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giovedì 14 marzo 2024

 
CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! 
 
Titolo originale: Jeremiah Johnson
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1972
Lingua originale: Inglese; Salish (Flathead), Crow, Piegan
    (Blackfeet) 
Durata: 116 min
Genere: Western
Regia: Sydney Pollack
Soggetto: Vardis Fisher, dal romanzo "Mountain Man"
   Raymond W. Thorp e Robert Bunker, dal racconto 
   "Crow Killer")
Sceneggiatura: Edward Anhalt, John Milius 
Produttore: Joe Wizan
Casa di produzione: Warner Bros.
Fotografia: Duke Callaghan
Montaggio: Thomas Stanford
Musiche: Tim McIntire, John Rubinstein
Scenografia: Ted Haworth
Costumi: Wesley Jeffries, Bernie Pollack 
Direttore del casting: Lynn Stalmaster 
Direttore artistico: Ted Haworth 
Arredatore di scena: Raymond Molyneaux 
Manager di produzione: John R. Coonan 
Reparto artistico: Bill Gold 
Assistente alla regia: Mike Moder 
Effetti sonori: Josef von Stroheim, Michael Colgan
Controfigure: Rick Arnold, Joe Canutt, James M. George,
    Dean Smith 
Capo elettricista: Joseph Edesa 
Guardaroba: James M. George 
Assistente al montaggio: Don Guidice 
Continuità: David Rayfiel 
Interpreti e personaggi:
    Robert Redford: Jeremiah Johnson
    Will Geer: Artiglio d'Orso
    Stefan Gierasch: Del Gue
    Delle Bolton: Cigno Pazzo
    Josh Albee: Caleb
    Joaquín Martínez: Mano-che-Segna-Rosso 
        (come "Joaquin Martinez")
    Allyn Ann McLerie: La Donna Pazza
    Richard Angarola: Lingua Biforcuta
    Paul Benedict: Reverendo Lindquist
    Charles Tyner: Robidoux (come "Bill Durham")
    Jack Colvin: Tenente Mulvey
    Matt Clark: Qualen 
    Tanya Tucker: Figlia di Qualen 
    James M. George: Indiano 
Doppiatori italiani:
    Michele Kalamera: Jeremiah Johnson
    Leonardo Severini: Artiglio d'Orso
    Roberto Villa: Del Gue
    Sandro Tuminelli: Reverendo Lindquist
    Rino Bolognesi: Tenente Mulvey 
Titoli in altre lingue: 
   Spagnolo: Las adventuras de Jeremiah Johnson 
   Russo: Иеремия Джонсон 
Nota: Il titolo ha poche varianti: è Jeremiah Johnson in quasi tutte le lingue; il caso dell'italiano è un'interessante anomalia.
Budget: 3,1 milioni di dollari US
Box office: 44,7 milioni di dollari US 


 
Trama: 
Jeremiah Johnson è un veterano della guerra tra gli Stati Uniti e il Messico (1846 - 1848), che decide di condurre un'esistenza da eremita in una zona impervia delle Montagne Rocciose, dove si sostenta cacciando con le trappole. Il suo primo inverno è difficile. Ha un breve incontro con Mano-che-Segna-Rosso (nell'originale "Paints-His-Shirt-Red"), capo degli Indiani Crow, i famosi Corvi. 
Johnson interrompe inavvertitamente la caccia all'orso grizzly dell'anziano ed eccentrico Chris Lapp, soprannominato "Artiglio d'Orso" (nell'originale "Bear Claw"), che gli insegna a vivere in alta montagna. Dopo un incontro ravvicinato con i Crow, tra cui Mano-che-Segna-Rosso, e dopo aver appreso le tecniche necessarie per sopravvivere, il veterano parte per conto suo. Si imbatte quindi in una capanna i cui abitanti sono stati apparentemente attaccati dai guerrieri Piedi Neri: i soli superstiti sono una donna e il suo taciturno figlio. La donna, esasperata dal dolore, costringe il visitatore ad adottare suo figlio. Johnson e il ragazzo, a cui ha attribuito il nome biblico "Caleb", incontrano Del Gue, un montanaro calvo che è stato derubato dai Piedi Neri. Gue convince Johnson ad aiutarlo a recuperare la refurtiva, ma questi sconsiglia la violenza quando infine trovano l'accampamento dei Piedi Neri. 
Gli uomini si intrufolano nell'accampamento di notte per recuperare i beni di Gue, ma questi apre il fuoco e i Piedi Neri finiscono uccisi nella sparatoria. Gue prende diversi cavalli e scalpi dei Piedi Neri. Johnson, disgustato dall'inutile uccisione, torna da Caleb. Poco dopo, i tre vengono sorpresi da uomini della tribù delle Teste Piatte, che professano la religione cristiana e li accolgono come ospiti d'onore. Johnson, inconsapevolmente, si rende debitore del capo donandogli i cavalli e gli scalpi dei Piedi Neri. Secondo l'usanza delle Teste Piatte - chiamata potlatch dagli antropologi - per mantenere il proprio onore il capo deve fare al suo ospite un dono più grande oppure ucciderlo. Il capo dà sua figlia Cigno Pazzo (nell'originale "Swan") in sposa a Johnson. Dopo le nozze, celebrate con un rituale che combina elementi cristiani a tradizioni preesistenti, Gue se ne va per conto suo, mentre Johnson, Caleb e Cigno Pazzo si avventurano nella natura selvaggia. Trovano un luogo adatto per costruire una capanna, così si stabiliscono in questa nuova dimora e lentamente diventano una famiglia. 
Questa vita viene interrotta dall'arrivo di una squadra di soccorso della Cavalleria dell'Esercito Americano, incaricata di salvare una carovana di coloni bloccata. Sebbene Johnson sia riluttante, viene costretto a guidare la squadra di soccorso attraverso le montagne, lasciando la sua famiglia da sola nella baita. Durante il viaggio, il tenente Mulvey ordina alla squadra di procedere attraverso un sacro cimitero dei Crow contro il parere di Johnson. In seguito, Johnson torna a casa per lo stesso percorso e nota che le tombe sono ora adornate con i ciondoli blu di Cigno Pazzo; corre di nuovo alla baita, dove scopre che la moglie e Caleb sono stati uccisi. 
Johnson parte all'inseguimento dei guerrieri che hanno sterminato la sua famiglia e li attacca, uccidendoli tutti tranne uno, un uomo corpulento che canta il suo canto funebre quando si rende conto di non poter fuggire. Johnson lo lascia in vita e il sopravvissuto diffonde la storia della ricerca di vendetta dell'uomo di montagna in tutta la regione, intrappolando Johnson in una faida permanente con i Crow. La tribù invia i suoi migliori guerrieri uno alla volta per uccidere Johnson, ma lui li sconfigge tutti. La sua leggenda cresce e i Crow iniziano a rispettarlo. Incontra di nuovo Gue e torna alla capanna della madre di Caleb, solo per scoprire che lei è morta e che un nuovo colono di nome Qualen vive lì con la sua famiglia. Nelle vicinanze i Crow hanno eretto un monumento al coraggio di Johnson, lasciando ciondoli e talismani come tributo. 
Johnson e Lapp si incontrano per l'ultima volta. È in questo incontro che Lapp si rende conto del pesante tributo che Johnson ha dovuto pagare per combattere un'intera nazione da solo in una vasta e solitaria frontiera. Più tardi, Johnson ha un incontro silenzioso con Mano-che-Segna-Rosso, con ogni probabilità responsabile degli attacchi. Mentre sono seduti a cavallo, ben distanti l'uno dall'altro, Johnson afferra il fucile, ma Mano-che-Segna-Rosso alza la mano, con il palmo aperto, in un gesto di pace che Johnson ricambia, segnando la fine del loro conflitto. Il film si conclude con il testo della canzone: "And some folks say he's up there still." ("E alcuni dicono che è ancora lassù"). 

Citazioni: 

"E lo giuro, che il cuore d'una donna giovane è la roccia più dura che il Signore abbia messo su questa Terra: non riesci a farci un segno sopra." 
(Artiglio d'Orso) 

"Fra gli Indiani la fama di una tribù è determinata dalla potenza dei suoi nemici." 
(Del Gue) 

"Qui c'è il vero capolavoro di Dio. E non ci sono leggi per i coraggiosi, non ci sono rifugi per i dementi; non ci sono chiese, ma c'è quest'immenso scenario; non ci sono preti, ma c'è la fede. Per Giove, io sono un uomo delle montagne, e ci vivrò finché un proiettile o una freccia non mi fermeranno. E io farò di questa terra il mio monumento." 
(Del Gue) 

"Gli Utes e le Teste Piatte generalmente sono pacifici, i Corvi invece sono pericolosi: bravi guerrieri. A mio parere i Corvi sono gli indiani più belli che ci siano e i più cattivi, e non c'è uomo che gli tenga testa andando a cavallo. Una volta ne vidi un gruppo all'attacco in piena velocità, una gamba sul dorso del cavallo, una mano aggrappata alla criniera, sparare da sotto il collo della bestia. Eh, ma sono una razza di svergognati, fannulloni." 
(Artiglio d'Orso)


Recensione: 
Senza dubbio questa pellicola è tra le mie preferite del genere. Quando la trasmettevano in televisione, la guardavo sempre con piacere. Si può solo dire che l'interpretazione di Robert Redford sia ottima e robusta. Chi oserebbe sostenere il contrario?  
Le immagini che si vedono nei film western americani classici sono sempre più o meno le stesse: cowboy, indiani, latifondisti malvagi che cercano di rubare la terra ai più deboli, sparatorie per strada ed eroi praticamente invincibili, instancabili, indefettibili. Il punto è che queste immagini stereotipate sono erronee. Storicamente parlando, non hanno senso alcuno. Appartengono alla mitologia. 
La realtà del West, squallidissima e incredibilmente ostile, è stata dimenticata. Così hanno rimosso il cowboy che si addormentava ubriaco fradicio su un mucchio di sterco sul retro del saloon: non faceva comodo anche solo far cenno a tanta bruttura, che rasentava la subumanità. Il film di Pollack ha contribuito a togliere al West la sua patina di romanticismo per mostrare qualcosa di più simile la vita nei giorni dell'espansione dei coloni a Occidente. 
Un'altra fantasticheria che quest'opera ha aiutato a contrastare è il mito del "ritorno alla Natura". Difficile credere che l'antidoto agli opprimenti obblighi della vita urbana sia lottare per sopravvivere cacciando, mettendo le trappole e morendo di freddo, col rischio di avere l'uretra ferita da cristalli di ghiaccio formatisi nell'orina. 
Eppure manca qualcosa...
 


La storia di John "Mangiafegato" Johnson

Senza nulla togliere al grande valore della pellicola di Pollack e degli attori eccellenti che l'hanno interpretata, c'è qualcosa di importante che è stato omesso nella narrazione. Anzi, è qualcosa di cruciale. In poche parole, si tratta di un grave esempio di censura e di revisionismo storico. Si deve sapere che il protagonista è realmente esistito. Si chiamava John "Liver-Eating" Johnson, nato John Jeremiah Garrison Johnston (New Jersey, 1824 - Santa Monica, California, 1900); si noti la consonante -t- nel cognome originale, che è andata perduta. Fu soprannominato "Liver-Eating", ossia "Mangiafegato", perché mangiava il fegato dei guerrieri Crow che uccideva, allo scopo di trasformare in escrementi la loro essenza vitale. Era un autentico antropofago. La pratica del cannibalismo ha sconvolto i Crow e ha fatto guadagnare al cacciatore una fama terribile: era considerato un demonio. Nella loro lingua, lo chiamavano Dapiek Absaroka, che significa "Uccisore di Crow" (akdappiío "uccisore", Apsáalooke "Crow"). Si dice che Johnson abbia fatto in tutto circa 300 vittime. Oltre a mangiare fegati, raccoglieva anche gli scalpi, cosa che gli permise di acquisire una grande reputazione, quindi il computo dei Crow uccisi non è poi così inverosimile come potrebbe sembrare a prima vista - anche considerato che questi atti cruenti avvennero nel corso di 25 anni. 
Secondo quanto raccontato da Boone Helm, anche lui uomo di frontiera, Johnson fu catturato da un gruppo di Piedi Neri, mentre stava recandosi dalle Teste Piatte, tribù di origine della moglie. I Piedi Neri lo tennero legato in una tenda, mettendo una guardia a sorvegliarlo. La loro intenzione era di venderlo ai Crow. Johnson si liberò dai legacci usando i denti, quindi uscì dalla tenda, colpì la guardia negli occhi e le asportò lo scalpo. Con un coltello le recise una gamba, che portò con sé per nutrirsi durante la fuga. Fuggito dai Piedi neri camminò per più di 300 chilometri e riuscì a raggiungere la capanna del suo compagno di caccia, Del Gue. 
Alla fine, Johnson fece pace con i Crow, che divennero "suoi fratelli". La sua vendetta personale contro di loro giunse così al termine. Nel 1864 si unì alla Compagnia H, 2° dell'Esercito dell'Unione, Cavalleria del Colorado, a St. Louis come soldato semplice e fu congedato con onore l'anno successivo. Durante gli anni '80 del 1800, fu nominato Vicesceriffo a Coulson, nel Montana, e Maresciallo cittadino a Red Lodge, sempre nel Montana. Morì nel 1900 in una casa di riposo per veterani, a Santa Monica, in California. 


Il tabù e le radici dell'America

Perché si è omesso di dire che Johnson era chiamato "Liver-Eating" e che era un antropofago? Credo che sia per un semplice fatto: perché gli Stati Uniti ricordano volentieri i loro presidenti e i loro eroi, ma nascondono i loro cannibali. C'è poi l'idea inveterata quanto fallace secondo cui il cannibalismo sarebbe "roba da negri" (proprio come il razzismo sarebbe "roba da biondi"). Se i fatti cozzano contro questi pregiudizi tranquillizzanti, ad esempio mostrando un caso di antropofagia compiuto da un anglosassone purosangue, ecco che saltano fuori psicologi e psichiatri a giurare e spergiurare che il cannibalismo è una "parafilia". Proprio come la coprofagia, l'incesto, la necrofilia e la pedofilia. Orbene, la cosa non è possibile. Una simile definizione è irrazionale. La carne umana non è merda. È buona e gustosa come quella del porco. Se si cucinasse un arrosto di carne umana e lo si servisse senza dire nulla sulla sua origine, sarebbe molto apprezzato da tutti, con la sola eccezione di vegetariani e vegani isterici, ovviamente. Ci sono sempre stramaledetti giornalisti, servi e prostitute del Potere, che pubblicano articoli in cui qualche cannibale è costretto a cucinare la carne delle vittime in modi elaborati per nascondere un fantomatico "sapore strano". Ma quale cazzo di sapore strano! Forse che la carogna macellata di un porco ha mai avuto un sapore strano? No! Nessuno se ne è mai lamentato. Queste narrazioni stupidissime nascono dai pregiudizi culinari americani. La causa è del Dio della Genesi e dei suoi tabù, che pervadono l'America e che hanno lasciato segni profondissimi anche il resto del mondo. Proprio quel Dio schifiltoso, che si urta se qualcuno mangia la carne assieme ai latticini, o se qualcuno entra con il pene in un intestino retto. Poi comanda di sterminare i popoli (Libri dei Re, Numeri, etc.). Egli non ha nulla a che fare con l'Amore: è un carnefice che prima istiga i suoi figli a compiere atti di sangue e di libidine, poi usa quegli stessi atti come scusa per gettarli nella Gehenna. 


Robert Redford e il cannibalismo

Negli anni '70, Robert Redford era il "golden boy" di Hollywood. Pollack voleva creare un eroe con cui il pubblico potesse identificarsi: un solitario resiliente e tormentato, ma pur sempre umano, anche nelle condizioni più estreme. Trasformare il protagonista in un uomo feroce che mastica e ingurgita i fegati dei suoi nemici, avrebbe spostato il film dal genere western non classico verso l'horror o il cinema di serie B (exploitation), alienando le simpatie di gran parte del pubblico. Per l'attore biondiccio, che era un carrierista molto attento alla propria immagine, Jeremiah doveva rappresentare un utopico ideale di libertà e comunione con la Natura, non una "bestialità degenerata"Nel film, Jeremiah Johnson inizia come un uomo che vuole solo essere lasciato in pace e finisce per diventare una leggenda suo malgrado. Se fosse arrivato a mangiare fegati per vendetta rituale, il personaggio sarebbe passato da "vittima delle circostanze" a "carnefice psicopatico" e "mostro". Il pubblico avrebbe smesso di empatizzare con la sua solitudine e ne sarebbe rimasto sconvolto, terrorizzato. Verso la fine del film, il rapporto tra Jeremiah e i Crow diventa quasi mistico. C'è un reciproco riconoscimento di valore. Se Jeremiah avesse trattato i nemici come "materia organica da trasformare in escrementi", non ci sarebbe stata la scena finale del saluto con la mano alzata (un momento di puro rispetto guerriero), ma solo un odio bestiale, assoluto e irrisolvibile. La dimensione dello sfregio inflitto con l'atto cannibalico non era solo fisica, ma spirituale e metafisica. Nella cultura di molte tribù delle pianure, il fegato non era solo un organo o un pezzo di carne: era la sede stessa della forza vitale o dell'anima. Divorarlo non era un semplice atto di fame, ma un'operazione di annientamento totale. Trasformare l'avversario in scarto biologico era il modo più estremo per negargli qualsiasi dignità, anche nell'Aldilà. 

L'onda lunga del Codice Hays 

Anche se il Codice Hays era stato ufficialmente sepolto nel 1968 e sostituito dal sistema di rating MPAA che conosciamo oggi, la sua onda lunga e il pregiudizio culturale che portava con sé erano ancora vivissimi nel 1972. Probabilmente Sydney Pollack non se l'è sentita di sfidare le convenzioni, che impedivano di parlare di qualsiasi cosa fosse considerata "perversa". Mi sembra significativo notare che la dittatura del Codice Hays metteva in uno stesso calderone di "innominabile" cose tra loro diverse come la fellatio, l'omosessualità, il cannibalismo e il malfattore che la fa franca. Esisteva la stupida credenza, tutta americana, che la realtà fosse emendabile cambiando le parole e nascondendo le cose indesiderate. Non è forse questa la radice ultima di quello schifo che è il politically correct
 

La ricerca dell'attore giusto

Volendo fare un film più aderente alla realtà storica, credo che Robert Redford non fosse adatto al ruolo. Io avrei scelto il mitico Ernest Borgnine: aveva uno sguardo vitreo e allucinato, come il vero Johnson. Un simile sguardo si riscontra spesso nei cannibali (basti pensare a Meiwes e a Chikatilo, solo per fare due esempi). Non ci sono dubbi. Borgnine aveva quella capacità di passare da un sorriso gioviale a un'espressione di pura ferocia ferina in un istante. Questo perché era un autentico berserk, un uomo con più di un aspetto, per usare un'espressione tipica dei Vichinghi. Quello sguardo suggerisce una frattura nell'anima, una disconnessione totale dalla morale umana, una bramosia che va oltre la fame biologica. Borgnine, eccellente attore di origine italiana, non avrebbe avuto bisogno di dialoghi per far capire che stava mangiando un fegato; gli sarebbe bastato guardare nella macchina da presa. 

Accoglienza in America 

Anche Jeremiah Johnson ha ricevuto un'accoglienza generalmente positiva dalla critica e ha avuto successo al botteghino, non ha ricevuto premi importanti, probabilmente a causa di una combinazione di fattori, tra cui il genere del film (un western incentrato sullo sviluppo dei personaggi piuttosto che sulle tipiche trame premiate), il momento della sua uscita e il panorama competitivo dei premi di quell'anno, in cui altri film avrebbero potuto essere considerati più "prestigiosi" dagli enti che assegnano i premi. 
Si segnala che la presentazione in anteprima mondiale avvenne il 7 maggio al Festival di Cannes del 1972, con partecipazione al concorso. Fu il primo film western ad essere ammesso al Festival. L'anteprima hollywoodiana si tenne al Chief Theater di Pocatello, nell'Idaho, seguita dalla première americana il 2 dicembre a Boise, sempre nell'Idaho - mentre l'uscita nelle sale cinematografiche statunitensi iniziò il 21 dicembre 1972 a New York City. 
Il film di Pollack ha guadagnato 8.350.000 dollari negli Stati Uniti e in Canada entro la fine del 1973. Con le riedizioni del 1974 e del 1975 ci sono stati ulteriori incassi, pari a 10.000.000 di dollari e 4 milioni di dollari rispettivamente. Negli Stati Uniti e in Canada ha incassato  in tutto ben 44.693.786 dollari, con un incasso lordo riportato per le riedizioni pari a 25.000.000 di dollari. 
 

Altre recensioni e reazioni nel Web
 
Il Dizionario dei film Morandini coglie l'importanza di questa pellicola con un intervento citatissimo nel Web: 
 
"È uno dei western che inaugurarono una nuova tendenza del genere, con gli indigeni amerindi visti come una cultura ostile all'estendersi della civilizzazione, ma non inferiore né negativa. (...) Il conflitto tra la collettività dei legittimi padroni del luogo e la necessità storica del pioniere scatena una dura lotta, ma sfocia nella necessaria pratica della tolleranza."  

L'irritabile Roger Greenspun, critico cinematografico del New York Times, osservò nella sua recensione del 1972, oscurissima e a malapena comprensibile: 

"Il fatto che non riesca del tutto è forse meno colpa dell'attore o della concezione che di una sceneggiatura che tende a essere ponderosa riguardo ai suoi imponderabili e che ogni tanto sembra scritta dagli autori della Bibbia... Ma nonostante tutto il suo coinvolgimento con l'arte cinematografica accademica, Jeremiah Johnson è pieno di compensazioni. Ci sono [momenti] di grande bellezza e terrore e di pathos profondamente meritato." 

Un articolo di Variety affermava, in occasione della presentazione a Cannes: 

"Il film ha una sua forza e bellezza e l'unica critica potrebbe risiedere nella sua esegesi non sempre chiara dello spirito umanistico e della libertà a cui aspirano la maggior parte dei suoi personaggi. Non è un western di nuova concezione, con le sue demistificazioni, la sporcizia e l'enfasi sulla brutalità dell'epoca, così come i suoi aspetti eroici, ma mostra una visione più profonda delle relazioni tra indiani e bianchi e beneficia di una regia superba, di un'eccellente fotografia e di un montaggio nitido." 

Charles Champlin del Los Angeles Times ha parlato di "una rara e tonica autenticità", affermando questo:  

"Il film non tanto rivela uno stile di vita, quanto piuttosto ci immerge al suo interno. Accendere il fuoco con selce e acciaio sembra il lavoro terribilmente frustrante che è; cacciare e pescare sembrano esasperanti quanto lo sono; la neve sembra fredda quanto lo è e le mani hanno l'aspetto intorpidito e violaceo che conferisce loro".

Gene Siskel del Chicago Tribune, ha scritto: 

"Stranamente, sono le scene violente, quelle che non funzionano all'interno della storia, in cui Pollack eccelle. La battaglia di Jeremiah con un branco di lupi e, più tardi, un branco di Indiani Crow, sono esempi sbalorditivi di regia e montaggio."

Immagino che ormai tutto questo materiale dei quotidiani americani, risalente al 1972, sarebbe finito al macero da molto tempo, se si fossero lasciate le cose al loro corso. Restano numerosi frammenti unicamente perché qualcuno si è preso la briga di riportarli nelle vastità del Web. 

Curiosità varie 

Il corpo del cacciatore John Johnston era stato sepolto nel cimitero della Veterans Administration di Los Angeles, California. Dopo l'uscita del film di Pollack, i resti di Johnston furono traslati e riseppelliti all'Old Trail Town di Cody, nel Wyoming. Robert Redford fu uno dei portatori della bara alla cerimonia di sepoltura, a cui parteciparono ben 2.000 persone. 
Domanda da un milione di dollari: Redford era a conoscenza delle pratiche antropofaghe di Johnson, oppure viveva in un mondo suo? A quanto pare, durante quella cerimonia, l'attore parlò del rispetto che provava per la tempra di quell'uomo, pur ammettendo implicitamente che il suo Jeremiah ne era una versione romanzata, un simbolo dell'individualismo americano piuttosto che un resoconto biografico fedele. 

Lo sceneggiatore John Milius non andava d'accordo con Robert Redford e con Sydney Pollack, così fu licenziato. Milius sosteneva che gli sceneggiatori successivi non avrebbero saputo scrivere come lui; l'unico che diede un contributo alla sceneggiatura fu Edward Anhalt. Dopo che Anhalt abbandonò il progetto, Pollack e Redford furono costretti a riassumere Milius per finire il film. 

Il ruolo di Jeremiah Johnson doveva essere originariamente interpretato da Lee Marvin e poi da Clint Eastwood, con Sam Peckinpah incaricato della regia. Tuttavia, Peckinpah non andò d'accordo con Eastwood, così abbandonò il progetto. Eastwood decise di girare invece Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971). La Warner Bros. intervenne e scelse la sceneggiatura di John Milius come veicolo per Robert Redford. Senza ancora un regista in lizza, Redford convinse Sydney Pollack a prendere il timone; i due stavano cercando un altro film su cui collaborare dopo Questa ragazza è di tutti (1966). 
Lee Marvin, pieno di fierezza, sarebbe stato una buona opzione. Clint Eastwood, troppo magro, non sarebbe andato bene. 

Il casting per il ruolo di Cigno Pazzo (Swan), la moglie di Jeremiah, durò tre mesi. Dopo un'audizione per un altro ruolo, l'attrice Delle Bolton fu notata dal direttore del casting, che la invitò a partecipare al concorso per gli Hugh O'Brian Awards della UCLA School of Theatre Arts. La Bolton sostenne poi un colloquio con 200 donne native americane e alla fine vinse il ruolo, pur non essendo lei stessa nativa americana. 

Molte delle riprese del film sono state girate nella proprietà di Robert Redford nello Utah o nelle sue vicinanze - all'epoca possedeva circa 600 acri - anche se alcune location si trovavano a ben 600 miglia di distanza. Vivendo nello Utah, l'attore ha spesso svolto il ruolo di guida turistica per i sopralluoghi e le ricognizioni delle location del film. Lo Stato ospita anche il Sundance Film Festival, che si tiene ogni anno. 

La ragazzina biondiccia che Johnson trova nascosta nella cantina è in realtà la futura superstar della musica country Tanya Tucker. La sua famiglia viveva nella zona in cui si girava il film e lei continuava a insistere con Robert Redford affinché le desse una parte. Il suo singolo di grande successo "Delta Dawn" fu trasmesso in radio un mese prima dell'uscita del film al cinema.

mercoledì 14 febbraio 2024


THE CYCLOPS
 

Titolo originale: The Cyclops
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1957
Durata: 66 min
Dati tecnici: B/N
   Rapporto: 1,78:1
Genere: Orrore, fantascienza, avventura
Regia: Bert I. Gordon
Sceneggiatura: Bert I. Gordon
Produttore: Bert I. Gordon
Casa di produzione: B&H Productions
Fotografia: Ira H. Morgan
Montaggio: Carlo Lodato
Effetti speciali: Bert I. Gordon 
Effetti speciali vocali: Paul Frees
Musiche: Albert Glasser
Trucco: Carlie Taylor, Jack H. Young 
Assistente produttore: Flora M. Gordon 
Assistente del direttore/copro-duttore: Henry Schrage 
Assistente alla regia: Harry L. Fraser, Ray Taylor Jr.
Reparto artistico: James Harris 
Reparto sonoro: Douglas Stewart 
Continuità: Diana N. Loomis 
Sequenze con animali: Jim Dannaldson, Ralph Helfer 
Supervisore aeronautico: Henry "Hank" Coffin
Interpreti e personaggi: 
  James Craig: Russ Bradford
  Gloria Talbott: Susan Winter
  Lon Chaney Jr.: Martin "Marty" Melville
  Tom Drake: Lee Brand
  Duncan "Dean" Parkin: Bruce Barton / ciclope
  Vicente Padula: governatore
  Marlene Kloss: commessa
  Manuel López: poliziotto 
  Paul Frees - effetti vocali del ciclope 

Trama: 
Il pilota collaudatore Bruce Barton è scomparso in Messico. La sua ragazza, Susan Winter, non si dà per vinta, rompe i coglioni a destra e a manca disturbando persino la siesta dei funzionari. Finisce così con l'organizzare una squadra di ricerca, che viene inviata nella foresta. Tre ganzi, lo scienziato Russ Bradford, l'esperto minerario Martin "Marty" Melville e il pilota Lee Brand, si avventurano in un territorio del tutto sconosciuto. Durante le ricerche scoprono colossali animali terrestri mutati geneticamente che hanno assunto proporzioni gigantesche: un topo, un'aquila, un ragno, un'iguana verde, una lucertola e un boa constrictor, grandi come pullman! 
Cosa ancor più importante, il gruppo incontra Barton, trasformato in un immane ciclope mutato alto ben 7,6 metri e con un occhio solo, rimasto atrocemente sfigurato a causa dell'esposizione alla radioattività proveniente dai giganteschi giacimenti di uranio nella zona. Questo fenomeno è responsabile delle dimensioni insolite di tutti gli animali della regione. Il ciclope è demente e incapace di parlare. Oltretutto è anche arbitrario e imprevedibile nella sua furia. Dopo una serie di snervanti peripezie, uccide Melville, con la ferocia di un bambino che si diverte a straziare le lucertole, tuttavia sembra riconoscere Susan - anche se nutre verso la donna una malsana gelosia: vorrebbe farla arrampicare sul suo gigantesco mazzone! Quando il ciclope cerebroleso cerca di impedire al resto del gruppo di mettersi in salvo, viene ferito a un occhio da Bradford con un'asta acuminata che lo dilania, morendo dopo un'orrenda agonia. 

Slogan: 
Nature gone mad! 
A world of terror 
- it was a monster, yet it was a man! 
You'll hardly believe what your own eyes see! 


Recensione: 
Certo, bisogna capire l'epoca in cui il film è stato girato. Gli effetti speciali sono assolutamente grossolani e rudimentali: si limitano alla proiezione sullo sfondo e all'inserimento di immagini di grandi dimensioni nelle scene. Trash assoluto, senza alcuna speranza di rivalutazione. Spero che non ci saranno mai idioti animati dall'insana volontà di farne un cult, come purtroppo è accaduto a molti altri escrementi di celluloide! 
C'è una scena in cui Barton afferra Susan Winter, ma cattura anche lo sfondo, rivelando il colore nero retrostante. Raramente ci si può imbattere in qualcosa di più grezzo. La scoperta dell'aereo del pilota collaudatore Barton include detriti dissimili e casuali sparsi in giro, sotto forma di un'ala di aereo leggero, un tettuccio di un P-51 Mustang e un motore radiale. 
La sceneggiatura è banale, striminzita, quasi inesistente. In pratica è stato mescolato il racconto dell'Odissea su Ulisse che acceca Polifemo, ibridandolo con il mito di King Kong innamorato della protagonista. Le cose sono state rese più semplici privando il ciclope del dono della parola (che Polifemo aveva eccome), rendendolo una bestia, non diversamente dal gorilla gigante dell'Isola del Teschio. 
Il comportamento dei personaggi è a dir poco illogico. Persino le locandine fanno schifo! 
Questo film è stato girato nel 1955, il che lo pone come immediato precursore di I giganti invadono la Terra (The Amazing Colossal Man, 1957) di Gordon e del suo sequel, War of the Colossal Beast (1958), in cui il tizio gigante sfoggia lo stesso trucco facciale usato per The Cyclops. A parte la somiglianza di altezza e aspetto, le trame del film non sono correlate. 

Pseudociclope

Tecnicamente parlando, la creatura monocola che compare nella pellicola non è un vero e proprio ciclope, dato che non ha un occhio collocato in posizione centrale come Polifemo. Si vede che invece presenta un'escrescenza carnosa, una specie di spessa membrana di cute e muscoli che gli copre un occhio, mentre l'altro resta intatto, nella sua posizione naturale. Un autentico ciclope dovrebbe avere l'unico occhio in posizione centrale e un'unica orbita. Si deve ricordare che furono i crani degli elefanti nani della Sicilia a suggerire l'idea delle creature umanoidi monocole della stirpe di Polifemo. Purtroppo questo concetto semplicissimo non è ben compreso. In particolare i cineasti americani spesso non lo accettano e non vogliono sentire parlare di limiti.  


Incoerenze interne

I personaggi chiamano la loro località "Canyon Tarahumara". Tarahumara è il nome dato dagli Spagnoli al popolo Rarámuri che popola la Sierra Madre occidentale a Chihuahua, in Messico, in particolare il Copper Canyon (Barrancas del Cobre). Sono i più antichi ultramaratoneti, addestrati fin da piccoli a correre! Molte delle specie animali ingrandite nel film (iguana, boa constrictor, ecc.) non sono originarie di quella zona. Se fosse presente un agente che aumenta le dimensioni, un'intera serie di grandi comunità di Rarámuri ne risentirebbe. Inoltre, le creature più numerose in assoluto nell'area in questione sono insetti, ma nessuno viene mostrato. Infine, la località delle riprese non è chiaramente la Sierra Madre e non sembra nemmeno essere un canyon. Il problema sapete qual è? Il regista con ogni probabilità non sapeva nulla dell'esistenza stessa dei Rarámuri, era fermamente convinto che quella regione non ospitasse umani. Un caso di ignoranza... davvero ciclopica! La possibilità di documentarsi esisteva già all'epoca, anche se non esisteva il Web. 

Etimologia di Rarámuri - Tarahumara

L'endoetnico Rarámuri significa "corridori", "coloro che hanno piedi leggeri", "coloro che corrono bene". Si tratta di un composto che deriva da hrara "piede" e dalla radice verbale muri "correre". Se è vero che gli Spagnoli usavano l'esoetnico Tarahumara, è altresì incontestabile che questa denominazione non è nata in Castiglia! Non è una parola spagnola, come invece si trova spesso riportato nel Web. Deriva da una lingua uto-azteca affine a quella dei Rarámuri ed è formata dalle stesse radici: ta- è un prefisso, rahu- significa "piede" e corrisponde a hrara, mentre -mara significa "correre" e corrisponde a muri. C'erano differenze ma anche somiglianze notevoli. Non ho elementi per classificare con maggior precisione questa lingua uto-azteca, purtroppo andata perduta.

La solita porcata delle radiazioni che ingigantiscono

Bert Ira Gordon si fa interprete monomaniaco di uno dei più radicati miti popolari americani, che attribuisce alla radioattività il potere di ingigantire gli esseri viventi. Tutto questo con buona pace della Fisica e di qualsiasi principio di conservazione. Secondo il volgo della Terra dei Liberi, basta un po' di uranio per moltiplicare a dismisura il numero degli atomi, creando materia ed energia dal nulla! Tale credenza insensata e superstiziosa, comunissima negli anni '50 del XX secolo, è tutt'altro che estinta. Se anche le radiazioni fossero dotate delle mirabolanti proprietà che gli ha attribuito il regista, non si vede come possano agire sulla materia inanimata, ingigantendo i mutandoni del ciclope! Qui entra in campo lo stupidissimo senso del pudore imperante negli States nell'epoca in cui il film fu girato: era inconcepibile far vedere un mostro nudo, in qualche modo doveva essere protetto da abiti del tutto privi di senso, che in quelle condizioni non potrebbero mai esistere. Direi che siamo di fronte all'esatto opposto della fantascienza hard

Curiosità 

I protagonisti principali, James Craig, Tom Drake e la sensuale Gloria Talbott, firmarono per la produzione indipendente; inizialmente avrebbe dovuto essere una produzione RKO, ma i finanziamenti saltarono. Il produttore e regista Bert I. Gordon lavorò febbrilmente per completare il film prima che finissero i fondi, con solo cinque o sei giorni di riprese a disposizione. A rendere le cose più facili e gradevoli c'era il dover fare i conti con Lon Chaney Jr., che era costantemente ubriaco come Superciuk! 

domenica 3 dicembre 2023


LA PROSTITUZIONE TRA I COLIBRÌ 

Il colibrì dei Caraibi dalla gola purpurea (Eulampis jugularis) è una specie appartenente alla famigia dei Trochilidi. La sua area di diffusione comprende Antigua, Guadalupe, Martinica, Montserrat, Saba, Santis Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Sint Eustatius. È stato osservato anche a Barbados, Barbuda, Grenada e nelle Isole Vergini. Il suo habitat naturale sono le foreste umide tropicali o subtropicali di bassa quota e i terreni altamente degradati derivati da precedenti foreste. Si adatta bene alle alterazioni del suo ambiente naturale, come ad esempio la trasformazione delle foreste in piantagioni di banani. 

L'Eulampis jugularis ha un piumaggio scuro, con gola e petto di color porpora, coda verde-blu, ali color smerando e becco ricurvo verso il basso. Questi minuscoli uccelli, che pesano all'incirca otto grammi, sono territoriali. Il maschio difende i territori ricchi di nettare floreale; la femmina fa questo soltanto durante la stagione riproduttiva. Studi conditti sull'isola di Dominica (Temeles e Kress, 2000) hanno dimostrato che la femmina preferisce accoppiarsi con maschi nei cui territori il nettare è più abbondante. La capacità del maschio di mantenere un ricco raccolto di nettare nel suo territorio non dipende soltanto dal numero di fiori presenti sul territorio, ma anche dalla sua capacità di prevenire furti da parte di intrusi. I maschi difendono riserve di nettare superiori più del doppio al loro fabbisogno energetico, fornendo al contempo qualche risorsa per attrarre intrusi di sesso femminile con cui potersi accoppiare. Così il comportamento territoriale dei maschi consta nella difesa di alcuni fiori come riserve di cibo e altri fiori come cibo per femmine estranee. Le possibilità di successo nell'accoppiamento variano in funzione della qualità del territorio, dalla bellicosità del maschio e dalle sue dimensioni. 

Sarebbe un grave errore proiettare sui colibrì un'emotività viscerale umana, lasciandosi ingannare dal loro aspetto grazioso. Gli antenati degli Aztechi avevano di certo notato la combattività di questi uccelli, da cui hanno tratto il nome della loro divinità della guerra, Huitzilopochtli, che deriva dalle parole huitzilin "colibrì" e opochtli "sinistra". 

Eppure già anni prima degli studi di Temeles e Kress, l'ornitologo Larry L. Wolf dell'Università di Syracuse (New York) ha fatto una scoperta ancor più interessante. Osservando il comportamento delle femmine dell'Eulampis jugularis, ha potuto constatare che esso è in tutto e per tutto assimilabile alla prostituzione: le femmine offrono sesso in cambio di cibo, e questo nel periodo dell'anno in cui non si riproducono. L'articolo di Wolf si intitola per l'appunto "Prostitution" behavior in a tropical hummingbird, e la sua pubblicazione risale al 1975. 
Link:

Le femmine dei colibrì della maggior parte delle specie sono chiaramente le sole responsabili per lo sforzo di nidificazione e non c'è alcun legame di coppia (Wagner, 1954; Wolf, 1964; Lack, 1968), anche se i maschi di alcune specie forniscono un aiuto indiretto (Wolf e Stiles, 1970; Snow e Snow, 1973). Questo significa che persino durante la stagione riproduttiva, le femmine della maggior parte delle specie non sono in grado di convivere o di utilizzare regolarmente un'area difesa dal maschio. In molte specie le femmine che nidificano non mantengono e probabilmente non possono mantenere territori intorno ai fiori (Wolf e Wolf, 1071; Stiles, 1973) e sono costrette a nutrirsi in territori incustoditi ed energeticamente poveri. Le femmine il cui comportamento permette loro di sfruttare cibo difeso dai maschi sembrano avere un vantaggio selettivo sia nella stagione riproduttiva che in quella non riproduttiva. Questo rapporto descrive aspetti del comportamento di accoppiamento nella stagione non riproduttiva della femmina del colibrì dei Caraibi dalla gola rossa (Eulampis jugularis) per assicurarsi l'accesso alle riserve di nettare dei territori dei maschi. Siccome il comportamento sessuale in questi casi è utilizzato per un beneficio energetico per la femmina, chiamo questo comportamento "prostituzione".  

Qualcuno commenta questa testimonianza di meretricio tra i colibrì affermando che "Si tratta di rapporti sessuali estemporanei, il cui vero significato non è stato tuttavia ancora chiarito dal punto di vista etologico." 

In realtà i farfugliamenti degli etologi non spiegano proprio nulla: partono dal presupposto che ogni comportamento sia una "strategia riproduttiva", e quando hanno davanti agli occhi qualcosa che contraddice la loro idea di "Natura meravigliosa", ecco che ne rimangono straniti a tal punto da perdere ogni barlume di facoltà razionale, finendo poi col passare sotto silenzio l'evidenza scomoda. L'idea materialista non è in grado di nascondere le molteplici evidenze della malvagità della Natura, che cerca di ridurre a tutti costi a codici evoluzionistici incapaci di render conto del perché certi orrori avvengano. 

Per la Fede dei Buoni Uomini, questa realtà miserabile della biologia è oltremodo chiara, sondabile fino alla sua radice ultima e spiegabile in termini comprensibili a tutti. Il Creatore Malvagio di questo universo ha imposto ogni sorta di comando deleterio nei corpi che ha tratto dal fango, non soltanto umani ma anche animali. Molte sette diffuse negli USA parlano al giorno d'oggi di Disegno Intelligente. In realtà, dimenticano di apporre a questa locuzione gli aggettivi Maligno e Satanico

(Il Volto Oscuro della Storia, 18 novembre 2012)

domenica 6 agosto 2023

Conversazione tra Marco Moretti e Bard 
- L'origine e l'evoluzione del linguaggio umano -

MM:

Come ha avuto origine il linguaggio umano? Perché non esistono "lingue primitive", ma soltanto lingue sviluppate e perfette? 

Bard: 

L'origine del linguaggio umano è un mistero affascinante che stuzzica la curiosità di studiosi e filosofi da secoli. Non esiste una risposta definitiva e definitiva, ma diverse teorie tentano di spiegare come questa capacità complessa si sia evoluta. 

Teorie sull'origine del linguaggio:
  • Teoria onomatopeica: Il linguaggio si sarebbe originato dall'imitazione dei suoni naturali, come versi animali o rumori ambientali.
  • Teoria gestuale: La comunicazione sarebbe iniziata con gesti e mimica facciale, evolvendosi poi in parole.
  • Teoria neurologica: Il linguaggio sarebbe il risultato di un'evoluzione del cervello umano, con lo sviluppo di aree specifiche dedicate alla produzione e comprensione del linguaggio.
  • Teoria della protolingua: Esisteva una "lingua madre" universale da cui si sono poi diramate tutte le lingue del mondo. 

Perché non esistono lingue primitive:

Ogni lingua, indipendentemente dalla sua struttura o complessità, è un sistema perfettamente funzionante per comunicare idee e concetti. Non esistono lingue "primitive" perché ogni lingua ha la sua storia, evoluzione e complessità. Le lingue cosiddette "primitive" sono spesso quelle con una struttura grammaticale più semplice o un vocabolario lessico ridotto, ma ciò non significa che siano meno efficienti o meno espressive.

Fattori che influenzano lo sviluppo linguistico: 
  • Contatto con altre lingue: L'interazione con culture diverse può portare all'adozione di nuove parole e concetti, influenzando lo sviluppo del lessico e della grammatica.
  • Isolamento geografico: Le lingue isolate da altre lingue tendono a evolversi più lentamente, conservando caratteristiche arcaiche.
  • Cambiamenti sociali e culturali: Eventi storici, migrazioni e innovazioni tecnologiche possono influenzare il modo in cui le persone comunicano, determinando l'evoluzione del linguaggio.

In definitiva, il linguaggio è un organismo vivo in continua evoluzione. Non esiste una "lingua perfetta" perché ogni lingua è un riflesso della cultura e della storia del popolo che la parla. Lo studio delle lingue ci permette di comprendere meglio la nostra storia, le nostre relazioni con gli altri e il modo in cui pensiamo. 

MM: 
Mancano lingue con un lessico rudimentale di un centinaio di parole, capaci di esprimere solo concetti basilari in modo "telegrafico", solo per fare un esempio.

Bard: 

In effetti, hai ragione. Esistono lingue con un lessico rudimentale di poche centinaia di parole, capaci di esprimere solo concetti basilari in modo "telegrafico". 

Ecco alcuni esempi: 
  • Lingua dei segni pidgin: Le lingue dei segni pidgin si sviluppano quando comunità con lingue diverse necessitano di comunicare tra loro. Sono caratterizzate da un lessico ridotto e una grammatica semplificata.
  • Lingua franca: Le lingue franche sono lingue adottate come lingua comune per facilitare la comunicazione tra popoli con lingue diverse. Spesso hanno un lessico limitato e una struttura grammatica flessibile.
  • Lingue isolate: Alcune lingue, come il basco o il pirahã, non sono imparentate con nessuna altra lingua conosciuta. Possono avere caratteristiche linguistiche inusuali, come un lessico ridotto o una grammatica complessa. 

Tuttavia, è importante precisare che anche queste lingue, pur essendo semplici rispetto ad altre, sono sistemi linguistici completi e funzionali. Permettono ai loro parlanti di comunicare efficacemente all'interno del loro contesto sociale e culturale.

Ecco alcuni motivi per cui le lingue con un lessico rudimentale possono essere utili:
  • Efficacia: In alcuni contesti, la comunicazione rapida e concisa è più importante della complessità linguistica.
  • Facilità di apprendimento: Le lingue con un lessico ridotto sono più facili da imparare per gli stranieri.
  • Preservazione culturale: Le lingue isolate possono fornire informazioni preziose sulle culture e le storie dei popoli che le parlano.

In conclusione, la diversità linguistica è un fenomeno affascinante che riflette la complessità delle culture umane. Non esiste una "scala di perfezione" quando si tratta di lingue. Ogni lingua, con le sue caratteristiche uniche, ha un valore intrinseco e merita di essere preservata. 

MM:

Il basco non è affatto una lingua rudimentale.

Bard: 

Hai ragione, mi scuso per la mia precedente affermazione. Il basco non è una lingua rudimentale. È una lingua complessa e ricca, con una propria grammatica, un lessico di oltre 400.000 parole e una ricca tradizione letteraria.

La mia precedente affermazione era basata su un'idea errata che le lingue con un lessico ridotto o una grammatica diversa dalle lingue indoeuropee siano necessariamente "primitive" o "semplici". In realtà, come hai correttamente sottolineato, il basco è un sistema linguistico completo e perfettamente funzionante, capace di esprimere concetti complessi e sfumature sottili.

Ecco alcuni esempi della complessità del basco: 
  • Morfologia: Il basco ha una morfologia ricca e complessa, con un sistema di flessione nominale e verbale molto articolato.
  • Sintassi: La sintassi basca è diversa da quella delle lingue indoeuropee, con un ordine delle parole più libero e una maggiore flessibilità.
  • Lessico: Il basco ha un lessico ricco e diversificato, con molte parole di origine preindoeuropea.

Inoltre, il basco ha una lunga e ricca tradizione letteraria, che risale al XVI secolo. La letteratura basca comprende opere di poesia, narrativa, teatro e saggistica.

In conclusione, il basco è una lingua viva e vibrante, con una ricca storia e una cultura unica. È un esempio di come la diversità linguistica sia un patrimonio prezioso da preservare e valorizzare. 

MM:

Qual è la lingua con meno parole? 

Bard:

La lingua con il minor numero di parole al mondo è il Toki Pona, con un vocabolario di base di appena 120 parole.

Creata nel 2000 dalla linguista canadese Sonja Lang, questa lingua ausiliaria si distingue per la sua estrema semplicità e facilità di apprendimento. Nonostante il vocabolario ridotto, il Toki Pona è in grado di esprimere concetti complessi grazie ad una grammatica ben strutturata e all'uso di parole composte.

Ecco alcune caratteristiche del Toki Pona: 
  • Vocabolario limitato: Le 120 parole di base coprono concetti essenziali come persone, oggetti, azioni, qualità e relazioni.
  • Grammatica semplice: La struttura grammaticale è regolare e intuitiva, con poche eccezioni.
  • Parola composte: Le parole composte permettono di esprimere concetti più complessi combinando parole semplici.
  • Flessibilità: Il Toki Pona è flessibile e adattabile, permettendo di esprimere diverse sfumature di significato. 
Nonostante il suo numero limitato di parole, il Toki Pona è una lingua espressiva e completa, utilizzata da persone in tutto il mondo per comunicare, creare arte e letteratura. 

Se ti interessa conoscere una lingua semplice, efficace e unica, il Toki Pona rappresenta un'opzione affascinante.

MM: 

Il punto è che il Toki Pona è una lingua artificiale. Qual è la lingua naturale con meno parole? 

Bard:

Se escludiamo le lingue artificiali, il titolo di lingua naturale con il minor numero di parole è conteso tra diverse candidate, ognuna con caratteristiche e peculiarità differenti: 
  • Tuyuca: Parlata da circa 13.000 persone in Brasile e Colombia, questa lingua conta un vocabolario di circa 600 parole. La sua semplicità grammaticale e l'utilizzo di parole composte permettono di esprimere concetti complessi con un numero limitato di termini.
  • Rotokas: Lingua minoritaria parlata nelle Isole Salomone, conta circa 600 parole. Caratterizzata da una struttura grammaticale complessa e dall'uso di parole composte, il Rotokas è in grado di esprimere una vasta gamma di concetti con un vocabolario ridotto.
  • Yana: Estinta all'inizio del XX secolo, questa lingua californiana aveva un vocabolario stimato di circa 600 parole. Nonostante il numero limitato di termini, la complessa grammatica del Yana permetteva di esprimere concetti astratti e sfumature di significato.
  • Mawng: Parlata da circa 500 persone in Papua Nuova Guinea, questa lingua conta un vocabolario di circa 700 parole. La sua semplicità grammaticale e l'utilizzo di parole composte la rendono una lingua efficiente e adattabile.
  • Taushiro: Lingua minoritaria parlata in Perù, conta circa 2.000 parole. Caratterizzata da una struttura grammaticale complessa e dall'uso di suffissi, il Taushiro permette di esprimere una vasta gamma di concetti con un vocabolario relativamente ridotto. 

È importante sottolineare che la determinazione del numero preciso di parole in una lingua è un'impresa complessa e soggettiva, in quanto dipende da vari fattori come la distinzione tra parole semplici e composte e la considerazione di forme verbali e derivate.

Inoltre, la nozione di "lingua con meno parole" è relativa, poiché diverse lingue possono raggiungere un'elevata efficienza comunicativa con un numero ridotto di termini, sfruttando al meglio le risorse grammaticali e le strategie espressive a loro disposizione.

Alcuni commenti

Quello che più mi sorprende nell'Intelligenza Artificiale, oltre alle sue spudorate allucinazioni (si può inventare di sana pianta il dizionario di una lingua!), è la sua capacità di contraddirsi. Se riporta un'informazione falsa (es. "il basco è una lingua semplice e rudimentale"), quando l'interlocutore lo fa notare, si scusa e riporta subito informazioni decenti - che a voler ben vedere avrebbe potuto trovare fin dall'inizio. A volte si ha l'impressione che si faccia beffe delle persone, a volte invece sembra che non riesca a comprendere proposizioni semplici, addirittura banali, fraintendendo persino le ovvietà. Non si comprende l'origine di questo caos informe. 

sabato 1 aprile 2023

 
QUELLO DI CUI LA NATURA
NON HA BISOGNO
 
 
Titolo originale: More than Nature Needs: Language,
      Mind, 
and Evolution
Autore: Derek Bickerton  
Lingua originale: Inglese 
Anno: 2014  
I ed. italiana: 2022  
Genere: Saggio 
Temi: Neuroscienze, linguaggio, biologia, 
   evoluzione, lingue creole 
Editore: Adelphi  
Collana: Biblioteca Scientifica 
Numero: 66
Codice ISBN: 9788845936593 
Pagine: 477 pagg. 
Traduzione: Davide Bordini 
 
Sinossi (risvolto): 
Noto per aver formulato, in parallelo a Darwin, una teoria evoluzionistica «per selezione naturale», Alfred Wallace ne coglieva fin dall’inizio uno dei limiti principali: l’incapacità di spiegare perché la nostra specie abbia acquisito una mente «di gran lunga più potente» rispetto alle necessità adattative. Domanda ingombrante, a cui lo stesso Darwin tentava di rispondere ipotizzando che quella ridondanza cognitiva fosse l’esito «dell’uso continuo di un linguaggio perfetto». Congelato per oltre un secolo e riaffiorato solo negli ultimi anni, il «problema di Wallace» ha trovato infine una convincente soluzione in questo libro ammaliante e definitivo. Riconsiderando punti di forza e carenze delle principali teorie sull’argomento, Bickerton ricolloca il linguaggio nell’alveo evoluzionistico e in­dividua tre fasi decisive per il suo sviluppo: quella della generazione nel cervello di «rappresentazioni di unità simboliche», innescata dalla comunicazione dislocata necessaria per il reclutamento di alleati nella saprofagia conflittuale; quella della riorganizzazione neurale in rapporto alle sollecitazioni ambientali, in cui il cervello ridisegna le proprie connessioni in modo da collegare le parole ai concetti appropriati; e quella culturale, in cui un processo di elaborazione grammaticale sviluppa unità sintattiche elementari in altre più ampie. Bickerton riesce così ad attualizzare la risposta di Darwin al «problema di Wallace», delineando un nuovo orizzonte: «Linguaggio e cognizione (almeno quegli aspetti della cognizione propri degli esseri umani) sono cresciuti a partire da un’origine comune e hanno le stesse fondamenta». La locuzione Homo sapiens loquens sarebbe dunque molto più di un gioco di parole. 

L'autore: 
Derek Bickerton (1926 - 2018), eminente linguista nato in Inghilterra, ha a lungo insegnato alla University of Hawai'i a Mānoa. Basandosi sul suo lavoro sulle lingue creole in Guyana e nelle Hawaii, ha proposto che le caratteristiche delle lingue creole forniscano importanti spunti di riflessione sullo sviluppo del linguaggio sia a livello individuale che come caratteristica della specie umana. È stato l'ideatore e il principale sostenitore dell'ipotesi del bioprogramma linguistico, fondata su questa idea: la somiglianza delle lingue creole è dovuta al fatto che sono state formate da un pidgin preesistente da bambini che condividono tutti una capacità grammaticale innata universale umana.
 
Struttura del volume: 
 
1 Il problema di Wallace 
     La risposta di Darwin 
     La chiave d'accesso al problema 
     La struttura di questo libro 
2 La teoria generativa 
     Le tre fasi della grammatica generativa 
     La teoria standard (1957-1980) 
     Princìpi e parametri (1981-1994) 
     Il programma minimalista (dal 1995 a oggi) 
     Minimalismo ed empirismo 
     Minimalismo e biologia 
     Operazioni minimaliste
     Il problema di Chomsky 
     Proscritto 
3 L'«unicità» degli esseri umani 
     Un «istinto ad apprendere»? 
     L'approccio all'evoluzione in termini di «caratteristiche componenti»
     Sovrastimare la evo-devo 
     Il «patchwork» delle caratteristiche componenti 
     Risalendo la scala fino agli esseri umani 
     Primati e pressioni 
     La teoria della costruzione della nicchia 
     La costruzione della nicchia e la speciazione ominide 
     Alcune linee guida per lo studio dell'evoluzione del linguaggio
4 Dalla comunicazione animale al proto-linguaggio 
     Il paradosso della cognizione 
       Prove a favore della cognizione avanzata 
       Prove contro la cognizione avanzata 
       La soluzione del paradosso della cognizione 
     Il primo passo verso il linguaggio 
     Gli imenotteri dimenticati 
     Una nicchia per «Homo» basata sulla saprofagia? 
     Saprofagia conflittuale e dislocamento 
     La saprofagia e il problema di Wallace 
     L'importanza del dislocamento 
     Dalla cognizione preumana a quella umana 
     Quello che le parole possono fare 
     Il proto-linguaggio 
     Dopo il proto-linguaggio 
5 La grammatica universale 
    La struttura costituente e le sue implicazioni 
    L'«impossibilità» della grammatica universale 
    Il cervello dà una mano 
      Dall'inizio del proto-linguaggio 
      Un modello dell'evoluzione della sintassi come dettata dal cervello 
    Dalla stringa alla frase 
       Concatenare unità simboliche 
       Strutturare le concatenazioni 
    Un modello astratto di come il cervello gestisce la sintassi 
    Il processo di costruzione delle frasi 
       Il c-comando 
       Gli effetti-isola 
       Il riferimento delle «categorie vuote» 
    Dopo la grammatica universale
6 Variazione e cambiamento 
    Perché la variazione e il cambiamento?
    Instabilità intrinseca 
    Sotto-specificazioni che vanno specificate 
      Ordine delle parole 
      Sistemi tempo-modo-aspetto (TMA) 
    Sotto-specificazioni che non richiedono di essere specificate 
      Grammaticizzazione delle relazioni tra parole 
      Grammaticizzazione delle relazioni verbo-argomento
      Grammaticizzazione dei confini tra sintagmi e clausole 
    Cause del cambiamento 
    Obiezioni a questo modello 
      Un'obiezione particolare: categorie funzionali
      Un'obiezione generale: la teoria dei parametri 
7 L'«acquisizione» della lingua 
   Un'alternativa al consenso 
   Il linguaggio infantile è un proto-linguaggio? 
   La fase della parola singola 
   La fase delle due parole 
   Il «discorso telegrafico» 
   La distinzione causativo/non causativo 
   La negazione in francese e in inglese 
   Acquisire le forme interrogative 
   L'«errore» come fonte di comprensione
8 Creolizzazione 
   Il «continuum» delle lingue creole  
   Il ciclo della piantagione 
   Critiche al programma innato 
      Adulti e bambini 
      L'influenza delle lingue di sostrato 
      Creolizzazione «graduale» 
      Negazione del pidgin 
      Differenze nel creolo 
   Lo sranan e il saramaccano: origini comuni o indipendenti? 
      La storia degli albori del Suriname 
      Il lessico dello sranan e del saramaccano  
   La creolizzazione alla Hawaii 
      Lo stato della generazione G2 
      G2 e le lingue dei genitori
   Le lingue creole e l'argomento universalista
9 «Homo sapiens loquens» 
   Le tre stanze e la scala mobile
   L'«uso continuo» e il fattore Joyce 
   Il fattore Joyce 
   Perché non abbiamo bisogno di capacità ulteriori
   Alcune conseguenze di queste proposte 
       Quanto erano probabili gli esseri umani?
       Innatismo contro empirismo 
Conclusione 
Bibliografia
 
Recensione:  
Il problema dell'origine del linguaggio umano è ben lungi dall'essere risolto, con buona pace di quanto affermano il contrario (ad esempio i sostenitori della grammatica generativa di Noam Chomsky). Questo ponderoso testo di Bickerton è certo affascinante, ma tutt'altro che "definitivo" e non fornisce comunque alcuna spiegazione convincente del mistero che è il fondamento della nostra stessa esistenza come creature pensanti. Per quanto il risvolto presenti l'opera come il compimento supremo dell'impresa di ridurre il linguaggio "nell'alveo dell'evoluzionismo", direi piuttosto che lo colloca nel letto di Procuste, tagliando ciò che sporge e stirando ciò che manca. Gli sforzi fatti dall'autore sono senza dubbio eroici e lodevoli, ma credo che ci sia ancora molta strada da percorrere. 

Un'osservazione cruciale 

Questo scrisse nel 1869 il naturalista e geografo britannico Alfred Russel Wallace (1823 - 1913), intendendo con "selvaggi" coloro che vivevano in una società senza scrittura (agrafa) e pre-industriale: 

"La selezione naturale avrebbe potuto dotare i selvaggi di un cervello di poco superiore a quello di una scimmia, mentre essi possiedono un cervello che è di poco inferiore a quello di un membro medio delle nostre società scolarizzate."

Ai frequentatori compulsivi di Facebook il nome di Wallace dirà ben poco. Basti ricordare che fu il cofondatore della teoria dell'evoluzione per selezione naturale, assieme al più noto Charles Darwin (1809 - 1882). Bickerton ci fa capire l'enormità delle conseguenze di quanto Wallace aveva compreso:

"Un cervello leggermente migliore di quello di una scimmia sarebbe comunque bastato per superare in intelligenza qualsiasi altra cosa si muovesse su due o quattro zampe e raggiungere così la cima della catena alimentare. I primi umani non avevano bisogno di occuparsi di matematica, di costruire barche, di comporre musica o di avere idee circa la natura dell’universo per poter fare tutte le cose che in concreto facevano. Il fatto che, all’improvviso, scoprissero di essere dotati di un cervello che potenzialmente avrebbe potuto renderli capaci di tutte queste cose era già abbastanza notevole. Ma ancor più straordinario era che quegli stessi cervelli avrebbero reso capaci coloro che li possedevano di ricoprire il mondo intero delle proprie opere, di immergersi negli abissi più profondi degli oceani e addirittura (meno di mezzo secolo dopo la morte di Wallace) di lasciarsi alle spalle la Terra." 
 
Una singolare contraddizione di Darwin  

Bickerton riporta 
quanto scrisse Darwin nel 1871 (pag. 101, trad. it. pag. 106), in risposta alle argomentazioni del suo connazionale Wallace

"Se si potesse provare che alcuni elevati poteri mentali, come la formazione di concetti generali, l’autocoscienza, ecc. sono assolutamente peculiari all’uomo, il che sembra estremamente dubbio, non sarebbe improbabile che queste qualità apparissero come il risultato incidentale di altre facoltà intellettuali altamente avanzate e queste ancora principalmente il risultato dell’uso continuo di un linguaggio perfetto." 

Se la logica è il prodotto dell'uso continuo di una lingua perfetta, come ebbe a dire Darwin, come si spiega allora l'origine di questa perfezione? Come si è formata la lingua perfetta? Il problema è che Darwin non lo chiarisce affatto, in qualche modo si tira fuori dalla scomoda discussione. Soltanto pochi anni prima, egli avrebbe affermato quanto segue: "La lingua perfetta è stata data all'essere umano dal Creatore". In altre parole, il dono del Logos sarebbe qualcosa di acosmico, quindi non soggetto alle regole dell'evoluzione per selezione naturale. Qualcosa di non scandagliabile dalla stessa mente umana che ne fa uso. Proprio questa è la risposta data da Wallace, che postulava la necessità di un intervento soprannaturale, in grado di conferire alla specie umana la sua unicità rispetto agli altri viventi. In un'altra occasione, sempre nel 1871 (pag. 57, trad. it. pag. 79), Darwin si era contraddetto, affermando quanto segue: 

"[...] i poteri mentali in alcuni primi progenitori dell’uomo devono essere stati più altamente sviluppati che in ogni scimmia esistente, anche prima che la più imperfetta forma di discorso fosse entrata nell’uso."

Mettiamo dunque assieme quanto affermato da Darwin: 
 
I) Pag. 57: le facoltà logiche preesistevano al linguaggio articolato.
II) Pag. 101: le facoltà logiche sono la conseguenza dell'uso del linguaggio articolato. 

Si applica il principio di non contraddizione: le proposizioni I e II non possono essere entrambe vere
 
Bickerton fa notare che i creazionisti, sostenitori del cosiddetto Disegno Intelligente, non hanno sfruttato questo bug. Quindi riporta dichiarazioni di un'estrema gravità e importanza: 

"Il divario cognitivo tra umani e nonumani è il tallone d’Achille dell’evoluzione. Il problema di Wallace è reale, e gli evoluzionisti lo hanno semplicemente ignorato oppure hanno cercato di dare delle spiegazioni che lo facessero scomparire. A quanto ne so, l’unico che ha provato a riaffermarlo è David Premack (1986, p. 133), il quale ha fatto notare che «il linguaggio umano è fonte di imbarazzo per la teoria evoluzionista, perché è molto più potente di quanto si possa spiegare nei termini delle forze selettive»."

Il nascondimento è sempre indice di disonestà intellettuale. A maggior ragione in questo caso, così delicato. Più che di fronte a un'onesta comunità scientifica, vediamo gli effetti deleteri di quella che ha tutte le parvenze di una camorra e di una camarilla. 

Deprivazione linguistica

In buona sostanza, Bickerton ammette che non è facile dedurre qualcosa di utile dalle normali condizioni in cui avviene l'apprendimento di lingue ben consolidate, come ad esempio l'inglese e lo spagnolo. Occorre quindi studiare circostanze in cui l'input linguistico dato ai bambini presenta carenze e distorsioni. Per ragioni etiche, l'autore rifiuta la possibilità di utilizzare metodi sperimentali, che comporterebbero la crescita di bambini "con qualche grado di deprivazione degli input". Restano quindi soltanto due situazioni "naturali" utili: quella dei ragazzi selvaggi e quella in cui hanno origine le lingue creole. Si noterà che in passato ci sono stati studiosi che non hanno avuto scrupoli a tentare esperimenti di deprivazione linguistica, pur con risultati scarsi e assai dubbi. A quanto ci narra Erodoto, il Faraone Psammetico I (... - 610 a.C.), della XXVI dinastia, fece crescere due bambini da un pastore, in modo tale che non gli fosse insegnato a parlare. Quando questi bambini videro per la prima volta il sovrano, pronunciarono la parola "bekos", che in frigio significa "pane". Il Faraone dovette quindi ammettere la maggior antichità dei Frigi rispetto agli Egizi. L'Imperatore Federico II di Svevia (1194 - 1250) decise di far crescere alcuni bambini senza che fosse insegnato loro a parlare. Lo Stupor mundi era convinto che gli infanti si sarebbero messi a parlare in ebraico, ritenuto per motivi religiosi la prima lingua del genere umano - quella in cui Adamo avrebbe dato nome a tutte le cose esistenti, su comando di Dio. Questa convinzione biblica si dimostrò fallace: certamente nessuno dei bambini si mise mai a parlare, in ebraico o in qualsiasi altra lingua. Anzi, finirono col morire a causa della salute cagionevole. Sappiamo che i ragazzi selvaggi, bambini cresciuti senza contatti con adulti (o con scarsi contatti), hanno insormontabili problemi ad acquisire anche soltanto l'uso di poche parole. Bickerton non tratta di questi casi nel volume, ritenendoli irrilevanti e concentrandosi invece sul problema delle lingue creole, che costituisce la sua idée fixe. A parer mio ha commesso un grave errore. Una cosa mi è subito saltata agli occhi: i ragazzi selvaggi, che non hanno il linguaggio articolato, non hanno il tabù degli escrementi. In altre parole, prima che apparisse il linguaggio articolato, la coprofagia doveva essere una condizione normale tra gli antenati degli esseri umani! Ciò pone problemi a non finire, perché il tabù degli escrementi esiste presso i macachi, che pure non hanno il linguaggio articolato. Le fonti? Si trovano nel Web filmati in cui viene porto un escremento a un macaco, che reagisce con furia, soffiando e minacciando, per poi allontanarsi. 

Pidgin e lingue creole

È necessario a questo punto dare alcune definizioni per capire meglio il fumoso mondo delle lingue ibride. Un mondo che è stato ben poco studiato, anche a causa di pregiudizi. Senza dubbio il lavoro sul campo fatto da Bickerton è molto meritorio.

1) I pidgin 

Un
pidgin è una lingua che nasce dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti, venute a contatto a seguito di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, che non è tuttavia la lingua madre di alcuna generazione. I pidgin si apprendono in età adulta; sono caratterizzati da strutture non codificate e fortemente semplificate, sia nella struttura sia nel vocabolario. 
 
2) Le lingue creole 

Una lingua creola nasce dall'ibridazione di due o più lingue esistenti, diventando la lingua madre di una nuova generazione di parlanti che non hanno imparato una delle lingue di origine. In sostanza è una lingua stabilita, con una propria struttura grammaticale e vocabolario, che si sviluppa quando i parlanti di diverse lingue entrano in contatto e devono interagire. Si chiama lessificatore principale la lingua (in genere europea, con alcune eccezioni) da cui proviene la maggior parte del vocabolario.

3) Creolizzazione dei pidgin 

Un pidgin che comincia ad essere appreso dai bambini di una nuova generazione, diventa una lingua creola, ossia subisce un processo di creolizzazione

4) Decreolizzazione dei creoli 

Una lingua creola subisce un processo di decreolizzazione man mano che si riducono le differenze con il suo lessificatore principale. Alla fine di questo processo, si può arrivare ad avere un dialetto del lessificatore.  

Due lingue creole:
Sranan e Saramaccano
 

In Suriname sono parlate tuttora due lingue creole molto singolari: lo Sranan e il Saramaccano. Lo Sranan (più propriamente Sranan tongo) è parlato da circa 500.000 persone ed è formato soprattutto da parole inglesi, con prestiti portoghesi e olandesi, oltre a un significativo sostrato africano. Il Saramaccano è parlato da circa 58.000 persone in Suriname e da 25.000 in Guyana Francese; il suo lessico è formato per il 30% da parole inglesi, per il 20% da parole portoghesi e per il 50% da parole africane (Fongbe, Akan, Twi, Kikongo, etc.). Si trovano anche tracce di parole di origine Carib. 
Queste ed altre simili lingue creole hanno avuto origine da un pidgin informe, non documentato, formatosi in tempi rapidi nel corso della seconda metà del XVII secolo nelle piantagioni. La creolizzazione del pidgin originario (dalla fine del XVII secolo) è avvenuta in circostanze diverse, che hanno portato alla divergenza delle lingue derivate. I parlanti dello Sranan sono i discendenti degli schiavi rimasti nelle piantagioni, mentre i parlanti del Saramaccano sono i discendenti dei cimarroni, schiavi fuggiaschi che si sono rifugiati nelle foreste. 
A questo punto riporto una tabella con alcuni dati lessicali relativi allo Sranan e al Saramaccano. In particolare ho aggiunto a quanto mostrato da Bickerton alcune parole del vocabolario di base e qualche altra voce relativa alla fauna. Ho inoltre cercato di evidenziare non soltanto la grande differenza tra i due creoli, ma anche la presenza di importanti lessemi in comune ("io", "acqua", "fiume", "piede", oltre agli articoli determinativi). 

Glossa italiana

Sranan

Saramaccano

il, lo, la

da

di

i, gli, le

den

dee

io

mi

mi

tu

yu

i

noi

unu, wi

u

voi

unu

un

chi

suma

ambé

che cosa

faa, san

andí

quando

oten

na unten

dove

ope, pe

ka, naase

quale

sortu

un

perché

sanede

andi-mbei

in

ini

a

con

psa

langalanga

dentro

ini

dendu

sopra

tapu

liba

sotto

ondro

basu

e

e, nanga

ku

se

efu

ee

acqua

watra

wata

fiume

liba

lio

montagna

bergi

kúnunu

cielo

loktu

gaangadu

fuoco

faya

faja

uomo

kel, man, mansma

womi

donna

frow, uma

mujee

bocca

mofo, smuru

buka

mano

anu

máun

piede

futu

futu

lucertola

lagadisi, lagadisa

kaluwá

alligatore

kaiman 

akalé, gandí, káima 

formica

mira

hansi


Si riconoscono facilmente le origini di numerose parole, solo in pochi casi trattate nel volume di Bickerton. Ecco alcune etimologie trasparenti: 

Saramaccano liba "sopra" < Portoghese arriba "su" 
Sranan watra "acqua" < Inglese water 
Saramaccano wata "acqua" < Inglese water 
Sranan liba "fiume" < Portoghese arriba "scoglio"
Saramaccano lio "fiume" < Portoghese rio 
Sranan faya, Saramaccano faja < Inglese fire 
Samaraccano womi "uomo" < Portoghese homem
Sranan uma "donna" < Inglese woman 
Saramaccano mujee "donna" < Portoghese mulher 
Sranan mofo "bocca" < Inglese mouth 
Saramaccano maun "mano" < Portoghese mão 
Sranan, Saramaccano futu "piede" < Inglese foot 
Sranan mira "formica" < Olandese mier 
Saramaccano hansi "formica" < Inglese ants "formiche" 

Si notano alcune parole africane, ben incastonate nella parte più importante del lessico: 

Saramaccano: ambé "chi" < Fongbe    
Saramaccano: andí "che cosa" < Fongbe àni 
Samaraccano: i "tu" < Fongbe ye 
Sranan: unu "voi" < Igbo únù
Samaraccano: un "voi" < Fongbe un 

Tra le poche parole di origine amerindiana, possiamo citare senza dubbio queste, derivate da una lingua di ceppo Carib: 

Samaraccano: kaluwá "lucertola"  
Samaraccano: akalé "alligatore" 
Sranan: kaiman; Samaraccano: káima "alligatore"  

Bickerton, che ha il merito di aver confrontato per la prima volta il lessico Sranan a quello Saramaccano, è dell'idea che non esista un proto-Sranan-Samaraccano ricostruibile, perché le due lingue creole si sarebbero formate in modo del tutto indipendente. 

La teoria della saprofagia organizzata

Bickerton sostiene che le caratteristiche peculiari della nicchia ecologica dell'uomo primitivo abbiano permesso questo passaggio da un sistema di comunicazione animale al linguaggio articolato. Cita il fatto che circa due milioni di anni fa i nostri antenati si facevano strada verso la cima di una piramide di spazzini, accedendo alle carcasse della megafauna prima di altri predatori, che tenevano a bada lavorando in gruppi coordinati. Imitando un animale, come un mammut, un membro poteva tentare di comunicare informazioni su tali fonti di cibo. Sebbene tale segnalazione imitativa mantenesse un carattere iconico piuttosto che completamente simbolico, implicava un atto di spostamento nella comunicazione, poiché il corpo poteva trovarsi a chilometri di distanza ed essere scoperto ore prima. Col tempo, i suoni che significavano qualcosa come un mammut sarebbero stati decontestualizzati e avrebbero finito per assomigliare a qualcosa di molto più simile a una parola. Questo spostamento è la caratteristica distintiva del linguaggio. 
Sempre secondo Bickerton, queste parole permettevano la formazione di concetti, piuttosto che delle semplici categorie di cui anche gli animali sono capaci. Le parole hanno avuto origine come un sistema di ancoraggio per le informazioni sensoriali e i ricordi relativi a un animale o un oggetto specifico. Una volta che il cervello aveva a disposizione le parole, poteva creare concetti che si assemblavano in un "protolinguaggio". Il protolinguaggio rimase molto simile a un pidgin per un milione di anni o più, per poi passare dal modello linguistico "a perline su un filo" a una struttura gerarchica tramite combinazione di stringhe. 

Un punto debole

Il problema è che né i pidgin né i creoli sono davvero "lingue primitive": derivano dalla degradazione e dalla ricombinazione di lingue già esistenti. A quanto si sa, non esistono lingue simili a pidgin e creoli, 
ma nate dal nulla (o meglio, da precedenti forme di comunicazione non linguistica, non articolata, animale). Quindi si sta lavorando facendo ipotesi in assenza di dati misurabili. In sintesi, non sono affatto sicuro che la pidginizzazione e la creolizzazione descrivano il processo di formazione degli antenati delle lingue naturali a noi note. 

L'inesistenza delle "lingue primitive" o "pre-lingue"

Purtroppo manca qualsiasi attestazione di lingue umane che possano essere chiamate "primitive" o "rudimentali". Con ogni probabilità saranno esistite, ma nessuna è riuscita a sopravvivere tanto a lungo da poter essere documentata. Qualcuno parla di "pre-lingue" o "protolingue assolute", ma il concetto è lo stesso - per quanto ritenga che la seconda locuzione sia un po' impropria. Trovo ragionevole pensare che una pre-lingua dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: 

i) una fonologia semplice, con poche consonanti e soltanto sillabe aperte 
ii) un lessico poverissimo, che consiste di un centinaio o al massimo di poche centinaia di vocaboli; 
iii) assenza di numerali 
iv) assenza di pronomi personali 
v) assenza di mezzi grammaticali, in particolare: 
   - assenza di suffissi e di prefissi, 
   - assenza di parole composte, 
   - assenza di qualsiasi modificazione delle parole;  
vi) frasi telegrafiche, costituite da semplice giustapposizione di vocaboli; 
vii) assenza di paratassi (frasi coordinate) e di ipotassi (frasi subordinate). 

Si noti che esistono nel mondo diverse lingue anumeriche, come quelle degli Andamanesi e di alcuni popoli dell'Amazzonia (Pirahã, Nambiquara, etc.). La lingua Pirahã ignora l'ipotassi e ha preso in prestito i pronomi personali da una lingua Tupí. Eppure tutte le lingue di questi popoli sono sufficientemente complesse, ricche nel lessico e dotate di mezzi grammaticali sviluppati (composti, morfologia, etc.). Sarebbe interessante cercare di capire se antiche lingue rudimentali scomparse possano aver contribuito alla formazione delle lingue in questione, ad esempio fornendo elementi di sostrato. 

L'immaginario collettivo

Nonostante non ci sia attestazione di "lingue primitive", sembra che il genere umano abbia un'idea ben precisa di come queste dovrebbero essere. In realtà, ne esce qualcosa di più complesso ed "evoluto" rispetto alle caratteristiche della proto-lingua assoluta sopra menzionate. La frase "Io Tarzan, tu Jane" mostra già una rudimentale paratassi e la capacità di servirsi di pronomi personali per indicare la contrapposizione tra il parlante (Tarzan) e un altro essere (Jane). I sostenitori dell'innatismo considererebbero questo fatto come una prova dell'esistenza di una natura intrinsecamente sintattica e grammaticale dell'essere umano. In altri termini, secondo costoro le parole sarebbero nate assieme alla sintassi, alle strutture grammaticali. Non sono affatto convinto che questo sia vero. 

Anelli mancanti?

Bickerton ha sempre dato prova di essere ben consapevole di questi problemi: 

"Se vi sono innumerevoli specie dotate di capacità a metà strada tra quelle di una lampreda e quelle di uno scimpanzé, dovrebbero esserci anche molte specie intermedie tra esseri umani e scimpanzé. Come mai, allora, non ci sono animali dotati di una piccola o moderata quantità di autocoscienza, né c’è un aumento graduale della capacità di innovazione o della creatività, né ci sono livelli diversi di produzioni artistiche (anche solo in una singola arte o in due), o per lo meno un linguaggio rudimentale? Il mero asserire che non vi è nessuna «differenza fondamentale» non è (e non avrebbe potuto essere, neppure al tempo di Darwin) un pronunciamento scientifico. Era ed è una pura e semplice dichiarazione di fede."

L'unico modo di risolvere la questione sarebbe la scoperta, in qualche densissima foresta dell'Indonesia o della Papua Nuova Guinea, di una specie di ominide diversa da Homo sapiens, qualcosa come l'Uomo di Flores (Homo floresiensis), che sia sopravvissuta nell'isolamento e che ci permetta finalmente di gettare un po' di luce sul nostro passato più oscuro. 

Il pericolo della presunzione dogmatica 

Riporto a questo proposito quanto scritto qualche tempo fa dal professor Fabio Calabrese. Sono parole che condivido appieno, perché esprimono molto bene il mio profondo disagio verso ogni tentativo di fondare una "religione scientista", con sostituzione di dogmi preconcetti alla ricerca della Conoscenza: 

"Una volta invitai alla mia scuola a tenere una conferenza ai ragazzi, un esponente del CICAP triestino, perché ritenevo l'opera di questa associazione nello smascheramento di guru e ciarlatani, assolutamente meritoria. Me ne fece pentire. Iniziò facendo un disegno alla lavagna, un castello incompleto in una parte del muro in basso e in una parte della merlatura. Disse che quello rappresentava l'edificio della conoscenza, ormai completo, tranne qualcosa che non sappiamo del mondo subatomico, e qualcosa che non sappiamo delle lontane galassie. Trovai il suo atteggiamento indisponente, e irritante la presunzione che "ormai sappiamo tutto", o "sappiamo quasi tutto".
Secondo me, una scienza che smette di porsi domande, è una scienza morta."