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sabato 14 settembre 2024

PANCHO VILLA, L'ODIO ANTI-CINESE IN MESSICO E L'ECCIDIO DI TORREÓN

Francisco Villa, più noto come Pancho Villa, nato José Doroteo Arango Arámbula (San Juan del Río, Stato di Durango, 1878 - Stato di Chihuahua, Hidalgo del Parral, 1923), fu un rivoluzionario, proprietario terriero, generale, politico e caudillo messicano. I suoi antenati erano Baschi sia da parte di padre che di madre. Ormai la sua figura è stata idealizzata, nascondendo i suoi aspetti più oscuri, turpi e cruenti. Era un individuo brutale, ultra-violento e sanguinario. Non si contano le tradizioni trasmesse oralmente sulle sue gesta efferate. Aveva abbastanza intelletto da capire che lo stupro portava gravi problemi e provocava tremende faide. Ne temeva soprattutto le conseguenze pratiche. Così raccomandava con grande cura ai suoi uomini di evitare gli stupri e di raccontare alle donne un po' di balle religiose per imbambolarle, per poter così usufruire delle loro grazie senza problemi. Fu poligamo, ma nessun ecclesiastico osò protestare o accusarlo di immoralità, nemmeno l'Arcivescovo di Chihuahua: non si poteva "negare qualcosa al grande Pancho Villa". Tutti avevano troppa paura della sua vendetta! 


Eppure occorre sempre tener presente gli eventi del passato che hanno plasmato il rivoluzionario. Il giovane Doroteo Arango era soltanto un ragazzino di 15 o 16 anni, quando vide un uomo che tentava di approfittarsi di sua sorella: era il proprietario terriero Agustín López Negrete. Doroteo estrasse la pistola dalla fondina e gli sparò nel cranio! Gli storici ancora oggi hanno un timore superstizioso e cercano di edulcorare l'accaduto, dicendo che il giovane Pancho aveva soltanto ferito il seduttore a una gamba o a un piede. La realtà fu decisamente più cruda, come ancora ricordano le canzoni popolari: un getto di cervello sanguinolento scaturì dal cranio perforato e finì addosso alla ragazza! Dopo il compimento della vendetta, il giovane fu costretto a fuggire tra le montagne, iniziando la sua vita di bandito. Cambiò il suo nome in Francisco "Pancho" Villa e diede origine alla leggenda! La sua è stata una storia piena zeppa di terribili contraddizioni e molto lontana dall'immaginario hollywoodiano. 


La montura del chino

Nel clima infernale che imperversava in Messico nei primi decenni del XX secolo, un elemento che caratterizza Pancho Villa e il suo mito è il suo feroce odio contro gli immigrati cinesi, che possiamo definire con queste parole: assoluto, inestinguibile, eterno. Nella città di Chihuahua è tuttora esposto un macabro manufatto, che consiste in una sella detta montura del chino, perché sarebbe stata ottenuta dalla pelle di un cinese. 

“En la casa de Luz Corral, hoy museo de Francisco Villa, se encuentra la silla de montar de Villa, la cual fue forrada con la piel de un chino. En la cabeza de la silla se observan los ojos del chino. Según la tradición oral, al chino se le quitó la piel estando vivo. Según la misma tradición, la leyenda dice que un chino fue el que envenenó a la única hija que tuvo Villa con Luz Corral, por eso su rencor hacia los chinos. Villa mataba a todo chino que se encontraba solo por el delito de ser chino.” 
(Marcos Barraza, Hidalgo del Parral, Chihuahua)

Traduzione: 

"Nella casa di Luz Corral - oggi Museo di Francisco Villa - si trova la sella di Villa, che fu rivestita con la pelle di un uomo cinese. Sul pomolo della sella si possono vedere gli occhi del cinese. La tradizione orale tramanda che la pelle fu asportata mentre il cinese era ancora vivo. Secondo la stessa tradizione, fu un cinese ad avvelenare l'unica figlia che Villa ebbe con Luz Corral, il che spiega il suo profondo odio verso i cinesi. Villa uccideva ogni cinese che incontrava, per la sola colpa di essere un cinese."


Alcuni storici (ad esempio Friedrich Katz), sono convinti che questa sella-feticcio sia parte della cosiddetta leyenda negra (ossia "leggenda nera") e che non abbia alcun fondamento reale. Il testo attribuito a Barraza ricorre in moltissimi luoghi del Web e gli è attribuita dai navigatori una natura memetica, non di documento storico. Tuttavia la memetica è una degna materia di studio, soprattutto quando è fondata su un nucleo di verità. Il punto è che la montura del chino è stata fotografata ed esiste, non può essere liquidata come un semplice parto della fantasia popolare. Sui social come Facebook e in quello schifo smerdante di Quora si trovano centinaia di commenti idioti pubblicati da scemi di merda. Molti fanno notare che gli occhi che si vedono nella foto sono verdi - che questo non è possibile perché "nessun cinese ha gli occhi verdi" e "gnè gnè, gnè gnè". Anche un imbecille sa che gli occhi non possono essere imbalsamati e che i tassidermisti li sostituiscono con occhi finti di vetro. Poi ci sono dementi affetti da sindrome di Dunning-Kruger galoppante, che se ne escono a dire che "in Messico agli inizi del Novecento non c'erano cinesi". Invece i cinesi c'erano eccome. Questa ignoranza bullesca deve essere combattuta e debellata, come ogni ostacolo alla conoscenza del passato. 

Le radici di un odio mortale 

Durante il regime di José de la Cruz Porfirio Díaz Mori (1830 - 1915), il cosiddetto Porfiriato che durò in modo discontinuo dal 1876 al 1911, il Messico aveva incoraggiato l'immigrazione cinese per modernizzare l'infrastruttura nazionale. Nell'arco di trent'anni giunsero oltre 15.000 lavoratori cinesi, impiegati nella costruzione delle ferrovie, nelle miniere e nell'agricoltura.  Si stanziarono soprattutto nei seguenti Stati: Baja California, Chihuahua, Coahuila, Sinaloa, Sonora, Yucatán. Con il tempo, molti immigrati aprirono attività commerciali come lavanderie e ristoranti, fondarono persino una propria banca (Banco Chino). Questo notevole successo organizzativo scatenò una forte ostilità e una concorrenza economica spietata. Lo slogan "El México para los mexicanos" identificava gli asiatici come ostacoli all'ascesa della classe media locale. I piccoli negozianti locali dovettero riconoscere di non avere mezzi per contrastare le floride attività dei cinesi, così li accusarono di monopolizzare il commercio al dettaglio e di abbassare i salari, dato che erano in grado di lavorare a ciclo continuo per compensi bassissimi. Era opinione comune che ogni soldo dato a un cinese uscisse dal circolo monetario messicano, causando impoverimento. A questo si aggiunse una furiosa propaganda razzista (sinofobia): i giornalisti e le leghe anti-cinesi diffusero stereotipi ripugnanti sul "pericolo giallo", etichettando la comunità come un'entità mostruosa e inassimilabile, veicolo di malattie, oppio e usura - mentre era del tutto ignorato il suo contributo all'infrastruttura del Paese. Ovunque soffiavano forti venti di intolleranza e pregiudizio culturale. 


Un eccidio dimenticato

Il massacro di Torreón del 13-15 maggio 1911 rappresenta uno dei più sanguinosi episodi di violenza razziale nelle Americhe, scaturito da decenni di risentimento congravescente e di economia xenofoba. Una tensione micidiale esplose in un colpo improvviso, come una molla caricata fino all'impossibile. Finito il Porfiriato, il potere fu preso dal rivoluzionario Francisco Ignacio Madero González (1873 - 1913), che ebbe fama di paladino della democrazia e propugnatore delle riforme sociali. In realtà era più che altro uno spiritista e un esoterista, anche se non al livello di quel potentissimo evocatore di Demoni che fu Venustiano Carranza Garza (1859 - 1920). 
Questa è la scheda tecnica dell'accaduto: 

Luogo: Torreón
Stato Federato: Coahuila
Nazione: Messico  
Anno: 1911 
Giorno/mese: 13-15 maggio
Tipo di evento: eccidio 
Nome spagnolo: Matanza de chinos de Torreón
Nome inglese: Torreón massacre 
Nome cinese: 萊苑慘案
Numero di vittime accertate: 308 
Etnia delle vittime:
   cinese (303),
   giapponese (5) 
   Nota:
   I 5 giapponesi furono scambiati per cinesi e uccisi. 
Proporzione: circa metà della comunità cinese locale 
Donne e bambini: sì 
Movente: odio razziale
Principale modalità di sterminio:
     uccisione a colpi di machete 
Altre modalità di sterminio:
     precipitazione dai terrazzi,
     precipitazione in pozzi,
     revolverate nel cranio  
Autori:
     truppe rivoluzionarie maderiste, 
     popolazione locale inferocita  
Numero di partecipanti: circa 4.500 
Conseguenze: 
     fuga dei cinesi superstiti,
     immissione di beni sequestrati nel mercato nero,
     incidente diplomatico  
Danni stimati: circa 1 milione di dollari US

Quando le truppe rivoluzionarie maderiste conquistarono la città industriale di Torreón, la violenza politica degenerò rapidamente in un pogrom. In soli tre giorni, oltre 303 persone di origine cinese furono torturate e uccise - più alcuni lavoratori giapponesi scambiati per cinesi. I quartieri commerciali cinesi e il Banco Chino vennero saccheggiati e rasi al suolo. Tra i morti c'erano 50 dipendenti di Sam Wah, sia della sua tenuta che del suo ristorante; Wong Foon Chuck perse 45 dipendenti: 32 dalla sua tenuta, nove da un hotel ferroviario che gestiva e quattro dalla sua lavanderia; Ma Due perse 38 dei 40 lavoratori dei suoi giardini. Anche 25 dipendenti della banca furono uccisi. Persero la vita anche 34 civili, tra cui 12 spagnoli e un tedesco. 
Va detto che diversi residenti tentarono di salvare i cinesi dalla folla inferocita, altrimenti il bilancio sarebbe stato senza dubbio peggiore. Settanta immigrati furono salvati da un sarto che, posizionatosi sul tetto dell'edificio in cui si erano rifugiati, depistò la folla che dava loro la caccia. Undici furono salvati da Hermina Almaráz, figlia di un leader maderista, la quale disse ai soldati intenzionati a portarli via da casa sua che "sarebbero potuti entrare in casa solo passando sul suo cadavere". Altri otto furono salvati da un secondo sarto che, restando sotto la pioggia davanti alla lavanderia dove lavoravano, mentì ai ribelli riguardo alla loro presenza. 
Dieci ore dopo l'inizio del massacro, Emilio Madero, fratello del Presidente, arrivò a Torreón a cavallo ed emanò un proclama che decretava la pena di morte per chiunque avesse ucciso un cinese. Ciò pose fine al massacro. I messicani deceduti vennero sepolti nel cimitero cittadino, mentre i corpi dei cinesi uccisi furono spogliati e sepolti tutti insieme in una fossa comune. Lo stesso giorno, Emilio Madero convocò un tribunale militare per ascoltare le testimonianze sull'eccidio. Il tribunale giunse alla conclusione che i maderisti avessero "commesso atrocità", ma i soldati si difesero sostenendo che i cinesi fossero armati e che il massacro fosse stato un atto di legittima difesa. In ogni caso, la leadership rivoluzionaria di Francisco Madero tentò in seguito di minimizzare l'accaduto e non punì mai i responsabili materiali. 

Le atrocità della División del Norte

Pancho Villa non aveva preso parte al massacro del maggio 1911, dato che in quei giorni era impegnato altrove, ma condivideva in ogni fibra del suo essere il profondo odio anti-cinese dell'epoca e lo tradusse in una vera e propria campagna di terrore e pulizia etnica nel nord del Messico durante la Rivoluzione. Per la División del Norte guidata da Villa, la popolazione cinese rappresentava un bersaglio primario e un ideale capro espiatorio, anche perché era accusata di aver sostenuto il regime di Díaz. Le esecuzioni sommarie furono numerose. Durante la campagna di Sonora del 1915, il rivoluzionario ordinò esplicitamente ai suoi uomini di giustiziare ogni cittadino cinese incontrato sul cammino. A Hidalgo del Parral, Santa Rosalía e Camargo, nello Stato di Chihuahua, le sue truppe massacrarono centinaia di commercianti e lavoratori cinesi. Quando Villa occupò Torreón nel 1913 e nel 1914, impose pesanti "tasse di guerra" esclusivamente alle attività commerciali cinesi, confiscando beni, banche e negozi prima di espellere i superstiti che si erano reinsediati dopo il disastro di qualche anno prima. 

Rivoluzione messicana, delirio e razzismo

Durante la Rivoluzione messicana e negli anni successivi, il concetto di "mexicanidad" (alla lettera "messicanità") rivestì una notevole importanza sia sul piano politico che su quello giuridico. Prima della Costituzione del 1917, la popolazione messicana veniva classificata in base alla razza: bianchi di origine europea, meticci ("mestizos" di sangue misto europeo e indigeno) e indigeni; veniva inoltre riconosciuta, in una certa misura, la componente africana. Tale classificazione rappresentava un retaggio del sistema di caste dell'epoca coloniale, che non contemplava la presenza di asiatici. Dopo la Rivoluzione, la figura del meticcio fu assunta a modello di una sorta di razza messicana ideale, definita addirittura "cosmica". I leader rivoluzionari ricordavano costantemente agli stranieri la loro condizione di estranei, rendendoli bersaglio di movimenti volti a porre fine all'influenza straniera nel Paese; ciò rifletteva apertamente il risentimento accumulatosi in Messico durante gli anni del regime di Porfirio Díaz. Nel corso della Rivoluzione, molti europei e statunitensi lasciarono il Paese; tuttavia, poiché l'ingresso negli Stati Uniti rimaneva loro precluso, la comunità cinese registrò un incremento numerico. 

Eredità e memoria storica  

L'odio anti-cinese continuò per decenni dopo gli orrendi fatti di Torreón, culminando negli anni '30 in leggi discriminatorie e nell'espulsione di massa di migliaia di cinesi, soprattutto dallo stato di Sonora (1931). Solamente nel maggio 2021, a ben 110 anni dai fatti, lo Stato messicano con il presidente Andrés Manuel López Obrador ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità cinese per il massacro di Torreón e per le persecuzioni storiche subite. Che altro dire? Meglio tardi che mai.

lunedì 5 agosto 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL BIANCOMANGIARE

Oggi conosciamo col nome di biancomangiare (o bianco mangiare) un dolce al cucchiaio a base di latte, privo di uova, aromatizzato con cannella e altre ingredienti come la scorza di limone o la vaniglia, che si trova in diverse regioni d'Italia: è soprattutto tipico della Sicilia, ma si trova anche in Sardegna e in Valle d'Aosta. Deriva da una delle preparazioni culinarie più importanti, radicate e diffuse del Medioevo, che può essere associata alla civiltà cortese in tutta Europa. Ne esistevano numerose ricette, sia dolci che salate. Ad esempio, poteva essere preparato con petto di pollo o di cappone lessato e sfilacciato, con amido di riso come addensante. Poteva essere aggiunto persino del lardo. Un aroma molto usato era l'acqua di rose. Per dolcificare si usavano abbondanti quantità di zucchero. La versione quaresimale era fatta con pesce e latte di mandorle, in modo tale da renderla compatibile con le prescrizioni della Chiesa Romana (che all'epoca vietava in tempi di magro non soltanto la carne, ma anche uova, latte e latticini). Il nome del biancomangiare traeva origine dal fatto che gli ingredienti utilizzati erano tutti rigorosamente bianchi. Questa non era una pura e semplice scelta estetica, avendo invece profondi significati simbolici e religiosi: simboleggiava innanzitutto la purezza, l'ascetismo, la nobiltà e il prestigio. La generale assenza di uova è a mio avviso da considerarsi un'allusione alla castità. L'uovo era infatti considerato un simbolo dell'atto sessuale. Si noterà che non era invece percepita alcuna connessione sessuale con ingredienti a base di porco! 
Nonostante la forte tradizione del colore bianco, in epoca postmedievale i cuochi iniziarono a colorare le preparazioni con svariati pigmenti per creare giochi cromatici nei banchetti di corte. 


Denominazione: biancomangiare 
Varianti:
    bianco mangiare,
    mangiare bianco
    bramangeri,
    bramangere
    bramagére
    blanmangieri
    blanche mangieri
    balmagier 
Origine: Francese antico (Lingua d'oïl)
    Forma originale: blanc mangier 
    Francese moderno: blanc-manger
Nota:
In francese antico la consonante finale -r era pronunciata. Si è conservata nei prestiti in italiano e in altre lingue. 

Diffusione: XII - XIII secolo 
Attestazioni in ricettari (XIII - XIV secolo): 
     Henrik Harpenstræng (1164 - 1244);
     Liber de Coquina
     Anonimo Meridionale
Attestazioni in ricettari (XV secolo): 
    Bartolomeo Sacchi 
    Maestro Martino (Martino da Como
Attestazioni in ricettari (XVI secolo): 
     Cristoforo di Messisbugo;
     Ulisse Aldrovandi; 
Denominazioni in altre lingue 
  Provenzale antico (Lingua d'oc):
      manjar blanc
      manchar blanc,
      manhar blanc,
      mengar blanc 
  Catalano: menjar blancmenjablanc   
  Spagnolo: manjar blanco 
  Sardo: pappai biancupapai-biancu
     (forma articolata: su pappai biancu, etc.)
  Siciliano: bbiancumanciari, manciari jancu
  Inglese: blancmange (pronuncia /bl
ə'manʒ/
      Varianti: 
          blancmanger,
          blankmanger
  
        blamang
          blank maunger,
          blomanger 
 
  Anglo-normanno: blanc desirree 
  Tedesco:
Blamensir, Mandelsulz, Flammeri
  Olandese: blanc mengier, calijs
  Danese (XIII secolo): hwit moos 
  Latino: cibarium album, cibus albusalbus cibus
         albus esus, alba comestio, leucophagum

A quanto spesso si legge, una ricetta simile a quella medievale sarebbe riportata con il nome di cibarium album in Apicio. In realtà questa denominazione e altre simili hanno origine nel latino rinascimentale. L'equivoco si deve al fatto che l'umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto "Il Platina"(1421 - 1481), ha incluso diverse ricette di biancomangiare a complemento della sua edizione del De re coquinaria di Apicio. Era diffusa a quei tempi l'idea dell'origine catalana del biancomangiare, che per questo motivo era anche chiamato cibarium album catellonicum
Il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 - 1605), sempre dottissimo e aulico, riporta la denominazione grecizzante leucophagum (plurale leucophaga). Era un'autorità in materia di mostri e di portenti, così gli veniva naturale inventare aberrazioni linguistiche, magari credendo che Marziale lo avrebbe capito. Questi umanisti erano talmente presi dalle loro elucubrazioni cervellotiche da essere convinti di avere una conoscenza totale del mondo degli Antichi. Pensavano di avere il potere magico di riempire le lacune, senza nemmeno sospettare di essere impegnati in un'opera di costruzione ex nihilo di un universo immaginario.


Origini oscure 

Una tradizione inveterata vuole che proprio il biancomangiare sia stato servito al banchetto tenuto nel 1077 da Matilde di Canossa (1046 - 1115) per la riconciliazione tra Papa Gregorio VII (nato Ildebrando di Soana, 1015 - 1085) ed Enrico IV di Franconia (1050 - 1106), che all'epoca portava il titolo di Re dei Romani e che era stato scomunicato a seguito dello scontro denominato "lotta per le investiture". Questo sarebbe il primo contesto in cui fa la sua comparsa il piatto in questione, tuttavia devo far notare che non si trova una fonte attendibile in grado di certificarlo. Il monaco Donizone di Canossa (circa 1071 - circa 1130), biografo della Contessa Matilde, compose un'opera intitolata De principibus Canusinis (nota tuttavia come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis), in cui si fa riferimento al banchetto del 1077 ma non si menzionano le pietanze che vi furono servite.

Da Oriente a Occidente

Il biancomangiare è una preparazione culinaria analoga a un dolce molto popolare in Medio Oriente, chiamato مهلّبية muḥalabiyya in arabo e مهلبی muhallebi in persiano. Il nome deriva dalla parola araba حليب ḥalīb, che significa "latte" (dal verbo حَلَبَ ḥalaba "mungere"). Esiste poi una falsa etimologia basata su una storiella ambientata nel VII secolo, che fa derivare il nome muḥalabiyya / muhallebi da quello di un generale arabo, Al-Muhallab ibn Abi Sufra, che avrebbe apprezzato moltissimo il dolciume servitogli da un cuoco persiano. Per filogenesi, il caso sarebbe tutto sommato simile a quello dei vincisgrassi: il popolino ama credere che un piatto possa ricevere il nome da qualcuno che lo ha particolarmente apprezzato in un'occasione importante, storica. 
Poi c'è la مأمونية ma'mūniyya (mamouniamanonia, manouniyeh), che è un elaborato budino siriano tipico di Aleppo. È preparato tostando il semolino nel burro o nel ghee (burro chiarificato) e cuocendolo in sciroppo di zucchero. Può essere servito caldo o freddo, guarnito con cannella e frutta secca, spesso accompagnato da formaggio a pasta filata o a crema. Il nome è fatto derivare da quello del Califfo Abbaside Al-Ma'mūn (786 - 833), che era un appassionato di culinaria e che sarebbe stato l'inventore di questo budino. La parola è stata presa a prestito in Europa e si è conservata a lungo: in un manoscritto anglo-normanno del XIV secolo si trova una ricetta denominata maumenee, mentre mamonia è sinonimo di cibus albus nel Libro de Arte Coquinaria di Maestro Martino (1450). 
L'ipotesi più accreditata nel mondo accademico è che il biancomangiare abbia avuto origine dal Medio Oriente, con l'introduzione del riso, delle mandorle e dello zucchero in Occidente da parte dei mercanti arabi. I budini esistevano già tra gli antichi Germani, ma erano piuttosto rudimentali: difficile poterli considerare precursori. Risulta evidente che il biancomangiare è il complesso risultato di una serie di stratificazioni culturali e di scambi. Non è chiaro come si sia formato il simbolismo del colore bianco nell'ambito cortese. Probabilmente non si riuscirà mai a fare piena luce su questi misteriosi aspetti del mondo medievale.

Una ricetta in medio alto tedesco 

La prima attestazione del nome del biancomangiare nella sua forma francese risale al XIV secolo, in un ricettario in medio alto tedesco tardo: Das Buoch von guoter Spîse (1350). L'ortografia è blamensier o blamenser. Ecco il testo: 

"Wilt du machen einen blamensier. Wie man sol machen einen blamenser. Man sol nemen zigenin milich. und mache mandels ein halp phunt. einen virdunc ryses sol man stozzen zu mele. und tu daz in die milich kalt. und nim eines hunes brust, die sol man zeisen. und sol die hacken dor in. und ein rein smaltz sol man dor in tun. und sol ez dor inne sieden. und gibs im genuc. und nimme ez denne wider. und nim gestozzen violn, und wirfe den dor in. und einen vierdunc zuckers. tu man dor in und gebs hin. Also mac man auch in der vasten machen einen blamenser von einem hechede."  

Traduzione:

"Come preparare un biancomangiare. Per preparare un biancomangiare, prendi del latte di capra e mezza libbra di mandorle. Riduci in farina un quarto di misura di riso e aggiungilo al latte freddo. Prendi un petto di pollo, sfilaccia la carne e uniscila al composto insieme a del grasso puro fuso; lascia cuocere il tutto a calore adeguato. Quindi togli dal fuoco. Infine, aggiungi delle viole pestate e un quarto di misura di zucchero, quindi servi. Anche durante la Quaresima, si può preparare un biancomangiare utilizzando il luccio."

Glossario:

eines hunes brust "un petto di pollo" 
   (alla lettera "petto di un pollo")
   tedesco attuale: 
   ein Hühnerbrust
ez "ciò" 
   tedesco attuale: es 
gebs "si dia" 
   tedesco attuale: gebe es
gibs "dagliene"
   tedesco attuale: gibt es, git's 
halp phunt "mezza libbra" 
    tedesco attuale: 
    Pfund "libbra", 
    Halb-pfund "mezza libbra",
    halbes Pfund "mezza libbra" 
im genuc "a sufficienza"
in die milich kalt "nel latte freddo"
rein smaltz "strutto puro" 
   tedesco attuale: 
   rein Schmalz 
sieden "bollire"
und tu daz "e fai questo"
  tedesco attuale: 
  und tu das
vierdunc, virdunc "quarto di misura"
violn "viole" 
  tedesco attuale: 
  Violen 
von einem hechede "da un luccio" 
   tedesco attuale: 
   Hechte "luccio"
zigenin milich "latte di capra" 
    tedesco attuale: 
    Ziege "capra" (l'aggettivo in -in è caduto in disuso)
    Milch "latte"
Note: 
Si vede come la lingua di questo documento mostri già numerose caratteristiche di quella moderna. Se nel titolo si ha il dittongo -uo- integro (Buoch, guoter), nel testo della ricetta notiamo la sua riduzione in -u- (hunes, tun). Si conserva la grafia ez "ciò" rispetto all'attuale es, oltre a daz "ciò" rispetto all'attuale das - ma è dubbio che perdurasse la distinzione tra le due sibilanti originali -z- e -s-: si notino le forme verbali contratte gibs (= gibt es) e gebs (= gebe es). Si trova un regolare genitivo singolare maschile in -es nel sintagma eines hunes "di un pollo": nim eines hunes brust "prendi un petto di pollo".  

Altre denominazioni tedesche: 
Mandelsulz, dal medio alto tedesco mandelsulze, mandelsulz, è un composto di mandel "mandorla" (antico alto tedesco mandala) e sulze "gelatina" (antico alto tedesco sulza "acqua di mare", "gelatina salata", "carne salata"). 
Flammeri è invece più recente (XX secolo), essendo un prestito dall'inglese flummery "dolce di latte e farina d'avena", a sua volta un adattamento dal gallese llymru (fl- rende in qualche modo la consonante liquida sorda e aspirata ll-), di origine incerta, forse connesso a llymrig "viscido".

Una ricetta tardomedievale francese 

Guillaume Tirel detto Taillevent, cuoco francese della fine del XIV secolo, è considerato l'autore del Viandier, un'opera a sua volta derivata dal Manoscritto di Sion, risalente alla seconda metà del XIII secolo. La ricetta funge da accompagnamento per le carni bianche, sotto forma di purè gelatinoso e si presenta in diverse tonalità. Cosa abbastanza insolita, non contiene pollame né pesce.

"Prenez amandes echaudées et pelées, et les broyer très bien, et les deffaictes d'eau boullie; puis, pour faire la lieure pour les lier, faut avoir du riz batu ou de l'amidon. Et quand son lait aura boulie, le fault partir en plusieurs parties, en deux potz, qui ne veult faire que de deux couleurs, et, qui le veult, faire en trois ou quatre parties; et convient qu'il soit fort lié autant que seront froumentée, tant qu'il ne se puisse reprendre quant il sera drecié ou plat ou en l'escuelle; puis prenez orcanet, ou tornesot, ou asur fin, ou persil, ou salmonde, ou ung petit de saffren coulé avec la verdure, affin qu'il tienge mieux sa couleur quant il sera boullu ; et convient avoir du sang de porc et mettre tremper dedans l'orcanet ou tournesot, et l'azur pareillement. Et jetez du sucre dedans le lait quand il bouira, pour tirer arrière, et le salez, et remuez fort, tant qu'il soit renforcy et est prins sa couleur telle que lui voudrez donner."

Traduzione: 

"Prendi delle mandorle sbollentate e pelate, tritale finemente e diluisci la pasta ottenuta con acqua bollita; per addensare il composto, ti serviranno poi farina di riso o amido. Una volta che il latte di mandorla ha raggiunto l'ebollizione, suddividilo in due pentole se desideri ottenere solo due colori, oppure in tre o quattro parti a tuo piacimento; il composto va addensato fino a raggiungere la consistenza della zuppa di frumento, in modo che mantenga la forma una volta impiattato o servito in una ciotola. Utilizza quindi alcanna, eliotropio, azzurro fine, prezzemolo, erba di San Benedetto o un po' di zafferano mescolato al colorante verde (per favorire la tenuta del colore durante la cottura); è opportuno mettere in ammollo l'alcanna o l'eliotropio - così come l'azzurro - nel sangue di maiale. Aggiungi lo zucchero al latte mentre bolle, regola di sale e mescola energicamente finché il composto non si sarà addensato e avrà assunto la colorazione desiderata."

Glossario: 

asur, azur "azzurro"
boulie, boullu "bollito"
   francese moderno: bouilli
bouira "bollirà"
   francese moderno: bouillira
eau boullie "acqua bollita"
fault, faut "è necessario"
   francese moderno: faut 
orcanet "alcanna (Alkanna tinctoria)"
potz "pentole"
    francese moderno: pots
renforcy "addensato" 
salmonde "erba di San Benedetto (Geum urbanum)"
tornesot, tournesot "eliotropio", "girasole"
   francese moderno: tournesol
ung petit de saffren "un po' di zafferano"
   francese moderno: un petit de saffran
veult "vuole"
   francese moderno: veut 

Una testimonianza eccentrica

Nel XVII secolo, il ripugnante frutto del durian fu paragonato al biancomangiare dal gesuita e missionario francese Alexandre de Rhodes (1591 - 1660) nella sua opera Divers voyages et missions du P. Alexandre de Rhodes en la Chine et autres royaumes de l'Orient (ristampa pubblicata nel 1666):

"il est plein d'une liqueur blanche, épaisse & sucrée : elle est entierement semblable au blanc-mangé , qu'on sert aux meilleures tables de France; c'est une chose fort saine, & des plus delicates qu'on puisse manger" 

Traduzione in inglese:
"It is full of a white liquor, thick and sweet, which is entirely similar to blanc-manger, served at the best tables in France; it is a very healthy thing, and one of the most delicate things one can eat."

Traduzione in italiano:
"È ricco di un liquore bianco, denso e dolce, del tutto simile al blanc-manger servito nelle migliori tavole di Francia; è una cosa molto salutare e una delle cose più delicate che si possano mangiare."

Evidentemente Alexandre de Rhodes era affetto da anosmia. Non percepiva gli odori. Così gli sono sfuggiti i pestilenziali lezzi di piedi sporchi esalati dal frutto cadaverico tanto amato in Indonesia. Trovo blasfemo paragonare un simile abominio della Natura a una delizia come il biancomangiare. Il durian è peggio della merda! 

La ricetta di Pellegrino Artusi 

Nel celeberrimo manuale Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891), Pellegrino Artusi (1820 - 1911) riporta una ricetta del biancomangiare. Cosa abbastanza insolita, include la colla di pesce.
Torte e dolci al cucchiaio
681. Bianco mangiare

- Mandorle dolci con tre amare, grammi 150.
- Zucchero in polvere, grammi 150.
- Colla di pesce in fogli, grammi 20.
- Panna, o fior di latte, mezzo bicchiere a buona misura.
- Acqua, un bicchiere e mezzo.
- Acqua di fior d’arancio, due cucchiaiate.

Prima preparate la colla di pesce ed è cosa semplice; pigiatela colle dita in fondo a un bicchiere, e coperta di acqua, lasciatela stare onde abbia tempo di rammollire, e quando ve ne servirete, gettate via l’acqua e lavatela. Sbucciate e pestate le mandorle in un mortaio, bagnandole di quando in quando con un cucchiaino d’acqua, e quando le avrete ridotte finissime, diluitele con l’acqua suddetta e passatele da un canovaccio forte e rado, procurando di estrarne tutta la sostanza. A tal punto, preparate uno stampo qualunque della capacità conveniente; poi mettete al fuoco in una cazzaruola il latte delle mandorle, la panna, lo zucchero, la colla, l’acqua di fior di arancio; mescolate il tutto e fatelo bollire per qualche minuto. Ritiratelo dal fuoco e quando avrà perduto il calore, versatelo nello stampo immerso nell’acqua fresca o nel ghiaccio. Per isformarlo basta passare attorno allo stampo un cencio bagnato nell’acqua bollente.

La bollitura è necessaria onde la colla di pesce si incorpori col resto; altrimenti c’è il caso di vederla precipitare in fondo allo stampo.

Glossario artusiano: 

a tal punto = a questo punto
cazzaruola = casseruola
cencio bagnato = panno bagnato
colle dita = con le dita
di quando in quando = ogni tanto 
isformarlo = toglierlo dallo stampo 
procurando di estrarne = facendo in modo di estrarne

La varietà delle ricette attuali 

Si trovano nel Web moltissime ricette del biancomangiare, che sembrano prodotti di percorsi diversi, come se ogni famiglia ne avesse tramandata una in modo indipendente dalle altre. Purtroppo capita di imbattersi nei gruppi di cucina in flame, perché ciascuno degli utenti spesso crede di essere depositario della tradizione originale, svalutando chiunque sostenga qualcosa di diverso (c'è chi dice che si deve usare solo latte di mandorla, chi dice che si deve usare solo latte di vacca, chi fa "gnè gnè gnè"). Sarebbe molto interessante raccogliere una biblioteca di queste ricette, che avrebbe un notevole valore culturale e storico. 

domenica 7 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'ESSERE FUORI DISCUSSIONE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

ESSERE FUORI DISCUSSIONE
1) essere garantito e sacrosanto
(quindi non è una cosa che può essere sottoposta a discussione, messa in dubbio e/o revocata)
2) essere assolutamente impossibile 
(quindi è una cosa di cui non si può discutere, di cui non si può in nessun modo parlare, ossia una cosa irrealizzabile, quasi un tabù) 

Esempi:
i) "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
(sono garantiti e sacrosanti)
ii) "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione."  
(sono tabù e non se ne deve parlare)
iii) "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione." 
(è tabù e non se ne deve parlare) 

È anche possibile che la frase compaia senza soggetto esplicito, col significato di "non se ne parla neppure"

Esempio: 
"Quegli amici non li frequenti. È fuori discussione!" 

Perché sussiste ambiguità? 
Il significato esatto della locuzione italiana "essere fuori discussione" è "essere certo", "essere indubbio", "essere assodato", "essere inoppugnabile", e per estensione, "non necessitare di alcuna argomentazione o dibattito" (perché la cosa è già decisa o ovvia). 
La locuzione può essere intesa in due modi principali, che sono strettamente correlati:
- Certezza e inoppugnabilità: qualcosa è vero, stabilito, o inevitabile. 
    Esempi:
    "Che la Terra sia un pianeta è fuori discussione." 
    (è un fatto assodato).
    "Il suo talento è fuori discussione."
    (è indubbio, indiscutibile).
- Esclusione dal dibattito o dalla possibilità: un argomento o un'opzione non è soggetto a dibattito, negoziazione, o messa in discussione, spesso perché è già stato deciso o è ritenuto inaccettabile, impossibile.
    Esempio (di una decisione):
    "La data della riunione è già stata fissata, 
    riprogrammarla è fuori discussione."

   (non è un'opzione, non se ne parla).
   Esempio (di una possibilità):
   "Rinunciare al progetto è fuori discussione."
   (non accadrà, non lo considereremo).

Gli esempi che ho riportato sui lavoratori, sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono frasi da me realmente udite con le mie orecchie: quella sui lavoratori è stata pronunciata da un comunista, quelle sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono state pronunciate da un cattolico tradizionalista. Mentre il significato neutro di "fuori discussione" rimane in entrambi i casi quello di "non soggetto a dibattito", il motivo per cui il dibattito è negato cambia radicalmente tra i due oratori.

i) Un comunista dice: "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di affermare un fatto ideologico e storico.
- Il significato in questo contesto è chiaro: i diritti dei lavoratori sono considerati una verità assodata, una base etica e legale che non può essere negata o rimessa in discussione. Non si tratta di un tabù, ma di un principio fondamentale, un po' come dire che "il sole sorge a est è fuori discussione".
- Corrisponde al senso di certezza e inoppugnabilità.

ii) Un cattolico tradizionalista dice: "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di stabilire un limite invalicabile al dibattito pubblico.
- L'uso della locuzione da parte del cattolico tradizionalista, che nega in toto i diritti degli omosessuali, si carica di un significato ideologico molto preciso: "tabù", "anatema" e "dogma non negoziabile". Non c'è alcuna base teologica, etica o legale per riconoscere tali diritti; di conseguenza, l'argomento non è nemmeno degno di essere dibattuto o considerato. 
- Corrisponde al senso di limite non discutibile perché è vietato. 

iii) Un cattolico tradizionalista dice: "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione."
Vale punto per punto tutto ciò che è già stato detto a proposito dei diritti degli omosessuali.  

La percezione di ambiguità da me segnalata discende in modo diretto dall'uso politico, religioso e ideologico che trasforma una semplice affermazione di certezza in un'arma retorica di esclusione e veto. Eppure, nonostante tutto, vedo nettissima una sola cosa, che vanifica le capacità comunicative del linguaggio: la contraddizione

Equivalenti in inglese

Anche in inglese si presenta qualcosa di simile. Il concetto di "essere fuori discussione" è espresso in due modi principali: 
1) to be out of question 
2) to be beyond dispute 
Varianti: 
to be out of the question
to be beyond question 
Sinonimi:
to be unquestionable,
to be undeniable,
there is no way
it's not an option

Si manifesta chiaramente la stessa identica ambiguità già vista in italiano. Le frasi sono infatte formati in modo estremamente simile. Ecco un paio di esempi: 

"Her dedication to the project is beyond dispute; she worked day and night to finish." 
Traduzione: 
"La sua dedizione al progetto è fuori discussione; ha lavorato giorno e notte per finirlo." 
Significato:
"È una dedizione certa, assoluta, indubitabile."

"Lending money to my irresponsible cousin is completely out of the question." 
Traduzione: 
"Prestare soldi al mio cugino irresponsabile è completamente fuori discussione."
Significato: 
"Il prestito è impossibile."

L'uso retorico da parte di politici e religiosi è identico a quello dell'italiano. Ce ne possiamo rendere conto traducendo in inglese le frasi ideologiche da cui è partita la discussione: 

i) "Workers' rights are beyond question". 
ii) "Gay rights are out of the queston".
iii) "Female priesthood in the Catholic Church is out of the question".

sabato 15 giugno 2024

LO STRANO CASO DELLA GLOSSA MAZUROHD 'STELLA DEL MATTINO'

Frugando nel Corpus Glossariorum Latinorum di Gustav Loewe (Grimma, 1852 - Göttingen, 1883), mi sono imbattuto in una parola bizzarra, contenuta nel raggruppamento denominato Glossae Codicis Vaticani SSai 113 (pag. 113)

Mazurohd quod latine dicitur Lucifer 

"Mazurohd è ciò che in latino è chiamato Lucifero" (ossia la Stella del mattino) 


La parola si trova all'interno di liste di vocaboli latini arcaici o interpretati, spesso associati ad opere di Virgilio, come l'Eneide, oppure ad altri testi classici, dove termini meno comuni venivano spiegati con parole più semplici. 

La spiegazione classica

Nel testo in ebraico del Libro di Giobbe (Giob 38:32) si trova una voce, מַזָּר֣וֹת mazzārōth, che è un hapax legomenon senza traduzione certa. Si sa soltanto che si riferisce a qualche astro. In genere è tradotta con "stelle erranti" o "costellazioni". Questo è il versetto in questione, in ebraico: 

הֲתֹצִ֣יא מַזָּר֣וֹת בְּעִתּ֑וֹ וְ֝עַ֗יִשׁ עַל־בָּנֶ֥יהָ תַנְחֵֽם׃

Traslitterazione: 

Hathōtsī mazzarōth beʽittō weʽayīsh ʽal-banēha thanchēm. 

Questa è la traduzione della CEI: 

"Puoi tu far spuntare a suo tempo le costellazioni o guidare l'Orsa insieme con i suoi figli?"

Glossario:

beʽittō "a suo tempo"
hathōtsī "andar fuori", "venir fuori"
weʽayīsh "e l'Orsa Maggiore" 
mazzarōth "costellazioni"
ʽal-banēha "con i suoi figli
thanchēm "guidare loro", "condurre loro"

Nel testo della Vulgata, la traduzione è molto diversa: "Lucifero", ossia "Stella del mattino". Questa è proprio l'origine della glossa Mazurohd "Lucifer", di cui ci stiamo occupando. L'ortografia bizzarra della consonante finale non deve trarre in inganno: si tratta di un modo di rendere un suono interdentale sonoro /ð/, che era tipico di certe pronunce dell'ebraico.
Ci ho messo del tempo per venirne a capo. A un certo punto mi sono reso conto che in una versione del Corpus compariva la scritta "nom. bibl.", ossia "nomen biblicum". Così ho capito l'arcano in un battibaleno, giungendo alla variante Mozaroth e alla trascrizione greca della parola ebraica nella Bibbia dei Settanta: Μαζουρωθ (mazourōth). 
Questa parola ha evidentemente la stessa origine di מַזָּלוֺת mazzālōth, un altro hapax che ricorre nella seconda parte del Libro dei Re (2 Re, 23:5) e che è tradotto in genere con "costellazioni" o "segni dello zodiaco". 
Questo è il versetto in questione, in ebraico: 

וְהִשְׁבִּ֣ית אֶת־הַכְּמָרִ֗ים אֲשֶׁ֤ר נָֽתְנוּ֙ מַלְכֵ֣י יְהוּדָ֔ה וַיְקַטֵּ֤ר בַּבָּמוֹת֙ בְּעָרֵ֣י יְהוּדָ֔ה וּמְסִבֵּ֖י יְרוּשָׁלִָ֑ם וְאֶת־הַֽמְקַטְּרִ֣ים לַבַּ֗עַל לַשֶּׁ֤מֶשׁ וְלַיָּרֵ֙חַ֙ וְלַמַּזָּל֔וֹת וּלְכֹ֖ל צְבָ֥א הַשָּׁמָֽיִם׃

Traslitterazione:

Wehisbīth eth-hakkemārīm asher nathnū malkhē Yehūdhā wayqaṭṭēr babbāmōth beʽārē Yehūdhā ūmsibbē Yerūshālāim we'eth-hamqaṭṭerīm labbaʽal lashemesh welayārēah welamazzālōth ūlkhōl ṣevā hashāmayim.

Questa è la traduzione della CEI: 

"Destituì i sacerdoti creati dai re di Giuda per offrire incenso sulle alture delle città di Giuda e dei dintorni di Gerusalemme, e quanti offrivano incenso a Baal, al sole e alla luna, ai segni dello zodiaco e a tutto l'esercito del cielo." 

Glossario:

asher "che" (pronome relativo)
babbāmōth "sulle alture" 
   (ba- "sulle")
beʽārē Yehūdhā "delle città di Giuda" 
eth-hakkemārīm "i sacerdoti"
   (eth-, prefisso accusativo)
hashamayim "il cielo" 
we'eth-hamqatterīm "e coloro che offrono incenso"
    (we- "e", eth-, prefisso accusativo)
wehisbīth "e destituì", "e fece cessare"
wayqattēr "e per offrire incenso" 
ūlkhōl "e a tutto" 
   (ū- "e", l- "a")
welamazzālōth "e ai segni dello zodiaco" 
   (we- "e", la- "ai")
welayārēah "a alla luna"
   (we- "e", la- "alla")
ūmsibbē "e dei dintorni" 
   (ū- "e")
labbaʽal "a Baal" 
   (la- "a")
lashemesh "al sole"
   (la- "a")
malkhē Yehūdhā "i re di Giuda"
nathnū "essi diedero", "essi dessero"
e "esercito" 
   evā hashamayim "esercito del cielo" 

In Yiddish, mazzalot è usato con il senso di "astrologia". Si conserva nel tipico augurio mazal tov  "buona fortuna" (variante: mazel tov). È stato ipotizzato che queste parole astrali siano in ultima analisi derivate dall'accadico manzaltu "stazione lunare" (Hastings, 2003).  

Una spiegazione alternativa

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nella glossa, ho subito pensato alla possibilità che parola Mazurohd avesse origini persiane e che appartenesse al lessico occulto del Mitraismo. Sono così arrivato a etimologizzarla come *Mazda-raod "Divinità Splendente", alla lettera "Divinità Rossa" (avestico raoδita- "rosso", "rossiccio"). Il punto è che la Stella del mattino non è affatto rossa: un nome simile sarebbe più adatto a Marte. Desumere un significato "splendente" a partire da "rosso" è abbastanza forzato, in assenza di attestazioni incontrovertibili. Di fronte alla mole delle evidenze relative ai testi biblici, non sono più andato avanti con questo tentativo. 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

martedì 11 giugno 2024

IL NOME CAPPADOCE DI OTTOBRE: MITRE 'MESE DI MITHRA'

La lingua degli antichi Cappadoci è un grande mistero: non possediamo alcuna iscrizione e non è classificata a causa della mancanza di dati. Sembra che si sia spenta nel VI secolo d.C., senza lasciare discendenti. Con ogni probabilità era una lingua anatolica, come quella degli Isauri, di cui abbiamo come testimonianza un certo numero di antroponimi. Strabone e Basilio di Cesarea ci testimoniano che era diversa dal greco. Non deve essere confusa con la lingua greca di Cappadocia parlata in epoca moderna (fino agli inizi del XX secolo), che ha una storia diversa. 

Stante la deprimente situazione, dobbiamo forse arrenderci all'oblio che ha fagocitato un intero popolo? Nemmeno per sogno!  
Frugando nel ciclopico Corpus Glossariorum Latinorum a cura di Georg Goetz (1849 - 1932), mi sono imbattuto in una preziosissima glossa della lingua perduta di Cappadocia (V 224, 15, V. menses): 

Mitre Cappadocum lingua Octuber mensis dicitur 

"Il mese di Ottobre è chiamato Mitre nella lingua dei Cappadoci" 


Note etimologiche 

Varianti di questo menomimo: mithre (tratto da Papias, Schmidt, 1859), ΜΙΘΡΗ (Marquart, 1905), myar (Ginzel, 1919). Altre trascrizioni, più problematiche, sembrano frutto di refusi. In ogni caso, l'etimologia di questo nome è chiarissima: il nome del mese è derivato da quello della divinità persiana Mithra (in latino Mithrās, in greco Μίθρᾱς, Μίθρης). Verosimilmente è un aggettivo il cui significato è "(mese) di Mithra", formato con un suffisso -e. La protoforma ricostruibile è *Mithrae, che a sua volta deriva proprio dal tardo avestico Miθrahe, che è un genitivo, derivato a sua voltadall'antico avestico Miθrahiiā
Il passaggio è piuttosto semplice: prima è avvenuto il dileguo dell'aspirata -h-, con conseguente formazione di un dittongo; infine si è verificata una contrazione del dittongo risultante. 
Questa è la declinazione del teonimo in tardo avestico: 

Nominativo: Miθrō
Vocativo: Miθra
Accusativo: Miθrəm
Strumentale: Miθra
Dativo: Miθrāi
Ablativo: Miθrāt̰
Genitivo: Miθrahe
Locativo: Miθre

Dall'antico persiano (che è diverso dall'avestico) una forma simile si è evoluta regolarmente fino a dare مهر Mehr nel persiano attuale. Indica il settimo mese del calendario solare iraniano Hijri. Segna l'inizio dell'autunno, dura 30 giorni e corrisponde all'incirca al periodo che va dal 23 Settembre al 22 Ottobre.

Certo, è poco. Pochissimo. Eppure è qualcosa. Un punto di partenza, forse minuscolo, ma in ogni caso è portatore di informazioni. Purtroppo il menonimo analizzato non sembra dirci molto sulla lingua d'origine dei Cappadoci, dato che è un prestito importato dalla Persia assieme allo Zoroastrismo. La Cappadocia appariva profondamente iranizzata, come dimostrano anche gli altri nomi noti dei mesi: li analizzeremo uno ad uno a tempo debito. Il calendario cappadocico era composto da dodici mesi, ognuno di trenta giorni, ed era stato già integrato nel sistema del calendario giuliano.

Approfitto dell'occasione per stigmatizzare l'inerzia del mondo accademico e la sua incapacità di sintesi. Per colpevole accidia simili gioielli finiscono dispersi in un oceano di entropia cognitiva, senza alcun tentativo di integrarli in un edificio coerente. 
Riporto infine un link utile all'opera di Hazan Taqizadeh, Il computo del tempo nell'Iran anticoEdizione riveduta e integrata sulla base delle indicazioni dell'Autore, Introduzione, traduzione e cura di Simone Cristoforetti (2010).