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sabato 23 dicembre 2023

 
LA PAPESSA 
(2009)
 
Titolo originale: Die Päpstin
Lingua originale: Inglese, latino ecclesiastico 
Paese di produzione: Germania, Regno Unito, Italia,
    Spagna
Anno: 2009
Durata: 149 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Epico, storico
Regia: Sönke Wortmann
Soggetto: Dall'omonimo romanzo di Donna Woolfolk Cross
Sceneggiatura: Heinrich Hadding, Sönke Wortmann
Produttore: Martin Moszkowicz, Oliver Berben,
    Christine Rothe
Casa di produzione: Constantin Film, ARD Degeto Film,
    Dune Films
Distribuzione in italiano: Medusa Film
Fotografia: Tom Fährmann
Montaggio: Hans Funck
Musiche: Marcel Barsotti
Scenografia: Bernd Lepel
Costumi: Esther Walz
Interpreti e personaggi:
    Johanna Wokalek: Giovanna 
    David Wenham: Conte Gerold
    John Goodman: Papa Sergio II
    Edward Petherbridge: Esculapio
    Anatole Taubman: Anastasio, il bibliotecario 
    Jördis Triebel: Gudrun, madre di Giovanna
    Gerald Alexander Held: Imperatore Lotario
    Tigerlily Hutchinson: Giovanna a 6-9 anni
    Lotte Flack: Giovanna a 10-14 anni 
    Tabitha Christina Rieger: Giovanna bambina 
    Iain Glen: Il padre di Giovanna 
    Jan-Hendrik Kiefer: Giovanni, fratello di Giovanna 
    William Stütz: Giovanni a 9-12 anni 
    Jack Flack: Giovanni a 3 anni 
    Sandro Lohmann: Matteo, fratello di Giovanna 
    Lukas T. Berglund: Matteo a 6 anni 
    Oliver Nägele: Vescovo Fulgenzio 
    Marc Bischoff: Odo, il maestro 
    Claudia Michelsen: Contessa Richilde 
    Oliver Cotton: Arsenio, il padre di Anastasio
    Suzanne Bertish: Arnaldo
    Richard van Weyden: Eustasio
    Branko Tomovic: Pasquale
    Giorgio Lupano: Imprenditore romano 
    Nicholas Woodeson: Arighis, il Nomenclatore 
    Suzanne Bertish: Arnalda / Vescovo Arnaldo
Doppiatori italiani:
    Laura Lenghi: Giovanna
    Francesco Bulckaen: Conte Gerold
    Stefano De Sando: Papa Sergio II
    Dario Penne: Esculapio
    Alessio Cigliano: Anastasio, il bibliotecario
    Antonella Baldini: Gudrun, madre di Giovanna 
    Franco Mannella: Imperatore Lotario
    Aurora Manni: Giovanna a 10-14 anni
    Roberto Pedicini: Il padre di Giovanna 
    Luciano De Ambrosis: Arsenio, il padre di Anastasio
    Sonia Scotti: Arnalda / Vescovo Arnaldo
    Saverio Moriones: Eustasio
    Francesco Sechi: Pasquale 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Pope Joan 
   Francese: La Papesse Jeanne 
   Spagnolo (Spagna): La papisa
   Spagnolo (Spagna): La mujer papa
   Spagnolo (America Latina): La pontífice 
   Portoghese: A Papisa Joana 
   Russo: Иоанна — женщина на папском престоле 
Budget (stimato): 22 milioni di dollari US 
Box office (al giugno 2010): 24,4 milioni di dollari US 
 
Trama: 
Anno del Signore 814. Nello stesso giorno della morte di Carlo Magno, a Ingelheim, in Franconia, nasce una bambina di nome Giovanna (Johanna). È figlia del prete del villaggio, un missionario inglese severo e d'indole violenta. Visto che in quel contesto il celibato ecclesiastico è lettera morta, questo prete ha una moglie sassone, una donna esperta di erboristeria che segretamente adora ancora il dio pagano Wodan. Nonostante la durezza del padre, che governa la famiglia con pugno di ferro, Giovanna cresce diventando una ragazza eloquente, dall'intelligenza acuta e vivace. La giovane ha imparato a leggere e a scrivere con le sue sole forze. Conosce il latino e studia intensamente la Bibbia, all'insaputa del padre. Dopo l'improvvisa morte del fratello maggiore, ucciso da una polmonite dopo una notte di tragedia, il padre vorrebbe mandare il secondogenito Giovanni (Johannes) alla scuola della cattedrale di Dorestad. Tuttavia, quando il maestro Esculapio visita la famiglia a Ingelheim, Giovanna si dimostra molto più abile del fratello nell'affrontare le Scritture. Contro il volere del padre, Giovanna viene istruita da Esculapio, che le insegna il greco e la inizia a opere letterarie come l'Odissea di Omero. 
Quando un messaggero del vescovo giunge a prendere Giovanna per portarla alla scuola della cattedrale, suo padre sostiene che si sia verificato un errore e gli permette di andarsene soltanto con l'altro figlio. Giovanna fugge di casa di notte e trova suo fratello accanto al corpo del messaggero episcopale ucciso. Il bandito che lo ha abbattuto, un sassone ribelle e pagano, taglia al cadavere il dito con l'anello prezioso, simbolo del potere ecclesiastico, quindi si dilegua nella foresta. Giovanna e il fratello raggiungono Dorestad, dove il Vescovo reagisce con grande sorpresa alle forti parole della ragazza. L'insegnante Odo la accoglie controvoglia nella sua classe. Il Conte Gerold, tuttavia, sostiene Giovanna, ormai adolescente, ospitandola in casa sua (in seguito si innamorerà di lei). Poco dopo, il nobile deve andare in guerra nell'esercito di Lotario I, impegnato a combattere la guerra di successione e a respingere i Vichinghi; sua moglie Richilde approfitta della sua assenza per cercare di organizzare il matrimonio di Giovanna con un contadino incredibilmente grossolano, sperando così di liberarsi di una pericolosa rivale. 
I Vichinghi irrompono nella chiesa durante la cerimonia nuziale, uccidono il Vescovo che sta celebrando e compiono un sanguinoso massacro. Giovanna riesce a malapena a scappare, mentre suo fratello Giovanni viene abbattuto da un fendente di spada assieme a un gran numero di ragazzi e ragazze della nobiltà dei Franchi. Temendo, con qualche ragione, di poter finire brutalizzata, Giovanna si nasconde e di notte riesce ad abbandonare la città. Si taglia i capelli, si traveste da uomo, quindi raggiunge il monastero benedettino di Fulda, dove assume il nome di Frater Johannes Anglicus e prende i voti. Rimane a lungo in quell'austera comunità religiosa, acquistando l'ammirazione di tutti per la sua profonda conoscenza della medicina e dell'erboristeria. 
Quando una febbre si diffonde nel monastero, anche Giovanna si ammala e riesce a evitare un'improvvida visita medica solo grazie a un anziano monaco, che aveva scoperto la sua vera identità femminile già anni prima. Col suo aiuto, riesce a fugge dal monastero e trova rifugio da Arn, il figlio di una donna che aveva aiutato anni prima, guarendola da una malattia cutanea erroneamente considerata lebbra. Arn la nomina precettore di sua figlia Arnalda, che dimostra grandi capacità intellettiva ed è avida di conoscenza. 
Giovanna decide di riprendere il suo travestimento maschile e si reca in pellegrinaggio a Roma per mettere a frutto le sue conoscenze e diventare Medicus. A Roma si guadagna una grande reputazione curando Papa Sergio II dalla gotta con i suoi rimedi, costringendolo a una dieta draconiana e imponendogli la totale privazione del vino. Riconoscente, Sergio la nomina suo medico personale e in seguito la insignisce della prestigiosa carica di Nomenclator. Quando il Papa minaccia Lotario I per non aver confermato la sua elezione, questi marcia verso Roma per sottometterlo. Utilizzando un ingegnoso dispositivo idraulico escogitato e fatto costruire da Giovanna, il grande portone del palazzo papale si chiude da solo, cosa che viene vista dell'esercito dei Franchi come un atto divino. Papa Sergio minaccia Lotario e i suoi soldati con l'ira di Dio se non gli renderanno omaggio. Tutti i militi Franchi si inginocchiano, e lo stesso Lotario li segue a malincuore, obtorto collo. Affascinato da ciò che ha visto, Gerold, giunto al seguito di Lotario, riconosce prontamente Giovanna dalla sua opera d'ingegneria e le rivela il suo desiderio. Lei è combattuta tra la sua identità maschile e quella femminile: teme di poter compiere per questo motivo un atto di "sodomia virtuale", anche se utilizza per il proprio piacere soltanto il vaso procreativo. 
Nel frattempo, il maligno e femmineo Anastasio, alleato di Lotario, complotta con successo per assassinare Sergio e diventare Papa lui stesso, ma il popolo elegge Giovanna come sua successore per acclamazione. Durante il suo pontificato, Giovanna si presenta come un Papa caritatevole, aiutando donne e bambini. Nomina Gerold capo dell'Esercito Papale e accoglie il suo grosso fallo nella Natura, facendosi seminare. Tuttavia, rimane incinta e il suo Regno è quindi in gravissimo pericolo. Cerca di rimandare il parto a dopo Pasqua, ma Gerold viene ucciso durante la processione dai cospiratori guidati dal perfido e sodomitico Anastasio. Quello stesso giorno Giovanna collassa e muore di parto, rivelando all'Urbe e al mondo il suo terribile segreto, in grado di scuotere le fondamenta della Cristianità.
Come la voce narrante ci spiega, l'abietto Anastasio le succede, ma poco dopo viene deposto dal popolo romano ed esiliato in un monastero. In quel luogo austero, dove non può dare sfogo alle sue bramosie, scrive un'opera ponderosa: il Liber Pontificalis, un elenco dei Papi, da cui omette Giovanna, come ultimo atto di vendetta. Molti anni dopo, la storia della Papessa viene resa nota dal Vescovo Arnaldo, che si scopre essere in realtà Arnalda, figlia di Arn. 

Citazioni: 

"Il primo giorno di vita di Giovanna fu l'ultimo di Carlo. Lo chiamavano Carlo Magno, ma nella zona orientale dell'Impero Carolingio, in quella che prima era la Germania, la popolazione lo ricordava ancora, mentre con il suo esercito mettera le terre a ferro e fuoco per combattere il Paganesimo. Ma in quell'anno, sopravvivere all'inverno era la preoccupazione maggiore per quelle genti."
(Voce narrante di Arnaldo)

"Questa è Roma, Giovanna. Qui le persone scomode le uccidono. Non importa se sono buone o potenti."
(Conte Gerold)

Dialoghi: 

Padre di Giovanna: "La fede si fonda sull'indiscutibile autorità delle Sacre Scritture e non sui trattati dei filosofi."
Esculapio: "Ma ammetterete che la nostra capacità di essere raziocinanti è un dono di Dio."
Padre di Giovanna: "E suo soltanto."
Esculapio: "E allora perché studiare la filosofia minaccerebbe la fede? Se la ragione è un dono del Signore, come potrebbe allontanarci da lui? Temere la logica non dimostra quindi una mancanza di fede nella sua onniscienza e nel suo amore per il genere umano? Una fede salda non ha nulla da temere, perché se davvero Dio esiste la logica può soltanto condurci fino a lui. Cogito, ergo Deus est. Penso, di conseguenza Dio esiste."


Recensione: 
Il film di Wortmann (1959 - vivente), come il precedente di Michael Anderson (Pope Joan, 1972), è basato sulla popolare storia della Papessa, diffusasi a partire dal Medioevo e perdurata a lungo nell'immaginario collettivo. La Papessa Giovanna è stata menzionata in opere pubblicate diversi secoli dopo il suo regno, considerate pura e semplici "favole" dalla Chiesa di Roma. La maggior parte degli studiosi moderni, succube del Papato, ha liquidato queste interessanti storie come frutto di mera fantasia, a causa della supposta mancanza di documentazione contemporanea, oltre che dalla smentita tramite prove indirette sommamente capziose. Abbondano nel Web numerose opinioni considerate "complottiste", secondo cui la mancanza di prove sarebbe il risultato dei tentativi riusciti della Chiesa Romana di cancellare l'esistenza di Giovanna dalla storia. Eppure a riportare la leggenda della Papessa furono ecclesiastici come i domenicani Giovanni di Metz (cit. 1240) e Martino Polono (Martini Oppavensis Chronicon pontificum et imperatorum), oltre ad autori di chiarissima fama come Giovanni Boccaccio (De mulieribus claris, cap. LXXXXVIII). Siamo sicuri che si possa etichettare tutto ciò come banale "complottismo"? Per non essere linciato dagli accademici, dirò che il rumore di fondo è forte e la questione rimane quindi controversa. Personalmente, sono convinto che la Papessa Giovanna sia davvero esistita e che un giorno tutta la verità verrà finalmente a galla. 
Mi è molto piaciuta quest'opera di Wortmann, che ritengo complementare a quella di Anderson. Non la considero un remake. Splendida l'interpretazione della protagonista, Johanna Wokalek. L'attrice ha una fisionomia molto delicata e particolare, unita a un carattere indomito. È robusto e imperioso il biondiccio David Wenham nella parte del nobile franco, il Conte Gerold. Notevole John Goodman nella parte di Papa Sergio II, bilioso ma intelligentissimo. Meritevole è senza dubbio Jördis Triebel nel ruolo della santa moglie dell'odioso missionario inglese, interpretato da Iain Glen: non si riesce a capire come faccia a sopportare così stoicamente ogni sorta di angheria, umiliazione morale e violenza. 


Il padre di Giovanna:
un confronto col film del 1972

Prima ho visto il film di Wortmann, poi quello di Anderson che ne è stato il predecessore. Sono subito rimasto colpito nel riscontrare una certa somiglianza fisica degli attori che hanno interpretato il padre della futura Papessa nelle due pellicole: Jeremy Kemp (1972) e Iain Glen (2009). Per quanto riguarda l'indole e le inclinazioni, non c'è invece nessun parallelismo: non potrebbero esistere due personalità più dissimili. Credo che questa bizzarria sia il frutto di una scelta intenzionale. Non c'è altra spiegazione possibile. Il padre di Giovanna mostrato da Anderson è pacifico, mansueto: crede fermamente che Dio sia innanzitutto Amore, non odio e vendetta. Il padre di Giovanna mostrato da Wortmann è un fanatico pazzo che per reprimere le credenze pagane utilizza la violenza e persino lo stupro, con la scusa di esorcizzare!


Il sassone che viveva come un lupo 

Rispetto al film di Anderson del 1972, c'è meno attenzione ai Sassoni, stirpe a cui apparteneva la madre di Giovanna. In particolare, non viene fatta menzione alcuna della Rivolta degli Stellinga. Compare tuttavia un bandito (warg), la cui casa è la foresta. Si tratta evidentemente di un dissidente religioso, il cui odio nei confronti degli ecclesiastici è assoluto. Mi si dirà che Wortmann mostra nella sua opera che Giovanna nacque e crebbe nella regione di Magonza, in quella che è chiamata Renania-Palatinato - in accordo con Martino Polono, che la chiama Iohannes Maguntinus, oltre che Anglicus. Quindi è una terra abbastanza lontana dalla Sassonia (attuale Bassa Sassonia, circa 400 km di distanza). Questo pone tuttavia alcuni problemi di coerenza tra tradizioni diverse. Più avanti nella pellicola, possiamo ascoltare un interessante dialogo tra Papa Sergio II e Giovanna, che riporto: 

Sergio II: "Allora, parlatemi di voi, Giovanni. Venite dalla Franconia, eppure vi chiamate Anglicus"
Giovanna: "Mio padre è nato in Britannia, ma voleva predicare il Signore tra i Sassoni." 
Sergio II: "Ah, i Sassoni. Un popolo senza Dio."
Giovanna: "Molti sono cristiani, adesso, per quanto lo sia chi è stato portato alla Fede con il fuoco e la spada.
Sergio II: "È il dovere della Chiesa convertire i Pagani." 
Giovanna: "Sì, ma che cos'è un giuramento estorto con la forza?" 
Sergio II: "Eppure Cristo ci comanda di diffondere la Parola di Dio fra tutte le razze della Terra, e di battezzare il suo popolo."
Giovanna: "Ma, considerate l'ordine del comandamento: prima diffondere la Parola, dopo battezzare. Come possiamo offrire il Sacramento del Battesimo prima che la Fede venga accolta dal cuore? 
Sergio II: "Voi ragionate bene. Dove siete stato educato? 
Giovanna: "È stato un maestro greco, di nome Esculapio, a istruirmi. Poi sono stato alla scuola di Dorestad e in seguito nella Confraternita di Fulda." 

Interessante quel beffardo "voi ragionate bene". Carlo Magno aveva pronunciato un voto di sterminio, pronto ad annientare i Sassoni se non avessero accettato di essere battezzati. Le idee di quel sovrano sono ancora oggi considerate tra i "valori fondanti" della Casa Comune Europea e gli è intitolato un premio. Viva i Sassoni! 


 
Gare di scorregge alla corte del Vescovo! 

Il Vescovo nella sua sede di Dorestad conduce una vita dissoluta e sfrenata, che con Cristo ha ben poco a che vedere. Quando Giovnna viene condotta col fratello alla presenza del pingue ecclesiastico, questi sta banchettando ed è in compagnia di una bellissima donna dalla chioma corvina. Una compagnia tutt'altro che casta: lei mi mette una mano tra le gambe! L'atmosfera alla festa è piuttosto pesante, perché avvolta in una densissima coltre di gas mefitici, formatasi a causa della turbolenta attività delle viscere dei molti convitati. C'è poi chi alimenta a bella posta questa produzione di peti, che vengono incendiati da una servetta biondiccia per mezzo di una candela, provocando potenti fiammate! 


Il Vichingo e il Vescovo

Poi, qualche tempo dopo il banchetto dei peti fiammeggianti, giunge la Nemesi. Mentre il Vescovo obeso sta celebrando il matrimonio forzato di Giovanna con un villico, arriva un fierissimo capo Vichingo, che va dritto davanti all'altare, con la spada in pugno. Fissa il Vescovo, che è preso dal terrore e si smerda addosso. Pensando di salvarsi la vita, l'ecclesiastico alza innanzi a sé il grosso volume delle Scritture, come se avesse il potere di fermare il ferro tramite un improbabile miracolo, e pronuncia qualche vana parola di minaccia. Il Vichingo fende le Scritture con la lama. Non accade nulla di soprannaturale. Sembra che gli occhi dell'ecclesiastico dal sembiante porcino strabuzzino dalle orbite. Il guerriero lo decapita con un colpo netto! Poi prende la grande croce dall'altare e la esibisce come un trofeo, urlando di trionfo. 
C'è un paradosso. Da una parte c'è il Vescovo simoniaco che fa orge, crapula e scorreggia, tutto in nome di Dio; invoca Cristo usandolo come strumento di iniquo potere. Dall'altra c'è il Vichingo, pieno d'ira, che attacca ciò che è un pericolo per il Costume dei suoi Avi. Il primo è più anticristiano del secondo. 


Qualche nota linguistica 

1) Etimologia di Gerold 
L'antroponimo Gerold deriva dal protogermanico *Gaizawaldaz "Dominatore dei Giavellotti", "Principe dei Giavellotti" (< *gaizaz "giavellotto" + -waldaz "dominatore", "principe").
2) Sassone e norreno:  
Il nome Gudrun è tipicamente norreno (Guðrún) e appartiene a una valchiria, chiamata anche Grimhildr. Nella lingua dei Sassoni, la donna sarebbe stata con ogni probabilità chiamata Krimhild. Quando Gudrun parla alla figlia Giovanna dell'antica mitologia, ne menziona i personaggi usando le forme norrene, Odino (Óðinn) e Mimir (Mímir), anziché quelle sassoni, Wôdan e *Mîmi. Verosimilmente, allo sceneggiatore e al regista mancano le nozioni fondamentali della filologia germanica: non distinguono le lingue germaniche settentrionali da quelle occidentali. Peggio, pensano che tutto ciò che è non-cristiano debba essere per forza di cose norreno. Non ho avendo letto il romanzo della Woolfolk Cross, non so dire se questi errori vi fossero già presenti. 
3) La lingua greca: 
Notiamo l'importanza della lingua greca nella formazione della giovane Giovanna. Mentre nel film di Anderson la ragazza, che sarebbe diventata la Papessa, riceveva la sua istruzione direttamente ad Atene, nel film di Wortmann la lingua greca le viene insegnata da un maestro itinerante, Esculapio, che possiede una grande conoscenza dell'antica Ellade, un caso quasi unico in quel contesto. Infatti, come specifica Giovanna a Papa Sergio, Esculapio non appartiene certo ai Franchi, essendo un nativo della Grecia migrato a Occidente. 


Il Papa sostituito

Per quanto possa sembrare strano, è stato fatto un pasticcio storico. La Papessa Giovanna (Giovanni VIII) avrebbe regnato tra Leone IV e Benedetto III, dall'855 all'857. Sergio II, che regnò per tre anni e due giorni, dall'844 all'847, fu invece il predecessore di Leone IV, il cui regnò durò 8 anni e 98 giorni, dall'847 all'855. Non so bene a cosa sia dovuta questa incongruenza, che a quanto pare è presente già nel romanzo di Donna Woolfolk Cross. L'autrice sostiene di aver condotto ricerche per proprio conto, ma sono piuttosto scettico sulla validità dei suoi risultati. In quest'epoca si è diffusa in modo capillare la nociva idea che la conoscenza della Storia (e anche quella del mito) si debba fondare sull'arbitrio degli autori di romanzi storici e sugli adattamenti cinematografiche delle loro opere. 


Vescovi con la figa! 

Nel finale del film, Arnalda lascia intendere che potessero esserci molti altri ecclesiastici di rango che nascondevano il loro sesso femminile, proprio come lei. Il problema è che, per scongiurare il ripetersi di un caso come quello della Papessa, sono state prese contromisure. Gli storici lo negano in modo pervicace, ritengono che si tratti di un mito anticlericale inventato in ambienti della Riforma Protestante. In realtà è tutto vero: è esistita una sedia forata, fatta di porfido rosso, su cui si sedeva il Papa appena eletto, in modo tale che un porporato infilasse la mano sotto per verificare l'effettivo sesso maschile. Solo in presenza di testicoli ben formati e di pene, si procedeva con la formula di rito (riportata in vari modi: "Virgam et testiculos habet", oppure "Testiculos habet et bene pendentes"), perché chi non ha testicoli non può essere fatto Papa (Testiculos qui non habet, Papa esse non posset, ossia "chi non ha testicoli, non potrà essere Papa"). Ebbene no, non era previsto che il verificatore procedesse a masturbare. ☺☺☺ Soltanto a procedura completata, superata la prova della virilità, si procedeva alla consacrazione e all'incoronazione con la tiara. Ci sono testimonianze del fatto che questa cerimonia era realmente praticata. In un'occasione, un prelato gallese, Adamo di Usk (1352 - 1430), vi poté assistere con i suoi occhi quando fu eletto Innocenzo VII (1336 circa - 1406): "Il Papa scende da cavallo per essere intronizzato ed entra nella chiesa. Quivi siede sulla cattedra porfirea fortata in basso, affinché il cardinale più giovane s'accerti della virilità e quindi cantandosi il Te Deum vien condotto all'altare" (Praz, 1979). Perché non viene data credibilità alla testimonianza di Adamo di Usk? Perché la Chiesa Romana, che nei secoli ha esercitato un'immensa influenza sulle università e sulla cultura, agisce tuttora attivamente per screditare chiunque le possa recare un nocumento anche minimo. Possiamo dire che in ogni caso il personaggio del film di Wortmann, Arnalda, non avrebbe mai realizzato il suo sogno di vedere un altro Papa dotato di cunnus

Altre recensioni e reazioni nel Web 

A quanto pare, il film di Wortmann non ha riscosso grande successo. Anzi, ha attirato un numero enorme di giudizi negativi, biliosi, furiosi, collerici. È stato considerato "banale", "approssimativo", "ridicolo" e via discorrendo. Nessuna di queste critiche sembra essere riconducibile in modo diretto alla Chiesa Romana. Hanno l'aria di essere puri e semplici tecnicismi, aventi come causa qualche aspetto non gradito come lo spessore dei personaggi, la sceneggiatura, la regia e via discorrendo. Eppure la loro insistenza ha dell'incredibile. Si può pensare che, sotto sotto, nascondano motivazioni religiose. In buona sostanza, la figura della Papessa non piace e non se ne deve parlare.
Riporto alcuni interventi pubblicati sul sito di critica cinematografica Il Davinotti.


Galbo ha scritto: "Tirate le somme tuttavia, l'interprete principale Johanna Wokalek, si rivela una della poche note positive di un film che ha i suo limite più evidenti in una sceneggiatura approssimativa che delinea caratteri banali e in una realizzazione spesso approssimativa."
Pigro ha scritto: "D’accordo che la storia della papessa è inventata, ma la ricostruzione storica pressappochista e fantasiosa disturba la visione, dando l’impressione di un pasticcio che contrasta con ciò che apparentemente dovrebbe essere un’opera seria, se non altro per i temi lambiti: la parità dei sessi, la forza della volontà..."
E ancora: "I personaggi sono rigidi, senza sfumature, così come le situazioni: è tutto superficiale nonostante si abbia l’impressione che venga proposto qualcosa di profondo. Un’occasione persa in una macedonia da ambizioso feuilleton." 
Didda23 ha scritto: "Purtroppo la realizzazione tecnica e registica lascia spesso a desiderare per mancanza di mordente e coraggio. La sceneggiatura scade troppo spesso nel banale e i dialoghi non sono così ficcanti. Si salvano il ritmo narrativo e la prova convincente della protagonista." 
Cotola ha scritto: "E' necessario vedendo un film del genere soprassedere sulla sua presunta storicità. Anche così facendo però la pellicola resta quello che è: una pessima soap priva di qualsiasi verosimiglianza e di qualsiasi tipo di spessore in cui il ridicolo, ovviamente involontario, è sempre dietro l'angolo." 
Non contento, infierisce: "Rozzo e pressappocchista come non accade spesso nemmeno nel peggiore cinema contemporaneo, raggiunge nel finale inaduite (sic) vette "trash" tali che è difficile trattenere il riso. La storia ed il mito sono cose serie e non vanno maltrattate così. Abominevole" 
Markus ha scritto: "Film pretenzioso che vorrebbe essere storiografico, ma in realtà (così com’è stato fatto) ha il carattere del trash. Il ritmo narrativo è sostenuto, ma pecca di continui passaggi forzati e involontarie situazioni ridanciane. La papessa ci mostra persino il suo "santo" deretano!" 
A parte il fatto che quel deretano è sensualissimo, trovo indegno ed esagerato il seguito: "L’amico venuto con me al cinema, all’uscita, ha commentato così: “talmente inverosimile da rasentare il grottesco”. Risate in sala con dito puntato sullo schermo… Pazzesco!" 

giovedì 21 dicembre 2023


LA PAPESSA GIOVANNA
(1972)

Titolo originale: Pope Joan 
AKA: The Devil's Imposter 
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 1972
Durata: 132 min
Colore: Colore
Rapporto: 2,35:1 
Sonoro: Mono 
Genere: Drammatico, storico 
Regia: Michael Anderson
Sceneggiatura: John Briley
Produttore: Kurt Unger
Produttore esecutivo: Leonard C. Lane
Fotografia: Billy Williams
Montaggio: Bill Lenny
Musiche: Maurice Jarre
Scenografia: Elliot Scott
Costumi: Jackie Cummins
Trucco: Gordon Bond, George Partleton 
Interpreti e personaggi:
   Liv Ullmann: Papessa Giovanna
   Olivia de Havilland: Madre Superiora
   Lesley-Anne Down: Cecilia
   Franco Nero: Ludovico II il Giovane (Luigi)
   Jeremy Kemp: Padre di Giovanna
   Natasa Nicolescu: Madre di Giovanna
   Sharon Winter: Giovanna bambina 
     (non Sharob, come riportato dalla Wikipedia in italiano)
   Margareta Pogonat: Donna sassone 
   Richard Bebb: Signore del maniero
   Peter Arne: Richard
   Patrick Magee: Monaco anziano
   George Innes: Monaco
   Nigel Havers: Monaco giovane
   Susan Macready: Suor Nunziata
   Shelagh Wilcocks: Suor Luisa
   Maximilian Schell: Frate Adriano 
   André Morell: Imperatore Ludovico il Pio
   Trevor Howard: Papa Leone IV
   Martin Benson: Lotario I
   Richard Pearson: Padre Timoteo 
   John Shrapnel: Padre Giacomo 
   Manning Wilson: Vescovo
   Phillip Ross: Contadino nella capanna 
   Fred Wood: Contadino sassone con le orecchie a sventola  
   Duncan Lamont : 1° soldato ferito 
   Ion Grapini: 2° soldato ferito 
   Derek Farr: Conte Brisini 
   Non identificati: 
   Il sassone pagano fulvo che sputa 
Doppiatori italiani: 
   Benita Martini: Madre Superiora 
Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: Papst Johanna 
   Francese: Jeanne, papesse du diable 
   Spagnolo: La papisa Juana 
   Rumeno: Papesa Ioana 
   Polacco: Papież Joanna 
   Finlandese: Petos 

Introduzione: 

"Since its first appearence in writing in medieval times a legend has persisted that during the turbulent ninth century a woman ascended to the Chair of St. Peter. 
The era was one of savagery and corruption where the Church was more often a refuge than a vocation, celibacy was not a universal requirement and it was not unusual for a nun to have a paramour or a monk to have a concubine. 
Of all the stories and legends of this violent time... this is one of the most enduring..." 

Traduzione: 

"Fin dalla sua prima apparizione scritta in epoca medievale, si è perpetuata una leggenda secondo cui, durante il turbolento IX secolo, una donna sarebbe salita al trono di San Pietro.
L'epoca era un'epoca di barbarie e corruzione, in cui la Chiesa era più spesso un rifugio che una vocazione, il celibato non era un requisito universale e non era insolito che una suora avesse un amante o un monaco una concubina.
Di tutte le storie e le leggende di quest'epoca violenta... questa è una delle più durature..."

Citazioni: 
"Come può la donna essere inferiore all'uomo nella Creazione? Lei fu creata da una costola di Adamo, ma Adamo fu creato dall'argilla. Eva ha quindi la medesima origine. In quanto a forza di volontà la donna può essere considerata superiore all'uomo. Eva mangiò la mela per amore della conoscenza e dell'erudizione. Adamo mangiò la mela soltanto perché fu Eva a chiederglielo..." 
(Giovanna) 

Trama: 
Siamo nella parte più turbolenta dell'Impero Franco della prima metà del IX secolo: la Sassonia. Giovanna viaggia di paese in paese con la madre e il padre, un missionario itinerante inglese che predica ovunque si presenti l'occasione, cercando di convincere la popolazione ad abbandonare i culti pagani. Giovanna, a cui il padre ha insegnato a leggere e scrivere fin da giovanissima, è in grado di aiutarlo con i sermoni. Legge i testi biblici facendo restare attonito chi ascolta. È considerata una specie di fenomeno da baraccone, poiché nessuno più credere che una ragazza così giovane sia dotata di tali capacità. Il padre di Giovanna propone a un gruppo di Sassoni di ospitarlo in cambio della lettura di passi del Vangelo. Il capo dei Sassoni, un uomo fulvo, sputa, destando lo stupore del predicatore. Sua moglie invece si segna e accoglie i bisognosi. "Più andiamo verso nord, più ci guardano male", nota il missionario. Anni dopo, morta la madre di Giovanna, il padre viene stroncato da un infarto mentre implora i contadini di accettare il Cristianesimo. Quelli certo pensano che Wodan l'abbia trafitto con la sua lancia, esultando in cuor loro, ma ritengono prudente non manifestare apertamente la loro gioia davanti a Giovanna, che continua il sermone del padre defunto e li convince a segnarsi. 
Ora Giovanna è sola al mondo. Tre monaci, che viaggiavano con lei e suo padre, subito approfittano della situazione e la violentano. Traumatizzata, Giovanna entra in un monastero e diviene suora, pensando che sia la sua vera vocazione. Lì incontra il monaco Adriano, che dipinge immagini dei santi. Tra lui e Giovanna inizia presto una storia d'amore, perché in quell'ambiente non vengono osservati né il celibato né la castità. 
Un giorno, una grande notizia giunge al monastero: l'Imperatore Ludovico il Pio è morto. I suoi figli Lotario e Carlo si contendono il trono. Lotario ha conquistato l'entusiastico appoggio dei Sassoni alla sua causa autorizzando il culto di Wodan. Gli insorti attaccano il monastero e lo incendiano, portando morte e devastazione. L'amica di Giovanna, la bellissima suor Cecilia, viene stuprata da molti guerrieri e uccisa. La Madre Superiora viene crocifissa a testa in giù e bruciata. Adriano e Giovanna riescono a fuggire per un pelo a questo inferno. Per facilitare la fuga, Giovanna si taglia i capelli e si traveste da monaco, prendendo il nome di Giovanni. Così Adriano e "Frate Giovanni" incontrano l'esercito di Lotario e del suo figlio maggiore, Ludovico (Luigi). In una recente battaglia, molti guerrieri Franchi sono stati gravemente feriti e agonizzano. A "Frate Giovanni" viene chiesto di ascoltare le loro confessioni, ma egli rifiuta perché non è stato ordinato. Lo conducono quindi davanti al Vescovo, che lo ordina immediatamente: assolve così i moribondi. Il giorno dopo, l'accampamento viene sciolto. Frate Adriano e "Frate Giovanni" approfittano della confusione per abbandonare l'esercito di Lotario, dirigendosi a sud. Arrivano così ad Atene, in un monastero lontanissimo dal mondo germanico, dove hanno l'opportunità di studiare e pregare. Lì apprendono che il principe Lotario è caduto in battaglia a Linz e che ora suo figlio Ludovico sta sfidando Carlo per il trono. 
Nel frattempo, Giovanna, ora "Padre Giovanni", inizia a predicare. Il suo cammino la porta con Adriano fino a Roma, dove continua la sua opera, attirando l'attenzione del Papato. Viene così convocata al cospetto di Papa Leone, che all'epoca era malato. Profondamente impressionato, il Pontefice la nomina Cardinale e suo Segretario particolare. Con stupore e dubbio, Giovanna accetta i prestigiosi incarichi, spinta dalla speranza di poter migliorare il mondo. Nel suo ruolo di Segretario particolare, attraverso abili negoziazioni e astuzia, riesce a forgiare un'alleanza tra Ludovico e Carlo contro i Saraceni; così, l'Impero non sarebbe più a rischio di essere distrutto in un'insensata faida tra fratelli. 
Poco dopo questi fatti il Papa muore, avendo espresso in extremis il desiderio che Giovanni gli succeda. Rispettando le sue ultime volontà, i cardinali eleggono Giovanni e lo incoronano senza indugio. Qualche tempo dopo, Ludovico giunge alle porte di Roma e non ha alcuna intenzione di riconoscere questa elezione. Dopo aver minacciato il nuovo Papa, riesce a fargli cambiare idea e a farsi incoronare Sacro Romano Imperatore. Presto Ludovico si rende conto che questo presunto Papa Giovanni è in realtà una donna che ben conosceva, avendola incontrata molto tempo prima proprio nel monastero poi bruciato dai Sassoni insorti. Preso dall'audacia, bacia Giovanna in bocca e lei risponde con passione. 
Tutto sembra andare per il meglio, ma a  un certo punto Giovanna ha un malore subitaneo: durante una processione a Roma per celebrare la vittoria di Ludovico e Carlo contro i Saraceni, crolla a terra, gridando di dolore. In quel momento la donna si rende conto che sta per entrare in travaglio, ma è troppo tardi e muore di parto; la folla che assisteva alla processione si inferocisce, si getta sul suo corpo e ne fa scempio (la scena è in parte off-camera, si vedono solo i popolani che si ammucchiano fittamente). 


Recensione: 
Questo film unisce il mito ai fatti storici, li mescola in una trama indistricabile. In altre parole si può dire che presenti un mito molto radicato nei secoli, quello della Papessa Giovanna, dandogli sostanza come se fosse verificabile in ogni dettaglio, cercando di supplire alle lacune causate dalla censura ecclesiastica e istituzionale, che lo ha fatto passare per apocrifo. Pur con tutti i suoi limiti, lo trovo un lavoro eccellente e mi rammarico che sia così poco noto al grande pubblico. Sono a dir poco superlative le interpretazioni di Liv Ullmann, di Franco Nero e di Trevor Howard, meritevoli di essere eternate nella memoria collettiva! Ottimi anche Jeremy Kemp, Olivia de Havilland e la sensualissima Lesley-Anne Down. Non va poi dimenticato il callido Maximilian Schell nei panni del fratacchione che riesce a trovare il modo di infilare il suo esuberante favone nella Natura di Giovanna, usando le belle parole per sedurre.
In origine la pellicola di Anderson era molto diversa da quella che conosciamo: le sequenze storiche erano presentate come flashback di una psicologa e predicatrice Evangelica, che sotto ipnosi regressiva si era convinta di essere la reincarnazione della Papessa. Una cosa molto strana, dato che gli Evangelici mostrano un rifiuto viscerale del concetto di reincarnazione, considerando "illusione diabolica" qualunque cosa sia ad essa collegata. Vero è che la stessa Chiesa Romana afferma che "non c'è reincarnazione dopo la morte"; tuttavia tende a passare sotto silenzio l'argomento, mentre gli Evangelici sono molto  espliciti, aggressivi e bellicosi. Vi furono con ogni probabilità reazioni molto negative da parte di gruppi di influenza religiosi e politici, che convinsero il regista a dare al film un nuovo formato, tagliando tutte le scene relative alla psicologa ossessionata dalla Papessa e mantenendo soltanto quelle ambientate nel IX secolo. Il titolo "The Devil's Imposter" è stato dato proprio a questa release. Poi, nel 2009, i brani tagliati sono stati reinseriti ed è stata fatta una terza release dal titolo "She... Who Would Be Pope" - in pratica un pasticcio. Si può dire per certo che di quest'ultima operazione non si sentiva proprio il bisogno.


Resistenza e insurrezione dei Sassoni 

Credo che questa sia una delle pochissime rappresentazioni cinematografiche degli antichi Sassoni pagani, purtroppo ridotti dalla scuola a una nota a piè di pagina nei libri di storia. È ancora più rara, perché mostra un evento meno noto delle guerre condotte da Carlo Magno e ad esse successivo: l'insurrezione dei liberti e dei contadini liberi, una guerra di religione nota come Rivolta degli Stellinga. Rimando per maggiori dettagli all'articolo da me scritto sull'argomento:


La scena, pur breve, in cui il fierissimo Sassone fulvo sputa quando sente nominare il Vangelo, è senza dubbio meritevole di entrare nel Tempio dell'Immortalità della Settima Arte. Non ha eguali, mai è stato visto qualcosa di simile. Eppure l'attore che l'ha interpretata resta sconosciuto, senza nome. Per quanti sforzi io abbia fatto per identificarlo, non ci sono riuscito. Sono giunto alla conclusione che sia stato rimosso dai titoli e da ogni altro documento per motivi superstizioni, scaramantici. Forse temevano le conseguenze di un gesto considerato sacrilego, per quanto fosse soltanto recitato. In ogni caso, con queste sequenze crude il regista ha cercato di dare posterità a un Medioevo ben diverso da quello che insegnano le maestrine e i professori ai mocciosi, ai bulletti. Nulla è più insopportabile dell'oppressione religiosa! La parola "Resistenza" ha un senso proprio applicata ai Sassoni, ed è sinonimo di "Eroismo"! Possa il suo ricordo permanere immortale nei secoli! 

I paradossi dei Sassoni

I costumi dei Sassoni erano talmente rigidi che non riusciremmo a vivere in quel contesto nemmeno per un'ora. Anderson doveva esserne ben consapevole: mostra l'orrendo destino di una monaca, che viene rotta, spaccata in due, riempita di sperma e ammazzata, perché le leggi ancestrali non permettevano in nessun modo il concepimento di bastardi. Il culto assoluto della Purezza di Sangue era qualcosa che nel mondo moderno ha avuto possibili paralleli soltanto nelle dottrine dell'Ordine Nero delle SS. Eppure le cose non sono così semplici: i Sassoni pagani... erano radicalmente democratici e non tolleravano alcun tiranno!

Una grave incoerenza 

Un marchiano anacronismo nel film è la citazione dei Francescani, che non potevano esistere nel IX secolo! Questo viene detto a Papa Leone IV (790 - 855), riferendo le parole del neoeletto Cardinale Giovanni: 

"Poi, appena finito lì, è andato subito a San Matteo, dove ha parlato ai novizi, dicendo loro che tutti i preti dovrebbero fare voto di povertà, così come i Francescani. Ha detto che Cristo non aveva beni terreni e che sono ipocriti quei preti che pretendono di servirlo portando pietre preziose, che potrebbero riscattare un principe, per non parlare degli Apostoli."

Ebbene, all'epoca nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe esistito Francesco d'Assisi (1181/1182 - 1226). Probabilmente pochi sanno che Leone IV è stato canonizzato. 


Curiosità 

Il piano originale era di girare il film in Italia, ma si rivelò troppo costoso, quindi le riprese furono quasi tutte effettuate nei Bray Studios fuori Londra, sede dei film horror della Hamme. Solo una piccola parte del lavoro fu svolta in Romania e a Cipro. Girare in Romania, a Brasov, si rivelò piuttosto difficile, dato che non esisteva quasi nessuna industria cinematografica locale; inoltre il paese era strettamente controllato dal brutale regime comunista di Ceauşescu, la cui burocrazia era elefantiaca, leviatanica, in grado di fiaccare anche la volontà più granitica.

Anche se Jeremy Kemp interpretò il padre di Giovanna, in realtà era di qualche anno più giovane di Liv Ullmann. Helen Mirren (Morgana in Excalibur, di John Boorman, 1981) e Vanessa Redgrave (Ginevra in Camelot, di Joshua Logan, 1967) furono contattate per il ruolo principale. In particolare, Susannah York (Marjorie Scarlett in Un colpevole senza volto, di Michael Anderson, 1975) voleva la parte. 

Liv Ullmann (la Papessa Giovanna), Maximilian Schell (Frate Adriano) e Jeremy Kemp (il padre di Giovanna) sono apparsi tutti nel film Quell'ultimo ponte (A Bridge Too Far, 1977), diretto da Richard Attenborough. Queste trasmigrazioni cinematografiche mi hanno sempre affascinato. 

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Riporto la traduzione della recensione pubblicata dall'utente madcardinal nel lontano 2007 su IMDb.com. Non mi stupirei troppo se dietro il suo nick si nascondesse un autentico porporato, per quanto bizzarro! 

"Ho trovato la versione cinematografica della storia della Papessa Giovanna avvincente perché trasmetteva la forza e l'importanza della vocazione spirituale di Giovanna, pur ritraendola come un essere umano che respira (il che potrebbe essere un po' ironico, dato che è possibile che sia solo una leggenda). Ecco una donna che ascolta la voce di Dio e la voce del desiderio carnale. Non è né l'umile prostituta né la vergine eterea. Inoltre, è confortante vedere film in cui la spiritualità e la fede in Dio vengono prese sul serio.
Ho trovato le interpretazioni eccellenti, soprattutto quelle di Liv Ullman e Trevor Howard. Ullman è bravissima a ritrarre la tensione verticale della spiritualità e la straziante ambiguità del vivere nel mondo materiale. L'interpretazione di Trevor Howard è stata assolutamente convincente. Anche Susan Winter ha avuto una presenza pacata nella sua breve interpretazione della giovane Giovanna, che mi ha colpito. Che cosa inconsistente essere una ragazza nel Medioevo: che microcosmo dell'intera esistenza umana.
Questo film ha i suoi difetti, in particolare il montaggio sconnesso e il ritmo scomposto. Non ho nulla da ridire, tuttavia, sulla qualità audio non proprio ideale dei dialoghi o sulle occasionali linee bianche che appaiono momentaneamente sullo schermo di tanto in tanto, perché quando guardo un film, lo accetto per quello che è; non vorrei che fosse qualcosa che non è: un film realizzato con un budget modesto nel 1972 non dovrebbe avere l'aspetto e il sound di un blockbuster ad alto budget girato nel 2006. Nel complesso, questo film è un successo. 
Nota di cautela: non è un film per bambini."  

L'anno stesso dell'uscita del film, Roger Greenspun se ne è uscito con questi commenti, pubblicati sul New York Times: 

"Joan's vocation may be to serve God, but her temptation is always to satisfy men. The men show up surely enough — the artistic Benedictine brother Adrian (Maximilian Schell); the fiery Louis, her favorite (Franco Nero), and great grandson, no less, of Charlemagne — and never more regularly than at the convent where Joan passes her adolescent girlhood. It is an outrageous convent, wild despite the efforts of Olivia de Havilland as Mother Superior to keep things ladylike, and its novices might have been penitents from the cast of Sex Kittens Go to College..."

Traduzione:

"La vocazione di Giovanna può essere quella di servire Dio, ma la sua tentazione è sempre quella di soddisfare gli uomini. Gli uomini si presentano, come è ovvio – l'artistico frate benedettino Adriano (Maximilian Schell); l'ardente Luigi, il suo preferito (Franco Nero), e pronipote, nientemeno, di Carlo Magno – e mai con maggiore regolarità che nel convento dove Giovanna trascorre la sua adolescenza. È un convento sfarzoso, selvaggio nonostante gli sforzi di Olivia de Havilland, nei panni della Madre Superiora, per mantenere l'ambiente signorile, e le sue novizie potrebbero essere state penitenti del cast di Sex Kittens Go to College..." 

Anche se Greenspun era di origine Ashkenazita, le sue reazioni viscerali sono quelle di un cattolico-belva. La furia della critica cattolica desta la mia ilarità. Dicono che mancano le prove dell'esistenza della Papessa Giovanna, che ogni allusione alla corruzione del Papato li offende. Quello che non possono nascondere è l'esistenza di Teodora, di Marozia e della Pornocrazia! 

venerdì 12 maggio 2023

 
KAGEMUSHA - 
L'OMBRA DEL GUERRIERO 

Titolo originale: Kagemusha (影武者 "Guerriero Ombra")
Paese di produzione: Giappone
Anno: 1980
Durata: 159 min (versione italiana)
     180 min (versione integrale)
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Rapporto: 1,85:1
Genere: Drammatico, storico
Regia: Akira Kurosawa
Soggetto: Akira Kurosawa, Masato Ide
Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Masato Ide
Produttore: Akira Kurosawa
Produttore esecutivo:
   Akira Kurosawa e Tomoyuki Tanaka 
   (versione giapponese),
   Francis Ford Coppola e George Lucas 
  (versione internazionale)
Casa di produzione: Kurosawa Production Co., Toho,
     20th Century Fox 
Distribuzione (Italia): 20th Century Fox, Balmas
Fotografia: Takao Saitō, Masaharu Ueda
Montaggio: Akira Kurosawa
Effetti speciali: Toho Special Effects Group
Musiche: Shinichirō Ikebe
Scenografia: Yoshirō Muraki
Interpreti e personaggi:
    Tatsuya Nakadai: Takeda Shingen / Kagemusha
    Tsutomu Yamazaki: Takeda Nobukado
    Kenichi Hagiwara: Takeda Katsuyori 
    Jinpachi Nezu: Tsuchiya Sohachiro 
    Hideji Otaki: Yamagata Masakage
    Daisuke Ryū: Oda Nobunaga 
    Masayuki Yui: Tokugawa Ieyasu
    Kaori Momoi: Otsuyanokata
    Mitsuko Baisho: Oyunokata
    Hideo Murota: Baba Nobuharu 
    Takayuki Shiho: Naitō Masatoyo
    Koji Shimizu: Atobe Katsusuke
    Noburo Shimizu: Hara Masatane 
    Sen Yamamoto: Oyamada Nobushige 
    Shuhei Sugimori: Kōsaka Masanobu 
    Kota Yui: Takemaru
    Yasuhito Yamanaka: Mori Ranmaru 
    Eiichi Kanakubo: Uesugi Kenshin 
    Francis Selleck: Prete cattolico 
    Jirō Yabuki: Cavaliere 
    Kamatari Fujiwara: Dottore 
Doppiatori italiani:
    Marcello Tusco: Takeda Shingen 
    Silvio Spaccesi: Kagemusha 
    Luigi Pistilli: Takeda Nobukado 
    Rodolfo Traversa: Takeda Katsuyori 
    Dario Penne: Oda Nobunaga 
    Pietro Biondi: Tokugawa Ieyasu 
    Roberto Villa: Takemaru
Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: Kagemusha - Der Schatten des Kriegers 
   Francese: Kagemusha, l'Ombre du guerrier 
   Polacco: Sobowtór  
   Finnico: Kagemusha - varjokenraali 
Budget: 6 - 7,5 milioni di dollari US
Box office: 33 milioni di dollari US

Trama: 
Anno del Signore 1571. Giappone feudale, Epoca Sengoku. Il potere sull'intero Arcipelago è conteso dal clan Takeda e dal clan Tokugawa. Takeda Shingen, signore feudale (大名 Daimyō) della provincia di Kai, incontra un ladro che suo fratello Nobukado ha risparmiato dalla crocifissione a testa in giù. Questo non è accaduto per pietà (concetto sconosciuto), bensì a causa della strana  e assoluta somiglianza tra il furfante e lo stesso Shingen. 
I due fratelli concordano sul fatto che si rivelerebbe molto utile poter disporre di un sosia, così decidono di usare il ladro come guerriero-ombra (影武者 kagemusha). Sarebbe un perfetto escamotage politico che permette a Shingen di non esporsi troppo ai tempi pericolosi. Più tardi, mentre l'esercito dei Takeda assedia un castello di proprietà di Tokugawa Ieyasu, Shingen viene ferito gravemente da un colpo di archibugio. Stava ascoltando un flauto che con ostinazione suonava nell'accampamento nemico. 
Col fiato che gli resta, Shingen ordina alle sue truppe di ritirarsi. Prima di soccombere alle ferite, dà disposizione ai suoi generali di mantenere segreta la sua morte per tre anni. Nel frattempo, i rivali di Shingen, Oda Nobunaga, Tokugawa Ieyasu e Uesugi Kenshin, si interrogano sul motivo della ritirata di Shingen, ignari della sua morte. 
Nobukado presenta il ladro ai generali di Shingen, proponendogli di impersonare il signore feudale a tempo pieno. Sebbene inizialmente il ladro non sia a conoscenza della morte di Shingen, alla fine ne trova il cadavere conservato in un'immensa giara: aveva violato quella strana sepoltura credendo che contenesse un tesoro. A questo punto i generali decidono di non potersi fidare del ladro e lo congedano. Senza ulteriori perdite di tempo, la giara viene gettata nelle acque del lago Suwa. Dell'evento sono testimoni alcune spie al soldo dei Tokugawa e degli Oda. Sospettando che Shingen sia morto, vanno a riferire la loro osservazione. Tuttavia il ladro, dopo aver ascoltato i discorsi di queste spie, torna dai Takeda, riferisce tutto e si offre di lavorare come kagemusha. Il clan accetta la proposta e continua l'inganno; per calmare l'inquietudine del volgo, fa annunciare che la giara conteneva un'offerta di sakè alla divinità del lago. Le spie, tornate per origliare, vengono infine convinte dalle grandi capacità recitative del ladro. 
Rientrato al castello, il kagemusha convince il seguito di signore della guerra dei Takeda imitandone i gesti e scoprendo sempre di più su di lui. Quando il kagemusha deve presiedere una riunione del clan, Nobukado gli ordina di rimanere in silenzio finché i generali non avranno raggiunto il consenso. A questo punto il kagemusha si limiterà a concordare con il piano dei generali e a sciogliere il consiglio. Esiste tuttavia un grave problema: Katsuyori, il figlio di Shingen, è indignato per il decreto del padre, che prevede una durata di tre anni per l'inganno. Questo infatti ritarderebbe il passaggio dell'eredità al giovane e la sua guida del clan. Katsuyori decide quindi di mettere alla prova il kagemusha di fronte al consiglio, con la speranza di farlo crollare, ben sapendo che la maggior parte dei presenti è ancora all'oscuro della morte di Shingen. Così, durante una riunione, chiede direttamente al kagemusha quale linea d'azione intraprendere, ma questi è in grado di rispondere in modo perfettamente appropriato, per di più con lo stesso tono di Shingen, convincendo ulteriormente i generali.
Nel 1573, Oda Nobunaga mobilita le sue forze per attaccare Azai Nagamasa, continuando la sua campagna nell'Honshū centrale per mantenere il controllo di Kyōto contro la crescente opposizione. Quando le forze dei clan Tokugawa e Oda lanciano un attacco contro i Takeda, l'impulsivo Katsuyori inizia una controffensiva contro il parere dei suoi generali. Il kagemusha è quindi costretto a guidare i rinforzi nella battaglia di Takatenjin e contribuisce a ispirare le truppe alla vittoria. La sua recitazione è all'apogeo. Tuttavia, in un successivo impeto di eccessiva sicurezza, decide di cavalcare il cavallo notoriamente bizzoso di Shingen e cade in modo rovinoso. Quando coloro che accorrono in suo aiuto si accorgono che non ha le cicatrici di battaglia di Shingen, viene smascherato come un impostore, finisce in disgrazia e viene cacciato in malo modo, permettendo a Katsuyori di succedere al padre, assumendo il comando dell'esercito del clan. Percependo l'estrema debolezza del nemico, le forze degli Oda e dei Tokugawa si sentono incoraggiate a lanciare un'offensiva su vasta scala, penetrando in profondità nel territorio dei Takeda. 
Nel 1575 Katsuyori guida una controffensiva contro Oda Nobunaga a Nagashino. Nonostante l'immenso valore dell'assalto, diverse ondate di cavalleria e fanteria dei Takeda vengono sterminate dalle raffiche di fuoco degli archibugieri schierati dietro le palizzate di legno. L'intero esercito del clan Takeda è annientato. Il kagemusha, che aveva seguito l'esercito dei Takeda, impugna disperatamente una lancia e carica verso le linee degli Oda prima di essere colpito a sua volta. Ferito a morte, tenta di recuperare lo stendardo fūrinkazan, caduto in un fiume, ma soccombe alle ferite e viene trascinato via dalla corrente. È come se con quel gesto folle di insensato eroismo, avesse dato senso alla sua esistenza, anche soltanto per una manciata di istanti. 

Citazioni:  

"Io non ho rubato che un po' di soldi, qualche manciata di roba, e nient'altro! E mi chiamate criminale! Un delinquente della vostra forza! Ma se voi ne avete uccisi a migliaia, e saccheggiato intere regioni! ... Chi è più colpevole?! Voi o io?"
(Il ladro, rivolto al Principe Shingen) 

"Quello che hai detto è la verità. Forse non c'è un delinquente peggiore di me. Ho scacciato mio padre, con le armi, e ho ucciso il mio primo figlio. Farei qualsiasi cosa per poter arrivare a dominare tutto il nostro Paese. In un mondo in cui il sangue si lava col sangue, se non verrà qualcuno, qualcuno che ci unisca e che imponga la sua legge in nome dell'Imperatore, i fiumi di sangue scorreranno ancora, e le montagne di cadaveri si innalzeranno sempre di più."
(Il Principe Shingen, in risposta al ladro)


Recensione: 
Gran parte del film racconta eventi storici reali, tra cui la morte di Shingen e il segreto durato due anni (sui tre previsti), nonché la cruciale battaglia di Nagashino del 1575. Anche queste scene sono modellate fedelmente sui resoconti dettagliati della battaglia. L'adattamento delle vicende storiche può essere considerata un'impresa sovrumana. La complessità della politica del Giappone feudale è tale che occorrono grandi capacità per poterla seguirla in dettaglio. Vidi Kagemusha per la prima volta al cinema e ne rimasi conquistato. La sua lentezza, che molti considerano esasperante, non mi pesava affatto. Anche se non tutto mi era chiaro, mi sembrava di essere immerso in quel contesto così diverso da qualsiasi cosa a me nota, tanto da poter essere quasi parte di un altro pianeta - se non fosse stato per pochi ma significativi dettagli: le armi da fuoco e i missionari. Nacque in me un particolare interesse per la storia del Giappone, che cominciai ad approfondire. 

Spettacolare Tasuya Nakadai nel doppio ruolo di Takeda Shingen e del guerriero-ombra!  
Notevole l'interpretazione dell'attore Daisuke Ryū nel ruolo di Oda Nobunaga. Quando riceve notizie non convincenti dalle spie, va in escandescenze. I suoi occhi palpitano d'ira, ardono a tal punto da trasmettere una profonda inquietudine. Considerando che gli occhi sono scurissimi, come per la massima parte degli abitanti dell'Arcipelago, il risultato è ancor più eccellente! 
Meno convincente è invece l'interpretazione di Masayuki Yui nel ruolo di Tokugawa Yeyasu. Sembra che l'attore, grassoccio e impacciato, sia poco entusiasta. Eppure dispensa parole di un'immensa saggezza: "Anche se lui (Shingen) mi ha sconfitto nella battaglia di Mikatagara, non sono un vile e non mi posso rallegrare di una sventura capitata al mio più grande nemico."
Ci sono anche due scene in cui la tensione sembra venir meno per qualche istante, per lasciar spazio a una certo umorismo: 
1) L'archibugiere paffuto e grottesco spiega a tre esponenti degli Oda, dei Tokugawa e dei Toyotomi come ha sparato a Shingen, puntando l'arma da fuoco verso un seggio su cui si sarebbe dovuto sedere un nobile, usando un peso per segnare il punto esatto da cui aveva preso la mira, marcandone la posizione con alcuni sassi, per poi aspettare la notte e sparare alla cieca. 
2) I Takeda temono che che il kagemusha possa essere scoperto dalle concubine di Shingen. Un anziano generale ripete quanto già era stato deciso a proposito del cavallo bizzoso, che si lasciava montare soltanto dal suo padrone: "Il Principe Shingen è stato ammalato e perciò, come abbiamo già detto, deve astenersi dal cavalcare"

I colori incantano gli occhi, dall'inizio alla fine. Non mancano gli spunti di riflessione filosofica sull'identità dell'individuo, sulla sua consistenza o sulla sua illusorietà. La cura dei dettagli è quasi maniacale: si notano le insegne autentiche dei clan in lotta. Per trovare alcune inesattezze, bisogna scavare a fondo. Mi dispiace soltanto di non essere mai riuscito a reperire la versione integrale, quella che dura tre ore! 


Sequenze oniriche

I sogni del guerriero-ombra sono caratterizzati da colori sgargianti, chimici, psichedelici, che aggrediscono gli occhi. Egli vede se stesso dall'esterno, come in un trip indotto dal peyote! La giara colossale in cui è stato sepolto il Daimyō dei Takeda si erge su una distesa di polimeri biancastri, leggeri come l'aria, che disegnano un paesaggio di dune sulle rive di un lago di sangue corrotto. Il cielo è pieno di nubi variopinte, che disegnano strutture cristalline. Il colore della giara funebre è bruno scuro e richiama la Morte. Subito il massiccio recipiente va in frantumi e ne esce un morto vivente: Shingen in armi e corazza, col volto violaceo, gli occhi senza iride né pupilla! Lo zombie avanza minaccioso verso il kagemusha, Il suo volto è bagnato, come se il percolato cadaverico lo ricoprisse. Poi, a un certo punto l'armigero si ferma e si volta, andandosene via. Il kagemusha è smarrito, sconvolto come se gli fosse venuto a mancare un riferimento fondamentale. Si inoltra nelle candide dune, ma si perde. Si sveglia di soprassalto, terrorizzato, madido di sudore!      


Produzione 

Quando la casa di produzione Toho Studios non riuscì a soddisfare le richieste di budget del film, i registi americani George Lucas e Francis Ford Coppola intervennero per aiutare Kurosawa. Il regista nipponico era in visita a San Francisco nel luglio del 1978 e incontrò Lucas e Coppola. I due convinsero la 20th Century Fox, ancora sulla cresta dell'onda dopo il successo di Guerre stellari (Star Wars, 1977) di Lucas, a finanziare in anticipo il film e a finanziare la parte rimanente del budget. Ciò avvenne in cambio dei diritti di distribuzione mondiale del film al di fuori del Giappone. I diritti di distribuzione di un film giapponese sono stati venduti in anticipo per la prima volta a un importante studio di Hollywood.  
Dopo aver assistito Kurosawa nella raccolta di fondi, George Lucas e Francis Ford Coppola furono produttori esecutivi e supervisionarono la preparazione delle copie sottotitolate in inglese. La pubblicità sosteneva che i sottotitoli fossero tra i più chiari e facili da leggere mai visti su un film in lingua straniera. Inoltre, i due promossero attivamente la pellicola nel mondo occidentale e in particolare nei territori di lingua inglese. 

Le scene di battaglia resero necessario l'impiego di centinaia di cavalli e migliaia di comparse. Secondo George Lucas, erano almeno cinquemila le comparse nella sequenza finale della battaglia di Nagashino del 1575. Le riprese del film durarono nove mesi. Quasi due mesi furono dedicati alle scene finali della battaglia nella pianura di Yuhara, a Hokkaidō. Kurosawa si affidò ai consigli del suo amico Ishirō Honda, che vantava esperienza militare e conoscenze nel campo degli effetti speciali cinematografici. Honda dirigeva e coordinava le formazioni dei soldati. Costumi e armature autentici del XVI secolo furono prestati dai musei giapponesi affinché gli attori li indossassero nel film. Si dice che fossero importanti tesori nazionali del Giappone. 

Inizialmente, Shintarō Katsu avrebbe dovuto interpretare il ruolo del protagonista, ma Kurosawa lo scartò per via di un singolare incidente: Katsu si era presentato a una prova con una videocamera, dicendo che voleva documentare l'esperienza per un corso di recitazione che stava tenendo. Dopo che Kurosawa licenziò Katsu dal ruolo principale, i produttori americani chiesero che al suo posto venisse scelta una star di fama internazionale. Poiché Kurosawa si era allontanato da Toshirō Mifune più di un decennio prima, Tatsuya Nakadai era la sua unica opzione praticabile. Consapevole della situazione, Nakadai accettò la parte senza nemmeno leggere la sceneggiatura. In seguito ammise che la decisione non fu facile, dato che era in buoni rapporti con Katsu. A quanto pare, Katsu non parlò con Nakadai per diversi anni dopo l'accaduto: era permalosissimo! 


Kurosawa e i Kirishitan
 
I Kirishitan, ossia i Cristiani, nel cinema giapponese sono quasi un tabù - sia quelli dell'epoca feudale che i loro discendenti in tempi più moderni. In realtà ci sono alcune pellicole nipponiche che trattano specificamente l'argomento, ma sono di nicchia e quasi sempre difficilissime da reperire. Allo stato attuale delle mie conoscenze, ne posso giusto citare pochissime: Amakusa Tokisada - The Rebel (Amakusa Shirō Tokisada, Nagisa Ōshima, 1962), Silence (Chinmoku, Masahiro Shinoda, 1971) e Il Cristo di bronzo (Seidō no Kirisuto, Minoru Shibuya, 1955). Quando si riesce a trovare una di queste opere, bisogna rassegnarsi a visionarla in giapponese, senza sottotitoli. Non si capisce il perché di questa interdizione perpetua, dato che i Kirishitan non sono certamente più un pericolo per la società nipponica. Attualmente non possono nemmeno più essere definiti "cristiani" in senso stretto: la loro è piuttosto una religione popolare giapponese, come quella di tante congregazioni buddhiste e shintoiste. In Kagemusha, Kurosawa ritrae il Secolo Cristiano del Giappone mostrando soltanto un missionario nell'atto di benedire un non ancora anticristiano Nobunaga, senza fare altri riferimenti espliciti ai Kirishitan. Per quanto ne sappiamo, quell'inserviente dei Takeda o quell'altro potrebbe essere un Kirishitan. Lo stesso kagemusha potrebbe essere un Kirishitan. Non lo sappiamo con certezza, possiamo soltanto analizzare gli indizi, ruminandoci sopra. 

In origine nella pellicola c'era una seconda comparsa di un ecclesiastico. Kurosawa ha dato una piccola parte al suo attore fisso di lunga data Takashi Shimura. Kagemusha è stato l'ultimo film di Kurosawa in cui appare Shimura, anche se la scena è stata tagliata dalla versione estera del film. La sua modesta parte è quella di un servitore che accompagna a un incontro con Shingen un missionario cattolico le cui mansioni includono l'esercizio della professione medica. Questa è un'ulteriore prova dell'interesse del regista per i Kirishitan. L'edizione DVD del film della Criterion Collection ha ripristinato questa scena del missionario ricevuto da Shingen e circa altri diciotto minuti della pellicola. Shimura è deceduto nel 1982, due anni dopo l'uscita di Kagemusha.   

 
Un simbolo occulto? 

Nella sequenza iniziale della pellicola, quando il ladro è portato al cospetto dei Takeda, si nota sulla parete un simbolo bizzarro. Consiste in un rombo attraversato da una specie di croce di Sant'Andrea, che è il vessillo Takeda - ma è un po' deformato, somiglia quasi a un fiore. Ovviamente non ha origini cristiane, ma si nota che a questa composizione è sovrapposta una diversa croce, con bracci orizzontali lunghi e bracci verticali corti. Sembra una croce cristiana coricata: se si facesse ruotare il simbolo di 90 gradi, la somiglianza sarebbe evidente. Lo stesso stemma composto ricorre anche in altre sequenze. Perché Kurosawa avrebbe nascosto qualcosa di Kirishitan nel suo film? Nell'Epoca Sengoku non c'era alcun bisogno di nascondere croci, perché il Cristianesimo era rampante, si diffondeva e non era perseguitato. Soltanto nella successiva Epoca Edo, in piena persecuzione, sono state adottate tecniche di occultamento delle croci cristiane. Ebbene, quello che reputo probabile è che Kurosawa abbia voluto attirare l'attenzione su qualcosa che riguarda le proprie origini. 
Potrei anche sbagliarmi. Non è facile districarsi in un groviglio di linee e di simboli così inconsueti. Vorrei che intervenisse qualche esperto di storia e cultura del Giappone feudale, per dirmi ciò che pensa della mia idea. Sono tuttavia quasi certo che non accadrà. 


Il suicidio rituale dei Takeda 

Un intero clan è votato all'annientamento. I Takeda si immolano finendo falciati dalle raffiche degli archibugi, perché sono vincolati dall'Onore, che impone loro di obbedire al loro capo fino all'estremo sacrificio. Katsuyori, dipinto dal regista come un uomo stupido e testardo, ignora un portento funesto, l'arcobaleno apparso sulle rive del lago in cui è stato sepolto Shingen. Così il fato del suo clan si compie in modo ineluttabile. La catastrofe viene presentata come un vero e proprio atto di immolazione collettiva. 
In realtà il completo sterminio dei Takeda e la morte di Katsuyori non avvennero nel 1575 nella battaglia di Nagashino, bensì nel 1582 nella battaglia di Tenmokuzan - anche nota come battaglia di Toriibata. Kurosawa ha presentato i fatti di Nagashino, con gli archibugieri che sparano dalla palizzata, come l'epilogo dei Takeda. In realtà a Nagashino andarono perduti i due terzi delle forze armate di Katsuyori, che tuttavia riuscì a scamparla. In seguito, il Daimyo dei Takeda decise di dare fuoco al castello di Shinpu, che era incapace di difendere con i pochi uomini rimasti, e di ritirarsi tra le montagne. Il suo intento era asserragliarsi in un'altra fortezza a Iwadono, che era custodita dal suo vassallo Oyamada Nobushighe. Questo vassallo si ribellò e negò l'ingresso a Katsuyori e ai suoi. L'esercito di un generale degli Oda, Takikawa Sakon, piombò sui Takeda facendone strage. Di fronte a questo disastro, Katsuyori fece seppuku assieme a tutta la sua famiglia.  


Il Giappone, il vino e l'Occidente

Ad un certo punto, Oda Nobunaga riceve Tokugawa Ieyasu nel suo campo e gli offre una bevanda inconsueta nel Giappone dell'epoca: il vino. Ieyasu guarda con sospetto quel liquido di un colore violaceo e scuro, che gli appare innaturale. Quando, spinto da Nobunaga ("Il colore è quello del sangue, ma è vino straniero"), si decide finalmente ad assaggiarne un sorso, ne rimane disgustato. L'episodio desta grande ilarità nel suo ospite e nel giovane servitore. Il giovane Nobunaga era ambizioso e intraprendente, amante delle novità e insaziabile nella sua brama di conoscere il mondo nuovo che gli lasciavano intravedere le genti giunte dal lontano Occidente. Portoghesi, Spagnoli, Olandesi, portavano cose nuove, incredibili, che potevano essere di grandissima utilità, come ad esempio le armi da fuoco, tecniche e nozioni mai viste prima. Portavano anche nuove idee, come il Cristianesimo. Tutto ciò ha avuto esiti paradossali. Col passare degli anni, man mano che si approfondiva la conoscenza di Nobunaga e di Ieyasu, l'Occidente cominciava a piacere loro ogni giorno di meno. Se i Gesuiti all'inizio erano parsi potenziali alleati, a un certo punto fu chiara la loro estrema pericolosità per il Giappone. In particolare, le cose cambiarono in modo drammatico quando venne al pettine un nodo molto problematico: la pederastia! Sia Nobunaga che Ieyasu erano pederasti. Facevano travestire dei giovanotti femminei e li sodomizzavano, deponendo lo sperma nelle feci. Queste costumanze non piacevano affatto ai missionari, che esercitavano pressioni fortissime perché fossero abbandonate. Quando riuscì a prendere il potere assoluto, il nobile Tokugawa rese il Giappone un Paese chiuso (鎖国 Sakoku
), ossia blindato, posto in isolamento. Gli stranieri furono tenuti lontani e considerati come portatori di peste. 

Alcune note etimologiche

Anche a costo di ripetermi all'infinito, sono convinto fermamente che non sia possibile avvicinarsi alla conoscenza più profonda delle persone e delle cose se non si compie un'approfondita ricerca etimologica. Se non si conosce la corretta etimologia di un nome, ciò che designa perde parte della sua sostanza ontologica, si fa sfocato, fino a non riuscire più a comunicare nulla. Certo, mi si dirà che non è un'impresa facile, perché la scienza etimologica ha spesso confini incerti. Bisogna saper discriminare tra ciò che è verosimile e ciò che è invece una grottesca invenzione di una mente confusa. 


Etimologia di Kagemusha

No. Con buona pace di Giovanni C., il nome Kagemusha non significa "fa la cacca moscia". In giapponese kage significa "ombra", mentre musha è la parola che significa "guerriero".  Così 影武者 Kagemusha significa "Guerriero Ombra". Si tratta di un composto ibrido e strano: il primo membro, 影 kage, è una parola giapponese autoctona (pronuncia kun'yomi), mentre il secondo membro, 武者 musha, è formato da due parole importate dal cinese (pronuncia on'yomi): 武 bu "guerra" e  sha "persona", "uno che". Parole giapponesi autoctone per esprimere il concetto di "guerra", "combattimento", "battaglia" sono  ikusa,  take戦い tatakai. La parola giapponese autoctona per esprimere il concetto di "persona" è  mono (scritta もの in sillabario Hiragana). Composti difficili come ikusamono "guerriero" e takemono "guerriero" sembrano esistere, anche se sono senza dubbio poco usati. Della stessa etimologia di musha, ma con un diverso secondo membro, è 武士 bushi "guerriero", "samurai" (la pronuncia è simile a quella del cognome anglosassone Bush!). La trasformazione della sillaba bu- iniziale in mu- nella parola musha è un fenomeno non inusuale. 


Etimologia di Shingen 

Il Signore di Kai, 武田 信玄 Takeda Shingen, da bambino era chiamato 太郎 Tarō ("Figlio più anziano") o 勝千代 Katsuchiyo ("Mille Vittorie"). Quando divenne maggiorenne, gli fu dato il nome 晴信 Harunobu ("Fedeltà della Primavera"), ma  in seguito scelse una vita ascetica e adottò un nome collegato alla pratica del Buddhismo: 信玄 Shingen ha una pronuncia di origine cinese (on'yomi) e deriva dalle parole 信 shin "verità", "credere" e 玄 gen "misterioso", "cosa occulta". Era il nome del monaco suo padre spirituale. 
Shingen è spesso chiamato "la Tigre del Kai" (甲斐の虎 Kai no tora) per le sue eroiche gesta sui campi di battaglia. Nel film si nota che Oda Nobunaga chiama Shingen "Scimmia dei monti Kai", con evidente disprezzo. 


Etimologia di Takeda 

Il nome del clan 武田 Takeda, scritto anche 竹田ha un'etimologia piuttosto ambigua, potendo significare "Risaia della battaglia" o "Risaia del bambù". Infatti esistono due parole omofone: 武 take "battaglia", "guerra" e 竹 take "bambù". Il suffissoide  ta, lenito in -da a causa della posizione intervocalica dell'antica occlusiva dentale -t-, significa "risaia" e compare in numerosi cognomi (tra questi anche Oda, vedi sotto).  


Etimologia di Oda 

Il nome del clan 小田 Oda, scritto anche 織田, ha un'etimologia piuttosto ambigua, potendo significare "Piccola risaia" o "Risaia intrecciata". Infatti esistono due parole omofone: 小 o- "piccolo" e 織 o- "tessere, intrecciare". Il suffissoide  ta, lenito in -da a causa della posizione intervocalica dell'antica occlusiva dentale -t-, significa "risaia". Ota è una variante arcaizzante e attestata di Oda, priva della lenizione.  
Il nome 信長 Nobunaga è un composto di 信 nobu "fedele", "fedeltà" e 長 naga "cosa lunga", "capo". Significa "Capo Fedele". 


Etimologia di Tokugawa 

Il nome del clan 徳川 Tokugawa deriva da toku "virtù", "benevolenza" o "bontà" e da 川 gawa "fiume". Significa quindi "Fiume della Virtù", "Fiume della Benevolenza". La nobile casata in origine si chiamava 松平 Matsudaira, che deriva da 松 matsu "pino" e da  daira "pianura", "campo (pianeggiante)". Significa quindi "Pianura del Pino". Talmente contorta è la storia dei diversi nomi portati da Tokugawa Ieyasu, che già soltanto cercare di esporla e di razionalizzarla provoca l'emicrania. Per riassumere la questione, durante l'infanzia era chiamato 松平 竹千代 Matsudaira Takechiyo, poi divenne 松平 次郎三郎 元信 Matsudaira Jirosaburo Motonobu, quindi 松平 蔵人佐 元康 Matsudaira Kurandonosuke Motoyasu e infine arrivò al definitivo 徳川 家康 Tokugawa Ieyasu
Il nome 家康 Ieyasu è un composto di 家 ie "casa" e 康 yasu "pace, tranquillità". Significa "Tranquillità della Casa". 
Quella era una società stratificata in modo incredibile, dove non ci si poteva permettere il lusso di sbagliare o di non tenere bene a mente qualcosa.  


Altre recensioni e reazioni nel Web 

Sempre utilissimo è il sito di critica cinematografica Il Davinotti, che dedica una pagina all'importante capolavoro di Kurosawa. 


Riporto un collage di frammenti estratti dai commenti a mio avviso più interessanti: 

Belfagor ha scritto: "Il guerriero ombra è un guscio vuoto, il termine ultimo della spersonalizzazione indotta dalla guerra. L'identità del protagonista si disperde in modo lento ma costante, culminando nella maestosa battaglia finale." E ancora: "Il potente cromatismo delle scene di massa e l'atmosfera shakespeariana mettono in luce il fondamentale (anti) titanismo della storia." 
Daniela ha scritto: "Opera paradossale: temi tanto intimi quali quelli della ricerca della propria identità, della dicotomia fra essere ed apparire, del rapporto fra volto e maschera in cui talvolta è l'abito a fare il monaco, che si inseriscono nel quadro di un monumentale affresco storico, di grande potenza visiva." 
Pigro ha scritto: "La storia in sé è sottilissima nel tratteggiare la psicologia del simulatore sempre più immedesimato. Ma il film procede con una lentezza incongrua e ingiustificata, che spesso distilla ciò che non è necessario distillare." La sua conclusione è eccessiva: "Capolavoro mancato."
Pinhead80 ha scritto: "La lentezza non lo rende facilmente fruibile ma rimane comunque un capolavoro. La storia affascinante e l'attesa di uno scontro che sembra non arrivare mai sono solo due degli innumerevoli elementi che rendono questa pellicola unica."