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giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

domenica 25 agosto 2024

ETIMOLOGIA GANGSTEROLOGICA DEL SOPRANNOME BUGSY 'PAZZO'

Il soprannome Bugsy è qualcosa in cui molti si imbattono senza porsi interrogativi etimologici. Eppure è molto interessante. Deriva dall'omonimo aggettivo colloquiale bugsy (varianti: bugzy, bugsie), che alla lettera significa "cimicioso", "scarafaggioso". In ultima analisi questa denominazione è stata tratta da bug "insetto", "cimice dei letti", "scarafaggio", "bacherozzo", tramite una bizzarra formazione grammaticale: il suffisso aggettivale -y è aggiunto alla forma plurale bugs anziché al singolare. Siamo lontani anni luce dal linguaggio standard. La forma regolare, che pure è attestata, sarebbe buggy
Questa è la trafila ipotizzabile: 

bug, plurale bugs + -y > bugsy

Nello slang criminale e di strada americano dei primi del XX secolo, l'espressione to go bugs (variante: to be bugs) significava "impazzire" o "essere fuori di testa". L'idea alla base è simile all'italiano "avere i grilli per la testa", suggerendo l'immagine di qualcuno che ha il cervello infestato da insetti e che quindi non è in grado di ragionare lucidamente. Mentre la locuzione italiana allude a un carattere bizzarro ma sostanzialmente innocuo, il modo di dire anglosassone era riferito a condizioni mentali violente, quasi esplosive. Dal verbo è stato tratto l'aggettivo. Di conseguenza, il soprannome gangsterologico Bugsy indicava una persona dal carattere folle, irascibile, violento o totalmente imprevedibile. 
La semantica dello slang è in continua evoluzione e ha generato alcune esiti notevoli.
Nel Regno Unito si usa bugsie come verbo (glossa: to get dibs on something), col significato di "bramare".
Fraseologia: 
"I bugsie the last piece of pizza", ossia "Bramo l'ultimo pezzo di pizza".
Per bizzarria, in alcune parti dell'Asia, Bugsie ha assunto caratteristiche positive, finendo con l'indicare una persona con eccellenti qualità, ma con qualche difetto! 
Fraseologia:  
"She is very classy, cute and clever, but tend to be clumsy at times. She is such a Bugsie!" , ossia "È molto elegante, carina e intelligente, ma a volte tende a essere goffa. È proprio una tipa strana!" 
(Fonte: Urban Dictionary


Tra coloro che portarono l'epiteto in questione, il caso più noto è senza dubbio quello del famoso mafioso ebreo americano Benjamin "Bugsy" Siegel, nato Benjamin Hymen Siegelbaum (New York, 1906 - Beverly Hills, 1947). I suoi complici gli diedero questo soprannome proprio per i suoi scatti d'ira fulminei e la sua spietatezza incontrollabile. Era incontrollabile e pericoloso come Caligola, poteva far uccidere qualcuno per un improvviso scatto d'ira. Dal canto suo, Siegel odiava profondamente farsi chiamare "Bugsy", considerandolo un insulto e una mancanza di rispetto, e pretendeva di essere chiamato "Ben". Tuttavia, come voltava le spalle, tutti parlavano di lui dandogli il detestato nomignolo. 
È passato alla storia soprattutto per il suo ruolo pionieristico nello sviluppo della Las Vegas Strip e nella trasformazione della città in capitale mondiale del gioco d'azzardo. A metà degli anni '40 dello scorso secolo, intuì il potenziale legale del gioco d'azzardo nel deserto del Nevada. Rilevò il progetto dell'hotel e casinò Flamingo a Las Vegas, finanziato con i fondi delle famiglie mafiose dell'Est.
Molti episodi della sua vita sono diventati leggendari. Si dice che abbia visitato la Germania del Reich, ma in realtà fu soltanto in Italia. Si dice che abbia incontrato figure politiche di primo piano come Benito Mussolini, Hermann Göring e Joseph Goebbels. Difficilmente un gangster di strada avrebbe potuto avere accesso a quel livello di potere. A quanto pare, la chiave di tutto fu la sua compagna di viaggio, la contessa Dorothy di Frasso, che fece da vero e proprio "passepartout" per l'alta società europea. Siegel e la nobildonna stavano promuovendo un nuovo tipo di esplosivo commerciale chiamato "Atomite" e con ogni probabilità fantomatico. Fu questo pretesto industriale a suscitare l'interesse dei leader militari dell'Asse, attirati dalla prospettiva di nuove tecnologie belliche. L'incontro sarebbe avvenuto a Villa Madama. Siegel avrebbe avuto una reazione di assoluta ripugnanza verso l'ideologia della NSDAP, tanto da concepire l'idea di assassinare Göring, venendo dissuaso in extremis dalla contessa Di Frasso. Sarebbe interessante appurare quanto di questo materiale è reale e quanto è pura e semplice leggenda. Un problema rilevante non era tanto la sua affiliazione malavitosa, ma il fatto che era ebreo. Difficile nasconderlo in un contesto così occhiuto. I sistemi di controllo e le maglie burocratiche della Germania nazista, all'interno dei confini del Reich, erano troppo rigidi per permettere a un cittadino di origine ebraica come Siegel di circolare liberamente e avvicinare i massimi vertici dello Stato. Quindi il gangster sfruttò unicamente la "zona d'ombra" geopolitica e l'immunità diplomatica offerta dai salotti dell'aristocrazia fascista a Roma.
Com'era destino, Bugsy Siegel fece una fine violenta, per una questione di debiti. Il suo assassino non è mai stato identificato ufficialmente e l'omicidio rimane tuttora un caso irrisolto. Tuttavia, l'agguato mortale avvenuto il 20 giugno 1947 a Beverly Hills è ampiamente attribuito al Sindacato Nazionale del Crimine, in particolare a Meyer Lansky e Lucky Luciano, che avrebbero ordinato la sua eliminazione a causa degli enormi e sospetti debiti accumulati per la costruzione del Flamingo a Las Vegas. Anni fa vidi un documentario in cui si descriveva un dettaglio macabro, poi rivelatosi apocrifo. Secondo il narratore, dopo la morte del gangster, gli furono strappati gli occhi: questo perché, essendo un Padrino, una superstizione gli attribuiva il potere di vendicarsi dall'Oltretomba, scrutando i vivi e dirigendo il suo odio nei loro confronti. Estirpati gli occhi dal cadavere, gli esecutori si sarebbero sentiti al sicuro. In realtà le cose andarono in modo diverso: un proiettile penetrò nel cranio di Siegel da un lato, facendolo esplodere, e un occhio fu espulso dall'impatto. Questo fu il risultato di una bizzarra e non voluta traiettoria balistica. Non bisogna prendere per oro colato tutto ciò che si sente nei documentari (che sono spesso mocumentari)!

Un riferimento cinematografico

Nel film C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984), diretto e co-sceneggiato da Sergio Leone, c'è un gangster odiosissimo e ultra-violento chiamato proprio Bugsy. Non lo si dimentica facilmente: spaccava i denti e fracassava i genitali a calci! Pensava di dominare in eterno su tutti con la sua arroganza sfrenata. Non teneva nel benché minimo conto che ogni forma di oppressione genera odio, e che l'odio genera vendetta. Direi che è ispirato in modo vaghissimo al Bugsy Siegel storico. Le somiglianze sono abbastanza limitate,  anche perché le vicende terrene di questo personaggio cinematografico si concludono nel modo più brutale in giovane età, a coltellate. Possiamo dire così, che il suo carattere di celluloide non andava di pari passo con l'intelletto. 

mercoledì 20 marzo 2024


L'INFERNALE QUINLAN
 
Titolo originale: Touch of Evil
Lingua originale: Inglese, spagnolo
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1958
Durata: 96 min (versione originale)
    109 min (versione estesa del 1976)
    111 min (Director's cut del 1998)
Dati tecnici: B/N
   Rapporto: 1,37:1
Genere: Noir, thriller, poliziesco
Regia: Orson Welles
Soggetto: Whit Masterson (dal romanzo Badge of Evil)
Sceneggiatura: Orson Welles 
  Scrittore collaboratore: Franklin Coen
  Scene addizionali: Paul Monash
Produttore: Albert Zugsmith (versione originale), 
    Rick Schmidlin (director's cut)
Casa di produzione: Universal
Distribuzione in italiano: Universal (1959)
Fotografia: Russell Metty
Montaggio: Virgil W. Vogel, Aaron Stell,
    Edward Curtiss (versione originale)
    Walter Murch (director's cut)
Musiche: Henry Mancini
Scenografia: Alexander Golitzen, Robert Clatworthy
Costumi: Bill Thomas
Trucco: Bud Westmore 
Parrucchiere: Merle Reeves 
Direttore di produzione: Foster Thompson 
Assistente alla regia: Phil Bowles 
Reparto suono: Leslie I. Carey
Effetti visivi: Kevin Braun, Mark Freund
Controfigure: David Sharpe 
Camera a mano: Philp H. Lathrop, John L. Russell
Guardaroba: Claire Cramer, Adam Gottbetter, 
   Nevada Penn 
Continuità: Betty A, Griffin
Interpreti e personaggi: 
    Charlton Heston: Ramon Miguel Vargas
    Janet Leigh: Susan Vargas
    Orson Welles: Hank Quinlan
    Joseph Calleia: Pete Menzies
    Akim Tamiroff: Joe Grandes (1)
    Joanna Moore: Marcia Linnekar
    Ray Collins: Procuratore distrettuale Adair
    Dennis Weaver: Portiere del motel desolato
    Valentin de Vargas: Pancho
    Mort Mills: Al Schwartz
    Victor Millan: Manolo Sanchez
    Lalo Rios: Risto
    Marlene Dietrich: Tanya, la Zingara (2)
    Zsa Zsa Gábor: Padrona dello strip-club 
    Arlene McQuade: Ginnie 
    Mercedes McCambridge: Capa della gang 
    Dan White: Guardia di frontiera 
    Gus Schilling: Eddie Farnham 
    Rusty Wescoatt: Investigatore Casey 
    William Tannen: Howard Frantz 
    Joseph Cotten: Coroner 
    Wayne Taylor: Gangster 
    Ken Miller: Gangster 
    Raymond Rodriguez: Gangster
    Harry Shannon: Capo della Polizia Pete Gould
    Joi Lansing: Zita 
    Michael Sargent: Pretty Boy 
    Phil Harvey: Blaine 
    Joe Basulto: Giovane delinquente 
    Ray Beltram: Cittadino 
    Eumenio Blanco: Cittadino 
    Yolanda Bojorquez: Bobbie 
    Domenick Delgarde: Lackey 
    Jenny Dias: Jackey 
    John Dierkes: Poliziotto 
    Eleanor Dorado: Lia 
    Eva Gabor: Spogliarellista seduta al bar 
    Jeffrey Green: Rudy Linnekar 
    Billy House: Caposquadra di cantiere 
    Johnny Kern: Ufficiale di Polizia 
    John Marlin: Cittadino 
    Ralph Moratz: Uomo in uniforme che corre
    Ray Pourchot: Ufficiale di Polizia 
    Cap Somers: Cittadino 
    Keenan Wynn: Barista 
(1) "Grandi" nell'originale.
(2) "Tana" nell'originale e in alcune versioni, come quella in tedesco.
Doppiatori italiani (versione originale): 
    Emilio Cigoli: Ramon Miguel Vargas
    Maria Pia Di Meo: Susan Vargas
    Giorgio Capecchi: Capitano Hank Quinlan
    Lauro Gazzolo: Pete Menzies
    Luigi Pavese: "Zio" Joe Grandes
    Manlio Busoni: Procuratore distrettuale Adair
    Gianfranco Bellini: Portiere del motel
    Renato Turi: Al Schwartz
    Andreina Pagnani: Tanya, la Zingara 
    Micaela Giustiniani: Padrona dello strip-club
    Dhia Cristiani: Capa della gang 
Doppiatori italiani (Director's cut, 2003):
    Claudio Capone: Ramon Miguel Vargas
    Melina Martello: Susan Vargas
    Carlo Baccarini: Capitano Hank Quinlan
    Oreste Rizzini: "Zio" Joe Grandes
    Dante Biagioni: Procuratore Adair
    Cristiana Lionello: Tanya, la Zingara 
Doppiatori tedeschi (versione originale): 
   Horst Niendorf: Ramon Miguel Vargas 
   Walther Suessenguth: Capitano Hank Quinlan 
   Margot Leonard: Susan Vargas 
   Alfred Balthoff: "Zio" Joe Grandes
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Im Zeichen des Bösen 
    Francese: La Soif du mal 
    Spagnolo (Spagna, Argentina): Sed de mal
    Spagnolo (Messico): Sombras del Mal
    Rumeno: Stigmatul răului 
    Polacco: Dotyk zła 
    Russo: Печать зла 
    Lettone: Ļaunuma pieskāriens 
    Ungherese: A gonosz érintése 
    Finlandese: Pahan kosketus 
Budget: 829.000 dollari US
Box office: 2,25 milioni di dollari US

Trama:
Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, nell'instabile cittadina di Los Robles, esplode una bomba a orologeria collocata all'interno di un veicolo, uccidendo sul colpo due persone. Il Procuratore Speciale messicano Miguel Vargas, in luna di miele in città con la sua nuova moglie americana Susie, si interessa subito all'indagine, condotta dal veterano Capitano di Polizia Hank Quinlan e da Pete Menzies, il suo devoto, ammirato e fanaticamente leale assistente (siamo a livelli di colonscopia fatta con la lingua). Quinlan, oltre ad essere corpulento e ad avere un passato da forte bevitore, è un furioso razzista e bigotto anti-messicano. Mastica dolciumi senza sosta come sostituti del whisky, marcendo a causa del diabete e della sindrome metabolica di cui soffre. Si è infortunato alla gamba molto tempo prima e non è mai riuscito a guarire del tutto, così ora cammina con una protesi e un bastone. Animato da odio livido, coinvolge nelle indagini Sanchez, un giovane messicano segretamente sposato con la figlia della vittima. Durante l'interrogatorio nell'appartamento di Sanchez, Menzies trova due candelotti di dinamite in una scatola da scarpe in bagno. Vargas, che aveva accidentalmente rovesciato la scatola da scarpe pochi minuti prima e l'aveva trovata vuota, accusa Quinlan di aver piazzato a bella posta la dinamite. Inizia così a sospettare che molte delle sue precedenti condanne fossero similmente contaminate da prove fittizie, fabbricate ad hoc al solo scopo di incastrare gli indiziati. Quinlan, furibondo, respinge con stizza estrema le accuse di Vargas. Da un'indagine, Vargas scopre che Quinlan aveva recentemente acquistato della dinamite e ne presenta le prove ad Adair, il Procuratore distrettuale, che si rifiuta di indagare ulteriormente. 
"Zio" Joe Grandes ("Grandi" nell'originale) è il capo ad interim di una famiglia criminale su cui Vargas sta indagando. Questo criminale fa causa comune con il collerico Quinlan contro l'inquisitorio Vargas. Così fa bere whisky bourbon puro, a Quinlan, causandogli la perdita la sobrietà in cui permaneva da dodici anni. Grandes ordina alla sua famiglia di catturare Susie e di iniettarle eroina pura. Mentre è priva di sensi, lui e Quinlan la rinchiudono in una squallida stanza d'albergo, rintronandola con incessante musica a tutto volume e lasciandola in balia dei tamarri. Il piano è semplice: farla passare per una tossicomane dedita a festini e dissolutezze, gettando al contempo merda su suo marito, facendolo passare per il suo pusher! In una lite, Quinlan uccide Grandes e lascia il suo corpo lì con Susie; tuttavia, dato che è ubriaco ed esausto, abbandona incautamente anche il suo bastone nella stanza con loro. Quando Susie si sveglia e vede il corpo estinto, si mette a strillare come un'indemoniata, uscendo sul balcone, gridando aiuto e finendo così arrestata con l'accusa di omicidio. L'accaduto che fa infuriare Vargas, che si precipita sul luogo con l'impeto di un berserk. Perquisendo la stanza, Menzies trova il bastone e si rende conto che il vero assassino è proprio Quinlan. Vargas, ripercorrendo i successi passati di Quinlan, conferma il suo sospetto che abbia falsificato prove in molti altri casi, facendo condannare a morte un gran numero di innocenti. Così affronta Menzies, che accetta con rammarico di collaborare con lui per smascherare il funesto Quinlan, indossando una microspia e riuscendo ad ottenere una confessione. Durante l'incontro qualcosa va storto: Quinlan sente un'eco dal registratore di Vargas e capisce che Menzies lo sta tradendo. Così spara e lo ferisce mortalmente. Poi punta la pistola contro Vargas, ma Menzies, ormai morente, con l'ultimo barlume di forze spara a Quinlan prima che questo possa sparare a sua volta per finirlo. Susie viene scagionata e si riunisce al marito. Mentre Quinlan agonizza e trapassa, si scopre che Sanchez aveva confessato l'attentato originale! 


Recensione: 
Questo noir più nero dell'inchiostro è uno dei massimi capolavori della Settima Arte. Welles usa la macchina da presa come se fosse un predatore. Quegli angoli dal basso che rendono Hank Quinlan un gigante grottesco e decadente non sono solo scelte estetiche: servono a far sentire lo spettatore schiacciato dalla sua corruzione. La pellicola abbandona l'eleganza degli anni '40 per tuffarsi nel fango e nel Caos. È un trattato sulla geometria non euclidea del Male! 
La corruzione di Quinlann non è "classica": si evidenzia che "non ha mai preso un centesimo". È qualcosa di ancor più pericoloso. Si viene a creare un poliziotto-giudice col senso di infallibilità di Javert, che fabbrica prove false per far condannare gli imputati! Non è un corrotto mercenario, che si vende per avidità. È un corrotto etico, che tradisce la Legge per servire una sua distorta idea di Giustizia. Questo lo rende infinitamente più terrificante di un poliziotto che accetta mazzette. Se il poliziotto venale è un criminale comune, Quinlan è un fanatico religioso della colpevolezza. Lo guidano il Complesso di Dio e l'intuizione fisica. Non ha bisogno di prove perché "sente" la colpevolezza nel suo corpo. La sua gamba zoppa gli invia fitte di dolore quando si trova davanti a un colpevole. Per lui, piazzare la dinamite nella scatola di scarpe di Sanchez non è un reato, è un "aiutino" alla realtà. È convinto che la verità sia già lì, e che la Legge sia solo un intralcio burocratico che impedisce di punire chi "merita". Come Javert ne I Miserabili, Quinlan non concepisce la sfumatura. Ma mentre Javert è schiavo della lettera della Legge, Quinlan ne è il carnefice. Javert si uccide perché la Giustizia fallisce; Quinlan uccide perché la Giustizia non è abbastanza veloce. 
La tragedia suprema del film - e il colpo di genio di Welles - sta nel fatto che, alla fine, si scopre che Sanchez era davvero colpevole. Questo dettaglio è devastante: convalida l'intuizione di Quinlan ma distrugge la democrazia. Welles ci pone davanti a un dilemma etico brutale: preferiamo un sistema dove un innocente può essere incastrato da un "giudice infallibile", o un sistema dove un colpevole può farla franca se non ci sono prove legali? Vargas rappresenta la civiltà: "È meglio che un colpevole resti libero piuttosto che un poliziotto diventi un criminale per incastrarlo"


Il tunnel cognitivo e il potere assoluto 

Il Capitano Hank Quinlan non è purtroppo soltanto un incubo partorito della fantasia nera del cinema. Sebbene il personaggio sia avvolto in un'estetica gotica e decadente che lo rende quasi mitologico nella sua tragedia, il suo nucleo psicologico e operativo è basato su dinamiche terribilmente reali: egli incarna il pericolo gravissimo del pregiudizio di conferma. Una volta deciso chi è il colpevole basandosi sull'intuito, ogni fatto viene piegato a quella visione. In molti casi di cronaca giudiziaria, non soltanto negli Stati Uniti, è capitato di imbattersi in magistrati o investigatori innamorati della propria tesi investigativa, che hanno ignorato prove a discarico o manipolato lo scenario per confermare l'accusa. 
Senza dubbio Quinlan è una caricatura iperbolica di un pericolo reale. La figura del tutore dell'ordine che si trasforma in carnefice perché "sa" chi è il colpevole è il motivo per cui esistono le garanzie procedurali e il controllo reciproco tra i poteri. Senza queste catene, il mondo democratico pullulerebbe di simili personaggi e sarebbe un luogo molto più pericoloso di quanto già non sia. Certo, esiste una differenza fondamentale tra l'archetipo e la concreta realtà. Se Quinlan è una fantasia, lo è nel suo gigantismo: è un titano caduto che opera in una terra di nessuno. I "Quinlan" reali sono meno carismatici e più banali. La corruzione e l'abuso di potere tendono a essere sistemici o mediocri, legati a carriere da difendere o a pigrizia investigativa, piuttosto che a una visione filosofica del Bene e del Male. 


Uno sviluppo improbabile

Pete Menzies è un viscido adoratore, sempre attaccato alle emorroidi di Quinlan, ma si ravvede di colpo di fronte alla tragica verità mostratagli da Vargas. Nella realtà, un tipo simile preferirebbe perseverare, aiutando Quinlan ad incastrare anche Vargas. Chi ha costruito la propria carriera e identità all'ombra di un "gigante", anche se corrotto, raramente lo tradisce per un ideale astratto come la Giustizia. Di solito affonda con lui oppure lo difende fino all'assurdo per non dover ammettere di essere stato suo complice. 
Menzies non è solo un assistente; è lo specchio in cui Quinlan riflette la propria leggenda. Per anni ha ignorato i metodi del suo superiore perché credeva nell'infallibilità dell'uomo: riconoscere come iniqua la sua mania di fabbricare prove, avrebbe significato rendersi conto di aver vissuto una menzogna professionale lunga decenni. Quinlan a sua volta ha bisogno della stampella morale di Menzies, perché è l'unico che lo guarda ancora con rispetto - nonostante il grasso, l'alcol e la decadenza. Welles usa il servile personaggio per un fine drammatico e simbolico. Provoca il crollo del castello di carte: serve a mostrare che il potere di Quinlan è davvero finito (quando persino il tuo servitore più fedele ti volge le spalle, sei un morto che cammina). Diventa uno strumento del destino, il "registratore umano", grazie al microfono di Vargas: la sua funzione narrativa è quella di estorcere la confessione finale. 
Welles rende il tragico epilogo ancora più amaro e inutile. Menzies tradisce Quinlan, ma viene ucciso proprio da lui. Muore sapendo di aver distrutto il suo idolo, ma senza ottenere alcuna vera redenzione. È l'unico personaggio che prova un dolore genuino: Vargas cerca la giustizia, Quinlan cerca il potere, mentre Menzies cerca solo di capire come ha potuto amare un mostro.


La Sibilla del Noir 

Il personaggio di Tanya, cartomante tenutaria di bordello, è in qualche modo il cuore metafisico del film. Mentre tutti gli altri personaggi si muovono febbrilmente tra carne, fango, sudore e bombe, lei sembra esistere in una dimensione sospesa, fuori dal tempo. Più che una donna in carne ed ossa, è una sfinge, un oracolo. È l'unica che non teme Quinlan e che lo vede per quello che è veramente. Quando lui entra nel suo locale dopo anni, lei non lo riconosce subito: "Sei talmente ingrassato che non ti avevo neppure visto". Non è un insulto, è una diagnosi clinica del suo sfacelo. La battuta più famosa del film è il suo verdetto finale su Quinlan: "Non hai più futuro, il tuo futuro è tutto consumato". È una sentenza di morte pronunciata con la calma di chi ha visto troppe albe e troppi tramonti. È l'unica a concedere a Quinlan un'ultima scintilla di umanità: gli permette di ascoltare la sua musica preferita sulla pianola meccanica, un suono che evoca un passato in cui il poliziotto non era ancora il mostro che è diventato. Le ultime parole del film sono sue e sono un geroglifico che definisce l'ambiguità morale: "Era un poliziotto sporco, a modo suo. Ma era un uomo eccezionale. Che importanza ha quello che si dice della gente?" Questa frase è un pugno nello stomaco per Vargas. Tanya suggerisce che la grandezza di un uomo non si misura con il codice penale, ma con la forza della sua presenza nel mondo. È una visione profondamente wellesiana: il genio, anche se corrotto, merita un rispetto che la mediocrità onesta non raggiungerà mai. La cartomante-tenutaria è la testimone silenziosa di un processo di morte ontologica. Senza di lei, il film sarebbe solo un thriller poliziesco; con lei, diventa una tragedia shakespeariana. È un residuo di tenue pulviscolo stellare su un mucchio di spazzatura. 


Un cognome non messicano

A un certo punto il boss "Zio" Joe Grandes spiega che il suo cognome non è messicano. La cosa mi ha stupito non poco. Poi ho capito l'arcano. Il cognome originario era Grandi, di evidente origine italiana (basti pensare all'attrice Serena Grandi, quella con le tipte prosperose e morbidissime). Nell'adattamento della pellicola in italiano, "Grandi" è stato cambiato in "Grandes" da un doppiatore cervellotico! Questo individuo ha fatto uno stupido ragionamento scolastico da secchione pedante "gnè gnè gnè", cambiando la terminazione italiana -i in un tipico "plurale" spagnolo in -es. in automatico. Ormai sarà senz'altro morto, ma immagino che anche rintracciandolo tra le ombre dell'Ade e rinfacciandogli l'errore, si irrigidirebbe ancor di più e farebbe "gnè gnè gnè" a raffica!
In realtà, alla base dell'alterazione c'era una spiegazione logica, per quanto perversa. 
Negli anni '50 e '60, in Italia c'era un'estrema sensibilità (e spesso un divieto non scritto) nel mostrare personaggi italiani all'estero che fossero criminali, ridicoli o grotteschi. L'idea fondante era questa: "Gli italiani fuori dall'Italia devono essere solo brava gente e grandi lavoratori"Poiché Joe Grandi è un viscido, ridicolo e patetico boss di provincia, un mafiosetto, la distribuzione decise di ispanizzarlo in Grandes per allontanare ogni sospetto di italianità. Ecco il risultato. Quando il mafiosetto dice "Il mio nome è Grandes... non è un nome messicano", lo spettatore rimane interdetto, perché Grandes suona spagnolo e messicano al 100%. È un paradosso logico che rende il personaggio quasi surreale! 
Akim Tamiroff, l'attore che interpreta Grandi/Grandes, era in realtà russo. Welles amava il suo modo di recitare così sopra le righe e oleoso, perfetto per un personaggio che cerca disperatamente di essere importante ma fallisce miseramente. Con affetto lo chiamava "il peggior attore del mondo"; per renderlo ancor più sgradevole, lo obbligò ad indossare un ridicolo parrucchino e a spalmarsi i viso di olio per apparire perennemente sudato. Doveva essere un cattivo capace non soltanto di incutere paura, ma anche di provocare repulsione fisica!

Una strana autocensura

Akim Tamiroff fu obbligato di infilarsi in bocca un moncone di lingua di agnello per la sua grottesca scena di agonia. Il collerico Orson Welles ritenne che ciò fosse necessario per ottenere l'effetto desiderato: voleva a tutti i costi mostrare al pubblico un criminale strangolato in modo così selvaggio che la sua lingua finiva innaturalmente distesa fuori dalla bocca. A quanto pare, però, la lingua di agnello si rivelò troppo disgustosa per essere mostrata sullo schermo, quindi la poco invidiabile prova di Tamiroff fu vana. Perché "troppo disgustosa"? Il regista ha avuto paura e si è autocensurato. Troppe pressioni. Tutta colpa dello stramaledetto Codice Hays, che ci ha fatto perdere una scena cult!


Audaci innovazioni razziali

Tra i punti più significativi in ​​cui Orson Welles si è discostato dal romanzo e dalla sceneggiatura originale, ci sono stati i seguenti: 
1) La trasformazione del personaggio di Mike Vargas da procuratore distrettuale bianco ad agente della narcotici messicano; 
2) Il cambio di nazionalità della moglie Susan da messicana ad americana e per giunta biondiccia; 
3) L'ambientazione del film in una città di confine tra Messico e America anziché in una cittadina della California meridionale, sempre sconvolta da tumulti e incendi.
Le tensioni razziali e sessuali sono state molto accentuate nella sua sceneggiatura, creando un'ambientazione quasi incubica. Il massiccio Welles ha compiuto un un atto sovversivo, mettendo il messicano Vargas come paladino della legge, colto, in smoking, incorruttibile, sposato con una donna americana bianca, e mostrando l'americano Quinlan come sporco, corrotto, razzista e decadente. Parte della tensione del film deriva anche dal fatto che Quinlan non sopporta di essere giudicato da un messicano. La corruzione morale di Quinlan è alimentata soprattutto dal suo odio razziale, rendendo il film una critica sociale ferocissima che la Universal cercò di attenuare in ogni modo.
Il Codice Hays vietava rigorosamente di mostrare o incoraggiare relazioni interrazziali. Welles ha aggirato la cosa in modo sottile: Vargas è interpretato da Charlton Heston (una delle icone più bianche di Hollywood). Questo "whitewashing" fu un compromesso necessario: per il pubblico e i censori dell'epoca, vedere un messicano vero baciare Janet Leigh sarebbe stato intollerabile. Heston, con un trucco leggermente scurito, rendeva la coppia in qualche modo "accettabile" pur mantenendo la nazionalità messicana del personaggio. Certo, un affiliato al Ku Klux Klan sarebbe insorto, ma i settari di quel tipo non erano comunque rappresentativi del pubblico americano medio.
Se non ci fosse stato tra i piedi quel fottuto Codice Hays, Welles avrebbe potuto dare libero sfogo al suo genio! 


Sesso, droga e il solito infame Codice Hays 

La moglie di Vargas viene drogata pesantemente dai tamarri. In seguito, un guardiano minorato, testimone della baldoria, balbetta: "È stata... è stata un'orgia!" Poi in carcere, un investigatore spiega a Vargas: "È tutto scritto nel rapporto. Ci sono le prove di una vera orgia". Quindi aggiunge: "Cicche di marijuana, segni di punture, certo di eroina". E ancora: "Puzza ancora di marijuana". Si noti, non dice; "Puzza ancora di sborra"
A quanto risulta dalla visione del film, sembra che in quel contesto per "orgia" si intendesse un "droga party", in cui si fumava marijuana, si pippava bamba e ci si bucava, ma senza il benché minimo contenuto sessuale. Quando ho udito la parola "orgia", immaginavo i tamarri che si masturbavano furiosamente e spruzzavano getti di sperma sul corpo della donna tenuta in prigionia, fino a bagnarla dappertutto. Ovviamente si tratta di un riflesso pavloviano, condizionato: tali contenuti generati dalla mia immaginazione mancavano del tutto nell'opera di Orson Welles. Quella frase "ci sono le prove di una vera orgia", detta con un secco tono di disapprovazione morale, è emersa dai miei banchi di memoria stagnante, come una prova inconfutabile del fatto che il film lo avevo già visto molti anni prima, da giovane, e lo avevo poi dimenticato - come se un censore cerebrale lo avesse cancellato quasi del tutto, lasciando soltanto pochi dettagli erratici. 
A cosa si deve la rimozione di ogni riferimento sessuale dalla parola "orgia"? All'infernale Codice Hays, è ovvio! 
Il Codice non vietava solo la rappresentazione del sesso, ma imponeva che il Male non dovesse mai apparire attraente. Bastava poco. Per i censori degli anni '50, mostrare un gruppo di giovani messicani che ascoltano jazz ad alto volume, fumano marijuana e tengono prigioniera una donna bianca, era l'apice della corruzione. Usare il termine "orgia" serviva a dare una pennellata di scandalo assoluto senza però dover mostrare o nominare atti sessuali espliciti - cosa che tra l'altro avrebbero portato al bando immediato della pellicola. La genialità di Welles sta nel fatto che, nonostante le restrizioni e l'imposizione di termini edulcorati, la scena dell'aggressione al motel rimane una delle più tese e sgradevoli della storia del cinema, dimostrando che il "non detto" può essere molto più potente dell'esplicito. 
Esiste una leggenda, secondo cui Orson Welles avrebbe basato le scene di droga sulle proprie esperienze. L'uso della marijuana da parte dei figli di Grandes simboleggerebbe l'indifferenza del regista verso la legalità della sostanza, mentre l'uso violento di eroina rappresenterebbe la sua convinzione che qualsiasi droga più pesante fosse semplicemente "un suicidio" - come ebbe a dire in un'occasione.


Curiosità varie 

Inizialmente Orson Welles detestava il titolo "Touch of Evil", ritenendo che non avesse nulla a che fare con la sua concezione. Col tempo, tuttavia, imparò ad apprezzarlo e alla fine lo considerò il miglior titolo di tutti i suoi film. A parer mio, il titolo italiano "L'infernale Quinlan" è stato un assoluto colpo di genio, uno dei pochi gioielli tra tanti adattamenti surreali e fuorvianti. Anzi, direi senza timore di essere smentito, che "L'infernale Quinlan" ha una marcia in più rispetto all'originale. Non sono mai riuscito ad appurare chi fosse il responsabile di questo insolito atto creativo.

Charlton Heston accettò la parte solo perché pensava che Welles lo avrebbe diretto. In realtà, Welles era stato ingaggiato inizialmente solo come attore: fu proprio Heston a fare pressione sulla Universal affinché gli affidassero anche la regia. Se non fosse stato per il suo ruolo di Mosè nel kolossal I dieci comandamenti (The Ten Commandments, di Cecil B. DeMille, 1956), probabilmente non avremmo mai avuto questo capolavoro. Sarebbe stato un filmucolo banale. 

L'agente di Janet Leigh inizialmente rifiutò la partecipazione dell'attrice a questo film a causa del basso compenso offerto, senza nemmeno consultarla. Era un uomo limitato e venale. Welles, prevedendo la situazione, inviò alla Leigh una lettera personale, dicendole quanto non vedesse l'ora di lavorare con lei. L'attrice, furiosa, affrontò il suo agente mortificandolo e dicendogli che essere diretta da Welles era più importante di qualsiasi compenso. 

Janet Leigh si ruppe il braccio sinistro prima dell'inizio delle riprese, ma partecipò comunque al film. Il braccio era ingessato, nascosto alla telecamera, per molte scene. Nelle scene più audaci ambientate nel motel, l'ingessatura veniva rimossa per le riprese e riapplicata in seguito. L'attrice ha affermato di essere stata assolutamente terrorizzata quando ha dovuto girare la scena in cui viene minacciata nella sua stanza di motel. Era sconvolta dai modi belluini ed esecrabili dei tamarri!

Charlton Heston ha dichiarato che non aver adottato un accento ispanico per il suo personaggio, l'agente antidroga messicano Miguel "Mike" Vargas, è stato uno dei più grandi errori commessi nella sua carriera di attore. Ai nostri tempi, imperando il politically correct, quell'accento "latino" sarebbe un problema quasi insormontabile. Ricordiamoci che George Lucas è stato crocefisso dalla critica per aver attribuito quella cantilena a una specie di papero antropomorfo! 

Problemi di post-produzione

La fase di post-produzione del progetto fu complicata. Nei suoi diari, Charlton Heston scrisse che, dopo aver visto il primo montaggio del film nel febbraio del 1957, lo studio richiese un altro giorno di riprese per chiarire la trama. Heston, riluttante ad apparire in sequenze non girate da Orson Welles, causò un ritardo di un giorno nella produzione, ma poi accettò di rimborsare allo studio 8.000 dollari per l'inconveniente. Harry Keller fu quindi ingaggiato per dirigere le sequenze aggiuntive. Welles affermò che furono aggiunte due scene tra Vargas e Susan in albergo, così come una scena tra Vargas e il Procuratore distrettuale, sempre in albergo. Welles notò anche che una scena in cui Menzies raccontava a Susan come Quinlan gli avesse salvato la vita anni prima prendendosi una pallottola al posto suo, avrebbe spiegato la zoppia di Quinlan e la sua frase "Questo è il secondo proiettile che ho fermato per te, amico"

martedì 12 marzo 2024


CHINATOWN 

Titolo originale: Chinatown 
Lingua originale: Inglese 
Lingue frammentarie: Cinese 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1974
Durata: 130 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Noir, giallo, drammatico, poliziesco 
Sottogenere: Neo-noir 
Regia: Roman Polański
Soggetto: Robert Towne 
Tematiche: Polizia brutale e corrotta, incesto 
Sceneggiatura: Robert Towne
Produttore: Robert Evans
Casa di produzione: Penthouse, Long Road
     Productions, Robert Evans Company
Fotografia: John A. Alonzo
Montaggio: Sam O'Steen
Effetti speciali: Logan Frazee
Musiche: Jerry Goldsmith
Scenografia: Richard Sylbert, W. Stewart Campbell,
     Ruby R. Levitt
Costumi: Anthea Sylbert 
Guardaroba: Richard Bruno, Jean Merrick 
Trucco: Lee Harman, Hank Edds 
Controfigure: Jim Burk, Alan Gibbs 
Coordinatore degli stunt: Hal Needham 
Editore musicale: John C. Hammell 
Assistente al montaggio: Florence Williamson 
Continuità: May Wale Brown 
Interpreti e personaggi: 
   Jack Nicholson: Jake "J.J." Gittes
   Faye Dunaway: Evelyn Cross Mulwray
   John Huston: Noah Cross, il padre-nonno
   Perry Lopez: Tenente Lou Escobar
   John Hillerman: Yelburton
   Darrell Zwerling: Hollis Mulwray
   Diane Ladd: Ida Sessions
   Roy Jenson: Mulvihill
   Roman Polański: Gangster gracile col coltello
   Richard Bakalyan: Detective Loach
   Cecil Elliott: Emma Dill
   James Hong: Kahn, il maggiordomo cinese
      di Evelyn
   Burt Young: Curly
   Elizabeth Harding: Moglie di Curly
   Bruce Glover: Duffy
   Joe Mantell: Walsh
   Belinda Palmer: Katherine Cross, la figlia-nipote 
       di Noah Cross, nata dall'incesto
   Jerry Fujikawa: Giardiniere
   Noble Willingham: Capo del congresso 
   Fritzie Burr: Segretario di Hollis Mulwray 
   Roy Roberts: Sindaco Bagby 
   Elliott Montgomery: Consigliere 
   Freddie Roberto: Maggiordomo di Cross 
   Charles Knapp: Becchino 
   George Justin: Barbiere 
   Beulah Quo: Domestica 
   Nandu Hinds: Sophie 
   Claudio Martinez: Ragazzo a cavallo 
   Jim Burk: Agricoltore nella valle
       (come "Jim Burke") 
   John Holland: Agricoltore nella valle 
   Denny Arnold: Agricoltore nella valle 
   Jesse Vint: Agricoltore nella valle
   Rance Howard: Agricoltore furibondo 
   Bob Golden: Poliziotto 
   Lee de Broux: Poliziotto (come "Lee De Broux")
Doppiatori italiani: 
   Cesare Barbetti: Jake "J.J." Gittes
   Vittoria Febbi: Evelyn Cross Mulwray
   Sergio Fiorentini: Noah Cross, il padre-nonno
   Renato Mori: Yelburton
   Bruno Persa: Hollis Mulwray
   Rosetta Calavetta: Ida Sessions
   Carlo Alighiero: Mulvihill
   Gianfranco Bellini: Gangster gracile col coltello
   Lydia Simoneschi: Emma Dill
   Mauro Bosco: Kahn, il maggiordomo cinese
       di Evelyn
   Manlio De Angelis: Curly
   Luciano De Ambrosis: Duffy 
Titoli in altre lingue: 
   Emiliano-romagnolo: Quartēr di cinéś 
   Russo: Китайский квартал 
   Croato: Kineska četvrt  
   Lituano: Kinų kvartalas 
   Lettone: Ķīniešu kvartāls
   Ungherese: Kínai negyed 
   Turco: Çin Mahallesi 
   Mongolo: Хятад хороолол 
   Cinese (Mandarino): 唐人街
   Giapponese: チャイナタウン 
Budget: 6 milioni di dollari US
Box office: 29,2 milioni di dollari US 

Trama:
Anno del Signore 1937. Los Angeles. Una tremenda siccità minaccia la metropoli. Una donna fulva e dall'aspetto di meretrice, che si identifica come Evelyn Mulwray, ingaggia l'investigatore privato J. J. "Jake" Gittes per seguire il marito Hollis, cornificatore seriale, nonché ingegnere capo del Dipartimento dell'Acqua e dell'Energia. Gittes, un ex poliziotto, si attiva e fotografa Hollis in compagnia di una giovane donna magrissima dai capelli chiari: le foto vengono sottratte da uno sconosciuto e finiscono sul quotidiano Post-Record, svelando l'evidente relazione extraconiugale. A questo punto si capisce che la carampana che aveva noleggiato l'investigatore non era la vera Signora Mulwray. Gittes viene quindi affrontato dalla vera Evelyn Mulwray, una donna seducente dai capelli di un indefinibile color castano chiaro, che minaccia di fargli causa. Gittes conclude che l'impostrice lo stava usando proprio per screditare Hollis. Il detective incontra il suo ex collega, il Tenente Lou Escobar del Dipartimento di Polizia di Los Angeles, quando il cadavere di Hollis viene trovato in un bacino idrico. Indagando ulteriormente e compiendo alcuni sopralluoghi, scopre che ogni notte dal bacino vengono rilasciate ingenti quantità d'acqua, nonostante la città stia affrontando una grave carenza idrica. Il capo della sicurezza del Dipartimento delle Acque, Claude Mulvihill, intercetta l'investigatore e lo mette in guardia, facendogli lasciare un segno indelebile: uno dei suoi scagnozzi, un essere perfido dalla corporatura nanesca, gli infila un coltello affilato in una narice e gli taglia il naso. 
Ora che è al lavoro per la bellissima Evelyn, il lesionato Gittes indaga a fondo sulla morte di Hollis. Scopre così che il defunto era un tempo socio in affari del ricchissimo padre di Evelyn, il plutocrate Noah Cross. Questo Cross, il cui carattere è diabolico, si offre di raddoppiare la parcella di Gittes se troverà la presunta amante di Hollis, che nel frattempo è scomparsa. Gittes riceve una chiamata da una certa Ida Sessions, che si rivela essere proprio la donna fulva che si era spacciata per Evelyn. Lei si rifiuta di rivelare chi l'ha assunta, ma esorta l'uomo a controllare la sezione necrologi del Post-Record, un giornale letto soprattutto dai veci con già un piede nella fossa. I registri pubblici rivelano che gran parte della Northwest Valley ha recentemente cambiato proprietario. Gittes riconosce il nome di uno degli acquirenti dalla sezione necrologio; il quotidiano indica che il soggetto in questione era morto già da una settimana quando l'affare era stato concluso. Il detective ed Evelyn bluffano per entrare nella casa di riposo dove viveva l'acquirente e dove non è accettata la presenza di ebrei. Scoprono così che molti degli altri residenti sono anche acquirenti, ossia "teste di legno", sebbene siano così rincoglioniti da non esserne a conoscenza. Un membro sospettoso dello staff chiama Mulvihill, ma Gittes ed Evelyn sfuggono in fretta e furia a lui e ai suoi scagnozzi, nascondendosi nella villa di lei, dove giacciono insieme e fanno sesso. Lui le inietta dentro il materiale genetico e lei si copre pudicamente il seno con le mani. Più tardi quella stessa notte, Gittes segue Evelyn in una casa dove la vede mentre conforta la ragazza scomparsa, che è affetta da evidenti tare mentali. Affrontata, Evelyn afferma che la ragazza è sua sorella, Katherine. 
Una chiamata del corrotto e violento Escobar convoca Gittes all'appartamento di Ida; la donna è stata assassinata. Escobar rivela che Hollis aveva acqua salata nei polmoni, il che indica che non è annegato nel bacino idrico. Aggiunge che sospetta Evelyn dell'omicidio e ordina a Gittes di portarla subito a casa. Giunto dall'amante, Gittes recupera un paio di occhiali dal laghetto del giardino, che risulta essere pieno di acqua salata. Quindi Gittes affronta Evelyn a proposito di Katherine, che ora sostiene essere sua figlia. "È mia sorella. È mia figlia", dice, come in trance. Frustrato, l'uomo assesta ripetutamente a Evelyn fortissimi sganassoni, finché lei non crolla e rivela che Katherine è sia sua sorella che sua figlia; il padre della ragazza è proprio Noah Cross, che ha messo incinta Evelyn quando aveva 15 anni! La ragazza dice a Gittes che gli occhiali che ha trovato non appartenevano a Hollis. 
Gittes organizza la fuga delle due donne in Messico e ordina a Evelyn di incontrarlo a casa del suo maggiordomo cinese a Chinatown. Convoca l'incestuoso Noah Cross nella tenuta Mulwray, avendo dedotto che è stato lui a lasciar cadere gli occhiali quando ha annegato Hollis nello stagno. Noah Cross rivela di essere dietro sia alla carenza d'acqua che all'accaparramento di terreni nella Northwest Valley. Una volta che il terreno sarà suo, otterrà un contratto dalla città per costruire un gigantesco bacino idrico. Ha screditato e ucciso Hollis quando quest'ultima è stato sul punto di scoprire il piano. 
Gli eventi precipitano. Sotto la minaccia delle armi, Noah Cross e Mulvihill costringono Gittes a portarli a Chinatown, dove la polizia li sta aspettando. Escobar trattiene l'investigatore mentre il vecchio incestuoso cerca di reclamare Katherine per potersi accoppiare con lei! "Katherine! Io sono tuo nonno", le dice. Evelyn spara in un braccio al padre-nonno e cerca di scappare in auto con la fragilissima Katherine, ma la polizia apre il fuoco. Evelyn rimane uccisa da un proiettile che le fa esplodere il cervello da un occhio, in un bagno di sangue: crolla sul volante facendo suonare il clacson. Il demoniaco Cross porta via Katherine sconvolta e urlante, pregustando lo stupro, mentre Escobar ordina che Gittes venga rilasciato. Mentre Gittes, traumatizzato, viene condotto via dai suoi colleghi, uno di loro gli dice: "Lascia stare, Jake. È Chinatown". La folla di cinesi si disperde nella notte illune, simile a una muraglia di tenebra, come se tutte le stelle della galassia fossero all'improvviso scomparse. La strada piena di cartacce si svuota, mentre una musica struggente avvolge ogni cosa.  


Citazioni: 

"I politici, i monumenti e le puttane diventano tutti rispettabili se durano abbastanza."
("Politicians, ugly buildings, and whores all get respectable if they last long enough.")
Noah Cross

"Vede, signor Gittes, non capita a molti di dover affrontare il fatto che, in certi casi e in certi momenti, si è capaci di qualsiasi cosa." 
("You see, Mr. Gits, most people never have to face the fact that at the right time, the right place, they're capable of anything.")
Noah Cross

"Non ti piace parlare del passato, vero?"
("You d0n't like to talk about the past, do you?")
Evelyn Mulwray  

"Lascia stare, Jake. È Chinatown" 
("Forget it, Jake. It's Chinatown.")
Walsh

Dialoghi: 

Evelyn: "Mi dica, signor Gittes, cose così le capitano spesso?"
("Tell me, Mr. Gittes: Does this often happen to you?")
Gittes: "Perché?" 
("What's that?")
Evelyn: "Be', io giudico solo sulla base di un pomeriggio e di una sera, ma se questo è il modo in cui svolge il suo lavoro, direi che è fortunato se dura per un giorno intero."
("Well, I'm judging only on the basis of one afternoon and an evening, but, uh, if this is how you go about your work, I'd say you'd be lucky to, uh, get through a whole day.")
Gittes: "In realtà questo non mi capitava da parecchio tempo."
("Actually, this hasn't happened to me for a long time.")
Evelyn: "Quando l'ultima volta?"
("When was the last time?")
Gittes: "Perché vuole saperlo?"
("Why?")
Evelyn: "È una domanda innocente."
("It's an innocent question.")
Gittes: "A Chinatown."
("In Chinatown.")
Evelyn: "Cosa ci faceva là?" 
("What were you doing there?"
Gittes: "Lavoravo per l'Ispettore Distrettuale."
("Working for the District Attorney.")
Evelyn: "E che faceva?"
("Doing what?")
Gittes: "Il meno possibile." 
("As little as possible")
Evelyn: "L'Ispettore Distrettuale dava ai suoi uomini questo consiglio?"
("The District Attorney gives his men advice like that?")
Gittes: "Nel quartiere cinese sì."
("They do in Chinatown.")

Gittes: "Evelyn! Metti via quella pistola! Lascia che ci pensi la polizia!" 
("Evelyn, put that gun away. Let the police handle this.")
Evelyn: "È sua la polizia!"
("He owns the police!")


Recensione: 
Un film splendido e annichilente che riprende, nel pieno degli anni '70 dello scorso secolo, le atmosfere e le tematiche classiche del noir degli anni '40 e '50, impiegando nuovi mezzi ed elementi visivi. La narrazione è innervata di un profondo pessimismo cosmico, morale e umano, sotto un cielo in cui baluginano astri di cinismo, corruzione e perversità. I colori hanno qualcosa di strano anche nelle sequenze diurne, come se il sole fosse malato. Il protagonista è un anti-eroe, distrutto da un conflitto interiore e dal peso di un passato traumatizzante, che gravita intorno a una femme fatale fino al collasso e all'annientamento, come una falena che cozza contro una lanterna fino a bruciarsi le ali. Smarrimento e disincanto sono totali, assoluti: sembrano proprietà intrinseche della materia e dello spaziotempo! 

Memorabilia: 

Lo sfregio nasale del protagonista, reso con un realismo così perfetto che lo spettatore ha l'impressione di sentire l'odore del sangue rappreso misto al pus! Durante la visione del film, più volte mi sono toccato il naso, pensando di sentire col tatto la crosta sulla lesione. 

Una critica snob 

Leggendo la pagina dedicata al film di Polański nel sito di critica cinematografica Il Davinotti, ci si accorge che non sono numerosi i commenti entusiastici. Lo stesso Marcel M.J. Davinotti Jr., pur ammettendo che i personaggi sono degni di Raymond Chandler, considera la regia "farraginosa" e "lenta", sostanzialmente inefficace. Paragona la pellicola a un ambiente ricostruito con la massima accuratezza, ma privo di vita, freddo, citazionista. Tra gli utenti che sono intervenuti, prevale l'idea di ridurre Chinatown a un mero "esercizio di stile". Sono in totale disaccordo con questi giudizi artificiosi, schifiltosi, incapaci di cogliere il rifulgere del genio assoluto. Il perché dell'accoglienza tiepida è facilmente spiegabile. Il pubblico è rimasto sconvolto e terrorizzato dall'incesto!  



Il padre-nonno!

Il turpe vegliardo Noah Cross aveva ingravidato la figlia, generando una figlia-nipote di cui era sia padre che nonno. Poi concupiva anche questa figlia-nipote, gracilissima e ritardata. Avrebbe voluto possedere e ingravidare anche lei, per diventare un padre-bisnonno. E tutto in nome di Dio! 
Molti negli States fanno così. Prima leggono la Bibbia. Poi dicono: "Concupisco le mie figlie e le possiedo carnalmente, rendendole feconde. Se lo ha fatto Lot, posso farlo anch'io."  
In Italia la Bibbia non la legge nessuno. Se si andasse in giro a domandare alla gente chi era Lot, nessuno saprebbe rispondere. Credono tutti che la Bibbia sia "quella roba là di Don Matteo"

Antisemitismo furioso in California

In un momento particolarmente drammatico, Jake Gittes ed Evelyn si recano per indagare in una casa di riposo. Per non destare sospetti, l'investigatore finge di essere interessato a piazzare in quel ricovero suo padre, diventato demente e intrattabile - mentre la donna recita la parte di sua moglie. Così chiede al gestore: "Voi accettate persone di confessione ebraica?" Questi gli risponde: "Mi dispiace ma... non le accettiamo." A sua volta, Gittes dice, cercando con lo sguardo il sostegno di Evelyn: "Non si dispiaccia, neanche noi. Volevamo solo esserne sicuri. Vero, cara?"
La cosa non deve stupire. Anche se ai nostri giorni nessuno sembra saperlo, negli anni '30 l'antisemitismo negli Stati Uniti era rampante. La costa occidentale non faceva eccezione. Era molto comune che a persone di origine ebraica fosse vietato entrare in locali, club, associazioni, aree ricreative, alberghi, case di riposo e via discorrendo. Era pressante la richiesta di escludere gli ebrei dalla vita sociale, politica ed economica dell'America (Gilman, Katz, 1993). Imperava una demagogia che attribuiva la Grande Depressione alla "finanza giudaica", considerata padrona dell'amministrazione del Presidente Franklin Delano Roosevelt. Si riporta un aneddoto bizzarro. Groucho Marx voleva passare una serata in un country club della California, assieme alla giovane figlia. Gli dissero subito che non erano accettati soci ebrei e che la bambina non avrebbe potuto utilizzare la piscina. Groucho non si scompose e disse: "Mia figlia è ebrea solo per metà, può entrare in acqua fino alla cintola?" 
Un film non è soltanto un mucchietto di dettagli tecnici e registici: è soprattutto antropologia. Deve aiutare a capire il mondo. 


Inerzia poliziesca 

Il dialogo include le battute "Cosa ci faceva là?" (a Chinatown) / "Il meno possibile". Questo scambio di parole si basa su una conversazione realmente accaduta tra lo sceneggiatore Robert Towne e un agente della buoncostume che lavorava proprio nella Chinatown di Los Angeles. Il poliziotto spiegò che, a causa del complicato uso dei dialetti cinesi e delle numerose gang che operavano in quell'ambiente, la polizia non era sicura se le proprie azioni stessero effettivamente aiutando le vittime di reati o se piuttosto stessero aiutando meglio le gang a sfruttarle. Il regista ha attinto a piene mani da questo deprimente materiale, mostrando al pubblico una polizia paralizzata, incapace di ogni minima azione utile. Si ha l'idea di un Leviatano che si muove soltanto se ha un input di corruzione - e per giunta agendo in modo iniquo! 

Origini del titolo 

L'enigmatico titolo del film è una metafora della corruzione morale da parte di forze invisibili. Per tutto il film, il detective Gittes fa riferimento al suo periodo come agente di polizia a Chinatown, dove "non si capisce sempre cosa sta succedendo". A Hollywood, la celeberrima battuta finale, "Lascia perdere, Jake, è Chinatown", è diventata una specie di mantra per coloro che sono stati scottati o snobbati dall'industria dell'intrattenimento, con l'implicazione che è meglio "lasciar perdere" che farne un problema, perché è così che funziona la Settima Arte. 

Duplicati degradati! 

Il film ci mostra spesso immagini di due cose identiche, tranne per il fatto che una è difettosa: due orologi da tasca uno accanto all'altro, uno rotto. Un paio di occhiali, con una lente incrinata. Le narici di Gittes, una tagliata. Gittes ha rotto un fanale posteriore dell'auto di Evelyn. Ha perso una scarpa nel serbatoio. Evelyn ha un difetto in un'iride. Katherine sembra un duplicato di Evelyn, ma è il frutto di un incesto, piena zeppa di tare genetiche. L'elenco potrebbe continuare. Robert Towne ha sostenuto che tutto ciò non è stato intenzionale, dato che lui e Polański non hanno mai discusso l'uso di tali immagini come tema ricorrente. Non gli credo. 


Un singolare riferimento

Nel film A proposito di omicidi... (The Cheap Detective, 1978), una parodia poliziesca diretta da Robert Moore, c'è un personaggio nanesco e violento che somiglia moltissimo al cameo di Polański in Chinatown. A un certo punto, il detective Lou (interpretato da Peter Falk) gli dice, puntandogli una pistola: "Tu sei quello che si diverte a prendere a schiaffi le donne. Vediamo adesso se ti diverti quando quello che prende gli schiaffi sei tu!" Quindi lo costringe a prendersi a schiaffi da sé, e questo esegue l'ordine, finché non crolla. Il punto è che nel film tale personaggio non aveva mai preso a schiaffi nessuna: la scena mi è sempre parsa qualcosa di incongruo e incomprensibile. Ora ho capito. È possibile che la scena degli schiaffi assestati da Nicholson alla Dunaway in Chinatown fosse considerata una trovata di Polański, concepita con deliberata malvagità. Così Robert Moore ha espresso il suo sdegno e si è mostrato come una specie di "vendicatore".

Curiosità varie 

La Chinatown originale di Los Angeles fu demolita tra il 1933 e il 1936 per far posto alla Union Station. L'attuale Chinatown, situata a pochi isolati di distanza, aprì nel 1938. Quindi l'unica volta in cui Los Angeles non ebbe una Chinatown ufficiale fu il 1937, proprio l'anno in cui è ambientato questo film.

Roman Polański ha affermato che, nel restare fedele alla tradizione dei romanzi polizieschi di Raymond Chandler, ha girato l'intero film dal punto di vista del personaggio principale.

Dopo diverse riprese che non sembravano mai andare a buon fine, Faye Dunaway diede in escandescenza e chiese a Jack Nicholson di schiaffeggiarla sul serio. Così l'attore le assestò una serie di sganassoni e si sentì profondamente in colpa. Questo nonostante fosse stata proprio la Dunaway a prendere la decisione: era una donna molto morbosa, attratta dagli uomini violenti. La scena della raffica di sberle riuscì così bene che il regista ne fu entusiasta e decise di includerla nel film. Ai nostri tempi, col politically correct imperante, non sarebbe più possibile girarne una simile. 

All'epoca delle riprese, Jack Nicholson aveva appena iniziato la sua lunga relazione con Anjelica Huston. Questo rendeva le scene con il padre di lei, John Huston, piuttosto imbarazzanti.  Sì, perché il ruolo del vecio era quello del porco incestuoso. L'unica volta che Anjelica fu sul set, stavano girando la scena in cui Noah Cross interroga il personaggio di Nicholson con fare inquisitorio per accertarsi se va a letto con la figlia: "E anche ci dorme insieme? Su andiamo, signor Gittes, per ricordarselo non dovrà pensarci sopra, no?" Sì, perché in quel paese di sani principi religiosi che è l'America, un padre ha il diritto di essere geloso se la figlia gli mette le corna con un estraneo! 

Faye Dunaway e Roman Polański erano famosi per i loro furibondi litigi sul set. Durante le riprese, il regista le strappò alcune ciocche di capelli. In un'altra occasione, quando lei gli chiese quale fosse la motivazione del suo personaggio, lui esplose: "Di' solo quelle fottute parole, il tuo stipendio è la tua motivazione!" 
Ci furono anche momenti più drammatici. La Dunaway doveva orinare, ma Polański voleva girare a tutti i costi una scena e non le permetteva di liberarsi la vescica. Lei allora orinò in una tazza e gli gettò il contenuto sulla faccia. Difficile comprendere per quale motivo il regista si accanisse su una creatura così bella e sensuale. 

Nella sceneggiatura originale di Robert Towne, il malvagio Noah Cross muore e la sua eroica figlia Evelyn Mulwray sopravvive. Il regista rifiutò questo finale. Riteneva che non ci fosse nulla di speciale nei thriller in cui i buoni trionfano e che il film avesse bisogno di un finale tragico per distinguersi. In realtà lo fece per odio verso l'attrice.  

Il nome dell'ingegnere idrico ed energetico Hollis Mulwray è probabilmente un gioco di parole sul nome del capo realmente esistito del Dipartimento Idrico ed Energetico di Los Angeles, William Mulholland (1855 - 1935). Uomo ossessionato da una sfida ingegneristica di proporzioni epiche, Mulholland portò il fiume Owens a Los Angeles, trasformando la Owens Valley, precedentemente rigogliosa, in un vero e proprio deserto, attraverso una combinazione di determinazione e inganno.

Nel film si fa ripetutamente riferimento a una diga rotta che causò un disastro a Los Angeles. Questa sotto-trama è vagamente basata sul crollo della diga di St. Francis il 12 marzo 1928. La diga fu progettata e costruita tra il 1924 e il 1926 dal Bureau of Water Works and Supply, concepita come grande bacino di regolazione e stoccaggio per l'acquedotto di Los Angeles. A causa delle fondamenta difettose e di una serie di difetti di progettazione, subito dopo il suo completamento si verificarono crepe da contrazione e una piccola quantità di infiltrazioni. Nonostante una serie di riparazioni negli anni successivi, la diga si ruppe in diversi pezzi di grandi dimensioni nel marzo del 1928. L'alluvione che ne derivò causò un blackout a Los Angeles, nella San Fernando Valley e nella valle del fiume Santa Clara, danneggiando gravemente le città di Fillmore, Bardsdale e Santa Paula. Uccise 431 persone. L'ingegnere capo William Mulholland fu ritenuto responsabile del disastro, perché aveva notato diversi difetti nella diga, ma li aveva definiti irrilevanti. Aveva anche rinviato le riparazioni necessarie ore prima del cedimento della diga. Mulholland fu costretto a ritirarsi e a trascorrere il resto della sua vita da recluso.

Etimologia del cognome Gittes

Il cognome Gittes (pronuncia /'gɪtɪz/) è principalmente di origine ebraica ashkenazita dell'Europa orientale (Polonia, Ucraina), e deriva dalla parola yiddish giter, git "buono", "piacevole". In origine doveva essere un soprannome del capostipite. È possibile che in Gittes siano confluite altre etimologie, di origine tedesca, formatesi da un nome topografico designante qualcuno che viveva vicino a una barriera (medio alto tedesco gitter "cancello", "barriera", "ringhiera") o da un nome abitativo derivato dal toponimo Gitter, vicino a Brunswick. 
Nota: 
Il vegliardo incestuoso pronuncia in modo ortografico il cognome come /gɪts/, così l'investigatore lo corregge. Questa pronuncia errata da parte del demoniaco Cross non era prevista nella sceneggiatura. 

Etimologia del cognome Mulwray

Il cognome Mulwray (con varianti come Mulray) è di origine irlandese, radicato soprattutto nella provincia del Connacht. È una forma anglicizzata del gaelico Ó Maolruaidh, che si traduce in "discendente di Maolruadh" ("Capitano dai capelli rossi"), o talvolta di Ó Maolmhuire ("Devoto di Maria"). Storicamente, questo cognome è associato alla nobiltà irlandese cattolica, con documenti rinvenuti nel Regno Unito nel 1860.