Visualizzazione post con etichetta recensioni libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni libri. Mostra tutti i post

domenica 17 dicembre 2023


LA TEODICEA COME MANIFESTAZIONE SINTOMATOLOGICA

A giudicare dalle bizzarre teorie addotte dai seguaci delle religioni mondane per spiegare l’esistenza del male, si direbbe che essi soffrano di una qualche menomazione percettiva che non permette loro di recepire correttamente i dati fenomenici. Eugenio Corti, uno scrittore insignito nel 2000 del premio internazionale “Al merito della cultura cattolica”, a pag. 620 del suo romanzo “Il cavallo rosso” (Milano, Edizioni Ares, 1983) afferma che gli uomini “sono gli unici, fra tutti gli esseri creati, che hanno la possibilità d’andare contro l’ordine posto da Dio nel creato: gli uomini sono cioè gli unici esseri veramente liberi, appunto perché sono liberi nei confronti di Dio.” Ritroviamo qui due temi cari ai niceni: il libero arbitrio e l’idea secondo cui l’ordine del mondo sarebbe intrinsecamente benevolo. Ammettiamo pure che l’uomo sia libero, come sostengono i teologi, ovvero che voglia, deliberi, scelga e si autodetermini. Sorge spontaneo un quesito: la libertà di opporsi al volere di Dio, questa facoltà di cui gli uomini dispongono, è davvero un dono? Ribellandosi al progetto divino, gli esseri umani vanno incontro alla rovina. Perché dunque Dio glielo consente? “Per amore”, si dice, “Per una sovrabbondanza d’amore. Dio ama a tal punto gli uomini da permettere loro di abbracciare il male”. Questa tesi risuona da secoli, ma la longevità – com’è noto – non è sinonimo di veridicità.

Dinanzi agli orrori del Secondo conflitto mondiale, Corti così ragiona: “certamente Dio non aveva voluto questo male: bastava pensare alle parole di Cristo e anche solo del papa, contro la violenza e la guerra. Dio aveva dovuto tollerare, ecco, aveva dovuto permettere questo male, e tutte le altre cattiverie e carognate che gli uomini fanno: e ciò per non andare contro la loro libertà. Il gran problema del male nel mondo… Appunto per non impedire la libertà dell’uomo (il che equivarrebbe in conclusione a snaturare l’uomo) Dio è costretto a tollerare il male.”

Tesi a dir poco singolare. Un genitore che, per non ledere la libertà del figlio, non muovesse un dito per impedirgli di annegare la sorellina nella vasca da bagno sarebbe forse da considerare un buon genitore? Direi piuttosto un pazzo da catena.

Ma torniamo a Corti: “c’era la Provvidenza, cioè un’azione conservatrice e promotrice di Dio, nell’esercizio della quale egli si compiace di partecipare con amore anche ai casi delle sue creature più piccole (…). E c’era la libertà umana che – unica – può andare contro l’ordine di Dio. Così stando le cose è grazia che al male si connetta la sofferenza, la quale trattiene gli uomini nello scempio ch’essi possono fare del creato e di se stessi.”

Come come? La sofferenza delle vittime non ha mai trattenuto la mano dei torturatori!

Corti così prosegue: “Rimaneva il fatto che a Milano e altrove non pochi, del tutto innocenti, erano periti. A un tratto Dio non li aveva più protetti, né aiutati, non aveva più potuto… Per non opporsi alla libertà dell’uomo, tutto ciò che Dio aveva potuto fare era stato di morire – in Cristo – con loro, innocente con gli innocenti, in modo da accomunare al proprio il loro sacrificio, sublimando quest’ultimo: Cristo e tutti gli innocenti con lui compensavano il male compiuto dagli esseri liberi, in particolare da quelli che non accetterebbero mai di emendarsi…”

Ecco affacciarsi qui un principio su cui val la pena di riflettere: quello secondo cui le sofferenze degli innocenti varrebbero a compensare (equilibrare, bilanciare) le crudeltà commesse dai malvagi. Secondo Corti, dunque, il sacrificio degli innocenti, immolati come giovenchi, funge da contrappeso, ripristina cioè l’ordine “posto da Dio nel creato” che gli uomini avrebbero violato facendo un uso improprio del libero arbitrio. Ricapitolando: un Dio infinitamente buono e misericordioso crea un essere dotato dell’inclinazione ad abusare della propria libertà, il quale – com’era prevedibile – ne abusa, assecondando una tendenza insita nella propria natura, non estranea ad essa. Così facendo, causa la rovina altrui e infine la propria. Né poteva essere altrimenti: il suo Artefice non l’aveva forse fornito della capacità di peccare? L’ordine stabilito da Dio ammetteva ab origine la possibilità che l’uomo facesse cattivo uso del proprio libero arbitrio. L’umana disposizione a compiere il male era dunque parte integrante di quell’ordine. In quanto onnisciente, Dio era consapevole delle conseguenze che sarebbero scaturite dall’aver attribuito alla Sua creatura prediletta la facoltà di compiere azioni malvagie. Dio crea scientemente l’uomo in siffatto modo, allestisce un ordine del mondo che prevede la possibilità del male. Quest’ultimo, pertanto, non rappresenta una violazione dell’ordine “posto da Dio nel creato”: semmai, ne è parte costitutiva. L’ideologia che attribuisce al sacrificio degli innocenti un valore compensatorio è intrinsecamente irrazionale in quanto contraddice le proprie premesse. Come si può considerare benigno un ordine al cui riequilibrio debbano essere sacrificate milioni di creature innocenti? Si rifletta con attenzione: per i niceni, l’uomo – abusando della libertà donatagli da Dio – commette malvagità di ogni sorta, ai danni dei propri simili e del creato. In conseguenza e a riparazione di tutto ciò, Dio si immola – in Cristo – sulla croce, “per accomunare al proprio il loro sacrificio”. Ebbene, quali risultati produce questa immolazione? Il mondo continua imperterrito per la sua cattiva strada, gli uomini riprendono a scannarsi tra loro con rinnovato entusiasmo. Come se nulla fosse accaduto. In questo scenario desolante, Corti e i suoi sodali scorgono un senso compiuto: gli innocenti schiattano sì oggi come ieri, ma il loro sacrificio funge da compensazione. Da dove trae origine questa forma mentis? Dalle pagine del Levitico, dove si narra come il Dio d’Israele prescrisse minuziosamente al suo servo Mosè in qual modo effettuare gli olocausti. Ecco la fonte da cui scaturiscono le conclusioni dei niceni: “la legge dell’olocausto, dell’oblazione, del sacrificio di espiazione, del sacrificio di riparazione, dell’investitura e del sacrificio pacifico: legge che Iahvé diede a Mosè sul Monte Sinai” (Lv 7, 37). Al cap.1 v.17, si legge altresì: “un olocausto, un sacrificio consumato dal fuoco, è profumo soave per Iahvé”.

Il grande filosofo italiano Giacomo Leopardi scriveva nello Zibaldone (4511, 17 maggio 1829): “Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene. Ma che sperare quando il male è ordinario? dico, in un ordine ove il male è essenziale?” 

Pietro Ferrari, 9 gennaio 2013

venerdì 15 dicembre 2023


IL PROCESSO AGLI ULTIMI CATARI 

Titolo originale: Il processo agli ultimi Catari. Inquisitori,
       confessori, storie 
Autore: Elena Bonoldi Gattermayer 
Editore: Jaca Book 
Collana: Biblioteca di Cultura Medievale 
Anno: 2011
Codice ISBN: 8816409843
Codice ISBN-13: 9788816409842
Pagine: 315
Prezzo: € 24,00

Descrizione:

"Sulla scena del tragico conflitto religioso scatenato dalla dottrina catara, fondata su una dualità, respinta da Roma come corrotta, all’inizio del XIV secolo, nell’estremo Sud francese, un piccolo gruppo di uomini e donne coraggiosi testimoniava di villaggio in villaggio in una pericolosa clandestinità la forza della «Eglesia de Deu», come essi la chiamavano."

"Convinti della validità della propria fede, quei cristiani dissidenti affronteranno processi, prigioni, roghi stabiliti da autorità civili ed ecclesiastiche decise a eliminare definitivamente il credo eretico da tutta l’Occitania. Qual era la loro dottrina, la loro fede, la loro esperienza?"

"Il processo agli ultimi catari ripercorre, attraverso i testi degli interrogatori, inediti in italiano, tratti con rigore dai documenti giacenti negli archivi vaticani, la difficile e aspra quotidianità di quegli uomini e quelle donne facendola rivivere non attraverso la stilizzazione del racconto storico o letterario, bensì attraverso le loro stesse parole, quelle che i protagonisti di questa strana e originale stagione della cristianità europea hanno lasciato alla storia in forma di confessioni."

"Dal materiale emerge, oltre che la profonda fede rivoluzionaria di quegli uomini e quelle donne, pronti a sacrificare se stessi, l’essenza stessa delle loro vite, a qualsiasi strato sociale appartenessero. Essi, pur abitando in una regione sottoposta a Parigi, conservavano con fierezza l’originalità della cultura occitanica, capace di trasformare il diritto romano in funzione del carattere della propria gente, nonchè di rappresentare, come poche altre terre nell’Europa di quei tempi, un esempio di convivenza religiosa e di libertà di pensiero uniche e all’avanguardia." 

Recensione: 
Un ottimo volume. Ricordo in particolare un brano che era una vivida descrizione del Purgatorio secondo le credenze di un villaggio convertito alla religione Catara all'epoca degli Autier, conservando però credenze anteriori, rielaborate in modo originalissimo e ben lontano dall'ortodossia della Chiesa di Roma. Secondo questi pastori e contadini, il Purgatorio sarebbe stato un mondo in tutto e per tutto uguale al nostro, con montagne, valli e paesi, abitati da umani che svolgevano le stesse attività svolte sulla Terra. Così c'erano chiese e curati che vi dicevano messa. Tanto per dare un'idea, avrebbe avuto senso dire: "Blarn è un paese che si trova nel Purgatorio, nella Valle di Belurnis, a occidente di Meilom". Oppure: "Come Bram e Lavaur si trovano sulla terra, in Linguadoca, così Blarn e Meilom si trovano in Purgatorio". Come in un avvincente libro fantasy. Probabilmente c'era soltanto una differenza: chi nasceva in questo Purgatorio, dopo esser morto sulla Terra, non invecchiava e non moriva come i mortali, durando nella sua dimora finché non veniva l'ora di essere accolto in Paradiso. Peire Autier ovviamente non credeva a queste favole e negava l'esistenza del Purgatorio, tuttavia era tollerante e non redarguiva i paesani. Non sono riuscito a trovare da nessun'altra parte quanto narrato vividamente dall'autrice, Elena Bonoldi Gattermayer. Mi riprometto di approfondire l'argomento e di svilupparlo ulteriormente in un'occasione migliore.

Questo scrivevo nel lontano 2011: 

Un libro messo nel luogo sbagliato 

Di recente sono stato alla Feltrinelli di Milano, Piazza del Duomo, e mi sono imbattuto in questo libro di estremo interesse. Con mio grande
stupore, non era collocato nella sezione "Storia Medievale", come a rigor di logica ci si sarebbe potuti aspettare, e neppure in "Religione" o "Storia delle Religioni". Era invece in bella mostra nella sezione "Anticlericalismo". Mi sono subito chiesto come mai. Una collocazione anomala, che non ha nessun senso logico. Insieme a questo volume - peraltro edito da una casa editrice notoriamente legata a Comunione e Liberazione - ce ne erano moltissimi altri, che spaziavano da Giordano Bruno alla Casta del Vaticano, più altri ancora del tipo "Il libro che la vostra Chiesa non vi farebbe mai leggere""Il libro che Gesù Cristo non vi farebbe mai leggere", "Il libro che Dio non vi farebbe mai leggere", "Il libro che il Vaticano non vi farebbe mai leggere", e via discorrendo. Tutti colati con lo stampino. Ho così deciso di comprare il libro alla Hoepli, che almeno lo pone tra i testi di Storia del Medioevo, anche se in mezzo a un certo numero di volumi che trattano di streghe, spettri, vampiri e lupi mannari. A volte mi sembra che l'ironia del Creatore Malvagio sia pervasiva e sottile.

Non posso fare a meno di notare questo: la Chiesa Romana agì in modo profondamente diverso contro i Buoni Uomini e contro Bruno, Galilei e altri. Nel primo caso, fece di tutto per sradicare la Vera Chiesa di Dio, nel secondo agì contro singoli individui. Il primo crimine è contro lo Spirito ed è infinitamente più grave del secondo. La società materialista sorvola sulla persecuzione e sull'assassinio dei Buoni Uomini, mentre eleva a simbolo le persecuzioni di Bruno e di Galilei. Strumentalizza ogni cosa: usa i Martiri della Chiesa di Dio come arma per le sue battaglie politiche, e poi ha orrore anche di un singolo Credente del Catarismo quando lo incontra. Questo infatti mi dicono ogni volta che si imbattono in me: che sono un folle, che dovrei andare dallo psichiatra, e via discorrendo. Eppure porto avanti e diffondo quelle stesse idee che diffondeva Peire Autier - pur essendo io indegno e privo del Battesimo di Spirito. 

Ora, invito tutti a notare come la descrizione fatta dalla Jaca Book non sia affatto negativa, ma anzi elogi i Buoni Uomini per la loro Fede e la purezza della loro vita. A questo contrappongo le invettive dei Demoatei, che mi vorrebbero rinchiudere in manicomio e sottoporre a trattamento psichiatrico per il solo fatto di essere un fiero avversario del materialismo. 

Per finire, parafrasando il Professor Francesco Zambon, sarebbe tempo di considerare il Catarismo come una delle grandi religioni d'ispirazione cristiana, senza dubbio tra le espressioni più pure e intransigenti della spiritualità medioevale

(Il Volto Oscuro della Storia, 1 aprile 2011) 

A distanza di tanti anni, mi sono trovato in stato di paranoia, non ricordando più se poi il volume della Bonoldi Gattermayer lo avessi davvero comprato. Ho cercato dappertutto in casa, ma non ho trovato il volume. Mi sono venuti "falsi ricordi" che mi hanno ancor più confuso, provocandomi paranoie peggiori. Ho poi concluso che non avevo effettuato l'acquisto, pur avendone l'intenzione, altrimenti avrei sicuramente scritto e pubblicato un post sulla credenza sincretista nel Purgatorio, così peculiare. 

sabato 10 giugno 2023

IL MITO DI ALI' AGAMET, IL MOSTRO DALLE MEMBRA PLURIME

Per pura serendipità mi sono imbattuto in un interessantissimo documento risalente al XIX secolo, che riporta strane notizie su un appariscente mostro da manuale di teratologia, Alì Agamet, scoperto da un capitano inglese il cui nome è riportato come Alimberto Valdames. Questo essere, alto 22 palmi (circa 2,5 metri), aveva due facce, quattro braccia e quattro gambe. 


Primo documento (1819) 

Questo è il titolo del resoconto: 

Narrazione di un nuovo mostro ritrovato nel mese di Agosto 1819, in una tartana di corsari di Cipro e preso da un vascello mercantile inglese . Esso chiamavasi Alì Agamet del Regno di Cipro .

Autore: Zavaterri, V.
Anno: 1819 
Lingua: Italiano 

https://wellcomecollection.org/works/c48nw8ng/items?canvas=9

Digitalizzato da Internet Archive nel 2016. 
Link: 
https://archive.org/details/b22014974

Secondo documento (1792) 

Esiste anche una versione più antica del resoconto, datata 1792 anziché 1819 e attribuita a un diverso autore.
Questo è il titolo: 

Distinta relazione di un nuovo mostro ritrovato nel 1792 in una tartana di corsari di Cipro e presa da una vascello mercantile inglese 

Autore: Tarlino Giacomo (Turlino)
Anno: 1792 
Lingua: Italiano 
Area di pubblicazione: Venezia, Treviso, Padova, Verona e Brescia, per Giacomo Tarlino 

Una copia di quest'opera si trova nella Biblioteca di Stato di San Marino, come dimostrato dal seguente link:

https://www.bibliotecadistato.sm/on-line/home/il-patrimonio/materiale-sammarinese/scheda18132447.html

Evidentemente il resoconto attribuito a Zavaterri è una pura e semplice copia di quello attribuito a Tarlino, con la modifica della data. Mi è subito parso chiaro che già il prototipo tarliniano fosse un falso. Mi sono convinto che la storia del mostro forse non sarà mai riconducibile ad eventi reali e documentabili, avendo la sua origine in una leggenda di marinai, di quelle che si ingigantivano passando di bettola in bettola, di porto in porto. 

 
Terzo documento (1702)

Nel corso della mia appassionante ricerca, mi sono imbattuto in un terzo resoconto! Una versione ancora più antica. Risale a 90 anni esatti prima di quello di Tarlino, ossia al 1702. Riporto la parte interessata della pagina 59 del volume Royal Empire Society Vol-iv, di Lewin Evans (1937), in cui è contenuto il cenno a quest'opera, che trascrivo anche qui di seguito, evidenziandolo in grassetto: 

MONSTROSITIES 

* Valdemss, A.  Distinta relazione d'un nuovo mostro ritrovato in una tartana di corsari di Cipro, presa da un vascello mercantile Inglese il giorno 20 agosto 1702, dove dentro vi trovarono questo mostro, chiamato Al Agamett, del Regno di Cipro. App.sm.Ato Londra, Genova, Venezia, Ronciglione, Ferrara & in Piacenza nella Stampa Vescovale del Zambelli, 1702.

Subito sotto c'è una sintetica descrizione in inglese: 
[The title page has an illustration of a man with two heads, four arms, & four legs, and the words Ali' Agamet del Regno di Cipro]  

Qualcuno dirà che potrebbe trattarsi di una distorsione del resoconto del 1792, con la cifra 9 erroneamente trascritta come 0. Questa supposizione mi sembra molto implausibile. Il nome del presunto autore, Valdemss, è una trascrizione alterata di Valdames, protagonista della storia, mentre Ali' Agamet diventa addirittura Al Agamett (essendo invece riportato correttamente nella descrizione). Sono incline a ritenere che sia davvero esistito questo terzo resoconto, anche per via della menzione della "Stampa Vescovale del Zambelli", in realtà Stampa vescovile del Zambelli, con sede a Piacenza, che non compare nelle altre due versioni e che era già attiva sul finire XVII secolo e agli inizi del XVIII. Non ho potuto avere accesso alle fonti usate da Evans, anche se ha operato in pieno XX secolo. Subito mi sono messo al lavoro per scoprire se siano esistiti altri resoconti ancora più antichi di quello stampato da Zambelli.

Quarto documento (1690) 

Finalmente ho avuto successo nella mia ricerca. Ancora un'altra versione! A questo punto si va avanti ad infinitum! Ecco un quarto resoconto, risalente al 1690. 
Questo è il titolo: 

Nova e verissima relatione del oribilissimo mostro chiamato Alì Agamet; nato ne’ deserti di Cipro, l’anno 1647 li 12 marzo e ritrovato da certi agà, che andavano alla caccia per quei boschi il mese di zugno prossimo passato, con un destinto racconto di sua complessione, del viver, mangiar, bever, vestir, conversar ed’ogni’altra circonstanza, essendo loro eletto capitano d’una squadra de rebelli di Cipro contro la Porta a favor di quel comandante, contro il regnante ottomano sollevato ...), Venezia, 1690  

Autore: al momento sconosciuto
Anno: 1960 
Lingua: Italiano 

La fonte è il lavoro di Anastasia Stouraiti, Marvels of the Levant: Print Media and the Politics of Wonder in Early Modern Venice, pubblicato su History Workshop Journal 90  (2020) e consultabile su Academia.edu.

https://www.academia.edu/43523925/
Marvels_of_the_Levant_Print_Media_
and_the_Politics_of_Wonder_in_Early_
Modern_Venice

Non ho la possibilità di consultare il testo, contenuto nella Biblioteca del Museo Correr a Venezia. Tutte le informazioni a mia disposizione sono tratte proprio dall'articolo della Stouraiti. 

Contenuti del resoconto del 1819

Una storia davvero avvincente. Si narra di come il Capitano Alimberto Valdames stesse viaggiando verso Algeri, conducendo un vascello mercantile inglese di media grandezza, con regolare licenza di esercitare il commercio. A un certo punto si imbatté in una tartana di grandi dimensioni, piena zeppa di corsari provenienti dall'isola di Cipro. Ne nacque uno scontro furibondo. Essendo gli Inglesi ben forniti di armi, riuscirono a prevalere e a catturare la tartana, dopo due ore di duri scontri, in cui imperversava il terribile gigante Alì Agamet, deforme e incredibilmente bellicoso. Ecco l'esito della battaglia: 

- Morti dalla parte inglese: 27.
- Morti dalla parte dei corsari: 19.
- Un numero imprecisato di feriti da entrambe le parti.
- Prigionieri cristiani liberati: 22. 
- Corsari ridotti in schiavitù e messi ai remi: 38 (incluso il gigante). 

Questa è una dettagliata descrizione dell'incredibile essere catturato: 

- presenza di due facce, rivolta una a destra e una a sinistra; 
- presenza di due occhi, uno per faccia; 
- presenza di due nasi, uno per faccia; 
- presenza di due bocche, una per faccia; 
- presenza di due folte barbe, una per faccia; 
- presenza di un mento tra le due facce;
- assenza di capelli e di peli sul corpo, ad eccezione delle due barbe; 
- presenza di quattro braccia, tutte abili e in grado di maneggiare armi; 
- presenza di quattro gambe, tutte abili e in grado di camminare; 
- capacità di mangiare contemporaneamente da entrambe le bocche;
- capacità di parlare contemporaneamente da entrambe le bocche;
- presenza di due grosse mammelle sul petto; 
- appetito insaziabile (mangiava come dieci persone affamate); 
- emissione di rutti spaventosi durante la nutrizione; 
- predilezione per la carne cruda e il sangue. 

Il mostruoso gigante 
dimostrò di non avere alcun problema di linguaggio articolato: si presentò descrivendo le sue origini e la sua condizione. Parlava nella sua lingua nativa (probabilmente il turco Ottomano), che evidentemente il Capitano Valdames conosceva bene.  

   "Io mi chiamo ALI' AGAMET , e sono di legge Maomettana ; nacqui nella superba Città di Babilonia , e fui figliolo di Selim Arabo , e di Ozime di Babilonia ; dandomi mia Madre alla luce , e vedendomi nato differente dagli altri uomini , procurò di tenermi celato più che fosse stato possibile temendo che potessi essergli rapito ; ma non scorse lungo tempo , che ne fu informato il nostro Bassa , il quale ordinò che immediatamente gli fossi presentato , il che fu eseguito . Visto che mi ebbe ordinò che fussi allevato nel suo proprio Palazzo , fintanto che pervenni all'età di dodici anni , e vedendomi così mostruoso pensò mandarmi in dono al Gran Signore Imperatore dei Turchi , come infatti fece . 
  Imbarcatomi adunque , e solcando l' onde , con prospero vento si navigava ; ma non durò molto la calma , perchè rivolgendosi il vento venne, quasi all’ improvviso una fierissima burrasca , e trasportato il Legno nei Mari di Cipro malamente reggendosi agli spessi colpi della fortuna si affondò, ed io dall’ onde abbattuto a terra mi ritrovai e mi ricoverai in un Bosco , che non troppo da lungi vidi , e vi soggiornai per lo spazio di sette mesi, senza veder mai persona alcuna , nutrendomi di erbe e di radiche o talvolta di Animali selvaggi , che ben spesso io prendeva . Dopo questo tempo capitò questa l' altana , che ora avete in vostro potere, dalla quale smontando molti per l’ acqua a loro mancata mi pigliarono, e vedendomi di questa' robustezza , e conoscendomi abile a maneggiar dell’ armi , mi vollero per loro compagno , ma però mai ad alcuno mi volli palesare , benchè molte volte facessi loro istanza , acciocchè al Gran Turco mi avessero condotto conforme mi aveva destinato il Bassa di Babilonia ; onde cosi incognito sono stato con esso loro lo spazio di nove anni solcando diversi Mari , facendo di grosse prede : e perchè detti Corsari erano di Cipro, mi cognominarono Alì Agamet del Regno di Cipro per molte mie prove , e prese fatte con terrore e spavento di tutti , ed oggi mi trovo vostro schiavo : e questo è quanto posso dirvi ."

Gli Inglesi fecero ritorno in Inghilterra. Fatta calafatare la tartana, organizzarono una specie di zoo umano nella città (il cui nome non è tramandato), facendo esibire Alì Agamet e riscuotendo grande successo. Così si conclude il racconto. 

I resoconti del 1819 e del 1690: 
un rapido confronto 

Nell'opera citata dalla Stouraiti, Alì Agamet mancava del linguaggio articolato, a differenza di quanto narrato dai resoconti successivi: sapeva esprimersi soltanto con gesti che apparivano esagerati, incoerenti e ridicoli agli stessi Turchi. La sua avidità nel bere lo faceva orinare di continuo, altra fonte di situazioni imbarazzanti. Viene ritratto con capelli lunghi, sporchi e carichi di polvere. Le sue guance erano ricoperte di un sudore nero e fetido, mentre gli occhi erano così rossi da sembrare carboni ardenti che "esalavano orrore". Altre caratteristiche erano identiche a quelle descritte da Zavaterri: due facce, due barbe, grosse mammelle, quattro braccia e quattro gambe. Non risulta alcuna menzione degli Inglesi di Valdames. Gli agà che hanno scoperto la creatura a Cipro erano locali ufficiali militari maomettani (in turco ağa significa "cacciatore"), che hanno pensato bene di arruolarlo e di utilizzarlo in un'insurrezione contro il Sultano. Questa insurrezione si dimostra fallimentare: molto probabilmente il gigante mostruoso allude al personaggio storico dell'insorto cipriota Mehmet Ağa Boyacioğlu, la cui ribellione fu stroncata dalle forze ottomane proprio nel 1690 (Stouraiti, 2020). La genealogia attribuita ad Alì Agamet è molto diversa da quella riportata da Zavaterri nel 1819: sarebbe stato figlio di un rinnegato che avrebbe abiurato la religione cristiana per convertirsi all'Islam, rapendo una donna cristiana e costringendola a sua volta ad abiurare. 

L'identità del capitano inglese

Azzardo una ricostruzione del nome originale del Capitano Valdames. A parer mio si chiamava Lambert Van Dammes ed era di origine fiamminga. Il nome di battesimo, Lambert, con ogni probabilità pronunciato /'læmbəɹt/, è stato italianizzato in Alimberto, nome raro ma effettivamente esistente: ad esempio ci è noto uno pseudonimo usato da Galileo Galilei, Alimberto Mauri. Possiamo fare qualche ipotesi in più: il nome potrebbe essere stato appreso dalla viva voce e trascritto in modo approssimativo. La vocale anteriore /æ/ avrebbe impedito che il nome fosse italianizzato in Lamberto. Un apprendimento dalla lingua scritta di un originale Albert avrebbe invece portato a italianizzare il nome in Alberto. Il cognome Van Dammes, la cui esistenza è attestata (pur essendo più comune Van Damme), deve aver prodotto Valdames per dissimilazione. La trascrizione di Valdames in ortografia inglese avrebbe poi dato il Valdemss riportato da Evans. Anche in questo caso, deve essere postulato l'apprendimento dalla viva voce, attraverso diversi passaggi. Colui che ha messo per iscritto il resoconto per la prima volta, deve aver ampliato qualcosa di mirabolante che ha sentito con le sue orecchie in un luogo sordido, in un angiporto o in una taverna malfamata. Ad ogni passaggio successivo, devono essere occorse ulteriori distorsioni.  
Appurato che al capitano inglese si potrebbe attribuire il nominativo Lambert Van Dammes, non possiamo in alcun modo ricondurlo a una persona effettivamente esistita, per via dell'estrema difficoltà ad accedere a documenti dell'epoca in cui si suppone abbia vissuto. Non dimentichiamoci la faccenda scabrosa della diversità delle date: 1819, 1792, 1702, 1690. Ne sono convinto: scavando bene, salterebbero fuori altre versioni più vetuste, che creerebbero più domande di quante contribuirebbero a risolvere! In ogni caso, sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. 

Il nome Alì Agamet 

Evidentemente il nome del gigante mostruoso sta per Alì Ahmed. Alì (عليّ ʻAlī) significa "Sublime". Ahmed (أحمد Aḥmad) significa "Molto Lodevole". I due antroponimi, di chiara origine araba coranica, sono diffusissimi nel mondo islamico e non presentano alcuna difficoltà di analisi. La forma Agamet mostra, con la sua consonante sorda finale, una mediazione del turco. 

Un maomettano non molto osservante 

Alì Agamet si professava di religione maomettana, tuttavia non teneva in alcun conto le prescrizioni alimentari. Non soltanto mangiava qualsiasi tipo di carne e beveva birra: beveva anche il sangue, che anzi era la sua bevanda preferita. Nella nota proibizione coranica, sono vietati il sangue, le carogne e la carne di porco, tutte cose considerate impure e messe sullo stesso piano. Vero però è che è concessa esplicita licenza di nutrirsi di carne di porco in caso di viaggio in terre non islamiche o in condizioni estreme, come l'assenza di altro cibo. Allo stesso modo, è contemplata la possibilità che un viandante islamico si possa ubriacare in terra non islamica, con solo la raccomandazione di non pregare in quello stato. Va anche detto che non sempre, nel corso dei secoli, i Musulmani hanno sfoggiato dovunque quel rigore che oggi si tende ad attribuire loro. In particolare, nell'Impero Ottomano si beveva con una certa abbondanza e i divieti duravano al massimo tre giorni. 

Incongruenze interne 

Si noti che la stampa era già pienamente sviluppata in Inghilterra negli anni in cui si suppone che il fantomatico Lambert Van Dammes esibisse Alì Agamet in una città costiera. La presenza di un mostro così straordinario sarebbe stata documentata opportunamente e avrebbe destato immenso clamore dovunque. 
Anche il racconto più antico attestato presenta incoerenze. Se Alì Agamet, trovato a Cipro dagli ufficiali militari, non possedeva il linguaggio articolato, come poteva comunicare agli altri il proprio nome? Glielo avrebbero attribuito? 

Riscontro teratologico 

Alì Agamet aveva caratteristiche che possono essere originate dalla fusione di gemelli siamesi: diprosopia (duplicazione craniofacciale) e polimelia (presenza di arti soprannumerari). Altre peculiarità sorprendenti sono l'iperfagia e gli elementi di pseudo-ermafroditismo e ginecomastia (presenza di grosse mammelle). Nessuno si è mai preso la briga di descrivere i suoi genitali e le sue funzioni defecatorie. Quanti peni aveva? Tre, due o uno solo? E l'ano? Era unico o ne aveva due? Quello che stupisce è la perfetta funzionalità di tutte le membra: quattro braccia in grado di combattere e di adoperare armi, quattro gambe in grado di camminare avanzando e indietreggiando, perfettamente sincronizzate. Da condizioni che sono estremamente rare, non ha mai avuto origine un "gigante mostruoso" come quello descritto. In genere gli arti in eccesso non hanno piena funzionalità. Il folklore spesso esagera e combina caratteristiche rare per creare creature fantastiche. Si nota che la presenza di mammelle sviluppate in un uomo era considerata una caratteristica diabolica, spesso associata ad assassini particolarmente efferati. Non so se abbia senso insistere con i referti medici sul protagonista di quello che è nato come pamphlet

Possibile significato

Alì Agamet potrebbe essere una metafora e un prodotto del radicatissimo terrore per i Turchi. Non dobbiamo mai dimenticarci che i Turchi erano visti come un flagello, perché rapivano, riducevano in schiavitù e sodomizzavano! Soprattutto sodomizzavano. Devastavano l'intestino retto a tutti coloro su cui mettevano le mani. Uomini, donne, bambini, non si salvava nessuno. Non per niente si dice "cose turche". Potevano arrivare dovunque. Ci sono state scorrerie persino in Islanda. La Stouraiti è convinta che il terrore più insondabile che percorreva la Cristianità fosse quello delle abiure, in quanto erano molti ad abbandonare la Chiesa Romana per abbracciare l'Islam. Una cosa non esclude l'altra, questo è sicuro. Così possiamo concludere che Alì Agamet è fatto della stessa sostanza dell'Incubo!

mercoledì 5 aprile 2023


TRE SULL'ALTALENA
 
 
Autore: Luigi Lunari 
Anno di composizione: 1990 
Prima assoluta: 10 luglio 1990 
Lingua originale: Italiano 
Genere: Commedia 
Sottogenere: Commedia paradossal
Tempi:
Edizione di debutto (1990): Teatro dei Filodrammatici
II edizione (1993): Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi 
III edizione (1994): Compagnia Campogalliani 
- Seguono numerose altre edizioni - 
Regia (Filodrammatici, 1990): Silvano Piccardi 
Regia (Pambieri-Tanzi-Beruschi, 1993): Silvano Piccardi 
Regia (Campogalliani, 1994): Aldo Signoretti 
Titoli in altre lingue: 
   Francese: Fausse adresse 
   Tedesco: Drei auf der Schaukel 
   Inglese: Three on the swing 
   Spagnolo: Tres en el columpio 
   Russo: трое на качелях 

Interpreti e personaggi (1993): 
  Antonio Guidi: Il Commendatore 
  Enrico Beruschi: Il Professore
  Giuseppe Pambieri: Il Capitano 
  Lia Tanzi: La donna delle pulizie 

Nota: 
In almeno un'altra edizione successiva ci sono stati "cambi di sesso": il Commendatore è diventato la Signora, il Professore è diventato la Professoressa, la donna delle pulizie è diventata l'uomo delle pulizie. Inoltre il Capitano, oltre al sesso ha cambiato grado, è diventato Sergente. Questi sono gli interpreti e i personaggi dell'edizione con regia di Sebastiano Boschiero (2021): 

  Marisa Gianni: La Signora
  Alessandra Tesser: Il Sergente
  Angela Caltanella: La Professoressa
  Mattia Mometti: L'uomo delle pulizie 

N.B.
A differenza di quanto accade nel cinema, nel teatro si rivela un'impresa quasi disperata reperire informazioni complete e attendibili. Ad esempio, mancano gli interpreti della versione di debutto del 1990.
 
Sinossi (da Teatro.it):
Un commendatore, un capitano dell'esercito ed un professore, si trovano nello stesso luogo per tre ragioni diverse: il primo per un incontro galante, il secondo per trattare un acquisto di materiale bellico, il terzo per ritirare le bozze di un suo libro. Ma cos'è esattamente quel luogo? Un albergo “discreto”, un luogo di affari, o una casa editrice? È possibile che tutti e tre abbiano avuto l'indirizzo sbagliato? La strana situazione si aggrava per la circostanza di un'improvvisa esercitazione anti-inquinamento che impedisce loro di uscire da questo posto ambiguo, costringendoli a passarvi la notte. I tre cominciano a sospettare che potrebbero trovarsi in un'anticamera per l'aldilà... probabilmente loro sono morti e stanno lì in attesa del Giudizio! 

Un estratto:

IL PROFESSORE - No, no, non è niente di complicato. Le faccio un esempio. La frase "Finché la barca va, lasciala andare". Tratta, come dice lei, da una canzone... non è particolarmente intelligente. Giusto? 
IL CAPITANO - Giusto.
IL PROFESSORE - Bene. Ora state a sentire. (Apre il librone nero che gi abbiamo visto nelle mani del Commendatore e legge, con tono biblico) Ed egli allora vide la barca di Simon Pietro e dei suoi fratelli che, spezzati gli ormeggi, veniva trascinata dalla corrente al largo del lago di Tiberiade. Simon Pietro sporgevasi dal bordo, e tendendo le braccia verso di lui, gridava tra le lacrime: "Rabbi, rabbi, non vedi che si sono spezzati gli ormeggi, e la corrente ci trascina verso la malvagia Samaria? Perché non ci soccorri?". Ed egli, senza allontanarsi dal gruppo dei fedeli che lo circondavano, così gli rispose: "Simon Pietro, uomo di poca fede, credi tu che un ormeggio possa spezzarsi senza che ciò sia da sempre previsto nella mente del padre mio che nei cieli? In verità in verità ti dico: finché la barca va, lasciala andare." 
IL CAPITANO - Hai visto i parolieri? Copiano proprio da tutto.
IL COMMENDATORE - Questo sarebbe nel Vangelo?
IL PROFESSORE - No. L'ho inventato io.
IL CAPITANO - Come, come?...
IL PROFESSORE - Ma semplicissimo. In letteratura ma che dico, in letteratura: nella vita! non è vero che non è l'abito che fa il monaco! L'abito fa il monaco. La stessa identica frase, in una canzonetta è una cretinata, ma ben ambientata sul lago di Tiberiade, in bocca a uno tutto drappeggiato, con opportuna messa in scena, preceduta da "in verità in verità vi dico" diventa una di quelle cose che poi dai pulpiti te le commentano per duemila anni.
(Pausa e perplessità) 
IL COMMENDATORE - E allora, cosa significa?
IL PROFESSORE - Wittgenstein l'aveva detto: la filosofia è la lotta dell'uomo contro le ambiguità del linguaggio.
IL COMMENDATORE - Lasci perdere Vitt... quello là. Arrivi al dunque.
IL PROFESSORE - Il dunque, caro signore, è che effettivamente può avere ragione lei. Il significato di tutto quello che quell'uomo ha detto dipende da chi è, o anzi: da chi crediamo che sia. Se è lo Spirito Santo... e beh: ogni sillaba pronunciata ha una valenza incredibile e misteriosa. Ma se è uno spazzino, come ovviamente non può che essere, non esiste nessun doppio fondo: la cretinata rimane cretinata. 


Edizioni del copione:

Titolo: Tre sull'altalena
Autore: Luigi Lunari
Ia edizione: 1994
IIa edizione: 2009
Lingua: Italiano
Editore (1994): Rizzoli
Collana: BUR Teatro
Editore (2009): ‎Book Time
Lunghezza stampa: 96 pagine
Codice ISBN (1994): 9788817169844
Codice ISBN-10 (2009): 8862181450
Codice ISBN-13 (2009): 978-8862181457  

L'autore (da Ibs.it): 
Luigi Lunari (1934-2019) drammaturgo, romanziere, storico e saggista, è stato per vent’anni al Piccolo Teatro di Milano con Grassi e Strehler. Nel 1991 ha scritto Tre sull’altalena che, dopo un trionfo al Festival di Avignone, è stata tradotta in ventisette lingue, è correntemente rappresentata in tutto il mondo e ha aperto la strada ad altri testi, quali Il senatore Fox, Nel nome del padre e Sotto un ponte, lungo un fiume… (rappresentati anche a Parigi, Tokyo e New York). Al di fuori dell’impegno drammaturgico, ha scritto diversi saggi e tre romanzi. Per la collana i “Classici” di Feltrinelli ha curato I Viceré di Federico De Roberto (2011) e Il Cid di Pierre Corneille (2012). Ha tradotto e curato anche Ritratto di signora (2013) e Giro di vite (2017) di Henry James e tradotto Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (2013). 

Recensione: 
Vidi quest'opera teatrale molti anni fa in televisione. Era la versione interpretata da Enrico Beruschi. Mi è rimasto impresso il suo faccione barbuto, perennemente contratto in smorfie e tic, con gli enormi occhi strabuzzati che sembravano essere sul punto di uscire dalle orbite. Più che una commedia, direi che è una tragedia ontologica, non meno angosciante del Faust di Christopher Marlowe (The Tragical History of Life and Death of Doctor Faustus, 1590) o del film sulfureo Angel Heart - Ascensore per l'inferno (Angel Heart, Alan Parker, 1987). Solo in Italia si può reputare comica o umoristica quella che a tutti gli effetti è la dannazione eterna. Con grande fatica, sono riuscito a reperire informazioni più precise sulla rappresentazione beruschiana di Tre sull'altalena: fu trasmessa il 18 novembre 1995, su RaiDue. Per pura fortuna, a un certo punto mi sono imbattuto in una pagina di programmazione della Rai, sopravvissuta ai decenni allo stato fossile. Se già nel 1995 la commedia paradossale era stata trasmessa in televisione su RaiDue, non è possibile che la prima della Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi fosse lo spettacolo del 1996 al Teatro Carcano di Milano, come pure è riportato su molti siti Web. Se anche il 18 novembre 1995 la commedia fosse stata trasmessa in diretta, c'è un altro fatto da considerare. Siccome nel libro edito da Rizzoli (1994) compare in copertina il faccione di Beruschi, in ogni caso la Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi avrà portato in scena l'opera non oltre il 1994. 

Fisica quantistica in scena:
il paradosso del gatto di Schrödinger
 

I personaggi non sono né vivi né morti. Esistono e al contempo non esistono. Sono reali e al contempo sono irreali. La loro condizione è qualcosa che appartiene sia al mondo terreno che all'Oltretomba. Viene in mente qualcosa di ben preciso: la meccanica quantistica e un famosissimo Gedanken (esperimento concettuale) immaginato nel  1935 da Erwin Schrödinger. Eccolo illustrato per sommi capi:   

1) La scatola: 
Il gatto è chiuso in una scatola ermeticamente sigillata, di cui non si può osservare l'interno. 
2) Il meccanismo: 
Nella scatola è presente un meccanismo che, a seguito di un evento quantistico (ad esempio il decadimento di un atomo radioattivo), può rilasciare un veleno e uccidere il gatto. 
3) L'evento quantistico:
Il decadimento radioattivo, con conseguente uccisione del gatto, è un evento casuale, con una certa probabilità di verificarsi. 
4) Lo stato del gatto:
Fino a quando non si osserva la scatola, il gatto si trova in uno stato di sovrapposizione: è sia vivo che morto, con una certa probabilità per ciascuno stato. 
5) L'osservazione:
Quando si apre la scatola e si osserva il gatto, lo stato di sovrapposizione "collassa" e il gatto è o vivo o morto, con una probabilità determinata dallo stato dell'evento quantistico. 

Schrödinger usò questo esperimento concettuale per rimarcare la differenza tra il mondo microscopico (descritto dalla meccanica quantistica) e il mondo macroscopico (descritto dalla meccanica classica). Le leggi della meccanica quantistica, che permettono la sovrapposizione, non sembrano applicabili a oggetti macroscopici come un gatto. L'esperimento evidenzia anche la questione dell'osservazione e del ruolo dell'osservatore nella meccanica quantistica. Eppure, a quanto pare, è stato possibile applicarle a Beruschi! 
La scatola in cui sono rinchiusi i personaggi sembra una buca di potenziale con dentro alcune particelle confinate: ogni tentativo di fuga è impossibile. Quando il Professore cerca di uscire, trova un'insormontabile barriera di pioggia battente che lo costringe a rientrare. Lo stesso meccanismo d'azione vanifica nel finale ogni possibilità di ristabilire la normalità del mondo dei vivi!  
Traendo spunto dalle stranezze estreme della fisica quantistica, Lunari fa riflettere sull'impossibilità sostanziale di conoscere ciò che si estende oltre la soglia della misurabilità. L'esistenza, descritta da leggi che ci appaiono logiche, non è tuttavia logica: possiamo sempre chiederci perché diamine esista qualcosa e non il Nulla - oppure perché diamine le cosa stiano proprio come stanno e non in modo diverso. Anche la metafisica non è logica: se ci ritrovassimo all'Inferno, non dovremmo poi stupirci più di tanto! 

Curiosità

Talvolta l'autore, Luigi Lunari, viene erroneamente citato come Luigi Lunardi

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Riporto alcuni frammenti trovati nel Web, riferiti ad alcune tra le innumerevoli edizioni. 

"In scena l’equivoco della vita, la drammaticità dell’ironia e l’irresistibile risata nel dramma insolubile e insoluto. Se fuori tutto è fermo, a causa di una prova anti inquinamento, sarà il nostro futuro?, che costringe tutti al chiuso con tutto spento, in quella sala anonima che potrebbe essere una casa editrice, o una ditta o una pensione per incontri d’amore, la vita non si ferma, perché si parla, ci si confronta, si litiga anche, si ride, si ha paura. Ma di cosa si parla, si litiga, si ha paura? Della vita? Della morte? E a che serve parlare della vita se basta viverla? E a che serve parlare della morte se è assenza di vita? E perché averne paura?" 
(Isabella Ferrara, 2016, apemusicale.it

"La regia è attenta al ritmo, ai movimenti, gradazioni di toni, luci e ombre sono ben rese. Gli attori, bravi a rendere vive non solo le parole, ma anche le emozioni, le sfumature dei personaggi. Ogni gesto è studiato. La scena è scarna, essenziale, tutto in bianco e nero, linee rette, figure geometriche sul pavimento, si sta giocando una partita a scacchi? Un punto di domanda sul cuscino del divano  evoca un “non luogo”. Se i contesti e i luoghi creano le parole, che cosa creano i “non luoghi”? Precarietà? Provvisorietà? Insicurezze? Le persone transitano nei non luoghi, ma nessuno li abita, nulla è definitivo. Nel finale, un improvviso e inaspettato coup de théâtre, ci spinge a dubitare ancora."
(Angela Villa, 2012, dramma.it

"Lo spettacolo, scritto nel 1989 da Luigi Lunari, affronta in chiave comica i dilemmi dell’esistenza: l’importanza del caso nella vita, la paura della morte e dell’ignoto, la religione, il senso della vita stessa, il libero arbitrio. Molto essenziale la scenografia. In un “non luogo” dove i tre si incontrano, infatti, predominano solo il colore grigio e il nero. Protagonista è la parola. Ci sono molte citazioni di autori famosi come Pirandello, Vico, Boccaccio, Schopenhauer, ciascuno vede ciò che desidera vedere. Shakespeare (la vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito, ma senza significato alcuno); Cartesio (cogito ergo sum); dei filosofi stoici (finché vivi la morte non c’è, quindi perché averne paura? Quando la morte arriva tu non ci sei più, come potresti averne paura?). Ma anche del parroco del paese (dalla vita nessuno esce vivo!) e della canzone famosa di Orietta Berti (finché la barca va lasciala andare). Il ritmo è incalzante e coinvolgente. Il pubblico si diverte. Finale a sorpresa!?"
(Filomena Brancaccio, 2016, mydreams.it

"Il ritmo serrato e la fine ironia sono gli ingredienti forti di questa commedia definita da Dario Fo: “Una macchina di fantastica fattura. Io l’ho letta di un fiato, ridendo a bocca spalancata. E’ una delle poche invenzioni teatrali per le quali valga la pena uscire la sera, sobbarcarsi il rito della vestizione, prenotare il biglietto e starsene seduti in una sala stipata di gente…”"
(Sebastiano Boschiero, 2021, strebenteatro.it)

lunedì 3 aprile 2023

 
SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA 
 
Autore: Carlo Rovelli 
Anno: 2014 
1a pubblicazione: 22 ottobre 2014 
Lingua originale: Italiano 
Editore: Adelphi
Collana: Piccola Biblioteca Adelphi
   Numero: 666 
Genere: Saggio 
Sottogenere: Scientifico 
Temi: Fisica, relatività, quantistica, natura del tempo 
Pagine: 88 pagg., brossura 
Codice ISBN: 9788845929250 
Percentuale di utenti a cui è piaciuto il libro: 91% 

Risvolto: 
"Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l'oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato». Tale è il presupposto di queste «brevi lezioni», che ci guidano, con ammirevole trasparenza, attraverso alcune tappe inevitabili della rivoluzione che ha scosso la fisica nel secolo XX e la scuote tuttora: a partire dalla teoria della relatività generale di Einstein e della meccanica quantistica fino alle questioni aperte sulla architettura del cosmo, sulle particelle elementari, sulla gravità quantistica, sulla natura del tempo e della mente."

Indice: 

Premessa .......... 11 

Lezione prima: La più bella delle teorie .......... 13 
Lezione seconda: I quanti .......... 23 
Lezione terza: L'architettura del cosmo .......... 31
Lezione quarta: Particelle .......... 39 
Lezione quinta: Grani di spazio .......... 47 
Lezione sesta: La probabilità, il tempo e il calore 
       dei buchi neri .......... 57 
In chiusura: Noi .......... 71 
 
Indice analitico .......... 87 

L'autore:  

Laureato in Fisica all’Università di Bologna, ha poi svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, e per il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Ha introdotto la Teoria della gravitazione quantistica a loop, attualmente considerata la più accreditata in ambito fisico.
Si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con il libro Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (Mondadori Università, 2011).
Tra gli altri suoi libri, Che cos'è il tempo? Che cos'è lo spazio? (Di Renzo Editore, 2010), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (Raffaello Cortina Editore, 2014), Sette brevi lezioni di Fisica (Adelphi, 2014), Helgoland (Adelphi, 2020), Relatività generale (Adelphi, 2021).
Nel 2023 è uscito, sempre per le edizioni Adelphi, Buchi bianchi. Dentro l'orizzonte, entrato immediatamente ai primi posti delle classifiche di vendita. Nello stesso anno esce per Solferino, Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao. Articoli per giornali.
Nel 2025 pubblica per Feltrinelli insieme a Massimo Tirelli, Giorgia Marzano e Francesca Zanini, Il volo di Francesca, un memoir politico sulla libertà, sul coraggio di affrontare l’ignoto e la diversità. 

Recensione:  
Testo agevole, tanto che sono riuscito a immergermi nella sua lettura di sera, dopo giornate di lunghissime camminate in montagna, senza provare alcun segno di affaticamento mentale. Avendo studiato questi argomenti all'Università, avendo quindi conseguito una laurea in Fisica, la cosa non dovrebbe stupire più di tanto. Va però detto che non servono studi specifici per apprezzare il libro di Rovelli. Tutto è presentato in estrema sintesi, in modo che sia comprensibile anche all'uomo della strada, posto che questi abbia il benché minimo interesse a seguire un discorso articolato sulle fondamenta della realtà. I detrattori, che pure non mancano, accusano l'autore di aver raccolto una serie di suoi articoli già pubblicati sul Sole 24 Ore, oppure di essersi ispirato troppo a due opere di Richard Feynman, Sei pezzi facili (Six Easy Pieces: Essentials of Physics Explained by Its Most Brilliant Teacher, 1994) e Sei pezzi meno facili (Six Not So Easy Pieces: Einstein's Relativity, Symmetry and Space-Time, 1997) - anch'esse pubblicati da Adelphi. Mi ha sorpreso l'insurrezione di un tale che affermava di aver scagliato contro una parete il libro di Rovelli, quando ha letto che l'autore aveva usato un volume di fisica per occludere una tana di topi, che ne avevano rosicchiato il bordo. Se bastasse un aneddoto studentesco per far crocifiggere qualcuno, chi potrebbe salvarsi dal supplizio? La realtà è questa: c'è in Italia un mondo scolastico greve e bilioso, incapace di sopportare tutto ciò che esce dai propri angusti schemi mentali. Se qualcuno parla di Scienza senza fare gnè gnè gnè gnè, si infuriano e lo vogliono linciare.  

Lezione prima:
La più bella delle teorie

Si parla della teoria della Relatività ristretta e generale di Albert Einstein. 
Tre articoli di importanza capitale furono pubblicati dal giovane di Ulm nel 1905 sulla rivista Annalen der Physic. Questi sono gli argomenti trattati:  
1) Dimostrazione della reale esistenza degli atomi. 
2) Teoria dei quanti (trattata nellezione seconda). 
3) Teoria della Relatività ristretta. Viene dimostrata una sorprendente verità: il tempo non passa allo stesso modo per tutti. Viene formulato il paradosso dei gemelli, che hanno età diverse se uno dei due viaggia a velocità superiore rispetto all'altro. 
Einstein divenne all'improvviso uno scienziato rinomato, ma qualcosa continuava a roderlo. Vedendo che la teoria della Relatività ristretta era in contrasto con quella della gravitazione universale formulata da Newton, si convinse che ad essere errata fosse quest'ultima. Dopo 10 anni di studi convulsi e spesso confusi, riuscì finalmente a venire a capo del problema: nel 1915 fece pubblicare un articolo sulla nuova teoria della Relatività generale. Questa potente costruzione fu definita "la più bella delle teorie scientifiche" dal fisico russo Lev Landau (no, non è l'attore di Spazio 1999). 
Newton aveva sempre considerato lo spazio come un mero contenitore dell'esistente, in ultima analisi inspiegabile. Gli studi di Michael Faraday e di James Clerk Maxwell, avevano portato a una nuova branca della fisica: l'elettromagnetismo. Era stato introdotto un nuovo concetto, quello di "campo elettromagnetico", un'entità diffusa ovunque, che diffonde l'interazione elettromagnetica. Einstein comprese che doveva esistere, in modo del tutto analogo analogo, un campo gravitazionale. Poi era giunta la grande intuizione: il campo gravitazionale è lo spazio
Abbondano le digressioni rovelliane sul concetto stesso di bellezza e di armonia, in cui vibrano i ricordi della gioventù "hippy" dell'autore. La lezione si inoltra nella trattazione del concetto di spazio curvo, accennando alla matematica di Riemann e citando infine un'equazione abbastanza criptica, che è come uno scrigno di tesori preziosi. Sembra quasi che ci venga detto qualcosa come: "Fidatevi, è così"

Lezione seconda:
I quanti

Si parla della teoria quantistica, che ha avuto inizio nel 1900 quando Max Planck è riuscito a riprodurre i dati sperimentali grazie a un trucchetto matematico che si rivela provvidenziale, ipotizzando che l'energia di un campo elettrico in particolari condizioni sia quantizzata, ossia composta da minuscoli pacchetti chiamate quanti. Planck era convinto che questo artificio non poggiasse su qualcosa di reale: non c'era motivo di credere che l'energia non fosse distribuita in modo continuo nello spazio. Cinque anni più tardi,  nel 1905, proprio Albert Einstein comprende che questi pacchetti sono reali e che compongono la radiazione luminosa. Sono quelli che conosciamo come "fotoni". In questo modo finalmente è stato possibile spiegare il mistero dell'effetto fotoelettrico - cosa che ha portato lo scienziato di Ulm a vincere il Nobel. 
Eppure, in seguito, Einstein ha avuto enormi problemi a portare avanti la teoria dei quanti e non l'ha più riconosciuta. È stato come se si fosse tirato indietro, timoroso delle conseguenze della rivoluzione concettuale da lui stesso innescata. Le nuove idee sono sviluppate dal danese Niels Bohr, che comprende qualcosa di sconvelgente: anche l'energia degli elettroni negli atomi può assumere soltanto certi valori, ossia che è quantizzata. Gli elettroni possono solo "saltare" da un'orbita permessa a un'altra, emettendo un fotone. 
Werner Karl Heisenberg nel 1925 arriva a formulare la meccanica matriciale, che permette di calcolare le energie degli stati stazionari. Egli comprende che gli elettroni non hanno un'esistenza in sé, "newtoniana", indipendente da tutto il resto: la loro sola realtà consiste nell'interazioneDi lì a poco, nel 1926, Erwin Schrödinger (non citato da Rovelli) enuncia la meccanica ondulatoria, dimostrando poi la formale equivalenza con la meccanica matriciale di Heisenberg: si tratta di due approcci diversi che descrivono la stessa realtà. Una volta note le equazioni, la teoria quantistica viene portata al trionfo. La meccanica di Newton viene rimpiazzata. Si comprendono persino le ragioni profonde della tavola periodica di Mendeleev: ogni elemento è una soluzione dell'equazione di base della meccanica quantistica. La chimica emerge così dalla fisica. 
Incapace di accettare tutto questo, Einstein cerca di evidenziarne la natura contraddittoria e incoerente. I suoi argomenti tuttavia non fanno altro che portare nuovi problemi senza risolvere alcunché. Il problema, gravissimo, è che meccanica quantistica e relatività sembrano essere tra loro  incompatibili
Rovelli non fa menzione di alcune cose molto interessanti. 
1) Heisenberg aderiva al Nazionalsocialismo tedesco, anche se aveva la mente aperta verso le teorie enunciate da eminenti studiosi ebrei, sostenendo la necessità di studiarle e di integrarle. Non seguiva il movimento della cosiddetta Deutsche Physik o "Fisica Ariana", che rigettava la quantistica.  
2) La meccanica quantistica dimostra l'impossibilità di un essere con le caratteristiche che la tradizione scritturale attribuisce a Dio. I concetti di onnipotenza e onniscienza sono contraddetti dal principio di indeterminazione di Heisenberg, che dimostra l'impossibilità intrinseca di determinare al contempo la posizione e la velocità delle particelle. 
3) Pascual Ernst Jordan, allievo di Heisenberg, ha dato una dimostrazione da cui consegue l'inesistenza di Dio, in un modo ancor più devastante. Avevo trovato questo lavoro su una dispensa di fisica teorica all'epoca degli studi universitari, comprendendo le implicazioni che erano sfuggite ai docenti. A Jordan non fu perdonata l'adesione alla NSDAP. Al contempo, i vertici della NSDAP lo avevano ritenuto "politicamente inaffidabile" per via della sua difesa di Einstein e dei suoi legami con gli scienziati ebrei. Per paradosso, dopo la guerra era in politica come democristiano. 

Lezione terza:
L'architettura del cosmo 

Si parla del Macrocosmo, ossia dell'Universo a livello macroscopico. Rovelli comincia a fare una carrellata di cosmologie antiche, con tanto di disegnini esplicativi, partendo dai Sumeri e dalla Bibbia per arrivare a Copernico. Poi, col crescere delle conoscenze scientifiche, giunge la comprensione che lo stesso sistema solare di cui fa parte la Terra, è soltanto uno tra moltissimi altri. Ognuna delle stelle è un sole che ci sembra microscopico soltanto perché è molto lontano da noi. Queste stelle compongono una vastissima nuvola chiamata Galassia. Il passo successivo, compiuto intorno agli anni '30 del XX secolo, consiste nella comprensione dell'esistenza di un numero immenso di altre galassie, centinaia di miliardi. Ed ecco che Rovelli giunge dalla cosmologia alla cosmogonia, ossia alla nascita dell'Universo. Con un linguaggio comprensibile a tutti, l'autore spiega che in origine l'Universo era una palla piccolissima, poi esplosa ed espansa fino a raggiungere le attuali dimensioni - espandendosi ulteriormente, senza sosta. Mi piace l'umiltà scientifica e l'estremo realismo della risposta rovelliana al cruciale interrogativo: "Cosa c'era prima dell'Inizio? Cosa c'era prima del Big Bang?" Egli dice questo: "Non lo sappiamo." 
Ricordo che non ha sempre regnato questa serenità di pensiero tra i fisici. Fino a poco tempo fa, se si poneva la domanda di cui sopra, la risposta del mondo scientifico era immancabilmente la seguente: "Non ha senso chiedersi cosa c'era prima gnè gnè gnè gnè gnè gnè!!" E questo è quanto.  

Lezione quarta:
Particelle
 

Si parla delle particelle elementari, scendendo a livello subatomico. I protoni e i neutroni costituiscono il nucleo dell'atomo, ma sono a loro volta formati da particelle ancor più minuscole, tra cui i quark. Questi quark sono tenuti insieme da altre particelle chiamate "gluoni" (dall'inglese glue "colla"). Ogni cosa esistente, ci dice Rovelli con pazienza, è costituita da  queste componenti, che sono le particelle elementari

1) elettroni,
2) fotoni,
3) quark,
4) gluoni.

Il loro nome, che tanto ha suggestionato Houellebecq, deriva dal fatto che al momento queste particelle non sono suscettibili di ulteriore analisi. Certo, Rovelli aggiunge subito che ci sono altre particelle ancora, come i neutrini e il bosone di Higgs, dicendo al lettore che tanto non contano nulla e di stare tranquillo. Poi prosegue affermando che l'Universo è un LEGO i cui mattoncini sono proprio le particelle elementari. Non esiste una sola regione che sia davvero vuota. Anche il vuoto intergalattico pullula di particelle. Dopo aver evocato per l'ennesima volta gli hippy a lui tanto cari e il loro mondo come "insieme di vibrazioni", Rovelli arriva al cosiddetto modello standard, una teoria intricata e complessa, basata sulla meccanica quantistica, messa a punto negli anni '70 del XX secolo. Il problema è che questo modello fa schifo. Anche se funziona, non si riesce a capire perché. Dopo aver fatto sbucare il problema della materia oscura come un tarlo dal legno fradicio, l'autore dice che ci conviene tenere il modello standard. Sfuma nel romanticume coi sorrisi dei ragazzi alle feste, il cielo stellato etc. 

Lezione quinta:
Grani di spazio 

Si parla della gravità quantistica e del suo tentativo di arrivare a una sintesi tra relatività e fisica quantistica. Il punto, già menzionato, è che queste due teorie, che funzionano benissimo (ciascuna nel loro ambito), fanno a pugni tra loro. Pur avendoci dato moltissimi frutti, pur avendo cambiato in concreto le nostre esistenze, si contraddicono a vicenda. Non ne esce una visione coerente del mondo: è come se ci fosse un'intrinseca schizofrenia. Un piccolo gruppo di scienziati, ci fa sapere Rovelli, si sta dedicando anima e corpo a superare questo dissidio. Immagino che conducano esistenze monastiche. Esistono diverse soluzioni possibili, cosa che genera dibattito. L'autore sostiene la teoria della gravità quantistica a loop

Premesse: 
- Lo spazio fisico è qualcosa di dinamico;   
- Ogni campo è fatto di quanti (ha una struttura fine granulare). 
Conseguenza: 
- Lo spazio fisico è fatto di quanti. 

Questi sono i capisaldi: 
- I quanti sono chiamati "atomi di spazio"
- Gli atomi di spazio sono "un miliardo di miliardi di volte più piccoli del più piccolo dei nuclei atomici"
- Gli atomi di spazio non sono da nessuna parte: essi sono lo spazio;
- La teoria descrive l'evolversi degli atomi di spazio in forma di equazioni matematiche; 
- Gli atomi di spazio interagiscono tra loro formando strutture chiamate "loop", ossia "anelli" (o meglio "circuiti"
- Nelle equazioni che descrivono gli atomi di spazio non è contenuta la variabile "tempo"

La scomparsa del tempo newtoniano, non deve portare a concludere che tutto sia immobile e che il cambiamento non esista, ci avverte Rovelli in modo esplicito. Significa che il cambiamento è onnipresente, ma non descrivibile come una dimensione indipendente, una linea lungo la quale avvengono gli eventi. Purtroppo la gente non lo capisce e dice così: "Rovelli, quello che il tempo non esiste". Lascio al lettore la trattazione del concetto di "stella di Planck" (immaginate se il sole collassasse fino a raggiungere le dimensioni di un atomo). Viene quindi ripreso il tema del Big Bang: cosa c'era prima? Ecco, la gravità quantistica a loop permette di abbozzare una soluzione. L'Inizio può essere stato causato dal rimbalzo di un altro Universo in contrazione, attraverso una fase intermedia "senza spazio e senza tempo"

Lezione sesta:
La probabilità, il tempo
e il calore dei buchi neri
 

Si parla del calore, della natura del tempo, per finire coi buchi neri e il loro ruolo nell'Universo. Rovelli descrive i misteri del calore. Fino a metà del XIX secolo, il mondo accademico era convinto che esistesse un fluido chiamato "calorico", oppure due fluidi diversi, uno caldo e uno freddo. James C. Maxwell e Ludwig Boltzmann fecero tramontare queste idee arcaiche, riuscendo a spiegare il fenomeno del calore come uno stato di agitazione degli atomi. Gli atomi vibrano, si agitano, si urtano, etc. A questo punto si pone una domanda cruciale. Perché il calore va dalle cose calde alle cose fredde? Perché non si verifica il contrario? Boltzmann trovò una risposta controintuitiva quanto geniale. Non esiste una legge fisica assoluta che impedisce a un corpo caldo di riscaldarsi quando è messo a contatto con un corpo meno caldo: è soltanto estremamente improbabile che ciò accada. Gli atomi di un corpo caldo hanno maggior energia, che possono trasmettere agli atomi di un corpo freddo nel corso dell'interazione, ad esempio urtandoli. Gli atomi di un corpo caldo si muovono di più, è improbabile che vibrino ancora di più a contatto con atomi più quieti. 
Rovelli enuncia alcune verità profonde e importantissime: 

1) La probabilità connessa al calore, descritta da Boltzmann, è connessa alla nostra ignoranza. Facendo osservazioni sullo stato degli oggetti fisici, sappiamo qualcosa ma non tutto, così abbiamo solo una possibilità: fare previsioni probabilistiche.
2) Esiste uno stretto legame tra il calore e il tempo. Possiamo distinguere il presente dal passato e dal futuro soltanto quando viene scambiato calore

In assenza di attrito, un pendolo oscillerebbe in eterno. Non si fermerebbe mai. Tuttavia, esistendo l'attrito, che è calore disperso, il pendolo scalda i suoi supporti, perde energia e rallenta fino a fermarsi.  Siamo quindi in grado di distinguere passato, presente e futuro. Se filmiamo il pendolo che si smorza e poi proiettiamo il filmato al contrario, otteniamo sequenze che non hanno senso fisico: nessun pendolo parte da fermo e si mette a muoversi in modo spontaneo. Rovelli, che è sempre molto pudico e timido, si è astenuto dal fare esempi ancora più eloquenti. Se un uomo defeca e si riprende la scena, quando si proietta il filmato al contrario si vedono gli escrementi animarsi e salire fino all'ano di chi li ha deposti! Una situazione antifisica. Nell'Universo, si noterà, tutto scambia calore. Un fisico formato su esercizi che presuppongono condizioni ideali (es. il moto rettilineo uniforme, senza attrito, di gravi puntiformi, etc.), farà fatica a rendersi conto del fatto che, nel mondo reale, non ci sono poi molte situazioni in cui il presente è indistinguibile dal passato e dal futuro. 
Rovelli introduce quindi i buchi neri, che sono sempre "caldi", come Stephen Hawking ha dimostrato servendosi della meccanica quantistica. I buchi neri costituiscono un indizio di campi gravitazionali caldi. Lo studio di questo fenomeno, che collega tra loro meccanica statistica, relatività generale e scienza del calore, è il punto di partenza per comprendere in modo profondo la natura del tempo. Una specie di Stele di Rosetta.

In chiusura: Noi 

Si parla del nostro posto nell'edificio della fisica moderna. Il concetto portante è questo: tutto ciò che vediamo (e che non vediamo) condivide la stessa natura. Forse l'autore vorrebbe trasmettere un senso di ottimismo e di speranza, tipicamente hippy, ma ciò che vi scorgo a me suona così: non c'è una vera differenza tra un essere umano e una squallida tarma alimentare. Tutt'altro che incoraggiante. 
Ci sono lettori che si sono stupiti di questa settima lezione, ritenendola impregnata di misticismo panteista spinoziano. Sono andato oltre. A me ha stupito constatare che Rovelli, in questo ultimo capitolo, all'improvviso si è messo a fare propaganda anticatara e antimanichea. Ha intonato il Cantico dell'Uno-Tutto. Perché? Se le idee catare e manichee sono morte e sepolte, per quale motivo parlarne ancora per cercare di confutarle? Perché la comunità scientifica continua a scomodarsi per affermare e ribadire a ogni piè sospinto che il nostro essere ha in fin dei conti la stessa sostanza della merda? 
Il dogmatismo materialista impone di negare l'esistenza di una qualsiasi natura acosmica della coscienza. Resta però il fatto che la coscienza è un fenomeno tutt'altro che spiegato. A questo si aggiunge ora una specie di dogmatismo panteista. Tutto ciò senza avere alcun vero dato a disposizione per poter ragionare in modo attendibile - perché si esce dal dominio misurabile dell'indagine scientifica per entrare in quello della metafisica. In ogni caso non si può impedire al lettore intelligente di trarre alcune deduzioni che certo sarebbero piaciute al Caporale di Braunau e al Biondo Dio della Morte: se l'essere umano ha la stessa dignità ontologica dei cagnotti e delle feci, allora è possibile porre fine alla superstizione cristiana della "sacralità della vita"

Il concetto di bellezza è soggettivo

Nella comunità scientifica esiste un'idea totalitaria e molto invasiva, che ha la pretesa di definire standard universali di bellezza. Se uno si discosta dalla tirannia di questi standard, viene considerato un reietto. La conclusione implicita e fallace di un simile atteggiamento è questa: se uno non apprezza ciò che la comunità scientifica considera "bellezza" e "armonia", ne consegue che non può nemmeno essere definito intelligente. Insorgo contro tutto ciò. Nessuno può impormi un apprendistato per apprezzare ciò che non amo o che mi lascia indifferente, o ritenermi un idiota per via dei miei gusti. Solo per fare un esempio, ciò che apprezzo in Mozart sono le sue inclinazioni perverse, come la coprofagia. Non il Requiem, bensì Leck mich im Arsch, inteso in senso letterale: "Leccami nel culo". Invece ascolto volentieri gruppi come gli Anal Blasphemy e i Behemoth. Inoltre sono un Bastian Contrario e un ribelle. Cercare di obbligarmi a fare qualcosa è il modo migliore per farmela detestare. 

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Si trovano alcune brevi opinioni sparse sul sito Ibs.it. Ne riporto alcune: 

Valy ha scritto: 

"Carino. se come me ne sapete poco di fisica e vi piacerebbe capire qualcosa in più senza annoiarvi, questo libro può dar al caso vostro. L'autore è piuttosto bravo a semplificare le spiegazioni sebbene rimanga un mondo complesso."

Silvia ha scritto: 

"Libricino semplice con spiegazioni fluenti. Purtroppo ormai un po' datato dato che alcune informazioni le si studiano di norma nei banchi di scuola."

Queste cose si studiano con scarso profitto, a quanto vedo, dato che la scuola è soprattutto una schifosa fabbrica di bulli, maranza e simili energumeni riscimmiati! Si suggerisce di introdurre nel sistema educativo alcuni strumenti innovativi: la culla di Giuda, il solletico spagnolo e il piffero del baccanaro.

MB ha scritto: 

"Banale e inutile. In giro ci sono libri molto migliori"

Un'opinione che non condivido, ma che trovo estremamente coraggiosa, quasi eroica!

M. ha scritto: 

"Incredibile come questo libro possa appassionare alla fisica anche chi come me l'ha sempre odiata. Uno sguardo interessante per indurre curiosità, perfettamente riuscito."  

Su Anobii.com si trovano recensioni decisamente più interessanti. Non mancano tuttavia le stroncature feroci. Riporto un paio di reazioni tutto sommato eulogistiche.

sigurd ha scritto:

Uno dei versi più belli di sempre si trova nelle "Contemplazioni" di Hugo e dice: "L'hydre Univers tordant son corps écaillé d'astres". Più tardi, Chesterton dirà, in "Seconda Infanzia", che la notte è un mostro fatto d'occhi.
L'idra è un mostro mitologico fatto di tante teste. più queste vengono tagliate, più ricrescono in una sorta di caos senza limiti della creazione. Così Hugo ha questa intuizione geniale: l'Universo è un'Idra. Un mostro che contorce il suo corpo squamoso, le cui squame sono scintillanti come stelle, che più viene mutilato più si espande. Terribile e sublime allo stesso tempo.
In qualche modo, sintetizza poeticamente la teoria della relatività di Einstein, le forze gravitazionali dell'universo hanno un corpo che si contorce, che crea buchi neri, che attira spaventosamente a sè: lo spazio. 

Procyon Lotor ha scritito: 

[...] Non capisco se è un caso o se all'Adelphi hanno un curioso senso dell'umorismo: quello di far uscire un libro nella corrente del migliore umanesimo degli ultimi tre millenni al numero "666" della collana "piccola biblioteca".
Non c'è nulla di satanico qui, bontà casomai e luciferina è l'ignoranza applicata.