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mercoledì 3 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA PAROLA 'INTOCCABILE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Riporto un esempio lampante. 

INTOCCABILE 
aggettivo: 
1) che non può essere toccato; 
2) impuro, inferiore; 
3) al di sopra delle leggi, incensurabile, inviolabile. 
sostantivo (numerabile):
1) fuoricasta dell'India, come i Paria e i Dalit; fuoricasta del Giappone, come gli Etafuoricasta di alcune regioni dell'Europa occidentale, come gli Agotes della Spagna e i Cagots della Francia; 
2) escluso, reietto, ultimo della società; 
3) persona potente e al di sopra delle leggi. 

Il significato 3, sia dell'aggettivo che del sostantivo, contraddice in modo profondo tutti gli altri. La condizione di un potente è molto diversa da quella di un clochard, solo per fare un esempio. 
Per me un intoccabile è prima di tutto una persona invisibile, un reietto, proprio come i fuoricasta dell'India, dell'antica Spagna o di altri luoghi. Uso la parola con questo preciso significato. Esempio: "La mia condizione è quella di un dalit o di un agote"
Non è detto che questa accezione sia compresa allo stesso modo da tutti, nonostante si dia per scontato che parliamo la stessa lingua, la cui paternità è attribuita a Dante Alighieri dal sistema scolastico. 
In inglese la parola untouchable (aggettivo e sostantivo) presenta soltanto alcune differenze semantiche rispetto all'italiano. Come aggettivo, ha il significato di "che non può essere toccato" e quello di "imbattibile" (detto di squadre sportive). Come sostantivo, oltre ai significati della parola italiana, ha anche quello di "poliziotto incorruttibile"
Ecco le definizioni:
- a criminal who is so well connected that they cannot be harmed;
- outcast, person excluded from society;
- a law enforcement agent immune to intimidation, bribery or seduction.  

Non può essere toccato, trasmette contaminazione 

Riporto il caso di Lico C., un calabrese di stirpe grecanica che era in classe con me alle elementari. In un'occasione, ci fu spiegato dalla maestra che il nome Lico in greco significa "Lupo". Questo alunno aveva un modo di fare e di parlare strano, percepito come alieno. Anche il suo aspetto era abbastanza inconsueto. Dava l'aria di essere parte di una società arretrata, un residuo di un mondo preistorico, lontanissimo dal contesto in cui si era venuto a trovare. Era considerato un "intoccabile" dai alcuni compagni di classe, come se fosse stato il portatore della capacità di rendere immonda ogni cosa anche solo sfiorata. Così mi è stato detto da un bullo, testuali parole: "Se parli con lui, diventi un terrone anche tu!". Si noterà che questo feroce razzismo non colpiva tutti i meridionali. Ad esempio, il siciliano Pucci S. non era visto con pregiudizio da nessuno. La persecuzione riguardava soltanto coloro che non erano assimilati, su cui gravava la colpa ontologica

Un orrore antico

Si deve sapere che le parole "zingaro" e "zigano" derivano dal greco ἀθίγγανος (athínganos), che significa "intoccabile". In origine l'epiteto era attribuito agli aderenti a una setta eretica poco conosciuta che combinava residui di costumi pagani con usanze ebraiche, poi denotò i Rom, che erano migrati dall'India. Il principio era sempre lo stesso: l'impurità che si pensava potesse essere trasmessa dal semplice contatto, simile a un fluido maligno in grado di annullare la dignità di chiunque non si tenga bene alla larga. 
L'essenza dell'antisemitismo non è poi così dissimile, pur trattandosi di un caso più complesso. Anni fa mi imbattei in Splinder in una discussione molto interessante, che non ho dimenticato. "Per l'antisemita", diceva un blogger, "l'ebreo è un corpo abitato da un principio ontologico altro, come quello di un insetto o di un rettile." Se si tengono ben presenti questi concetti, si spiegano moltissime cose, che altrimenti sarebbero da considerarsi misteriose. 
Tutto questo i docenti non lo insegnano nelle aule scolastiche. Nella maggior parte dei casi, potrebbero esserne essi stessi inconsapevoli. Comunque sia, se anche capissero la realtà in ogni dettaglio, si guarderebbero bene dal comunicarla. Non vogliono menti critiche. Trovano più comodo banalizzare, facendo credere che l'intoccabilità sia questione di semplice e banale "intolleranza per il diverso".  

Comprensione impossibile

Diversi anni fa usai la parola "intoccabile" parlando con un'interlocutrice, che ovviamente equivocò in modo grave. Intendevo descrivere proprio il concetto di colui che è colpito dall'impurità ontologica, condizione che spesso sento gravare su di me come un peso insopportabile. Per lei "intoccabile" era invece un aggettivo riferito a un politico in odor di crimine, così potente da non dover sottostare alle leggi. "Non può essere toccato dalle leggi perché ha protezioni", fu la sua spiegazione. La parola poteva essere applicata a un boss mafioso, ad esempio, o a qualche altro malfattore di tal genere. Rimase allibita nel sentirmi dire cosa invece volevo dire io usando la stessa identica parola, riferendomi a un rifiuto della società. Io ero consapevole dell'esistenza di entrambi i significati della parola "intoccabile", ossia "emarginato" e "incensurabile". L'interlocutrice invece era consapevole dell'esistenza di uno soltanto dei significati: "incensurabile". Ignorava del tutto l'esistenza dell'altro significato. La sua visuale era parziale, incompleta: non aveva mai sentito parlare dei Paria o dei Popoli Maledetti della Spagna. Per questo motivo non è stata in grado di intendermi. 

Il Vuoto

Da quanto esposto derivano riflessioni mortificanti. Siamo frammenti di una società alla deriva, dove ogni comunicazione è un falso. Si usa lo stesso contenitore (significante) ma il contenuto (significato) è drasticamente diverso: non ci si intende piùLa lingua cessa in questo modo la sua funzione. Quindi finisce col valere meno di uno strumento spuntato. Finisce col valere meno della merda. Ecco, la colpa è tutta della scuola. 

lunedì 1 luglio 2024

LA CORRETTA PRONUNCIA DI ALICI

A scanso di equivoci, cominciamo affermando a caratteri cubitali la verità su un ben noto pesce, ottimo commestibile: 
LE ACCIUGHE SI CHIAMANO ALÌCI E NON ÀLICI
La forma singolare, alice, è poco usata e ha parimenti l'accento sulla penultima sillaba.

Riporto la spiegazione data dal Dizionario del Corriere (il grassetto è mio):


Si dice: alìci
Non si dice: àlici 

La ritrazione dell’accento può dipendere da un’influenza dialettale. Alìce è il latino hallec, hallècis, che indicava propriamente una salsa di pesce, e discende dal greco alykòs, salso. Per dar più forza alla ragione possono aiutarci questi sorprendenti versi del Leopardi, che noi immaginiamo sempre sofferente e inappetente, nei Nuovi credenti: “Che dirò delle triglie e delle alìci? / Qual puoi bramar felicità più vera / che far d’ostriche scempio infra gli amici?”

Leopardi è stato infamato dal sistema scolastico italiano, che ha inculcato in generazioni di studenti l'idea che fosse un uomo rachitico e inappetente, quasi anaerobico. Noi vogliamo rendergli giustizia e diffondere ovunque la consapevolezza del suo genio. Deprechiamo gli energumeni che lo insolentiscono! La materia insegnata tra i banchi è il bullismo! 

Una fallacia etimologica

In realtà il latino allēc, hallēc (e varianti) non può essere un adattamento del greco ἁλυκός "salso", "salato" (halykós - non alykòs come scritto nel Dizionario del Corriere), pur essendo comunque derivato da ἅλς (háls) "sale". L'aggettivo ellenico è usato specialmente in riferimento alle acque salmastre. 
Il problema è che ἁλυκός (halykós) ha la vocale -y- breve-, che in origine era pronunciata /u/. Non è confrontabile con lo strano suffissoide della parola latina, -ēc-, che ha la vocale lunga /e:/
Ho trattato il controverso argomento dell'etimologia di allēc parlando del garum e delle sue origini. 
Si noterà anche che esiste in Sicilia un fiume che in epoca antica era chiamato Ἅλυκος (Hálykos) "Àlico", identificabile con l'attuale Plàtani. Il suo nome è considerato identico al greco ἁλυκός e interpretato come "Salso". Bisogna notare che l'accento è diverso, anche se è riportata una variante Ἁλυκός (Halykós). 

Un frammento dai banchi di memoria stagnante

Posso portare una testimonianza. E. (RIP) era un'anziana signora che aveva crisi isteriche ogni volta che sentiva parlare delle alìci: pretendeva che dovesse pronunciarsi àlici. Se qualcuno la contraddiceva, andava su tutte le furie. Diventava cianotica, batteva i piedi per terra. Poi si è scoperto il perché del suo comportamento fastidioso. Sua madre si chiamava Alice, e lei era cresciuta tra bulli che la perculavano in modo atroce. "Tua mamma si chiama Alice sott'olio!", le dicevano canzonandola a scuola. La situazione era peggiorata dal fatto che E. aveva tutta una serie di idiosincrasie olfattive e gustative, che le rendevano difficile l'esistenza. 

sabato 15 giugno 2024

LO STRANO CASO DELLA GLOSSA MAZUROHD 'STELLA DEL MATTINO'

Frugando nel Corpus Glossariorum Latinorum di Gustav Loewe (Grimma, 1852 - Göttingen, 1883), mi sono imbattuto in una parola bizzarra, contenuta nel raggruppamento denominato Glossae Codicis Vaticani SSai 113 (pag. 113)

Mazurohd quod latine dicitur Lucifer 

"Mazurohd è ciò che in latino è chiamato Lucifero" (ossia la Stella del mattino) 


La parola si trova all'interno di liste di vocaboli latini arcaici o interpretati, spesso associati ad opere di Virgilio, come l'Eneide, oppure ad altri testi classici, dove termini meno comuni venivano spiegati con parole più semplici. 

La spiegazione classica

Nel testo in ebraico del Libro di Giobbe (Giob 38:32) si trova una voce, מַזָּר֣וֹת mazzārōth, che è un hapax legomenon senza traduzione certa. Si sa soltanto che si riferisce a qualche astro. In genere è tradotta con "stelle erranti" o "costellazioni". Questo è il versetto in questione, in ebraico: 

הֲתֹצִ֣יא מַזָּר֣וֹת בְּעִתּ֑וֹ וְ֝עַ֗יִשׁ עַל־בָּנֶ֥יהָ תַנְחֵֽם׃

Traslitterazione: 

Hathōtsī mazzarōth beʽittō weʽayīsh ʽal-banēha thanchēm. 

Questa è la traduzione della CEI: 

"Puoi tu far spuntare a suo tempo le costellazioni o guidare l'Orsa insieme con i suoi figli?"

Glossario:

beʽittō "a suo tempo"
hathōtsī "andar fuori", "venir fuori"
weʽayīsh "e l'Orsa Maggiore" 
mazzarōth "costellazioni"
ʽal-banēha "con i suoi figli
thanchēm "guidare loro", "condurre loro"

Nel testo della Vulgata, la traduzione è molto diversa: "Lucifero", ossia "Stella del mattino". Questa è proprio l'origine della glossa Mazurohd "Lucifer", di cui ci stiamo occupando. L'ortografia bizzarra della consonante finale non deve trarre in inganno: si tratta di un modo di rendere un suono interdentale sonoro /ð/, che era tipico di certe pronunce dell'ebraico.
Ci ho messo del tempo per venirne a capo. A un certo punto mi sono reso conto che in una versione del Corpus compariva la scritta "nom. bibl.", ossia "nomen biblicum". Così ho capito l'arcano in un battibaleno, giungendo alla variante Mozaroth e alla trascrizione greca della parola ebraica nella Bibbia dei Settanta: Μαζουρωθ (mazourōth). 
Questa parola ha evidentemente la stessa origine di מַזָּלוֺת mazzālōth, un altro hapax che ricorre nella seconda parte del Libro dei Re (2 Re, 23:5) e che è tradotto in genere con "costellazioni" o "segni dello zodiaco". 
Questo è il versetto in questione, in ebraico: 

וְהִשְׁבִּ֣ית אֶת־הַכְּמָרִ֗ים אֲשֶׁ֤ר נָֽתְנוּ֙ מַלְכֵ֣י יְהוּדָ֔ה וַיְקַטֵּ֤ר בַּבָּמוֹת֙ בְּעָרֵ֣י יְהוּדָ֔ה וּמְסִבֵּ֖י יְרוּשָׁלִָ֑ם וְאֶת־הַֽמְקַטְּרִ֣ים לַבַּ֗עַל לַשֶּׁ֤מֶשׁ וְלַיָּרֵ֙חַ֙ וְלַמַּזָּל֔וֹת וּלְכֹ֖ל צְבָ֥א הַשָּׁמָֽיִם׃

Traslitterazione:

Wehisbīth eth-hakkemārīm asher nathnū malkhē Yehūdhā wayqaṭṭēr babbāmōth beʽārē Yehūdhā ūmsibbē Yerūshālāim we'eth-hamqaṭṭerīm labbaʽal lashemesh welayārēah welamazzālōth ūlkhōl ṣevā hashāmayim.

Questa è la traduzione della CEI: 

"Destituì i sacerdoti creati dai re di Giuda per offrire incenso sulle alture delle città di Giuda e dei dintorni di Gerusalemme, e quanti offrivano incenso a Baal, al sole e alla luna, ai segni dello zodiaco e a tutto l'esercito del cielo." 

Glossario:

asher "che" (pronome relativo)
babbāmōth "sulle alture" 
   (ba- "sulle")
beʽārē Yehūdhā "delle città di Giuda" 
eth-hakkemārīm "i sacerdoti"
   (eth-, prefisso accusativo)
hashamayim "il cielo" 
we'eth-hamqatterīm "e coloro che offrono incenso"
    (we- "e", eth-, prefisso accusativo)
wehisbīth "e destituì", "e fece cessare"
wayqattēr "e per offrire incenso" 
ūlkhōl "e a tutto" 
   (ū- "e", l- "a")
welamazzālōth "e ai segni dello zodiaco" 
   (we- "e", la- "ai")
welayārēah "a alla luna"
   (we- "e", la- "alla")
ūmsibbē "e dei dintorni" 
   (ū- "e")
labbaʽal "a Baal" 
   (la- "a")
lashemesh "al sole"
   (la- "a")
malkhē Yehūdhā "i re di Giuda"
nathnū "essi diedero", "essi dessero"
e "esercito" 
   evā hashamayim "esercito del cielo" 

In Yiddish, mazzalot è usato con il senso di "astrologia". Si conserva nel tipico augurio mazal tov  "buona fortuna" (variante: mazel tov). È stato ipotizzato che queste parole astrali siano in ultima analisi derivate dall'accadico manzaltu "stazione lunare" (Hastings, 2003).  

Una spiegazione alternativa

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nella glossa, ho subito pensato alla possibilità che parola Mazurohd avesse origini persiane e che appartenesse al lessico occulto del Mitraismo. Sono così arrivato a etimologizzarla come *Mazda-raod "Divinità Splendente", alla lettera "Divinità Rossa" (avestico raoδita- "rosso", "rossiccio"). Il punto è che la Stella del mattino non è affatto rossa: un nome simile sarebbe più adatto a Marte. Desumere un significato "splendente" a partire da "rosso" è abbastanza forzato, in assenza di attestazioni incontrovertibili. Di fronte alla mole delle evidenze relative ai testi biblici, non sono più andato avanti con questo tentativo. 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

martedì 11 giugno 2024

IL NOME CAPPADOCE DI OTTOBRE: MITRE 'MESE DI MITHRA'

La lingua degli antichi Cappadoci è un grande mistero: non possediamo alcuna iscrizione e non è classificata a causa della mancanza di dati. Sembra che si sia spenta nel VI secolo d.C., senza lasciare discendenti. Con ogni probabilità era una lingua anatolica, come quella degli Isauri, di cui abbiamo come testimonianza un certo numero di antroponimi. Strabone e Basilio di Cesarea ci testimoniano che era diversa dal greco. Non deve essere confusa con la lingua greca di Cappadocia parlata in epoca moderna (fino agli inizi del XX secolo), che ha una storia diversa. 

Stante la deprimente situazione, dobbiamo forse arrenderci all'oblio che ha fagocitato un intero popolo? Nemmeno per sogno!  
Frugando nel ciclopico Corpus Glossariorum Latinorum a cura di Georg Goetz (1849 - 1932), mi sono imbattuto in una preziosissima glossa della lingua perduta di Cappadocia (V 224, 15, V. menses): 

Mitre Cappadocum lingua Octuber mensis dicitur 

"Il mese di Ottobre è chiamato Mitre nella lingua dei Cappadoci" 


Note etimologiche 

Varianti di questo menomimo: mithre (tratto da Papias, Schmidt, 1859), ΜΙΘΡΗ (Marquart, 1905), myar (Ginzel, 1919). Altre trascrizioni, più problematiche, sembrano frutto di refusi. In ogni caso, l'etimologia di questo nome è chiarissima: il nome del mese è derivato da quello della divinità persiana Mithra (in latino Mithrās, in greco Μίθρᾱς, Μίθρης). Verosimilmente è un aggettivo il cui significato è "(mese) di Mithra", formato con un suffisso -e. La protoforma ricostruibile è *Mithrae, che a sua volta deriva proprio dal tardo avestico Miθrahe, che è un genitivo, derivato a sua voltadall'antico avestico Miθrahiiā
Il passaggio è piuttosto semplice: prima è avvenuto il dileguo dell'aspirata -h-, con conseguente formazione di un dittongo; infine si è verificata una contrazione del dittongo risultante. 
Questa è la declinazione del teonimo in tardo avestico: 

Nominativo: Miθrō
Vocativo: Miθra
Accusativo: Miθrəm
Strumentale: Miθra
Dativo: Miθrāi
Ablativo: Miθrāt̰
Genitivo: Miθrahe
Locativo: Miθre

Dall'antico persiano (che è diverso dall'avestico) una forma simile si è evoluta regolarmente fino a dare مهر Mehr nel persiano attuale. Indica il settimo mese del calendario solare iraniano Hijri. Segna l'inizio dell'autunno, dura 30 giorni e corrisponde all'incirca al periodo che va dal 23 Settembre al 22 Ottobre.

Certo, è poco. Pochissimo. Eppure è qualcosa. Un punto di partenza, forse minuscolo, ma in ogni caso è portatore di informazioni. Purtroppo il menonimo analizzato non sembra dirci molto sulla lingua d'origine dei Cappadoci, dato che è un prestito importato dalla Persia assieme allo Zoroastrismo. La Cappadocia appariva profondamente iranizzata, come dimostrano anche gli altri nomi noti dei mesi: li analizzeremo uno ad uno a tempo debito. Il calendario cappadocico era composto da dodici mesi, ognuno di trenta giorni, ed era stato già integrato nel sistema del calendario giuliano.

Approfitto dell'occasione per stigmatizzare l'inerzia del mondo accademico e la sua incapacità di sintesi. Per colpevole accidia simili gioielli finiscono dispersi in un oceano di entropia cognitiva, senza alcun tentativo di integrarli in un edificio coerente. 
Riporto infine un link utile all'opera di Hazan Taqizadeh, Il computo del tempo nell'Iran anticoEdizione riveduta e integrata sulla base delle indicazioni dell'Autore, Introduzione, traduzione e cura di Simone Cristoforetti (2010). 

venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

lunedì 20 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL GARUM, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Com'è ben risaputo, gli antichi Romani usavano largamente una salsa a base di pesce fermentato, denominata garum. Il pesce marino veniva salato e fermentato in anfore con le sue interiora, cui venivano aggiunti altri ingredienti come erbe aromatiche. Il prodotto migliore era la parte liquida, denominata liquāmen. Un'altra frazione liquida, comunque pregiata, era il garī flōs "fiore del garum". Restava poi la parte pastosa, denominata allēc, che era considerata di qualità inferiore. In epoca tarda, la parola liquāmen tendeva a essere usata al posto di garum


garum, nome neutro, II declinazione 
   genitivo: garī 
   dativo/ablativo: garō 
   accusativo/vocativo: garum 
Variante dotta: garon 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (gara, genitivo garōrum, etc.). 

Derivati: 
  garum piperātum "garum con l'aggiunta di pepe"
  oxygarum "garum con aceto"
  oenogarum "garum con vino" 
  elēogarum "garum con olio"
  hydrogarum "garum diluito con acqua"
Nota: 
Essendo la -ă- di garum breve, si pronunciava oxýgarum, oenógarum, elēógarum, hydrógarum. Sono composti grecizzanti, di uso dotto. Immagino che in latino volgare si usassero nomi diversi per queste preparazioni culinarie.  

liquāmen, nome neutro, III declinazione
   genitivo: liquāminis 
   dativo: liquāminī
   accusativo/vocativo: liquāmen
   ablativo: liquāmine
Non dovrebbe usarsi il plurale in questa accezione, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (liquāmina, genitivo liquāminum, etc.). 
Altri significati della parola: 
  1) liquido 
  2) lisciva

allēc, nome neutro, III declinazione
   genitivo: allēcis 
   dativo: allēcī
   accusativo/vocativo: allēc
   ablativo: allēce
Varianti: ālēc, hallēc, hālēc 
Forme tarde (genere maschile): allēx, ālēx, hallēx, hālēx 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (allēca, genitivo allēcum, etc.). 
 
Etimologia di garum:

La parola latina garum è un prestito dal greco γάρον (gáron), variante di γάρος (gáros), che indica una specie di pesce pelagico piccolo, non identificata, dalle cui interiora in origine era ricavato il condimento. L'origine ultima di questo termine greco è sconosciuta. Con ogni probabilità si tratta di un prestito di adstrato. La preparazione culinaria era tipica della Fenicia, nel Paese chiamato Canaan, da cui è stata portata a Cartagine e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante questo, non sono stato in grado di trovare paralleli credibili nelle lingue semitiche (o in qualsiasi altra lingua), così attendo che salti fuori qualcosa di utile in futuro. 

Etimologia di liquāmen e allēc

La parola latina liquāmen è chiaramente dalla stessa radice di liquidus "liquido, fluido" (agg.), liquāre "sciogliersi, colare", liquor "fluido, sostanza liquida" (genitivo liquōris), etc.

La parola latina allēc deriva dal greco ᾰ̔́λς (háls) "sale", probabilmente tramite l'etrusco (il suffisso non è greco). Potremmo ipotizzare un participio passivo *halequ, alla lettera "salato", "messo sotto sale".  
Derivati romanzi: 
Italiano: 
  1) alice (pronuncia alìce, non àlice)
  2) alaccia, laccia "sardinella (Sardinella aurita)"
Catalano:
  alatxa "sardinella (Sardinella aurita)"

Due etimologie di garum, suggestive ma false

1) L'ipotesi indiana 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola Hindi गरम garam "caldo", "piccante", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari: 
- La parola in questione è un prestito tardo dal persiano گَرْم garm "caldo", infatti non ha la consonante iniziale aspirata.
- La consonante -m è parte della radice: la parola greca corrispondente è θερμός (thermós) "caldo". Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione).
 
2) L'ipotesi malese 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola malese/indonesiana garam "sale", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari:
- Il significato originale di questo garam è "granello": la parola originale per indicare il sale è sira, da cui è derivata la locuzione garam sira "granello di sale" (poi abbreviata mantenendo solo il primo membro).  
- La consonante -m è parte della radice. Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione). 

Mi sono imbattuto in questi maldestri tentativi etimologici nel Web, a questo link, in cui sono inclusi alcuni commenti con un abbozzi di confutazione: 


Un'altra falsa etimologia

È stata notata la somiglianza della parola garum con due verbi della lingua tedesca: 
1) garen "cucinare"
2) gären (ortografia obsoleta gähren) "fermentare"

- Il verbo garen (pronuncia /'ga:rən/) deriva da gar "cucinato", a sua volta dall'antico alto tedesco garo "preparato", "pronto".
- Il verbo gären (pronuncia /'gε:rən/) era molto diverso in antico alto tedesco: esistevano jesan "fermentare" e il suo causativo jerien "far fermentare". L'iniziale g- del tedesco moderno di deve alla fusione del tipico prefisso ge- (antico alto tedesco gi-). 
Conclusione:
Nessuna di queste parole tedesche è accettabile come etimologia di garum. Si tratta di mere somiglianze superficiali senza alcun nesso causale. 

Complesse interazioni

Una curiosità: esisteva il garum kosher già nell'antica Pompei. Siccome le norme alimentari della religione ebraica permettevano agli Israeliti soltanto i pesci con squame, escludendo selaci, crostacei e molluschi, furono fatte preparazioni apposite, come mostrato da reperti archeologici. Questo deporrebbe a favore dell'universalità della salsa, usata anche dagli Ebrei, che pure erano così schifiltosi e ossessionati dall'idea di purezza. Per il resto, è difficile tracciare una mappa che tenga conto di tutti i possibili fattori. Solo per fare un esempio, non sono affatto sicuro che il garum piacesse ai Germani in epoca imperiale. Fatto sta che con le grandi migrazioni, il condimento in questione finì per scomparire dall'Occidente, anche se gradualmente. Isidoro di Siviglia ne parla ancora nel VII secolo. La produzione e l'uso si sono conservati invece nell'Impero Romano d'Oriente fino al IX secolo. Ci sono alcune testimonianze del fatto che la salsa fosse usata dai sovrani dei Franchi e dei Longobardi, anche se era importata da territori di Bisanzio. Non si tratterebbe quindi di continuità, bensì del risultato di rinnovati traffici commerciali  con l'Oriente e di gusti acquisiti, secoli dopo l'insanabile frattura del mondo antico. 
Tra le ragioni del declino del garum in Occidente, si possono senz'altro citare il crollo della logistica e il peggioramento generalizzato dell'economia a partire dal VI secolo. Ogni cosa costava troppo, così ci si dovette arrangiare come si poteva. 
Molto tempo dopo, il tirannico Carlo Magno si occupò anche della produzione delle salse di pesce, imponendo regole igieniche stringenti. Non abbiamo affatto la certezza che questi prodotti fossero forme di garum paragonabile a quello antico. Anzi, è piuttosto improbabile. In effetti, si trattava di salse che erano sottoposte a cottura, a differenza di quelle prodotte nell'antichità.  

Garum e parassitosi 

Le analisi su latrine e feci fossilizzate (coproliti) di epoca romana hanno evidenziato una presenza diffusa di parassiti intestinali, tra cui tricocefali, nematodi e, in particolare, il botriocefalo o verme solitario del pesce. La preparazione avveniva macerando viscere di pesce sotto il sole e non era prevista la cottura, che avrebbe ucciso le uova dei parassiti. Il commercio diffuso in tutto l'Impero in giare sigillate ha facilitato la diffusione di questi vermi infestanti a tutta la popolazione. Sebbene i Romani avessero per l'epoca un'ottima cultura igienica (basti pensare alle terme e alle latrine), le parassitosi erano molto comuni. Si ipotizza che l'uso frequente del garum, unito al ricambio limitato dell'acqua nelle terme e alle peculiari modalità di pulizia anale, abbia favorito la persistenza di tali infezioni. 


Esperimenti moderni 

Qualche tempo fa, con mia grande sorpresa, ho potuto trovare del garum al supermercato. Il prodotto si chiamava "Garum Romae". L'ho trovato eccellente, anche se l'aspetto era poco invitante. Era pastoso e di color bruno verdastro: tecnicamente parlando, era più che altro allēc. Non ho nemmeno scattato qualche foto della pasta condita con questa salsa: avrei potuto indurre chi avesse visto quella pasta a pensare che fosse stata cosparsa di escrementi umani! Dopo qualche mese, il prodotto  ittico purtroppo non si è più trovato. Evidentemente non ha riscosso successo per via della sua apparenza, in grado di urtare gli stomaci più sensibili. Peccato, era un'iniziativa ricostruzionista davvero lodevole. La lista degli ingredienti specificava l'uso di una certa varietà di erbe aromatiche, tra cui la menta e la mentuccia. In ogni caso, non sono sicuro che questo garum sia stato prodotto secondo le procedure in uso nell'antica Roma. Con ogni probabilità nessuna autorità  odierna darebbe il suo benestare alla fermentazione sotto il calore solare di pesce con le interiora, posto in vasche di pietra per qualche settimana. Si sarà trattato di una versione "addomesticata"
Ricordo ancora un mio sciagurato esperimento. Presi gli intestini di alcuni pesci e li misi brutalmente assieme a un po' di sale in un recipiente. L'odore che ne sorse avrebbe stordito e abbattuto un avvoltoio, così fui costretto a gettare tutto! 

Il caso della colatura di alici

È una leggenda abbastanza diffusa quella secondo cui il garum avrebbe lasciato come erede la colatura di alici di Cetara (Costiera Amalfitana, Campania), che equivarrebbe al liquāmen, ossia alla parte liquida. Tuttavia la cosa mi pare dubbia, perché la colatura di alici è fatta con pesci eviscerati, mentre il garum è fatto con pesci non eviscerati. Certo, è anche possibile che nel corso dei secoli la preparazione sia cambiata, passando dalla ricetta romana a qualcosa di più edulcorato, privato proprio di quello che in origine era l'ingrediente principale. Potrebbero essere stati i rubicondi fratacchioni a cercare di "purificare" il prodotto per qualche loro fisima religiosa. Tuttavia, non si può escludere che la colatura sia un'innovazione medievale, priva di diretta discendenza con il condimento dell'antica Roma. Restiamo in attesa di ulteriori informazioni per poter definire meglio la complessa questione.