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giovedì 18 luglio 2024

ALCUNE NOTE SULLE FORME ALTERATE DEI SOSTANTIVI IN INGLESE

È emerso dai miei banchi di memoria stagnante una sequenza grottesca. Ricordo che N., la professoressa di inglese alle medie, durante un'interrogazione mi aveva spiazzato chiedendomi come tradurre la parola "sorellina". Il mio primo tentativo fu quello di tradurre "sister", ignorandone la natura diminutiva. Il punto è che N. se ne accorse e mi fece notare la cosa, mettendomi sotto pressione. Le risposi allora "sisterina", come se fosse una normale parola italiana. Avevo preso il suffisso -ina dal diminutivo italiano e lo avevo applicato tal quale alla parola inglese. Lei si mise a ridere. A quel punto si mise a fare un'importante rivelazione alla classe. Ci disse così: "In inglese non esistono diminutivi, accrescitivi, peggiorativo, vezzeggiativi o simili. Per tradurre "sorellina" bisogna dire "little sister", non ci sono altri modi." 

A distanza di qualche anno, mi sono chiesto se le cose stessero veramente in questo modo. Davvero la lingua di Albione è del tutto priva di forme alterate costruite tramite suffissi? Mi è bastato poco per capire che la realtà è un po' più complessa di come la descriveva N.: i suffissi per formare i diminutivi esistono eccome, anche se non sono produttivi come quelli che usiamo in italiano. 

1) Diminutivi e vezzeggiativi

Indicano piccolezza o tenerezza, talvolta aggiungendo un tono affettuoso. I modi per formarli sono abbastanza numerosi. 

i) Suffisso -y / -ie

 dad "babbo" => daddy "babbino"
 dog "cane" => doggy "cagnolino" (1)
 egg "uovo" => eggie "ovetto" 
 grandfather "nonno" => grampy "nonnino"
 grandmother "nonna" => granny "nonnina"
 kid "capretto" => kiddy "piccolo capretto" 
 kid "bambino" => kiddie "bambinetto"
 kitten "gatto" => kitty "piccolo gattino" 
 mum "mamma" => mummy "mammina"

(1) Significa anche "coito more ferarum", "pecorina" (variante doggie).

ii) Suffisso -let

 book "libro" => booklet "libretto", "opuscolo" 
 eagle "aquila" => eaglet "aquilotto" 
 leaf "foglia" => leaflet "volantino"
 owl "gufo" => owlet "giovane gufo"
 pig "maiale" => piglet "maialino"

iii) Suffisso -ling 

 duck "anatra" => ducking "anatroccolo" 
 goose "oca" => gosling "ochetta" (2) 
 hawk "falco" => hawkling "giovane falco"
 lamb "agnello" => lambling "agnellino"
 puffin "pulcinella di mare" => puffling "giovane
      pulcinella di mare" (3) 

(2) Irregolare, pronuncia /'gɔslɪŋ/: la vocale tonica è breve. La parola d'origine ha una vocale lunga: /gu:s/
(3) Fratercula arctica, tipo di alca.

Le formazioni di questo genere non sono molto numerose. Spesso sono antiquate o letterarie: 

 ash "frassino" => ashling "piccolo frassino"
 louse "pidocchio" => louseling "pidocchio immaturo" 

In alcuni casi, oltre alla forma in -ling, esiste anche la variante in -let

 hawk "falco" => hawklet "giovane falco"
      (sinonimo di hawkling

iv) Suffisso -kin

  baby "bambino" => babykin "bambinetto"
  beaver "castoro" => beaverkin "giovane castoro"
  cat "gatto" => catkin "gattino"
  friend "amico" => friendkin "piccolo amico" (4)
  god "divinità" => godkin "divinità minore" (5)
  mouse "topo" => mousekin "topolino"
  pet "animale d'affezione" => petkin "piccolo animale
      d'affezione)
  planet "pianeta" => planetkin "piccolo pianeta" (6)
  plant "pianta" => plantkin "pianticella"
  wolf "lupo" => wolfkin "lupacchiotto"

(4) Significa anche "innesto" (termine botanico).
(5) Termine raro e letterario, usato nel contesto delle divinità pagane.
(6) Termine raro e letterario, tipico del gergo astronomico.

Forme sclerotizzate: 

  napkin "salvietta"
  pumpkin "zucca" 
  bodkin "pugnale" 
(famoso il "with a bare bodkin" di Shakespeare, che io tradussi "con un semplice bocchino")

v) Suffisso -ette 

 bachelor "scapolo" => bachelorette "ragazza single" 
 brick "mattone" => briquette "mattonella"
 cigar "sigaro" => cigarette "sigaretta" 
 disk "disco" => diskette "dischetto"
 kitchen "cucina" => kitchenette "cucinino"
 leather "cuoio" => leatherette "similcuoio"
 lecture "lettura" => lecturette "breve lettura"
 nation "nazione" => nationette "micronazione"
 novel "romanzo" => novelette "romanzo breve"
 poem "poesia" => poemette "breve poesia"
 sock "calza" => sockette "calza molto corta"

Alcune forme sono più complesse:

 majorette "donna in divisa che guida una banda musicale" 
(abbreviazione di drum majorette, femminile di drum major "tamburo maggiore", "capobanda") 
 suffragette "attivista del diritto di voto alle donne"
(deriva da suffrage "suffragio") 

Non mancano le formazioni scherzose, ironiche e simili.

vi) Altri suffissi rari

 bull "toro" => bullock "torello"
 hill "collina" => hillock "collinetta" 
 cock "gallo" => cockerel "giovane pollo"
 nose "naso" => nozzle "muso di animale"
 turd "stronzo" => treddle "feci di capra, pecora, etc."
      (dialettale) 

vii) Aggettivi preposti  

  little "piccolo"
  small "piccolo" 
  tiny "minuscolo"
  wee "minuscolo"

Esempi:

  a little boy "un ragazzino"
  a little house "una casetta"
  a small car "un'utilitaria"
  a small dog "un cagnolino"
  a tiny kitten "un gattino minuscolo"
  a wee drop "una piccolissima goccia" 

viii) Prefissi 

  mini- 
  micro- 

Esempi: 

 skirt "gonna" => miniskirt "minigonna"
 penis "pene" => micropenis "pene microscopico"

2) Accrescitivi 

Non esiste un vero e proprio suffisso accrescitivo universale. L'inglese esprime l'idea di "grande" o "importante" anteponendo aggettivi o prefissi.

i) Aggettivi preposti 

   big "grande" 
   great "grande"
   large "grosso"
   giant "gigantesco" 
   huge "enorme"  

Esempi: 

 a big deal "una cosa molto importante"
 a big mistake "un grande errore"
 a great achievement "un grande risultato" 
 to a great extent "in larga misura"
 great importance "grande importanza"
 a large percentage "una grande percentuale"
 a large sum of money "una grande somma di denaro"
 a giant bug "un insetto gigantesco"
 a giant step "un passo da gigante"
 a huge amount "un'enorme quantità"
 a huge supporter "un forte sostenitore"

ii) Prefissi (di origine dotta) 

  super-
  hyper-
  mega- 
  ultra-

Esempi: 

  activity "attività" => superactivity "iperattività" 
  bomb "bomba" => superbomb "superbomba"
  market "mercato" => hypermarket "ipermercato"
  alert "allarme" => hyperalert "allarme eccessivo"
  corporation "corporazione" => megacorporation 
        "corporazione dal potere immenso" 
  store "magazzino" => megastore "grande magazzino"
  luxury "lusso" => ultraluxury "lusso eccessivo"
  nationalism "nazionalismo" => ultranationalism
        "ultranazionalismo"

3) Dispregiativi o peggiorativi

Per esprimere disprezzo, derisione o indicare qualcosa di malfatto si usano suffissi specifici, aggettivi negativi o prefissi. Le formazioni tramite suffissi non sono però comuni e produttive come quelle viste per i diminutivi.

i) Suffisso -ling  

In alcuni casi, questo diminutivo è usato per indicare qualcosa di debole, scadente o inferiore: 

  lord "signore" => lordling "signorotto di poco conto"
  prince "principe" => princeling "sovrano di poco conto".

ii) Suffisso -aster 

Indica falsità o un'imitazione mal riuscita e compare in poche formazioni dotte.

  critic "critico" => criticaster "critico ciarlatano"
  mathematician "matematico" => mathematicaster
       "matematico dappoco" 
  philosopher "filosofo" => philosophaster "filosofo 
       ciarlatano"
  poet "poeta" => poetaster "poetucolo"
  politician "politico" => politicaster "politicante"

iii) Aggettivi preposti

Funzionano in modo analogo a quanto abbiamo visto per gli accrescitivi.
 
  bad "cattivo"
  poor "povero, misero"
  dirty "sporco"
  foul "putrido" 
  cheap "di scarso valore"

Esempi: 

  bad apple "mela marcia"
  bad blood "vecchia inimicizia"
  poor taste "mancanza di tatto"
  a poor work "un lavoro pessimo" 
  a dirty joke "una barzelletta spinta"
  a dirty look "un'occhiataccia"
  foul mood "umore pessimo"
  a foul play "un'azione criminale" 
  cheap talk "chiacchiere vuote"
  cheap wine "vino scadente" 

iv) Prefissi

Funzionano in modo analogo a quanto abbiamo visto per gli accrescitivi. 

  mis- 
  mal-
  pseudo-

Esempi:

  conduct "condotta" => misconduct "cattiva condotta"
  practice "pratica" => malpractice "errore grave
      sul lavoro, negligenza professionale"
  expert "esperto" => pseudo-expert "falso esperto" 

v) Suffisso -tard (neologismo politico)

 liberal "progressista" => libtard "bastardo progressista"
 woke "buonista" => woketard "bastardo buonista"

vi) Altri suffissi colloquiali (neologismi vari)
 
 noise "rumore" => noisenik "musicista che suona
     musica cacofonica" 
 peace "pace" => peacenik "pacifista"
 fact "fatto" => factoid "affermazione irreale creduta vera" 
 waste "rifiuto" => wastoid "alcolizzato", "drogato", etc.

Tre diverse soluzioni, non una sola!

Detto questo, frugando nel vasto materiale lessicale colloquiale dell'inglese reperibile nel Web, ho trovato ben tre diversi modi di tradurre "sorellina" usando suffissi a partire da sister. Eccoli: 

sisterette "sorella minore", "sorellina"
sisterkin "sorella minore", "sorellina"
sisterling "sorella minore", "sorellina"




Non solo. Deriva da un diminutivo di sister la parola sissy, che però è passata a significare "ragazzo effeminato", "uomo effeminato", "sodomita passivo". Può tradurre termini ingiuriosi come "frocio", "finocchio", "busone". Anche se in origine significava "sorellina", nessuno la usa più in questa accezione. 

Non ha importanza che sisterette, sisterkin e sisterling siano parole familiari, usate nel linguaggio domestico e non accettate dai parrucconi accademici. Non si vede in quale altro contesto dovrebbe comparire la parola "sorellina". Certo non in una discussione sul bosone di Higgs! Quindi N. aveva torto, dopotutto.

venerdì 12 luglio 2024

UN INTERESSANTE ALLOTROPO: 'POPOLACCIO - POPOLAZIONE'

Richiamo l'attenzione su un caso di etimologia soltanto in apparenza banale. La parola popolaccio è considerata dagli etimologi un semplice peggiorativo di popolo, formato tramite l'aggiunta del suffisso -accio, che si trova in un gran numero di forme alterate come coltellaccio, donnaccia, etc.

popolaccio
     variante: popolazzo 
     varianti (obsolete): populaccio, populazzo
     plurale (raro, letterario): popolacci 
Derivazione accreditata: peggiorativo di popolo 
Funzione: spregiativa 
 1) popolo grossolano e ignorante
 2) la parte più misera e abietta della popolazione 
 3) massa, folla (soprattutto tumultuante) 
Nota:
Secondo il Vocabolario Treccani, la forma popolazzo sarebbe più comune di popolaccio. Per quanto riguarda l'italiano corrente, mi permetterei di nutrire un sano dubbio a questo proposito. In realtà l'autorevole fonte si riferisce all'italiano letterario. 



Nel XVI secolo l'italiano popolazzo, popolaccio è entrato come prestito nel medio francese populace ed è passato in inglese come populace

Inglese: populace
Pronuncia: /ˈpɔpjʊləs/, /ˈpɔpʊləs/ 
Sostantivo numerabile e non numerabile 
Plurale: populaces 
  1) la gente comune di una nazione
  2) gli abitanti di un paese o di una sua suddivisione
       amministrativa (stato, provincia, contea, etc.)
Sinonimi:
    common people,
    people,
    masses
    rabble,
    riffraff
    inhabitants
    population  
Ortografia errata: populus (per influenza latina)
Omofono: populous "popoloso" (aggettivo)

Pronuncia: /pɔpy'las/
Sostantivo numerabile e non numerabile
Plurale: populaces
Funzione: spregiativa 
  1) gente comune, plebe 
  2) parte meno favorita della popolazione 
Sinonimi: 
   masse
   plèbe,
   peuple
   populaire (sostantivo),
   vulgaire (sostantivo),
   populo (colloquiale),
   canaille,
   racaille

Una nuova proposta di trafila

Detto tra noi, non mi convince la formazione da un suffisso peggiorativo -accio, -azzo. A un certo punto mi sono chiesto: non potrebbe trattarsi invece di un doppione di popolazione? Trovo plausibile che il popolaccio derivi da una trafila semidotta a partire dal nominativo latino populātiō. Questa parola, che nel latino classico significava "saccheggio", "devastazione", nel latino tardo aveva anche il significato di "popolazione", "folla", "moltitudine". In altre parole, quello del popolaccio sarebbe un caso di falso peggiorativo. Meglio ancora, sarebbe un latinismo mascherato da peggiorativo. 

Latino:
     nominativo: populātiō
     genitivo: populātiōnis 
     dativo: populātiōnī 
     accusativo: populātiōnem 
     vocativo: populātiō 
     ablativo: populātiōne 
     Plurale: 
     nominativo/vocativo: populātiōnēs
     genitivo: populātiōnum 
     dativo/ablativo: populātiōnibus 
     accusativo: populātiōnēs  
 Sostantivo numerabile 
 Genere: femminile 
  1) l'atto di saccheggiare o di devastare
  2) saccheggio, devastazione
  3) bottino 
  4) distruzione, corruzione, rovina 
  5) popolazione, folla, moltitudine (latino tardo) 
Etimologia: 
   - nei sensi da 1) a 4): da populārī "devastare",
   "saccheggiare", "distruggere", "rovinare"
   (alla lettera "sottoporre alla furia della massa")
   - nel senso 5): da populus "popolo", "nazione", 
    "comunità".
Derivazione dell'italiano popolazione
   trafila dotta dall'accusativo populātiōne(m).


Le obiezioni possono essere demolite facilmente. Riporto a questo scopo una serie di fatti. 
1) Il 
cambiamento di genere è normale, dato che la parola semidotta si adatta alla morfologia della lingua volgare. Per questo popolazzo è maschile, non femminile come la parola latina da cui ha avuto origine.
2) Il suffisso accrescitivo e peggiorativo -accio / -azzo, deriva dal latino -āceu(m). La sua trafila è questa: 
- in area centro-meridionale e settentrionale, -āceu(m) si è evoluto regolarmente sviluppando l'affricata alveolare /ts/, dando -azzo
- in area specificamente toscacana, -āceu(m) ha sviluppato un'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/, dando -accio
3) In Toscana si è prodotto un ipercorrettismo, così la forma popolazzo è stata adattata facilmente in popolaccio.
4) Lo slittamento semantico con senso spregiativo è molto razionale: non è difficile passare da "plebe" a "plebaglia".
5) Non si può invocare a sproposito il principio di economia. I suffissi diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, non hanno una distribuzione regolare. Non possono essere applicati tutti a qualsiasi nome. Così abbiamo popolino ma non *popolone, *popoluccio o *popolastro. Il fatto che la forma popolazzo somigli così tanto a un'evoluzione del latino populātiō è troppo sospetto. Sarebbe l'applicazione del suffisso peggiorativo ad essere meno economica! 

La trafila deve essersi originata in un'epoca anteriore alle prime documentazioni della parola (XIII secolo) a partire da una singola persona, con ogni probabilità appartenente a un ordine monastico. Questo fratacchione avrà avuto un'infarinatura di latino. È possibile che la sua innovazione lessicale, un adattamento spontaneo della lingua ecclesiastica, abbia avuto successo prima tra i suoi confratelli, poi anche tra la gente che aveva con loro contatti. Il fatto che sia ormai impossibile identificare questo fratacchione, non significa che si possa negare la sua esistenza.  

Leopardi e il popolaccio 

Riporto queste parole di Giacomo Leopardi, tratte dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani (1824): 

"Le classi superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de' popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese, s'ingannano." 

Sono parole tuttora attualissime, di una verità sacrosanta! Il problema è che lo "stato presente" è uno "stato permanente", che perdurerà fino a che il Bel Paese non farà la fine di Atlantide. 

domenica 7 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'ESSERE FUORI DISCUSSIONE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

ESSERE FUORI DISCUSSIONE
1) essere garantito e sacrosanto
(quindi non è una cosa che può essere sottoposta a discussione, messa in dubbio e/o revocata)
2) essere assolutamente impossibile 
(quindi è una cosa di cui non si può discutere, di cui non si può in nessun modo parlare, ossia una cosa irrealizzabile, quasi un tabù) 

Esempi:
i) "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
(sono garantiti e sacrosanti)
ii) "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione."  
(sono tabù e non se ne deve parlare)
iii) "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione." 
(è tabù e non se ne deve parlare) 

È anche possibile che la frase compaia senza soggetto esplicito, col significato di "non se ne parla neppure"

Esempio: 
"Quegli amici non li frequenti. È fuori discussione!" 

Perché sussiste ambiguità? 
Il significato esatto della locuzione italiana "essere fuori discussione" è "essere certo", "essere indubbio", "essere assodato", "essere inoppugnabile", e per estensione, "non necessitare di alcuna argomentazione o dibattito" (perché la cosa è già decisa o ovvia). 
La locuzione può essere intesa in due modi principali, che sono strettamente correlati:
- Certezza e inoppugnabilità: qualcosa è vero, stabilito, o inevitabile. 
    Esempi:
    "Che la Terra sia un pianeta è fuori discussione." 
    (è un fatto assodato).
    "Il suo talento è fuori discussione."
    (è indubbio, indiscutibile).
- Esclusione dal dibattito o dalla possibilità: un argomento o un'opzione non è soggetto a dibattito, negoziazione, o messa in discussione, spesso perché è già stato deciso o è ritenuto inaccettabile, impossibile.
    Esempio (di una decisione):
    "La data della riunione è già stata fissata, 
    riprogrammarla è fuori discussione."

   (non è un'opzione, non se ne parla).
   Esempio (di una possibilità):
   "Rinunciare al progetto è fuori discussione."
   (non accadrà, non lo considereremo).

Gli esempi che ho riportato sui lavoratori, sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono frasi da me realmente udite con le mie orecchie: quella sui lavoratori è stata pronunciata da un comunista, quelle sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono state pronunciate da un cattolico tradizionalista. Mentre il significato neutro di "fuori discussione" rimane in entrambi i casi quello di "non soggetto a dibattito", il motivo per cui il dibattito è negato cambia radicalmente tra i due oratori.

i) Un comunista dice: "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di affermare un fatto ideologico e storico.
- Il significato in questo contesto è chiaro: i diritti dei lavoratori sono considerati una verità assodata, una base etica e legale che non può essere negata o rimessa in discussione. Non si tratta di un tabù, ma di un principio fondamentale, un po' come dire che "il sole sorge a est è fuori discussione".
- Corrisponde al senso di certezza e inoppugnabilità.

ii) Un cattolico tradizionalista dice: "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di stabilire un limite invalicabile al dibattito pubblico.
- L'uso della locuzione da parte del cattolico tradizionalista, che nega in toto i diritti degli omosessuali, si carica di un significato ideologico molto preciso: "tabù", "anatema" e "dogma non negoziabile". Non c'è alcuna base teologica, etica o legale per riconoscere tali diritti; di conseguenza, l'argomento non è nemmeno degno di essere dibattuto o considerato. 
- Corrisponde al senso di limite non discutibile perché è vietato. 

iii) Un cattolico tradizionalista dice: "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione."
Vale punto per punto tutto ciò che è già stato detto a proposito dei diritti degli omosessuali.  

La percezione di ambiguità da me segnalata discende in modo diretto dall'uso politico, religioso e ideologico che trasforma una semplice affermazione di certezza in un'arma retorica di esclusione e veto. Eppure, nonostante tutto, vedo nettissima una sola cosa, che vanifica le capacità comunicative del linguaggio: la contraddizione

Equivalenti in inglese

Anche in inglese si presenta qualcosa di simile. Il concetto di "essere fuori discussione" è espresso in due modi principali: 
1) to be out of question 
2) to be beyond dispute 
Varianti: 
to be out of the question
to be beyond question 
Sinonimi:
to be unquestionable,
to be undeniable,
there is no way
it's not an option

Si manifesta chiaramente la stessa identica ambiguità già vista in italiano. Le frasi sono infatte formati in modo estremamente simile. Ecco un paio di esempi: 

"Her dedication to the project is beyond dispute; she worked day and night to finish." 
Traduzione: 
"La sua dedizione al progetto è fuori discussione; ha lavorato giorno e notte per finirlo." 
Significato:
"È una dedizione certa, assoluta, indubitabile."

"Lending money to my irresponsible cousin is completely out of the question." 
Traduzione: 
"Prestare soldi al mio cugino irresponsabile è completamente fuori discussione."
Significato: 
"Il prestito è impossibile."

L'uso retorico da parte di politici e religiosi è identico a quello dell'italiano. Ce ne possiamo rendere conto traducendo in inglese le frasi ideologiche da cui è partita la discussione: 

i) "Workers' rights are beyond question". 
ii) "Gay rights are out of the queston".
iii) "Female priesthood in the Catholic Church is out of the question".

venerdì 5 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'PULIRE LA MERDA'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

PULIRE LA MERDA
1) pulire qualcosa dalla merda, 
2) rimuovere da qualcosa ciò che la contamina 

Una frase come "ho pulito la merda" cosa significa davvero?
i) Popolarmente significa: "ho pulito dalla merda", ossia "ho preso carta igienica e disinfettante, quindi ho rimosso la merda (dal pavimento, dal bordo della tazza, etc.)". 
ii) Però potrebbe anche significare: "ho reso la merda pulita".
Quest'ultima operazione è impossibile fisicamente, dato che la merda è sporca per sua stessa definizione, ma rimane comunque possibile dal punto di vista concettuale e semantico. In altre parole, si tratta di un grave inganno linguistico.
Dal punto di vista puramente logico e letterale le cose stanno così: la struttura "verbo + complemento oggetto" (come "pulire la mela" o "pulire la tavola") indica un'azione finalizzata a rendere l'oggetto pulito. Nel caso specifico, l'operazione descritta dalla  frase "pulire la merda" è un paradosso perché l'oggetto coincide con lo sporco stesso.

Questa anomalia linguistica si è creata per tre motivi principali:

1) Metonimia (sostituzione dell'oggetto con il contenuto)

La lingua italiana tende a semplificare le frasi eliminando i passaggi intermedi. In questo caso si verifica una metonimia, dove si nomina lo sporco anziché il luogo o l'oggetto che lo contiene.
- Cosa diciamo: "Pulire la merda"
- Cosa intendiamo logicamente: "Pulire dalla merda (il pavimento, la lettiera, la gabbia, etc.)"

2) Sovrapposizione tra "pulire" ed "eliminare"

In molti dialetti e nel registro colloquiale italiano, il verbo "pulire" ha assorbito il significato di "rimuovere", "spazzare via", "eliminare".
Quando si dice "pulisci quel tavolo", si intende dire "rendi pulito il tavolo". 
Quando si dice "pulisci quella macchia", il verbo cambia focus: non si vuole rendere pulita la macchia, si vuole cancellarla. "Pulire la merda" segue esattamente lo stesso meccanismo della macchia.

3) Economia linguistica

La lingua parlata premia la velocità. Dire "andare a rimuovere gli escrementi dal pavimento" richiede troppi fonemi. Dire "pulire la merda" è immediato, evoca subito l'azione e lo scenario, anche a costo di creare un paradosso logico se analizzato al microscopio della sintassi.

La situazione in altre lingue

Il cortocircuito logico "verbo di pulizia + sporcizia" non è un'esclusiva italiana, ma molte lingue lo evitano usando verbi di movimento e rimozione anziché di purificazione.

i) Inglese: il paradosso viene in parte evitato 

In inglese l'espressione metaforica esiste ed è molto comune, ma la struttura verbale corregge la logica:

Sintagmi:
   to clean up the shit
   to clean up the mess
Analisi: 
Ormai anche i sassi in Italia sanno che in inglese shit significa "merda". Meno numerosi sono quelli che conoscono la parola mess "disordine", "casino". L'aggiunta di up crea un phrasal verb, to clean up, trasformando la semantica del verbo semplice. Non significa più "rendere pulito", ma in frasi di questo genere assume il significato preciso di "raccogliere", "ordinare""mettere a posto". La logica in qualche modo è salva: si "raccoglie" la sporcizia per asportarla, in nessun caso la si rende pulita. 

ii) Spagnolo: stesso identico paradosso

Lo spagnolo condivide con l'italiano la stessa identica ambiguità strutturale.

Sintagmi:
   limpiar la mierda 
Analisi: 
Il verbo limpiar "pulire" soffre dello stesso identico difetto dell'italiano. 
Logicamente significherebbe "rendere pulita la merda", ma viene usato correntemente sia in senso letterale ("pulire") che metaforico ("risolvere i guai altrui"). Ricordo un video in cui uno spagnolo sanguigno risolveva i guai della sua compagna, pagandole i debiti. Usava proprio questa frase: "Limpié tu mierda". Poi pretendeva che lei si sdebitasse leccandogli l'ano.

iii) Francese: uso di verbi diversi 

Senso letterale: 
Si usa ramasser la merde, ossia "raccogliere la merda". Qui la logica è perfetta: l'oggetto viene rimosso dal pavimento e non si presenta l'ambiguità semantica.

Senso metaforico: 
Si usa nettoyer la merde, ossia "pulire la merda", oppure essuyer i plâtres, ossia "asciugare gli intonaci". Nel momento in cui i francesi usano il verbo nettoyer "pulire" associato alla sporcizia, accettano lo stesso paradosso logico italiano per pura espressività gergale. 

iv) Tedesco: logica ferrea e precisione

Il tedesco rifiuta categoricamente l'assurdità logica nella lingua standard attraverso l'uso di verbi composti separabili.

Sintagmi:
  Die Scheisse wegmachen
,
  Die Kot wegmachen, 
  Die Scheisse wegräumen
  Die Kot wegräumen 
Analisi: 
Le parole per indicare la merda sono Scheisse (ortografia antica: Scheiße) e Kot "sterco" (alla lettera "fango"). I verbi usati contengono la radice weg "via" (avverbio). Così wegmachen significa alla lettera "fare via", ovvero "rimuovere", mentre wegräumen significa alla lettera "fare spazio via", ovvero "sgomberare".  Il tedesco non dice mai che "pulisce" lo sporco, ma dichiara esplicitamente che lo sposta altrove o lo elimina. I Tedeschi non sono collerici come gli Spagnoli: le pratiche sodomitiche le eseguono come necessità fisiche scontate, non come cose imposte in rapporti di coppia convulsi e conflittuali, o in incontri-scontri.

v) Quechua: il paradosso logico scompare del tutto

In Quechua, la lingua nativa delle Ande tuttora parlata da milioni di persone, la situazione è l'esatto opposto rispetto all'italiano e dello spagnolo. La struttura di questa lingua agglutinante è estremamente concreta e non permette il cortocircuito di "rendere pulito lo sporco", perché i verbi legati alla pulizia incorporano l'azione fisica esatta ("raccogliere", "spazzare", "lavare") o fanno riferimento allo stato finale del luogo (il pavimento, il corpo, etc.), mai all'implausibile purificazione del rifiuto.

L'azione in Quechua si scompone così, preservando la logica:

a) I verbi d'azione specifici (cosa si fa allo sporco)

In Quechua non esiste un verbo generico e astratto come "pulire" che si possa applicare indifferentemente a un pavimento o a un escremento. L'azione si descrive tramite verbi di rimozione fisica:

- akata astay oppure akata wikch'uy:
Significa letteralmente "trasportare la merda" o "gettare via la merda" (da aka "escremento" + -ta, suffisso dell'accusativo + astay "trasportare", wikch'uy "buttare"). 
Nota:
La logica è impeccabile: l'oggetto viene rimosso, non lavato.
- pichay:
è il verbo che significa "spazzare" o "pulire una superficie". Se si usa questo verbo, l'oggetto grammaticale non è mai lo sporco, ma il luogo. Si dirà quindi pampata pichay "spazzare il pavimento".
Il verbo pichay deriva da picha "scopa, ramazza", che in origine indicava un arbusto da cui si ricavavano strumenti di pulizia.

b) Il concetto di "rendere pulito" 

Si può utilizzare il verbo llimphuchay "rendere pulito". Se un parlante Quechua vuole esprimere l'idea astratta di "rendere pulito qualcosa", usa la radice llimphu "pulito", "puro", "lucido", unita al suffisso fattivo -chay, che significa "fare" o "trasformare in".

Così llimphuchay significa letteralmente "trasformare in pulito". Tuttavia, se si provasse a dire *"akata llimphuchay", un nativo andino capirebbe letteralmente "rendere pulita la merda", cioè esattamente il paradosso logico che hai evidenziato. Di conseguenza, nessun parlante Quechua userebbe mai questa combinazione, perché la struttura stessa del suffisso -chay richiede che l'oggetto finale diventi l'aggettivo di partenza.

c) La specificità del corpo e degli oggetti

Il Quechua è così attento alla logica materiale delle azioni che possiede verbi completamente diversi per l'atto di "lavare" a seconda di ciò che si tocca, impedendo ambiguità:

mayllay "lavare le mani o gli utensili";
upakuy (/ uqpakuy) "lavarsi la faccia";
taqsay "lavare i vestiti o i capelli"

Mentre l'italiano preferisce l'economia linguistica (accettando l'assurdità logica di "pulire la macchia", "pulire la merda"), il Quechua applica una precisione materiale: lo sporco si sposta o si butta (astay, wikch'uy), ed è solo lo spazio fisico che lo conteneva a venire purificato (llimphuchay). 
Questi concetti sono molto importanti per le genti incaiche, il cui puritanesimo è estremo.

mercoledì 3 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA PAROLA 'INTOCCABILE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Riporto un esempio lampante. 

INTOCCABILE 
aggettivo: 
1) che non può essere toccato; 
2) impuro, inferiore; 
3) al di sopra delle leggi, incensurabile, inviolabile. 
sostantivo (numerabile):
1) fuoricasta dell'India, come i Paria e i Dalit; fuoricasta del Giappone, come gli Etafuoricasta di alcune regioni dell'Europa occidentale, come gli Agotes della Spagna e i Cagots della Francia; 
2) escluso, reietto, ultimo della società; 
3) persona potente e al di sopra delle leggi. 

Il significato 3, sia dell'aggettivo che del sostantivo, contraddice in modo profondo tutti gli altri. La condizione di un potente è molto diversa da quella di un clochard, solo per fare un esempio. 
Per me un intoccabile è prima di tutto una persona invisibile, un reietto, proprio come i fuoricasta dell'India, dell'antica Spagna o di altri luoghi. Uso la parola con questo preciso significato. Esempio: "La mia condizione è quella di un dalit o di un agote"
Non è detto che questa accezione sia compresa allo stesso modo da tutti, nonostante si dia per scontato che parliamo la stessa lingua, la cui paternità è attribuita a Dante Alighieri dal sistema scolastico. 
In inglese la parola untouchable (aggettivo e sostantivo) presenta soltanto alcune differenze semantiche rispetto all'italiano. Come aggettivo, ha il significato di "che non può essere toccato" e quello di "imbattibile" (detto di squadre sportive). Come sostantivo, oltre ai significati della parola italiana, ha anche quello di "poliziotto incorruttibile"
Ecco le definizioni:
- a criminal who is so well connected that they cannot be harmed;
- outcast, person excluded from society;
- a law enforcement agent immune to intimidation, bribery or seduction.  

Non può essere toccato, trasmette contaminazione 

Riporto il caso di Lico C., un calabrese di stirpe grecanica che era in classe con me alle elementari. In un'occasione, ci fu spiegato dalla maestra che il nome Lico in greco significa "Lupo". Questo alunno aveva un modo di fare e di parlare strano, percepito come alieno. Anche il suo aspetto era abbastanza inconsueto. Dava l'aria di essere parte di una società arretrata, un residuo di un mondo preistorico, lontanissimo dal contesto in cui si era venuto a trovare. Era considerato un "intoccabile" dai alcuni compagni di classe, come se fosse stato il portatore della capacità di rendere immonda ogni cosa anche solo sfiorata. Così mi è stato detto da un bullo, testuali parole: "Se parli con lui, diventi un terrone anche tu!". Si noterà che questo feroce razzismo non colpiva tutti i meridionali. Ad esempio, il siciliano Pucci S. non era visto con pregiudizio da nessuno. La persecuzione riguardava soltanto coloro che non erano assimilati, su cui gravava la colpa ontologica

Un orrore antico

Si deve sapere che le parole "zingaro" e "zigano" derivano dal greco ἀθίγγανος (athínganos), che significa "intoccabile". In origine l'epiteto era attribuito agli aderenti a una setta eretica poco conosciuta che combinava residui di costumi pagani con usanze ebraiche, poi denotò i Rom, che erano migrati dall'India. Il principio era sempre lo stesso: l'impurità che si pensava potesse essere trasmessa dal semplice contatto, simile a un fluido maligno in grado di annullare la dignità di chiunque non si tenga bene alla larga. 
L'essenza dell'antisemitismo non è poi così dissimile, pur trattandosi di un caso più complesso. Anni fa mi imbattei in Splinder in una discussione molto interessante, che non ho dimenticato. "Per l'antisemita", diceva un blogger, "l'ebreo è un corpo abitato da un principio ontologico altro, come quello di un insetto o di un rettile." Se si tengono ben presenti questi concetti, si spiegano moltissime cose, che altrimenti sarebbero da considerarsi misteriose. 
Tutto questo i docenti non lo insegnano nelle aule scolastiche. Nella maggior parte dei casi, potrebbero esserne essi stessi inconsapevoli. Comunque sia, se anche capissero la realtà in ogni dettaglio, si guarderebbero bene dal comunicarla. Non vogliono menti critiche. Trovano più comodo banalizzare, facendo credere che l'intoccabilità sia questione di semplice e banale "intolleranza per il diverso".  

Comprensione impossibile

Diversi anni fa usai la parola "intoccabile" parlando con un'interlocutrice, che ovviamente equivocò in modo grave. Intendevo descrivere proprio il concetto di colui che è colpito dall'impurità ontologica, condizione che spesso sento gravare su di me come un peso insopportabile. Per lei "intoccabile" era invece un aggettivo riferito a un politico in odor di crimine, così potente da non dover sottostare alle leggi. "Non può essere toccato dalle leggi perché ha protezioni", fu la sua spiegazione. La parola poteva essere applicata a un boss mafioso, ad esempio, o a qualche altro malfattore di tal genere. Rimase allibita nel sentirmi dire cosa invece volevo dire io usando la stessa identica parola, riferendomi a un rifiuto della società. Io ero consapevole dell'esistenza di entrambi i significati della parola "intoccabile", ossia "emarginato" e "incensurabile". L'interlocutrice invece era consapevole dell'esistenza di uno soltanto dei significati: "incensurabile". Ignorava del tutto l'esistenza dell'altro significato. La sua visuale era parziale, incompleta: non aveva mai sentito parlare dei Paria o dei Popoli Maledetti della Spagna. Per questo motivo non è stata in grado di intendermi. 

Il Vuoto

Da quanto esposto derivano riflessioni mortificanti. Siamo frammenti di una società alla deriva, dove ogni comunicazione è un falso. Si usa lo stesso contenitore (significante) ma il contenuto (significato) è drasticamente diverso: non ci si intende piùLa lingua cessa in questo modo la sua funzione. Quindi finisce col valere meno di uno strumento spuntato. Finisce col valere meno della merda. Ecco, la colpa è tutta della scuola. 

martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche.