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sabato 9 novembre 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini
- I tori di Heck: mito e realtà -

MM:

Ho letto un articolo sui cosiddetti "tori di Heck". Questi animali, che nelle intenzioni dei loro creatori avrebbero dovuto essere uri, in realtà non lo sono. Potresti circostanziare meglio questa affermazione? Come si potrebbero ottenere degli uri autentici?

Gemini:

I "Tori di Heck": un'eco imperfetta dell'uro primigenio

L'affermazione secondo cui i "tori di Heck" non sono veri uri, nonostante le intenzioni dei loro creatori, è assolutamente corretta e trova ampie conferme nel mondo scientifico. Questi imponenti bovini sono il risultato di un ambizioso esperimento di "breeding back" (retro-incrocio selettivo) condotto in Germania negli anni '20 e '30 del secolo scorso dai fratelli Lutz e Heinz Heck, allora direttori rispettivamente dello zoo di Berlino e di quello di Monaco. Il loro obiettivo era di "resuscitare" l'uro (Bos primigenius), il maestoso antenato selvatico di tutti i bovini domestici, estintosi nel 1627 nella foresta di Jaktorów, in Polonia.

Tuttavia, il risultato del loro sforzo, il bovino di Heck, pur presentando alcune somiglianze superficiali con l'uro, se ne discosta per caratteristiche morfologiche, genetiche e comportamentali fondamentali.

Le differenze tra il bovino di Heck e l'uro autentico

Le principali discrepanze che impediscono di considerare il bovino di Heck un vero uro sono:
  • Dimensioni e proporzioni corporee: L'uro era un animale di taglia notevolmente superiore a quella dei bovini di Heck. I maschi di uro potevano raggiungere un'altezza al garrese di 180-200 cm, mentre i tori di Heck sono considerevolmente più piccoli. Inoltre, le proporzioni generali del corpo, come la lunghezza delle zampe e la struttura del tronco, non corrispondono a quelle desumibili dai resti scheletrici dell'uro.
  • Forma e dimensione delle corna: Le corna dell'uro erano uno dei suoi tratti più distintivi: lunghe, massicce, con una caratteristica curvatura in avanti e verso l'alto. Le corna dei bovini di Heck, sebbene imponenti, spesso presentano una forma, un'angolazione e una dimensione che non ricalcano fedelmente quelle dell'antenato selvatico.
  • Patrimonio genetico: L'approccio dei fratelli Heck si basava esclusivamente sulla selezione fenotipica, ovvero sull'incrocio di razze bovine domestiche che, a loro giudizio, conservavano alcuni tratti "primitivi" dell'uro (come la Grigia Ungherese, la Vacca delle Highland, la Corsa e altre). Il risultato è un mosaico di geni di bovini domestici, non la ricostituzione del genoma originale dell'uro. In sostanza, il bovino di Heck è una nuova razza domestica dall'aspetto rustico, non una "de-estinzione" dell'uro.
  • Comportamento: Sebbene i bovini di Heck siano animali robusti e in grado di vivere allo stato semi-brado, non vi è alcuna garanzia che il loro comportamento rispecchi fedelmente quello dell'uro, un animale descritto dalle cronache storiche come estremamente selvatico e aggressivo.
Come si potrebbero ottenere degli uri "autentici"?

La scienza moderna offre approcci ben più sofisticati e scientificamente rigorosi per tentare di ricreare un animale che sia il più vicino possibile all'uro originale. Questi metodi si basano su una profonda comprensione della genetica e dell'ecologia.

Il percorso per ottenere un "uro autentico" o, più realisticamente, un suo valido sostituto ecologico, si articola principalmente su due fronti:
  • "Breeding back" scientificamente informato: Progetti più recenti, come il Progetto Tauros (noto anche come programma TaurOs), stanno portando avanti un programma di retro-incrocio molto più rigoroso di quello dei fratelli Heck. Questo progetto internazionale coinvolge genetisti, ecologi, archeologi e biologi. I punti chiave di questo approccio sono: 
    i) Analisi del DNA antico: Sequenziando il genoma dell'uro da resti ossei ben conservati, gli scienziati hanno una "mappa" genetica di riferimento. 
    ii) Selezione di razze primitive: Vengono selezionate diverse razze bovine "primitive" provenienti da varie parti d'Europa (come la Sayaguesa spagnola, la Maremmana Primitiva italiana, la Maronesa portoghese e il bestiame grigio ungherese) sulla base della loro vicinanza genetica all'uro. 
    iii) Incrocio mirato: Attraverso un programma di incroci mirati e una rigorosa selezione della prole basata su test genetici e riscontri fenotipici, si cerca di concentrare i tratti genetici e morfologici dell'uro in una nuova linea di bovini, generazione dopo generazione. L'obiettivo è creare un bovino che non solo assomigli all'uro, ma che sia anche geneticamente il più vicino possibile e in grado di ricoprire lo stesso ruolo ecologico nei progetti di rewilding.
  • Ingegneria genetica (una prospettiva futura): In un futuro potenzialmente non troppo lontano, le tecniche di editing genetico come CRISPR potrebbero offrire una via ancora più diretta. In teoria, sarebbe possibile modificare direttamente il genoma di una razza bovina domestica per "riscrivere" i geni e farli corrispondere a quelli dell'uro. Questo processo, noto come "de-estinzione" genetica, è ancora in una fase sperimentale per altre specie (come il mammut lanoso) e presenta notevoli sfide tecniche ed etiche.

In conclusione, sebbene i tori di Heck rappresentino un affascinante capitolo nella storia dei tentativi umani di interagire con il mondo naturale e di rimediare alle estinzioni, essi rimangono un'interpretazione fenotipica e incompleta dell'uro. I moderni progetti scientifici, basati su una solida base genetica ed ecologica, offrono una speranza più concreta di poter un giorno rivedere nei paesaggi europei un animale che sia, a tutti gli effetti, un degno erede del maestoso Bos primigenius.

MM:

Si potrebbero utilizzare le tecniche di breeding back da te menzionate per ricostruire un ominide simile al Neanderthal o ai Denisovani a partire da popolazioni moderne?

Gemini:

La tua è una domanda affascinante e profonda, che sposta l'asse della discussione dal campo della zootecnia a quello della bioetica e della natura stessa dell'essere umano. La risposta breve e diretta è: no, non sarebbe assolutamente possibile utilizzare le tecniche di "breeding back" per ricostruire un ominide simile al Neanderthal o al Denisovano.

I motivi sono scientifici, pratici ed etici, e sono molto più complessi e insormontabili rispetto al caso dei bovini di Heck e degli uri. Vediamo perché punto per punto.

1. Ostacoli scientifici e genetici
  • Materiale genetico insufficiente: Il "breeding back" degli uri funziona (in teoria) perché il patrimonio genetico completo dell'uro è ancora presente, sebbene frammentato, all'interno delle varie razze di bovini domestici. Incrociando selettivamente queste razze, si possono "riunire" i geni ancestrali. Nel caso dei Neanderthal/Denisovani e degli esseri umani moderni (Homo sapiens), la situazione è radicalmente diversa. Le popolazioni non-africane moderne possiedono solo una piccola percentuale di DNA neandertaliano (circa l'1-4%), e alcune popolazioni asiatiche e oceaniche hanno una percentuale simile di DNA denisovano. Questo significa che la stragrande maggioranza del genoma specifico dei Neanderthal e dei Denisovani è andata perduta nella nostra specie. Non possiamo "riportare indietro" geni che non esistono più nel pool genetico umano attuale. Non si possono selezionare e far riemergere tratti genetici che semplicemente non ci sono più. Sarebbe come cercare di completare un puzzle a cui mancano il 95% dei pezzi. 
  • Complessità dei tratti da selezionare: Per i bovini di Heck, i fratelli Heck selezionarono tratti fisici relativamente semplici: colore del mantello, forma delle corna, dimensioni corporee. Ricostruire un ominide significherebbe selezionare tratti infinitamente più complessi, molti dei quali non lasciano tracce fossili: la struttura fine del cervello, le capacità cognitive, il linguaggio, il metabolismo, il sistema immunitario. Non abbiamo la minima idea di come selezionare per questi tratti, dato che la loro base genetica è ancora in gran parte sconosciuta persino per la nostra specie.

2. Ostacoli Pratici
  • Scala temporale impraticabile: Il progetto Tauros per ricreare un bovino simile all'uro richiede decenni di incroci selettivi. I bovini hanno un tempo di generazione relativamente breve (2-3 anni). Gli esseri umani hanno un tempo di generazione di 25-30 anni. Un progetto di "breeding back" umano richiederebbe letteralmente migliaia di anni per produrre anche solo un risultato modesto, rendendolo del tutto irrealizzabile.
  • L'alternativa tecnologica: l'Ingegneria Genetica 
    Se il "breeding back" è impossibile, la tecnologia moderna potrebbe offrire una via teorica, seppur fantascientifica e carica di problemi: l'ingegneria genetica tramite tecniche come il CRISPR-Cas9. Il processo teorico sarebbe questo: 
    i) Genoma di riferimento: Si parte dal genoma completo di un Neanderthal o di un Denisovano, che è stato sequenziato con un buon livello di dettaglio da resti antichi (grazie al lavoro di pionieri come Svante Pääbo, premio Nobel per la medicina nel 2022).
    ii) Editing genetico: Si prenderebbe una cellula staminale umana e si utilizzerebbe il CRISPR per modificare le decine di migliaia di basi del DNA in cui il genoma sapiens differisce da quello neandertaliano.
    iii) Clonazione e sviluppo: La cellula modificata dovrebbe poi essere trasformata in un embrione (ad esempio tramite trasferimento nucleare di cellule somatiche, la stessa tecnica usata per la pecora Dolly) e impiantata in un utero surrogato.

3. Ostacoli Etici (I più importanti e insuperabili)

Anche se la tecnologia per l'editing genetico dovesse diventare abbastanza precisa da superare gli ostacoli tecnici, ci troveremmo di fronte a un abisso etico. Questo è il motivo fondamentale per cui un simile esperimento non dovrebbe mai essere tentato.
  • Diritti e status dell'Individuo: Si creerebbe un essere umano senziente per scopi sperimentali. Che status legale avrebbe? Sarebbe considerato una persona o una proprietà scientifica?
  • Sofferenza psicologica: Soffrirebbe quasi certamente di un immenso trauma psicologico, essendo l'unico della sua specie in un mondo che non è il suo. Vivrebbe un'esistenza di totale solitudine e isolamento, senza una famiglia, una cultura o una società a cui appartenere. Sarebbe oggetto di una curiosità scientifica e mediatica morbosa, probabilmente discriminato e sfruttato. La sua sofferenza psicologica sarebbe inimmaginabile.
  • Sofferenza fisica: Non abbiamo modo di sapere se un genoma neanderthaliano sarebbe pienamente compatibile con lo sviluppo in un ambiente moderno e con un utero di sapiens. Non abbiamo idea di come reagirebbe ai nostri patogeni, alla nostra dieta. L'individuo potrebbe nascere con gravi e imprevedibili problemi di salute, malformazioni o un sistema immunitario inadatto al nostro mondo. Crearlo significherebbe condannarlo a una vita di probabile sofferenza.
  • Arroganza e fini indegni: Per quale motivo dovremmo farlo? Per curiosità scientifica? Per spettacolo? Nessuna motivazione potrebbe giustificare un esperimento così profondamente problematico e irrispettoso nei confronti della vita umana.

In conclusione, mentre il "breeding back" è una tecnica interessante per la conservazione e il rewilding ecologico applicato agli animali, la sua applicazione all'uomo è una fantasia impossibile. L'alternativa dell'ingegneria genetica, pur essendo teoricamente immaginabile in un lontano futuro, è universalmente condannata dalla comunità scientifica e bioetica come profondamente immorale e pericolosa. Sarebbe un atto di superbia eticamente indifendibile. Il consenso globale è che i Neanderthal e i Denisovani debbano rimanere oggetto di studio archeologico e genetico, non di sperimentazione biologica. La nostra responsabilità è studiare e comprendere il passato, non ricrearlo a spese di un individuo senziente. 

- Proprietà della carne di uro -

MM:

Quali potevano essere le proprietà organolettiche della carne degli uri?

Gemini:

Carne di uro: Un viaggio nel sapore ancestrale delle foreste europee

Immaginare il sapore della carne degli uri (Bos primigenius), i maestosi bovini selvatici estintisi nel XVII secolo, significa intraprendere un viaggio sensoriale in un'Europa primordiale, fatta di fitte foreste e radure incontaminate. Sebbene un assaggio diretto sia impossibile, le conoscenze scientifiche sulla fisiologia, l'habitat e la dieta di questi animali, unite alle caratteristiche delle razze bovine primitive che ne conservano il retaggio genetico, ci permettono di delinearne un profilo organolettico con buona approssimazione. La carne degli uri era, con ogni probabilità, un'esperienza gustativa intensa e complessa, molto diversa da quella della maggior parte dei bovini che consumiamo oggi.

Un sapore intenso e selvatico, frutto della Natura

L'uro era un animale di grossa taglia, potente e muscoloso, costantemente in movimento per brucare e difendersi dai predatori. Questa vita selvatica e attiva si traduceva in una carne eccezionalmente magra. La scarsa presenza di grasso intramuscolare (la cosiddetta "marezzatura"), oggi tanto ricercata nelle carni pregiate, era una caratteristica distintiva. 

Il grasso presente era probabilmente concentrato in strati sottocutanei, con una composizione ricca di acidi grassi polinsaturi, come gli Omega-3, e un rapporto più equilibrato con gli Omega-6, simile a quello che si riscontra oggi nella selvaggina e nei bovini allevati al pascolo.

Il colore della carne doveva essere di un rosso scuro e intenso, quasi brunastro, a causa dell'alta concentrazione di mioglobina, una proteina che trasporta ossigeno ai muscoli. Questa caratteristica è tipica degli animali selvatici e di quelli che conducono una vita attiva, indicando una muscolatura ben ossigenata e robusta.

L'influenza decisiva della dieta

La dieta dell'uro era l'elemento chiave che ne definiva il sapore. Essendo un erbivoro che si nutriva in un ambiente variegato come quello delle foreste e delle praterie europee, la sua alimentazione era incredibilmente diversificata. Si cibava di un'ampia gamma di erbe, foglie, germogli, ramoscelli e probabilmente anche di frutti selvatici caduti a terra. Questa ricchezza botanica conferiva alla carne un profilo aromatico complesso e sfaccettato, con note erbacee, legnose e talvolta persino leggermente dolciastre, a seconda della stagione e del territorio. Un sapore che oggi potremmo definire "di terroir", profondamente legato all'ambiente in cui l'animale viveva.

Consistenza e tenerezza: Una fibra robusta

La consistenza della carne di uro era senza dubbio tenace e fibrosa. Le fibre muscolari, costantemente sollecitate, erano spesse e robuste. Questo non significa necessariamente che la carne fosse dura in senso negativo, ma richiedeva certamente una masticazione più vigorosa rispetto alle carni a cui siamo abituati. La tenerezza, così come la percepiamo oggi, è spesso il risultato di frollature lunghe e di specifiche tecniche di allevamento che riducono il movimento dell'animale. La carne di uro, consumata fresca o dopo brevi periodi di frollatura, avrebbe offerto una resistenza piacevole al morso, una consistenza che oggi definiremmo "rustica".

Un paragone con le razze primitive moderne

Per avere un'idea più concreta delle proprietà organolettiche della carne di uro, possiamo guardare a quelle razze bovine che hanno mantenuto un legame genetico e morfologico più stretto con il loro antenato selvatico. Razze come la Maremmana e la Podolica in Italia, allevate ancora oggi allo stato brado o semibrado, offrono un'eco di quel sapore antico. La loro carne, infatti, è nota per essere magra, saporita, di un colore rosso intenso e con un gusto deciso, che riflette l'alimentazione al pascolo. Queste caratteristiche, sebbene attenuate rispetto a quelle che doveva possedere l'uro, ci forniscono un prezioso indizio su cosa significasse mangiare la carne del "re delle foreste".

In sintesi, le probabili proprietà organolettiche della carne degli uri possono essere così riassunte:
  • Aspetto: Colore rosso scuro, intenso e profondo.
  • Odore: Aromatico e complesso, con sentori di erba, fieno, legno e note selvatiche.
  • Sapore: Deciso, ricco e persistente, con una spiccata sapidità e un retrogusto complesso che variava in base alla dieta dell'animale. Meno dolce e più "carnoso" rispetto alle carni moderne.
  • Consistenza: Tenace, fibrosa ma non dura, che richiedeva una masticazione prolungata.

L'esperienza di gustare la carne di uro sarebbe stata, quindi, un'immersione totale nei sapori primordiali del continente europeo, un assaggio della forza e della selvatichezza di un mondo che non esiste più. 

Alcuni commenti

Ogni tentativo di capire l'esistenza è destinato a naufragare. Siamo intrappolati in un labirinto infernale che si oppone in modo strenuo a qualsiasi tentativo di penetrarne la natura usando il solo mezzo che abbiamo: la logica. Il passato si disperde e scompare. Non si è trovato il modo di sondarlo e di estrarne l'episteme. Ogni singolo passo nell'Universo, per quanto microscopico, introduce una discontinuità. Una volta che si è prodotta questa frattura, non può più essere ricomposta. Non si è trovato il modo di poter recuperare la situazione precedente al cambiamento. Possiamo dire che è sempre lo stesso problema che si ripresenta dovunque. Muore una lingua, non può più essere recuperata. Muore una cultura, non può più essere recuperata. Muore una specie, quello che si può conoscere è così frammentario che possiamo farcene ben poco, come poter dire qualcosa su un film avendone visto qualche fotogramma. Alla fine, quando morirà la vita su questo pianeta anomalo, ci sarà soltanto silenzio. 

lunedì 2 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI NOKIA

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in un telefonino della Nokia, subito pensai che il nome dell'azienda fosse giapponese. A spingermi erano l'ingenuità e la mancanza di informazioni. In realtà l'origine non è affatto nipponica, è pienamente europea. Infatti la Nokia Corporation (Nokia Oyj), multinazionale produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni, trae il suo nome dalla città finlandese di Nokia, che sorge sulle sponde del fiume Nokianvirta, nella regione di Pirkanmaa. Questo corso d'acqua nasce dal lago Pyhäjärvi, che si trova vicino a Tampere. Si immette nel lago Kulovesi, che è parte di un complesso sistema di laghi da cui ha origine il fiume Kokemäki, che scorre verso il Golfo di Botnia. Chiaramente l'idronimo Nokianvirta deriva dal genitivo di Nokia, che è Nokian, e da virta, che significa "fiume", "ruscello", "flusso", "corrente". Quindi è il "Fiume di Nokia". 


Note etimologiche

L'origine della toponimo Nokia in Finnico è oscurissima. Esistono diverse ipotesi, che appaiono tirate per i capelli. Riporto i dati disponibili: 

1) Nokia deriverebbe da una forma flessa della parola noki "fuliggine", che è rara e desueta. Infatti il partitivo singolare è nokea, mentre il partitivo plurale è nokia. 
La radice ha paralleli in Estone (nõgi "fuliggine", "sudiciume"), e in Veps (nogi "fuliggine"). L'origine ultima è sconosciuta; potrebbe essere un elemento di un sostrato pre-uralico. 
2) Nokia deriverebbe dal plurale della parola arcaica nois "zibellino" (Martes zibellina), "martora" (Martes martes), che è proprio nokia. Anche se ha l'aspetto di un partitivo, in realtà è un nominativo. Nella lingua moderna, i nominativi plurali escono in -t, ma in tempi passati non era così. È attestata anche una forma dialettale nokko "zibellino" (vedi Starostin). 
Lo zoonimo nois non è più usato nella lingua attuale, ma ha paralleli in numerose lingue uraliche: Estone nugis "martora",  Udmurto niź "zibellino" (variante: naź), Komi ńiź "zibellino", Khanty ńŏγəs,  ńŏχəs "zibellino", Mansi ńoks "zibellino" (varianti: ńoχs, ńoχəs), Ungherese nyuszt "martora", Nenets noha "martora siberiana" (è attestato anche noχo "volpe polare"). In Yukaghir si trova noχšo "zibellino". Alla luce di questi dati, la protoforma uralica ricostruibile è *ńukśe "zibellino, martora": non si tratta di un elemento di sostrato. 
Questi mustelidi erano particolarmente comuni nella zona e le loro pelli avevano una notevole importanza economica. Si noterà che lo stemma della città finlandese mostrava proprio una martora nera in campo giallo nell'atto di risalire un fiume. 

La mia idea è questa: il toponimo Nokia potrebbe derivare da una lingua anteriore all'espansione di una lingua uralica nella regione. L'esperienza mi mostra che una derivazione di questo tipo è più probabile di ogni ipotesi basata su manipolazioni paretimologiche. L'appartenenza a un sostrato poco noto rende tutto più difficile: temo proprio che al momento non abbia etimologia possibile. In ogni caso, penso che sia più probabile la derivazione da "fuliggine" che dal nome dei mustelidi. L'associazione agli zibellini o alle martore è adatto a nobilitare qualcosa di umile. 


Cenni storici

Proprio nella città di Nokia, l'ingegnere minerario e imprenditore Knut Fredrik Idestam (Tyrväntö, 28 ottobre 1838 – Helsinki, 8 aprile 1916) aprì la sua seconda cartiera nel 1868. Era in buona sostanza una fabbrica di cellulosa, proprio come la prima, aperta nel 1865 a Tampere. Qualche anno dopo, nel 1871, insieme all'amico Leo Michelin, fondò la società condivisa Nokia Ab. 
Agli inizi del Novecento l'azienda si è diversificata interessandosi alla produzione di energia elettrica. Ciò ha attirato l'interesse della Finnish Rubber Works, produttrice di pneumatici e stivali di gomma, che ha acquisito Nokia nel 1918 per assicurarsi l'accesso alla sua energia idroelettrica. 
Nel corso dei decenni successivi, è proseguita la diversificazione delle sue attività, con l'espansione nel settore dei cavi e dell'elettronica. Nel 1922 il gruppo ha acquisito la  Finnish Cable Works, gettando così le basi per le prime apparecchiature di telecomunicazione negli anni '70. 
Sul finire degli anni '60 la Nokia produceva di tutto, dalla carta igienica agli equipaggiamenti militari. 
Nel 1979 ha fondato Mobira, che ha presto sviluppato alcuni dei primi telefoni veicolari al mondo, come il Mobira Senator datato 1982. Nel 1987 ha lanciato il Mobira Cityman 900, il suo primo telefono cellulare portatile, divenuto celebre con il soprannome di "Gorba" dopo che il presidente sovietico Mikhail Gorbačov era stato fotografato mentre lo utilizzava.
L'era d'oro dei cellulari è iniziato negli anni '90: nel 1992, l'azienda ha lanciato il Nokia 1011, il primo telefono GSM di massa. Negli anni successivi, Nokia ha rivoluzionato il mercato con dispositivi di grande impatto, introducendo design innovativi, cover intercambiabili e giochi leggendari come Snake. Nel 1998 è diventata il primo produttore mondiale di telefoni cellulari. A questo punto Nokia dominava il mercato globale, lanciando telefoni iconici come il Nokia 3210 e l'indistruttibile Nokia 3310. Il Nokia 1100, uscito nel 2003, è diventato il cellulare più venduto della storia, con oltre 250 milioni di unità piazzate in tutto il mondo.
Con l'arrivo dell'iPhone nel 2007 è iniziata una fase di declino: Nokia ha perso la sua leadership a causa di ritardi nell'adattarsi al software degli smartphone moderni. Nel 2013 la divisione mobile è stata venduta a Microsoft; la cessione è stata finalizzata nel 2014. Oggi il marchio è concesso in licenza a terzi (come HMD Global), mentre l'azienda originaria si concentra interamente sulle infrastrutture di Rete, il 5G/6G e i brevetti tecnologici. 

lunedì 29 luglio 2024

LE FORMICHE RIZZACULO NON SONO COMMESTIBILI!

Nonostante alcune specie di formiche nel mondo siano parte dell'alimentazione umana, come ad esempio le famose hormigas culonas in Colombia, la formica rizzaculo (Crematogaster scutellaris) non è considerata commestibile. È una specie infestante mediterranea di medie dimensioni (4-6 mm; 8-9 mm la regina), ben riconoscibile per la testa di color rosso vivo e l'addome nero a forma di cuore. Ha un esoscheletro di chitina lucido e bello a guardarsi. È detta dal volgo "acrobata", "pizzicarola" o "rizzaculo" perché, se minacciata, inarca l'addome sopra la testa per secernere un goccia di liquido repellente e spruzzare acido formico. Anche se non è aggressiva verso gli esseri umani, può dare morsi superficiali e provocare una leggera irritazione cutanea. Predilige gli alberi come querce, pini e mandorli, scavando e costruendo nidi sotto le cortecce: costituisce un flagello per l'industria del sughero. Tuttavia, non disdegna le fessure nei muri, tra le travi in legno, nei tetti o persino nelle cassette elettriche. Possiede un elaborato linguaggio basato sui feromoni, che consentono di tracciare le piste verso le fonti di cibo e di allarmare la colonia in caso di pericolo. Nella tradizione italica, questo imenottero è in genere considerato di lieto augurio, anche se è poco gradito in alcune aree come l'Emilia-Romagna. 


Scheda tecnica

Dominio: Eukaryota 
Regno: Animalia
Sottoregno: Eumetazoa
Ramo: Bilateria  
Phylum: Arthropoda
Subphylum: Tracheata
Superclasse: Hexapoda 
Classe: Insecta 
Sottoclasse: Pterygota
Coorte: Enodpterygota
Superordine: Oligoneoptera
Sezione: Hymenopteroidea
Ordine: Hymenoptera
Sottordine: Apocrita
Sezione: Aculeata
Superfamiglia: Vespoidea
Famiglia: Formicidae
Sottofamiglia: Myrmicinae
Genere: Crematogaster
Specie: Crematogaster scutellaris 
    (OLIVIER, 1792)

Antenne: composte da 11 segmenti,
      con gli ultimi 3 segmenti claviformi. 
Occhi: di media grandezza. 
Mandibola: triangolare. 
Pronoto: privo di spine
Propodeo: dotato di spine. 
Peziolo: appiattito, grossolanamente rettangolare 
Gastro: cuorifome, terminante con un corto pungiglione
Veleno: repellente 

È ora necessario approfondire la questione gastronomica. Ho ricordi di quando ero un moccioso: in una puntata della trasmissione "Portobello" mostrarono all'esterrefatto Enzo Tortora una marmellata di formiche. La cosa fu accolta con un visibile imbarazzo (oggi si direbbe "cringe"). Era un preparato dolciario fatto con una specie di formiche nere, che non sono riuscito a identificare. Una vecchietta, indotta ad assaggiare l'ammasso di corpi chitinosi e zuccherati, rigurgitò non appena le fu detto cosa aveva accolto in bocca, come se fosse il bischero del Demonio. Potrebbe essere elaborato un prodotto simile a base di formiche rizzaculo? A quanto pare, no. Perché questa specie non è commestibile? Eppure è gustosa. Le proprietà organolettiche sono ottime. Ha un gradevole sapore acidulo che ricorda quello del limone. La consistenza è piacevole. Da giovane le mangiavo! Ne ero ghiotto. 
Triturare coi denti questi insetti sociali era per me uno dei piaceri della vita. Una volta ho addirittura schifato un albanese - uno che ha combattuto durante le rivolte a Tirana, non una mammoletta. Ha detto che non aveva mai visto nulla di simile. "Nessuno mangia le formiche da noi in Albania", bofonchiò avvilito. Quando vedevo le formiche rizzaculo in fila sul muro della villa cadente in cui ero costretto ad abitare, le prendevo tra le dita una ad una e le mangiavo con gusto. Poi ho smesso. Di colpo, da un giorno all'altro. Mi si chiederà perché. Ebbene, un giorno le ho viste ammassarsi su un pannolone pieno zeppo di diarrea. Sì, proprio così. Ero in un centro di assistenza per disabili e ho assistito all'atroce spettacolo in un cesso che avrebbe fatto rabbrividire un paria di Calcutta. In un'altra occasione, ho visto una formica della mia specie prediletta trascinare un ritaglio di un'unghia dei piedi sporca, molto più schifosa degli escrementi di un cane infetto. Sono cose che si vedono solo nei bassifondi dell'Inferno! 

Quanto ho osservato con sommo raccapriccio ha una spiegazione molto semplice. Le formiche rizzaculo sono insetti opportunisti e attratti da sostanze organiche in decomposizione, zuccheri e fluidi corporei, secrezioni immonde e ogni genere di sozzura solida, poiché cercano nutrimento facile per la colonia. Conoscono una primitiva forma di allevamento: si prendono cura degli afidi, più raramente delle cocciniglie, raccogliendo da loro una melata, che usano per inebriarsi. Mangiando la melata in eccesso, impediscono agli afidi di soffocare nei propri escrementi. Li difendono attivamente, come un prezioso capitale, respingendo i predatori come ad esempio le coccinelle. Pur essendo forme di vita mirabili e molto intelligenti, questi insetti operosi sono in grado di arrecare grave danno alla nostra salute. Sono vettori di patogeni! Camminando sulle feci e sui rifiuti più ripugnanti, le formiche rizzaculo trasportano sulle zampe e sul corpo batteri intestinali pericolosissimi come Salmonella, Escherichia coli, Shigella e Campylobacter jejuni. Mangiarle è un atto di coprofagia, fatto e finito. Diffondono contaminazione biologica! Se avessi continuato a ingerirle, di certo avrei rischiato gravi infezioni gastrointestinali o parassitosi. Per quanto sia un'evenienza piuttosto rara, non è impossibile contrarre la temibile sindrome  di Guillain-Barré, che è una paralisi flaccida acuta. Il senso di schifo improvviso insorto in me, mi ha con ogni probabilità salvato la vita. A volte la Natura ci manda segnali chiari attraverso il disgusto, proprio per proteggerci dai pericoli invisibili come i microbi e le tossine da loro prodotte. Così mi sono reso conto di aver fatto esperienze degne della tribù coprofaga degli Aghori!

sabato 29 giugno 2024

LA MOSCA SOLDATO NERA: LA PROMESSA DI UN MONDO SOSTENIBILE E SENZA FAME

La mosca soldato nera (in inglese black soldier fly, sigla BSF; nome scientifico Hermetia illucens) è un grazioso insetto dittero della famiglia Stratiomyidae. La specie, originaria dell'Ecozona Neotropicale (America meridione, parte dell'America centrale, Isole Caraibiche e Florida), si è recentemente diffusa in tutto il pianeta, divenendo cosmopolita. È presente nell'Ecozona Paleartica, incluse vaste aree dell'Europa (penisola Iberica, Francia meridionale, Italia, Malta, Croazia, Svizzera), arrivando sulle coste del Mar Nero, fino a Krasnodar, in Russia (Gladun, 2019), in Nordafrica e nelle Isole Canarie. Non solo: si trova nell'Ecozona Neartica (America settentrionale e  parte del Messico), nell'Ecozona Afrotropicale, nell'Ecozona Australasiana e nell'Ecozona Indomalese (inclusa India e Pakistan). In pratica manca soltanto in Antartide, ma conto che si diffonderà anche in quei luoghi impervi quando i ghiacci si scioglieranno e avrà inizio il popolamento. Forse un giorno arriverà anche sulla Luna e su Marte, al seguito dei coloni. 


Scheda tecnica 

Classificazione 
Dominio: Eukaryota 
Regno: Animalia 
Sottoregno: Eumetazoa 
Ramo: Bilateria
Phylum: Arthropoda
Subphylum: Tracheata
Superclasse: Hexapoda
Classe: Insecta 
Sottoclasse: Pterygota
Coorte: Endopterygota 
Superordine: Oligoneoptera 
Sezione: Panorpoidea
Ordine: Diptera
Sottordine: Brachycera
Coorte: Ortorrhapha
Famiglia: Stratiomyidae
Sottofamiglia: Hermetiinae
Genere: Hermetia
Specie: Hermetia illucens
Sinonimi: Mosca illucens LINNAEUS, 1758

Caratteristiche anatomiche dell'adulto:
Dimensioni: medie (15-20 mm)
Colore: nero con riflessi metallici dal blu al verde 
   sul torace 
Colorazioni rare: estremità dell'addome rossastra
Capo: largo
Occhi: molto sviluppati, con complessi disegni scuri 
   alternati a zone chiare e iridescenti
Antenne: lunghe circa il doppio del capo 
Zampe: nere con tarsi biancastri
Ali: membranose 
Posizione delle ali in fase di riposo:
    ripiegate orizzontalmente sull'addome e sovrapposte

Caratteristiche delle uova:
Dimensioni:
circa 1 mm di lunghezza
Colore: dal bianco crema al giallo pallido
Periodo di schiusa: circa 4 giorni 

Caratteristiche della larva:
Dimensioni: 1,5-2 mm ai primi stadi 
Forma: apoda, acefala, cilindrico-fusiforme, 
    marcatamente segmentata 
Tegumento: fortemente sclerotizzato 
Cuticola: contiene inclusioni di carbonato di calcio 
   a cristallizzazione esagonale  
Sviluppo postembrionale: 6 stadi 
Regime dietetico: saprofago 
Habitat: substrati organici in decomposizione
    (animali e vegetali), 
escrementi (umani e animali), 
    lettiere, discariche, suoli umidi, corteccia di alberi 
Temperatura ottimale per lo sviluppo: 25 - 30 °C
Durata dello stadio larvale: da 2 a 5 settimane
Sostanze preziose contenute: Omega 3, acido laurico,
    acidi grassi, calcio, proteine e aminoacidi
    (soprattutto 
lisina) 
Nota: 
Quando il colore delle larve si scurisce, significa che sono pronte ad impuparsi.

Caratteristiche della pupa:
Si evolve all'interno dell'exuvia dell'ultimo stadio larvale. 
Impupamento: l'apparato buccale della larva si atrofizza nel corso del sesto stadio di crescita, mentre la cuticola si sclerotizza fino a diventare un robusto guscio protettivo.
Durata dello stadio pupale: da 1 a 2 settimane

Durata del ciclo completo: 
Da 5 a 6 settimane dall'uovo all'insetto perfetto.

Altre peculiarità:
La specie è immune ai parassitoidi. 
Mostra resistenza estrema a pesticidi, insetticidi e agenti chimici di ogni tipo.
Ha prodigiosi poteri antimicrobici naturali, non trasmette malattie, neutralizza ogni patogeno. 

Mimetismo:
Hermetia illucens è una mosca mimetica, molto simile per dimensioni, colore e aspetto alla vespa muratrice a canne d'organo (Trypoxylum politum) e ai suoi parenti. Questo mimetismo è particolarmente accentuato dalle antenne allungate e simili a quelle di una vespa, dai tarsi posteriori chiari e dalla presenza di due piccole "finestre" trasparenti nei segmenti addominali basali che fanno sembrare che la mosca abbia una stretta "vita da vespa". Le larve della mosca soldato nera si differenziano dalle larve della mosca carnaria (Sarcophaga carnaria) o della mosca domestica (Musca domestica) per una sottile striscia grigio-nera sulle loro estremità posteriori. 

Produttività: 
20 tonnellate di mosche a settimana negli allevamenti in Cina, dove le larve sono nutrite con residui di cereali da birrificazione e altri scarti vegetali (Open Source Ecology, 2021).

Efficienza: 
15 kg di materiale putrescente possono essere processate per m2 di superficie a un tasso di conversione del 20% in massa di Hermetia illucens. 3 kg di insetti sono prodotti ogni giorno a partire da tale massa di rifiuti. Il costo è di circa 350 dollari US (Open Source Ecology, 2021). 



Un potenziale illimitato

Gli adulti non ronzano, non danno fastidio, non pungono, non sono attratti dalla pelle degli esseri umani, su cui non si posano. Non formano sciami. Non hanno l'abitudine di introdursi nelle case o in altri edifici. Frequentano la materia putrefatta soltanto per il tempo necessario per la deposizione delle uova. Si sostengono unicamente con i nutrienti accumulati durante lo stadio di larva. Se si forniscono loro acqua e cibo (ad esempio zucchero sciolto nell'acqua), diventano più longevi e si riproducono con accresciuto vigore. Tutto ciò è semplicemente sublime. 
La larva della mosca soldato nera è un capolavoro della Natura, una macchina miracolosa in grado di trasformare escrementi e scarti alimentari in grassi e proteine pregiate. Metabolizza persino la plastica! Prese singolarmente, le larve sono piccole, ma le cose cambiano se si mettono assieme in masse brulicanti: sono invincibili! Svuotano pozzi neri e bidoni dell'umido, fanno sparire montagne di letame. Possono essere utilizzate con grande successo per smaltire rifiuti organici sottoposti a compostaggio, liquami, reflui fognari, carcasse e cadaveri. Occupano la stessa nicchia biologica delle larve di altre specie di ditteri saprofiti, che però trasmettono morbi: quindi le contrastano, riducendone gli effetti nocivi sotto il profilo igienico e sanitario. Non provocano miasi, salvo in casi eccezionali. Bisogna anche aggiungere un'informazione della massima importanza: questi simpatici cagnotti sono commestibili! Sono appetitosi e sanno di patatine fritte! Se ne può ricavare un'eccellente farina, ricchissima di nutrienti. È stato trovato il rimedio ideale al moltissimi problemi che affliggono il Pianeta. Questa è una risorsa completamente sostenibile che permette la piena attuazione dell'economia circolare! Se ne possono ottenere immensi benefici ambientali ed energetici. Ne va incoraggiato con ogni mezzo l'utilizzo nell'alimentazione umana. Basta coi progetti funesti di coloro che vorrebbero imporre una triste alimentazione vegana all'intera popolazione terrestre: c'è un'alternativa succulenta, ghiottissima, sana, ecologica! 

Gli hamburger bianchi 

Si prende una bella quantità di larve di mosca soldato nera, le si pressa delicatamente con le mani e si mette la massa così ottenuta sulla piastra rovente, facendola sfrigolare fino alla cottura. Ecco ottenuto un appetitoso hamburger bianco! Proteine nobilissime à gogo! La mosca soldato nero si riproduce a ritmi vertiginosi: non si corre il pericolo di intaccare la preziosa risorsa. Si arriverà a dire: "I vermi lavorano per noi, puliscono tutto e ci nutrono!" Qualcuno li chiamerà "I vermi di Dio" e li riterrà una manna caduta dal cielo. Il mio non è sarcasmo: sto parlando sul serio! 

Un allevamento domestico

Nel 2013, la designer austriaca Katharina Unger ha inventato una macchina da tavolo chiamata Farm 432, in cui le persone possono produrre larve di mosca commestibili direttamente a casa propria. Il nome deriva dal fatto che lavora su un ciclo di 432 ore. Si tratta di un elettrodomestico multicamera di plastica, che può produrre 500 grammi (1,1 libbre) di larve a settimana. Questa quantità, secondo le modiche esigenze alimentari della progettista corrisponderebbe a due pasti. Con un grammo di uova di Hermetia illucens si possono produrre ben 2,4 chilogrammi di larve. Senza dubbio è una delle più utili invenzioni apparsa nell'intera storia del genere umano.
Riportiamo le considerazioni della Unger sulle proprietà organolettiche delle larve da lei allevate: "Quando vengono cotte, emanano un odore simile a quello delle patate cotte. La consistenza è leggermente più soda all'esterno e morbida come carne all'interno. Il sapore è di nocciola e leggermente carnoso."


Un'alternativa all'olio di palma

Le pupe della mosca soldato nera possono essere processate in  appositi digestori, in modo tale da ottenere un olio ricchissimo di nutrienti, i cui usi possibili sono numerosi. Può essere utilizzato come additivo per il biodiesel, ma anche come sostituto dell'olio di palma, quello che finisce nella Nutella, tanto per intenderci. Non ci sarà più bisogno di distruggere immense superfici di foresta, con conseguente perdita di biodiversità: si otterrà tutto ciò che serve da questi insetti portentosi. Ciò permetterà di salvare gli oranghi, che sono trucidati ogni giorno a colpi di machete e a sprangate. Il loro habitat naturale non sarà più devastato per far spazio alle piantagioni! 
Un bioreattore è in grado di ottenere ben 1.800 ettolitri di olio dalle pupe della mosca soldato nera per ogni ettaro di supeficie bioreattiva investita, contro i 3,8 ettolitri ottenuti a partire da un'uguale superficie coltivata a soia (EcoSystem Corporation, 2009). 

Una fonte illimitata di fertilizzanti

Il materiale residuo dopo il processo di decomposizione dei rifiuti ad opera delle larve  (frass) è costituito da feci larvali, esoscheletri larvali persi e altro materiale organico non digerito. Il frass è uno dei principali prodotti dell'allevamento commerciale della mosca soldato nera; il suo profilo chimico varia a seconda del substrato su cui si nutrono le larve, ma in generale è considerato un fertilizzante organico versatile per le piante grazie a un rapporto favorevole di tre principali nutrienti vegetali: azoto, fosforo e potassio. Viene comunemente applicata mescolandolo direttamente al terreno ed è considerato un fertilizzante a lungo termine con un lento rilascio di nutrienti. Le prove sulle piante hanno anche riscontrato effetti fertilizzanti a breve termine paragonabili a quelli dei fertilizzanti sintetici ad azione rapida. Oltre al suo contributo di nutrienti, il frass della mosca soldato nera può trasportare ulteriori componenti benefici per la fertilità e la salute del suolo, come la chitina proveniente dagli esoscheletri persi dalle larve. L'uso di escrementi dei cagnotti di questa specie come fertilizzante può alterare efficacemente la composizione della comunità microbica del suolo, svolgendo un ruolo cruciale per la sua fertilità. 
Pur disponendo della soluzione ai problemi più gravosi, le istituzioni non vogliono applicarla. Non si vuole investire? Questo accade soltanto perché ai politicanti piace infilare la testa sotto la gonna degli scheicchi!

Un modo migliore di fare il formaggio coi vermi 

Mentre il tradizionale casu martzu sardo e altri simili prodotti caseari si affidano alla mosca del formaggio (Piophila casei), l'uso della mosca soldato nera (Hermetia illucens) rappresenterebbe un salto di qualità sia in termini di sicurezza che di efficienza nutrizionale. Le larve di Piophila casei sono note per la loro capacità di sopravvivere all'acido gastrico umano, rischiando di causare miasi intestinali. Al contrario, le larve di Hermetia illucens, se ingerite, vengono digerite normalmente come qualsiasi altra proteina. Come per il casu martzu tradizionale, le larve degradano i grassi (lipolisi) e le proteine (proteolisi) del formaggio, trasformando la pasta in una crema spalmabile dal sapore intenso e piccante. In un contesto di Novel Food, un formaggio prodotto in ambiente controllato con queste larve risolverebbe il grande limite legale del casu martzu: la tracciabilità e la garanzia sanitaria. Invece di affidarsi alla colonizzazione casuale e selvaggia delle mosche casearie, si userebbero colonie certificate, ottenendo un prodotto con standard da laboratorio moderno. Chi ha assaggiato prototipi di questo tipo descrive aromi che virano verso la frutta secca e il sottobosco, molto meno aggressivi rispetto alla decomposizione ammoniacale dei formaggi infestati accidentalmente.

Conclusioni

Purtroppo una svolta radicale e benefica è paralizzata da una burocrazia elefantiaca, mastodontica, leviatanica, che rende difficile ogni passo. Che frustrazione! 
Parafrasando Bukowski, si può dire questo. I politici sono al loro posto per far sì che nulla cambi. Se il mondo ti va bene così com'è, allora i politici sono tutti buoni. Se il mondo non ti va bene così com'è, allora i politici sono tutti cattivi. 

martedì 28 maggio 2024

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUGLI USI CULINARI DELLE LARVE DI MOSCA

Ebbene sì, esistono i formaggi con i vermi, nonostante siano vietati dalle normative italiane ed europee. Pensate, sono prodotti fin dal Neolitico. Il più famoso e ricercato di questi output digestivi dei cagnotti è senza dubbio quello preparato dai pastori della Sardegna, di cui spesso si legge sui quotidiani online. 


Nome del prodotto: casu marzu 
Ortografia originale: casu martzu 
   Traduzione letterale: "formaggio marcio" 
Sinonimo: casu fràzigu
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Altri sinonimi:
    casu mùchidu,
    casu modde,
    casu bèiu,
    casu fatitu, 
    casu 'atu,
    casu cunditu,
    casu giampagadu
Regione: Sardegna 
Nota: 
Viene prodotto anche in Corsica, dove è chiamato casgiu merzu.

No. Non sono "vermi di formaggio", come ho sentito dire da alcune isteriche sui social. Sono autentiche larve di una mosca che frequenta anche i cadaveri di esseri umani morti ammazzati, se li riesce a trovare, ad esempio in un bosco. Il nome scientifico di questo amabile insetto snello e metallizzato è Piophila casei. Alla lettera, significa "Amante del pus del formaggio". Dovrebbe fare riflettere. 
I pastori sardi sono ben consapevoli dell'intero processo di produzione. Praticano tagli nella crosta di forme di pecorino per favorire l'infestazione. Sanno bene che sono le piccole mosche metallizzate a deporre la loro covata, che mastica, vomita e defeca la polpa del formaggio, dandole quel particolare sapore che piace agli intenditori. Ci sono anche persone a cui le cose appaiono in modo più prosaico. Ricordo che E. (RIP) diceva di aver assaggiato il casu marzu, aggiungendo che sapeva di vomito.

Molti credono per effetto Dunning-Kruger che il casu marzu sia l'unico prodotto caseario a contenere larve di mosca. Ebbene, si sbagliano di grosso. Se indagassero anche in modo superficiale, scoprirebbero che i formaggi coi vermi sono prodotti clandestinamente in tutta Italia, o lo erano fino a tempi abbastanza recenti. 

Nome del prodotto: gorgonzola coi grilli
Nome originale: gorgonsoa cui grilli
   Traduzione letterale: "gorgonzola coi cagnotti"
Regione: Liguria
Luogo di produzione: Entroterra di Genova

A Genova il gorgonzola coi grilli è ben noto nella tradizione. Questi "grilli" non hanno nulla a che vedere con gli animaletti chiamati così in italiano: sono proprio le minuscole larve di Piophila casei, caratterizzate dalla capacità di compiere grandi salti. Oggi questo formaggio verminoso è ancora prodotto in piccole realtà artigianali dell'entroterra. Ricordo che era menzionato in una canzone popolare in genovese, in cui un marinaio sognava un banchetto pantagruelico e nominava una per una tutte le leccornie agognate - e tra queste il gorgonzola coi grilli. La moglie, avara e austera, distruggeva i suoi sogni propinandogli un'economica stracciatella, ossia una pastina in brodo con l'aggiunta di un uovo.

Nome del prodotto: bruss ch'a marcia
Variante ortografica: bross ch'a marcia 
   Traduzione letterale: "formaggio che cammina"
Regione: Piemonte  
Luogo di produzione: Monferrato 
Nota:
Il bruss è un formaggio di recupero, cremoso e denso, ottenuto fermentando avanzi di altri formaggi, ovini o vaccini. La fermentazione viene bloccata aggiungendo grappa; se non lo si fa, le mosche casearie accorrono e vi depongono le uova.

Dai banchi di memoria stagnante è emerso un vecchio sketch di Macario (chi lo ricorda ancora quel comico bizzarro e grottesco?). Divorato dalla fame, Macario cercava di mettere le mani su un pezzo di formaggio verminoso e di divorarlo. Tuttavia i cagnotti, muovendosi, facevano spostare il formaggio, che gli sfuggiva sempre, mentre lo stomaco vuoto gli provocava i crampi. Questo genere penosissimo di comicità era particolarmente diffuso nel dopoguerra, quando si cercava di esorcizzare lo spettro della carestia.

Nome del prodotto: furmai mars 
Variante ortografica: furmai marz 
Forma italianizzata: formaggio marcio 
Regione: Lombardia  
Luogo di produzione: Valli bergamasche, Valli bresciane; 
    fino agli anni '50 si faceva in molte aree rurali 
Nota:
A seconda dei luoghi, può essere prodotto da formaggi diversi: bagòss di Bagolino, gorgonzola e persino formaggi di grana o provolone. Ho testimonianze del fatto che anche in Brianza si producesse il gorgonzola coi vermi, ma questa usanza è ormai estinta.

Nome del prodotto: nisso 
Significato letterale: "marcio", "guasto"
Nome dato ai cagnotti: saltarei
Regione: Lombardia
Luogo di produzione: Lomellina, Oltrepò Pavese

Ho avuto notizia del fatto che in una zona della Lombardia, in tempi non troppo antichi, era prodotto un tipo di gorgonzola coi vermi, che si differenziava da quello ligure e da altri simili formaggi perché infestato da larve di Calliphora vomitoria (moscone azzurro), che sono attratte dalla materia grassa e accorrono subito in gran numero a deporre la covata. Quando ancora ero un marmocchio, mia madre (RIP) mi raccontava di un medico della Lomellina, il dottor N., che era ghiottissimo di questo gorgonzola verminoso che si produceva da sé, destando l'orrore dei suoi compaesani: apprezzava particolarmente i pingui cagnotti, ben più grossi e carnosi di quelli della Piophila casei. Non erano i minuscoli "saltarei". Ho poi potuto constatare, ad anni di distanza, che il ricordo di questo medico ancora oggi non è del tutto estinto in quelle terre. Mi sono stati confermati i dettagli raccapriccianti sulla produzione: l'adepto di Ippocrate lasciava il formaggio all'aperto perché si riempisse di mosconi. Doveva avere un sistema immunitario di ferro! Mi dolgo di non poterne riportare il cognome per esteso, come di soffrire la carestia in tempi di abbondanza. 
Seppur involontariamente, anni fa mi è capitato di fare un esperimento simile. Ricordo ancora quando una fetta di gorgonzola era finita per sbaglio in mezzo alla cartaccia ed è stata colonizzata dai mosconi azzurri, dando origine a un gran numero di esemplari sommamente molesti, che mi è toccato uccidere uno a uno. Ovviamente non consideravo più commestibile il formaggio, e ho dovuto mettermi un guanto chirurgico per raccogliere una cinquantina di pupe trovate sul pavimento. Le ho messe in un secchio e le ho gettate nello scarico del cesso. Un'esperienza che non si dimentica!   

Nome del prodotto: furmai nis
   Traduzione letterale: "formaggio marcio"
Sinonimi: nissa, robiola nissa, furmai cui bèch,
   furmai (nis) cui saltarei 
   Traduzione letterale: "robiola marcia";
    "formaggio coi bachi", "formaggio coi cagnotti" 
Forme italianizzate: formaggio nisso,
    formaggio coi bèghi, formaggio coi saltarelli
Nome dato ai cagnotti: bèch, saltarei
Regione: Emilia-Romagna
Luogo di produzione: Piacenza, Valle del Tidone 
Nota:
Il termine nis si trova anche in Lombardia, nella vicina provincia di Pavia (vedi sopra).

A quanto pare le autorità sanitarie hanno lanciato una crociata contro questi prodotti, che ormai nel Piacentino hanno soltanto pochi estimatori tra le persone più anziane. 

Nome del prodotto: formaio coi bai
   Traduzione letterale "formaggio coi bachi"
Nome dato ai cagnotti: bai
Regione: Veneto 

Nome del prodotto: saltarello 
Regione: Friuli-Venezia Giulia 
Luogo di produzione: Udine 
Nota:
Trae il suo nome dalle larve.

Nome del prodotto: pecorino marcetto
Sinonimo: cace fràceche 
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Regione: Abruzzo
Luogo di produzione: Teramo, L'Aquila
Nota:
A Scanno (L'Aquila) è detto pecorino di marcetto.

Nome del prodotto: cacio punto
Nome originale: cacie punt
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Molise
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. In genere è prodotto con latte di pecora.

Nome del prodotto: fermagge pengiute
Sinonimo: frmag punt 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia
Luogo di produzione: Bari
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. Può essere prodotto con latte ovino o con una mistura di latte ovino e di latte vaccino.

Nome del prodotto: casu punt
Variante ortografica: casu puntu 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia  
Luogo di produzione: Salento
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. 

Nome del prodotto: cas cu i vierm 
   Traduzione letterale: "formaggio coi vermi"
Regione: Basilicata 
Luogo di produzione: Entroterra potentino

Nome del prodotto: casu du quagghiu
Sinonimo: furmaggiu du quagghiu
   Traduzione letterale: "formaggio del caglio"  
Regione: Calabria 
Nota: 
È prodotto con latte ovino intero crudo (70%), latte caprino (30%), con l'aggiunta di una gran quantità di caglio, da cui trae il nome.

Il formaggio coi vermi è prodotto anche nei Paesi Baschi, dove è chiamato gazta-ustela, ossia "formaggio marcio" (da gazta "formaggio" + ustel "marcio" + -a, articolo determinativo). 
Esistono anche formaggi con gli acari, che contengono gli escrementi di questi simpatici animaletti. In Germania si trova il Milbenkäse (da Milbe "acaro" + Käse "formaggio"), tipico della Sassonia-Anhalt, mentre nella regione di Lilla, in Francia, c'è la mimolette. Il primo prodotto caseario si fa con Tyroglyphus casei, mentre il secondo si fa con una specie simile, Tyroglyphus siro. 

Sono sicuro che la lista da me fornita non sia esaustiva: ho appreso che prodotti caseari infestati da larve esistono persino in Egitto! Indagando più a fondo e avendone il tempo, si troveranno di certo altre meraviglie gastronomiche.


Problemi sanitari

Le larve della mosca del formaggio (Piophila casei), saltando fino a una distanza di circa 15 centimetri, possono finire negli occhi, più raramente nel naso. Almeno in teoria, sono in gradi di dare origine a parassitosi (miasi) in queste parti del corpo. Ai tempi dei Nuragici a queste cose forse non ci si badava troppo. Si legge spesso che in Sardegna esiste il costume di indossare gli occhiali quando si mangia il casu marzu, ma questa informazione desta in genere lo scherno o la furia degli isolani. Si dice anche che molti fanno uscire le larve dal formaggio mettendolo in un sacchetto di plastica e causandone così il soffocamento. Non so se sia vero, non ho avuto occasione di trovare riscontri. Certo è invece che l'ingestione di larve vive può causare miasi intestinale con conseguente perforazione e peritonite (un esito in genere fatale), anche se sembra che sia un evento abbastanza raro. Più frequenti sono i fastidi provocati dagli uncini dell'apparato buccale dei parassiti, che si conficcano nella mucosa gastrica, facendo insorgere nausea, vomito e sanguinamenti. Il sistema adottato dai pastori sardi per neutralizzare ogni minaccia consiste nell'ingurgitare quantità di robuste bevande alcoliche, come il vino Cannonau e il distillato Filu 'e ferru. L'alcol asfissia gli intrusi, prevenendo la miasi. Non può nulla contro altri patogeni trasmissibili, ma va detto che quei pastori, estremamente longevi, hanno una tempra d'acciaio, ignota alle genti continentali. 
Mi sono imbattuto tempo fa in un tale che aveva avuto una sgradevole esperienza con un formaggio verminoso prodotto in Italia centrale. Così aveva il dente avvelenato: diceva che i marcetti, oltre a puzzare maledettamente, provocano conati di vomito e disturbi gastrointestinali. 
Le larve del moscone azzurro (Calliphora vomitoria) non saltano, ma resta la loro capacità di trasmettere un gran numero di infezioni e di dare origine a miasi intestinale. Essendo ben più grosse e aggressive di quelle della Piophila, la probabilità di causare lesioni gastriche e intestinali è maggiore. Mi accadde anni fa di mangiare della carne cucinata che sembrava buona, quando mi accorsi che brulicava di giovani cagnotti, nati da poco. A deporre la covata era stato certamente un moscone azzurro. Non mi persi d'animo: mangiai alcuni semi di albicocca e bevvi un quarto di litro di brandy. Le larve asfissiarono e non ebbi conseguenza alcuna. Com'è ovvio, non incoraggio nessuno a imitare la mia esperienza. 
Formaggio coi vermi, sì o no? Diciamo che leccare l'ano a un gran numero di amanti occasionali è meno rischioso per la salute.

Testimonianze nel Web
 
In un forum online mi sono imbattuto in un testo, di cui avevo copiato in un file txt alcuni estratti significativi, in vista di una futura pubblicazione. Purtroppo il sito non è più raggiungibile. Provvedo quindi a riportare il materiale a mia disposizione in questa sede, come estrema forma di salvataggio di importanti informazioni antropologiche. I grassetti sono miei, come l'indicazione dei refusi con (sic).  

"Anche nelle valli trentine i “brigoi del formai” erano (sono?) da alcuni considerati una prelibatezza da inseguire con la polenta. I racconti di mia madre (classe 1926) erano pieni di aneddoti di “brigoloti” saltellanti. Gli acari sono invece chiamati “carpisi” (el formai coi carpisi) quello mi è cpitato (sic)  di assaggiarlo, non in quanto prlibatezza (sic) ma solo perchè il formaggio poverino così era (guai rifiutare quello che ti mettevano nel piatto). Altri ne erano entusiasti per la piccantezza che il formaggio in quella poco invidiabile situazione acquisisce." 

E ancora:

"In Schwaben (Svevia) esisteva l’abitudine di appendere i residui delle carcasse degli animali domestici macellati all’aperto in modo che le mosche carnarie vi deponessero le uova. Quando le larve erano abbastanza cresciute la carcassa veniva battuta con un bastoncino tenendo sotto di questa una pentola nella quale raccogliere le larve cadute."

Un utente scettico, un certo Massimiliano, che confondeva in modo delittuoso la Svevia con la Svezia, ha scritto quanto segue: 

"La mosca è uno dei più importanti vettori del Clostridium botulinum. Le larve, come tutti gli invertebrati, sono tolleranti alla tossina botulinica, ma i vertebrati no. Mangiare un quantitativo significativo di larve di mosca prelevate da un cadavere è letale (sembra che un chilo di tossina botulinica possa mandare al Creatore 7 miliardi di persone…). Nella zootecnia non industriale, l’abitudine di dare, come integrazione alimentare, dei bigattini alle galline è sempre accompagnata dal consiglio che siano quantitativi molto limitati e mai dati con continuità… Quindi, credere che qualche essere umano possa raccogliere bigattini per nutrirsene è un raccontino da bar…"

Forse questo Massimiliano non comprendeva una cosa molto semplice: il fatto che le larve delle mosche (incluse quelle di Piophila casei) siano vettori del Clostridium botulini non significa che siano interamente composte di tossina botulinica e che possano sterminare gli esseri umani a miliardi! Per mettere insieme una quantità di contaminante sufficiente ad uccidere un umano adulto bisognerebbe mangiare una quantità significativa di larve, cosa che sfido chiunque a fare.  In genere i formaggi infestati non favoriscono la crescita del Clostridium botulini, che è un anaerobio obbligato. Intanto i ghiottoni di casu marzu che ingurgitano la covata della Piophila casei dimostrano che ho ragione: per quanto discutibile, la cosa è possibile. 
Per quanto riguarda la Svevia, regione storica della Germania, le larve menzionate nel forum sono quelle della Sarcophaga carnaria, che infestano i resti di macellazione. Evidentemente venivano cotte, cosa che permetteva di neutralizzare i patogeni. Doveva essere un cibo di emergenza, da utilizzarsi in tempi di carestia. Non dobbiamo dimenticarci che la Svevia è stata teatro di spaventosi conflitti e di episodi di fame estrema nel corso della Guerra dei Trent'anni (1618 - 1648): la gente fu costretta a mangiare cose che non sono considerate commestibili. Questo ha dato origine a racconti tramandati di generazione in generazione.

Etimologia di brìgoi, brigoloti 

Ho subito cercato riscontri è ho trovato su Facebook informazioni interessanti. Le larve e i bambini in Veneto sono chiamati allo stesso modo. Questa è la glossa che ho trovato: "brigoloti, perché no' i sta mai fermi!!!" Evidentemente i brìgoi trentini sono una variante di questi benedetti brigoloti.

Queste sono alcune voci diffuse in Trentino, formate a partire dalla stessa radice e riportate nel Dizionario Cembrano di Aldo Aneggi:

brigolament (sostantivo maschile) = formicolio, tremolio;
      irrequietezza.
brigolar (verbo) = brulicare, muoversi continuamente;
      se brigola "si tira innanzi", "si vive".
brigolin (aggettivo) = irrequieto.
brigolin (sostantivo maschile) = irrequietezza.
brigoloti (sostantivo maschile plurale) = acari del formaggio,
     larve.

Se ne trovano molte altre nel LEI (Lessico etimologico italiano) di Max Pfister, anche relative a diverse regioni:


La radice del verbo brigolar "brulicare" è la stessa delle parole italiane brio "forza" e briga "molestia, fastidio; preoccupazione; lite, contrasto", brigare "ingegnarsi", "darsi da fare per ottenere qualcosa". In ultima analisi l'origine è celtica, dalla radice *brīg- "forza, vivacità" (la vocale tonica è lunga, /i:/).

Etimologia di carpisi 

Sempre nel LEI, si trovano informazioni estremamente interessanti.

Latino volgare: carius / caria ‘tarlo’; cariēs / caria / carius ‘putrefazione’
Derivati: cariolus ‘tarlo’
Aggiungo senz'altro cariō (accusativo cariōnem) ‘tarlo, rodilegno’
Latino classico: cariēs (genitivo cariēī) "putrefazione" 
Nota etimologica:
La tradizionale etimologia da careō "mancare" (alludendo a denti a cui mancano pezzi) è estremamente stupida e insensata, l'ennesimo tentativo di spiegare Omero con Omero. Il termine latino non era usato come nel linguaggio moderno solo per indicare la carie dei denti.
Origine della radice: elemento del sostrato, con ogni probabilità tirrenico  

Gli esiti romanzi sono innumerevoli. Riportiamo soltanto qualche dato significativo estratto dal LEI:

Milanese antico: cairo "tarlo del legno"
Piemontese (Gattinara): carí "processionaria"
(glossato come "tipo di bruco che invade i boschi a colonie e distrugge il fogliame")
Istriota: kyéro "carie"
Napoletano (XVII sec.): càiro "malattia delle parti ossee"
Napoletano (XVIII sec.): cario "malattia delle parti ossee"
Ligure centrale (Carpasio): càira "tarlo del legno"
Veneto (Bellunese): chéra "grillotalpa" 

Pfister è dell'idea che questa radice abbia subìto un'incrocio "alla Devoto" con il verbo carpere "prendere", dando origine a un paio di esiti peculiari: 

Ladino (Predazzo, TN): kárpẹ ‘tarme’ (femm. pl.),
Veneto (Tonezza del Cimone, VI): kárpẹ ‘tarme’ (femm. pl.)

Questi dati sono presi dal sito dell'AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale), tavola n. 482 (non 462 come riportato per refuso nel LEI). Ecco il link, che porta alla schermata navigabile: 


Va detto che le due occorrenze riportate di kárpẹ sono circondate da moltissimi casi in cui si hanno forme come tárpẹ e persino pármẹ. Si potrebbe trattare di complessi mutamenti con dissimilazione: 

tármẹ > pármẹ 
tármẹ > tárpẹ > kárpẹ 

La presenza del càrpisi "acari" reso noto da un forum, non riportato nel LEI e neppure nell'AIS, rafforza l'idea di una forma originale, derivata dalla radice di caria e varianti, con l'aggiunta di un suffisso labiale. Al cosiddetto "incrocio" con il verbo carpere non credo nemmeno un po'. Questo fa capire quanto lacunosi e incompleti siano gli studi dei romanisti. 

Ricostruzione del sostrato dai dati latini e romanzi

Forma etrusca ricostruibile: *karia, *karie, *kariu(n)
Significato: "vermi", "putrefazione" 
Semantica: La putrefazione era connessa con i cagnotti, e con ogni probabilità era creduta derivata dalla loro azione
Proto-tirrenico: *kanri- 

Un possibile lontano parente 

Basco: har "verme"
Protobasco: *(h)anaR "verme"
Pre-protobasco: *kanaR "verme"