lunedì 28 ottobre 2019


LO SPIONE 

Titolo originale: Le Doulos
Anno: 1962
Paese: Francia, Italia
Lingua originale: Francese
Durata: 109 min
Colore: Bianco e nero
Rapporto: 2,35 : 1
Genere: Noir, poliziesco
Regia: Jean-Pierre Melville
Soggetto: Pierre Lesou (romanzo)
Sceneggiatura: Jean-Pierre Melville
Produttore: Carlo Ponti, Georges de Beauregard
Direttore della produzione: Jean-Pierre Melville
Pubblicità della produzione: Bertrand Tavernier
Casa di produzione: Studio Canal, Rome-Paris-Films
Distribuzione in italiano: Cecchi Gori Home Video
Fotografia: Nicolas Hayer
Fotografo di scena: Raymond Voinquel
Montaggio: Monique Bonnot,
      con l'assistenza di Michèle Boëhm
Operatore: Henri Tiquet,
     con l'assistenza di André Dubreuil ed Etienne Rosenfeld
Musiche: Paul Misraki,
      con la collaborazione di Jacques Loussier (piano bar)
Direttore di orchestra: Jacques Météhen
Fonico: Julien Coutelier,
     con l'assistenza di Jean Gaudelet e Victor Revelli
Scenografia: Pierre Charron
Costumi: Daniel Guéret,
      con l'assistenza di Donald Cardwell
Gioielli: René Longuet
Interpreti e personaggi:
    Jean-Paul Belmondo: Silien
    Serge Reggiani: Maurice Faugel
    Jean Desailly: Commissario Clain
    René Lefèvre: Gilbert Varnove
    Marcel Cuvelier: Il primo ispettore
    Jacques Léonard: Il secondo ispettore
    Philippe March: Jean, l'amico di Faugel
    Monique Hennessy: Thérèse, la ragazza di Faugel
    Philippe Nahon: Rémy
    Fabienne Dali: Fabienne, la ragazza di Silien
    Christian Lude: Il medico
    Paulette Breil: La moglie di Jean
    Daniel Crohem: Ispettore Salignari
    Michel Piccoli: Lushenco, proprietario del Cotton Club
    Charles Bouillaud: Il barista del Cotton Club
    Robert Blome: Un barista
    Georges Sellier: Un barista
    Charles Bayard: Il vecchio guardiano della villetta
    Carl Studer: Kern, l'uomo conosciuto da Faugel in carcere
    Jacques De Leon: Armand, proprietario del Cotton Club
    Volker Schlöndorff: Un uomo nel bar
    Dominique Zardi: Un picciotto di Lushenco
Doppiatori italiani:
    Renato Cominetti: Silien
    Ubaldo Lay: Maurice Faugel
    Sergio Rossi: Commissario Clain
    Mirella Pace: Thérèse, la ragazza di Faugel
    Aldo Silvani: Il medico
    Marisa Fabbri: La moglie di Jean
Titoli tradotti:  
    Tedesco: Der Teufel mit der weißen Weste (lett. Il diavolo
          col gilet bianco)

    Spagnolo: El confidente
    Catalano: El confident
    Inglese: The Finger Man (titolo usato per l'uscita in sala;
         per le uscite in video e DVD fu mantenuto il titolo in 
         francese)
    Russo: Стукач
    Polacco: Szpicel
    Greco (moderno): Ο Χαφιές
Date di uscita:
    13 dicembre 1962 (Italia)
    8 febbraio 1963 (Francia)


Trama:
Siamo in una Parigi spettrale. Dopo quattro anni di carcere per rapina, Maurice Faugel torna in libertà. Si reca subito dal ricettatore Gilbert Varnove, un vecchio amico (se così si può dire) verso cui cova un odio feroce quanto segreto. Mentre Varnove sta valutando una gran quantità di gioielli, proventi di un colpo in una gioielleria, ecco che Faugel si impossessa della sua pistola e lo uccide. Aveva con lui un conto in sospeso. La cosa desta un certo sconcerto nello spettatore: non emerge mai alcun cenno di ostilità da parte di Varnove nei confronti del suo carnefice, anzi, si notano solo segni di generosità, come l'offerta di ospitalità e di un pasto a base di stufato. Nella vittima non c'è il benché minimo segno di consapevolezza di quanto sta per accadere. Faugel prende la pistola dell'esecuzione proprio dal cassetto indicatogli dall'uomo destinato a morire pochi istanti dopo, farcito di piombo. Ogni azione dell'assassino è dettata da una determinazione glaciale. Uscito dalla casa di Varnove prima che possano giungere visitatori importuni, il malvivente riesce a seppellire i gioielli e l'arma del delitto nei pressi di un lampione, quindi si allontana nella notte che sembra eterna. Giunto nella propria casa, dove convive con la bionda e sensuale Thérèse, Faugel riceve la visita di altri esponenti del microcosmo criminale. Prima giunge il suo vecchio e fidato amico Jean, poi l'ambiguo quanto elegante Silien. I tre parlano dei dettagli tecnici per una rapina in una villa isolata nel sobborgo di Neuilly, abitata soltanto da un vecchio custode e sede di un'ambita cassaforte. Appena uscito, Silien usa un telefono pubblico per contattare l'ispettore Salignari. Più tardi Faugel lascia l'appartamento per andare a compiere il colpo assieme all'amico Rémy. A questo punto Silien torna da Thérèse e la percuote selvaggiamente, la lega a un calorifero e infierisce su di lei, costringendola così a rivelargli l'indirizzo della villa ove è in atto la rapina. Mentre Faugel e Rémy sono alla villa di Neuilly, dove hanno preso in ostaggio il custode, i poliziotti piombano loro addosso: c'è stata una soffiata. Durante la precipitosa fuga Rémy viene colpito a morte da Salignari, che a sua volta è abbattuto sul colpo da Faugel con un proiettile nel cuore. Ferito a sua volta nello scontro a fuoco, Faugel riesce a far perdere le sue tracce, finendo privo di sensi in un vicolo buio. Quando si risveglia, scopre di essere in un letto: è a casa di un dottore fidato, da cui è stato portato dalla moglie di Jean in seguito a una telefonata. Il medico estrae la pallottola dalla spalla ferita e consiglia all'uomo di riposare, ma questi decide di andarsene non appena ha recuperato un po' le forze. Prima di uscire, il gangster disegna di suo pugno una mappa in cui mostra dove ha sepolto la refurtiva sottratta al defunto Varnove, quindi dà istruzioni alla donna di consegnare quella rozza opera d'arte a Jean e di non farla vedere a nessun altro. Un odio cieco e assoluto lo anima, pervadendo ogni fibra del suo essere. La sua misera e violenta esistenza ha adesso un unico fine: riuscire a trovare il traditore e ucciderlo. Naturalmente i suoi sospetti cadono su Silien. Nel frattempo il commissario Clain, succeduto a Salignari, torchia il bellimbusto, pressandolo affinché collabori nella cattura del fuggitivo Faugel, ormai sospettato di essere proprio l'assassimo di Varnove. Ciò che preme ai poliziotti è proprio recuperare la refurtiva. Data la sua astuzia, Silien trova il modo di non affondare nella melma. Subito si affanna a telefonare a un gran numero di squallidi bar dove il ricercato potrebbe trovarsi, riuscendo così a gettare fumo negli occhi ai poliziotti, che non brillano certo per acume. Fatto questo, piomba nel Cotton Club, il locale di Armand, dove incontra la sua fiamma, la bellissima Fabienne, che desidera ancora in modo lancinante. L'ostacolo che deve rimuovere non è di poco conto, dato che la donna è una puttana al servizio del gangster-pappone Lushenco, l'autore del colpo alla gioielleria il cui bottino, finito a Varnove, è stato poi sottratto e inumato da Faugel. Nel frattempo Faugel cade nelle mani degli agenti del commissario Clain e finisce rinchiuso in cella, dove conosce un energumeno di nome Kern, che gli promette aiuto contro il delatore. Silien escogita uno stratagemma degno di Odisseo. Dopo aver recuperato il tesoro sepolto accanto al lampione, si introduce nella casa di Lushenco e con la complicità di Fabienne lo attira lì. Quando il tristo figuro è giunto davanti a lui, prima gli mostra la refurtiva sul tavolo, poi lo fulmina con una pistolettata. Subito dopo arriva anche Armand, che in breve finisce stecchito allo stesso modo. Silien lascia la cassaforte aperta per far credere che i due si siano uccisi a vicenda nel corso di un regolamento di conti, ma porta con sé i gioielli. L'inganno va a buon fine, i poliziotti ci cascano e liberano Faugel, che è così stremato da essere facilmente circuibile. Silien lo incontra e gli racconta una bella fiaba. Gli fa credere che la bionda Thérèse fosse una spia infiltrata nel mondo malavitoso da Salignari e che era stata proprio lei ad informare l'ispettore della rapina alla villa a Neuilly. Stando al suo mendace resoconto, sarebbe stata lei la spia. Fatto sta che Jean ha tramortito la donna, caricandola di peso su un'auto spinta in una cava e fatta precipitare in una voragine. Con queste parole Silien convince appieno Faugel, a cui consegna l'intera refurtiva. Faugel, che ormai lo vede come un angelo, si sente in colpa e capisce che deve fermare Kern, il sicario dalle mani stritolatrici come macine, prima che sia troppo tardi. In una giornata cupa, piovosa e cenerognola, Faugel si reca nella casa lussuosa che Silien si è fatto costruire a Ponthierry. Kern, che è lì nascosto in agguato, lo scambia per lo spione e gli spara, infliggendogli una ferita mortale. Silien arriva e riesce a uccidere l'energumeno, ma viene a sua volta colpito da un proiettile nella schiena. Prima di spirare fa appena in tempo a raggiungere il telefono e ad avvisare Fabienne che non potrà raggiungerla per cena. La narrazione termina così, con l'eliminazione di tutti i protagonisti, mentre cade una pioggia battente che sembra non dovere avere mai fine.


Recensione: 
Questo film di una complessità sorprendente, capolavoro assoluto del noir, è un vero e proprio trattato di gangsterologia. Se storcete il naso di fronte al neologismo da me usato, sappiate che la gangsterologia è la scienza esatta che studia i malviventi noti come gangster, riducendo a leggi razionali e deterministiche il loro agire. Potrebbe anche essere considerata un ramo della criminologia e più in generale dell'antropologia, ma credo che una simile definizione sarebbe un po' riduttiva. Tale è l'intensità della pellicola, che quando l'ho vista per la prima volta mi è balenata l'idea di non avere davanti ai miei occhi un semplice bianco e nero. Siamo sicuri che si tratti di un'intuizione tanto folle? Si ha l'impressione nettissima che la vicenda gangsterolica intessuta da Melville, fosca e labirintica fino all'estremo, si svolga su un pianeta solo in apparenza simile alla nostra Terra, come se ne fosse un gemello infero. Il suo sole è grigio, non giallo come il nostro. Appartiene all'Erebo. L'astro mortifero irradia solo in parte fotoni luminosi, per il resto le sue emissioni sono composte da fotoni neri, particelle chiamate Feyaden nell'antica Lingua Nera di Gavalan. Come effetto di questa natura non interamente compatibile con la fisica convenzionale, il mondo melvilliano conosce una sola sorgente significativa di luce utile agli occhi umani: le lampade a incandescenza. Ne deriva un'atmosfera opprimente, fatta di disperazione assoluta e di morte ontologica. Il Nichilismo non è una semplice idea in quell'ambiente, è una vera e propria presenza materiale, densa e greve. Sotto il Cielo del Nulla le creature non sperimentano la vita come noi la conosciamo. La loro condizione può solo essere chiamata "Morte in Vita" o "Vita nella Morte". Tutto ciò che esiste è immerso nell'Etere dell'Abisso. Spira un vento occulto e demoniaco dalle sorgenti stesse del Non Essere, una corrente gelida che pervade ogni cosa e offende ogni organo di senso. Quella che il regista disegna nei minimi dettagli è una vera e propria Francia incubica. Come H. P. Lovecraft ha evocato un New England incubico infestato dalla presenza di abominazioni senza nome e dai Grandi Antichi, così Melville è il demiurgo di questa desolazione francese noir in cui la coscienza dei senzienti si disgregra, muore ogni istante in eterno. Già all'inizio della pellicola vediamo sequenze molto significative. Faugel percorre un lungo passaggio che costeggia una linea ferroviaria in una periferia degradata. Tutto è fatiscente. La ringhiera di ferro battuto del tunnel sembra infinita. Le travi bullonate del soffitto, fatte dello stesso scuro metallo, paiono resti di antiche architetture ciclopiche, messe in posa quando Cthulhu ancora si aggirava a R'lyeh. Ogni blocco di pietra che compone il muro è una tomba in cui l'anima si decompone senza poter mai raggiungere la pace dell'Estinzione. Intorno alla ferrovia si estende una sterile landa di pietrisco, in cui non cresce nemmeno un filo d'erba, dove non potrebbe allignare nemmeno una blatta. Quando Faugel scava a mani nude nel terriccio per seppellivi il tesoro e la pistola con cui ha freddato Varnove, sembra di avere davanti agli occhi la natura di ciò che è stato fatto senza il Verbo. I fiochi fotoni generati dal vicino lampione si perdono in una tenebra compatta che li divora. Non siamo di fronte a una banale assenza di luce, bensì a qualcosa di dotato di una propria essenza oscura e aggressiva. Tale è l'annichilimento nel contemplare questi paesaggi funesti che non possiamo credere all'esistenza di una sola particella di Bene e di Luce in quel deserto di orrore assoluto! Sì, siamo di fronte alla definizione stessa di Inferno.


Etimologia di doulos 

In francese gergale la parola doulos significa "cappello" (per l'esattezza indica il képi, tipico copricapo dei gendarmi), ma anche "informatore della polizia", "spione". Secondo alcuni lo slittamento semantico da "cappello" a "informatore, talpa" sarebbe derivato dal costume degli spioni di riconoscersi dall'indumento in questione. Formulata in questi termini, una simile spiegazione è fallace e abbastanza stupida: se esistesse un copricapo tipico dei delatori, questo li renderebbe riconoscibili all'istante, cosa che ovviamente tali elementi non vogliono affatto. La pronuncia del vocabolo è /du'los/: la -s finale non è muta. Si tratta di un termine dell'argot usato dai criminali e dai poliziotti, in cui le parole con un suffisso -os non sono rare.

La stessa Wikipedia in francese menziona Melville nella pagina dedicata al lemma (il grassetto è mio): 

Plus tard, ce sera un feutre, un doulos, comme on dit dans les films de Melville, et je le vois le repousser en arrière, presque sur sa nuque, quand il est à la synagogue, ou le rajuster en avant, sur ses yeux, quand il sort de la maison pour aller faire ses visites.
(Martin Winckler, Plumes d'Ange, 2003)

L'etimologia è in ultima analisi abbastanza incerta. C'è chi vuol far derivare questa parola dal greco δοῦλος (doulos), che però significa "servo, schiavo": lo slittamento semantico non sarebbe razionale e credibile, a meno che il senso di "informatore, spione" non sia quello originale. Si avrebbe pertanto un passaggio da "servo" a "individuo servile", quindi a "informatore della polizia". Il punto è che il senso originale della parola è quello di "cappello". Una simile proposta etimologica è pertanto da rigettare senza indugio, anche se in Francia gode di un certo plauso da parte degli studiosi (ad esempio, è riportata nel dizionario di Wikipedia come se fosse un dato di fatto). Sono più incline a ritenere che doulos sia un derivato di douil "piccola tinozza da vendemmia", a sua volta dal latino dōlium "giara, orcio, barile, fusto". Questa è la catena di slittamenti semantici più verosimile:

"tinozza" => "képi" => "amico di chi porta il képi" => "uomo che fraternizza con la polizia" => "informatore, spione".

Certo, sarebbe stato più semplice e naturale se dal significato di "képi" si fosse evoluto direttamente quello di "gendarme", ma non sempre la lessicologia gangsterologica segue percorsi lineari. Il colmo del paradosso è che nel mondo di Melville il képi non lo porta nessuno: i costumi, sia dei poliziotti che dei gangster, sono completamente americani, fin nel più insignificante dettaglio (solo per fare un esempio, si beve whisky anziché l'acquavite nazionale francese, il cognac).


Il diavolo dal gilet bianco

Il titolo in tedesco è davvero singolare: Der Teufel mit der weißen Weste, ossia "Il diavolo col gilet bianco". Una scelta simile secondo me non può essere casuale. Trovo anzi che sia densissima di significati. Non bisogna lasciarsi ingannare da Silien, che è un maestro dell'ipnotismo. Quando racconta a Faugel come gli eventi si sarebbero svolti, cercando di allontanare da sé ogni possibile sospetto di tradimento, in realtà mente in modo spudorato. L'ingenuo Faugel finisce incantato, intontito come una vipera satolla di latte e rallentata dai processi di digestione fino a non potersi muovere. Innanzitutto Faugel avrebbe dovuto rendersi conto, stante il rigido codice dei malviventi, che l'amicizia tra Silien e l'ispettore Salignari era qualcosa di altamente sospetto. Non si può tralasciare il fatto che Silien menziona spesso l'affetto che lo legava a Salignari, tanto da chiamarlo col vezzeggiativo Sali. Non ho ben capito se i due fossero amici d'infanzia. Non si può nemmeno scartare a priori l'idea che tra loro ci fossero rapporti carnali sodomitici. In ogni caso si capisce che Silien si è compromesso con le sue stesse parole. Già solo per questo, Faugel non avrebbe dovuto dargli ascolto. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, visto che per le leggi che governano la gangsterologia, il solo sentimento che un malvivente può provare nei confronti di un poliziotto è l'odio. Un odio assoluto e fiero, che impedisce qualsiasi tipo di contatto. C'è anche un'altra questione che reputo importante: non dobbiamo dimenticarci che Silien tratta Thérèse con inaudita brutalità, massacrandola, e tutto questo scempio non certo per punirla in quanto spia messa lì dal carissimo amico Salignari. Assolutamente no! Silien riduce Thérèse a un cencio sanguinolento per estorcerle un'informazione cruciale e lo fa proprio perché questa informazione serve a Salignari, pronto a calare come un rapace - e con grande subitaneità - sulla villa dove stanno Faugel e il suo compare stanno iniziando ad armeggiare con la cassaforte. Il sadismo mostrato da Silien contro Thérèse è qualcosa di inaudito e di inesplicabile. E se l'avesse punita per aver osato mettersi tra lui e Salignari? Soltanto la relazione intrattenuta dall'elegantissimo gangster con Fabienne mi rende difficile pensare che a muoverlo sia un odio assoluto verso il genere femminile - a meno che non coltivasse Fabienne per mero opportunismo. Se fosse così, potremmo pensare che si trattasse di un omosessuale virile, violento e sadico nei confronti delle donne. Personalità simili un tempo dovevano essere frequenti, soprattutto in ambienti militari... e nei bassifondi, nelle carceri. Erano oggetto di odio e di paura, ma esistevano. Al giorno d'oggi non se ne può neppure parlare, perché altrimenti insorge la setta dei buonisti politically correct, con la sua ideologia che vorrebbe ridurre tutti gli uomini che compiono atti sodomitici a creature femminili in un corpo maschile. Può darsi che questa mia ipotesi sia cervellotica e vana. So che molti insorgeranno all'idea di Salignari intento a ciucciare l'uccello a Silien e ad accoglierlo tra le chiappe. Ragazzi, vi capisco. Le mie elucubrazioni potrebbero essere insensate e senza riscontri con ciò che Melville intendeva, lo ammetto. Forse nemmeno il regista aveva chiaro tutto questo. Forse si è limitato a evocare qualcosa. A questo punto non lo sapremo mai. Dubito che possa esserci di grande aiuto il romanzo che ha fornito il soggetto: di certe cose negli anni '3o non si poteva parlare, né tantomeno scrivere. Possiamo trarre soltanto una conclusione certa, al di là di ogni dubbio: il diavolo col gilet bianco è un individuo stravagante che non rivela i suoi segreti allo spettatore, è destinato a portarsi nella tomba la sua natura contraddittoria e magmatica.


La gangsterosfera: ecosistemi e gradienti

Come accennato, la gangsterologia si fonda su pochi princìpi, che tuttavia sono ferrei. Uno di questi consiste nel comminare la morte a chiunque violi il codice d'onore, feroce, tribale e non scritto. C'è un solo modo per evitare una simile spietata condanna, che si abbatte sui delatori e credo anche sui pederasti: essere tanto intelligenti da far sì che nessuno si accorga che il codice stesso è stato violato. Se un uomo compie un'azione definita infame, deve anche avere la capacità di nasconderne ogni traccia. Silien è un esperto conoscitore della natura altamente entropica dell'ambiente in cui si trova immerso e sa bene come aggirare qualsiasi minaccia alla propria incolumità. O almeno crede di saperlo: alla fine lo tradisce la sicumera. Sa bene che per trarre profitto da un'esistenza così precaria bisogna sapersi giostrare in un luogo turbolento che può comunque dare anche qualche vantaggio di non poco conto. Basta capire come sfruttare i gradenti tra microcosmi confinanti che interagiscono di continuo. Possiamo dire che Silien è un prodotto delle forze evolutive descritte da Charles Darwin: ha compreso come adattarsi e aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza in un mondo ostile. Vediamo di spiegare tutto ciò in termini molto concreti. Nel milieu del crimine descritto dal film di Melville esiste una forma di mutua solidarietà contro il nemico comune, le forze dell'ordine. Al contempo, ogni singolo gangster è essenzialmente solo ed è soggetto a una spietata concorrenza da parte dei suoi simili. Tensioni anche insanabili possono essere provocate in ogni momento per i più disparati motivi, come un inganno, la scoperta di un tradimento, una vendetta e via discorrendo. Nell'ecosistema gangsterologico nessuno è insostituibile. Quando un malavitoso viene ucciso, subito ne sorge un altro a prenderne il posto. Non sembra esserci spazio per realtà davvero organizzate e gerarchiche, come quelle oggi tristemente famose: nella massima parte dei casi i vincoli sono labili, è come se ognuno fosse un cane sciolto. Non si trova nemmeno traccia di elementi esoterici come cerimonie d'iniziazione con cappucci neri e santini bruciati. Silien è più furbo degli altri, sa come difendere la propria nicchia ecologica. Si assicura un vantaggio evoluzionistico ed adattivo eliminando i gangster concorrenti tramite la delazione, di cui è maestro, rendendo impossibile la determinazione della verità. La sua relazione omoerotica con Salignari (Sali nell'intimità) gli rende possibile compiere quest'opera con la massima efficienza. Salignari gli para il culo (non glielo rompe di certo, essendo passivo): lo protegge dagli agenti e da altri investigatori, gli permette di accumulare refurtiva e di non incappare in controlli e ispezioni. In cambio, Silien fornisce al suo amico poliziotto informazioni in grado di risolvere casi e quindi di aumentarne la posizione e il prestigio. Senza il gradiente tra la gangsterosfera e la società poliziesca, Silien non sarebbe nulla, avrebbe meno opportunità di conservazione e di arricchimento. Il suo sogno è la fuga dai bassifondi da incubo, dagli angiporti caliginosi dove le creature camminano come morti viventi. Vorrebbe rifugiarsi nella sua villa a Ponthierry, che è in qualche modo il frutto della sua relazione con Salignari. Un'evasione che si rivela impossibile: quando uno porta su di sé il marchio di una maledizione, non riuscirà mai a riscattarsi. Melville non permette allo spettatore facili idealismi e stereotipi. Esiste soltanto il Male. Si ha l'impressione che ci sia ben poca differenza tra i gendarmi e i furfanti, visto che hanno in comune la natura brutale. Uno degli agenti del commissario Clain sembra un gorilla. Potrebbe benissimo essere lui stesso un gangster. Probabilmente non è diventato un criminale soltanto per mancanza di iniziativa, perché troppo attratto da una paga sicura, seppur modesta.

L'enigma di Nuttheccio

Quando ho visto il film, mi sono subito reso conto che uno dei gangster ha un cognome ucraino: Lushenco. Non è difficile individuare nella terminazione -enko una caratteristica di molti cognomi ucraini. Aveva un cognome di questa origine anche il famoso scrittore di noir Giorgio Scerbanenco (nato Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko). Eppure in alcune versioni di Wikipedia, e tra queste quella in francese, al posto di Lushenco si riporta un cognome (o è un soprannome?) scritto in modo del tutto diverso e neppure troppo assonante: Nuttheccio (a volte ricorre la variante Nutheccio). Francamente non so dire granché di questo Nuttheccio. Non mi è neppure chiaro come si debba pronunciare, per non parlare dell'etimologia. Ancor più difficile è comprendere per quale assurda ragione sia stato possibile rendere Nuttheccio con Lushenco nella versione del film in italiano, visto che la fonetica sembra abbastanza dissimile. Troviamo Nuttheccio non soltanto nella Wikipedia in inglese e in quella in francese, ma anche in svariati siti con recensioni. Questo è un estratto da un articolo in inglese, intitolato Belmondo and Melville, che menziona il nome del gangster:


"Piccoli has a bluff everyman demeanor; he looks older than his years, and he brilliantly shows how Nutheccio’s mask of coolness soon slips in the presence of Silien, of whom he is afraid. By contrast, even when Silien is himself endangered later on, at his lowest ebb he maintains his cool, not even breaking sweat while injured by a gun."

Come si vede, questo enigmatico Nuttheccio non è una mia invenzione e non si deve a un mio fraintendimento. Ero convinto che fosse un parto dell'ingegno di Melville, le cui motivazioni ultime sembrano destinate a sfuggire per sempre. Invece ho constatato che  Nuttheccio è già presente nel romanzo di Pierre Lesou, di cui il film è un adattamento. Il che non porta lumi sulla sua origine ultima. Il mistero si infittisce se pensiamo che tutte le menzioni del bizzarrissimo antroponimo reperibili in Google sono relative proprio al film Le Doulos. Sembra che in concreto nessuno si sia mai chiamato Nuttheccio in tutta la storia di questo pianeta. Sarò sempre grato a chiunque mi porterà informazioni in grado di far luce sulla questione, anche se ho il sospetto che non accadrà mai. Per capire un po' meglio la pronuncia ci possono venire in aiuto le trascrizioni riportate nelle varie sezioni di Wikipedia. In russo abbiamo Нуттеччо, che lascia presupporre una pronuncia italiana, quasi fosse la deformazione di un ipocoristico Nuccio, pur non potendo spiegare l'inserimento di una sillaba mediana -te-. Le trascrizioni in caratteri cirillici, ricordiamocelo, sono ammirevoli per la loro precisione fonetica. In greco abbiamo invece Νουτέτσιο, come se la pronuncia originale fosse Nuttezzio. La trascrizione della vocale -u- è un'ulteriore prova che si deve pronunciare come in italiano, non come in francese. Un rompicapo. Mi spiace, non riesco a trovare il bandolo della matassa, getto la spugna. Una domanda mi angoscia. Cosa si era fumato Lesou? 


Salignari: un cognome misterioso

Stranamente non sono riuscito a trovare nel vasto Web quasi nessuna traccia del cognome Salignari, a parte le sue numerose menzioni in testi collegati con il film di Melville. All'inizio avevo pensato che si potesse trattare di un cognome còrso. È risaputo che la Francia è stata molto generosa con le genti della Corsica, distribuendo loro un immenso numero di posti nelle gerarchie poliziesche. Non stupirebbe quindi se l'ispettore Salignari fosse originario proprio dell'isola. Eppure del suo cognome non si trova traccia alcuna. Non sono riuscito nemmeno a reperire qualche variante a cui il nostro Salignari possa essere ricondotto. Nel sito GENS (www.gens.info/italia/, un tempo noto come Gens Labo) non si trova traccia né di Salignari né di Salignaro. Non sono riuscito a trovare nulla nemmeno in siti di ricerca di cognomi della Francia. L'unica menzione è in un sito genealogico, Ancestry (www.ancestry.com), in cui ho trovato che un certo Gasper James Samuel Murphy, australiano, avrebbe avuto come moglie Seraphine Veronica Salignari.  Si deve convenire che l'etimologia del cognome non è affatto immediata. In latino esistono i due aggettivi (verosimilmente dotti) SALIGNUS e SALIGNEUS, entrambi tradicubili con "di salice, di vimini", derivati da salix "salice; verga di salice" (gen. salicis, acc. salicem, da cui l'italiano salice, salce). Immagino che proprio da SALIGNUS si sia formato SALIGNĀRIUS, che a quanto apprendo nelle mie ricerche è realmente attestato in Spagna. Nella Gallia Narbonense esisteva un luogo chiamato SALIGNARO o SALIGNANELLO (indeclin.), citato in diversi documenti. "In pago Nemausense, in suburbio de castro Mormelico, villa Salignaro seu Salignanello, in ipsas villas totam quartam partem ab integritate" (815 d.C., vedi Provost, 1999). Sembra che sia il borgo oggi chiamato Salinelles. Alla luce di quanto esposto fin qui, il significato più plausibile di Salignari dovrebbe essere pertanto "intrecciatore di vimini". Se qualche latinista mi porterà un'ipotesi migliore, sono pronto a ringraziarlo fin d'ora. Altrimenti vorrà dire che siamo di fronte a un altro mistero destinato a restare avvolto in una cappa di oscurità impenetrabile. 


Altro materiale antroponimico  

Il cognome Silien è particolarmente comune a Landenne (Provincia di Namur, Belgio), dove ci sono più di cento persone che lo portano. Stando a quanto ho potuto reperire con grande fatica nel Web, Silien è anche un nome di battesimo. Compare in un interessantissimo elenco dei nomi francesi rari:


Credo che sia dal latino SĪLIĀNUS, aggettivo formato dal nome della Gens SĪLIA e attestato nell'onomastica (es. Licinius Nerva Silianus). Foneticamente la derivazione sarebbe ineccepibile. In bretone abbiamo silien "anguilla" (pl. siliou), che mi pare poco probabile come sorgente dell'antroponimo francese. Lamento la mancanza di studi etimologici seri.

Il cognome Faugel è raro, seppur presente su un territorio abbastanza vasto: lo portano una quindicina di persone a Rocroi, nelle Ardenne, ma si trova anche a Parigi. Al momento non riesco ad avanzare alcuna ipotesi sulla sua origine. Trovo decisamente strana la terminazione -el, che nonostante l'aspetto fonetico non può provenire dal latino -ellus (il cui esito sarebbe stato -eau). A quanto ho potuto appurare, è di origine ebraica ashkenazita.

Il cognome Kern del compagno di cella di Faugel è tedesco ed è molto comune in vaste aree del mondo germanico. Deriva chiaramente dal tedesco Kern "nòcciolo". Non si può nascondere un'ipotesi alternativa. C'è qualche possibilità che l'energumeno avesse le sue radici in Bretagna, anche se non risulta molto probabile: in bretone kern significa "mucchio di pietre". E se fosse un soprannome anziché un cognome?  

Il cognome Varnove è stranissimo e non riesco a documentarlo. A prima vista si direbbe di origine celtica: la sua iniziale fa pensare al prefisso celtico ver-, di chiara origine indoeuropea e corrispondente al latino super-. Se è così, non si comprende bene la seconda parte, -nove. Esiste un toponimo simile, Vernove, che potrebbe essere germanico. Per alcuni è dall'antroponimo Berno con l'aggiunta di en hof "nella corte"; ritengo più agevole pensare che la prima parte sia bero "orso". Così Vernove "Orso nella Corte", di cui Varnove sarebbe una variante. Il ricettatore Varnove potrebbe però avere un cognome slavo, basti pensare alla parola russa ворон (voron) "corvo". Si noti che esisteva una tribù slava degli Obodriti conosciuta come Varnove.

Uno strano neologismo

Parlando della produzione di Melville, si è spesso usata la parola polar. Si tratta di un portmanteau, ossia di una parola macedonia. La derivazione è dalle parole francesi policier "poliziesco" e noir. Semplice: policier + noir => polar /po'laR/. L'ortografia è fonetica, per ovvie ragioni, non storica come quella di noir. Un ipotetico *poloir /*po'lwaR/ sarebbe senz'altro suonato male. Mi sorgono alcune perplessità. Chiaramente non tutti i polizieschi sono anche noir. Esistono innumerevoli polizieschi non noir. I gialli classici sono un esempio. Questo arrivo a capirlo. Non sono un grande esperto, tuttavia a lume di naso mi sento di dire che tutti i noir sono anche polizieschi. Quindi non si vede la necessità del termine polar, che può apparire di etimologia poco chiara ai lettori. Eppure è una parola che ha avuto uno strepitoso successo. In un sito dell'estinta piattaforma di Geocities già ne era menzionata una sintetica definizione: 


"Polar : ce mot couvre à lui seul l'entièreté de la littérature policière moderne.
Dans nos pages, nous ne retiendrons cependant que la frange noire du spectre, celle qui a remis le crime dans la rue, comme le disait si bien Raymond Chandler."

Come spesso accade, la consapevolezza dell'etimologia della parola è andata smarrita e si è addirittura ritenuto necessario dire polar noir, con osceno pleonasmo. Sarebbe infatti come dire "policier noir noir"! Ecco le meraviglie linguistiche di quest'epoca in cui le facoltà più nobili dell'essere umano sono in via di disgregazione!     

Altre recensioni e reazioni nel Web

Se si dovessero raccogliere tutte le recensioni di questo film trovate nel Web, per poi pubblicarle in un volume cartaceo, questo avrebbe proporzioni colossali e sarebbe più pesante di un blocco di basalto. Si trovano molte osservazioni interessanti, anche se purtroppo sono disperse in un oceano di banalità. Va detto che tutti sono concordi nel riconoscere la grandezza di Melville e del suo immortale capolavoro. Sono felice di non aver trovato nemmeno l'ombra di una critica, fosse anche larvata. La recensione di Davide Chiappetta, pubblicata su www.mymovies.it, è molto utile e densa di informazioni. Ne riporto alcuni estratti particolarmente significativi, a beneficio dei lettori:  


"Melville ispirandosi ai grandi registi americani, in primis John Huston, diede nuova linfa al genere gangster (di necessità virtù visto che gli ambienti francesi sono totalmente diversi da quelli americani) e in seguito i grandi registi americani (dalla New Hollywood in poi)  presero a prestito, se non copiarono, proprio il suo stile."

"Anche se 'Le Doulos' è un adattamento del romanzo di Pierre Lasou (sic) con idiomi dei classici film noir americani e toccchi esistenzialisti francesi, le sue preoccupazioni centrali, lealtà, tradimento, vendetta, paranoia e inganno, sono ugualmente portatori informativi delle sue esperienze durante la guerra (da giovane combattè nelle file della resistenza francese con il nome di battaglia di Melville in onore del poeta e scrittore americano Herman Melville), Questo film, come il successivo 'L 'Armée des Ombres' (1969), rivela la continuità tematica tra film di resistenza  (Léon Morin, prêtre) e il genere 'polar'; e il set di 'Le Doulos' ricorda molto di più la Francia occupata durante la guerra, che Parigi degli anni sessanta."

venerdì 25 ottobre 2019


NON C'È FUMO SENZA FUOCO

Titolo originale:  Il n'y a pas de fumée sans feu
Anno: 1973
Paese: Francia, Italia
Lingua: Francese
Durata: 123 min
Genere: Drammatico
Sottogenere: Politica, giornalismo, malagiustizia, corruzione
Regia: André Cayatte
Assistente alla regia: Alain Bonnot
Soggetto: André Cayatte
Sceneggiatura: André Cayatte, Pierre Dumayet, Roberto De
    Leonardis
Dialoghi: Pierre Dumayet
Casa di produzione: Audio Labrador Carlton, Euro 

Distribuzione in italiano: San Paolo Film
Distribuzione in francese: C.F.D.C.
Fotografia: Maurice Fellous
Montaggio: Françoise Javet
Musiche: Pierre Duclos
Scenografia: Robert Clavel
Costumi: Nicole Brize
Trucco: Mario Banchelli, Louis Bonnemaison, Irene Servet-
      Matagne
Interpreti e personaggi:
    Bernard Fresson: Michel Peyrac
    Annie Girardot: Sylvie Peyrac, la moglie di Michel
    Frédéric Simon: Il figlio dei Peyrac
    André Falcon: Joseph Boussard
    Michel Bouquet: Edouard Morlaix
    Mireille Darc: Olga Leroy
    Marc Michel: Jean-Paul Leroy
    Mathieu Carrière: Ulrich Berl, il fotografo tedesco
    Paul Amiot: Gustave Arnaud, il marito di Corinne
    Micheline Boudet: Corinne Arnaud
    Pascale de Boysson: Véronique
    Robert Rimbaud: George Ravier
    Georges Riquier: Il giudice
    André Penvern: Il parroco amico di Peyrac
    Marius Laurey: Un picciotto di Morlaix
    Paul Bisciglia: Un picciotto di Morlaix
    Victor Garrivier: Un poliziotto
    Nathalie Courval: Gaby
    Marc Michel: Jérome Leroy
    Jean-Paul Tribout: Il radiogiornalista
    Patrick Bouchitey: L'amico di Ulrich
    André Reybaz
    Pierre Tabard
    Jacques Ardouin
    Didier Gaudron
    Pierre Leproux
    Marius Balbinot
    Daniel Bellus

Trama:
Il sindaco Joseph Boussard è un politicante repellente e mafioso. Non ha scrupoli di sorta, il suo encefalo è puramente rettiliano: ogni sua pulsione ha come fine ultimo la predazione, il sopruso e il malaffare. Coinvolto in ogni genere di porcheria, vuole radere al suolo il sobborgo di Chavigny, satellite di Parigi, per sostituirlo con un opprimente conglomerato cementizio in cui deportare la popolazione nativa, da lui vista come una varietà subumana. Se qualcuno osa emergere dalla fogna del comune da lui governato con pugno di ferro, subito è sommerso da guai a non finire. Boussard dispone di un valido agente segreto, il bieco vicesindaco Edouard Morlaix, che fa pedinare qualunque elemento scomodo. Profondo conoscitore della natura umana, Morlaix sa bene che in ogni persona c'è sempre qualcosa che non va: si trova sempre una macchia che può essere usata per ricattare e per neutralizzare chiunque. Alle dipendenze di Morlaix lavora una squadraccia di energumeni sempre pronti a ridurre a malpartito gli avversari politici. Accade così che una notte essi commettono un omicidio. Un attacchino del campo avverso viene sorpreso mentre dipinge sui manifesti elettorali di Boussard i baffetti da Hitler (la reductio ad Hitlerum è onnipresente nel mondo moderno e postmoderno). Come conseguenza di cotanto ardire, l'attivista viene incalzato e finisce colpito a morte dall'automobile degli sgherri boussardiani. Si scatena il pandemonio. I funerali del defunto vedono una grande partecipazione da parte dei popolani di Chavigny. Emerge dal loro novero la figura del dottor Michel Peyrac, un medico integerrimo, di grande levatura morale, tutto impegnato nel suo lavoro a favore degli altri senza mai pretendere alcun vantaggio per sé e senza sguazzare in alcun brago. La sua stessa presenza è ingombrante, il suo operato è come fumo negli occhi per Boussard e per la sua cricca mascherata da giunta. Un simile campione di onestà non può essere tollerato, deve essere rimosso con qualsiasi mezzo, legale o illegale. Tanto più che Peyrac non si limita a semplici dichiarazioni di principio: accetta infatti l'invito dei suoi sostenitori a candidarsi alle elezioni comunali. Se riuscisse ad essere eletto, diverrebbe sindaco di Chavigny e il tempo di Boussard sarebbe finito. Ecco che Morlaix si mette in moto e fa pedinare il medico. Non scopre nulla di degno di nota su di lui, ma non demorde. Infatti le sue indagini sulla moglie del dottor Peyrac, Sylvie, hanno maggior fortuna. La signora - pur fedelissima al suo uomo - frequenta una donna di condizione altolocata, l'affascinante bionda Olga Leroy, che ha una vita sessuale molto disinvolta, libera come quella delle mosche. Non soltanto il marito della maliarda, Jean-Paul, è al corrente di questo e approva, ma dirige lui stesso le danze, organizzando sfrenati festini orgiastici. Ogni sera, nella dimora signorile dei Leroy, maggiorenti del paese, si svolgono baccanali sessuali - a cui la Peyrac non partecipa. Il giovane tedesco Ulrich Berl si diverte a fotografare i partecipanti a questi convegni durante le loro sfrenatezze, eccitandosi nel contemplare il piacere altrui. Nonostante abbia fama di uomo poco virile (all'epoca si faceva confusione tra il concetto di "guardone" e quello di "impotente"), Berl si mostra intraprendente con la signora Peyrac, che concupisce a tal punto da sviluppare per lei un'autentica fissazione. La corteggia, la fotografa per fare complesse e stravaganti opere d'arte simili a collage, mettendo le riproduzioni del suo volto nei contesti più grotteschi. Queste passioni giungono alle orecchie di Morlaix, che passa all'azione, ricattando il ragazzo per via di certi suoi trascorsi giudiziari (ha lasciato morire una ragazza piena di droga) e costringendolo così a produrre un fotomontaggio in cui la signora Peyrac compare nel ben mezzo di un'orgia nella casa di Olga. Una volta entrato in possesso della fotografia alterata, Morlaix la usa come arma contro il dottor Peyrac. Una mattina Sylvie trova quel materiale nella buca delle lettere, assieme all'invito a premere sul marito affinché ritiri la sua candidatura alle comunali. In caso contrario, la lettera ricattatoria afferma che tutti a Chavigny riceveranno una copia della foto compromettente. La signora Peyrac non dà troppo peso alla cosa, perché nutre la puerile convinzione che quando una persona è onesta non debba temere nulla. Fa sapere tutto al consorte, esortandolo a non cedere. Il punto è che Morlaix non è uno di quei politici sbruffoni che strepitano e tuonano minacciando i loro avversari a destra e a manca, per poi non fare nulla. Non è come Netanyahu, per intenderci. Una mattina, in tutte le caselle postali di Chavigny, nessuna esclusa, viene collocata una copia della foto con la signora Peyrac che si fa possedere carnalmente. Tutti, persino i bambini, possono vedere. La reazione di sdegno popolare è fortissima. Sui muri compaiono enormi disegni di cazzi gonfi e scritte del tipo "Le puttane votano Peyrac". Il figlio della coppia viene bullizzato e aggredito a scuola, tanto che la madre è costretta a portarlo in un ambiente più tranquillo, in un istituto gestito dalle suore. Le disgrazie sono appena all'inizio. Ulrich Berl, in preda ai sensi di colpa, ha scritto una lettera al fratello che vive in Germania, rivelandogli l'accaduto e pregandolo di rendere tutto pubblico in caso capitasse qualche "incidente". A questo punto Morlaix fa uccidere il fotografo tedesco, trovando un modo ingegnoso e diabolico per far ricadere la colpa proprio sul dottor Peyrac, che finisce in prigione. In Francia non esiste l'habeas corpus: l'imputato è considerato colpevole di default e deve provare da sé la propria innocenza. Tutti i tentativi di dimostrare la falsità del fotomontaggio porno risultano fallimentari: persino i laboratori della Marina militare, che hanno in dotazione le apparecchiature più moderne e sofisticate, non riescono a trovare alcuna traccia di manipolazione nel documento. La situazione sembra sul punto di precipitare. Sylvie supplica la sua amica Olga di trovare il modo per liberare il marito ingiustamente detenuto. La signora Leroy riesce a identificare l'amica Corinne Arnaud nella donna il cui volto è stato sostituito da quello della signora Peyrac. Mette così in atto un elaborato ricatto. Si reca dalla famiglia Arnaud, di elevatissime condizioni sociali, mostrando al cornuto Gustave la foto originale in cui compare sua moglie Corinne e minacciando di consegnare il negativo alla signora Peyrac. In questo modo ottiene quanto richiesto. Il dottor Peyrac viene scagionato da testimoni comparsi all'improvviso e rilasciato dal carcere, ma è psicologicamente annientato, così ritira la sua candidatura. Non tutti i suoi sostenitori della prima ora sono rimasti ad attenderlo, segno evidente che lo scandalo ha intaccato in modo serio la sua reputazione. Boussard stesso annuncia di non volersi ricandidare, ma al contempo passa la palla al suo fido collaboratore, il mefistofelico Morlaix!



Recensione:  
Vidi questo film per la prima volta quando frequentavo le scuole medie, a un cineforum scolastico gestito da un prete grassoccio e sadiano dai radi capelli biondicci. Somigliava un po' a una versione paffuta di Houellebecq. Quando ho rivisto la pellicola, decenni dopo, mi sono reso conto di quanto precoce è stata la mia esposizione a frammenti di pornografia. Non me ne ricordavo proprio più. Ero ancora quello che Giovanni Calvino chiamava un "piccolo fetente". Sì, ero quello che Sigmund Freud definiva un "perverso polimorfo". Ne sono sicuro, dentro di me c'era qualcosa che mi permetteva di comprendere l'intrinseca essenza di quanto vedevo, anche se una specie di censore interiore poi si metteva in moto per rimuovere tutto. "Ma sì, sono cose che fanno le francesi", questo mi dissi quando vidi la foto in bianco e nero dell'orgia, con la Girardot che veniva posseduta nella posizione viso a viso, mentre una bionda era messa alla pecora e penetrata da dietro da un amante, tra le chiappe, mettendo al contempo la faccia in mezzo alle gambe di un altro uomo, di cui accoglieva il fallo in bocca. Tutto ciò è riemerso all'improvviso nel mio cranio, come una bolla eruttata in un calderone pieno zeppo di caldo pus maleodorante, proprio mentre mi sono passate davanti agli occhi nuovamente quelle sequenze del capolavoro di Cayatte, non molto tempo fa. "Le francesi sono tutte così, specialmente quelle bionde", pensavo da piccolo - dove "sono tutte così" stava per "sono tutte puttane". Questa era stata la mia conclusione, il risultato prodotto dal mio cervello febbricitante, intossicato dai veleni sparsi dal perverso ecclesiastico. Un'altra scena che si è stampata a fuoco nella mia memoria infantile, perduta e recuperata, è stata quella in cui la bellissima Mireille Darc, conturbante e dai capelli biondissimi, quasi albini, stava straiata tutta nuda in posizione prona, a pancia in giù. Un picciotto del lubrico vicesindaco Morlaix, commentando quella visione paradisiaca, spiegava che un amante baciava la donna leggiadra dappertutto. La mia fantasia si è sfrenata, si è messa a galoppare. Non posso fare a meno di pensare a queste cose. Ora come allora. Sì, l'amante le metteva la bocca su ogni parte del corpo: sui piedi, sulle chiappe, sull'ano, su ogni lembo di pelle, la baciava e la leccava... Servono a questo gli amanti, non è vero? Sì è vero, è sacrosanto, anche quando non sono apprezzati da nessuna. In qualche modo questi pensieri morbosissimi già pulsavano nella mia mente infantile, anche se non trovavano parole adatte per esprimersi. Esistevano già, nonostante siano rimasti sopiti e indecifrabili per molto tempo. E tutto questo, signore e signori, è il mitico Non c'è fumo senza fuoco del geniale André Cayatte. Non mi è stato facile ritrovare il film, sapete? Ho dovuto cercarlo per mesi prima di poterlo finalmente vedere di nuovo. Non ne ricordavo neppure il titolo. Il Web all'inizio mi è stato di scarso aiuto, opponeva una strenua resistenza ai miei tentativi. Poi finalmente ho trovato la chiave di ricerca giusta, sono riuscito nel mio intento e ho recuperato tutte le informazioni che cercavo. Spesso sono rimasto deluso da film rivisti dopo molto tempo: talvolta mi sono parsi insipidi, altre volte inconsistenti o addirittura grotteschi. Non è questo il caso. Le sequenze cayattesche sono da vedere e da rivedere. Adoro la Darc. Avrei potuto innamorarmi di lei, e invidio Alain Delon (che pure non riscuote le mie simpatie, è troppo gangsteresco) per aver avuto contatto con la sua pelle, per averla conosciuta in senso biblico. Certo, Annie Girardot è bravissima, la sua interpretazione è intensa e particolare, ma non è lei il mio tipo ideale di donna. Spero che scuserete le mie tediose considerazioni. A questo punto non vi resta che visionare di persona quest'opera meritoria e di farmi sapere le vostre opinioni.


"Male non fare, paura non avere"

Molti in Occidente sono convinti che il Principe Siddharta Gautama, più noto come Buddha, abbia pronunciato queste parole: "Male non fare, paura non avere". In realtà non mi risulta che il detto sia a lui attribuibile. Non in modo diretto. È semplicemente un adagio popolare italiano, che affonda le sue radici nel latino "recte faciendo, neminem timeas", ossia "agendo rettamente, non devi temere nessuno", di chiara origine stoica. Del resto le frasi apocrife di Buddha sono innumerevoli, tanto che se le si raccogliesse si potrebbe comodamente ottenere un'enciclopedia voluminosa come la vecchia Treccani. Chi al giorno d'oggi ha scritto sul suo vessillo "Male non fare, paura non avere", non ha in genere la benché minima idea di chi fossero gli Stoici. Le genti intepretano queste parole così: "Male non fare e non ti capiterà nulla di male, sarai sempre al sicuro". Un singolare fraintendimento, in cui è caduta la stessa signora Peyrac. Difficile rendersi conto di quanto sia ingannevole questo sentire comune che impregna lo Zeitgeist iper-ottimista e puffesco. Per far capire cosa si intendeva in Oriente, riporto un breve aneddoto. Si racconta che un monaco buddhista incontrò un bandito, un feroce predone di strada che lo minacciò con una spada. Volendo terrorizzare il religioso, il malvivente gli disse: "Ti rendi conto che potrei infilzarti con la spada in un attimo?" Al che l'altro rispose prontamente: "E tu ti rendi conto che hai di fronte un uomo a cui non interessa proprio niente di essere infilzato con la spada?" Si dice che il brigante, sconvolto da quanto aveva udito, cadde in ginocchio convertendosi e diventando egli stesso un monaco; col tempo divenne addirittura un santo, molto venerato dal popolino. Nell'Antica Roma si riportano episodi non troppo dissimili. Il filosofo stoico Epitteto fu schiavo di Epafrodito, un effeminato e crudele liberto dell'Imperatore Nerone. Epafrodito si divertiva a percuotere con un bastone una gamba del filosofo, che senza scomporsi predisse la rottura dell'osso. Quando avvenne l'inevitabile, lo stoico disse al suo torturatore qualcosa come: "E adesso che mi hai rotto la gamba, cos'hai ottenuto?" Tutto ciò è mirabile. Per far capire come la stessa esortazione a non temere alcun male viene interpretata nell'Occidente moderno e postmoderno, riporto invece il caso di un fricchettone pieno zeppo di cannabis, fumato fin sopra i capelli, una vera e propria testa di ganja che scriveva in Facebook a ogni piè sospinto: "Male non fare, paura non avere!" Ma come? Se i poliziotti fossero piombati nella casa di questo coglione fallocefalo, immagino che sarebbe stato zitto all'istante, sudando freddo. Si sarebbe defecato in mano, rischiando una bella condanna per la sua "fioritura". Già, perché se anche egli riteneva che coltivare piantine di cannabis fosse una cosa buona e innocente, non comprendeva di vivere in una nazione in cui è in vigore una legge che lo vieta e commina pene severe a chi sia trovato colpevole. Dove hanno sbagliato i Peyrac e il fricchettone pieno di ganja? Hanno tutti misurato il concetto di Male col proprio metro, senza tenere nel benché minimo conto il contesto. Un contesto che del Male ha un'idea diversa. Hanno poi creduto nell'esistenza di una forza soprannaturale in grado di difenderli e di far trionfare le loro ragioni sulle avversità del mondo. Inutile dire che una simile forza non esiste. Ovviamente, né i Peyrac né l'adoratore della Maria hanno come fondamento della loro esistenza il raggiungimento del Nirvana o le dottrine di Marco Aurelio. Non c'è quindi detto più ingannevole di "Male non fare, paura non avere", per due motivi: in primis tu puoi pensare di  non fare nulla di male, mentre fai qualcosa che è ritenuto male da quanti ti circondano; in secundis tu puoi non aver fatto proprio nulla, ma gli altri ti possono gettare addosso una valanga di merda. Molto in concreto, in entrambi i casi c'è da avere paura. La merda non te la leverà di dosso nessuno.

La calunnia è come il plutonio 

No, la calunnia non è un venticello, come popolarmente si dice. La calunnia è un contaminante. Agisce proprio come l'elemento più tossico nell'intero Universo: il plutonio. La calunnia è come il plutonio, ne ha tutte le proprietà. Anzi, è ancora più nociva del letale metallo transuranico, perché compromette in modo irreparabile l'ontologia stessa di chi viene contaminato. Penetra nel suo essere e lo inquina. Cayatte ci mostra un duro ma necessario insegnamento: è impossibile per chi è stato calunniato ritornare integro. Per rendere l'idea, si può dire che la calunnia agisce in modo quantistico. Quando il contaminante si posa su una persona e si insinua in profondità, la realtà stessa finisce col diventare irrilevante. Agli occhi del mondo, non ha più nessuna importanza nemmeno che il calunniato sia davvero colpevole o innocente. Non interessa a nessuno conoscere la verità. Per paradosso, se anche fosse accertata l'innocenza in modo inequivocabile, rimarrebbe comunque un residuo di sospetto. L'azione di questo veleno concettuale vanifica la conoscenza, la perturba, sfoca gli stessi fatti, crea le condizioni per qualcosa di terrificante: l'Indeterminazione. La Fisica della Calunnia è illustrata in modo magistrale in Non c'è fumo senza fuoco. Quando la matassa degli eventi funesti si avvia a dipanarsi, verso il finale del film, accade qualcosa di estremamente interessante. Il ricchissimo Gustave Arnaud pone alla bionda Olga Leroy, che lo ricatta, una sola condizione: aiuterà il dottor Peyrac a patto che egli non veda mai la fotografia originale e che quindi non sappia mai se la moglie gli è stata o meno infedele. Questo ha conseguenze gnoseologiche severe. Avete presente l'esperimento concettuale di Erwin Schrödinger? Quello del gatto chiuso in una scatola d'acciaio, che è al contempo vivo e morto? La stessa cosa accade con Sylvie Peyrac, che è al contempo infedele e fedele al marito. La donna ha partecipato e al contempo non ha partecipato all'orgia a casa dell'amica Olga Leroy. Il suo stato esistenziale è una sovrapposizione di funzioni d'onda epistemologiche che descrivono l'una un particolare evento e l'altra la negazione dello stesso evento. Non esiste nessuno strumento che il dottor Peyrac possa usare per raggiungere una conoscenza certa, perché l'indeterminazione è intrinseca, ontologica, non è dovuta a limiti tecnici nei mezzi d'indagine. La foto e il suo negativo esistono e nello stesso tempo non esistono: l'esperienza stessa della loro percezione è inaccessibile all'interessato. Non è raggelante? Non è destabilizzante? Possibile che nessun filosofo si sia reso conto di tutto ciò? Questo film è ben più di quanto possa sembrare a prima vista.

Altre recensioni e reazioni nel Web

Non è un film che abbia dato origine a una girandola di thread animati e di controversie, cosa di cui mi rammarico. In fondo non c'è da stupirsi che sia stato a dir poco sottovalutato. Sarà anche una banalità, ma devo dire che il cinema francese in genere non piace molto in Italia. Si trova qualche intervento sul sito del Davinotti:

Nicola81 scrive:

"Onesto dottore si candida sindaco di una città di provincia, ma l'amministrazione in carica ricorre a qualunque mezzo pur di fermarlo... Animato dalla consueta passione civile, Cayatte dirige un film di denuncia che pur reggendosi su un presupposto che desta non poche perplessità (possibile che negli anni '70 non si fosse in grado di smascherare una foto taroccata?), si segue con interesse grazie a un bel ritmo, dialoghi ficcanti e un ottimo cast: svettano Fresson e soprattutto la Girardot, poi l'ambigua Darc, Bouquet e Falcon al solito infidi" 

Kanon scrive, con una vena polemica:

"Cayatte riadatta l'affaire Markovic alla provincia, che pur piccola che sia tiene in seno serpi da serie A. Tentazioni manicheiste se ne vanno a spasso con una processione che la fa tanto ma tanto lunga - e col passare dei minuti, sempre più inverosimile - quando invece sarebbe bastata una banalissima prova del nove (cos'è, troppo pudore o dimenticanza volontaria subordinata alla tesi?) per poter sbugiardare la carnevalata imbastita. De toute façon, di mestiere il cast indora la pillola."

Come spesso accade, sono costretto a farmi bollire il sangue leggendo parole come "tentazioni manicheiste". Possibile che un aggettivo che descrive un grande pensiero religioso e filosofico sia usato in senso abusivo da gente che in sostanza non ne conosce nulla?

La pellicola di Cayatte non è affatto piaciuta ai gestori di www.filmtv.it, nel cui sito possiamo leggere questa nota desolante: 

"André Cayatte, prima di darsi al cinema, faceva l'avvocato. Ne avrà viste di tutti i colori ma questo non giustifica un racconto così artificioso, faticoso e didascalico. Il film si lascia vedere, ma data l'ottima prova degli attori (Annie Girardot in testa), resta un'occasione sprecata."

Profondamente scettico è anche Jonas, che pure riconosce al regista qualche merito:

"Il film fa parte della parabola discendente della carriera di Cayatte, ormai lontano dai fasti degli anni ’50, ma ne conserva il piglio vigoroso e la passione civile: c’è qualcosa soprattutto di Fascicolo nero, nella denuncia delle pericolose connivenze fra politici, magistrati e poliziotti. Il problema è che i cattivi sono così goffi, le loro macchinazioni così stupide, che si fatica a credere che possano reggere quasi fino alla fine (non so quale fosse la situazione dell’epoca: con gli strumenti a disposizione oggi, smascherare un fotomontaggio, verificare tabulati telefonici o stabilire l’ora di una morte sarebbe ordinaria amministrazione); e anche la vittoria finale dei buoni arriva in modo così contorto da non lasciare pienamente soddisfatti. Comunque, pur servendosi di mezzi elementari, la vicenda sa coinvolgere."

Tra questi recensori non ne vedo uno solo che abbia davvero compreso l'opera di Cayatte. Si limitano a considerazioni di estrema superficialità, com'è consuetudine in simili siti del Web. Potessi imbattermi in qualcosa che va al di là dei pensierini delle elementari e dei temini delle medie!