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mercoledì 18 settembre 2024

CORBEZZOLI MILANESI!

A Milano e altrove in Lombardia erano particolarmente diffuse alcune interiezioni di sorpresa: 

ciùmbia (ortografia classica: ciombia), 
ciusca (ortografia classica: ciosca), 
ciuspa (ortografia classica: ciospa), 
ciùrbis (variante ortografica: ciùrbiss;
      ortografia classica: ciorbis). 
Altre varianti: ciuspi, ciurbi, ciorbi, etc. 
  (incroci: ciùrbis + ciuspa => ciùspis => ciuspi, etc.)
Traduzioni comuni: "caspita!", "accidenti!", "ma dai!"

Ortografie errate:
ciümbia (trascrizione errata; ipercorrettismo)
giumbia (trascrizione errata)

Purtroppo il milanese è ormai quasi estinto e capita di rado di sentire qualcuno parlarlo. Ricordo che molti anni fa, quando ero giovane, si poteva assistere a una pubblicità in cui l'anziano ma robusto Gianrico Tedeschi entrava in una taverna milanese e si lamentava del freddo dicendo "Se barbèla!", ossia "si trema". Quindi faceva qualche commento sul lesso e sulla mostarda. L'oste diceva qualcosa (o era un inserviente, non ricordo bene). Al che Tedeschi replicava: "Ah ciùmbia, alura parli pü!" - che potremmo tradurre con "Ah caspita, allora non parlo più!" 
In effetti, Gianrico Tedeschi era stato per diversi anni testimonial della famosissima Mostarda Sperlari

Adesso dobbiamo porci qualche domanda sull'etimologia di queste strane interiezioni milanesi. Non possono essere liquidate come "termini dialettali" (un linguista rifiuta l'idea volgare secondo cui una lingua è solo quella ufficiale) o come formazioni fonestetiche fatte di aria sottile. 


Partiamo da ciùrbis, che ha un corrispondente preciso in italiano: corbezzoli! (toscano corbezzole!; eufemismo corbelli!).

Il corbezzolo (nome scientifico: Arbutus unedo) è una pianta arborea sempreverde della famiglia delle Ericacee, tipica dell'Europa meridionale, delle coste mediterranee del Nord Africa e dell'Asia occidentale. Si trova anche lungo le coste meridionali dell'Irlanda.  
Nomi alternativi: 
    àlbatro,
    rossello
    àrbuto (poetico) 
Il frutto del corbezzolo è chiamato corbezzola, al plurale corbezzole o corbezzoli. Nella lingua attuale, tale denominazione è piuttosto obsoleta. 
In latino classico il corbezzolo era chiamato arbutus oppure unedō (genitivo unedōnis). Plinio il Vecchio riportata una futile etimologia popolare che faceva derivare unedō dalla frase ūnum edō, ossia "ne mangio uno (ogni tanto)", con allusione a un lieve potere inebriante del frutto. In realtà è un termine di sostrato, di origine non indoeuropea, di cui ci occuperemo meglio in altra sede. In latino volgare anziché unedō si usava corbitius. I romanisti suppongono che sia un derivato di corbis "cesto", "paniere" - anche se la semantica resta a dir poco oscura. Infatti è più plausibile che sia un lontano parente di arbutus "corbezzolo", a sua volta resto del sostrato. Poi c'è sempre quello che tira fuori i famosi "incroci" e cerca di collegare il fitonimo con cucurbita "zucca", pur senza qualsiasi plausibilità semantica. Il nome greco antico del corbezzolo era κόμαρος (kómaros), che sembra del tutto dissimile.
Vediamo che in latino volgare corbitius dovette avere un diminutivo *corbitiolus. L'accento in origine doveva cadere sul primo elemento del dittongo -io-, per poi spostarsi sul secondo, da -i- a -o-, che è la vocale più aperta (come in filìolus che è diventato filiòlus). 
Ci aspetteremmo quindi *corbitiòlus, ma questo mutamento non è avvenuto. Si è avuto invece un arretramento dell'accento, da *corbitìolus a *corbìtiolus. Questo ha portato all'italiano corbézzoloLo stesso mutamento si è avuto in *capitiolum, diminutivo di capitium "estremità", che è diventato *capìtiolum e quindi capézzolo
In lombardo si sono avuti mutamenti più radicali. Innanzitutto si parte da una variante di *corbitiolus: *curbìtiolus. Questo *curbìtiolus è diventato prima *clurbìtius per metatesi, quindi l'accento è arretrato dando *clùrbitius. Questa metatesi si trova anche in italiano ed è ben noto ai romanisti: fundula, diminutivo di funda, è diventato *flunda e quindi ha dato l'italiano fionda; comula, diminutivo di coma, è diventato *cloma e quindi ha dato l'italiano chioma. Il regolare passaggio da /kl/ all'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/ in lombardo ha fatto sì che ciùrbis fosse l'esito naturale della trafila. 
Semantica: 
Il corbezzolo è considerato simbolo dell'Italia, perché sulla sia pianta ci sono le foglie verdi, i fiori bianchi e i frutti rossi. Tuttavia la plebe ha usato i frutti del corbezzolo come immagine dei testicoli, da cui l'esclamazione! 
Nota: 
Anche se la pianta non cresce naturalmente in Lombardia, vi può essere coltivata.

Restano ora le altre forme, ciusca, ciuspa e ciùmbia
Sono tutte alterazioni eufemistiche di una sola forma di partenza: 
ciula (ortografia classica: ciolla) "pene, membro virile"
Da giovane mi è capitato più volte di udire l'interiezione  di sorpresa "ciula!"; la parola significa anche "persona stupida". Fraseologia:
l'è pròpi un ciula "è proprio uno stupido"; 
grand, gròss e ciula "grande, grosso e stupido". 
L'origine è dal verbo ciulà "copulare", "fottere"; "fregare, ingannare"; "rubare", che è passato nell'italiano di Lombardia come ciulare (più raramente ciullare). 
Fraseologia: 
"Quella donna mi ha ciulato, in sei mesi di inviti a cena mi ha dato solo un bacio senza neanche la punta della lingua."
"Accidenti! Mi hanno ciulato il motorino!" 
"Il mondo è pieno zeppo di persone come i politici, che pensano soltanto a ciulare il prossimo."
Etimologia: 
Tra i romanisti si trova l'idea che ciula derivi da *cōlea "testicolo", "testicoli"; "scroto" (da cui l'italiano antico coglia). Com'è ovvio, la radice è la stessa di coglioni. Probabilmente la trafila implicherebbe un diminutivo *cōleola "piccolo testicolo", "piccolo scroto", da cui per metatesi si sarebbe avuto *clōlia e quindi ciul(l)a - foneticamente molto diverso da coglia - anche perché fallisce la spiegazione della parte finale della parola, in cui ci aspettiamo una palatalizzazione che invece manca.  Un'alternativa è l'aggiunta di un secondo suffisso diminutivo dopo la metatesi che ha inglobato il primo nella radice: *clōlula, donde *clōlla. Si tratta di spaventose acrobazie!  
Un'altra idea forgiata dai romanisti è che ciulare sia una semplice variante di ciurlare "muoversi", "vacillare" (da cui la locuzione ciurlare nel manico), in cui il gruppo consonantico /rl/ si sarebbe evoluto in /ll/ e quindi in /l/. Ciò è particolarmente amato dai fanatici della Treccani e della Crusca. Com'è ovvio, ciurlare proverrebbe da un'onomatopea fatta di niente. Anche in questo caso la semantica è insoddisfacente: bisognerebbe partire da "muovere, far vacillare" per arrivare infine a "rubare" e a "fottere". 
Mi sono infine imbattuto in un'ipotesi ancor più stravagante, che riconduce ciula al greco antico κίων (kíōn) "pilastro", "colonna", tramite un ipotetico diminutivo *cionula, senza tener conto del fatto che un simile grecismo non può essere popolare e la sua presenza è assolutamente improbabile. 
In realtà l'origine di ciulare è più probabilmente dal Romaní čor "ladro" (cfr. sanscrito चोर cora "ladro"; imbroglione"; चौर caura "ladro"). Anche nel Rotwelsch, il gergo dei Lanzichenecchi, schorren (schoren) significa "rubare", "trafugare il bottino", e la sua derivazione è dal Romaní. 
Resterebbe soltanto da chiarire perché la rotica /r/ si sarebbe mutata in una laterale /l/. Non avendo trovato forme flesse contenenti un gruppo /rl/, deduco che forse è accaduto per via di una pronuncia del Romaní locale, in cui la rotica /r/ sarebbe stata poco vibrata. A causa di ciò, qualcuno la avrebbe percepita erroneamente come /l/. L'errore di una singola persona importante nel mondo criminale si sarebbe poi diffuso. 
Quando una parola era scomoda, in milanese era uso comune alterarla in modo arbitrario, come in moltissime lingue romanze. Così l'esclamazione "ciula!", che equivaleva grossomodo a "cazzo!", apparve disdicevole per la sua natura sessuale, fu alterata in "ciusca!" e in "ciuspa!". Si danno casi simili. Vediamo che in italiano centromeridionale, Madonna si altera per eufemismo in Madosca (variante Matosca) usando un identico cambiamento di suffissoide finale. In Brianza si trova l'esclamazione "sacramesca!" per "sacrament!", in cui la terminazione in -sca è considerata in grado di limitare l'impatto blasfemo. 
Bisognerà dire qualcosa di più su ciùmbia. Si noterà che la sua terminazione è bizzarra e a prima vista non sembra avere analogie credibili nel lessico lombardo. Tuttavia forme simili esistono anche in italiano. Basti pensare a cribbio, che è un eufemismo per Cristo, formato tramite un suffissoide -bio. Dato che *crisbio avrebbe rimandato facilmente al nome di Cristo, ecco che si è avuta una provvidenziale assimilazione che l'ha trasformato in un più anodino cribbio. In modo simile, accidenti diventa accidempoli, acciderba o accipicchia. In Toscana è attestato il giuramento dell'anticrìmoli (ossia dell'Anticristo) per indicare lo spergiuro. In milanese si usava malarbett per "maledetto", etc. E che dire di caspita? Con po' di sforzo, tutti possono arrivare a comprendere che è un elegante eufemismo elaborato da un anonimo creativo per sostituire cazzo

Un blogger, a cui penso sia meglio non dare pubblicità, ha inventato una storiella esecrabile per cercare di spiegare  l'origine di ciùmbia. Per lui le lingue sono fatte di parole elencate nei vocabolari, senza relazioni reciproche, rigide come monadi di Leibniz. Così ha sfogliato un dizionario di spagnolo, ha spulciato il fitonimo andaluso higuera chumba "pianta del fico d'India", da cui higo chumbo "frutto del fico d'India". Ha fatto confusione, estraendone "chumba" e traducendo la parola con "frutto del fico d'India". Quindi ha elaborato la sua narrazione inconsistente, in cui uno spagnolo va al mercato e gli viene chiesto quali fichi vuole (nativi o importati), al che risponde con enfasi "chumbas"! Gli astanti, prendendo la parola per un'imprecazione, la adottano e la diffondono tra il volgo. Non ho mai sentito una baggianata tanto inverosimile. L'architettura logica proprio non si regge. All'epoca degli Spagnoli a Milano non esistevano congelatori e la frutta deperibile non poteva essere importata. Non è che se uno sente urlare qualcosa in una lingua sconosciuta, si mette a imitarla. Questa storiella è un classico esempio di come si inventino leggende metropolitane pur di trovare un'origine esotica o divertente a parole di cui non si conosce un'etimologia sensata. 

mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicumpānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

sabato 18 maggio 2024

I PAMPÌNI DEL TEOLOGO, I PÀMPINI DELLA VITE... E IL POMPINO!

In italiano il pàmpano o pàmpino è la foglia della vite (Vitis vinifera); è chiamato così anche il germoglio verde e tenero della stessa pianta, che spunta dai tralci che portano foglie, viticci e grappoli. La parola deriva dal latino pampinus, con l'accento sulla vocale -a-, essendo la -ĭ- breve. 
Nell'italiano di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (1927 - 2022), il pampìno era invece il bambino.  In pratica, tra il pàmpino della vite e il pampìno del pontefice e teologo tedesco cambia soltanto la posizione dell'accento. Questo per via di una caratteristica fonetica tipica del bavarese, che tende a realizzare la consonante occlusiva /b/ come sorda, ossia come una /p/ non aspirata. 
Ora ci addentriamo in meandri davvero bizzarri della linguistica. 
Non tutti sanno che il termine pàmpano è anche tipico del gergo ittico: indica infatti le specie di pesci del genere Trachinotus, che sono ottimi commestibili, particolarmente gustosi cucinati alla griglia. Questa denominazione è derivata dallo spagnolo: pámpano, plurale pámpanos. Discende in modo diretto dal latino pampinus, che poteva significare anche "tentacolo di polpo".  
Nell'inglese degli Stati Uniti d'America, il termine spagnolo pámpano è stato trascritto come pompano. La vocale posteriore aperta /ɔ/ dell'inglese britannico è infatti diventata una vocale centrale /a/ negli USA. Così per trascrivere una /a/ tonica dello spagnolo, è stato fatto ricorso a -o-

Un biologo americano, W. N. Lockington, è stato ingannato da un informatore linguistico particolarmente burlone, o forse soltanto da una scarsa dimestichezza con la trascrizione delle parole straniere: ha così pubblicato un libro, Notes on Pacific Coast Fishes and Fisheries (The American Naturalist, vol. 13, Essex Institute, 1879), in cui si afferma che i pescatori italiani chiamerebbero "pompino" un particolare pesce, il Poronotus simillimus! Dopo una breve ricerca, ho scoperto che il Poronotus simillimus o Stromateus simillimus, oggi Peprilus simillimus (eh sì, la Scienza continua a cambiare i nomi), è chiamato "pompano" - e non dai pescatori italiani. Il nome, pseudoitaliano, è in realtà proprio lo spagnolo "pámpano" di cui abbiamo trattato sopra, con l'accento che cade sulla prima sillaba. Credo che il dottor Lockington non abbia mai sentito pronunciare la parola "pompino" con l'accento sulla seconda sillaba, che in italiano indica la fellatio. Eppure, quando si legge la sua trascrizione erronea, si può solo avere davanti agli occhi una sequenza pornografica in cui una donna è intenta a lavorare un fallo con la bocca. 

Ecco il testo ittiologico originale in inglese: 

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - This species was first described by Dr. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. on p. 85) in December, 1860, and accompanied by a good outine figure.  Dr. Ayres states that in the course of seven years he only saw three or four specimens ; but this year, at least, it is far more abundant, as I have seen as many as thirty or forty on the same stall on two or three occasions during October.  As with the other Scomberoids, the examples brought to this market are caught in Monterey bay, which appears to form the northern limit of many species of fishes, crustacea and echinoderms. 
As in the arrangement of the fishes in the Museum of the California Academy of Science, we are, at present, following the classification of Dr. A. Günther, of the British Museum, the name of this species must be changed from Poronotus simillimus, the title given by Dr. Ayres, to Stromateus simillimus ; as Dr. Günther admits no such genus as Poronotus, and it agrees with Stromateus in the entire absence of the ventral fins, short elevated form of body, and single long dorsal and anal fins.   
The Italian fishermen call this species "pompino", and this must be accepted, in the absence of any other, as its English name. I am informed that a fish called "pompino", on the Atlantic coast, is considered the most delicate of all fishes ; this is Trachynotus carolinus, a very different species. Our "pompino" is also highly priced as a delicate morsel, and is one of the dearest fish on the market. 
Mr. B.B. Redding has given me an account of a little practical joke in which the New Orleans species of pompino is concerned. When, during the civil war, Dr. Russell was in this country as correspondent, I believe, of the Times, he was so anxious to taste the celebrated pompino that he obtained leave to pass through the lines and visit New Orleans for the purpose. It happened, however, that pompino was not in season, but a perch of somewhat similar size and form, aided by the cookery of a clever negro cook, was passed off upon him as pompino. Dr. Russell ate, relished exceedingly, and wrote to his paper a glowing description of the gustatory delights of pompino, and it was not till some years after that it transpired that pompino was not then in season, and that he had been put off with perch. 

Questa è la traduzione (se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, è a dir poco esilarante!):

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - Questa specie fu descritta per la prima volta dal Dott. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. a p. 85) nel dicembre 1860, accompagnata da una buona illustrazione schematica. Il Dott. Ayres afferma di aver visto solo tre o quattro esemplari nel corso di sette anni; ma quest'anno, almeno, è molto più abbondante, dato che ne ho visti trenta o quaranta sulla stessa bancarella in due o tre occasioni durante ottobre. Come per gli altri Scomberoides, gli esemplari portati a questo mercato sono stati catturati nella baia di Monterey, che sembra costituire il limite settentrionale di molte specie di pesci, crostacei ed echinodermi.
Poiché nella disposizione dei pesci nel Museo dell'Accademia delle Scienze della California, attualmente seguiamo la classificazione del Dott. A. Günther del British Museum, il nome di questa specie deve essere cambiato da Poronotus simillimus, titolo attribuito dal Dr. Ayres, a Stromateus simillimus; in quanto il Dott. Günther non ammette un genere chiamato Poronotus, e questa specie concorda con Stromateus per la totale assenza di pinne ventrali, la forma del corpo corta ed elevata e le singole pinne dorsali e anali lunghe.
I pescatori italiani chiamano questa specie "pompino", e questo deve essere accettato, in mancanza di altro, come nome inglese. Mi risulta che un pesce chiamato "pompino", sulla costa atlantica, sia considerato il più delicato di tutti i pesci; si tratta del Trachynotus carolinus, una specie molto diversa. Anche il nostro "pompino" è molto apprezzato come prelibatezza ed è uno dei pesci più costosi sul mercato.
Il signor B.B. Redding mi ha raccontato di un piccolo scherzo che riguarda la specialità di New Orleans chiamata pompino. Quando, durante la guerra civile, il dottor Russell si trovava in questo paese come corrispondente, credo, del Times, era così desideroso di assaggiare il celebre pompino che ottenne il permesso di attraversare le linee nemiche e visitare New Orleans a tale scopo. Accadde, tuttavia, che il pompino non era di stagione, ma gli fu spacciato per pompino un pesce persico di dimensioni e forma simili, preparato con l'aiuto di un abile cuoco nero.
Il dottor Russell mangiò, lo gustò con grande piacere e scrisse al suo giornale una descrizione entusiastica delle delizie gustative del pompino, e solo alcuni anni dopo si scoprì che il pompino non era allora di stagione e che era stato sostituito col pesce persico.

Anche se il pesce dello studioso in realtà non ha nulla a che fare con il sesso orale, non si può fare a meno di ridere! 
Tornando alla viticoltura, è emerso dai miei banchi di memoria stagnante un episodio di molti anni fa. La sensuale ed esuberante R. stava leggendo un brano a caso del Decameron di Boccaccio, quando al posto di Pampìnea ha letto Pompinéa. Anche se per pura malizia, è caduta nello stesso errore del dottor Lockington: dai pampini della vite è passata ai pompini!

giovedì 27 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO LOGUDORESE: CODOSPE 'PANE D'ORZO'; 'VINO FATTO MALE', etc.

In sardo logudorese esiste la parola codospe (varianti: catospe, godospe, gordospe), che ha una sorprendente gamma di significati: "pane d'orzo", "pane di crusca per cani"; "vino fatto male" e persino "sputo", "scarto" (fonte: Lorenzo Pianu, da investigazioni sul campo). Senza dubbio si tratta di un termine la cui origine è anteriore all'arrivo dei Romani. 

Paralleli in Euskara  

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Protosardo: *katon-orspin "cosa disgustosa" 
Significato letterale: mercorella-crescione 
   Esiti sardi: codospe, catospe, godospe, gordospe 
   Altre varianti: cadospe, godospo 
Nota: 
L'antica rotica è ancora evidente nella variante gordospe, con metatesi.

Derivazione del composto:

1) Protosardo: *katoni "cosa amara", "mercorella" 
   Esiti sardi: cadòni, cadòne "mercorella"
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *kedaR- / *gedaR- "cosa amara" 
   Esiti baschi: kedar, gedar "fuliggine", "oscenità", "fiele" 
Per maggiori dettagli, vedi:
2) Protosardo: *orspin, *gurspin "crescione" 
Glossa punica: cusmin "crescione" 
  Esiti sardi: óspinu, gúspinu, grúspinu, grúspiu "crescione"
Nota: 
L'opinione comune è che la parola sarda sia di origine punica. In realtà la parola punica che indica il crescione è stata finora considerata di origine sconosciuta, non ha corrispondenze note nel Paese di Canaan ed è plausibile, anche dall'analisi della fonologia, che sia proprio di origine sarda/vasconica. Pianu riporta *OSPE come protoforma ricostruita. 

Derivazione ipotetica: *(k)ors- "fiore" + *bin "cosa aguzza" 

Mentre la prima parte *(k)ors- "fiore" è altamente speculativa, esistono buone basi per la seconda, che è ben documentata in basco: 

Protobasco (ortografia di Mitxelena): *biN "cosa aguzza", 
      "dolore" 
Ricostruzione alternativa: *bin
  Basco: min 
  Semantica: min significa "pena", "dolore", "nostalgia",
     "desiderio" (sost.); 
     "amaro", "pungente" (agg.) 
    Forma articolata: mina "il dolore"
    Forma comparativa: minago "più pungente" 
    Forma superlativa: minen "il più pungente" 
    Forma eccessiva: minegi "troppo pungente" 
    Composti fossili: ozpin "aceto" 
Link: 
https://hiztegiak.elhuyar.eus/eu_es/min 

Si nota infatti che il crescione ha un odore pungente e un gusto piccante. A quanto pare, le genti più povere della Sardegna lo usavano come alimento quotidiano. 

Un errore ingenuo

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel sardo codospe, l'unico significato a me conosciuto era pane d'orzo. Come conseguenza, avevo ipotizzato che si trattasse di una derivazione di un antico nome del pane, che avvicinavo al basco ogi "pane" (in alcuni dialetti "frumento"), che forma alcuni composti nella forma abbreviata o(t)-, come ad esempio: 

okin "fornaio" (< ogi + -gin, lett. "facitore di pane"), 
otondo "crosta di pane" (< ogi + ondo, lett. "fondo di pane"), 
otordu "pasto" (< ogi + ordu, lett. "ora del pane"), 
otsein "servitore" (< ogi + sein, lett. "bambino del pane"),
otzara "paniere" (< ogi + zara, lett. "cesto del pane"),
etc.  

Con ogni probabilità il protobasco *ogi "pane" risale a una forma più antica *koki. Mi sono reso conto dell'errore quando ho appreso che il sardo codospe non indica soltanto il pane d'orzo! Inoltre, il corrispondente sardo della parola basca è con ogni probabilità coccòi "tipo di pane" (varianti: cocòi, cacòi), da cui si può ricostruire un protosardo *kokkoi "pane". Esiste una problema con la consonante mediana, che è forte, a differenza di quanto accade nel basco. Al momento non si riesce a fare più luce su questi residui neolitici. 

martedì 25 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO CAMPIDANESE E LOGUDORESE: CADONE 'MERCORELLA'

In sardo campidanese e logudorese esiste la parola cadòne (variante cadòni), che indica la mercorella (Mercurialis annua). Quest'erba è considerata un nemico dei viticoltori, perché è radicata l'idea che dia un cattivo sapore al vino, rendendolo amaro e indesiderabile. Una simile idea, non verificata scientificamente, potrebbe essere un'antico pregiudizio superstizioso. Siccome l'etnologia studia, tra le altre cose, i pregiudizi e le superstizioni dei popoli, questa è una cosa della massima importanza, che può aiutarci a far luce su un'epoca remota, anteriore all'arrivo dei Romani. 
Varianti locali: 
  caroni 
  codone
  codoni
  gadoni
  aghedone
  cadòi 
  catone 

A quanto pare, cadoni burdu indica anche altre specie, come Chenopodium album, Chenopodium polyspermumChenopodium vulvaria. La confusione è grande. Si menziona anche il fatto, di per sé bizzarro, che nel Web ci sono pagine in cui il fitonimo cadoni è attribuito a "un tipo di giunco o canna palustre"

Fraseologia: 
Custu binu tenit sabori de cadòni! "Questo vino ha sapore di mercorella!" (ossia è da buttare perché imbevibile). 

Sinonimi di mercorella in italiano: 
erba mercuriale
erba mercurina 
farinaccio
erba puzzolana 
piede anserino 

Glosse in altre lingue: 
francese: mercuriale 
inglese: pigweed
spagnolo: cenizo

Abbiamo la glossa di Dioscoride (traduzione latina) catone "atriplice" (Atriplex hortensis), che indica una pianta annua commestibile del genere delle Amarantacee. In parole povere, è una specie di bietolone. 

Un primo tentativo di ricostruzione paleosarda 

Si ritrova una ricostruzione kathuni (senza asterisco) nel sito dell'Associazione Culturale Messaggero Sardo, in un contributo relativo all'etimologia del cognome Cadoni:  

Non sono riuscito ad appurare il nominativo dell'autore di questo breve articolo - che non cerca neppure di identificare un'origine ipotetica per il fitonimo problematico. 
In un altro articolo, pubblicato sempre sullo stesso sito, si trova invece la ricostruzione "khatuni" (senza asterisco e virgolettata), attribuita invece alla lingua etrusca, senza alcuna fonte o prova concreta: 


Paralleli in Euskara 

All'improvviso, un giorno, mentre mi struggevo alla ricerca di un'etimologia credibile per il fitonimo sardo, ho avuto un'idea che mi è parsa degna di nota. Dai miei banchi di memoria stagnante è emersa un'informazione che credevo di aver dimenticato dall'epoca in cui avevo studiato l'opera del professor Larry Trask: in basco kedar (varante: gedar) significa "fuliggine", ma anche "cosa disgustosa", "oscenità", "fiele". Ho subito controllato e ho potuto constatare che il mio ricordo era corretto. In origine, kedar doveva significare "cosa schifosa", "cosa amara". A parte la diversità del suffisso, che in basco mostra una rotica forte, mentre in sardo ha una nasale, la radice è sicuramente la stessa. 

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Paleosardo: *katoni "cosa amara" 
   > *kadoni 
Nota: 
Si nota che la trafila che ha portato dalla forma paleosarda agli esiti nelle varietà locali di sardo campidanese e logudorese non si spiega bene in termini di regolari sviluppi romanzi. 
 
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *kedaR- / *gedaR-
      "cosa amara" 
   Basco: kedargedar "fuliggine", "oscenità", "fiele" 
Link: 
Nota: 
Trask riporta soltanto le varianti gedarre e kedarra, con vocale finale che non sembra essere l'articolo; Morvan riporta l'enigmatica variante kelder.  
L'alternanza di /k/ e /g/ in protobasco iniziale depone a favore di un antico prestito, la cui origine non è però determinabile. Anche la consonante intervocalica /d/ è problematica e potrebbe derivare, tramite /t/ da un gruppo più antico con un elemento nasale /nt/, poi ridotto. Forse resta traccia di questa situazione nella variante kelder riportata da Morvan. La radice potrebbe essere ke "fumo" (varianti: khe, kee, kei, ki, ge, eke, ike; vedi Trask e Mitxelena), anche se non ne sono affatto sicuro (si potrebbe ipotizzare che il significato originale della radice fosse "schifo, fastidio"). Approfondiremo la complessa questione in altra sede.
Link:

Un parallelo in berbero 

Nel berbero della Cabilia esiste la parola aktūn (variante: waktūn) "piede anserino". Evidentemente è un prestito antico giunto dalla Sardegna. La protoforma ricostruibile è  questa: 

Proto-berbero: *ākVtūn "piede anserino" 
Origine: prestito dal paleosardo 
  Berbero di Cabilia: aktūn, waktūn
Nota: 
Il prefisso (w)a- che si trova in (w)aktūn è un articolo maschile fossilizzato. La vocale indeterminata -V- nella protoforma era con ogni probabilità /a/.

Un racconto di Agostino d'Ippona 
(De Civitate Dei, XXII, 8)

Un viticoltore di Uzalis, in Africa Proconsolare, era disperato perché aveva ottenuto una vendemmia assolutamente imbevibile. Così, piuttosto che gettar via tutto il contenuto di 200 anfore, ordinò a un suo schiavo di portare una caraffa nel santuario di Santo Stefano e di lasciarvela tutta la notte. L'indomani versò una piccola quantità del vino della caraffa in ciascuna anfora. Il vino guasto divenne all'istante eccellente. L'aneddoto di Agostino d'Ippona è riportato e commentato da Hugo M. Jones nella sua seminale opera Il tardo Impero Romano, 284-602 d.C. (The Later Roman Empire, 284-602, prima edizione 1981): "Storie ingenue come questa senza dubbio erano state sempre credute dal gregge dei comuni fedeli, ma è un segno dei tempi che un uomo della statura intellettuale di Agostino desse loro importanza." (Vol. III, pag. 1417). 
Forse il racconto fa riferimento, per quanto indiretto, proprio alla mercorella. Quando il vino andava a male, ad esempio a causa di muffe, la gente di cultura sardo-africana era portata a credere che la causa fosse un'infestazione di tale erba. Questo potrebbe far parte delle somiglianze linguistiche e culturali tra le genti del Nordafrica dell'epoca romana e i Sardi. 

Le opinioni dei romanisti

Giulio Paulis, nella sua opera I nomi popolari delle piante in Sardegna (1992), parte dall'aggettivo latino catus "furbo, astuto", "prudente", "saggio", "acuto (detto di suono)", arrivando a dedurne un significato originario di "aguzzo", "pungente". Quindi fa derivare la parola sarda cadone e le sue varianti dall'aggettivo latino con la semantica da lui ricostruita. La variante aghedone viene invece ricondotta ad acētum "aceto" con l'aggiunta di un suffisso, come se fosse un *acētōne(m). Anche Lorenzo Pianu sostiene queste ipotesi. 

Pseudoetimologie e farragini varie

Alcune ricostruzioni alternative, che hanno tutto l'aspetto di favole grottesche, si trovano nel vasto Web. Si basano su criteri anteriori alla nascita del metodo comparativo o su fantasie ideologiche di ogni genere. Così mi sono imbattuto in un tentativo di derivare cadone da un immaginario *aucato (genitivo *aucatonis), col senso di "zampa d'oca" (auca in latino tardo). L'etimologia è stata costruita a partire dalla denominazione "piede anserino" data alle piante del genere Chenopodium (dalle parole greche khēn "oca" e poûs "piede"), applicando un improbabile cumulo di suffissi. Fantasie romanistiche che sembrano formarsi tramite generazione spontanea! I bizantinisti vogliono vedere nel fitonimo sardo una frase greca, κάδω (kádō) "rovino" + οἶνος (oînos) "vino" - a dire il vero ci vorrebbe l'accusativo οἶνον (oînon) - con allusione al sapore amaro che la mercorella darebbe alla bevanda di Bacco. Ritagliano le parole del latino e del greco, tratte dai dizionari, poi ne fanno collage, nell'estremo tentativo di spiegare Omero con Omero. 

venerdì 21 luglio 2023

UN RELITTO RETICO IN ROMANCIO: AGNIEU 'PINO MUGO' - E IL SUO DOPPIONE MÜF

In romancio esiste la parola agnieu "pino mugo" (variante agniou; nome scientifico: Pinus mugo; obsoleto Pinus mughus). Esiste anche il sinonimo müf "pino mugo". Ebbene, per quanto possa a prima vista sembrare incredibile, si tratta di due allotropi, che condividono la stessa etimologia - che è identica a quella della parola italiana mugo. In ultima analisi, il vocabolo non ha origini celtiche. Deve risalire al sostrato retico, strettamente imparentato all'etrusco. Si nota che finora non è stato individuato un corrispondente etrusco del fitonimo analizzato. Questo è il mio tentativo di ricostruzione:  

Protoforma retica: *muχa / *muχu "pino mugo" 
Adattamento in latino volgare: mūgus 
Trafila: 
1) lenizione di -g-
(> *müvu
Esiti in romancio: müf 
2) dittongazione 
(> *meu
3) sviluppo di un elemento palatale 
(> *mieu
4) palatalizzazione della consonante 
(> gnieu, gniou
5) sviluppo di una vocale iniziale di supporto 
(> agnieu, agniou
Esiti in romancio: agnieu, agniou 
Varianti dialettali:
  agnía
  anéf 
  aníf 
  anéf "tasso (albero)" (Taxus baccata)
  aneva "pino cembro" (Pinus cembra)

Questo è il link al lemma in questione sul DGR (Dicziunari Rumantsch Grischun), per maggiori dettagli: 

Questi sono i corrispondenti nomi del pino mugo, diffusi in Veneto e assai utili alla ricostruzione: 

muga 
mugo 
buga 
bugo 

C'è grande instabilità: solo per fare un esempio, a Verona convivono le forme mugo, bugo e buga

Questi sono i nomi del pino mugo, diffusi in Lombardia e in una parte del Piemonte, che mostrano sviluppi molto peculiari: 

mugoff  /'müguf/ (Como)
munch (Como) 
munc  /müŋk/ (Milano)
muf (Sondrio) 
muffol (Valtellina) 
meuf  /möf/ (Bergamo, Cremona)
mögh, möff, mügh (Brescia) 
mugh (Novara)

Basti consultare questo importante documento, Nomi volgari adoperati in Italia a designare le principali piante di bosco (Annali del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, 1873), a pag 102. 

Un'audace proposta etimologica 

Per trovare qualcosa di simile e di potenzialmente interessante ai fini della comparazione, dobbiamo andare nel remoto Caucaso e oltre, nelle profondità dell'Asia. Il compianto luminare Sergei Starostin dell'Università di Mosca, è riuscito a ricostruire un interessante albero genealogico: 


Proto-nord-caucasico: *bħĭnḳ_wV "pino" 
   Proto-Nakh: 
*b(ɦ)aḳa "pino"; "radice resinosa di pino"
       Ceceno: baga "pino" 
       Ingush: baga "radice resinosa di pino" 
   Proto-Avaro-Andi: *nVḳ:ʷV "pino"  
       Àvaro: naḳ: "pino" 
       Nota: 
       Gli Àvari del Caucaso non hanno nulla a che vedere con
       gli 
Àvari, popolo altaico delle steppe.
       Si tratta di un caso di omonimia. 
    Proto-Tsezi: *niqe "pino" 
       Bezhta: niqe "pino" 
       Gunzib: niqes "pino" 
    Proto-Lak: *miIḳ- "pigna di pino" 
       Lak: 
miIḳiIḳiIj "pigna di pino" 
       Nota: 
       Il carattere I è usato per trascrivere la faringalizzazione.  
    Proto-Lezghi: *miḳʷ- / *niḳʷ- "abete", "pino" 
       Lezghi: 
muḳ-rag "abete" 
       Tabasarano: muḳ-ruḳ "abete" 
       Rutulo: niḳʷ-näχI "pino" 
       Tsakhur: ḳuńaχ "pino" 
       Nota: 
       I Rutuli del Caucaso non hanno nulla a che vedere con i 
       Rutuli dell'antico Lazio, di cui si narra nell'Eneide. 
       Si tratta di un caso di omonimia. 
       Per quanto riguarda la faringalizzazione della consonante
       finale della forma rutula, si veda quanto scritto sul Lak.

La protoforma nord-caucasica a sua volta è supposta essere un esito di una protoforma sino-caucasica: 


Proto-sino-caucasico: *bħĕ́nḳwV "pino"; "resina" 

Dalla protoforma sino-caucasica deriverebbe anche il Burushaski baŋ "gomma", "resina". 
Il professor John Bengtson aggiunge il basco muki "resina"; "muco". Suppone che il significato di "muco" sia stato influenzato dalla forma muku, trovata in alcuni dialetti e derivata dal latino mūcus

Servono ulteriori studi, tuttavia non sembrano esserci dubbi sul fatto che il materiale di Starostin, qui presentato, abbia una diretta attinenza con il nome alpino del Pinus mugo, riuscendo a spiegare l'alternanza m- / b-, altrimenti misteriosa.