Lingua originale: Francese
Paese di produzione: Francia
Anno: 1951
Durata: 115 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 1,37:1
Genere: Drammatico
Regia: Robert Bresson
Soggetto: Georges Bernanos (romanzo)
Sceneggiatura: Robert Bresson
Produttore: Pierre Gériu
Casa di produzione: Union General Cinematographique
Distribuzione in italiano: LUX FILM
Fotografia: Léonce-Henry Burel
Montaggio: Paulette Robert
Musiche: Jean-Jacques Grunenwald
Scenografia: Pierre Charbumier
Francia rurale, plumbea e incubica. Nello spettrale villaggio di Ambricourt, nell'Artois, il nuovo parroco tiene un diario, in cui annota le sue insicurezze sulla fede che vacilla, la sua inesperienza, la sua salute declinante. È un giovane corvino e segaligno, fresco di seminario, che si mantiene con una dieta innaturale fatta di pane raffermo inzuppato in vino scadente ottenuto dal “clinto”, con l'aggiunta di zucchero; il suo massimo lusso è la minestra di patate. L'unico suo amico è il curato di Torcy, grassoccio e dal sembiante porcino, che cerca invano di convincerlo a nutrirsi in modo decente, dicendogli: “Dio non si offenderà se mangerai un buon arrosto”. Il curato di Ambricourt persiste nelle proprie abitudini, nonostante sia tormentato da forti dolori allo stomaco. L'altro consiglio del pingue curato di Torcy è prettamente politico: invita il collega a intrattenere stretti rapporti con la nobiltà, unico modo per avere sostegno. Il giovane prete non riesce a riscuotere le simpatie della popolazione. Non ottiene il rispetto delle bambine, che al catechismo si fanno beffe di lui. Fa pressioni sulla Contessa, distrutta dalla perdita dell'unico figlio maschio e da una vita di corna, cercando di convincerla della bontà di Dio. Poco dopo, la nobildonna muore all'improvviso, stremata. Gira il sospetto che la colpa sia proprio del prete che le ha estorto la conversione. Il Conte lo tratta male e non gli dà alcun aiuto per realizzare progetti strampalati come la fondazione di un “patronato dei giovani”. La figlia adolescente del Conte, Chantal, è ribelle e bramosa di godere il mondo. Il medico del paese a un certo punto si spara nel cranio. I villici, a causa del loro terrore superstizioso, fanno passare per accidentale la morte del dottore, convinti che la sola menzione della verità attrarrebbe l'ira divina. In ogni caso, tutti capiscono che è un suicidio, anche il curato di Torcy. La situazione peggiora. Ormai il curato di Ambricourt ha fama di essere un beone e voci sempre più insistenti ne chiedono l'allontanamento. Isolato, finisce col recarsi a Lilla per una visita medica. Quando sta per partire, riceve la visita della fiera Chantal, che lo affronta e lo sfida dicendogli: “farò il male per il male”. Giunto dallo specialista, riceve un brutto colpo. Si aspettava una diagnosi di tubercolosi, invece ne riceve una di cancro allo stomaco. Chiede ospitalità a un ex compagno di seminario, che si è spretato e convive con una donna. Lì trascorre i suoi ultimi giorni, spegnendosi dopo aver pronunciato le parole “Tutto è grazia”.
Recensione:
“Dov'è la tua scintilla adesso?”
“Che cosa importa? Tutto è grazia”. Sono queste le ultime parole pronunciate, prima di morire, dal protagonista del film di Robert Bresson “Diario di un curato di campagna” (1950), ispirato all’omonimo romanzo di Georges Bernanos. Parole che esprimono un sentire diffuso. Prevale, tra i nostri contemporanei, l’idea che il male acquisti pregnanza e visibilità solo quando lo si isoli dal contesto, di cui rappresenterebbe un semplice dettaglio, funzionale, per di più, al mantenimento dell’insieme. Se “tutto è grazia”, il male – riassorbito all’interno degli insondabili schemi divini -, acquista un senso e cessa di costituire motivo di scandalo. Nel vocabolario di Luigi Giussani occupava un posto di speciale rilievo il termine “Mistero” (in maiuscolo). I suoi seguaci sono soliti spenderlo ogni qual volta le evidenze fenomeniche contraddicano la tesi della bontà soccorrevole del Creatore. “Tutto è grazia”, anche la malattia grave di un figlio, anche la prematura scomparsa di una persona cara. Per quanto apportatori di sofferenza, questi eventi possono produrre nel medio termine effetti salvifici, in primis l’accettazione del dolore in nome dell’abbandono fiducioso al volere divino.
Pietro Ferrari

















