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sabato 18 maggio 2024

I PAMPÌNI DEL TEOLOGO, I PÀMPINI DELLA VITE... E IL POMPINO!

In italiano il pàmpano o pàmpino è la foglia della vite (Vitis vinifera); è chiamato così anche il germoglio verde e tenero della stessa pianta, che spunta dai tralci che portano foglie, viticci e grappoli. La parola deriva dal latino pampinus, con l'accento sulla vocale -a-, essendo la -ĭ- breve. 
Nell'italiano di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (1927 - 2022), il pampìno era invece il bambino.  In pratica, tra il pàmpino della vite e il pampìno del pontefice e teologo tedesco cambia soltanto la posizione dell'accento. Questo per via di una caratteristica fonetica tipica del bavarese, che tende a realizzare la consonante occlusiva /b/ come sorda, ossia come una /p/ non aspirata. 
Ora ci addentriamo in meandri davvero bizzarri della linguistica. 
Non tutti sanno che il termine pàmpano è anche tipico del gergo ittico: indica infatti le specie di pesci del genere Trachinotus, che sono ottimi commestibili, particolarmente gustosi cucinati alla griglia. Questa denominazione è derivata dallo spagnolo: pámpano, plurale pámpanos. Discende in modo diretto dal latino pampinus, che poteva significare anche "tentacolo di polpo".  
Nell'inglese degli Stati Uniti d'America, il termine spagnolo pámpano è stato trascritto come pompano. La vocale posteriore aperta /ɔ/ dell'inglese britannico è infatti diventata una vocale centrale /a/ negli USA. Così per trascrivere una /a/ tonica dello spagnolo, è stato fatto ricorso a -o-

Un biologo americano, W. N. Lockington, è stato ingannato da un informatore linguistico particolarmente burlone, o forse soltanto da una scarsa dimestichezza con la trascrizione delle parole straniere: ha così pubblicato un libro, Notes on Pacific Coast Fishes and Fisheries (The American Naturalist, vol. 13, Essex Institute, 1879), in cui si afferma che i pescatori italiani chiamerebbero "pompino" un particolare pesce, il Poronotus simillimus! Dopo una breve ricerca, ho scoperto che il Poronotus simillimus o Stromateus simillimus, oggi Peprilus simillimus (eh sì, la Scienza continua a cambiare i nomi), è chiamato "pompano" - e non dai pescatori italiani. Il nome, pseudoitaliano, è in realtà proprio lo spagnolo "pámpano" di cui abbiamo trattato sopra, con l'accento che cade sulla prima sillaba. Credo che il dottor Lockington non abbia mai sentito pronunciare la parola "pompino" con l'accento sulla seconda sillaba, che in italiano indica la fellatio. Eppure, quando si legge la sua trascrizione erronea, si può solo avere davanti agli occhi una sequenza pornografica in cui una donna è intenta a lavorare un fallo con la bocca. 

Ecco il testo ittiologico originale in inglese: 

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - This species was first described by Dr. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. on p. 85) in December, 1860, and accompanied by a good outine figure.  Dr. Ayres states that in the course of seven years he only saw three or four specimens ; but this year, at least, it is far more abundant, as I have seen as many as thirty or forty on the same stall on two or three occasions during October.  As with the other Scomberoids, the examples brought to this market are caught in Monterey bay, which appears to form the northern limit of many species of fishes, crustacea and echinoderms. 
As in the arrangement of the fishes in the Museum of the California Academy of Science, we are, at present, following the classification of Dr. A. Günther, of the British Museum, the name of this species must be changed from Poronotus simillimus, the title given by Dr. Ayres, to Stromateus simillimus ; as Dr. Günther admits no such genus as Poronotus, and it agrees with Stromateus in the entire absence of the ventral fins, short elevated form of body, and single long dorsal and anal fins.   
The Italian fishermen call this species "pompino", and this must be accepted, in the absence of any other, as its English name. I am informed that a fish called "pompino", on the Atlantic coast, is considered the most delicate of all fishes ; this is Trachynotus carolinus, a very different species. Our "pompino" is also highly priced as a delicate morsel, and is one of the dearest fish on the market. 
Mr. B.B. Redding has given me an account of a little practical joke in which the New Orleans species of pompino is concerned. When, during the civil war, Dr. Russell was in this country as correspondent, I believe, of the Times, he was so anxious to taste the celebrated pompino that he obtained leave to pass through the lines and visit New Orleans for the purpose. It happened, however, that pompino was not in season, but a perch of somewhat similar size and form, aided by the cookery of a clever negro cook, was passed off upon him as pompino. Dr. Russell ate, relished exceedingly, and wrote to his paper a glowing description of the gustatory delights of pompino, and it was not till some years after that it transpired that pompino was not then in season, and that he had been put off with perch. 

Questa è la traduzione (se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, è a dir poco esilarante!):

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - Questa specie fu descritta per la prima volta dal Dott. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. a p. 85) nel dicembre 1860, accompagnata da una buona illustrazione schematica. Il Dott. Ayres afferma di aver visto solo tre o quattro esemplari nel corso di sette anni; ma quest'anno, almeno, è molto più abbondante, dato che ne ho visti trenta o quaranta sulla stessa bancarella in due o tre occasioni durante ottobre. Come per gli altri Scomberoides, gli esemplari portati a questo mercato sono stati catturati nella baia di Monterey, che sembra costituire il limite settentrionale di molte specie di pesci, crostacei ed echinodermi.
Poiché nella disposizione dei pesci nel Museo dell'Accademia delle Scienze della California, attualmente seguiamo la classificazione del Dott. A. Günther del British Museum, il nome di questa specie deve essere cambiato da Poronotus simillimus, titolo attribuito dal Dr. Ayres, a Stromateus simillimus; in quanto il Dott. Günther non ammette un genere chiamato Poronotus, e questa specie concorda con Stromateus per la totale assenza di pinne ventrali, la forma del corpo corta ed elevata e le singole pinne dorsali e anali lunghe.
I pescatori italiani chiamano questa specie "pompino", e questo deve essere accettato, in mancanza di altro, come nome inglese. Mi risulta che un pesce chiamato "pompino", sulla costa atlantica, sia considerato il più delicato di tutti i pesci; si tratta del Trachynotus carolinus, una specie molto diversa. Anche il nostro "pompino" è molto apprezzato come prelibatezza ed è uno dei pesci più costosi sul mercato.
Il signor B.B. Redding mi ha raccontato di un piccolo scherzo che riguarda la specialità di New Orleans chiamata pompino. Quando, durante la guerra civile, il dottor Russell si trovava in questo paese come corrispondente, credo, del Times, era così desideroso di assaggiare il celebre pompino che ottenne il permesso di attraversare le linee nemiche e visitare New Orleans a tale scopo. Accadde, tuttavia, che il pompino non era di stagione, ma gli fu spacciato per pompino un pesce persico di dimensioni e forma simili, preparato con l'aiuto di un abile cuoco nero.
Il dottor Russell mangiò, lo gustò con grande piacere e scrisse al suo giornale una descrizione entusiastica delle delizie gustative del pompino, e solo alcuni anni dopo si scoprì che il pompino non era allora di stagione e che era stato sostituito col pesce persico.

Anche se il pesce dello studioso in realtà non ha nulla a che fare con il sesso orale, non si può fare a meno di ridere! 
Tornando alla viticoltura, è emerso dai miei banchi di memoria stagnante un episodio di molti anni fa. La sensuale ed esuberante R. stava leggendo un brano a caso del Decameron di Boccaccio, quando al posto di Pampìnea ha letto Pompinéa. Anche se per pura malizia, è caduta nello stesso errore del dottor Lockington: dai pampini della vite è passata ai pompini!

domenica 12 maggio 2024

SCIRI E BASTARNI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

Due popoli indoeuropei enigmatici abitavano nella regione dei Carpazi a partire dal III secolo a.C., giunti da Settentrione, con ogni probabilità dall'area oggi chiamata Polonia: gli Sciri e i Bastarni. I primi sono tradizionalmente sono considerati Germani, o comunque di lingua germanica. Per quanto riguarda i secondi, molti li considerano Germani, anche se regna una certa confusione e sono stati avanzati diversi dubbi. Dato che si tratterebbe di due delle più antiche attestazioni di popoli di lingua germanica nella Storia, la questione deve quindi essere discussa con particolare attenzione. Va detto che già nell'antichità circolavano opinioni estremamente confuse. 

1) Gli Sciri 

Forma latina: Scīriī /'ski:rii:/, Scīrī /'ski:ri:/
     (genitivo Scīriōrum, Scīrōrum)
Forma greca: ΣκίριοιΣκίροι

Gli Sciri furono un popolo germanico il cui etnonimo è trasparente, ben comprensibile a partire dalla lingua di Wulfila: skeirs /ski:rs/ significa "chiaro", anche nel senso di "puro" (il dittongo grafico -ei- trascrive una -i- lunga). Un testo teologico in gotico è conosciuto come Skeireins /'ski:ri:ns/, ossia "Spiegazioni" - alla lettera "Chiarimenti". La parola skeirs aveva già un ampio campo semantico, analogamente a quanto avviene in italiano con chiaro (da cui si formano molti derivati come chiarire, chiarezza, etc.). 
Così è ragionevole supporre che il nome degli Sciri, appartenente al germanico orientale, significhi proprio "Chiari", "Splendenti", "Puri" e anche "Puri di sangue", "Puri di stirpe". 

Forma gotica ricostruita: *Skeirjos /'ski:rjo:s/ 
Tema della declinazione: -ja- 

Non ci sono particolari problemi ad ammettere un dileguo della -j- di *Skeirjos, senza dubbio favorito dalla vocale anteriore della sillaba precedente. 

Forma gotica ricostruita: *Skeiros /'ski:ro:s/ 
Tema della declinazione: -a-

L'etimologia è diretta, si tratta di una sostantivazione dell'aggettivo skeirs "chiaro", che ha una vocale tematica -i- / -ja-:

Forma protogermanica ricostruibile: *skīriz 
Forme gotiche attestate: skeirs

Declinazione forte: 
nominativo maschile: skeirs
nominativo femminile: skeirs
nominativo neutro: skeir, skeirjata 

Declinazione debole: 
nominativo maschile: skeirja 
nominativo femminile: skeirjo 
nominativo neutro: skeirjo 

Etimologie alternative: 

1) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal protogermanico *skīrō "divisione amministrativa" (da cui l'inglese shire "contea"). Il problema è che non è una ricostruzione sicura: potrebbe essere *skīzō con la sibilante sonora /z/ rotacizzata in seguito. L'etnonimo degli Sciri, antichissimo (dal II secolo a.C.), non può essere il prodotto di un rotacismo, essendo questo mutamento fonetico avvenuto in epoca molto posteriore (nelle lingue germaniche occidentali).
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia di sceriffo


2) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal medio persiano shīr "latte" o dal suo omofono shīr "leone". La prima ipotesi incontra difficoltà semantiche insormontabili; la seconda sarebbe semanticamente accettabile. Tuttavia  occorre scartare entrambe le comparazioni: sono inammissibili già per motivi fonologici (non rendono conto del gruppo consonantico /sk-/). 

Gli antroponimi noti associabili agli Sciri sono tardi e appartengono chiaramente alla lingua gotica: Edeko, Edica (padre di Odoacre), Onulphus, Onulf (fratello di Odoacre). 
Esistono alcuni toponimi della Baviera che derivano dal nome degli Sciri: 
Scheyern (attestato come Scira nel 1080)
Scheuer (attestato come Sciri nel 975 circa)
Scheuern in Neubeuern (attestato come Skira nell'XI secolo)
Scheuring (attestato come Sciringen nel 1150) 
La fonologia presenta irregolarità che meriterebbero di essere investigate. Sembra quasi che rifletta sviluppi di una lingua diversa dall'antico bavarese. 

Conclusioni: 
Le implicazioni dell'etimologia gotica, che resta la migliore, sono potenti. 

2) I Bastarni

Forma latina: Basternae
     (genitivo Basternārum)
Forma greca: ΒαστάρναιΒαστέρναι 

I Bastarni furono un popolo indoeuropeo di incerta origine: in genere sono considerati Germani, ma non manca chi li attribuisce ai Celti o addirittura ai Sarmati (Iranici). Particolarmente diffusa è l'idea che in origine fossero Germani, ma mescolati ad elementi di altra stirpe, come i Celti e i Sarmati. Non c'è finora alcun sostanziale accordo nel mondo accademico sulla reale appartenenza etnica di queste genti: si riflette la molteplicità delle opinioni presenti negli autori classici. Ecco un quadro sintetico: 

1) Livio, Plutarco: i Bastarni sono Galli, Galati, ossia Celti  
2) Strabone, Plinio il Vecchio: i Bastarni sono Germani 
3) Tacito: i Bastarni sono Germani, ma con sangue e influenza dei Sarmati
(l'autore aggiunge che sono pigri e sporchi) 
4) Dione Cassio, Zosimo: i Bastarni sono Sciti 
5) Appiano: i Bastarni sono Traci 
Nota: 
Strabone, che considera i Bastarni Germani, in un'altra occasione li elenca tra i Roxolani, considerati Sciti. Si contraddice. Zosimo considera Sciti persino i Goti, la cui lingua è eminentemente germanica.

Da questi elementi piuttosto scarsi ed erratici deriva una singolare suggestione. Se i Bastarni sono stati una mescolanza di genti, viene naturale pensare che fossero... i BastardiLa tentazione è quella di contrapporre agli Sciri, che sono i "Puri", i Bastarni, interpretando il nome di questi ultimi come "Mescolati", "Impuri" e "Bastardi", come anche suggerito dalla notevole assonanza. Ecco, se ciò fosse vero, si sarebbe trovata la vera etimologia della parola "bastardo". In realtà le cose non sono così facili. 
i) Cominciamo dalla semantica: nessun popolo si darebbe un nome intrinsecamente spregiativo. Certo, in teoria potrebbe essere un esoetnico, attribuito da avversari, ma è comunque difficile credere che dell'endoetnico non sia rimasta traccia alcuna. A quanto pare, i Bastarni erano invece fierissimi del loro nome e si consideravano le più potenti tra le genti. Argomenti simili sono stati enunciati dallo storico britannico Roger Batty (2008).
ii) La formazione dello spiacevole epiteto "bastardo" è avvenuta in epoca medievale, in condizioni complesse, e presenta caratteristiche non ravvisabili nell'etnonimo dei Bastarni.  
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia della parola bastardo


In realtà esiste un'etimologia ben più plausibile per il nome dei Bastarni, che permette di superare tutte le criticità, evitando problemi semantici e anacronismi. 
La derivazione proposta è dal verbo protogermanico *bastijanan "unire", "mettere insieme", da cui discende in ultima analisi l'italiano bastire, imbastire. Un'unione di popoli esprime comunque un concetto di varietà, ma senza alcuna accezione negativa. 

Protoforma gotica ricostruita: *Bastarnos
         /'bastarno:s/
   Variante: *Bastairnos /'bastεrno:s/ 

Protogermanico: *Bastarnōz / *Basternōz 
Significato: Gli Uniti

Wiktionary si limita a ricostruire il verbo a livello di germanico occidentale, anche se a mio avviso è possibile pensare che fosse già presente nella protolingua germanica comune. 

Antico alto tedesco: besten (< *bastjan)
Tedesco moderno: basteln, besteln 
Medio basso tedesco: besten 
Latino volgare: *bastīre (prestito germanico)

Il verbo sarebbe derivato a sua volta dal protogermanico *bastaz "fibra" (inglese bast "rafia", "fibra tenace e grossolana", tedesco Bast idem), nel senso originario di "unire più fibre", "cucire insieme".  


Un tipo di carro: la basterna. Non sembra derivato da *bastum "sostegno", più plausibilmente è stato preso proprio dall'inclito nome dei Bastarni. 

Etimologia alternative: 

1) Lo studioso russo Oleg Trubačev (Indoiranica, 1999) ha proposto una derivazione dall'avestico bast- "legare"; "schiavo" (cfr. ossetico bættən "legare", bast "legato") e *arna- "prole", considerandolo analogo nella formazione all'epiteto δουλόσποροι "gli schiavi Sporoi" menzionato da Nonno e Cosma, dove gli Sporoi sono il popolo che Procopio menziona come gli antenati degli Slavi. Echeggiano note di linguistica nazionalista. Anche se è interessante la somigianza della radice iranica bast- con il verbo protogermanico *bastijanan, rimane difficile pensare che l'elemento -arn- / -ern- sia qualcosa di più di in mero suffisso.
2) Secondo lo studioso lituano Rimantas Matulis, il nome dei Bastarni sarebbe spiegabile ricorrendo alla locuzione lituana basi tarnai "servi scalzi". Questa interpretazione viene talvolta utilizzata per sostenere la presenza o l'influenza baltica nella regione del Danubio durante l'antichità. Ha tutta l'aria di essere un'etimologia popolare.

Divisioni e antroponimi dei Bastarni

I Bastarni si dividevano in Atmoni, Sidones e Peucini (o Peuci).
Da questi etnonimo possiamo fare interessanti deduzioni. 

1) Atmoni "Gente dello Spirito"
Cfr. protogermanico *ǣþmaz "spirito, respiro"
Nota:
L'esito della vocale tonica è simile a quello del germanico occidentale e settentrionale, diverge da quello del germanico orientale.
2) Sidones "Gente della Tradizione" 
Varianti: Sidoni, Sidini 
Cfr. protogermanico *siðuz "costume, tradizione"
Nota: 
Sono applicate le leggi di Grimm e di Verner.
3) Peucini "Gente del Pino"
Varianti: Peuci 
Cfr. protogermanico *fiuχtijōn "abete"
Nota: 
Manca l'elemento dentale -t-. Manca l'applicazione della legge di Grimm. Essendo il nome derivato da quello dell'isola di Peuce (greco Πεύκη), potrebbe semplicemente essere un prestito. 

Sappiamo che il nome di alcuni capi. Uno di questi, Deldo, è di etimologia incerta e significato al momento indeterminabile. Un altro, Teutagonus "Figlio della Tribù", di chiarissima tradizione indoeuropea, che mostra una formazione più celtica che germanica. Un altro ancora, Cotto, ha un nome tipicamente celtico che significa "L'Anziano".

Conclusioni 

Sussistono varie possibilità. La lingua dei Bastarni potrebbe essere un sottogruppo ignoto delle lingue germaniche. Tuttavia si potrebbe anche trattare di una sottofamiglia indoeuropea indipendente, oggi perduta ("i Bastarni sono Bastarni"). Si dà la possibilità che nel corso del tempo i Bastarni siano passati dalla loro lingua originaria a una lingua germanica. Per chiarire definitivamente la questione servirebbero ulteriori dati, che molto difficilmente saranno reperiti.

venerdì 10 maggio 2024

LA DUPLICE ETIMOLOGIA DELLA PAROLA SCERIFFO

La parola sceriffo nella lingua italiana ha due diversi significati, e ovviamente due diverse etimologie: 

1) capo della polizia di contea (Stati Uniti d'America);
    alto magistrato di contea (Regno Unito) 
2) nobile arabo (es. "sono gli abiti di uno sceriffo dei Beni Wejh")
 
Nella seconda accezione, può essere considerato obsoleto, ma resta usato nella versione in italiano del film Lawrence d'Arabia (Lawrence of Arabia, 1962), diretto da David Lean - che costituisce una fonte autorevole.

Etimologia 1)

Nell'accezione di "capo di polizia di contea" o "alto magistrato di contea", la parola sceriffo deriva dall'inglese sheriff, che è un antico composto ormai fossilizzato.  

Inglese: sheriff 
   Pronuncia: /ˈʃɛɹɪf/, /ˈʃɛɹəf/
   Forma plurale: sheriffs 
Forme obsolete: sherriffshrieve 
Forma dotta (calco): shire-reeve 
Scots: shirra 
Medio inglese: shirreve 
  Varianti: scirereve, scyrreve, scirreve, shirryf
    schireveschirref, scheryfe, schereffe, scherreve
    schereref, shyryfshyrrefe, sherryff, shreve 
   Pronuncia: /ˈʃireːv(ə)//ˈʃ(ɛ)reːv(ə)/, /ˈʃiːreːv(ə)/,
          /ˈʃɛriv(ə)/, /ˈʃirif(ə)/, /ˈʃɛrif(ə)/
   Forma plurale: shireves, etc. 
Antico inglese: sċīrġerēfa "magistrato distrettuale"
   < sċīr "contea, distretto" + ġerēfa "magistrato"
  Pronuncia: /ʃi:rje're:fa/, /ʃi:rje're:va/
  Forma plurale: sċirġerēfan 
      (declinazione debole)

Derivati di sheriff

sheriffalty "ufficio o giurisdizione di uno sceriffo" 
sheriffdom "regione in cui uno sceriffo ha autorità"; 
    "ufficio o periodo di ufficio di uno sceriffo"
sheriffhood "ufficio di sceriffo"
sheriffry "area di giurisdizione di uno sceriffo"
sheriffwick "area di giurisdizione di uno sceriffo"; 
    "posizione o ufficio di sceriffo"
Nota: 
Treccani ipotizza che la parola inglese sia giunta in italiano attraverso la mediazione del francese chérif. Tuttavia, la forma corretta in francese è shérif. Vedi nel seguito per chérif "nobile arabo". Anche quelli della Treccani possono ciccare!


Passiamo ora ad analizzare in dettaglio le origini di entrambe le componenti che hanno dato origine alla parola sheriff.  

Primo membro del composto:

La parola inglese shire /'ʃaɪə/ "contea" (/-ʃɪə/ nei composti), tramite il medio inglese schire (varianti: shire, chire, schere, schyere, schyr, schyre, shere, shiere, shyre, ssire) /'ʃi:r(ə)/, /'ʃe:r(ə)/, risale all'antico inglese sċīr (variante: sċȳr/ʃi:r/, che è purtroppo di etimologia incerta. Al di fuori dell'anglosassone, trova riscontri noti soltanto nell'antico alto tedesco skīra (varianti: scīra, skiera, sciera) "carica, ufficio", che presenta non pochi problemi. Già soltanto una variante come skiera, con un difficile dittongo -ie-, fa venire il sospetto che qualcosa ci stia sfuggendo. 

La ricostruzione a livello di protogermanico non dà certezze. 
Esistono infatti due possibilità diverse: 
i) *skīrō
ii) *skīzō 

i) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe genuina. Si tratterebbe di un sostantivo femminile derivato dalla stessa base dell'aggettivo *skīriz "chiaro", "splendente". La trafila semantica sarebbe la seguente: "cosa splendente" > "onore" > "ufficio, incarico" > "divisione amministrativa", "distretto". La radice dell'aggettivo *skīriz è la stessa di *skīnanan "splendere" (da cui inglese to shine, etc.) 
Sono stati indicati possibili paralleli nelle lingue slave (*ščirŭ "pulito", "vero", ma potrebbe trattarsi di un prestito dal gotico) e nell'albanese hir "grazia, favore" (< *skīra). 
ii) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe invece il regolare derivato del rotacismo di un'originaria sibilante sonora -z-. La protoforma *skīzo permetterebbe il paragone al latino cūra "attenzione", "preoccupazione" (ma anche "amministrazione", "governo"), che deriva da un più antico coera, coira, a sua volta dal proto-italico *kwoizā (cfr. peligno coisatens = cūrāvērunt). La derivazione sarebbe quindi da un protoindoeuropeo *kweis- "vedere", "prestare attenzione", con esiti in celtico e in indoiranico.
Nota: 
Il tentativo di far risalire *skīrō al protoindoeuropeo *(s)ker- "dividere" è da rigettarsi: il vocalismo sarebbe inesplicabile.

Secondo membro del composto

L'inglese reeve "ufficiale" deriva dall'antico inglese ġerēfa "magistrato", che a sua volta è dalla protoforma germanica occidentale *garāfijō "conte", "magistrato". 
Dalla stessa protoforma deriva il famoso nome tedesco del conte, Graf.

Antico alto tedesco: grāfio, grāfo, grāvo, grāviogrāphio, krāvio, grābo, crābo "conte"  
Da qui derivano chiaramente le forme attestate in latino medievale: grāfiō, garāfiō, grāffiō, grāviō


Dalla protoforma germanica occidentale è possibile risalire a un protogermanico *gagrǣfijǣn, ricostruibile a partire dal gotico gagrefts "decreto", "editto", che tuttavia è di origine piuttosto incerta. Si nota che presupporrebbe un verbo *grefan "comandare", "ordinare", finora non attestato.  
Nota: 
La tradizionale etimologia del nome del conte dal greco γραφεύς (graphéus) "scriba", è ingenua e va rigettata già solo per motivi fonologici.

Etimologia 2)

Nell'accezione di "nobile arabo", la parola sceriffo deriva, con ogni probabilità tramite l'inglese Sharif (varianti: sharifSherif, sherifshereef, xerif), dall'aggettivo arabo شَرِيف  šarīf "nobile", "onorato", "di nobile lignaggio", "eccellente". È un titolo d'onore, derivato dal verbo شَرُفَ  šarufa "essere nobile" e spesso attribuito a discendenti del Profeta.  

maschile: شَرِيف  šarīf 
femminile: شَرِيفَة  šarīfa 
maschile plurale (regolare): شَرِيفُون  šarīfūn
maschile plurale (fratto): شُرَفَاء  šurafāʔ, أَشْرَاف  ʔašrāf
femminile plurale (regolare): شَرِيفَات  šarīfāt
femminile plurale (fratto): شَرَائِف  šarāʔif
elativo: أَشْرَف  ʔašraf 


Questa parola è entrata in molte lingue, sia europee che extraeuropee. Ne riporto alcuni notevoli esempi, senza la pretesa di essere esaustivo. 

Adattamenti europei:
Francese: chérif
Spagnolo: jerife
Portoghese: xerife 

Prestiti in importanti lingue asiatiche:
Persiano: شریف  šarif "nobile, aristocratico" 
   fraseologia:
   مرد شریف  mard-e šarif "uomo nobile"
   دودمانی شریف  dudmâni šarif "un nobile lignaggio"
   اسم شریف شما  esm-e šarif-e šomâ "il vostro illustre nome" 
Turco Ottomano: شریف  şerif "nobile, onorato"; "santo"
  Turco moderno: şerif "sacro" 
Hindi: शरीफ़  śarīf "nobile"
Bengali: শরীফ  śoriph "santo", "nobile" 
Gujarati: શરીફ  śarīph "santo", "nobile" 
Malese, Indonesiano: syarif "uomo di nobile stirpe", 
       "discendente del Profeta" (1)

(1) Sembra che sia abbastanza difficile far capire a un indonesiano che uno sceriffo di un film western (syerif) non si presenta come un discendente del Profeta (syarif).

Altri prestiti: 
Maguindanao: serip "discendente del Profeta" (2) 
Maranao: sarip "nobile", "capo di una setta religiosa" 
Somali: sariif "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"
Swahili: sharifu "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"

(2) Wiktionary dà la forma sarib, che non sono stato in grado di trovare. 

Conclusioni

Questo caso dimostra l'importanza estrema della Scienza dei prestiti lessicali. Si riesce a tracciare ogni ramificazione labirintica dei passaggi da una lingua all'altra, tuttavia il rumore di fondo diventa importante man mano che andiamo indietro nel tempo, fino a presentarci un ostacolo per ora insormontabile. La speranza è quella di reperire nuovi elementi che possano far luce sul mondo protogermanico.

lunedì 6 maggio 2024

LA CONTROVERSA ETIMOLOGIA DI BASTARDO

Tutti sappiamo cosa significa la parola bastardo. Pochi si sono posti domande sulle sue origini. Dirò subito che la ricerca si presenta come particolarmente spinosa. L'etimologia di bastardo più accreditata nel mondo accademico è quella che presuppone un accrescitivo-peggiorativo di basto "sella rudimentale per animali da soma", ottenuto tramite il suffisso -ardo, di origine germanica e vasta diffusione. La parola è giunta in italiano dal francese antico (lingua di oïl) del XIII secolo: bastard (nominativo singolare bastartz) o fils de bast (alla lettera "figlio del basto"). In francese moderno il vocabolo si è evoluto in bâtard, perdendo regolarmente la sibilante. Questa era l'accezione: il figlio legittimo è procreato nel letto nuziale, mentre il figlio illegittimo è nato da un connubio adulterino che avviene al di fuori del letto nuziale, ad esempio appoggiandosi al dorso del mulo. Il mitico Lino Bènfi in un suo sketch ci ricordava che il mulo è morbido (in realtà intendeva alludere in modo guittesco al culo). Questa è la versione canonica del mondo accademico, che considera il composto ibrido, ossia esso stesso un bastardo germano-romanzo. 

Etimologia di basto
Si ricostruisce un latino volgare *bastum, a quanto pare non attestato, formato a partire dal verbo greco βαστάζω (bastázō) "io porto, sostengo un peso". 

Etimologia del suffisso -ardo (lingua d'oïl -ard): 
Protogermanico: *χarduz "duro" 
    Gotico: hardus "duro" 
    Tedesco: hart "duro" 
    Inglese: hard "duro" 

Un giochetto topolinesco

Ricordo uno stupido gioco comparso su un numero di Topolino. Su uno sfondo azzurrognolo in cui campeggiava il faccione grossolano e sghignazzante di Gambadilegno, comparivano alcune ingannevoli derivazioni di parole, in apparenza formate con i suffissi -ino e -one
Il primo riquadro era quello dei falsi diminutivi. Sono pseudo-formazioni di questo genere:

uovo : ovino 
tacco : tacchino 
mulo : mulino 
pulce : pulcino 
naso : nasello 

Il secondo riquadro era quello dei falsi accrescitivi. Sono pseudo-formazioni di questo genere:

basto : bastone 
matto : mattone 
burro : burrone 
lampo : lampone 

Ricordo nitidamente alcune di queste "coppie", come uovo : ovino e basto : bastone. Ce n'erano alcune altre di questo tipo, che però ho dimenticato. Si potrebbe aggiungere un ulteriore esempio di falso peggiorativo, formato con il suffisso -accia (femminile):

foca : focaccia 

Detto questo, bastone non può essere considerato un "falso accrescitivo", dato che è proprio un derivato di basto, nel suo senso originario di "carico"; "sostegno". Il bastone è il sostegno per eccellenza. Adesso vorrei sapere quanti giovani della Gen Z saprebbero descrivermi a grandi linee la semantica della parola basto. Con un po' di fantasia, il basto, carico del mulo, è il sostegno della coppia di adulteri che fotte appoggiandosi al morbido animale. Date le imposizioni draconiane della Chiesa Romana, lo sperma veniva scaricato nel vaso procreativo e ne nasceva ineluttabilmente il bastardo. Più ci rimuginavo e meno mi quadrava, così me ne sono uscito con un'idea migliore, più sensata. 

L'etimologia germanica del francese antico bast

Il primo membro del francese antico bastard in realtà non è affatto la parola che indica il carico del mulo. Si tratta della fossilizzazione di una parola originaria della lingua germanica dei Franchi: *banst "granaio", cfr. gotico bansts "granaio", medio olandese banst, olandese moderno (dialettale) banst, baanst, baast, baas - tutti output del protogermanico *banstiz. Così il francese antico fils de bast è in realtà il "figlio del granaio". Il granaio è un luogo ben più diffuso e naturale per copulare di quanto non possa esserlo il dorso o il fianco di un animale da soma! Quando la lingua dei Franchi si è stemperata e ha cessato di essere di uso corrente nella Neustria, si è avuta la confusione con l'omofono bast "carico". 

Una seconda etimologia germanica?

A complicare le cose, abbiamo il paragone con l'antico frisone bōst "matrimonio morganatico" (variante bōste), che risale regolarmente al protogermanico *banstiz o *banstuz (con perdita della nasale e allungamento compensatorio della vocale). Tra i germanisti è comune l'idea che la parola derivi dal protogermanico *bindanan "legare" (tedesco binden, inglese to bind, etc.), con il significato originale di legame. Si arriva così al marasma etimologico: non abbiamo modo di discriminare tra due possibilità equiprobabili. Si tenga però conto che la parola dell'antico frisone è isolata tra le lingue germaniche - per quanto ne sappiamo. Avanziamo così la possibilità che derivi in ogni caso da *banstiz con il preciso significato di "granaio", con riferimento a un connubio "spontaneo" e non sancito dalla Chiesa Romana. Nel frisone occidentale moderno il vocabolo è tuttora conservato come boask, boaste. Essendo l'argomento così spinoso e controverso, bisognerà dedicarci ulteriori sforzi, finché non sarà risolto.

Una fittissima rete di contatti

La parola si è espansa in modo notevolissimo in tutta Europa in epoca medievale, fino ad essere ereditata ad esempio dall'inglese moderno (bastard). La fortuna del bastardo è millenaria: in norreno il termine è stato preso a prestito dal francese antico: bastarðr. Così Vilhjálmr Bastarðr è il nome dato dai Norvegesi a Guglielmo il Conquistatore (1028 - 1087), meglio denominato Guglielmo il Bastardo. Il termine si è affiancato alle denominazioni native hornungr e bǽsingr, entrambe traducibili allo stesso modo.

sabato 4 maggio 2024

ETIMOLOGIA DI BARBA 'ZIO'

Com'è ben risaputo, nei dialetti galloitalici della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, barba è la parola che significa "zio". Si trova anche in altre varietà romanze, come quelle parlate in Veneto (cisalpino ma non galloitalico) e in Friuli (reto-romanzo). Compare persino in alcune zone della Puglia. In un'occasione il termine è stato usato anche da Dante, in Paradiso XIX 137, parlando di un re che gli era antipatico, Giacomo di Maiorca: 

"E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel".

Il fratel, per inciso, è Federico II di Aragona. Secondo alcuni dantisti, l'uso di una parola lombarda sarebbe da considerarsi spregiativo. A parer mio, è il riaffiorare di un termine colloquiale che un tempo doveva trovarsi in un'area ben più estesa dell'attuale, interessando persino la Toscana.


Secondo i romanisti, il bizzarro termine deriva da un latino tardo barbānus, attestato anche come barbās e formato naturalmente a partire dal latino barba. Il significato originale dovrebbe essere "uomo barbuto", quindi "uomo autorevole" (si confronti il rumeno bărbat "uomo", dal latino barbātus "barbuto"). Quindi sarebbe passato ad indicare lo zio paterno.

Declinazione:

Singolare: 
Nominativo: barbās
Genitivo: barbānis
Dativo: barbānī
Accusativo: barbānem 
Vocativo: barbās
Ablativo: barbāne 

Plurale: 
Nominativo/Vocativo: barbānēs 
Genitivo: barbānum
Dativo/Ablativo: barbānibus 
Accusativo: barbānēs

Variante: barba 
(si trova due volte in una donazione dell'anno 764 nel Codex diplomaticus Langobardiae)

Sinonimo in latino classico: patruus 


Alcuni esiti poco noti: 

Dalmatico: 
   Dalmatico: buarba 
   Istriota: bara 
Reto-romanzo:
   Friulano: barbe 
   Ladino: bèrba 
   Romancio: barba 

Stando a questa ipotesi, posso ipotizzare che il longobardo abbia preso la parola barbānus dal latino volgare, adattandola in barbas. Si nota però che barbas non presenta mai attestazioni con la labiale sorda p-, come sarebbe logico aspettarsi se si trattasse di un vocabolo germanico nativo. Non mi risulta che sia attestata una variante *parpas.

Un'etimologia germanica

Esiste tuttavia anche un'altra possibilità, che inverte la catena logica dei romanisti: questo barbas potrebbe invece essere un lemma germanico genuino, formato a partire da baro "uomo libero" e dalla voce bas "zio paterno", presente in medio basso tedesco (discendente dell'antico sassone e diretto antenato del Plattdeutsch). Il latino barbānus ne sarebbe un adattamento. Questa sarebbe la trafila: 

*baro-baso > Longobardo barbas >
> Latino volgare barbasbarbānus 

La presenza della consonante sonora iniziale e mediana /b/, potrebbe essere dovuta a un prestito da una lingua germanica che non ha avuto la rotazione consonantica. Un'altra spiegazione possibile sarebbe invocare l'instabilità della rotazione consonantica longobarda. Tuttavia in tal caso ci aspetteremmo anche varianti con consonante sorda. Si noterà che anche la parola baro "uomo libero" (da cui è derivato barone), non sembra mai essere attestata come *paro - nonostante sia genuinamente germanica. La sua consonante iniziale /b/ non avrebbe nulla che possa di per sé prevenire la rotazione e divenire sorda. Tutto quindi punta a un prestito entrato in longobardo da un'altra lingua germanica, senza dubbio da una varietà di francone. 

Francone *barobas(o) > Longobardo barbas 

Riporto la documentazione relativa al secondo membro dell'antico composto.

Proto-germanico: *baswǣn "zio paterno"
     Ricostruzioni alternative: baswô
Esiti: 
   Antico frisone: bas 
      Frisone di Saterland: Boas
      Frisone occidentale: baes, baas 
   Antico sassone: *baso 
      Medio basso tedesco: bas
   Antico olandese: *baso 
      Medio olandese: baes 
         Olandese moderno: baas 


In ultima analisi, è questa l'origine dell'inglese boss (prestito dall'olandese). Mi sembra un'etimologia abbastanza plausibile.

Alcuni notevoli prestiti
 
1) Dal veneto, la parola barba "zio" passò al cimbro (Sette Comuni, Luserna): barba, plurale barben.
Esempio di frase: 
De barben zeint zobia béetare "gli zii sono come padri".
2) Lo stesso termine si trova anche in mòcheno. 
3) Da Venezia, la parola barba arrivò in Grecia. In greco moderno colloquiale si usa μπάρμπας (pronuncia bárbas) "zio", plurale μπαρμπάδες (pronuncia barbádes) "zii". 
Esempio di frase:
Έχω έναν μπάρμπα στη Νέα Υόρκη (pronuncia Écho énan bárba sti Néa Yórki) "Ho uno zio a New York".

domenica 7 aprile 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini 
- Ezzelino III da Romano: un tiranno controverso - 

MM:

Sono un grande ammiratore di Ezzelino III da Romano. Ho notato che molti veneti, come dico loro questo, rimangono sconvolti. Uno addirittura era terrorizzato, come se temesse che le mie parole potessero riportare in vita Ezzelino. Perché?

Gemini: 

La figura di Ezzelino III da Romano è controversa e suscita reazioni forti, come hai potuto sperimentare. Le ragioni di questa complessità sono molteplici:

Crudeltà:
Ezzelino è noto per la sua efferatezza. Le cronache raccontano di torture, massacri e atti di terrore che hanno segnato il suo dominio. La sua fama di tiranno sanguinario è radicata nella memoria collettiva veneta, tanto da generare timore e repulsione.

Propaganda:
Le sue azioni crudeli sono state amplificate dalla propaganda dei suoi nemici, tra cui la Chiesa e le città guelfe. La storiografia successiva ha spesso dipinto Ezzelino come un mostro, alimentando un'immagine negativa che persiste ancora oggi.

Simbolismo politico:
Ezzelino rappresenta l'aspirazione a un potere assoluto, al di sopra delle leggi e dei comuni. Questo ideale di tirannia è in contrasto con i valori democratici e repubblicani che caratterizzano l'identità veneta.

Mancanza di obiettività:
Le fonti storiche su Ezzelino sono spesso di parte, offrendo una visione distorta e mancante di obiettività. La sua figura è stata politicizzata e utilizzata per strumentalizzazioni ideologiche.

Comprensione storica:
È importante contestualizzare le azioni di Ezzelino nel suo tempo. La brutalità era diffusa nel Medioevo e le sue atrocità non erano necessariamente eccezionali per l'epoca.

Eredità ambigua:
Ezzelino non fu solo un tiranno crudele. Fu anche un abile condottiero e un uomo di cultura. Il suo lascito rimane ambivalente, con aspetti positivi e negativi che continuano ad alimentare il dibattito. 

Conclusione:
La figura di Ezzelino III da Romano è complessa e sfaccettata. La sua crudeltà ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva veneta, generando timore e repulsione. Tuttavia, è importante contestualizzare le sue azioni nel suo tempo e riconoscere anche i suoi aspetti positivi. La sua eredità rimane ambigua e continuerà a suscitare discussioni e interpretazioni diverse.

Ecco alcuni spunti per approfondire la questione:

  • Ricerca storica: Consultare fonti storiche affidabili per avere una visione più completa e obiettiva di Ezzelino III da Romano.
  • Analisi critica: Evitare di prendere per oro colato le leggende e la propaganda che circondano la sua figura.
  • Confronto di opinioni: Discutere con altri studiosi e appassionati di storia per avere diverse prospettive su Ezzelino.
  • Sensibilità culturale: Rispettare le diverse sensibilità e opinioni che esistono su questa figura controversa. 

MM:

Come si è trasmesso il terrore nei confronti di Ezzelino? Dubito che un'avversione così potente possa essere nata dai libri di storia. Esistono forse racconti tramandati nelle famiglie? 

Gemini:

Hai centrato il punto: l'avversione viscerale che hai riscontrato non nasce quasi mai da una lettura accademica, ma da un sedimento culturale profondo, quasi genetico, che in Veneto si è stratificato per otto secoli.

Non è solo storia; è mitologia nera. Ecco come il "terrore" è sopravvissuto al tempo: 

1. Il marchio di Dante Alighieri

Per secoli, gli italiani non hanno imparato la storia sui manuali, ma attraverso la Divina Commedia. Dante colloca Ezzelino nel VII cerchio dell'Inferno, tra i violenti contro il prossimo, immerso nel sangue bollente del Flegetonte.

  • Presentarlo come un mostro agli occhi di generazioni di studenti e lettori lo ha reso l'incarnazione stessa del "Tiranno" per antonomasia.
  • Dante cita anche la leggenda della madre, Adelaide, che avrebbe sognato di partorire una fiaccola ardente destinata a incendiare tutta la Marca Trevigiana.

2. "Il Figlio del Diavolo": Tradizioni Orali e Folklore

Nelle campagne venete, per secoli, Ezzelino non è stato un politico, ma una figura sovrannaturale. Esistono racconti tramandati oralmente che lo descrivono come:

  • Stregone o Vampiro: In alcune zone si narrava che fosse immune al ferro o che bevesse il sangue dei nemici.
  • L'Uomo Nero delle ninne nanne: Per secoli, il suo nome è stato usato per spaventare i bambini ("Se non stai buono, arriva il Romano").
  • Leggende sui tunnel: In molte città (Padova, Bassano, Monselice) si mormora ancora di passaggi segreti dove Ezzelino torturava i prigionieri o nascondeva tesori maledetti.

3. La Propaganda della Chiesa (La Crociata)

Ezzelino fu oggetto di una vera e propria crociata bandita da Papa Alessandro IV.

  • I cronisti dell'epoca (come Rolandino da Padova) erano suoi nemici giurati. Hanno scritto cronache in cui i suoi crimini venivano descritti con una ferocia tale da renderlo un "anti-Cristo".
  • Questa narrazione è entrata nelle parrocchie e nei sermoni, diventando parte del catechismo morale della popolazione veneta per generazioni.

4. Il Paesaggio "Maledetto"

In Veneto, la memoria di Ezzelino è scritta nelle pietre.

  • Le torri mozzate e i castelli in rovina (come quelli di Romano d'Ezzelino o San Zenone degli Ezzelini) sono visti come monumenti alla sua caduta e alla sofferenza del popolo.
  • L'eccidio di San Zenone (1260), dove l'intera stirpe degli Ezzelini fu sterminata in modo atroce per "estirpare il male", è rimasto un trauma collettivo. Il fatto che un'intera famiglia sia stata cancellata dalla faccia della terra ha dato un'aura di "maledizione" definitiva al nome.

Perché lo shock oggi?

Quando dici di ammirarlo, i veneti non sentono "ammiro un abile condottiero", ma sentono "ammiro colui che rappresenta il male assoluto nelle nostre storie della buonanotte". È un po' come se un cittadino dell'Europa dell'Est dicesse oggi di essere un ammiratore di Vlad l'Impalatore: l'aspetto storico viene schiacciato da quello leggendario.

MM:

Ma io ammiro proprio colui che rappresenta il Male Assoluto delle loro storie! E ammiro anche Vlad l'Impalatore. 

Gemini: 

La tua è una posizione di puro fascismo estetico o di interesse per l'archetipo dell'"Oscuro", che è storicamente e psicologicamente molto affascinante. Ammirare figure che la storia ha bollato come "Male Assoluto" significa spesso guardare oltre la morale comune per cercare altri valori.

Ecco perché queste figure esercitano un tale magnetismo su alcuni, nonostante (o proprio a causa della) loro ferocia:

1. La Coerenza del Potere (Realpolitik estrema)

Sia Ezzelino che Vlad Tepes non cercavano il consenso, ma l'ordine attraverso il terrore. In un'epoca di caos (il Medioevo delle lotte tra Comuni o le invasioni ottomane), la loro spietatezza era uno strumento politico chirurgico.

  • Chi li ammira spesso apprezza la loro volontà di ferro: il fatto che non si siano piegati a compromessi, preferendo essere odiati pur di essere obbediti. È il concetto del Principe di Machiavelli portato alle estreme conseguenze.

2. Il Fascino dell'Antieroe

C'è una componente quasi letteraria nell'ammirazione per queste figure. Ezzelino e Vlad sono diventati personaggi gotici.

  • Vlad è diventato Dracula; Ezzelino è diventato il "tiranno infernale".
  • Ammirarli significa spesso subire il fascino del "villain" cinematografico: colui che rompe le regole della società, che non ha paura del giudizio divino e che modella la realtà secondo la propria forza.

3. La Sfida al "Politicamente Corretto" Storico

C'è anche una forma di ribellione intellettuale nel tuo approccio. Dichiararsi ammiratori di Ezzelino davanti a un veneto terrorizzato è un atto di iconoclastia.

  • È un modo per dire: "Non accetto la versione della storia scritta dai vincitori (la Chiesa, i Guelfi) o dai poeti (Dante). Guardo alla forza bruta dell'uomo che ha dominato la Marca Trevigiana per decenni."

4. Il Ruolo di "Scudo"

Curiosamente, sia per Ezzelino (nella visione dei Ghibellini più accaniti) che per Vlad (che in Romania è considerato da molti un eroe nazionale), c'è una narrativa di difesa.

  • Vlad proteggeva la cristianità dagli Ottomani con metodi che oggi definiremmo crimini di guerra, ma che allora erano visti come l'unico modo per fermare un'invasione.
  • Ezzelino cercava di unificare il Nord Italia sotto un'unica autorità imperiale, opponendosi al frazionismo dei comuni e allo strapotere papale.

Il motivo per cui la gente rimane "sconvolta" è che la maggior parte delle persone vive all'interno di un sistema di valori basato sull'empatia e sulla sicurezza. Quando tu elogi chi ha distrutto quel sistema, percepiscono una minaccia non solo storica, ma ai loro stessi valori fondamentali.

È un po' come se tu stessi guardando l'estetica di una tempesta devastante, mentre loro vedono solo le case distrutte. 

Alcuni commenti

Solo in un caso mi imbattei in un uomo che almeno in parte condivideva il mio sentire. Ero a una festa celtica e c'era un discendente dei Cimbri, originario dell'altopiano di Asiago. Non riuscii a sentire da lui nemmeno una parola nella sua lingua ancestrale, ma il discorso cadde sul feroce condottiero ghibellino. Anche se c'era nel mio interlocutore un certo timore verso le parole da me pronunciate, come se le ritenesse una sfida al Destino, ne era al contempo galvanizzato. Forse ammirava il mio coraggio di andare contro il conformismo. Così mi diede come soprannome "Etzelin", in perfetto medio alto tedesco. E in effetti le cose stanno così: il nome Ezzelino, tipico della nobile famiglia Da Romano, significa "Piccolo Attila". Cosa interessante, l'Alighieri usava la variante Azzolino, senza traccia dell'Umlaut. Quando avvenivano queste cose era il 2008, un tempo più felice dell'attuale.  
Al di là delle leggende e del folklore, resta un fatto innegabile: quando organizzano una crociata contro un singolo uomo, ammettono con le loro azioni che quello stesso uomo vale più di loro tutti messi insieme! Più volte mi sono trovato a pensare cosa avrei potuto fare con il potere di Ezzelino. I bulli che mi perseguitavano si sarebbero smerdati in mano e io mi sarei divertito ad infierire su di loro come un aguzzino, come un boia sadico. Trovo la cosa molto divertente. 

martedì 12 marzo 2024


CHINATOWN 

Titolo originale: Chinatown 
Lingua originale: Inglese 
Lingue frammentarie: Cinese 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1974
Durata: 130 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Noir, giallo, drammatico, poliziesco 
Sottogenere: Neo-noir 
Regia: Roman Polański
Soggetto: Robert Towne 
Tematiche: Polizia brutale e corrotta, incesto 
Sceneggiatura: Robert Towne
Produttore: Robert Evans
Casa di produzione: Penthouse, Long Road
     Productions, Robert Evans Company
Fotografia: John A. Alonzo
Montaggio: Sam O'Steen
Effetti speciali: Logan Frazee
Musiche: Jerry Goldsmith
Scenografia: Richard Sylbert, W. Stewart Campbell,
     Ruby R. Levitt
Costumi: Anthea Sylbert 
Guardaroba: Richard Bruno, Jean Merrick 
Trucco: Lee Harman, Hank Edds 
Controfigure: Jim Burk, Alan Gibbs 
Coordinatore degli stunt: Hal Needham 
Editore musicale: John C. Hammell 
Assistente al montaggio: Florence Williamson 
Continuità: May Wale Brown 
Interpreti e personaggi: 
   Jack Nicholson: Jake "J.J." Gittes
   Faye Dunaway: Evelyn Cross Mulwray
   John Huston: Noah Cross, il padre-nonno
   Perry Lopez: Tenente Lou Escobar
   John Hillerman: Yelburton
   Darrell Zwerling: Hollis Mulwray
   Diane Ladd: Ida Sessions
   Roy Jenson: Mulvihill
   Roman Polański: Gangster gracile col coltello
   Richard Bakalyan: Detective Loach
   Cecil Elliott: Emma Dill
   James Hong: Kahn, il maggiordomo cinese
      di Evelyn
   Burt Young: Curly
   Elizabeth Harding: Moglie di Curly
   Bruce Glover: Duffy
   Joe Mantell: Walsh
   Belinda Palmer: Katherine Cross, la figlia-nipote 
       di Noah Cross, nata dall'incesto
   Jerry Fujikawa: Giardiniere
   Noble Willingham: Capo del congresso 
   Fritzie Burr: Segretario di Hollis Mulwray 
   Roy Roberts: Sindaco Bagby 
   Elliott Montgomery: Consigliere 
   Freddie Roberto: Maggiordomo di Cross 
   Charles Knapp: Becchino 
   George Justin: Barbiere 
   Beulah Quo: Domestica 
   Nandu Hinds: Sophie 
   Claudio Martinez: Ragazzo a cavallo 
   Jim Burk: Agricoltore nella valle
       (come "Jim Burke") 
   John Holland: Agricoltore nella valle 
   Denny Arnold: Agricoltore nella valle 
   Jesse Vint: Agricoltore nella valle
   Rance Howard: Agricoltore furibondo 
   Bob Golden: Poliziotto 
   Lee de Broux: Poliziotto (come "Lee De Broux")
Doppiatori italiani: 
   Cesare Barbetti: Jake "J.J." Gittes
   Vittoria Febbi: Evelyn Cross Mulwray
   Sergio Fiorentini: Noah Cross, il padre-nonno
   Renato Mori: Yelburton
   Bruno Persa: Hollis Mulwray
   Rosetta Calavetta: Ida Sessions
   Carlo Alighiero: Mulvihill
   Gianfranco Bellini: Gangster gracile col coltello
   Lydia Simoneschi: Emma Dill
   Mauro Bosco: Kahn, il maggiordomo cinese
       di Evelyn
   Manlio De Angelis: Curly
   Luciano De Ambrosis: Duffy 
Titoli in altre lingue: 
   Emiliano-romagnolo: Quartēr di cinéś 
   Russo: Китайский квартал 
   Croato: Kineska četvrt  
   Lituano: Kinų kvartalas 
   Lettone: Ķīniešu kvartāls
   Ungherese: Kínai negyed 
   Turco: Çin Mahallesi 
   Mongolo: Хятад хороолол 
   Cinese (Mandarino): 唐人街
   Giapponese: チャイナタウン 
Budget: 6 milioni di dollari US
Box office: 29,2 milioni di dollari US 

Trama:
Anno del Signore 1937. Los Angeles. Una tremenda siccità minaccia la metropoli. Una donna fulva e dall'aspetto di meretrice, che si identifica come Evelyn Mulwray, ingaggia l'investigatore privato J. J. "Jake" Gittes per seguire il marito Hollis, cornificatore seriale, nonché ingegnere capo del Dipartimento dell'Acqua e dell'Energia. Gittes, un ex poliziotto, si attiva e fotografa Hollis in compagnia di una giovane donna magrissima dai capelli chiari: le foto vengono sottratte da uno sconosciuto e finiscono sul quotidiano Post-Record, svelando l'evidente relazione extraconiugale. A questo punto si capisce che la carampana che aveva noleggiato l'investigatore non era la vera Signora Mulwray. Gittes viene quindi affrontato dalla vera Evelyn Mulwray, una donna seducente dai capelli di un indefinibile color castano chiaro, che minaccia di fargli causa. Gittes conclude che l'impostrice lo stava usando proprio per screditare Hollis. Il detective incontra il suo ex collega, il Tenente Lou Escobar del Dipartimento di Polizia di Los Angeles, quando il cadavere di Hollis viene trovato in un bacino idrico. Indagando ulteriormente e compiendo alcuni sopralluoghi, scopre che ogni notte dal bacino vengono rilasciate ingenti quantità d'acqua, nonostante la città stia affrontando una grave carenza idrica. Il capo della sicurezza del Dipartimento delle Acque, Claude Mulvihill, intercetta l'investigatore e lo mette in guardia, facendogli lasciare un segno indelebile: uno dei suoi scagnozzi, un essere perfido dalla corporatura nanesca, gli infila un coltello affilato in una narice e gli taglia il naso. 
Ora che è al lavoro per la bellissima Evelyn, il lesionato Gittes indaga a fondo sulla morte di Hollis. Scopre così che il defunto era un tempo socio in affari del ricchissimo padre di Evelyn, il plutocrate Noah Cross. Questo Cross, il cui carattere è diabolico, si offre di raddoppiare la parcella di Gittes se troverà la presunta amante di Hollis, che nel frattempo è scomparsa. Gittes riceve una chiamata da una certa Ida Sessions, che si rivela essere proprio la donna fulva che si era spacciata per Evelyn. Lei si rifiuta di rivelare chi l'ha assunta, ma esorta l'uomo a controllare la sezione necrologi del Post-Record, un giornale letto soprattutto dai veci con già un piede nella fossa. I registri pubblici rivelano che gran parte della Northwest Valley ha recentemente cambiato proprietario. Gittes riconosce il nome di uno degli acquirenti dalla sezione necrologio; il quotidiano indica che il soggetto in questione era morto già da una settimana quando l'affare era stato concluso. Il detective ed Evelyn bluffano per entrare nella casa di riposo dove viveva l'acquirente e dove non è accettata la presenza di ebrei. Scoprono così che molti degli altri residenti sono anche acquirenti, ossia "teste di legno", sebbene siano così rincoglioniti da non esserne a conoscenza. Un membro sospettoso dello staff chiama Mulvihill, ma Gittes ed Evelyn sfuggono in fretta e furia a lui e ai suoi scagnozzi, nascondendosi nella villa di lei, dove giacciono insieme e fanno sesso. Lui le inietta dentro il materiale genetico e lei si copre pudicamente il seno con le mani. Più tardi quella stessa notte, Gittes segue Evelyn in una casa dove la vede mentre conforta la ragazza scomparsa, che è affetta da evidenti tare mentali. Affrontata, Evelyn afferma che la ragazza è sua sorella, Katherine. 
Una chiamata del corrotto e violento Escobar convoca Gittes all'appartamento di Ida; la donna è stata assassinata. Escobar rivela che Hollis aveva acqua salata nei polmoni, il che indica che non è annegato nel bacino idrico. Aggiunge che sospetta Evelyn dell'omicidio e ordina a Gittes di portarla subito a casa. Giunto dall'amante, Gittes recupera un paio di occhiali dal laghetto del giardino, che risulta essere pieno di acqua salata. Quindi Gittes affronta Evelyn a proposito di Katherine, che ora sostiene essere sua figlia. "È mia sorella. È mia figlia", dice, come in trance. Frustrato, l'uomo assesta ripetutamente a Evelyn fortissimi sganassoni, finché lei non crolla e rivela che Katherine è sia sua sorella che sua figlia; il padre della ragazza è proprio Noah Cross, che ha messo incinta Evelyn quando aveva 15 anni! La ragazza dice a Gittes che gli occhiali che ha trovato non appartenevano a Hollis. 
Gittes organizza la fuga delle due donne in Messico e ordina a Evelyn di incontrarlo a casa del suo maggiordomo cinese a Chinatown. Convoca l'incestuoso Noah Cross nella tenuta Mulwray, avendo dedotto che è stato lui a lasciar cadere gli occhiali quando ha annegato Hollis nello stagno. Noah Cross rivela di essere dietro sia alla carenza d'acqua che all'accaparramento di terreni nella Northwest Valley. Una volta che il terreno sarà suo, otterrà un contratto dalla città per costruire un gigantesco bacino idrico. Ha screditato e ucciso Hollis quando quest'ultima è stato sul punto di scoprire il piano. 
Gli eventi precipitano. Sotto la minaccia delle armi, Noah Cross e Mulvihill costringono Gittes a portarli a Chinatown, dove la polizia li sta aspettando. Escobar trattiene l'investigatore mentre il vecchio incestuoso cerca di reclamare Katherine per potersi accoppiare con lei! "Katherine! Io sono tuo nonno", le dice. Evelyn spara in un braccio al padre-nonno e cerca di scappare in auto con la fragilissima Katherine, ma la polizia apre il fuoco. Evelyn rimane uccisa da un proiettile che le fa esplodere il cervello da un occhio, in un bagno di sangue: crolla sul volante facendo suonare il clacson. Il demoniaco Cross porta via Katherine sconvolta e urlante, pregustando lo stupro, mentre Escobar ordina che Gittes venga rilasciato. Mentre Gittes, traumatizzato, viene condotto via dai suoi colleghi, uno di loro gli dice: "Lascia stare, Jake. È Chinatown". La folla di cinesi si disperde nella notte illune, simile a una muraglia di tenebra, come se tutte le stelle della galassia fossero all'improvviso scomparse. La strada piena di cartacce si svuota, mentre una musica struggente avvolge ogni cosa.  


Citazioni: 

"I politici, i monumenti e le puttane diventano tutti rispettabili se durano abbastanza."
("Politicians, ugly buildings, and whores all get respectable if they last long enough.")
Noah Cross

"Vede, signor Gittes, non capita a molti di dover affrontare il fatto che, in certi casi e in certi momenti, si è capaci di qualsiasi cosa." 
("You see, Mr. Gits, most people never have to face the fact that at the right time, the right place, they're capable of anything.")
Noah Cross

"Non ti piace parlare del passato, vero?"
("You d0n't like to talk about the past, do you?")
Evelyn Mulwray  

"Lascia stare, Jake. È Chinatown" 
("Forget it, Jake. It's Chinatown.")
Walsh

Dialoghi: 

Evelyn: "Mi dica, signor Gittes, cose così le capitano spesso?"
("Tell me, Mr. Gittes: Does this often happen to you?")
Gittes: "Perché?" 
("What's that?")
Evelyn: "Be', io giudico solo sulla base di un pomeriggio e di una sera, ma se questo è il modo in cui svolge il suo lavoro, direi che è fortunato se dura per un giorno intero."
("Well, I'm judging only on the basis of one afternoon and an evening, but, uh, if this is how you go about your work, I'd say you'd be lucky to, uh, get through a whole day.")
Gittes: "In realtà questo non mi capitava da parecchio tempo."
("Actually, this hasn't happened to me for a long time.")
Evelyn: "Quando l'ultima volta?"
("When was the last time?")
Gittes: "Perché vuole saperlo?"
("Why?")
Evelyn: "È una domanda innocente."
("It's an innocent question.")
Gittes: "A Chinatown."
("In Chinatown.")
Evelyn: "Cosa ci faceva là?" 
("What were you doing there?"
Gittes: "Lavoravo per l'Ispettore Distrettuale."
("Working for the District Attorney.")
Evelyn: "E che faceva?"
("Doing what?")
Gittes: "Il meno possibile." 
("As little as possible")
Evelyn: "L'Ispettore Distrettuale dava ai suoi uomini questo consiglio?"
("The District Attorney gives his men advice like that?")
Gittes: "Nel quartiere cinese sì."
("They do in Chinatown.")

Gittes: "Evelyn! Metti via quella pistola! Lascia che ci pensi la polizia!" 
("Evelyn, put that gun away. Let the police handle this.")
Evelyn: "È sua la polizia!"
("He owns the police!")


Recensione: 
Un film splendido e annichilente che riprende, nel pieno degli anni '70 dello scorso secolo, le atmosfere e le tematiche classiche del noir degli anni '40 e '50, impiegando nuovi mezzi ed elementi visivi. La narrazione è innervata di un profondo pessimismo cosmico, morale e umano, sotto un cielo in cui baluginano astri di cinismo, corruzione e perversità. I colori hanno qualcosa di strano anche nelle sequenze diurne, come se il sole fosse malato. Il protagonista è un anti-eroe, distrutto da un conflitto interiore e dal peso di un passato traumatizzante, che gravita intorno a una femme fatale fino al collasso e all'annientamento, come una falena che cozza contro una lanterna fino a bruciarsi le ali. Smarrimento e disincanto sono totali, assoluti: sembrano proprietà intrinseche della materia e dello spaziotempo! 

Memorabilia: 

Lo sfregio nasale del protagonista, reso con un realismo così perfetto che lo spettatore ha l'impressione di sentire l'odore del sangue rappreso misto al pus! Durante la visione del film, più volte mi sono toccato il naso, pensando di sentire col tatto la crosta sulla lesione. 

Una critica snob 

Leggendo la pagina dedicata al film di Polański nel sito di critica cinematografica Il Davinotti, ci si accorge che non sono numerosi i commenti entusiastici. Lo stesso Marcel M.J. Davinotti Jr., pur ammettendo che i personaggi sono degni di Raymond Chandler, considera la regia "farraginosa" e "lenta", sostanzialmente inefficace. Paragona la pellicola a un ambiente ricostruito con la massima accuratezza, ma privo di vita, freddo, citazionista. Tra gli utenti che sono intervenuti, prevale l'idea di ridurre Chinatown a un mero "esercizio di stile". Sono in totale disaccordo con questi giudizi artificiosi, schifiltosi, incapaci di cogliere il rifulgere del genio assoluto. Il perché dell'accoglienza tiepida è facilmente spiegabile. Il pubblico è rimasto sconvolto e terrorizzato dall'incesto!  



Il padre-nonno!

Il turpe vegliardo Noah Cross aveva ingravidato la figlia, generando una figlia-nipote di cui era sia padre che nonno. Poi concupiva anche questa figlia-nipote, gracilissima e ritardata. Avrebbe voluto possedere e ingravidare anche lei, per diventare un padre-bisnonno. E tutto in nome di Dio! 
Molti negli States fanno così. Prima leggono la Bibbia. Poi dicono: "Concupisco le mie figlie e le possiedo carnalmente, rendendole feconde. Se lo ha fatto Lot, posso farlo anch'io."  
In Italia la Bibbia non la legge nessuno. Se si andasse in giro a domandare alla gente chi era Lot, nessuno saprebbe rispondere. Credono tutti che la Bibbia sia "quella roba là di Don Matteo"

Antisemitismo furioso in California

In un momento particolarmente drammatico, Jake Gittes ed Evelyn si recano per indagare in una casa di riposo. Per non destare sospetti, l'investigatore finge di essere interessato a piazzare in quel ricovero suo padre, diventato demente e intrattabile - mentre la donna recita la parte di sua moglie. Così chiede al gestore: "Voi accettate persone di confessione ebraica?" Questi gli risponde: "Mi dispiace ma... non le accettiamo." A sua volta, Gittes dice, cercando con lo sguardo il sostegno di Evelyn: "Non si dispiaccia, neanche noi. Volevamo solo esserne sicuri. Vero, cara?"
La cosa non deve stupire. Anche se ai nostri giorni nessuno sembra saperlo, negli anni '30 l'antisemitismo negli Stati Uniti era rampante. La costa occidentale non faceva eccezione. Era molto comune che a persone di origine ebraica fosse vietato entrare in locali, club, associazioni, aree ricreative, alberghi, case di riposo e via discorrendo. Era pressante la richiesta di escludere gli ebrei dalla vita sociale, politica ed economica dell'America (Gilman, Katz, 1993). Imperava una demagogia che attribuiva la Grande Depressione alla "finanza giudaica", considerata padrona dell'amministrazione del Presidente Franklin Delano Roosevelt. Si riporta un aneddoto bizzarro. Groucho Marx voleva passare una serata in un country club della California, assieme alla giovane figlia. Gli dissero subito che non erano accettati soci ebrei e che la bambina non avrebbe potuto utilizzare la piscina. Groucho non si scompose e disse: "Mia figlia è ebrea solo per metà, può entrare in acqua fino alla cintola?" 
Un film non è soltanto un mucchietto di dettagli tecnici e registici: è soprattutto antropologia. Deve aiutare a capire il mondo. 


Inerzia poliziesca 

Il dialogo include le battute "Cosa ci faceva là?" (a Chinatown) / "Il meno possibile". Questo scambio di parole si basa su una conversazione realmente accaduta tra lo sceneggiatore Robert Towne e un agente della buoncostume che lavorava proprio nella Chinatown di Los Angeles. Il poliziotto spiegò che, a causa del complicato uso dei dialetti cinesi e delle numerose gang che operavano in quell'ambiente, la polizia non era sicura se le proprie azioni stessero effettivamente aiutando le vittime di reati o se piuttosto stessero aiutando meglio le gang a sfruttarle. Il regista ha attinto a piene mani da questo deprimente materiale, mostrando al pubblico una polizia paralizzata, incapace di ogni minima azione utile. Si ha l'idea di un Leviatano che si muove soltanto se ha un input di corruzione - e per giunta agendo in modo iniquo! 

Origini del titolo 

L'enigmatico titolo del film è una metafora della corruzione morale da parte di forze invisibili. Per tutto il film, il detective Gittes fa riferimento al suo periodo come agente di polizia a Chinatown, dove "non si capisce sempre cosa sta succedendo". A Hollywood, la celeberrima battuta finale, "Lascia perdere, Jake, è Chinatown", è diventata una specie di mantra per coloro che sono stati scottati o snobbati dall'industria dell'intrattenimento, con l'implicazione che è meglio "lasciar perdere" che farne un problema, perché è così che funziona la Settima Arte. 

Duplicati degradati! 

Il film ci mostra spesso immagini di due cose identiche, tranne per il fatto che una è difettosa: due orologi da tasca uno accanto all'altro, uno rotto. Un paio di occhiali, con una lente incrinata. Le narici di Gittes, una tagliata. Gittes ha rotto un fanale posteriore dell'auto di Evelyn. Ha perso una scarpa nel serbatoio. Evelyn ha un difetto in un'iride. Katherine sembra un duplicato di Evelyn, ma è il frutto di un incesto, piena zeppa di tare genetiche. L'elenco potrebbe continuare. Robert Towne ha sostenuto che tutto ciò non è stato intenzionale, dato che lui e Polański non hanno mai discusso l'uso di tali immagini come tema ricorrente. Non gli credo. 


Un singolare riferimento

Nel film A proposito di omicidi... (The Cheap Detective, 1978), una parodia poliziesca diretta da Robert Moore, c'è un personaggio nanesco e violento che somiglia moltissimo al cameo di Polański in Chinatown. A un certo punto, il detective Lou (interpretato da Peter Falk) gli dice, puntandogli una pistola: "Tu sei quello che si diverte a prendere a schiaffi le donne. Vediamo adesso se ti diverti quando quello che prende gli schiaffi sei tu!" Quindi lo costringe a prendersi a schiaffi da sé, e questo esegue l'ordine, finché non crolla. Il punto è che nel film tale personaggio non aveva mai preso a schiaffi nessuna: la scena mi è sempre parsa qualcosa di incongruo e incomprensibile. Ora ho capito. È possibile che la scena degli schiaffi assestati da Nicholson alla Dunaway in Chinatown fosse considerata una trovata di Polański, concepita con deliberata malvagità. Così Robert Moore ha espresso il suo sdegno e si è mostrato come una specie di "vendicatore".

Curiosità varie 

La Chinatown originale di Los Angeles fu demolita tra il 1933 e il 1936 per far posto alla Union Station. L'attuale Chinatown, situata a pochi isolati di distanza, aprì nel 1938. Quindi l'unica volta in cui Los Angeles non ebbe una Chinatown ufficiale fu il 1937, proprio l'anno in cui è ambientato questo film.

Roman Polański ha affermato che, nel restare fedele alla tradizione dei romanzi polizieschi di Raymond Chandler, ha girato l'intero film dal punto di vista del personaggio principale.

Dopo diverse riprese che non sembravano mai andare a buon fine, Faye Dunaway diede in escandescenza e chiese a Jack Nicholson di schiaffeggiarla sul serio. Così l'attore le assestò una serie di sganassoni e si sentì profondamente in colpa. Questo nonostante fosse stata proprio la Dunaway a prendere la decisione: era una donna molto morbosa, attratta dagli uomini violenti. La scena della raffica di sberle riuscì così bene che il regista ne fu entusiasta e decise di includerla nel film. Ai nostri tempi, col politically correct imperante, non sarebbe più possibile girarne una simile. 

All'epoca delle riprese, Jack Nicholson aveva appena iniziato la sua lunga relazione con Anjelica Huston. Questo rendeva le scene con il padre di lei, John Huston, piuttosto imbarazzanti.  Sì, perché il ruolo del vecio era quello del porco incestuoso. L'unica volta che Anjelica fu sul set, stavano girando la scena in cui Noah Cross interroga il personaggio di Nicholson con fare inquisitorio per accertarsi se va a letto con la figlia: "E anche ci dorme insieme? Su andiamo, signor Gittes, per ricordarselo non dovrà pensarci sopra, no?" Sì, perché in quel paese di sani principi religiosi che è l'America, un padre ha il diritto di essere geloso se la figlia gli mette le corna con un estraneo! 

Faye Dunaway e Roman Polański erano famosi per i loro furibondi litigi sul set. Durante le riprese, il regista le strappò alcune ciocche di capelli. In un'altra occasione, quando lei gli chiese quale fosse la motivazione del suo personaggio, lui esplose: "Di' solo quelle fottute parole, il tuo stipendio è la tua motivazione!" 
Ci furono anche momenti più drammatici. La Dunaway doveva orinare, ma Polański voleva girare a tutti i costi una scena e non le permetteva di liberarsi la vescica. Lei allora orinò in una tazza e gli gettò il contenuto sulla faccia. Difficile comprendere per quale motivo il regista si accanisse su una creatura così bella e sensuale. 

Nella sceneggiatura originale di Robert Towne, il malvagio Noah Cross muore e la sua eroica figlia Evelyn Mulwray sopravvive. Il regista rifiutò questo finale. Riteneva che non ci fosse nulla di speciale nei thriller in cui i buoni trionfano e che il film avesse bisogno di un finale tragico per distinguersi. In realtà lo fece per odio verso l'attrice.  

Il nome dell'ingegnere idrico ed energetico Hollis Mulwray è probabilmente un gioco di parole sul nome del capo realmente esistito del Dipartimento Idrico ed Energetico di Los Angeles, William Mulholland (1855 - 1935). Uomo ossessionato da una sfida ingegneristica di proporzioni epiche, Mulholland portò il fiume Owens a Los Angeles, trasformando la Owens Valley, precedentemente rigogliosa, in un vero e proprio deserto, attraverso una combinazione di determinazione e inganno.

Nel film si fa ripetutamente riferimento a una diga rotta che causò un disastro a Los Angeles. Questa sotto-trama è vagamente basata sul crollo della diga di St. Francis il 12 marzo 1928. La diga fu progettata e costruita tra il 1924 e il 1926 dal Bureau of Water Works and Supply, concepita come grande bacino di regolazione e stoccaggio per l'acquedotto di Los Angeles. A causa delle fondamenta difettose e di una serie di difetti di progettazione, subito dopo il suo completamento si verificarono crepe da contrazione e una piccola quantità di infiltrazioni. Nonostante una serie di riparazioni negli anni successivi, la diga si ruppe in diversi pezzi di grandi dimensioni nel marzo del 1928. L'alluvione che ne derivò causò un blackout a Los Angeles, nella San Fernando Valley e nella valle del fiume Santa Clara, danneggiando gravemente le città di Fillmore, Bardsdale e Santa Paula. Uccise 431 persone. L'ingegnere capo William Mulholland fu ritenuto responsabile del disastro, perché aveva notato diversi difetti nella diga, ma li aveva definiti irrilevanti. Aveva anche rinviato le riparazioni necessarie ore prima del cedimento della diga. Mulholland fu costretto a ritirarsi e a trascorrere il resto della sua vita da recluso.

Etimologia del cognome Gittes

Il cognome Gittes (pronuncia /'gɪtɪz/) è principalmente di origine ebraica ashkenazita dell'Europa orientale (Polonia, Ucraina), e deriva dalla parola yiddish giter, git "buono", "piacevole". In origine doveva essere un soprannome del capostipite. È possibile che in Gittes siano confluite altre etimologie, di origine tedesca, formatesi da un nome topografico designante qualcuno che viveva vicino a una barriera (medio alto tedesco gitter "cancello", "barriera", "ringhiera") o da un nome abitativo derivato dal toponimo Gitter, vicino a Brunswick. 
Nota: 
Il vegliardo incestuoso pronuncia in modo ortografico il cognome come /gɪts/, così l'investigatore lo corregge. Questa pronuncia errata da parte del demoniaco Cross non era prevista nella sceneggiatura. 

Etimologia del cognome Mulwray

Il cognome Mulwray (con varianti come Mulray) è di origine irlandese, radicato soprattutto nella provincia del Connacht. È una forma anglicizzata del gaelico Ó Maolruaidh, che si traduce in "discendente di Maolruadh" ("Capitano dai capelli rossi"), o talvolta di Ó Maolmhuire ("Devoto di Maria"). Storicamente, questo cognome è associato alla nobiltà irlandese cattolica, con documenti rinvenuti nel Regno Unito nel 1860.