Visualizzazione post con etichetta gorgia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gorgia. Mostra tutti i post

venerdì 16 luglio 2021

ORIGINI LONGOBARDE DELLA GORGIA TOSCANA

Nel mio incessante peregrinare per gli antri del labirintico Web, mi sono imbattuto in un post sulla gorgia toscana, pubblicato sul sito Toscana Stato, aka Centro Studi Indipendentisti Toscani (motto: La Toscana non è Italia). Questo è il link:
 
 
Riporto le conclusioni del post, senza mutare nulla, nemmeno l'orrido uso della punteggiatura:

"Capire quale sia l’origine esatta della gorgia è compito estremamente arduo anche per i filologi più esperti . Possiamo dire però con buon grado di certezza che sicuramente non è un fenomeno di origine etrusca , anche se rimane una ipotesi altamente attrattiva ed affascinante per chiunque."

"E’ assai più logico , anche se purtroppo più prosaico , ipotizzare che la gorgia sia un fenomeno autoctono fiorentino , probabilmente nato in “reazione” alla sonorizzazione settentrionale, e che si è successivamente diffuso al resto della Toscana in seguito alla dominanza e al prestigio della città ." 
 
"L’ipotesi dell’origine germanica della gorgia rimane ancora poco suffragata di prove e rimane debole al pari dell’ipotesi “etrusca” , anche se ulteriori studi sarebbero auspicabili."
 
Questo è il commento che ho aggiunto al post: 

Buongiorno. Sono impegnato nella ricostruzione della lingua longobarda e in un tentativo di rivitalizzazione. Ho le prove dell'origine longobarda della gorgia toscana, che esporrò in dettaglio nel mio blog, http://perpendiculum.iobloggo.com. Il punto è questo: in qualche luogo abbastanza isolato una minoranza longobarda mantenne a lungo la sua lingua germanica con una rotazione consonantica estrema e perse del tutto le sonore /b/, /d/, /g/, desonorizzandole e spesso aspirandole. Poi adottò il romanzo locale, che possedeva /b/, /d/, /g/, oltre ad altri suoni. Si creò quindi una parlata nuova e dotata di gorgia. Poi questa si espanse nel corso dei secoli. Forse Dante poté morire senza saperne nulla. Quando la pronuncia di origine longobarda si diffuse, fu ritenuta un malcostume e fu tentata la sua eradicazione.
Si noterà che in etrusco le occlusive sorde erano fonemi diversi dalle aspirate, mantenendo capacità di contrasto in molti contesti fonetici, con buona pace di Pallottino. Data la singolare fonotattica della lingua, l'eliminazione di questa opposizione avrebbe prodotto gravi fraintendimenti.
Un saluto
Marco 

All'epoca il mio blog era ancora ospitato sulla fatiscente piattaforma Iobloggo, che nel frattempo si è estinta. Purtroppo il commento da me apposto sul sito del Centro Studi Indipententisti Toscani non è stato minimamente considerato. Non ha ricevuto alcun feedback, anche se a mio avviso il problema sollevato potrebbe essere degno di nota. In quanto a proclami, sono tutti bravi. Poi, se si tratta di indagare una questione importante, nessuno si impegna. Tante supposizioni, tutte superficiali. 
 
Mia intenzione è quella di fornire con questo mio minuscolo trattatello un tentativo di ricostruzione delle fasi di formazione della gorgia toscana. Credo che oltre alle tante chiacchiere fatte sull'origine etrusca o germanica di questo interessantissimo fenomeno, non sia mai stato tentato nulla di simile. C'è chi crede che la fonetica degli antroponimi longobardi toscani fosse dovuta alla gorgia della lingua romanza, cosa assurda anche solo a pensarsi. In realtà è tutto l'opposto: è la gorgia della lingua romanza che ha tutta l'aria di essere nata in qualche modo dalla fonetica della lingua dei Longobardi.
 
Fase I 
Livellamento tra antiche occlusive sonore e occlusive sorde in tardo longobardo toscano 

Si è completato un processo già in atto durante il Regno Longobardo e continuato anche in seguito, come documentato da numerosi antroponimi. Noi assumiamo che questo sia avvenuto in modo pervasivo in qualche comunità abitante in una zona sufficientemente impervia, in cui la lingua ha continuato ad essere in uso ancora in epoca molto bassa, successiva alla caduta del Regno, forse collocabile nel X-XI secolo. 
 
Questo è il prospetto dei mutamenti: 

/b/, /p/ > /pʰ/
/d/, /t/ > /tʰ/ (in sillaba finale anche /ts/, /s/)
/g/, /k/ > /kʰ/ 
 
/sp/ rimane /sp/
/st/ rimane /st/
/sk/ rimane /sk/  
 
Questi sono alcuni esempi, deducibili dal ricchissimo materiale antroponimico e da altre testimonianze (termini legali, etc.):  

GAIDA "punta di lancia" > CATA /'kʰa:tʰa/ 
GAIR "giavellotto" > CAR /kʰa:r/ 
GAND "demone" > CANT /kʰantʰ/ 
GAST "ospite" > CAST /kʰast/ 
GODES "di Dio" > COTES /'kʰɔtʰes/  
GUND "battaglia" > CUNT /kʰuntʰ/ 
LAIB "eredità", "erede" > LAP /la:pʰ/
LEUB "caro" > LEOP /leopʰ/ 
LIUT "popolo" > LIT /li:tʰ/, LIS /li:s
PLOD "sangue" > PLOT /pʰlo:tʰ/, PLOTZ /pʰlo:ts/ 
ROD "fama" > ROT /ro:tʰ/ 
THEUDA /'θeuda/ "popolo" > TEUS /tʰeus/
 
Persino il fonema /gw/ sviluppato dall'antico /w/ si è evoluto in /kw/, come documentato in alcuni antroponimi tardi, in attestazioni che sono spesso successive alla caduta del Regno dei Longobardi. Ecco alcuni esempi, tratti da Bruckner (1895): 
 
QUALDIPERTUS (anno 850) : WALDIPERTUS (anno 848), 
        GUALDIPERTUS (anno 765)
QUARNIPERTUS (anno 824) : UUARNEPERTUS (anno 885), 
        WARNIPERTUS (anno 823)
QUASCO (anno 848) : GUASCO, WASCO   
QUASPERT (anno 764) : GUASPERTUS (anno 812) 
QUESTO (anno 873) "Occidentale"  

Poniamo così che l'approssimante /w/, evoluta in /gw/ e in /kw/ in longobardo, sia poi divenuta /kʰw/ in tardo longobardo toscano:  

GUALD "bosco" > QUALT /kʰwaltʰ/ 
GUALDEMAN "intendente forestale" > QUALTEMAN 
     /kʰwaltʰeman/ 
GUARN "cauto" > QUARN /kʰwarn/ 
GUASCO "Basco" > QUASCO /kʰwasko/ 
GUEST "Occidente" > QUEST /kʰwɛst/ 

Completati questi mutamenti, non rimane nel tardo longobardo toscano alcuna traccia di consonanti occlusive sonore /b/, /d/ e /g/.  

Fase II 
Adozione della lingua romanza 
 
Si instaura il bilinguismo. Supponiamo che la lingua romanza adottata avesse già i caratteri dell'antico toscano. Per un certo periodo, il longobardo deve essere stato usato come memoria storica. La legge fonetica che ha reso sorde le occlusive sonore longobarde si è esaurita da tempo e non intacca le parole romanze. Non trasforma cioè il gallo in un callo
Prima conseguenza: le consonanti occlusive sorde /p/, /t/, /k/ del romanzo vengono adottate dai parlanti del tardo longobardo toscano come occlusive aspirate [pʰ], [tʰ], [kʰ].

pera /'pera/ > ['pʰera]
talpa /'talpa/ > ['tʰalpʰa]
toro /'toro/ > ['tʰɔro]
callo /'kallo/ > ['khallo] 
cane /'kane/ > ['khane] 
casa /'kasa/ > ['kʰasa]
corno /'korno/ > ['kʰɔrno]

Seconda conseguenza: le consonanti occlusive sonore /b/, /d/, /g/, che sono suoni nuovi (assenti nella lingua avita), vengono adottati tali e quali dai parlanti del tardo longobardo toscano.
 
bene /'bɛne/ > ['bɛne]
botte /'botte/ > ['bottʰe]
dente /'dɛnte/ > ['dɛntʰe] 
duro /'duro/ > ['duro]
gallo /'gallo/ > ['gallo]
grande /'grande/ > ['grande]
 
Anche la consonante fricativa interlabiale /v/ è un suono nuovo (assente nella lingua avita) e viene adottata tale e quale dai parlanti del tardo longobardo toscano.

vento /'vɛnto/ > ['vɛntʰo]
vero /'vero/ > ['vero]
vino /'vino/ > ['vino]

Fase III 
Decadenza e scomparsa del tardo longobardo toscano 
 
La lingua romanza viene a prevalere e la lingua avita di questa cominità si estingue fino ad essere completamente dimenticata. Resta una lingua romanza toscana che presenta consonanti occlusive aspirate [pʰ], [tʰ], [kʰ]
 
una casa [una 'kʰasa]
un cane [un 'kʰane] 
a ccasa [a k'kʰasa]
du' cani [du 'kʰani]
tre ccani [tre k'kʰani]
 
Fase IV  
Diffusione di questa parlata aspirata in territori sempre più estesi della Toscana 
 
Possiamo supporre che la diffusione della pronuncia aspirata delle consonanti sorde sia cominciata in un'epoca verosimilmente successiva a quella in cui visse Dante Alighieri (che non notò il fenomeno pur avendo competenze linguistiche notevoli per i suoi tempi). In ogni caso, non esistendo un'opposizione fonemica tra consonanti occlusive sorde aspirate e consonanti occlusive sorde non aspirate, è anche possibile che questo modo peculiare di articolare il toscano sia passato inosservato per lungo tempo. 

Fase V  
Evoluzione delle consonanti occlusive aspirate in fricative in posizione intervocalica anche sintattica 
 
Primo passaggio: le consonanti occlusive aspirate, quando si trovano in posizione intervocalica anche sintattica, evolvono in affricate. Così /pʰ/ diventa /pφ/; /tʰ/ diventa /tθ/; /kʰ/ diventa /kχ/.  
 
una casa [una 'kχasa]
un cane [un 'kʰane] 
a ccasa [a k'kʰasa]
du' cani [du 'kχani]
tre ccani [tre k'kʰani]
 
Secondo passaggio: le consonanti affricate evolvono in fricative. Così /pφ/ diventa /φ/; /tθ/ diventa /θ/; /kχ/ diventa prima /χ/ e quindi si affievolisce in /h/
Credo che sia molto importante notare che questa evoluzione non si applica in caso di raddoppiamento sintattico. 
 
 
una casa [una 'χasa]
un cane [un 'kʰane] 
a ccasa [a k'kʰasa]
du' cani [du 'χani]
tre ccani [tre k'kʰani] 

Ecco infine le forme moderne, proprio quelle che ci eravamo proposti di spiegare nel dettaglio:
 
una casa [una 'hasa] (gorgia)
un cane [un 'kʰane] (aspirazione)
a casa [a k'kʰasa] (aspirazione)
du' ccani [du 'hani] (gorgia)
tre ccani [tre k'kʰani] (aspirazione) 

Un processo simile ha colpito a questo punto anche le consonanti occlusive sonore /b/, /d/, /g/ intervocaliche, dando origine a fricative [β], [ð], [γ]. Inoltre le consonanti postalveolari /tʃ/ e /dʒ/ (assenti in longobardo) si sono rilassate in [s] e [ʒ]
 
libero ['liβero]
lago ['laγo] 
lodare [lo'ðare]
dice ['diʃe] 
facile ['faʃile]
fragile ['fraʒile] 
 
Si tratta di sviluppi interamente pertinenti alla lingua romanza, che si sono realizzati molto tempo dopo l'estinzione del tardo longobardo toscano. Questa ricostruzione sembrerebbe ineccepibile, dato che rende conto della situazione attuale. Tuttavia, tirando le somme dopo anni, non mi soddisfa del tutto. 
 
Problemi insoluti:  
 
1) Nei vernacoli toscani in cui è presente la gorgia, non si ha alcuna traccia di aspirazione quando la parola si trova all'inizio assoluto di una frase. Dobbiamo così supporre che in questa posizione si sia avuta una deaspirazione di [pʰ], [tʰ], [kʰ] in [p], [t], [k] dopo la scomparsa del tardo longobardo toscano. A questo punto potrebbe essere obiettato che la mia ricostruzione è troppo complessa per essere verosimile. 
2) Permane un immenso baratro cronologico tra le prime manifestazioni documentate della gorgia e qualsiasi possibile azione di sostrati, superstrati o adstrati. Non si riesce a trovare gli elementi necessari per localizzare quanto è avvenuto. Dove è iniziata questa bizzarria? Tramite quali percorsi si è propagata tra le genti? Al momento non si riesce a trovare una risposta precisa.  

Alcuni aneddoti ridicoli sulla gorgia toscana 

Ho un televisore inattivo. Non lo accendo da molto tempo. Non ho acquistato alcun decoder, così non posso ricevere alcuna trasmissione. Molti anni fa, quando quella macchinetta abominevole ancora funzionava, mi capitò di scanalare e di imbattermi in un programma abietto condotto da Amadeus. Questo showman cercava di imitare la gorgia toscana e procedeva come segue: sostituiva una consonante a cazzo nelle parole delle futili frasi che sciorinava senza sosta. Così a un certo punto la parola "andiamo" fu sostituita da un fantomatico e abnorme *andiaho!
In un filmucolo escrementizio diretto da Castellano e Pipolo, che si intitolava Il Burbero (1986), Adriano Celentano veniva a trovarsi a Siena nel bel mezzo del Palio. Così accadeva che un energumeno paccianesco gli si avvicinava e gli chiedeva con fare autoritario: "Sei dell'Oha?" (alludendo alla celebre Contrada dell'Oca). Così gli rispondeva Celentano, che si improvvisava contradaiolo bullesco: "Hazzo!", con tanto di gorgia in iniziale assoluta. 
In realtà la gorgia toscana non è ben compresa dai mass media, che l'hanno sempre interpretata in modo buffonesco, insensato, tanto per far ridere la gente. Trovo molto utili gli esempi riportati da Vieri Tommasi Candidi nel suo sito web, che invito a consultare per avere maggior chiarezza sulla questione. 
 

mercoledì 31 gennaio 2018

IL TRATTAMENTO DEI PRESTITI GRECI IN ETRUSCO

Durante il periodo ellenizzante centinaia di vocaboli e di nomi mitologici presi a prestito dal greco entrarono in etrusco, spesso mostrando incertezza nel modo di rendere i fonemi originali, in particolare le occlusive sorde (p, t, k), le occlusive sonore (b, d, g) e le aspirate (ph, th, kh). Troviamo aspirate etrusche in luogo di occlusive sorde o sonore del greco, oppure occlusive sorde etrusche in luogo delle occlusive sonore e aspirate del greco, e via discorrendo. Altri mutamenti fonetici caratteristici agiscono sulla liquida, sulla rotica e sulla nasale -n- in alcuni contesti: a volte si ha etrusco -r- in luogo di greco -l- o viceversa (es. Umaile "Omero"); i nessi consonantici greci kn- e gn- tendono a svilupparsi nell'etrusco cr- (es. lat. grōma "strumento per misurare i terreni" < etr *cruma < gr. γνώμων); il greco -mn- tende in modo analogo a svilupparsi nell'etrusco -mr- (es. Memrun "Memnone"). Spesso e volentieri le labiali p e ph si dileguano in sillaba finale o media (es. Cuclu "Ciclope"). In molti casi la vocale y greca è adottata come u, perché così suonava all'epoca dei prestiti in questione; tuttavia non mancano casi in cui è invece rappresentata da i. Si tratta di parole entrate in etrusco in epoca più recente o da dialetti più evolutivi. Talvolta una singola parola mostra due o più varianti in un modo che non si ritrova negli elementi nativi, per il semplice quanto naturale fatto che le diverse forme sono entrate in etrusco in epoche differenti. Queste anomalie potrebbero anche essere state causate da una diversa pronuncia dei suoni nelle due lingue, ad esempio le occlusive aspirate in greco molto probabilmente non corrispondevano bene ai suoni trascritti con φ θ χ in etrusco, che forse si erano già evolute in consonanti affricate. Questo fenomeno ha un singolare parallelo nell'incertezza mostrata in greco nel rendere gli elementi presi a prestito dal  sostrato pre-ellenico. Per fornire la miglior conoscenza di questi fenomeni, trattiamo in questa sede innanzitutto gli elementi relativi all'onomastica e alla mitologia. Pochi di questi nomi sono stati conservati in latino, per quanto in una forma molto alterata. Tra questi ci sono Herculēs (etr. Hercle), Aesculāpius (etr. Esplace, con metatesi), Ulixēs (etr. Uθusθe e varianti), Proserpina (etr. Φersipnei), Pollūx (etr. Pultuce) e Catamītus "Ganimede" (etr. Catmite). A partire dal III secolo a.C. ci fu un rinnovamento massiccio della lingua latina, dovuto anche a un'influenza diretta di masse di parlanti ellenofoni. Nel tardo periodo repubblicano fu importato nella lingua dotta un numero enorme di parole la cui fonetica non subiva grandi adattamenti ed era molto simile a quella originale greca. Questo processo fece sbiadire sempre più l'eredità etrusca. In altre parole, Roma fu ellenizzata in un periodo diverso rispetto all'Etruria e in modo diverso, in molti casi quasi senza alcuna reale assimilazione degli elementi importati. Infine si nota che la profonda contaminazione linguistica tra il lessico etrusco e quello greco non interessò altri popoli di lingua tirrenica come le genti della Rezia e i Camuni. Nella lingua retica, che preservò molte caratteristiche arcaice e materiale lessicale perduto in etrusco, dovettero esserci soltanto pochi prestiti dalla lingua ellenica.

Nel seguito diamo un elenco di antroponimi, teonimi e altri nomi mitologici penetrati in etrusco dal greco, la cui origine può essere tracciata con sicurezza. L'ordine dei lemmi è quello dell'alfabeto etrusco.

Aθrpa "Atropo" < Ἄτροπος
Aivas, Eivas, Evas "Aiace" < Αἴϝας
Aita, Aiθa, Eita "Ade" < ᾍδης
Alcstei, Alcsti "Alcesti" < Ἄλκηστις
Aleχsantre, Elcsntre "Alessandro" < Ὰλέξανδρος

Al
θaia
"Altea" < Ἀλθαία
Alχumena "Alcmena" < Ἀλκμήνη
Amuce, Amuχe "Amico" < Ἄμυκος
Antiluχe, Antilχe "Antiloco" < Ἀντίλοχος
Anχas "Anchise" < Ἀγχίσης
Aplu, Apulu "Apollo" < Ἀπόλλων
Ariaθa, Areaθa, Araθa "Arianna" < Ἀριάδνη
Aritimi, Artumes "Artemide" < Ἄρτεμις
Arχaze "Arcadio" < Ἀρκάδιος
Arχas "Arcade" < Ἀρκάς
Ataiun "Atteone" < Ἀκταίων
Atalanta, Atlenta, Atlnta "Atalanta" < Ἀταλάντη
Atmite "Admeto" < Ἄδμητος
Atre "Atreo" < Ἀτρεύς
Atunis "Adone" < Άδωνις
Aturmuca "Andromaca" < Ἀνδρομάχη
Aχlae "Acheloo" < Ἂχελῷoς
Aχle, Aχile "Achille" < Ἀχιλλεύς
Aχmemrun "Agamennone" < Ἀγαμέμνων
Aχrum "Acheronte" < Ἂχέρων
Calaina "Galena"(1) < Γαλήνη 

Calanice "Callinico" < Καλλίνικος
Capne
"Capaneo" < Καπανεύς
Caśntra, Caśtra "Cassandra" < Κασσάνδρα
Castur "Castore" < Κάστωρ
Catmite, Catmiθe "Ganimede" < Γανυμήδης
Cerca "Circe" < Κίρκη
Clepatra "Cleopatra" < Κλεοπάτρα
Cluθumusθa, Clutmsta "Clitemnestra"
      < Κλυταιμνήστρα
Crise "Crise" < Χρύσης
Crisiθa "Criseide" < Χρυσηΐς
Cruisie "Creso" < Κροῖσος
Cuclu "Ciclope" < Κύκλωψ
Curca "Gorga" < Γόργη
Ecapa "Ecuba" < Ἑκάβη
Ectur, Eχtur "Ettore" < Ἕκτωρ
Evantre "Evandro" < Εὔανδρος
Evrφia "Eumorfia" < Εὐμορφία
Eina "Enea" < Αἰνείας

Elina, Elinai, Elinei
"Elena" < Ἑλένη
Enie
"Enio" < Ἐνυώ
Eris
"Eris" < Ἔρις
Ermania "Ermione" < Ἑρμιόνη
Erus "Eros" < Ἔρως
Etule "Etolo" < Αἰτωλός
Euru "Europa" < Εὐρώπη
Eutucle, Euθucle "Eteocle" < Ἐτεοκλῆς
Euturpa "Euterpe" < Εὐτέρπη
Velparum "Elpenore" < ᾿Ελπήνωρ (arc. F-)
Vicare "Icaro" < Ἴκαρος (arc. F-)
Vile, Vilae "Iolao" < Ίόλαος (arc. F-

Vile
"Oileo" < Ὀϊλεύς
Zerapiu, Zarapiu "Serapione" < Σεραπίων
Zetun "Zeto"(2) < Ζήθος
Ziumiθe, Ziumite, Zumuθe, Zimaite "Diomede"
      < Διομήδης
Θeθis, Θetis "Teti" < Θέτις
Θese "Teseo" < Θησεύς
Hamφiare, Amφiare, Amφare "Anfiarao"
      < Ἀμφιάραος
Heiasun, Heasun, Easun "Giasone" < Ιάσων
Hercle, Herχle "Ercole" < Ἡρακλῆς
Herclite, Ferclite "Eraclide" < Ἡρακλείδης
Iliθii-al (gen.) "Ilizia" < Εἰλείθυια

Iśminθians
"Istmiade" < Ἰsθμιάδης
Itas "Ida" < Ἴδας
Ite "Ideo" < Ἰδαῖος

Iχśiun
"Issione" < ᾿Ιξίων
Lamtun "Laomedonte" < Λαομέδων
Latva "Leda" < Λήδα
Letun "Latona" < Λητώ
Licantre "Licandro" < Λύκανδρος
Luvcatru "Leucandro" < Λεύκανδρος
Lunχe, Lunχ, Lunc, "Linceo" < Λυγκεύς
Marmis "Marpessa" < Μάρπησσα
Melerpante "Bellerofonte" < Βελλεροφῶν,
     Βελλεροφόντης

Meliacr, Melacre "Meleagro" < Μελέαγρος
Memrun, Mempru "Memnone" < Μέμνων
Menle "Menelao" < Μενέλαος
Metva, Matva, Metaia "Medea" < Μήδεια
Metus "Medusa"(3) < Μέδουσα
Mine "Minosse"(4) < Μίνως
Navli "Nauplio" < Ναύπλιος
Nevtlane "Neottolemo" < Νεοπτόλεμος
Nele "Neleo" < Νηλεύς
Nestur "Nestore" < Νέστωρ
Nicipur "Niceforo" < Νικηφόρος
Pacste, Pecse "Pegaso" < Πήγασος
Palmiθe, Talmiθe "Palamede" < Παλαμήδης
Partinipe, Parθanapaes "Partenopeo"
     < Παρθενοπαίος
Patrucle "Patroclo" < Πάτροκλος
Paχa "Bacco" < Βάκκχος
Pele, Peleis "Peleo" < Πηλεύς
Pemφetru "Penfredo"(5) < Πεμφρηδώ
Penlpa, Pelpa "Penelope" < Πηνελόπεια
Pentasila "Pentesilea" < Πενθεσίλεια
Perse, Φerse, Φerśe "Perseo" < Περσεύς
Prisis "Briseide" < Βρισηΐς
Priumne "Priamo" < Πρίαμος
Prumaθe "Prometeo" < Προμηθεύς
Pulunice, Pulnice, Φulnice "Polinice" < Πολυνείκης
Pulutuice, Pultuce, Φiltuce "Polluce" < Πολυδεύκης
Śminθe "Sminteo" < Σμινθεύς
Raθmntr "Radamanto" < Ῥαδάμανθυς
Rutapis "Rodopi" < Ῥοδῶπις
Sature "Satiro" < Σάτυρος
Semla "Semele" < Σεμέλη
Sime, nome di un satiro < Σῖμος "Naso Piatto"
Sispe, Sisφe "Sisifo" < Σίσυφος
Stenule "Stenelo" < Σθένελος

Taitle
"Dedalo" < Δαίδαλος
Telmun, Talmun, Tlamun "Telamone" < Τελαμών
Telφe, Tele "Telefo" < Τήλεφος
Terasia, Teriasa "Tiresia" < Τειρεσίας
Tinθun, Tiθun "Titone" < Τιθωνός
Tinusi "Dionisio" < Διονύσιος
Tlamunus "Telamonio" < Τελαμώνιος
Truia "Troia" < Τροία
Truile "Troilo" < Τρωίλος
Truφun "Trofonio" < Τροφώνιος
Tuntle "Tindaro" < Τυνδάρεος
Tute "Tideo" < Τυδεύς
Uθusθe, Uθuze, Utusθe, Uθste "Ulisse"
     < Ὀδυσσεύς
Umaile, Umaele "Omero" < Ὅμηρος
Urusθe, Urste "Oreste" < Ὀρέστης
Urφe "Orfeo" < Ὀρφεύς

Uprium
"Iperione" < Ὑπερίων
Φaun, Φamn, Faun "Faone"(6) < Φάων
Φersiculu "Persepolis" < Περσέπτολις
Φersipnai, Φersipnei "Persefone" < Περσεφόνη
Φuinis "Fenice" < Φοῖνιξ
Φuipa "Febe" < Φοίβη
ΦulΦsna "Polissena" < Πολυξένη
Φurce "Forca" < Φόρκος
Χalχas
"Calcante" < Κάλχας
Χarun, Χaru "Caronte" < Χάρων 

(1) Nome di una nereide, indica la calma dei venti.
(2) La forma etrusca continua l'accusativo della forma greca, che esce in -on.
(3) Il nome è passato in latino come metus "paura", con -s interpretato come nominativo sigmatico (deglutizione).
(4) Attestato anche in Θevrumines "Minotauro", ossia Θevru Mines "Toro di Minosse", calco del greco Μινώταυρος.
(5) Nome di una graia, deriva dal greco πεμφρηδών "calabrone".
(6) Un caso inconsueto di alternanza tra φ e f, che testimonia la presenza di una fricativa.

Alcuni nomi mitologici non si trovano come tali in greco, ma la loro origine è ugualmente chiara. Notevoli sono i nomi di satiri  Aulunθe < αὐλητής "suonatore di flauto" e Puanea < πύανος "fava" (con allusione al suo fallo colossale).

In alcuni casi una figura della mitologia greca si sovrapponeva a una nativa, dando origine a complesse ibridazioni. Così il nome della città di Mantova, attestato come Manθva- grazie al gentilizio Manθvate "Mantovano", deriva dal nome di una dea infera, parallelo a quello di Manto, figlia di Tiresia (gr. Μαντώ). L'etimo del nome pre-ellenico era infatti chiaro agli Etruschi, dato che man significa "ricordo" (donde "spettro"); manim traduce il latino monumentum e soprattutto il greco μνημοσύνη "tomba"; "memoria" (cfr. Facchetti).

Tra i nomi comuni ci sono non pochi lemmi vascolari o relativi alla tecnologia, a beni di consumo e via discorrendo. Riportiamo una lista di termini attestati nelle iscrizioni:

apcar "abacario" < ἄβαξ "abaco"
aśka "tipo di vaso" < ἀσκός "otre"
culiχna, culχna, χuliχna "coppa"(i) < κυλίχνη
cutun, qutum "vaso potorio" < κώθων
elaiva- "olio"(ii) < ἔλαιFον (arc.)
vinum "vino"(iii) < οἶνος (arc. F-)
larnaś "contenitore" < λάρναξ
"scatola"
leθe "servo pubblico" < ληιτός(iv)
leu, lev "leone" < λέων
leχtum "vaso da olio" < λήκυθος
naplan "vaso da vino" < νάβλα(v)
pruχum "brocca" < πρόχοος
patna "piatto, scodella" < πατάνη
putere "bicchiere" < ποτήριον
ulpaia "vaso da olio"(vi) < ὄλπη

(i) Passato in latino come culigna.
(ii) Attestato nella forma aggettivale elaivana "olio".
(iii) Il latino e altre lingue italiche devono aver preso vinum dall'etrusco, assimilando il suffisso a un neutro (deglutizione). Questo spiegherebbe il vocalismo anomalo della parola, in cui la -i- lunga non può provenire direttamente dal dittongo -oi- del greco. L'origine ultima è semitica.
(iv)
La forma greca è glossata δημόσιος "pubblico" (Esichio; cfr. Morandi). La forma etrusca è passata in latino come laetus "servus publicus", a torto ritenuto di origine germanica, con buona pace del Benelli e di altri, che tentano di abolire il lemma. 
(v) L'origine ultima è fenicia o punica.
(vi) Il Benelli ha tentato di espungere questo vocabolo affermando che sarebbe una chimera nata dalla fusione di due diverse epigrafi. Non è stato tuttavia in grado di fornire prove convincenti della sua affermazione.

Moltissimi altri prestiti possono essere identificati con certezza in latino, perché mostrano caratteristiche fonetiche tipiche dell'etrusco e incompatibili con un passaggio diretto dal greco. Avremo modo di trattarli in modo approfondito in altra sede. 

Spero che basti questo mio sintetico trattatello per dileguare le sciocchezze invereconde di coloro che intendono utilizzare i prestiti greci in etrusco per dimostrare la l'origine etrusca della gorgia toscana. Basterà osservare con attenzione le corrispondenze sopra elencate per constatare l'inconsistenza delle tesi dei nostri avversari. La distribuzione dei suoni in etrusco segue schemi complessi, del tutto incompatibili con la fonetica dei vernacoli toscani. Se un sostrato etrusco avesse agito sul latino volgare influenzandone in modo profondo la pronuncia, avrebbe innanzitutto fissato l'accento sulla prima sillaba delle parole, portando all'oscuramento, all'indebolimento e alla perdita delle sillabe mediane. Avrebbe anche causato la perdita di molte vocali finali, dando origine a qualcosa di estremamente diverso dalla lingua italiana in qualsiasi sua forma.

sabato 8 novembre 2014

IL MISTERO DEL PIPPOLOGIO

Nella città di Seregno alcuni pasticcieri producono in occasione dell'Epifania un pane dolce di forma fallica, che dal volgo è chiamato pippologio. Non ho trovato alcuna documentazione in rete di questa usanza, e sono incerto sull'etimologia dello strano nome - che non va confuso con neologismi come pippologo e pippologico, riferiti a masturbazioni mentali (da pippa). 

Il nome del dolciume è chiaramente un composto di pippo, termine colloquiale deonomastico che indica il membro virile e quindi una persona idiota. La seconda parte è invece oscura. Forse si tratta di una creazione arbitraria per far sembrare il nome una forma dotta (calcata su orologio?). 

Le alternative non sono numerose. Mi è venuto in mente che potrebbe essere un'abbreviazione di un ipotetico "pippo logico", ossia "membro virile dotato di parola", pronunciato *pippologi(h)o da un altrettanto ipotetico pasticciere toscano migrato in Brianza. In tal caso, sarebbe un prestito da una forma affetta da gorgia - anche se non mi risulta che una locuzione di questo genere sia usata in Toscana. L'unico altro suggerimento mi è stato dato dall'amico Watt, che ipotizzava una contrazione da un originario *pippo-elogio, ossia "elogio del pippo". Resto però dubbioso: non mi risultano formazioni analoghe, contrarie al modo di creare composti in italiano.  

La parola mi è stata riferita da più fonti. In un'occasione mi è stato precisato che si tratta di un termine dialettale, che sarebbe stato quindi italianizzato nella forma. Non sono tuttavia riuscito a capire da quale vocabolo lombardo il termine pippologio sia stato ricavato per adattamento. Infatti dalla fonetica sembra appartenere a un dialetto lombardo così come pizza sembra un termine anglosassone.  

Il pippologio è fatto di pasta brioche e ha la forma di un pene eretto con testicoli ben formati. La glassa posta sulla sua sommità rappresenta lo sperma con crudo realismo. Dall'asta si protende un braccino che regge un piccolo cestello con dentro alcune caramelle. La cosa è molto inconsueta, essendo la Brianza legata a forme di rancido clericalismo e poco amante di qualsiasi menzione di cose ritenute sconvenienti. Del resto, messe di fronte alla natura fallica del dolce, non poche persone hanno negato ogni accostamento sessuale, dicendo che rappresenterebbe un semplice pupazzo. 

Non sono riuscito a sapere se si tratta di una tradizione inveterata o di un'usanza recente, e neppure se sia diffusa in altri paesi lombardi o di altre parti d'Italia. Posso soltanto dire che alcuni miei amici che abitano ad Albiate, a poca distanza da Seregno, non hanno mai saputo nulla di questo dolciume e si sono sorpresi non poco quando lo hanno visto per la prima volta. La domanda è aperta a tutti. C'è qualcuno che ha un'idea sulla sua origine? 

sabato 4 ottobre 2014

UN NUOVO ARGOMENTO CONTRO L'ORIGINE ETRUSCA DELLA GORGIA TOSCANA

Nella lingua longobarda esisteva il vocabolo *gahagi "bosco riservato", che ci è attestato nella forma latinizzata gahagium. Di questa parola è nota la comune variante *kahagi, attestata come cahagium: il prefisso germanico ga- ha spessissimo la variante ca- in longobardo. Questa desonorizzazione è ben nota nell'area dell'alto tedesco: il prefisso ka- si trova anche in antico bavarese. L'origine ultima del prefisso è la stessa forma indoeuropea *kom- da cui discende anche il ben noto latino cum, com-, con-, co-. La radice hagi- che forma la parola *ga-hagi è la stessa che si trova nell'inglese haw "recinzione" e hedge "siepe; barriera", nel tedesco Hain "boschetto", Hag "siepe" e Hecke "siepe, cespuglio; macchia". Il perfetto corrispondente tedesco di *gahagi è Gehege "recinto"

Veniamo ora alle evoluzioni del longobardismo in questione nei volgari italiani. A settentrione evolve in gaggio e in gazzo. In Toscana presenta invece un ben diverso sviluppo: diviene infatti cafaggio, con la variante caggio. Dalla parola cafaggio deriva anche cafaggiaio, che significa "boscaiolo". La consonante velare longobarda /g/, seguita da semiconsonante palatale si è palatalizzata in volgare neolatino, ma non è questo ciò che intendo rimarcare. Quello che salta agli occhi è lo sviluppo toscano della consonante longobarda /h/. Occorre innanzitutto dire che la /h/ iniziale di parola originaria ha cessato presto di essere pronunciata: in Rotari troviano arigawerc "attrezzature militari" per harigawerc - alla lettera "opera dell'esercito" - e così pure andegawerc "attrezzi di casa" per handegawerc - alla lettera "opera manuale" (trascrivo con -w- la sequenza -uu- dei codici). Il suono permaneva invece tra due vocali: gamahalos, glossato confabulati, e via discorrendo. In altre parole, quando nuove aspirate (fricative e affricate) si sono sviluppate a partire dalla seconda rotazione consonantica, /h/ iniziale non si pronunciava più. 

Reductio ad absurdum 

Ora, se nelle parlate toscane dei secoli VIII-XI fosse esistita la gorgia come parte dell'eredità etrusca, sarebbe esistito il suono /h/. I nostri avversari affermano questo esplicitamente. Si dimostra che se questo fosse accaduto, il termine cahagium non sarebbe passato in toscano come cafaggio, ma come *cahaggio, e sarebbe stato scritto in modo ipercorretto come *cacaggio. Invece vediamo come la /h/ intervocalica longobarda è stata adottata come /f/. Questo perché /f/ era il suono toscano dell'epoca più vicino a /h/. Non esisteva dunque alcuna gorgia, che si è sviluppata in epoca successiva.
Q.E.D. 

LA PAROLA LAUNEHILD IN UN DOCUMENTO DI DIRITTO LONGOBARDO DEL XII SECOLO

Anche dopo che la lingua dei Longobardi fu uscita dall'uso corrente, dovette permanerne una qualche conoscenza tra le persone che continuavano a professare il Diritto Longobardo e tra i notai. Alcuni glossari legali sono giunti fino a noi, con traduzioni di voci longobarde contenute nei codici. Di certo quelli che abbiamo non sono gli unici esistenti e molte forme saranno andate perdute. Ecco un'altra cosa che difficilmente sarà menzionata nelle scuole: ancora nel XII secolo esistevano persone che si appellavano alle leggi dei Longobardi, riconoscendosi di origine diversa dal resto della popolazione. Casi del genere non sono affatto rari e se ne trovano notevoli documentazioni. Come spiegare il fenomeno? Sarebbero necessari studi approfonditi, i cui risultati metterebbero senza dubbio in crisi certa retorica scolastica. 

Ne riporto un esempio molto interessante, tratto dal sito dell'Università di Pavia:  


Si tratta di una carta promissionis che fu scritta nel maggio 1132 a Milano. In essa si parla di una certa Druda, moglie del milanese Mustus Burro, professante la legge dei Longobardi. Essendo in contesa con il prete ufficiale di San Giovanni in Laterano di Milano, certo Obizzo, con il documento in questione la donna promette di non infastidire lui e la sua chiesa, a cui il marito aveva evidentemente donato delle proprietà. La promessa viene fatta anche a nome degli eredi, menzionati in fondo al documento. Si stabilisce la pena di cinquanta denari d'argento in caso di violazione della promessa, e per sancire questo atto di generosità, Druda riceve un pagamento che con vocabolo longobardo è chiamato launehild. La parola ricorre due volte. Rimando al sito per approfondimenti sul testo, limitandomi ad enucleare alcuni passaggi chiave.  

All'inizio del documento si trova la professione di Legge Longobarda: "promitto atque spondeo me ego Druda cuniux Musti qui dicitur Burro, de suprascripta civitate, qui professi sumus lege vivere Longobardorum mihi que supra Drudae ipso Mussto iugali et mundoaldo meo". Si noterà la presenza del termine mundoald (qui dotato di desinenza latina -o), che indica colui che esercità l'autorità, detta mundium nei codici. Il vocabolo è formato dalle radici mund- "mano, autorità" (cfr. tedesco Vormund "tutore"; mündig "maggiorenne") e wald- "dominare" (cfr. tedesco walten).  

Verso la fine dell'atto si trovano le menzioni del risarcimento, indicato senza alcuna desinenza latina: "Quidem et anc adfirmandam promissionis cartam accepi ego que supra Druda a te predicto Obizone presbitero exinde launehild crosinam unam". E ancora, dove ricorrono le croci sostitutive delle firme: "Signum + manus suprascripte Drude qui hanc cartam promisionis ut supra fieri rogavit et suprascriptum launehild accepit." 

La parola originale era launegild "controprestazione", composta da -gild "pagamento" (cfr. tedesco Geld) e da laun- "ricompensa" (cfr. tedesco Lohn). La consonante -g- mostrava una certa tendenza a mutarsi in -ch- tra due vocali e in certi gruppi consonantici, come attestato in numerosissimi antroponimi, e quindi a divenire una semplice -h-. Così si trova la variante launechild. La forma launehild, che dimostra chiaramente la natura aspirata del suono -ch- in launechild, di cui è la naturale evoluzione, è attestata anche a Milano, come in molti altri luoghi. 

Nonostante questi mutamenti fonetici siano chiaramente dissimili da qualsiasi cosa si trovi nelle lingue romanze, esiste sempre qualcuno che cerca di ricondurli alla gorgia toscana. Affermare a più riprese che nessun vernacolo toscano ha mai intaccato la consonante sonora /g/ non sembra servire a molto: ci si trova davanti a un muro di gomma, visto che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Spero sia di qualche utilità rimarcare le attestazioni di consonanti aspirate in Lombardia e in Veneto, in contesti molto simili a quelli in cui ricorrono in Toscana. La forma launehild rappresenta la pronuncia più recente del lemma, in uso tra gli ultimi parlanti della lingua in diverse regioni d'Italia. Questo implica una trasmissione in epoca tarda attraverso genuina usura fonetica popolare e non un'influenza esterna proveniente dal volgare neolatino. 

domenica 16 marzo 2014

I DIALETTI LONGOBARDI

A proposito degli antroponimi longobardi attestati in Toscana, nel forum Archeologia si legge:

"All'epoca in Toscana l'etrusco (verosimilmente) non era più parlato, ma neppure il longobardo, che sparì prestissimo e nel 700 non era più parlato (Albano Leoni 1983, Pfister 1997) (se mai diffusamente lo fosse stato) lasciando gli antroponimi, distorti dalla lingua locale o composti con il latino."

Nel tentativo di collegare le peculiarità fonetiche di questi antroponimi agli attuali vernacoli toscani, si riportano inoltre alcuni passi tratti dai lavori dell'ottima studiosa Nicoletta Francovich Onesti:

"Nei nomi propri della Toscana l'assordimento delle sonore germ. */b, d, g/ è di gran lunga prevalente, e molto più frequente che in altre zone d'Italia." 

"tendenza locale neolatina a conservare le sorde latine /p, t, k/ in Toscana MEGLIO CHE NEL NORD ITALIA, dove hanno più spesso esiti dialettali sonori, indicati già dalle grafie latine di quest'epoca (Löfsted 140-44; Politzer 1953, 13; Rohlfs 1966, I § 212). In questo senso possiamo addirittura trovare nei documenti toscani anomale grafie con <c> per <g> anche per un suono derivante da /g/ latino: Corgite per Gurgite ricorre in due documenti lucchesi del 757 (CDL n° 126, 133), iocale per iugale in CDL n° 67 (738 Lucca)." 

"...LA STESSA PERSONA (tale Sichimund, che era arciprete della chiesa lucchese, fratello del vescovo di Lucca Talesperianus e di Radipert 'gasindius regis') È CHIAMATA SIGEMUND in una carta scritta A PAVIA E SICHIMUND NEI DOCUMENTI TOSCANI..." 

"È poi ben noto che nell'area toscana si ha uno sviluppo strettamente regionale delle fricative sorde lgb. [x‚ ç] (derivanti a loro volta dal germ. */k/ per seconda mutazione consonantica) le quali producono negli antroponimi della Toscana un tipico esito [š] <-sci-> (Arcamone 1984, 385, 402). " 

Naturalmente la Onesti non nega la natura eminentemente germanica dei tratti fonetici del patrimonio antropinimico dei Longobardi: l'idea della distorsione vernacolare toscana è da attribuirsi all'autore dell'intervento sul forum. Una simile idea non potrebbe mai essere partorita dalla mente di una persona con qualche conoscenza di filologia germanica. Inoltre, sempre secondo tale autore, i passi da lui riportati "confuterebbero" quanto da me asserito. Mi asterrò dal parafrasare Er Monnezza e cercherò di procedere con ordine.

Non mancano coloro che sono ansiosi di far scomparire la lingua longobarda al primo contatto tra le genti di Alboino e la popolazione locale italiana, e che pur di sostenere la loro tesi sono pronti a far violenza ai dati documentati. Le cose non sono andate come queste persone sostengono: la loro è soltanto una semplificazione da manuale scolastico, nata dalla rappresentazione della Storia come un insieme di date e di eventi puntiformi inanalizzabili. La causa è da ricercarsi nella propaganda della scuola, che per decenni ha cercato di sminuire i Germani per ragioni puramente ideologiche. Non soltanto tale lingua fu parlata a lungo dalla minoranza longobarda, estinguendosi soltanto nel IX secolo e forse in certi luoghi addirittura agli inizi dell'XI, ma diede un sostanziale contributo al formarsi della lingua italiana. I prestiti longobardi nel volgare furono tanto pervasivi che raggiunsero anche regioni come la Sicilia, che non conobbero mai un'occupazione longobarda. Ovviamente le citazioni sull'estinzione precoce della lingua (Albano Leoni, 1983; Pfister, 1997) sono prese tal quali con copia e incolla da un articolo della Onesti, senza indagine ulteriore e presentati come se fossero un'autorità biblica. Si possono allora prendere con la stessa metodologia altre citazioni, come ad esempio lo storico belga François-Louis Ganshof (1895-1980), che reputa la lingua longobarda estinta tra l'VIII e il IX secolo. Ovviamente nessuno può sapere esattamente cosa è accaduto: tracciare l'estinzione di una lingua non è quasi mai un compito facile. Tuttavia, presenterò nel seguito il motivo della mia propensione a ritenere l'estinzione della lingua longobarda come qualcosa di abbastanza tardivo. 

Dal patrimonio di antroponimi, si possono evidenziare diverse aree dialettali principali: 

longobardo settentrionale
longobardo toscano
longobardo meridionale 

È vero che nel longobardo toscano esiste maggior evidenza di fenomeni di aspirazione, ma questi non mancano in ogni caso nelle altre varietà. Si noti che la Onesti non dice affatto che al di fuori della Toscana gli antroponimi longobardi ignoravano l'assordimento delle sonore e l'aspirazione. Dice solo che tale assordimento in Toscana "è di gran lunga prevalente, e molto più frequente che in altre zone d'Italia". Tuttavia gli esempi non toscani sono numerosi, come si può arguire anche da Meyer (Sprache und Sprachdenkmäler der Langobarden, 1877). Gli antroponimi in -PERT e in -PRAND non sono esclusivi della Toscana e si trovano anche oltre i confini della Penisola presso altre genti germaniche come Bavari e Franchi. Sempre leggendo Meyer, si vede inoltre come le attestazioni toscane di antroponimi longobardi nei documenti raccolti nel suo volume siano di per sé più numerose di quelle di qualsiasi altro luogo, con ogni probabilità anche perché ivi si concentrava una popolazione longobarda più cospicua.
Sempre la Onesti riporta questo brano dell'Origo gentis Langobardorum:

"Et habuit Wacho de Austrigusa filias duas, nomen unae Wisigarda, quam tradidit in matrimonium Theudiperti regis Francorum; et nomen secundae Walderada (...) tradidit eam Garipald in uxorem. Filia regis Herulorum tertiam uxorem habuit nomen Silinga; de ipsa habuit filium nomine Waltari. Mortuus est Wacho, et regnavit filius ipsius Waltari annos septem, farigaidus; isti omnes Lethinges fuerunt." 

Vi si trovano due casi di assordimento, di cui uno in un antroponimo franco e l'altro in un antroponimo bavarese, cosa che ben difficilmente si potrà pensare connessa a un fantomatico vernacolo toscano.

L'albero genealogico dei Lethingi fino a Teodolinda e a Perctarit spiega ancor meglio tutto questo: 


Wacho, Ariperto, Gundeperga, Godeperto e Perctarit non hanno nulla a che vedere con Benigni. 

Per quanto riguarda le aspirate, i nomi in -CHIS sono comuni dovunque, anche in Friuli (la stessa Onesti cita il nobile friulano MUNICHIS, etc.), per non parlare del WACHO sopra menzionato. In non poche occorrenze, -CH- nel longobardo compare in posizione postconsonantica, come nei dialetti alemannici, il che esclude qualsiasi relazione causale con la gorgia toscana, come non mi stancherò mai di ripetere.

Ancora, la Onesti riporta per il Meridione forme con consonanti sorde da antiche sonore e con aspirate, come ad esempio Dagileopa, Antechis, Lupelchisi. Inoltre Vvinelaupo (Lucera), Vvinipirga (Puglia), Liutperti (S. Vincenzo al Volturno), Liutprandi (id.). A Brindisi è attestata la voce allipergo "albergo". Tra i toponimi si notino Atripalda (prov. Avellino), Caggione (Salento, < long. *kahagi "bosco recintato", donde anche toscano cafaggio). 

L'autore di Forumarcheologia ha una certa tendenza a confondere fenomeni che vanno tenuti distinti e mostra una forte predisposizione per la fallacia logica chiamata "osservazione selettiva".

Riportiamo i seguenti dati sulle variazioni dialettali di alcuni antroponimi:

longobardo settentrionale SIGEMUND
longobardo toscano SICHIMUND
(il fatto che il nome dellla stessa persona sia registrato in due dialetti diversi a seconda del luogo non stupisce, siccome ognuno tende a parlare come mangia e a scrivere di conseguenza) 

longobardo settentrionale DAGHIBERT
longobardo toscano TACHIPERT

Essendo questi nomi composti da radici vigenti nella lingua parlata, si capisce anche come i Longobardi pronunciassero le parole ogni giorno. Riporto anche i corrispondenti nell'antico alto tedesco (AAT) e nel gotico. 

"vittoria" (AAT sigu, sigo, sigi, siki, Got. sigi(s)-):
longobardo settentrionale SIGE-, SIGI-
longobardo toscano SICHE-, SICHI- 

"giorno" (AAT tag, Got. dags):
longobardo settentrionale DAGHI-
longobardo toscano TACHI- 

"splendente" (AAT beraht, peraht, Got. bairhts, -ai- è una /e/ aperta):
longobardo settentrionale -PERT, - BERT
longobardo toscano -PERT 

"spada, tizzone" (AAT brant, Norr. brandr)
longobardo settentrionale -PRAND
longobardo toscano -PRAND

Ribadisco che questi non sono fenomeni legati all'attuale pronuncia dei vernacoli toscani, ma mutamenti nati all'interno della II Rotazione dell'Alto Tedesco e perfettamente comprensibili in tale ambito, e le forme documentate lo provano. 

Ovviamente quanto ho riportato non esaurisce la molteplicità dei dialetti longobardi. Ad esempio, il dialetto di Bergamo era più simile a quello toscano ed aveva -CH- da -G-: LAUNECHILD anziché LAUNEGILD. Il dialetto di Rieti aveva T- per D- come il dialetto toscano, ma aveva -C- per -G-: TACIPERT. Se in Toscana troviamo anche TAHIPERTO (dat.) e TAIPERT, a Pavia abbiamo DAIPERT. C'è abbastanza materiale per produrre un'opera di un certo respiro. Purtroppo si registra un sostanziale disinteresse da parte del mondo accademico. I lavori della Onesti sono interessantissimi, ma sono dispersi in articoli. La Scienza di questi tempi soffre di articolite acuta, quello che manca è la classificazione sistematica delle informazioni di cui si dispone.

La radice germanica *ri:ka- "re" (gotico reiks "principe, sovrano", reiki "regno, dominio", norreno ríki "regno", antico inglese rīce id., antico alto tedesco rīhhi id.), evolve in longobardo con un suono aspirato palatale che viene scritto diversamente a seconda dell'area:

1) si trova scritto -ris nei dialetti longobardi settentrionali:
2) si trova scritto -risci nel dialetto longobardo toscano:
3) si trova scritto -rissi nel dialetto longobardo di Benevento:

Come si vede, il mutamento è simile a quello che ha portato al tedesco Reich, con una "ch" palatale, che nulla ha a che vedere con la pronuncia dei vernacoli toscani neolatini. Si trovano dialetti tedeschi in cui questo "ch" si palatalizza completamente, e in cui ich suona isch. Quindi la citazione di questo mutamento come prova di toscanismo è maliziosa e fallace. Raccomando una volta di più un approfondito studio della II Rotazione, sperando che sia di giovamento e faccia capire la natura di questi fenomeni.

Nel dialetto di Benevento è notevole l'ortografia "sch" per "sc", che farebbe pensare a un suono simile a quello dell'olandese Scheveningen, usato come shibboleth nella II Guerra Mondiale.

Gli antroponimi longobardi non sono assimilati, a parte qualche volta una rozza latinizzazione tramite aggiunta di desinenze -us, gen. -i, dat. -o, etc. In moltissimi casi esibiscono le consonanti finali germaniche e un aspetto fonetico incompatibile con la lingua latina volgare o con qualsiasi varietà romanza. Il toscano odierno non tollera le consonanti finali e tende ad aggiungere -e. Lo vediamo bene in alcuni prestiti dalla lingua inglese:

bar > barre
roastbeef > rosbiffe

Questa caratteristica è particolarmente tipica dei dialetti del Centro e Sud Italia. Nella lingua italiana standard essa si trova ad esempio nei nomi biblici: Davide per David, Giobbe per Iob, Giacobbe per Iacob, e un tempo si usava anche Saulle per Saul. Un toscano di bassa cultura prova parimenti invincibile difficoltà ad articolare nessi consonantici complessi, come quelli che si riscontrano in una lingua germanica. Per averne un'idea, si dovrebbe fare un'indagine chiedendo a persone delle campagne di Lucca che si esprimono in vernacolo di articolare i nomi ANSPRAND, TEUTPALD, LAUTCHIS. Sarebbe un interessante esperimento, il cui esito atteso consterebbe di grottesche imitazioni come *ASSEPRANDE, *TETTEPALDE e *LATTEHISSE

La persistenza di antroponimi non assimilati oltre la scomparsa del regno dei Longobardi è di per sé un indizio del perdurare dell'uso della lingua longobarda almeno in famiglia.

Contro l'ingenua idea che vorrebbe le consonanti aspirate dei nomi longobardi originate dal vernacolo, occorre far presente che tutte le parole latine dei testi in cui questi nomi si trovano non riportano neppure un caso di trascrizione di un'ipotetica gorgia. Dato che il latino dell'epoca era di basso profilo e scadente, di certo si noterebbero numerose attestazioni di una pronuncia aspirata toscana se questa fosse realmente esistita. Un fantomatica tendenza a "distorcere" gli antroponimi longobardi si rifletterebbe a maggior ragione sul lessico latino. 
Chi asserisce che i nomi longobardi mostrino effetti di "distorsione" ignora bellamente ogni rudimento di filologia germanica e si contraddice poi da sé, essendo incapace di spiegare come mai questa "distorsione" sarebbe assente nelle parole latine.

Le forme corgite e iocale non c'entrano proprio nulla con l'assordimento di /b/ /d/ /g/ nelle lingue dell'area antico alto tedesco. Si tratta di meri ipercorrettismi ad opera di persone ignoranti. In nessun caso si nota nei vernacoli toscani qualsiasi tendenza a rendere sorde /b/ /d/ /g/ in /p/ /t/ /k/ e sfido chiunque a dimostrare il contrario riportando casi concreti. Il fatto che /p/ /t/ /k/ latine si siano conservate meglio in Toscana che da altre parti non implica affatto che /b/ /d/ /g/ abbiano avuto la tendenza a diventare /p/ /t/ /k/. Si tratta di due cose diverse. 

Giova infine far notare una volta di più che nella Toscana del VIII secolo non si parlava come Benigni: le lingue romanze avevano iniziato il loro lungo cammino di differenziazione dal latino volgare nelle varie regioni della Romània. L'idée fixe dei sostenitori della cosiddetta "Continuità" è destituita di fondamento e dal punto di vista scientifico non ha il benché minimo valore. 

Visto che tutto ciò che scrivo viene definito "elucubrazione", riassumerò in poche parole i fatti:

1) Il toscano non desonorizza mai le occlusive /b, d, g/ in /p, t, k/

2) Il toscano rende fricative le occlusive /p, t, k/ in posizione intervocalica, mai in posizione iniziale assoluta o postconsonantica;

3) Il toscano può spirantizzare le occlusive /p, t, k/ se sono forti o in posizione postconsonantica, ma questi suoni non corrispondono ai suoni affricati longobardi; 

4) Il toscano non muta mai in fricative sorde le occlusive sonore /b, d, g/

5) La fonotattica del longobardo non collima mai con quella del toscano;

6) Gli antroponimi longobardi non sono "distorti", ma obbediscono a fenomeni fonetici ben documentati nelle varietà dell'antico alto tedesco. 

Conclusione: antroponimi longobardi e vernacoli toscani c'entrano come i carciofi con le lavatrici. Questo è quanto.