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venerdì 29 dicembre 2023

 
HAGAZUSSA - LA STREGA 
 
Titolo originale: Hagazussa - Der Hexenfluch 
Lingua originale: Tedesco 
Titoli: Antico Alto Tedesco (in caratteri runici), Tedesco 
    (traduzioni) 
Paese di produzione: Austria, Germania
Anno: 2017
Durata: 102 min
Genere: Orrore, drammatico 
Tipologia: Film a episodi 
Tematiche: Stregoneria, paganesimo alpino, persecuzione 
Regia: Lukas Feigelfeld
Sceneggiatura: Lukas Feigelfeld
Produttore: Lukas Feigelfeld, Simon Lubinski
Casa di produzione: Deutsche Film- und Fernsehakademie
    Berlin
Distribuzione in italiano: Forgotten Film Entertainment
Musiche: MMMD 
Interpreti e personaggi:
    Aleksandra Cwen: Albrun
    Celina Peter: Albrun bambina
    Claudia Martini: Madre di Albrun
    Tanja Petrovsky: Swinda
    Haymon Maria Buttinger: Parroco
    Franz Stadler: Sepp
    Killian Abeltshauser: Contadino
    Gerdi Marlen Simonn: Martha
    Thomas Petruo: Medico
    Judith Greets: Suora
Episodi:
    Ombre (SCATA - Schatten)
    Corno (HORN - Horn)
    Sangue (BLUOT - Blut) 
    Fuoco (FIUR - Feuer)
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Hagazussa: A Heathen's Curse 
   Francese: Incantations 

Trama: 
L'ambientazione è un luogo molto isolato nelle Alpi Austriache, nel XV secolo. 


SCATA :
Ombre 

Una ragazzina solitaria di nome Albrun vive con la madre, Martha, e fa la pastorella di capre. Un anziano viaggiatore le avverte di tornare indietro, perché nei 12 giorni tra Natale e l'Epifania c'è il pericolo di incontrare la Perchta, una divinità pagana che vive tra le montagne e somiglia a una Befana ostile, violenta. Una notte, alcuni uomini travestiti con pelli di capra e corna si avvicinano alla casa di Martha e Albrun, bussano alla porta, le chiamano streghe e insistono perché vengano bruciate vive. Poco più tardi, la madre si ammala di peste. Un medico e una suora, venuti da un villaggio vicino, scoprono degli orribili bubboni bulbosi e scuri sotto l'ascella della donna. Considerandola troppo debilitata per ricevere ulteriori cure, se ne vanno. Albrun si prende cura della madre, le cui condizioni fisiche e mentali peggiorano rapidamente, culminando in una violenza sessuale ai danni della figlia. La donna corre fuori dalla casa nella notte invernale. Al mattino, Albrun trova il suo cadavere nel bosco, ricoperto di serpenti. 


HORN :
Corno 

Quindici anni dopo, Albrun ha una bambina a cui ha dato lo stesso nome della madre defunta, Martha. Si prende cura delle capre sulle colline, mungendole, producendo formaggio e a volte mostrando intimità con loro mentre si masturba. Porta il latte in città per venderlo, ma viene respinta dagli abitanti, a causa delle loro superstizioni, che li portano ad odiare i pagani (veri o immaginari che siano). La giovane è costretta ad affrontare terribili bulli, che la trattano come una paria, insultandola e sputando a raffica. Le molestie vengono interrotte all'improvviso dall'intervento di una ragazza biondiccia di passaggio, Swinda. Più tardi, questa Swinda si presenta alla baita di Albrun donandole una mela e dicendole che il prete del villaggio vorrebbe parlarle. 
Il sacerdote tratta Albrun umanamente e le spiega che il suo isolamento e il suo allontanamento dagli altri conducono i villici alla tentazione che scaturisce dal sacrilegio. Mentre porge ad Albrun il teschio di sua madre, levigato e ornato, dipinto con fiori e vegetazione, conclude: "Per rafforzare la fede di una comunità religiosa, è necessario che ogni sacrilegio venga purificato". Albrun prende il teschio e lo mette in un angolo della sua casa. Gli fa offerte di fiori e gli colloca vicino una candela. Quando Swinda le fa visita, nota quel resto macabro e se ne va via subito. Nella suo solitudine, Albrun sente voci provenienti dal bosco, tra cui quella di sua madre. I suoni continuano mentre si masturba. Il giorno dopo, cerca di allattare sua figlia, che però rifiuta il capezzolo. 
Più tardi, mentre camminano in montagna con Albrun, Swinda la mette in guardia da "coloro che non portano Dio nel cuore: gli ebrei e i pagani". Aggiunge che "Arrivano di notte e come animali ti rapiscono, e poi qualche mese dopo hai un figlio come loro tra le braccia". Durante il tragitto, Swinda convince un uomo incredibilmente grossolano e grottesco a camminare con loro. Dopo che Swinda gli ha sussurrato qualcosa, lui si gira verso Albrun e l'abbraccia. Swinda getta Albrun a terra, la immobilizza e sussurra: "È disgustoso come puzzate voi streghe, emanate un fetore di marcio". Però inala avidamente. L'uomo scimmiesco inizia quindi a violentare Albrun mentre Swinda la tiene ferma. Più tardi, Albrun torna a casa e scopre che le sue capre sono state tutte rubate tranne una, orrendamente macellata e mutilata. Furiosa, porta un ratto morto alla fonte d'acqua locale per avvelenarla, poi urina sulla carogna del roditore e nel flusso. Ha le mestruazioni ed è febbricitante. Quella notte, Albrun accende una candela e comunica con il teschio di sua madre. 


BLUOT :
Sangue  

Albrun arriva in città con la figlia in braccio e vede molti cadaveri nudi e tumefatti condotti via. È la peste! Un monatto incappucciato trasporta su un barozzo Swinda e il massiccio contadino grottesco. Le loro carogne sono messe in una posizione contorta, quasi come se fossero impegnate in un 69: i piedi incredibilmente puzzolenti dell'uomo, dalle suole annerite, sono a poca distanza dalla faccia di Swinda e fanno penetrare i lezzi schifosi nel suo naso estinto. La scena sembra quasi una proiezione dei supplizi dell'Inferno, che non daranno loro pace per l'Eternità!
Sulla via del ritorno, Albrun si ferma nel bosco e mangia un fungo, una specie di chiodino, che le provoca terrificanti allucinazioni e psicosi violentissime. Nel mezzo del parossismo, la donna entra in un putrido stagno assieme alla figlia, lasciandola annegare. Affonda nell'acqua torbida con gli occhi aperti, in mezzo al sangue.


FIUR : 
Fuoco  

Nella sua baita, mentre Albrun dorme, un serpente le percorre il corpo. Lei si sveglia e, ignorando il rettile, sente la madre chiamarla. Si alza e si avvicina al camino, mentre continua a sentire il respiro affannoso della madre. A questo punto scopre il corpicino della bambina annegata, che aveva portato a casa con sé. Sconvolta, lo immerge nella zuppa che bolle sul fuoco. Con mani tremanti, mangia alcuni brandelli della carne infantile. Presto vomita copiosamente e urla di orrore, mentre la psicosi indotta dal fungo ritorna a scuoterla. Vede la figura spettrale della madre e sente delle risate. Le ombre sui muri sembrano muoversi minacciose, costringendola a fuggire dalla capanna. Nella luce crepuscolare del mattino, con gli occhi resi opachi e ciechi da un glaucoma, Albrun si sdraia e muore sulla cima della montagna. Il suo corpo prende fuoco spontaneamente al sorgere del sole! 

Numero di bambini mangiati: 1. 


Recensione: 
Questo film è la tesi di laurea del regista, produttore e sceneggiatore austriaco Lukas Feigelfeld (Vienna, 1986 - vivente). 
La critica ha accostato con una certa insistenza questa pellicola a The Witch, diretto da Robert Eggers (2015), che parimenti tratta l'argomento della stregoneria. A mio avviso, le somiglianze tra l'opera di Feigelfeld e quella di Eggers si limitano alle atmosfere cupe e ai colori smorti, in alcune sequenze tendenti quasi al bianco e nero. Infatti il film è stato girato in gran parte con luce naturale e in remote località alpine; il regista ha optato per dialoghi minimi e un approccio lento e atmosferico. La struttura narrativa è esile, ridotta all'indispensabile. È opinione comune nel Web che la storia passi addirittura in secondo piano rispetto alla forma (Cotola, 2020). Questo si deve soprattutto al fatto che la protagonista è una donna solitaria, che ha pochissimi contatti con il mondo esterno. In altre parole, manca un complesso contesto familiare.  
La pellicola di Eggers è legata all'iconografia tradizionale della stregoneria, con i Sabba, i patti col Diavolo in forma di caprone nero, il manifestarsi di eventi soprannaturali et similia. Quella di Feigelfeld invece esplora una tradizione abbastanza diversa, fatta di sopravvivenze (vere o presunte) di un sostrato precedente all'introduzione del Cristianesimo nell'arco alpino orientale. Manca del tutto l'elemento della Riforma Protestante, essendo l'ambientazione precedente. Mancano così dispute religiose come quella che ha portato William ad essere espulso con la famiglia dalla sua comunità puritana.  
Come già The Witch, anche Hagazussa - La strega può essere visto servendosi di diverse due chiavi di lettura: quella letterale e quella figurativa. La seconda è quella che permette la migliore analisi, da un punto di vista prettamente razionalistico. Albrun potrebbe benissimo non essere una strega, bensì una donna infelice e con problemi psichici aggravati dalla solitudine, dalla segregazione e dal clima di ostilità che la circonda. Tutto ciò che appare soprannaturale può essere visto come pura e semplice allucinazione indotta da avvelenamento da funghi. Albrun uccide la figlia e compie un atto di cannibalismo perché spinta dalla pazzia e non per comando di un'entità demoniaca realmente esistente. Le voci sono allucinazioni acustiche, ben note alla psicopatologia. La peste che uccide Swinda e il contadino scimmiesco può essere stata causata dal morso di uno scoiattolo, di un ratto o di una lepre - e non da un atto magico di reale efficacia. Non dimentichiamoci che negli Stati Uniti d'America, dove ogni anno si verificano sporadici casi di peste (sia bubbonica che polmonare), il principale vettore del morbo è proprio il morso degli scoiattoli. L'unico fenomeno difficile a spiegarsi è quello dell'autocombustione finale, che avviene sotto il cielo sereno e non può essere ascritta a un fulmine comune. Si può pensare che Albrun, ormai incosciente, sia stata colpita da un fulmine globulare, evento rarissimo ma non del tutto impossibile. 
Tuttavia, se uno spettatore volesse ritenere che Albrun sia un'autentica strega, avrebbe comunque tutti gli elementi per farlo. Questa complessità, che permette diverse interpretazioni tra loro contrastanti, è qualcosa di geniale. 


Etimologia di Hagazussa  

La parola Hagazussa è l'antenato del tedesco moderno Hexe "strega". La forma protogermanica ricostruibile è *χaγatusjō, composto di *χaγō "recinto" e di *tusjō "demonio", con paralleli in celtico e in altre lingue indoeuropee.
 
Etimologia di Albrun 
 
Il nome significa "Runa degli Elfi" o "Segreto degli Elfi". La forma protogermanica ricostruibile è *Albirūnō, composto di *albiz "elfo"  e *rūnō "segreto". È un antroponimo femminile molto arcaico. Gli Elfi, nell'antica tradizione germanica, non erano le creature leggiadre, splendenti e benevole a cui siamo stati abituati dal fantasy: erano esseri maligni che vivevano nei tumuli e che erano ritenuti responsabili, tra le altre cose, della diarrea e della lebbra. 
 
Etimologia di Swinda 
 
Il nome significa "Forte". La forma protogermanica ricostruibile è *Swinþō, da *swinþaz "forte". È un antroponimo femminile molto arcaico. In gotico si ha l'aggettivo swinþs "forte", femminile swinþa. Lo stesso elemento si trova anche nel nome della Regina degli Ostrogoti Amalasunta (gotico Amalaswinþa "Forza degli Amali", trascritto come Amalasuintha, Amalasuntha, Amalasuinda, Amalasuenta). Gli Amali erano la dinastia regnante degli Ostrogoti (estinta con la morte di Teodato nel 536). 

Nota: 
Sono forme un po' arcaiche per il XV secolo.

Curiosità 

Il finanziamento subì delle interruzioni: le riprese furono sospese per un anno a causa di vincoli di bilancio, poiché la produzione inizialmente non ricevette alcun sostegno finanziario da parte di fondi cinematografici tedeschi o austriaci. 

Gli attori hanno recitato le loro battute in una variante dialettale austriaca della lingua tedesca. La colonna sonora è stata composta dal duo dark ambient greco MMMD. 


Altre recensioni e reazioni nel Web 

Alcune opinioni interessanti si trovano nel sito di critica cinematografica Il Davinotti


Daniela ha scritto (2020):
"Figlia di strega, destinata a diventare strega essa stessa...  Con molti punti di contatto con The Witch di cui condivide i toni cupi e l'ambientazione in una società contadina decontestualizzata, questa produzione franco-tedesca [sic] riesce ad essere ancora più scarna e criptica. Per spingere verso il male è sufficiente la crudeltà degli uomini verso i deboli ed i diversi, sorretta dall'ottusità della Chiesa, tanto che il Diavolo può defilarsi fino a diventare un fruscio nella foresta o la conseguenza di un'intossicazione alimentare. Film ostico ma rigoroso, affascinante."
Buiomega71 ha scritto (2021): 
"Cupo, ostico, opprimente e oscuro (come le musiche alla Popol Vuh di Mmmd) viaggio incubotico [sic] che sta tra Dreyer e Herzog, in cui Feigelfeld tocca le corde più disturbanti (in zona zoofilia con la mungitura della capra, la madre che annusa viscidamente la figlia, una minzione su un ratto morto, infanticidi, il vomito, la peste e una sequenza di cannibalismo tra le più insostenibili mai girate) fino a una chiusa suggestiva che sfocia nel soprannaturale. The witch, al confronto, sembra un blockbuster. Vivamente sconsigliato a chi soffre di depressione. Pesantissima l'atmosfera."
Abthonyvm ha scritto (2022): 
"Sarebbe semplicistico considerare l'opera di Feigelfeld come la controparte europea del The witch di Eggers, nonostante gli inevitabili paragoni e gli evidenti punti di contatto: l'orrore dell'austriaco è più rarefatto e intimo, si nutre di solitudine ed emana dai dettagli (i bubboni della madre morente, l'erotismo malato, i teschi), facendosi conseguenza diretta di mali insanabili quali il pregiudizio e l'ignoranza, concretizzandosi in una fuga nefasta nella follia depressiva. Opera non tanto spaventosa quanto disturbante, che si avvale di un'ottima protagonista e un'eccellente OST."
Piuttosto scettico è invece Myvincent, che ha scritto (2021):
"Vita, miracoli e morte di una strega del XV secolo in uno sperduto villaggio alpino fatto di quattro case. Più che un horror, l'ennesima critica a chi fa della diversità uno squallido motivo di conformismo. Purtroppo lo stile è talmente monotono, il ritmo di una noia insostenibile, che il film si fa davvero pessimo. Esercizio di stile fine a se stesso e per di più dai risultati discutibilissimi."

Riporto infine il link alla recensione di C.H. Newell, pubblicata sul sito Father Son Holy Gore


Senza dubbio è interessante, anche se si ravvisa una certa fissazione con temi tipicamente moderni proiettati retroattivamente indietro di secoli. 

sabato 15 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: TSCHIGRUN 'FORMAGGIO ALPINO' - E UN SUO PARENTE IN TEDESCO

In romancio esiste la parola tschigrun "formaggio alpino" (la grafia tsch- trascrive l'affricata /tʃ/, come in tedesco e come ch- in inglese). La sua origine, in apparenza problematica, può essere ricondotta a un sostrato celtico, da cui è passata come prestito all'alto tedesco Zieger, Ziger. Questa è la protoforma ricostruibile: 

Proto-celtico: *dwigrū "formaggio",
      genitivo *dwigronos 
Derivazione: da *dwi- "due volte" e *gwor- "calore" (analogo all'italiano ricotta, ossia "cotta due volte"). 
Note: 
L'assibilazione del gruppo iniziale *dw- deve essere stata causata dalla vocale anteriore seguente; probabilmente è uno sviluppo locale, che non ho mai riscontrato in altre lingue celtiche. Questo mutamento deve essere abbastanza antico, visto che la parola si trova in alto tedesco già con una consonante affricata /ts/

Questo è quanto riportato nel dizionario online DWDS (Der deutsche Wortschatz von 1600 bis heute "Il vocabolario tedesco dal 1600 ad oggi"): 

Zieger, auch (besonders schweiz.) Ziger m. (landschaftlich f.) ‘Käse aus Molke, Quark’, zunächst (vor allem in der Schweiz, im Elsaß, in Oberschwaben und Tirol) Bezeichnung für das Molkeneiweiß, die aus der (bei der Käseherstellung anfallenden) Molke durch Sieden und Säurebeimischung gewonnene Quarkmasse (daneben im Schwäb. und Bair.-Öst. Schotten m., Schotte f., s. d.), dann auch ‘aus Molkeneiweiß bereiteter Käse, Ziegerkäse’, mhd. ziger m. (frühmhd. vereinzelt zigere f.). Dem alem. tirol. Zi(e)ger ‘durch Gerinnen der Molke gewonnene feste Masse’ entspricht rätoroman. (Graubünden) tšigrun, šigrun, sigrun, auch (t)šagrun. Nach Hubschmied in: Vox Romanica 1 (1936) 92 ff. handelt es sich wohl um ein Wort der gallischen Milchwirtschaft, so daß vielleicht von einem spätgall. *tsigros auszugehen ist, entstanden aus gall. *dwigros ‘zweite Erwärmung’, zu kelt. *ger- ‘erwärmen, erhitzen’ (anzuschließen an die Wurzel ie. *gu̯her- ‘heiß, warm’, s. gar; vgl. air. fogeir ‘er erhitzt’) und der Kompositionsform kelt. *dwi- ‘zweifach’ (vgl. air. dē-, s. auch bi-); Benennungsmotiv wäre dann, daß die Milchflüssigkeit nach der Käsegewinnung zur Ausfällung des Molkeneiweißes nochmals und stärker erhitzt wird (vgl. ital. ricotta ‘Molkenkäse’, zu ital. ricuocere ‘noch einmal kochen, wieder aufkochen’). – Zi(e)gerkäse m. ‘aus Molkeneiweiß bereiteter Kräuterkäse’, mhd. zigerkæse

Traduzione in italiano: 

Zieger, anche (soprattutto svizzero) Ziger m. (rurale f.) 'formaggio di siero di latte, quark(1)', inizialmente (soprattutto in Svizzera, Alsazia, Alta Svevia e Tirolo) nome della proteina del siero di latte, che deriva dalla (a cagliata massa ottenuta durante la produzione del formaggio) mediante bollitura e aggiunta di acido (anche in Svevia e Baviera-Est Schotten m., Schotte f., s. d.), poi anche ‘formaggio a base di proteine ​​del siero di latte, formaggio di capra’, mhd (primo mhd. occasionalmente zigere f.). Dimmi tutto. Tirolo. Zi(e)ger 'massa solida ottenuta dalla coagulazione del siero' corrisponde a Retoromanzo (Grigioni) tšigrun, šigrun, sigrun, anche (t)šagrun. Secondo Hubschmied in: Vox Romanica 1 (1936) 92 ss. si tratta probabilmente di una parola dell'industria casearia gallica, per cui forse deriva da un tardo Gallico *tsigros viene da Gall. *dwigros ‘secondo riscaldamento’, anch’esso celtico. *ger- 'calore, calore' (da collegare alla radice i.e. *gu̯her- 'caldo, tiepido', vedi gar; cfr. air. fogeir 'egli riscalda') e la forma compositiva celtica *dwi- "doppio" (cfr. air. dē-, vedi anche bi-); Il motivo del nome sarebbe quindi che il liquido del latte viene riscaldato nuovamente e con maggiore forza dopo che il formaggio ha fatto precipitare le proteine ​​del siero di latte (cfr. italiano ricotta 'formaggio di siero di latte', italiano ricuocere 'cuocere di nuovo, portare di nuovo a ebollizione') . – Zi(e)gerkäse m. ‘formaggio alle erbe a base di proteine ​​del siero di latte’, medio alto tedesco zigerkæse

(1) Il quark è un formaggio fresco di latte vaccino pastorizzato, simile alla ricotta. 

Nel seguito riportiamo la protoforma indoeuropea con i suoi principali derivati formati tramite suffissi. Ci limitiamo ad evidenziare i discendenti in celtico, germanico, latino e greco antico (più un interessante esito in ligure), senza la pretesa di essere esaustivi. 

Proto-indoeuropeo: *gwher- "essere caldo"; "diventare caldo" 


Proto-celtico: *uϕo-gwereti "egli scalda" 
   Antico irlandese: fogeir "egli scalda" 
Proto-celtico: *gwerets "lardo" (genitivo *gweretos)
   Antico irlandese: geir "lardo" (genitivo geired)
   Medio gallese: gwer "lardo" 
Proto-celtico: *gworos "incubazione"; "pus"
   Antico irlandese: gor "incubazione"; "pus"
   Medio bretone: gor "pus"
   Gallese: gôr "pus" 

Derivati: 

i) Proto-indoeuropeo: *gwhéros "calore"; "tempo caldo" 


Proto-ellenico: *kwhéros "calore"; "stagione calda" 
    Greco antico: θέρος (théros) "calore"; "estate"

ii) Proto-indoeuropeo: *gwhermṇ "calore"


Proto-italico: *fermentom "fermentazione"
   Latino: fermentum "fermentazione", "lievito, fermento" 
Proto-germanico: *warmaz "caldo" 
   Antico alto tedesco: warm "caldo" 
   Norreno: varmr "caldo"  
   etc.
Proto-ligure: *bormos "caldo", "ribollente" 
   Idronimi: Bormida 
   Toponimi: Bormio, Worms (< Borbetomagus) 
   Teonimi celtici: Bormo, Borvo, Bormanus, Bormanicus
       Borbanus 
Proto-ellenico: *kwhermós "caldo" 
   Greco antico: θερμός (thermós) "caldo" 

iii) Proto-indoeuropeo: *gwhṛnós "qualcosa di caldo"


Proto-celtico: *gwornos "cosa ardente" 
   Antico irlandese: gorn "tizzone ardente"
Proto-italico: *fornos "cosa ardente" 
   Latino: furnus "forno", "fornace"

iv) Proto-indoeuropeo: *gwhrensós "calore" 


Proto-celtico: *gwrensos "calore" 
   Antico irlandese: grís "fuoco"; "calore"
   Gallese: gwres "calore"; "febbre" 

v) Proto-indoeuropeo: *gwhoréjeti "scaldare" 


Proto-celtico: *gworīti "egli scalda" 
   Antico irlandese: guirid "egli scalda" 

vi) Proto-indoeuropeo: *gwhṛnéuti "scaldarsi" 


Proto-germanico: *brinnanan "bruciare", "ardere" 
   Gotico: brinnan "bruciare", "ardere" 
   Antico alto tedesco: brinnan "bruciare", "ardere" 
   Norreno: brinna, brenna "bruciare", "ardere"
   etc. 

giovedì 13 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: LOM 'POLMONE'

In romancio esiste la parola lom "polmone" (variante ortografica lomm), usata in surmirano, sursilvano e sottosilvano. I romanisti in genere la riconducono all'aggettivo quasi omofono lom "debole", engadinese lam, ricondotto generalmente al germanico: longobardo lam "fragole, debole", gotico ricostruito *lamjis "debole", "zoppo" (Gamillscheg, Meyer-Lübke et al.). Tuttavia ci sono anche alcuni significati secondari problematici, come "morbido", "acquoso", "pastoso", che vanificano l'etimologia germanica. Lüdtke ha allora tirato in ballo il vocabolo pre-latino lāma "terreno acquitrinoso", fin troppo spesso considerato "latino". Tipicamente, i romanisti si lasciano andare a simili elucubrazioni.   

Sul Wiktionary in inglese il vocabolo romancio lom è considerato un esito del latino pulmō "polmone", evolutosi direttamente dalla forma nominativa - mentre l'italiano continua l'accusativo pulmōne(m). Non sono stato in grado di identificare l'autore di questa etimologia. Il problema è la mancanza della consonante labiale iniziale, p-. Perché diamine dovrebbe essere scomparsa? Viene postulata una metatesi da pulmō a *plumō per cercare di spiegare lom, ma si noterà che in romancio pl- iniziale si conserva.

Così abbiamo i seguenti esiti in sursilvano:
1) plaun "piano", dal latino plānus
2) plein "pieno", dal latino plēnus
3) plum "piombo", dal latino plumbum

Gli esiti in surmirano sono i seguenti: 
1) plang "piano", dal latino plānus;
2) plagn "pieno", dal latino plēnus;
3) plom "piombo", dal latino plumbum

Gli esiti in sottosilvano sono i seguenti: 
1) plàn "piano", dal latino planus
2) plagn "pieno", dal latino plenus;  
3) plùn "piombo", dal latino plumbum.

Stanti questi dati, è sommamente improbabile che pulmō possa aver dato lom.

Ebbene, la scomparsa della consonante /p/ è un indicatore che depone fortemente a favore della celticità di una parola. Sono consapevole del fatto che nelle lingue celtiche note non è attestato un termine simile per indicare il polmone. Per quanto riguarda le lingue insulari, abbiamo a disposizione i seguenti dati: 

Medio irlandese: scaim "polmoni" (pl.)
   Irlandese moderno: scamhóg "polmone" 
Medio gallese: ysgeveint "polmone" 
   Gallese moderno: ysgyfaint "polmone"

Questi nomi del polmone derivano dal proto-celtico *skamos "leggero" (altri esiti: gallese ysgafn "leggero", bretone skañv "leggero", cornico skav "leggero"). 

Questa invece è la protoforma ricostruibile a partire dalla parola del romancio surmirano:

Proto-celtico: *loumū (< *ploumū) "polmone" 

In Gallia Transalpina e in Britannia il dittongo /ou/ aveva un suono chiuso e tendeva ad evolvere in /u:/. Non è però impossibile che nell'arco alpino ed altrove esistessero lingue celtiche in cui il suono era aperto: /ɔu/
La ricostruzione da me presentata sembra essere inedita: non ho trovato nessun cenno a studiosi che abbiano tentato qualcosa di simile. 

Proto-indoeuropeo: *pleumōn "polmone"
    Forma obliqua: *plumn-


Proto-ellenico: *pléumōn "polmone"
    Greco antico: πλεύμων (pléumōn), πνεύμων (pnéumōn)  
       "polmone" 
    Nota: 
    La forma πνεύμων è secondaria e influenzata da πνεῦμα
    (pneûma) "respiro".
Proto-italico: *plumō "polmone" 
    Latino: pulmō "polmone" (gen. pulmōnis
    Nota: 
    Deve essere una derivazione della forma obliqua indo-
    europea.
Proto-indoiranico: *klaumā "polmone" < *plaumā 
    Sanscrito: क्लोमा klomā "polmone destro", 
    क्लोमानौ klomānau "polmoni" (duale)
    क्लोमानः klomānaḥ "polmoni" (plurale)

Esiste anche una protoforma con un diverso suffisso: *pleutjom / *ploutjom "polmone", che dà origine a esiti nelle lingue baltiche e in quelle slave: 

Proto-balto-slavo: *pljáutja, *pláutja
   Lituano: plaũtis "polmone" (pl, plaũčiai)
   Lettone: plàušas "polmoni" (pl. plàuši)
   Antico prussiano: plauti "polmone"
   Proto-slavo: *pľūťé, *plūťé "polmone"

Si tratta di derivati della seguente radice verbale: 

Proto-indoeuropeo: *pleu- "nuotare"; "scorrere"; "correre" 

mercoledì 5 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: DRAIG, DRATG 'VAGLIO, SETACCIO'

In romancio esiste la parola draig "vaglio", "setaccio" (variante ortografica: dratg). In valtellinese troviamo drèi, glossato dal professor Guido Borghi come "grande vanno di vimini intrecciati per vagliare il grano". L'origine, in apparenza problematica, può essere ricondotta al sostrato celtico. Questa è la protoforma ricostruibile: 

Proto-celtico: *dragijo- "vaglio", "setaccio" 
   Ricostruzione alternativa: *drāgijo- 

A quanto ne so, non sono rimaste attestazioni di discendenti diretti nelle lingue celtiche note, antiche e moderne. Per questo motivo, non mi è possibile allo stato attuale delle conoscenze decidere se la vocale -a- sia breve o lunga. L'ipotesi più convincente è ricondurre questa parola alla seguente radice proto-indoeuropea: 

Proto-indoeuropeo: *der- "dividere", "separare";
     "rompere", "spaccare" 

Gli esiti di questa radice in numerose lingue indoeuropee presentano svariati suffissi, in particolare -n-, -m--t-. Riporto alcune forme, senza la pretesa di essere esaustivo. 

Proto-germanico: *turnanan "rompere"; "partire"
   Gotico: aftaurnan "essere rotto", distaurnan "rompere" 
Proto-germanico: *turθiz "distruzione", "abbattimento" 
   Gotico: gataurþs "distruzione", "abbattimento" 
Proto-celtico: *darnos, *darnā "parte", "frammento"; 
       "porzione" 
   Gallico: *darnā "pezzo", "porzione"
         (da cui francese darne "pezzo", "fetta di pesce")
   Medio gallese: darn "pezzo", "frammento" 
Proto-ellenico: *dṛtis "separazione" 
   Greco classico: δάρσις (dársis) "separazione" 
Proto-ellenico: *dermṇ "cosa tagliata" > "pelle" 
   Greco classico: δέρμα (dérma) "pelle" 
Proto-indoiranico: *dṛnáHti "egli divide, rompe" 
   Sanscrito: *dṛnāti "egli divide, separa, rompe" 
   Avestico: *derəneṇti "essi rompono"

Per spiegare la voce romancia, dobbiamo ipotizzare un'estensione diversa, in -ag- / -āg-: 

Proto-celtico: *d(e)rag- "dividere", "separare", "vagliare" 
   Ricostruzione alternativa: *d(e)rāg- 
Tramite il suffisso -jo- è stato formato il sostantivo (di genere neutro).

Questo suffisso mi è oscuro, anche se non sembrano esserci dubbi sulla radice a cui è stato aggiunto. Non riesco a trovare una spiegazione migliore. Sono grato a chi troverà una spiegazione convincente. Giova però notare che in antico irlandese esiste la parola drécht "porzione, parte", di genere neutro col tema in -u-, verosimilmente derivata da una protoforma *drijaχtu. Anche in questo caso, il suffisso è tutto fuorché chiaro. Sembra però in qualche modo collegato. 

Altri, come il professor Guido Borghi, Wilhelm Meyer-Lübke e Helmut Rix, riconducono il vocabolo romancio a una diversa radice indoeuropea:  

Proto-indoeuropeo: *dhregh- "venire agitato, andare in agitazione", "irritare", "turbolento"  


Greco antico: 
θρᾱ́σσω (thrā́ssō), τᾰρᾰ́σσω (tărắssō)
      "io tormento, disturbo, agito"
Greco antico: 
τρᾱχῠ́ς (trākhŭ́s) "ruvido", "rozzo" 
Proto-slavo: *drāžìti "irritare, tormentare" 
Sanscrito: द्राघते
 drāghate "egli tormenta" 

La proposta è senza dubbio interessante, anche se mi sembra un po' problematica: è più plausibile che un vaglio tragga il suo nome dall'azione tecnica di dividere o di separare, piuttosto che da quella generica di agitare. 

martedì 20 giugno 2023


VILGARDO DI RAVENNA: 
NEOPAGANESIMO MEDIEVALE

Nei primi anni '70 del X secolo si registrò un fatto che possiamo soltanto definire degno della massima attenzione. In un contesto che il sistema scolastico si affanna a definire "solo ed esclusivamente cristiano", fece la sua comparsa un ribelle, un nostalgico del mondo pagano dell'antica Roma. Il suo nome era Vilgardo e fu un grammatico nella città di Ravenna. Immerso nei suoi studi e nelle sue letture classiche, sognava un mondo migliore, forse idilliaco, che credeva di poter realizzare con un'improbabile restaurazione dell'antica religione politeista romana. Tanto vivida era la sua immaginazione da fargli sperimentare esperienze allucinatorie intensissime: era davvero convinto che gli spiriti di Virgilio, Orazio e Giovenale gli avessero fatto visita. Il suo tentativo di comunicare al pubblico il suo mondo interiore gli costò la vita. Un'unica fonte storica ci parla di Vilgardo: Rodolfo il Glabro, monaco benedettino e cronista del XI secolo. Ecco il suo resoconto, ovviamente di parte, contenuto negli Historiarum libri quinque (Libro II, capitolo 12):

Ipso quoque tempore non impar apud Ravennam exortum est malum. Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis mos semper fuit artes negligere caeteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset, inflatus superbia, stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones poetarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis, apparentesque illi, fallaces retulerunt grates quoniam suorum dicta voluminum charius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem; promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multa turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque poetarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a pontifice ipsius urbis Petro damnatus. 

Traduzione: 

"In quel periodo, anche a Ravenna si verificò un male non dissimile da quello sopra descritto (1). Un certo uomo di nome Vilgardo si dedicò con più zelo che costanza agli studi letterari, poiché era sempre abitudine italiana dedicarsi a questi a discapito delle altre arti. Poi una notte quando, gonfio d'orgoglio per la conoscenza della sua arte, aveva cominciato a rivelarsi più stupido che sapiente, gli apparvero dei demoni nelle sembianze dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, fingendo gratitudine per l'amorevole studio che dedicava al contenuto dei loro libri e per essere stato il loro felice araldo alla posterità. Gli promisero, inoltre, che presto avrebbe condiviso la loro fama. Corrotto da questi diabolici inganni, iniziò pomposamente a insegnare molte cose contrarie alla santa fede e affermò che le parole dei poeti meritavano fede in ogni caso. Ma alla fine fu scoperto come eretico e condannato da Pietro, arcivescovo di quella città." 

(1) Qui Rodolfo il Glabro allude al protocataro Leotardo (Leutardus) di Vertus, che in realtà non ha nulla a che vedere con idee neopagane.

Dobbiamo notare una cosa alquanto singolare: essendo parte del mondo accademico dell'epoca, Vilgardo era un chierico con gli Ordini minori (tra cui la facoltà di praticare esorcismi). Si arriva così a un paradosso: un esorcista a tutti gli effetti che viene accusato di essere stato sedotto dai demoni fino a deviare completamente dalla stessa religione cristiana! La narrazione di storie come questa era ritenuta edificante, perché serviva a mettere in guardia il gregge dei fedeli dalle opere attribuite al Maligno. Ovviamente manca a Rodolfo il Glabro ogni capacità di comprendere le cause dell'accaduto, da lui interpretato come un segno funesto dell'avvicinarsi della Fine dei Tempi (Quod praesagium Joannis prophetiae congruit, etc.). Il monaco benedettino non ci elenca gli insegnamenti di Vilgardo, le "molte cose contrarie alla santa fede", anche se possiamo facilmente intuirli; riporta invece con orrore un'unica proposizione sulla Verità che si trova nelle opere degli antichi poeti anziché nelle Scritture. È come se descrivesse un tentativo di totale distacco dalla realtà sociale e culturale dei suoi tempi. Robert Black (2001) ritiene che si trattasse di una semplice passione per la letteratura latina, serpeggiante tra i chierici ravennati e ritenuta diabolica dalle autorità ecclesiastiche (un arcivescovo rigoroso, un monaco fanatico e apocalittico, etc.). I tentativi di decostruzionismo sono del resto molto frequenti agli inizi del XXI secolo. 

Rodolfo il Glabro ci dice che in Italia furono trovati e uccisi numerosi neopagani. Ecco il passo in questione: 

Plures etiam per Italiam tempore hujus pestiferi dogmatis reperti, quique ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt.  

Traduzione: 

"Molti altri che professano questa dannosa dottrina sono stati scoperti in tutta Italia, e anche loro sono morti, giustiziati con la spada o con il fuoco." 

Nonostante queste evidenze, non è chiaro se Vilgardo abbia avuto seguaci. Sono abbastanza scettico sul fatto che il grammatico di Ravenna abbia potuto dare origine a un movimento capillarmente diffuso nell'intera Penisola. Di questi fermenti neopagani non trovo altre documentazioni. Il fenomeno meriterebbe uno studio più approfondito. Focolai di ribellione neopagana potrebbero essere nati per reazione alla natura squallida ed oppressiva del feudalesimo, in modo indipendente in diverse regioni. In altri termini, sarebbe un movimento multicentrico. La speranza è che emergano nuovi documenti in grado di colmare le gravi lacune nella nostra conoscenza dell'accaduto.  
Il riferimento all'anomala comparsa dei misteriosi eretici Sardi, menzionati da Rodolfo subito dopo i supposti seguaci di Vilgardo e a loro associati, dimostra che il cronista aveva le idee molto confuse e approssimative sul complesso mondo della dissidenza religiosa. Ovviamente, di tutte queste cose, sui libri di scuola non si trova la benché minima menzione. Non sono nemmeno note a piè di pagina. 

Etimologia di Vilgardo

Il nome Vilgardo (latino Vilgardus) è di chiara origine gotica: *Wiljagards "Corte della Volontà" o "Casa della Volontà". Notiamo il passaggio dalla semiconsonante /w/ a una fricativa /v/, come notato anche in altri nomi di origine gotica, in netto contrasto con l'evoluzione di tale fonema nella lingua dei Longobardi, che invece ha portato allo sviluppo di un elemento velare, dando origine a /gw/. La trafila deve essere stata questa: 

*/'wiljagards/ => */'wiligard/ => */'vilgard/,
latinizzato in /vil'gardus/

Esistevano a Ravenna discendenti degli Ostrogoti: non dimentichiamoci che quella città è stata la capitale del Regno Ostrogoto. Abbiamo a che fare con un antroponimo di estremo interesse, del cui studio quasi nessuno sembra essersi finora occupato - anche se non presenta criticità alcuna. I dettagli della sua evoluzione fonologica sembrano far pensare alla lunga sopravvivenza di una forma consunta della lingua dei Goti in un'area che fu a lungo sottoposta al dominio bizantino, finendo conquistata dai Longobardi soltanto nel 751.  

Il problema della pronuncia del latino 

Vilgardo con ogni probabilità utilizzava la pronuncia carolingia del latino, data l'epoca in cui visse. Come gli avranno parlato le apparizioni di Virgilio, Orazio e Giovenale? In che modo avranno pronunciato le parole della lingua di Roma? Evidentemente avranno utilizzato la stessa pronuncia a cui Vilgardo era abituato. Non c'è altra possibilità. Se avessero utilizzato la reale pronuncia del latino aulico dell'antica Roma, è ben possibile che il grammatico ravennate avrebbe fatto molta fatica a comprendere quanto gli veniva detto. Si sarebbe stupito non poco e ne sarebbe rimasto deluso. Egli infatti si cullava nell'illusione di possedere una reale e affidabile conoscenza del mondo antico. Nonostante quello che è popolarmente creduto, la demonologia e la necromanzia sono incapaci di accedere alla vera conoscenza delle cose. L'irreversibilità degli eventi rende impossibile consultare davvero le voci dei Morti. Non si può dimostrare che esista un intervento in grado di prendere un discorso realmente pronunciato da un defunto e di portarlo nella nostra realtà. 

Un problema nell'eresiologia ecclesiastica 

La Chiesa Romana non ha mai saputo distinguere due situazioni a mio avviso del tutto diverse: 

1) Appartenenza a una religione organizzata, che tramanda di generazione in generazione una dottrina considerata eretica; 
2) Sviluppo di una dottrina considerata eretica in un singolo individuo, a causa di una personale esperienza di vita o della lettura di testi.

Nel primo caso, si tratta di qualcosa di vivo e vitale che viene trasmesso e che si trasmette a sua volta, per mezzo della continuità. Nel secondo caso invece si ha un processo discontinuo. La Chiesa Romana, a cui interessa soltanto contrastare ciò che ritiene una forma di "malattia dello spirito" con le caratteristiche di un contagio, teme che ogni dissidente, quale che sia l'origine della sua dissidenza, possa diventare un eresiarca, diffondendo le sue dottrine e organizzando un movimento.  

Link utili

Rodolfo il Glabro, Historiarum libri quinque, testo completo in latino:

Silvana Arcuti (2015), Fermenti spirituali e dissenso religioso nell'Europa medievale 

Giorgio Cracco (1980), Le eresie del Mille : un fenomeno di rigetto delle strutture feudali? 

Giancarlo Benelli (2001), Storia di un altro Occidente, capitolo 5 

lunedì 28 novembre 2022

ETIMOLOGIA DI MONTJOIE 'GRIDO DI GUERRA DEGLI ESERCITI FRANCESI'

Qualche anno fa, nel corso dei miei studi sulla storia della Normandia, mi sono imbattuto in una singolare esclamazione in un testo in antico francese. Si tratta di un grido di guerra usato dagli eserciti francesi e associato ai Re di Francia: Montjoie! Ho riportato un testo in cui compare questa voce oltremodo interessante, nell'articolo Toret e Tur: Thor in Normandia


A quanto pare cose simili sono conosciute da pochi e non è facile scovarle nel vasto panorama dello scibile umano. Per così dire, sono "note a piè di pagina nei manuali di storia"

Genere grammaticale: femminile 
Varianti medievali: 
monjou, montjoye, monjoye, mongoye, munjoie, moun-joie, monyoye
Significati:  
i) grido di guerra degli eserciti francesi
ii) nome della spada di Carlo Magno 
iii) nome del Re di Armi di Francia 
iv) bandiera (che indica la marcia dell'esercito)
v) un cognome 
vi) mucchio di terra 
    Glossa latina: congeries terrae 
    Glossa francese: tas, butte, motte   
vii) mucchio di pietre (simile agli idoli di Giove Pennino della Valle d'Aosta)
    Glossa latina: congeries lapidum 
    Glossa francese: tas  
viii) pietra eretta, stele o mucchio di pietre utilizzato per delimitare un percorso di transumanza, un itinerario di pellegrinaggio, per delimitare un territorio, per commemorare una battaglia.
ix) gran quantità (alla lettera "mucchio") 

Forma estesa del grido di guerra: 
Montjoie Saint Denis!
Varianti:
Montjoie-Saint-Denis!
Montjoie! Saint Denis!  
Montjoie et Saint Denis! 
 
Analogamente esistevano altri simili gridi di guerra, formati allo stesso modo: 
Montjoie Saint André! "grido di guerra dei Duchi di Borgogna"
Montjoie Saint Georges "grido di guerra dei Re Plantageneti d'Inghilterra"

Pronuncia in lingua d'oïl: /mon(t)'dʒojə/ 
Pronuncia in francese moderno: /mɔ̃'tʒwa/ , /mɔ̃'ʃwa/
Forma italianizzata: Mongioia


Alcune note etimologiche 

False etimologie: 
1) Latino Mons Gaudii "Monte della Gioia"
2) Latino Mons Iovis "Monte di Giove" 
3) Latino monticulus "piccolo monte" 
4) Latino manuciola, plurale di manuciolum, diminutivo di manica, glossato come "capulus, locus in quo mortui efferuntur" (Roblin, 1950). 

Origine leggendaria: 

Montjoie era un altro nome della leggendaria bandiera di Carlo Magno, denominata comunemente Orifiamma (francese Oriflamme).
Forma latina: Aurea flamma 
Forma originale francone: *Goldfiur

La vera etimologia germanica di Montjoie 

Si tratta di una frase fossilizzata. 

Protogermanico: *mundō gawjōn
Significato: "proteggi il territorio!" 
Traduzione libera: "proteggi la Patria!" 
Francone antico: *mund gawia

La radice verbale ha dato come esito l'antico alto tedesco muntôn "proteggere", medio alto tedesco munden id.

Il nome protogermanico del territorio presenta due forme distinte, una di genere neutro e una di genere femminile.

1) Prima variante: 

Protogermanico: *gawjan 
Significato: "distretto, territorio", "area" 
Genere grammaticale: neutro 

Declinazione: 

Singolare: 
nominativo: *gawjan 
vocativo: *gawjan 
accusativo: *gawjan 
genitivo: *gawjas, *gawis 
dativo: *gawjai 
strumentale: *gawjō 

Plurale: 
nominativo: *gawjō
vocativo: *gawjō
accusativo: *gawjō
genitivo: *gawjōn
dativo: *gawjamaz
strumentale: *gawjamiz 

Questi sono gli esiti nella lingua gotica di Wulfila: 
gawi "territorio, distretto"
genere grammaticale: neutro 

Declinazione: 

Singolare: 
nominativo: gawi 
vocativo: gawi
accusativo: gawi
genitivo: gaujis 
dativo: gauja 

Plurale: 
nominativo: gauja
vocativo: gauja
accusativo: gauja
genitivo: gauje 
dativo: gaujam 

Questi sono gli esiti nell'antico alto tedesco: 
gawi, gowi, gouwigewi 
genere grammaticale: neutro 

Declinazione: 

Singolare: 
nominativo: gawi, gowi, gouwi, gewi  
vocativo: gawi, gowi, gouwi, gewi 
accusativo: gawi, gowi, gouwi, gewi  
genitivo: gawes, gowes, gouwes, gewes 
dativo: gawie, gawe, gowies, gowe, gouwie, gouwe, gewie, gewe 

Plurale: 
nominativo: gawi, gowi, gouwi, gewi 
vocativo: gawi, gowi, gouwi, gewi 
accusativo: gawi, gowi, gouwi, gewi 
genitivo: gaweo, gawio, goweo, gowio, gouweo, gouwio, geweo, gewio
dativo/strumentale: gawium, gowium, gouwium, gewium  
2) Seconda variante: 

Protogermanico: *gawjō
Significato: "distretto, territorio", "area" 
Genere grammaticale: femminile 

Declinazione: 

Singolare: 
nominativo: *gawjō
vocativo: *gawjō
accusativo: *gawjōn
genitivo: *gawjōz
dativo: *gawjōi 
strumentale: *gawjō 

Plurale: 
nominativo: *gawjôz
vocativo: *gawjôz
accusativo: *gawjôz
genitivo: *gawjôn
dativo: *gawjōmaz
strumentale: *gawjōmiz 

Questi sono gli esiti nell'antico alto tedesco: 
gawagowa, gawiagowia 
genere grammaticale: femminile 

Declinazione: 

Singolare:
nominativo: gawa, gowa, gawia, gowia 
vocativo: gawa, gowa, gawia, gowia 
accusativo: gawa, gowa, gawia, gowia  
genitivo: gawa, gowa, gawia, gowia 
dativo/strumentale: gawu, gowu, gawiu, gowiu

Plurale:  
nominativo: gawā, gowā, gawiā, gowiā
vocativo: gawā, gowā, gawiā, gowiā 
accusativo: gawā, gowā, gawiā, gowiā 
genitivo: gawōno, gaweōnogowōno, goweōno
dativo/strumentale: gawōm, gaweōmgowōm, goweōm 

Il lavoro di Gamillscheg
 
Il primo tentativo di ricostruzione si deve a Ernst Gamillscheg (Neuhaus, 1887 - Gottinga, 1971), che fu professore di lingue neolatine a Innsbruck (1916), a Berlino (1925) e a Tubinga (1947). 
 
*mundgawi 
Interpretazione 1: "protezione del territorio" 
Confutazione: 
La grammatica non torna. 
Interpretazione 2: "proteggi il territorio!" 
Nota: 
L'interpretazione è corretta, ma la forma usata in francone era quella femminile, non quella neutra, come si può constatare dalla sua evoluzione fonetica. 

Una singolare omofonia

Si noterà che la forma accusativa femminile *gawia (< protogermanico *gawjōn) ha subìto la stessa evoluzione del latino gaudia (plurale di gaudium), donde deriva anche l'italiano gioia (evidente prestito dal francese antico): una palatalizzazione secondaria. 
Questa è la trafila fonetica:  

antico francone: gawia /'gaʊja/ => /'gæʊjæ/ => /'gjeʊje/ => /'dʒeʊje/ => /'dʒɔjə/ 
latino volgare: gaudia /'gaʊ(d)ja/ => /'gæʊjæ/ => /'gjeʊje/ => /'dʒeʊje/ => /'dʒɔjə/  

Link utili: 


Conclusioni 

Ancora oggi ci sono romanisti d'accatto che girano in Facebook, giurando e spergiurando, cercando una rivincita sui "Barbari", colpevoli di aver fatto crollare Roma Eterna. Così cercano di annientare tutto ciò che è patrimonio dei Germani, non meno gloriosi della Stirpe di Romolo. Una simile visione è insensata e deve essere confutata usando i dati e la logica.  Bisogna contrastare strenuamente questi residui, queste scorie di un sistema scolastico sclerotizzato!