essere nato"
   Tofalar: dörü- "essere nato"
   Kirghiso: törö- "essere nato"
   Karaim: töre- "essere nato" 

Esistono paralleli in altre lingue altaiche, diverse da quelle turche; non è chiaro se si tratti di derivazioni da una protoforma comune oppure di antichissimi prestiti. 

Proto-mongolo: *töre- 
Significato: essere nato 
   Mongolo scritto: töre- "essere nato" 
   Khalkha: törö- "essere nato"
   Calmucco: tör- "essere nato"
   Buriato: türe- "essere nato"
   Ordos: törö- "essere nato"
   Dagur: turu-, ture- "essere nato"
   Monguor: turo- "essere nato"
   Mogol: türä- "essere nato" 

Proto-tunguso: *tur- 
Significato: essere nato; crescere 
   Evenki: turku- "uscire";
       turī "gregge di cervi in calore"
   Even: töri "famiglia di orsi" 
   Manchu parlato: tiuči "emergere", "apparire"
   Manchu letterario: tuči "essere nato", "crescere", 
        "uscire"

Non è un caso se ancora oggi si dice "cose turche"! Ricordo ancora nitidamente un quadretto appeso a una parete di un negozio di robivecchi a Lecco, che ritraeva un uomo col turbante nell'atto di sodomizzare un giovane messo alla pecora. Gli introduceva lentamente il glande durissimo nel cedevole intestino. Eccole le cose turche!