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sabato 18 maggio 2024

I PAMPÌNI DEL TEOLOGO, I PÀMPINI DELLA VITE... E IL POMPINO!

In italiano il pàmpano o pàmpino è la foglia della vite (Vitis vinifera); è chiamato così anche il germoglio verde e tenero della stessa pianta, che spunta dai tralci che portano foglie, viticci e grappoli. La parola deriva dal latino pampinus, con l'accento sulla vocale -a-, essendo la -ĭ- breve. 
Nell'italiano di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (1927 - 2022), il pampìno era invece il bambino.  In pratica, tra il pàmpino della vite e il pampìno del pontefice e teologo tedesco cambia soltanto la posizione dell'accento. Questo per via di una caratteristica fonetica tipica del bavarese, che tende a realizzare la consonante occlusiva /b/ come sorda, ossia come una /p/ non aspirata. 
Ora ci addentriamo in meandri davvero bizzarri della linguistica. 
Non tutti sanno che il termine pàmpano è anche tipico del gergo ittico: indica infatti le specie di pesci del genere Trachinotus, che sono ottimi commestibili, particolarmente gustosi cucinati alla griglia. Questa denominazione è derivata dallo spagnolo: pámpano, plurale pámpanos. Discende in modo diretto dal latino pampinus, che poteva significare anche "tentacolo di polpo".  
Nell'inglese degli Stati Uniti d'America, il termine spagnolo pámpano è stato trascritto come pompano. La vocale posteriore aperta /ɔ/ dell'inglese britannico è infatti diventata una vocale centrale /a/ negli USA. Così per trascrivere una /a/ tonica dello spagnolo, è stato fatto ricorso a -o-

Un biologo americano, W. N. Lockington, è stato ingannato da un informatore linguistico particolarmente burlone, o forse soltanto da una scarsa dimestichezza con la trascrizione delle parole straniere: ha così pubblicato un libro, Notes on Pacific Coast Fishes and Fisheries (The American Naturalist, vol. 13, Essex Institute, 1879), in cui si afferma che i pescatori italiani chiamerebbero "pompino" un particolare pesce, il Poronotus simillimus! Dopo una breve ricerca, ho scoperto che il Poronotus simillimus o Stromateus simillimus, oggi Peprilus simillimus (eh sì, la Scienza continua a cambiare i nomi), è chiamato "pompano" - e non dai pescatori italiani. Il nome, pseudoitaliano, è in realtà proprio lo spagnolo "pámpano" di cui abbiamo trattato sopra, con l'accento che cade sulla prima sillaba. Credo che il dottor Lockington non abbia mai sentito pronunciare la parola "pompino" con l'accento sulla seconda sillaba, che in italiano indica la fellatio. Eppure, quando si legge la sua trascrizione erronea, si può solo avere davanti agli occhi una sequenza pornografica in cui una donna è intenta a lavorare un fallo con la bocca. 

Ecco il testo ittiologico originale in inglese: 

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - This species was first described by Dr. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. on p. 85) in December, 1860, and accompanied by a good outine figure.  Dr. Ayres states that in the course of seven years he only saw three or four specimens ; but this year, at least, it is far more abundant, as I have seen as many as thirty or forty on the same stall on two or three occasions during October.  As with the other Scomberoids, the examples brought to this market are caught in Monterey bay, which appears to form the northern limit of many species of fishes, crustacea and echinoderms. 
As in the arrangement of the fishes in the Museum of the California Academy of Science, we are, at present, following the classification of Dr. A. Günther, of the British Museum, the name of this species must be changed from Poronotus simillimus, the title given by Dr. Ayres, to Stromateus simillimus ; as Dr. Günther admits no such genus as Poronotus, and it agrees with Stromateus in the entire absence of the ventral fins, short elevated form of body, and single long dorsal and anal fins.   
The Italian fishermen call this species "pompino", and this must be accepted, in the absence of any other, as its English name. I am informed that a fish called "pompino", on the Atlantic coast, is considered the most delicate of all fishes ; this is Trachynotus carolinus, a very different species. Our "pompino" is also highly priced as a delicate morsel, and is one of the dearest fish on the market. 
Mr. B.B. Redding has given me an account of a little practical joke in which the New Orleans species of pompino is concerned. When, during the civil war, Dr. Russell was in this country as correspondent, I believe, of the Times, he was so anxious to taste the celebrated pompino that he obtained leave to pass through the lines and visit New Orleans for the purpose. It happened, however, that pompino was not in season, but a perch of somewhat similar size and form, aided by the cookery of a clever negro cook, was passed off upon him as pompino. Dr. Russell ate, relished exceedingly, and wrote to his paper a glowing description of the gustatory delights of pompino, and it was not till some years after that it transpired that pompino was not then in season, and that he had been put off with perch. 

Questa è la traduzione (se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, è a dir poco esilarante!):

Stromateus simillimus Ayres, pompano. - Questa specie fu descritta per la prima volta dal Dott. Ayres (Proc. Cal. Acad., Vol. II, p. 84, fig. a p. 85) nel dicembre 1860, accompagnata da una buona illustrazione schematica. Il Dott. Ayres afferma di aver visto solo tre o quattro esemplari nel corso di sette anni; ma quest'anno, almeno, è molto più abbondante, dato che ne ho visti trenta o quaranta sulla stessa bancarella in due o tre occasioni durante ottobre. Come per gli altri Scomberoides, gli esemplari portati a questo mercato sono stati catturati nella baia di Monterey, che sembra costituire il limite settentrionale di molte specie di pesci, crostacei ed echinodermi.
Poiché nella disposizione dei pesci nel Museo dell'Accademia delle Scienze della California, attualmente seguiamo la classificazione del Dott. A. Günther del British Museum, il nome di questa specie deve essere cambiato da Poronotus simillimus, titolo attribuito dal Dr. Ayres, a Stromateus simillimus; in quanto il Dott. Günther non ammette un genere chiamato Poronotus, e questa specie concorda con Stromateus per la totale assenza di pinne ventrali, la forma del corpo corta ed elevata e le singole pinne dorsali e anali lunghe.
I pescatori italiani chiamano questa specie "pompino", e questo deve essere accettato, in mancanza di altro, come nome inglese. Mi risulta che un pesce chiamato "pompino", sulla costa atlantica, sia considerato il più delicato di tutti i pesci; si tratta del Trachynotus carolinus, una specie molto diversa. Anche il nostro "pompino" è molto apprezzato come prelibatezza ed è uno dei pesci più costosi sul mercato.
Il signor B.B. Redding mi ha raccontato di un piccolo scherzo che riguarda la specialità di New Orleans chiamata pompino. Quando, durante la guerra civile, il dottor Russell si trovava in questo paese come corrispondente, credo, del Times, era così desideroso di assaggiare il celebre pompino che ottenne il permesso di attraversare le linee nemiche e visitare New Orleans a tale scopo. Accadde, tuttavia, che il pompino non era di stagione, ma gli fu spacciato per pompino un pesce persico di dimensioni e forma simili, preparato con l'aiuto di un abile cuoco nero.
Il dottor Russell mangiò, lo gustò con grande piacere e scrisse al suo giornale una descrizione entusiastica delle delizie gustative del pompino, e solo alcuni anni dopo si scoprì che il pompino non era allora di stagione e che era stato sostituito col pesce persico.

Anche se il pesce dello studioso in realtà non ha nulla a che fare con il sesso orale, non si può fare a meno di ridere! 
Tornando alla viticoltura, è emerso dai miei banchi di memoria stagnante un episodio di molti anni fa. La sensuale ed esuberante R. stava leggendo un brano a caso del Decameron di Boccaccio, quando al posto di Pampìnea ha letto Pompinéa. Anche se per pura malizia, è caduta nello stesso errore del dottor Lockington: dai pampini della vite è passata ai pompini!

venerdì 10 maggio 2024

LA DUPLICE ETIMOLOGIA DELLA PAROLA SCERIFFO

La parola sceriffo nella lingua italiana ha due diversi significati, e ovviamente due diverse etimologie: 

1) capo della polizia di contea (Stati Uniti d'America);
    alto magistrato di contea (Regno Unito) 
2) nobile arabo (es. "sono gli abiti di uno sceriffo dei Beni Wejh")
 
Nella seconda accezione, può essere considerato obsoleto, ma resta usato nella versione in italiano del film Lawrence d'Arabia (Lawrence of Arabia, 1962), diretto da David Lean - che costituisce una fonte autorevole.

Etimologia 1)

Nell'accezione di "capo di polizia di contea" o "alto magistrato di contea", la parola sceriffo deriva dall'inglese sheriff, che è un antico composto ormai fossilizzato.  

Inglese: sheriff 
   Pronuncia: /ˈʃɛɹɪf/, /ˈʃɛɹəf/
   Forma plurale: sheriffs 
Forme obsolete: sherriffshrieve 
Forma dotta (calco): shire-reeve 
Scots: shirra 
Medio inglese: shirreve 
  Varianti: scirereve, scyrreve, scirreve, shirryf
    schireveschirref, scheryfe, schereffe, scherreve
    schereref, shyryfshyrrefe, sherryff, shreve 
   Pronuncia: /ˈʃireːv(ə)//ˈʃ(ɛ)reːv(ə)/, /ˈʃiːreːv(ə)/,
          /ˈʃɛriv(ə)/, /ˈʃirif(ə)/, /ˈʃɛrif(ə)/
   Forma plurale: shireves, etc. 
Antico inglese: sċīrġerēfa "magistrato distrettuale"
   < sċīr "contea, distretto" + ġerēfa "magistrato"
  Pronuncia: /ʃi:rje're:fa/, /ʃi:rje're:va/
  Forma plurale: sċirġerēfan 
      (declinazione debole)

Derivati di sheriff

sheriffalty "ufficio o giurisdizione di uno sceriffo" 
sheriffdom "regione in cui uno sceriffo ha autorità"; 
    "ufficio o periodo di ufficio di uno sceriffo"
sheriffhood "ufficio di sceriffo"
sheriffry "area di giurisdizione di uno sceriffo"
sheriffwick "area di giurisdizione di uno sceriffo"; 
    "posizione o ufficio di sceriffo"
Nota: 
Treccani ipotizza che la parola inglese sia giunta in italiano attraverso la mediazione del francese chérif. Tuttavia, la forma corretta in francese è shérif. Vedi nel seguito per chérif "nobile arabo". Anche quelli della Treccani possono ciccare!


Passiamo ora ad analizzare in dettaglio le origini di entrambe le componenti che hanno dato origine alla parola sheriff.  

Primo membro del composto:

La parola inglese shire /'ʃaɪə/ "contea" (/-ʃɪə/ nei composti), tramite il medio inglese schire (varianti: shire, chire, schere, schyere, schyr, schyre, shere, shiere, shyre, ssire) /'ʃi:r(ə)/, /'ʃe:r(ə)/, risale all'antico inglese sċīr (variante: sċȳr/ʃi:r/, che è purtroppo di etimologia incerta. Al di fuori dell'anglosassone, trova riscontri noti soltanto nell'antico alto tedesco skīra (varianti: scīra, skiera, sciera) "carica, ufficio", che presenta non pochi problemi. Già soltanto una variante come skiera, con un difficile dittongo -ie-, fa venire il sospetto che qualcosa ci stia sfuggendo. 

La ricostruzione a livello di protogermanico non dà certezze. 
Esistono infatti due possibilità diverse: 
i) *skīrō
ii) *skīzō 

i) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe genuina. Si tratterebbe di un sostantivo femminile derivato dalla stessa base dell'aggettivo *skīriz "chiaro", "splendente". La trafila semantica sarebbe la seguente: "cosa splendente" > "onore" > "ufficio, incarico" > "divisione amministrativa", "distretto". La radice dell'aggettivo *skīriz è la stessa di *skīnanan "splendere" (da cui inglese to shine, etc.) 
Sono stati indicati possibili paralleli nelle lingue slave (*ščirŭ "pulito", "vero", ma potrebbe trattarsi di un prestito dal gotico) e nell'albanese hir "grazia, favore" (< *skīra). 
ii) La rotica -r- dell'antico inglese e dell'antico alto tedesco sarebbe invece il regolare derivato del rotacismo di un'originaria sibilante sonora -z-. La protoforma *skīzo permetterebbe il paragone al latino cūra "attenzione", "preoccupazione" (ma anche "amministrazione", "governo"), che deriva da un più antico coera, coira, a sua volta dal proto-italico *kwoizā (cfr. peligno coisatens = cūrāvērunt). La derivazione sarebbe quindi da un protoindoeuropeo *kweis- "vedere", "prestare attenzione", con esiti in celtico e in indoiranico.
Nota: 
Il tentativo di far risalire *skīrō al protoindoeuropeo *(s)ker- "dividere" è da rigettarsi: il vocalismo sarebbe inesplicabile.

Secondo membro del composto

L'inglese reeve "ufficiale" deriva dall'antico inglese ġerēfa "magistrato", che a sua volta è dalla protoforma germanica occidentale *garāfijō "conte", "magistrato". 
Dalla stessa protoforma deriva il famoso nome tedesco del conte, Graf.

Antico alto tedesco: grāfio, grāfo, grāvo, grāviogrāphio, krāvio, grābo, crābo "conte"  
Da qui derivano chiaramente le forme attestate in latino medievale: grāfiō, garāfiō, grāffiō, grāviō


Dalla protoforma germanica occidentale è possibile risalire a un protogermanico *gagrǣfijǣn, ricostruibile a partire dal gotico gagrefts "decreto", "editto", che tuttavia è di origine piuttosto incerta. Si nota che presupporrebbe un verbo *grefan "comandare", "ordinare", finora non attestato.  
Nota: 
La tradizionale etimologia del nome del conte dal greco γραφεύς (graphéus) "scriba", è ingenua e va rigettata già solo per motivi fonologici.

Etimologia 2)

Nell'accezione di "nobile arabo", la parola sceriffo deriva, con ogni probabilità tramite l'inglese Sharif (varianti: sharifSherif, sherifshereef, xerif), dall'aggettivo arabo شَرِيف  šarīf "nobile", "onorato", "di nobile lignaggio", "eccellente". È un titolo d'onore, derivato dal verbo شَرُفَ  šarufa "essere nobile" e spesso attribuito a discendenti del Profeta.  

maschile: شَرِيف  šarīf 
femminile: شَرِيفَة  šarīfa 
maschile plurale (regolare): شَرِيفُون  šarīfūn
maschile plurale (fratto): شُرَفَاء  šurafāʔ, أَشْرَاف  ʔašrāf
femminile plurale (regolare): شَرِيفَات  šarīfāt
femminile plurale (fratto): شَرَائِف  šarāʔif
elativo: أَشْرَف  ʔašraf 


Questa parola è entrata in molte lingue, sia europee che extraeuropee. Ne riporto alcuni notevoli esempi, senza la pretesa di essere esaustivo. 

Adattamenti europei:
Francese: chérif
Spagnolo: jerife
Portoghese: xerife 

Prestiti in importanti lingue asiatiche:
Persiano: شریف  šarif "nobile, aristocratico" 
   fraseologia:
   مرد شریف  mard-e šarif "uomo nobile"
   دودمانی شریف  dudmâni šarif "un nobile lignaggio"
   اسم شریف شما  esm-e šarif-e šomâ "il vostro illustre nome" 
Turco Ottomano: شریف  şerif "nobile, onorato"; "santo"
  Turco moderno: şerif "sacro" 
Hindi: शरीफ़  śarīf "nobile"
Bengali: শরীফ  śoriph "santo", "nobile" 
Gujarati: શરીફ  śarīph "santo", "nobile" 
Malese, Indonesiano: syarif "uomo di nobile stirpe", 
       "discendente del Profeta" (1)

(1) Sembra che sia abbastanza difficile far capire a un indonesiano che uno sceriffo di un film western (syerif) non si presenta come un discendente del Profeta (syarif).

Altri prestiti: 
Maguindanao: serip "discendente del Profeta" (2) 
Maranao: sarip "nobile", "capo di una setta religiosa" 
Somali: sariif "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"
Swahili: sharifu "nobile", "onorevole",
       "discendente del Profeta"

(2) Wiktionary dà la forma sarib, che non sono stato in grado di trovare. 

Conclusioni

Questo caso dimostra l'importanza estrema della Scienza dei prestiti lessicali. Si riesce a tracciare ogni ramificazione labirintica dei passaggi da una lingua all'altra, tuttavia il rumore di fondo diventa importante man mano che andiamo indietro nel tempo, fino a presentarci un ostacolo per ora insormontabile. La speranza è quella di reperire nuovi elementi che possano far luce sul mondo protogermanico.

lunedì 6 maggio 2024

LA CONTROVERSA ETIMOLOGIA DI BASTARDO

Tutti sappiamo cosa significa la parola bastardo. Pochi si sono posti domande sulle sue origini. Dirò subito che la ricerca si presenta come particolarmente spinosa. L'etimologia di bastardo più accreditata nel mondo accademico è quella che presuppone un accrescitivo-peggiorativo di basto "sella rudimentale per animali da soma", ottenuto tramite il suffisso -ardo, di origine germanica e vasta diffusione. La parola è giunta in italiano dal francese antico (lingua di oïl) del XIII secolo: bastard (nominativo singolare bastartz) o fils de bast (alla lettera "figlio del basto"). In francese moderno il vocabolo si è evoluto in bâtard, perdendo regolarmente la sibilante. Questa era l'accezione: il figlio legittimo è procreato nel letto nuziale, mentre il figlio illegittimo è nato da un connubio adulterino che avviene al di fuori del letto nuziale, ad esempio appoggiandosi al dorso del mulo. Il mitico Lino Bènfi in un suo sketch ci ricordava che il mulo è morbido (in realtà intendeva alludere in modo guittesco al culo). Questa è la versione canonica del mondo accademico, che considera il composto ibrido, ossia esso stesso un bastardo germano-romanzo. 

Etimologia di basto
Si ricostruisce un latino volgare *bastum, a quanto pare non attestato, formato a partire dal verbo greco βαστάζω (bastázō) "io porto, sostengo un peso". 

Etimologia del suffisso -ardo (lingua d'oïl -ard): 
Protogermanico: *χarduz "duro" 
    Gotico: hardus "duro" 
    Tedesco: hart "duro" 
    Inglese: hard "duro" 

Un giochetto topolinesco

Ricordo uno stupido gioco comparso su un numero di Topolino. Su uno sfondo azzurrognolo in cui campeggiava il faccione grossolano e sghignazzante di Gambadilegno, comparivano alcune ingannevoli derivazioni di parole, in apparenza formate con i suffissi -ino e -one
Il primo riquadro era quello dei falsi diminutivi. Sono pseudo-formazioni di questo genere:

uovo : ovino 
tacco : tacchino 
mulo : mulino 
pulce : pulcino 
naso : nasello 

Il secondo riquadro era quello dei falsi accrescitivi. Sono pseudo-formazioni di questo genere:

basto : bastone 
matto : mattone 
burro : burrone 
lampo : lampone 

Ricordo nitidamente alcune di queste "coppie", come uovo : ovino e basto : bastone. Ce n'erano alcune altre di questo tipo, che però ho dimenticato. Si potrebbe aggiungere un ulteriore esempio di falso peggiorativo, formato con il suffisso -accia (femminile):

foca : focaccia 

Detto questo, bastone non può essere considerato un "falso accrescitivo", dato che è proprio un derivato di basto, nel suo senso originario di "carico"; "sostegno". Il bastone è il sostegno per eccellenza. Adesso vorrei sapere quanti giovani della Gen Z saprebbero descrivermi a grandi linee la semantica della parola basto. Con un po' di fantasia, il basto, carico del mulo, è il sostegno della coppia di adulteri che fotte appoggiandosi al morbido animale. Date le imposizioni draconiane della Chiesa Romana, lo sperma veniva scaricato nel vaso procreativo e ne nasceva ineluttabilmente il bastardo. Più ci rimuginavo e meno mi quadrava, così me ne sono uscito con un'idea migliore, più sensata. 

L'etimologia germanica del francese antico bast

Il primo membro del francese antico bastard in realtà non è affatto la parola che indica il carico del mulo. Si tratta della fossilizzazione di una parola originaria della lingua germanica dei Franchi: *banst "granaio", cfr. gotico bansts "granaio", medio olandese banst, olandese moderno (dialettale) banst, baanst, baast, baas - tutti output del protogermanico *banstiz. Così il francese antico fils de bast è in realtà il "figlio del granaio". Il granaio è un luogo ben più diffuso e naturale per copulare di quanto non possa esserlo il dorso o il fianco di un animale da soma! Quando la lingua dei Franchi si è stemperata e ha cessato di essere di uso corrente nella Neustria, si è avuta la confusione con l'omofono bast "carico". 

Una seconda etimologia germanica?

A complicare le cose, abbiamo il paragone con l'antico frisone bōst "matrimonio morganatico" (variante bōste), che risale regolarmente al protogermanico *banstiz o *banstuz (con perdita della nasale e allungamento compensatorio della vocale). Tra i germanisti è comune l'idea che la parola derivi dal protogermanico *bindanan "legare" (tedesco binden, inglese to bind, etc.), con il significato originale di legame. Si arriva così al marasma etimologico: non abbiamo modo di discriminare tra due possibilità equiprobabili. Si tenga però conto che la parola dell'antico frisone è isolata tra le lingue germaniche - per quanto ne sappiamo. Avanziamo così la possibilità che derivi in ogni caso da *banstiz con il preciso significato di "granaio", con riferimento a un connubio "spontaneo" e non sancito dalla Chiesa Romana. Nel frisone occidentale moderno il vocabolo è tuttora conservato come boask, boaste. Essendo l'argomento così spinoso e controverso, bisognerà dedicarci ulteriori sforzi, finché non sarà risolto.

Una fittissima rete di contatti

La parola si è espansa in modo notevolissimo in tutta Europa in epoca medievale, fino ad essere ereditata ad esempio dall'inglese moderno (bastard). La fortuna del bastardo è millenaria: in norreno il termine è stato preso a prestito dal francese antico: bastarðr. Così Vilhjálmr Bastarðr è il nome dato dai Norvegesi a Guglielmo il Conquistatore (1028 - 1087), meglio denominato Guglielmo il Bastardo. Il termine si è affiancato alle denominazioni native hornungr e bǽsingr, entrambe traducibili allo stesso modo.

sabato 4 maggio 2024

ETIMOLOGIA DI BARBA 'ZIO'

Com'è ben risaputo, nei dialetti galloitalici della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, barba è la parola che significa "zio". Si trova anche in altre varietà romanze, come quelle parlate in Veneto (cisalpino ma non galloitalico) e in Friuli (reto-romanzo). Compare persino in alcune zone della Puglia. In un'occasione il termine è stato usato anche da Dante, in Paradiso XIX 137, parlando di un re che gli era antipatico, Giacomo di Maiorca: 

"E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel".

Il fratel, per inciso, è Federico II di Aragona. Secondo alcuni dantisti, l'uso di una parola lombarda sarebbe da considerarsi spregiativo. A parer mio, è il riaffiorare di un termine colloquiale che un tempo doveva trovarsi in un'area ben più estesa dell'attuale, interessando persino la Toscana.


Secondo i romanisti, il bizzarro termine deriva da un latino tardo barbānus, attestato anche come barbās e formato naturalmente a partire dal latino barba. Il significato originale dovrebbe essere "uomo barbuto", quindi "uomo autorevole" (si confronti il rumeno bărbat "uomo", dal latino barbātus "barbuto"). Quindi sarebbe passato ad indicare lo zio paterno.

Declinazione:

Singolare: 
Nominativo: barbās
Genitivo: barbānis
Dativo: barbānī
Accusativo: barbānem 
Vocativo: barbās
Ablativo: barbāne 

Plurale: 
Nominativo/Vocativo: barbānēs 
Genitivo: barbānum
Dativo/Ablativo: barbānibus 
Accusativo: barbānēs

Variante: barba 
(si trova due volte in una donazione dell'anno 764 nel Codex diplomaticus Langobardiae)

Sinonimo in latino classico: patruus 


Alcuni esiti poco noti: 

Dalmatico: 
   Dalmatico: buarba 
   Istriota: bara 
Reto-romanzo:
   Friulano: barbe 
   Ladino: bèrba 
   Romancio: barba 

Stando a questa ipotesi, posso ipotizzare che il longobardo abbia preso la parola barbānus dal latino volgare, adattandola in barbas. Si nota però che barbas non presenta mai attestazioni con la labiale sorda p-, come sarebbe logico aspettarsi se si trattasse di un vocabolo germanico nativo. Non mi risulta che sia attestata una variante *parpas.

Un'etimologia germanica

Esiste tuttavia anche un'altra possibilità, che inverte la catena logica dei romanisti: questo barbas potrebbe invece essere un lemma germanico genuino, formato a partire da baro "uomo libero" e dalla voce bas "zio paterno", presente in medio basso tedesco (discendente dell'antico sassone e diretto antenato del Plattdeutsch). Il latino barbānus ne sarebbe un adattamento. Questa sarebbe la trafila: 

*baro-baso > Longobardo barbas >
> Latino volgare barbasbarbānus 

La presenza della consonante sonora iniziale e mediana /b/, potrebbe essere dovuta a un prestito da una lingua germanica che non ha avuto la rotazione consonantica. Un'altra spiegazione possibile sarebbe invocare l'instabilità della rotazione consonantica longobarda. Tuttavia in tal caso ci aspetteremmo anche varianti con consonante sorda. Si noterà che anche la parola baro "uomo libero" (da cui è derivato barone), non sembra mai essere attestata come *paro - nonostante sia genuinamente germanica. La sua consonante iniziale /b/ non avrebbe nulla che possa di per sé prevenire la rotazione e divenire sorda. Tutto quindi punta a un prestito entrato in longobardo da un'altra lingua germanica, senza dubbio da una varietà di francone. 

Francone *barobas(o) > Longobardo barbas 

Riporto la documentazione relativa al secondo membro dell'antico composto.

Proto-germanico: *baswǣn "zio paterno"
     Ricostruzioni alternative: baswô
Esiti: 
   Antico frisone: bas 
      Frisone di Saterland: Boas
      Frisone occidentale: baes, baas 
   Antico sassone: *baso 
      Medio basso tedesco: bas
   Antico olandese: *baso 
      Medio olandese: baes 
         Olandese moderno: baas 


In ultima analisi, è questa l'origine dell'inglese boss (prestito dall'olandese). Mi sembra un'etimologia abbastanza plausibile.

Alcuni notevoli prestiti
 
1) Dal veneto, la parola barba "zio" passò al cimbro (Sette Comuni, Luserna): barba, plurale barben.
Esempio di frase: 
De barben zeint zobia béetare "gli zii sono come padri".
2) Lo stesso termine si trova anche in mòcheno. 
3) Da Venezia, la parola barba arrivò in Grecia. In greco moderno colloquiale si usa μπάρμπας (pronuncia bárbas) "zio", plurale μπαρμπάδες (pronuncia barbádes) "zii". 
Esempio di frase:
Έχω έναν μπάρμπα στη Νέα Υόρκη (pronuncia Écho énan bárba sti Néa Yórki) "Ho uno zio a New York".

sabato 13 aprile 2024

Conversazione tra Marco Moretti e Gemini 
- Latino e aramaico nel Cristianesimo occidentale -

MM:

Perché la lingua aramaica ha riscosso così poco successo nell'Occidente cristiano? Perché si è diffusa la falsa convinzione che Cristo parlasse latino classico con la pronuncia dei preti?

Gemini:

La scarsa diffusione dell'aramaico nell'Occidente cristiano e la falsa credenza che Cristo parlasse latino classico con pronuncia ecclesiastica sono dovute a un intreccio di fattori storici e linguistici:

Fattori storici:
  • Ascesa del latino: Il latino era la lingua ufficiale dell'Impero Romano, dove nacque il Cristianesimo. Con la diffusione dell'Impero, il latino si impose come lingua dominante anche nelle comunità cristiane occidentali, relegando l'aramaico, lingua parlata da Gesù e dagli apostoli, a ruolo marginale.
  • Scisma linguistico: Nel IV secolo d.C., l'Impero Romano si divise in due: Impero Romano d'Occidente e Impero Romano d'Oriente. L'Occidente, con il tempo, adottò il latino volgare come lingua quotidiana, mentre l'Oriente mantenne un uso più diffuso del greco e dell'aramaico. Questa divisione linguistica contribuì a marginalizzare ulteriormente l'aramaico in Occidente.
  • Centralità della Vulgata: Nel IV secolo, Girolamo tradusse la Bibbia dal greco e dall'ebraico in latino, creando la Vulgata. Questa traduzione divenne il testo biblico ufficiale per la Chiesa occidentale, consolidando il latino come lingua sacra e relegando ulteriormente l'aramaico.

Fattori linguistici:
  • Scarsa documentazione: L'aramaico non aveva una tradizione letteraria solida come il greco o il latino. I testi aramaici cristiani erano frammentari e spesso tradotti in greco o latino, rendendo difficile la loro diffusione e il loro studio in Occidente.
  • Complesso linguistico: L'aramaico presentava una varietà di dialetti e varianti, rendendolo difficile da apprendere e da standardizzare per un uso liturgico o letterario su larga scala. Il latino, al contrario, era una lingua più strutturata e omogenea, facilitando la sua adozione come lingua ufficiale della Chiesa.

Falsa credenza sul latino di Cristo:

L'idea che Cristo parlasse latino classico con pronuncia ecclesiastica era frutto di un'errata interpretazione della storia linguistica e di una visione idealizzata della figura di Gesù. In realtà, il latino classico era una lingua aulica e letteraria, poco utilizzata nella vita quotidiana. Gesù, come la maggior parte dei Galilei dell'epoca, parlava aramaico galilaico, un dialetto colloquiale ben diverso dal latino classico.

L'erronea associazione del latino con la figura di Cristo contribuì a rafforzare il prestigio di questa lingua e a marginalizzare ulteriormente l'aramaico nell'immaginario cristiano occidentale.

In sintesi, la scarsa diffusione dell'aramaico in Occidente e la falsa credenza sul latino di Cristo sono il risultato di un complesso intreccio di fattori storici, linguistici e culturali che hanno favorito l'ascesa del latino come lingua dominante nella Chiesa occidentale.

MM:

Eppure qualche parola o breve frase in aramaico è stata lasciata nei Vangeli, in genere seguita da una traduzione. Ad esempio "Marana tha", "Talitha kum"; etc. Possibile che questi resti non abbiano mai destato l'interesse di nessuno?

Gemini:

Hai perfettamente ragione a notare questa apparente contraddizione: quelle "isole" di aramaico nei Vangeli (chiamate tecnicamente ipsissima verba, ovvero le parole "stessissime" di Gesù) sono come frammenti di un mosaico originale rimasti incastonati in una cornice straniera.

In realtà, non è che non abbiano destato interesse, ma il modo in cui sono state interpretate dall'Occidente cristiano è stato condizionato da una precisa strategia culturale e teologica.

Ecco perché quei frammenti non sono bastati a "salvare" l'aramaico in Occidente:

1. Il fascino del "Suono Magico"

Per secoli, parole come Effatà, Talitha kum o Abba non sono state studiate come elementi di una lingua viva, ma sono state trattate quasi come formule sacre o magiche.
  • Nell'orecchio del fedele medievale, quelle sillabe non rimandavano a un popolo o a una grammatica, ma alla potenza divina che scacciava i demoni o resuscitava i morti.
  • Paradossalmente, lasciarle in aramaico serviva a sottolineare il loro carattere soprannaturale, non la loro origine etnica.

2. La "Sostituzione" del Primato

L'Occidente cristiano ha costruito la sua identità sulla Successione Apostolica di Roma. Per legittimare il ruolo di Roma come erede universale di Cristo, è stato necessario compiere un'operazione di "trasloco" spirituale:
  • Gerusalemme (e quindi l'aramaico) rappresentava il passato e le radici ebraiche, viste spesso con sospetto o come qualcosa di "superato" dalla Nuova Alleanza.
  • Roma (e il latino) rappresentava il presente e il futuro universale (il termine Cattolico significa appunto universale).
  • In questo schema, l'aramaico era considerato una "lingua della culla", preziosa ma destinata a essere sostituita dalla lingua dell'Impero che si era fatto cristiano.

3. Chi si è interessato davvero? (Le eccezioni)

Non tutti hanno ignorato l'aramaico. Esiste una storia "sotterranea" di interesse:
  • Gli Umanisti: Durante il Rinascimento, studiosi come Erasmo da Rotterdam iniziarono a guardare con occhi nuovi ai testi originali, ma si concentrarono soprattutto sul greco.
  • Le Chiese d'Oriente: Mentre l'Occidente si "latinizzava", intere popolazioni (siriaci, caldei, maroniti) hanno continuato a usare il siriaco (un dialetto aramaico) nella liturgia fino a oggi. L'Occidente le ha semplicemente ignorate o considerate "periferiche".

Perché la bufala del "Latino di Cristo" ha retto?

La convinzione che Gesù parlasse latino (o che il latino fosse la lingua "naturale" della divinità) è nata da un corto circuito visivo e liturgico:
  • L'iconografia: Per secoli, i pittori hanno ritratto Gesù e gli apostoli con vesti che ricordavano più i patrizi romani che i contadini della Galilea.
  • La Liturgia: Poiché la Messa era in latino e il prete parlava "in persona Christi" (come se fosse Cristo stesso), nella mente del popolo si è creata un'associazione automatica: se il prete che rappresenta Cristo parla latino, allora Cristo parlava latino.
Nota di colore: Ancora oggi, in alcuni film storici meno accurati, sentiamo i centurioni romani parlare con un perfetto accento britannico o americano "colto", perpetuando l'idea che il potere e la sacralità abbiano un suono specifico, indipendentemente dalla realtà storica.

MM:

Alla fine si è arrivati a Trump. Il "tycoon" crede fermamente che Cristo parlasse addirittura inglese americano! L'ignoranza non è mai un buon affare.

Gemini:

È un'osservazione pungente che tocca un punto nevralgico della psicologia moderna: il nazionalismo religioso.

L'idea che figure storiche universali debbano "somigliarci" non è solo una questione di ignoranza cruda, ma di un fenomeno chiamato anacronismo identitario. Molti leader politici, non solo Trump, tendono a "arruolare" figure sacre per dare una legittimazione divina ai propri valori culturali, linguistici e politici.

Se oggi qualcuno può arrivare a pensare che Gesù parlasse inglese (o che il "King James English" sia la lingua originale di Dio), è perché si sono stratificati secoli di pregiudizi:

1. L'anglocentrismo come nuovo "Latino"

Proprio come l'Occidente medievale ha "latinizzato" Cristo per renderlo il garante dell'Impero Romano, oggi una certa parte del mondo anglosassone ha "americanizzato" il Vangelo.
  • In questo scenario, l'inglese non è visto come una lingua tra le tante, ma come la lingua della libertà e della modernità cristiana.
  • Dire che Gesù parlasse inglese è il culmine di un processo di appropriazione: se Lui è "uno di noi", allora la nostra nazione è la "Nuova Israele".

2. Il fascino della "Bibbia di Re Giacomo"

Negli Stati Uniti esiste un movimento molto forte chiamato King James Onlyism. Molti credono che la traduzione inglese del 1611 sia l'unica ispirata da Dio, superiore persino ai manoscritti originali greci ed ebraici. Da qui al pensare che Gesù usasse quei termini il passo è breve, purtroppo.

3. L'iconografia del "Gesù Nordico"

Questa confusione linguistica è figlia di quella visiva. Per secoli l'arte occidentale ha dipinto Gesù:
  • Con la pelle chiara.
  • Con gli occhi azzurri.
  • Con tratti somatici europei.
Quando l'immagine visiva viene alterata per scopi politici o di appartenenza, la verità storica (fatta di aramaico, polvere della Galilea e tratti mediorientali) diventa quasi "offensiva" per chi vuole un Dio a propria immagine e somiglianza.

Un paradosso interessante

È ironico che proprio l'aramaico, la lingua che Gesù usava per predicare l'umiltà e l'accoglienza dello straniero, sia oggi una lingua quasi estinta, parlata solo in piccoli villaggi (come Maaloula in Siria) spesso minacciati da conflitti che l'Occidente osserva da lontano.

L'ignoranza, come dici tu, non è un buon affare, ma per chi cerca il potere è spesso uno strumento formidabile: un popolo che non conosce la storia è più facile da convincere che "Dio sta dalla nostra parte e parla la nostra lingua".

Alcuni commenti

Queste sono le cose che non mancheranno mai di stupirmi, nonostante ogni tentativo di ridurle a un'architettura razionale. Se un uomo si definisce "Cristiano" e afferma di mettere al centro della propria esistenza Gesù di Nazareth, detto il Cristo, e i suoi insegnamenti, mi aspetterei che come minimo nutrisse il massimo interesse per la lingua in cui furono pronunciate le "parole stesse di Dio". Costui farebbe di tutto per apprendere tale lingua, per leggere i Vangeli in tale lingua, per usare tale lingua nella liturgia e persino negli esorcismi! Invece no. Questo non è accaduto e non accade tuttora. Le spiegazioni fornite dall'Intelligenza Artificiale non risolvono l'enigma. Non le trovo complete, manca ancora qualcosa. Forse il degrado memetico ha creato un numero immenso di falsi Cristiani, tali soltanto di nome, fino ad arrivare alle estreme deviazioni imperanti in America, con comunità ridotte a venerare feroci tabù tribali.

sabato 16 marzo 2024

 
BARRY LYNDON 
 
Titolo originale: Barry Lyndon
Lingua originale
: Inglese, tedesco, francese
Paese di produzione
: Stati Uniti d'America, Regno Unito
Anno
: 1975
Durata
: 184 min
Rapporto
: 1,66:1(cinema)
      1,59:1(home video) 1,78:1(Blu-ray)
Genere
: Avventura, guerra, drammatico, storico
Regia
: Stanley Kubrick
Soggetto
: William Makepeace Thackeray (romanzo)
Sceneggiatura
: Stanley Kubrick
Produttore
: Stanley Kubrick
Produttore esecutivo
: Jan Harlan, Bernard Williams
Casa di produzione
: Hawk Films Ltd., Peregrine,
     Warner Bros.
Distribuzione in italiano
: Warner Bros. Italia
Fotografia
: John Alcott
Montaggio
: Tony Lawson
Musiche
: AA.VV. (brani riadattati da Leonard Rosenman)
Scenografia
: Ken Adam, Roy Walker, Vernon Dixon
Costumi
: Milena Canonero, Ulla-Britt Söderlund
Trucco
: Alan Boyle 
Direttore del casting: James Liggat 
Direttore di divisione: Malcolm J. Christopher, 
   Don Geraghty 
Direttore di produzione: Paul Hitchcock 
Manager di produzione: Terence A. Clegg, Douglas 
   Twiddy 
Effetti speciali: Gerry Johnston, John Richardson 
Controfigure: Roy Scammell, Peter Munt,
   John Sullivan
Camera a mano: Ronny Taylor 
Continuità: June Randall 
Coreografie: Geraldine Stephenson 
Colori: Dave Dowler 
Interpreti e personaggi
:
    Ryan O'Neal: Redmond Barry Lyndon
    Marisa Berenson: Lady Lyndon
    Patrick Magee: Chevalier de Balibari
    Hardy Krüger: Capitano Potzdorf
    Frederick Schiller: Herr von Potzdorf, Ministro
         di Polizia
    Steven Berkoff: Lord Ludd
    Gay Hamilton: Nora Brady 
    Liam Redmond: Signor Brady, padre di Nora 
    Billy Boyle: Mick, fratello di Nora 
    Pat Laffan: Ulick, l'altro fratello di Nora 
    Marie Kean: Madre di Barry
    Diana Körner: Lieschen (ragazza tedesca) 
    Murray Melvin: Reverendo Samuel Runt
    Frank Middlemass: Sir Charles Reginald Lyndon
    André Morell: Lord Gustavus Adolphus Wendover
    Arthur O'Sullivan: Capitano Feeny
    Godfrey Quigley: Capitano Grogan
    Leonard Rossiter: Capitano John Quin 
    Jonathan Cecil: Tenente Jonathan Fakenham 
    Peter Cellier: Sir Richard 
    Anthony Sharp: Lord Hallam 
    Philip Stone: Graham
    Leon Vitali: Lord Bullingdon
    Billy Boyle: Seamus Feeny
    Geoffrey Chater: Dottor Broughton
    David Morley: Bryan Patrick Lyndon
    Wolf Kahler: Principe di Tubinga
    Roger Booth: Re Giorgio III 
    Ferdy Mayne: Colonnello Bulow 
    John Sharp: Doohan 
    Pat Roach: Caporale Toole 
    Hans Meyer: Joseph Schulffen, ufficiale prussiano 
    Anthony Dawes: Soldato britannico 
    Barry Jackson: Soldato britannico 
    George Sewell: Secondo di Barry nel duello finale 
    Roy Spencer: Venditore di cavalli 
    Harry Towb: Taverniere 
    Non citati nei titoli originali: 
    Norman Gay: Valletto
    George Holdcroft: Gentiluomo 
    Katharina Kubrick: Danzatrice 
    Vivian Kubrick: Spettatrice dello spettacolo di magia
    Gary Taylor: Secondo di duello di Barry
    John Trehy: Padrino di duello 
Doppiatori originali
:  
    Michael Hordern: Narratore
Doppiatori italiani
:
    Giancarlo Giannini: Redmond Barry Lyndon
    Melina Martello: Lady Lyndon
    Alberto Lionello: Chevalier de Balibari
   Renato Cortesi: Lord Ludd, Mick, il principe di Tubinga, 
           Jonathan Fakenham
    Alida Cappellini: Nora Brady
    Gianna Piaz: Madre di Barry
    Oreste Lionello: Reverendo Samuel Runt
    Gianni Bonagura: Charles Lyndon, Graham
    Mario Feliciani: Lord Wendover
    Corrado Gaipa: Capitano Grogan
    Mario Maranzana: Capitano John Quin
    Rodolfo Traversa: Lord Bullingdon
    Carlo Baccarini: Dottor Broughton
    Massimo Foschi: Re Giorgio III, Ulik
    Vittorio Di Prima: Caporale Toole
    Romolo Valli: Narratore
    Marcello Tusco: Venditore di tessuti
    Roberto Bertea: Padre di Nora, un ministro di polizia
    Marco Guadagno: Lord Bullingdon da giovane
    Vittorio Congia: Recluta
    Giampiero Albertini: Padrino di Barry al duello
    Pietro Biondi: Frederick
    Silvio Spaccesi: Capitano Feeny
    Sergio Di Giulio: Seamus Feeny 
Titoli in altre lingue: 
    Lituano: Baris Lindonas 
    Lettone: Berijs Lindons 
Budget: 10-11 milioni di dollari US
Box office: 20,3 milioni di dollari US


Trama: 

Parte I: "Con quali mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon"

Anno del Signore 1750. Nel Regno d'Irlanda il padre di Redmond Barry viene ucciso in un duello. Barry, che appartiene a una famiglia protestante irlandese, di origine nobile ma ridotta alla povertà, si invaghisce della cugina Nora Brady e in un duello spara al suo pretendente, il capitano dell'esercito John Quin. Fugge, ma viene derubato dai banditi mentre è in viaggio verso Dublino. Senza un soldo e senza cavallo, a Barry non resta altra scelta che arruolarsi nell'esercito. L'amico di famiglia, il Capitano Grogan, lo informa che Quin in realtà non è morto: il duello è stato inscenato e il proiettile di Barry è stato sostituito in modo fraudolento con un pezzo di stoppa. L'intento della famiglia di Nora era quello di sbarazzarsi di Barry per migliorare le proprie finanze attraverso il matrimonio con Quin, codardo ma benestante. 
Barry presta servizio con il suo reggimento in Germania durante la Guerra dei Sette Anni, ma diserta dopo la morte di Grogan in combattimento contro i Francesi. Fuggito con il cavallo e l'uniforme da tenente, Barry ha una breve relazione con Frau Lieschen, una contadina tedesca sposata. Sulla strada per Brema, incontra il Capitano Potzdorf, che scopre l'inganno e lo convince a arruolarsi nell'esercito prussiano. In seguito, il giovane irlandese salva la vita di Potzdorf e riceve un encomio da Federico il Grande in persona. 
Alla fine della guerra, Barry viene reclutato dallo zio del Capitano Potzdorf nel Ministero di Polizia prussiano. I suoi superiori sospettano che il Cavaliere de Balibari, un sedicente francese che esercita la professione di giocatore d'azzardo, sia in realtà un irlandese e una spia dell'Imperatrice Maria Teresa. Per questo motivo assegnano a Barry il ruolo di suo servitore. L'emotivo e infiammabile giovane confida tutto al Cavaliere e i due diventano alleati. Dopo aver vinto un'enorme somma al gioco d'azzardo in una partita contro il Principe di Tubinga, questi accusa il Cavaliere di aver barato, pur senza addurre prove, rifiutandosi di onorare il suo debito. Il Cavaliere minaccia di esigere soddisfazione. Per evitare uno scandalo, il Ministero di Polizia salda il debito e scorta silenziosamente il Cavaliere fuori dai confini prussiani, il che consente a Barry, assunto il suo travestimento, di lasciare anche lui il Paese. Infatti il Cavaliere stesso aveva attraversato la frontiera senza incidenti la notte prima. 
I due avventurieri si riuniscono e viaggiano in lungo e in largo per l'Europa, perpetrando un gran numero di truffe al gioco d'azzardo. Barry ha anche il compito di estorcere il denaro ai debitori recalcitranti sfidandoli a duelli di spada. A Spa, incontra la bella, ricca e visibilmente depressa Lady Lyndon. La seduce e bersaglia l'anziano e cardiopatico marito Sir Charles Reginald Lyndon, causandogli un infarto mortale con un crescendo di battute caustiche.

Parte II: "Contenente un resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon"

Anno del Signore 1773. Barry sposa Lady Lyndon, ne assume il cognome e si stabilisce in Inghilterra. La Contessa gli dà un figlio maschio, Bryan Patrick, che lui ama moltissimo e vizia. Il matrimonio è però infelice: Barry è apertamente infedele e sperpera i beni della moglie, tenendola in isolamento. Lord Bullingdon, figlio di primo letto di Lady Lyndon e Sir Charles, è ancora addolorato per la perdita dell'anziano padre e vede giustamente nel patrigno un cercatore d'oro che non si è certo sposato per amore. Barry reagisce nel corso degli anni a questa ostilità infliggendo al figliastro terribili abusi emotivi e fisici. 
La madre di Barry va a vivere con lui e lo avverte che se Lady Lyndon dovesse morire, Bullingdon erediterebbe tutto. Consiglia al figlio di ottenere un titolo nobiliare, dato che non ha nulla intestato a suo nome. A tal fine, Barry si ingrazia l'influente Lord Wendover e spende somme ancora più ingenti del patrimonio di Lady Lyndon per ottenere il favore dell'alta società. Il suo massimo successo è partecipare a un ricevimento a cui è presente Re Giorgio III. A parte questo, non ottiene alcunché di concreto. In un'occasione Bullingdon, ormai adulto, interrompe una festa e accusa pubblicamente il patrigno di infedeltà, abusi e cattiva gestione finanziaria, annunciando che lascerà la tenuta dei Lyndon finché l'usurpatore vi rimarrà. Barry risponde aggredendo brutalmente il figliastro, fino a quando i due non vengono separati dai partecipanti alla festa. In seguito a questi fatti incresciosi, per Barry diventa irraggiungibile l'accesso a qualsiasi titolo nobiliare; viene emarginato dall'alta società, è colpito da stigma e sprofonda ulteriormente nella rovina finanziaria.
Barry dona un cavallo a Bryan in occasione del suo nono compleanno. Bryan, impaziente, monta in sella da solo, ma l'equino si imbizzarrisce e lo disarciona, provocandone la morte. Barry concepisce una sola risposta possibile alla sciagura: sprofonda nell'alcolismo. "Il solo conforto che poté trovare gli venne dal bere". Tracanna bottiglie  fino a perdere i sensi sulla poltrona, poi i valletti si occupano di metterlo a letto. Intanto Lady Lyndon cerca supporto religioso dall'effeminato sacerdote Samuel Runt, che era stato precettore di Bullingdon e di Bryan. Quando la madre di Barry licenzia Runt per evitare che il figlio perda il controllo della casa, Lady Lyndon tenta il suicidio. Runt e Graham, l'amministratore della famiglia, scrivono a Bullingdon per informarlo dell'accaduto: lui torna subito alla tenuta e sfida il patrigno a duello. 
Durante il duello, Bullingdon spara accidentalmente il primo colpo, ma Barry spara deliberatamente a terra, rifiutandosi di sfruttare l'errore del figliastro. Bullingdon si rifiuta a sua volta di accettare questo esito come soddisfazione e spara di nuovo, colpendo Barry a una gamba. Questa ferita costringe Barry a un'amputazione sotto il ginocchio. Mentre Barry è in convalescenza, Bullingdon prende il controllo della tenuta dei Lyndon. Tramite l'amministratore Graham, ricorda a Barry che il suo credito è esaurito e gli offre 500 ghinee all'anno per lasciare per sempre Lady Lyndon, le sue tenute e l'Inghilterra. Barry accetta a malincuore l'offerta e riprende la sua precedente professione di giocatore d'azzardo, conducendo vita errabonda per le nazioni, ma senza lo stesso successo di un tempo. Il narratore afferma che non si conosce nulla della sua esistenza successiva. Tuttavia, in un'inquadratura si vede Lady Lyndon che firma l'assegno annuale di rendita di Barry sotto gli occhi del figlio: sulla cedola si legge la data Dicembre 1789

"Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali."


Citazioni memorabili: 

"I gentiluomini possono parlare dell'era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano... È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo."
(Redmond Barry)

"Una donna che ha un debole per le uniformi deve essere preparata a cambiare amante molto alla svelta o la sua sarà una vita molto triste."
(Narratore) 

"Le qualità e le energie che portano un uomo a conquistare una fortuna sono spesso le stesse che lo portano poi a perderla."
(Narratore)

Dialoghi:

Sir Charles Reginald Lyndon: "Buonasera, signor Barry, ve la siete fatta la mia signora?"
Barry Lyndon: "Mi scusi, ma non capisco."
Sir Charles Reginald Lyndon: "Suvvia, signore, preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille!"  

Colonna sonora: 

1) Sarabande (dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437) - Georg Friedrich Händel: è il tema conduttore del film, utilizzato nelle scene drammatiche e nei duelli.
2) Women of Ireland (Mná na hÉireann) - The Chieftains (composta da Sean O'Riada): tema romantico e nostalgico che ricorre nel film.
3) Trio per pianoforte n. 2 in mi bemolle maggiore, Op. 100 (secondo movimento) - Franz Schubert: utilizzato in scene cruciali, inclusa la parte finale.
4) Concerto per due clavicembali e orchestra in do minore, BWV 1060 (Adagio) - Johann Sebastian Bach.
5) Concerto per violoncello in mi minore (terzo movimento) - Antonio Vivaldi.
6) Marcia da Idomeneo - Wolfgang Amadeus Mozart.
7) German Dance No.1 in C major - Franz Schubert.
8) Hohenfriedberger March - Federico il Grande.
8) Brani tradizionali:
   Piper's Maggot Jig (eseguito dai The Chieftains),
   The Sea Maiden (eseguito dai The Chieftains),
   British Grenadiers,
   Lilliburlero


Recensione:
Questa è certamente una delle più importanti pellicole di tutta la storia della Settima Arte. Dal punto di vista filologico, è un'opera imponente, curata in modo micrometrico, quasi maniacale. Disegni, stampe e dipinti del XVIII secolo hanno ispirato fin nei più minuti dettagli le scene e i costumi. Il senso del Destino è onnipresente e finisce col manifestarsi nella sua dimensione più oppressiva e annichilente. Per trovare una chiave di lettura, bisogna andare molto indietro nel tempo. Nell'antica Scandinavia pagana si credeva che ogni uomo avesse due forze del Destino che lo accompagnavano: una era chiamata fylgja e rappresentava la fortuna legata all'individuo in quanto tale, mentre l'altra era chiamata hamingja e rappresentava la fortuna legata alla sua famiglia di appartenza. La parola fylgja deriva dal l'omonimo verbo che significa "accompagnare", "seguire"; la parola hamingja deriva da hamr "pelle", "forma", "aspetto". Il film si capisce meglio applicando questi concetti arcaici. Barry è un uomo dotato di una fortissima fylgja, che lo porta ad acquisire un'elevata posizione sociale, mentre è assai debole la sua hamingja, avendo egli origine da una stirpe decaduta; suo figlio Bryan è debole e muore alla simbolica età di nove anni. Cosa accade quando la fylgja abbandona il protagonista? Finisce distrutto e non si può più riprendere. 
Il genio registico di Kubrick è dimostrato in modo lampante dall'incredibile capacità di far simpatizzare lo spettatore per il protagonista, che tecnicamente parlando è una canaglia, un cacciatore di dote, un fraudolento, un giocatore d'azzardo e un baro. Inoltre, tutta l'antipatia e l'avversione è incanalata sull'odiosissimo Lord Bullingdon, che tuttavia è il legittimo beneficiario dell'eredità e dei beni di suo padre, il defunto Sir Charles Lyndon - etichettato come vegliardo cornuto e schernito. Ogni principio etico viene scardinato, mentre trionfa la Schadenfreude. Devo ammettere che mentre guardavo le sequenze del film, mi identificavo con Barry Lyndon, mentre ho provato un piacere inquietante e sadico nel vedere Bullingdon punito con lo staffile. 
Lo spettatore è interamente calato in un'epoca aliena, fatta di strani colori, futilità e sifilide. Quello che stupisce è l'impossibilità di confronto con il contesto della nostra esistenza quotidiana. Sembra un'esplosione di convulso onirismo, in cui si viene dissolti nella musica saturnina che pervade ogni cosa. Non a caso, nella lontana epoca di Splinder, impostai proprio Sarabande di Händel come colonna sonora del mio blog Esilio a Mordor


Il soggetto 

Stanley Kubrick basò la sua sceneggiatura originale sul romanzo picaresco La fortuna di Barry Lyndon (The Luck of Barry Lyndon), pubblicato a puntate nel 1844 da William Makepeace Thackeray, poi ripubblicato col titolo Memorie di Barry Lyndon, Esq. (The Memories of Barry Lyndon, Esq.). La vicenda, narrata in prima persona e curata dall'immaginario George Savage FitzBoodle, racconta la storia di un membro della piccola nobiltà irlandese che cerca di entrare a far parte dell'aristocrazia inglese. Thackeray basò la sua opera sulla vita e sulle imprese dell'irlandese Andrew Robinson Stoney, libertino e cacciatore di dote, che sposò Mary Eleanor Bowes, la contessa di Strathmore, divorziando in seguito. La nobildonna divenne nota come "la Contessa infelice" a causa della tempestosa relazione con l'avventuriero, che era sicuramente sifilitico. La contessa di Strathmore è una delle antenate della regina Elisabetta II. La versione riveduta, era più breve e concisa della pubblicazione originale a puntate e vi era stata eliminata la figura narrante di FitzBoodle. Questo è generalmente considerato il primo "romanzo senza eroe" o "romanzo con un antieroe" in lingua inglese. Alla sua pubblicazione nel 1856, l'editore di Thackeray diede questo titolo integrale: "The Memoirs of Barry Lyndon, Esq. Of The Kingdom Of Ireland Containing An Account of His Extraordinary Adventures; Misfortunes; His Sufferings In The Service Of His Late Prussian Majesty; His Visits To Many Courts of Europe; His Marriage and Splendid Establishments in England And Ireland; And The Many Cruel Persecutions, Conspiracies And Slanders Of Which He Has Been A Victim." (ossia "Le memorie del gentiluomo Barry Lyndon, del regno d'Irlanda. Comprendenti un resoconto delle sue straordinarie avventure e sventure; le sue sofferenze al servizio di Sua Maestà il defunto Re di Prussia; le sue visite a numerose corti d'Europa; il suo matrimonio e le sue splendide dimore in Inghilterra e Irlanda; e le molte e crudeli persecuzioni, cospirazioni, e calunnie di cui egli è stato vittima."

Questi sono i capitoli del romanzo di Thackeray: 

1. Il mio retaggio e la mia famiglia. subisco l'influenza della più tenera della passioni
2. In cui mi dimostro un uomo pieno di ardimento
3. La mia falsa partenza nel bel mondo
4. In cui Barry vede da vicino che cosa sia la gloria militare
5. In cui Barry cerca di allontanarsi il più possibile dalla gloria militare
6. Il carro degli arruolati con l'inganno. Episodi di vita militare
7. Barry conduce vita di guarnigione e si fa molti amici
8. Barry dice addio alla carriera militare
9. Mi presento in un modo che si addice al mio nome ed al mio lignaggio
10. Altri colpi di fortuna
11. In cui la buona sorte abbandona Barry
12. Tratta della tragica storia della principessa di X
13. Continuo la carriera di uomo di mondo
14. Torno in Irlanda ed ostento lusso e generosità in quel regno
15. Faccio la corte a Lady Lyndon
16. Provvedo con generosità alla mia famiglia e raggiungo il culmine della mia (apparente) buona fortuna
17. Mi presento come il fiore all'occhiello della buona società inglese
18. In cui la fortuna comincia a venirmi meno
19. Conclusione


Un progetto napoleonico

Stanley Kubrick aveva inizialmente pianificato di realizzare un film su Napoleone Bonaparte. Come al solito, lui e il suo team condussero diversi anni di meticolose quanto estenuanti ricerche sull'argomento e sull'epoca (si dice che Kubrick avesse letto diverse centinaia di libri su Napoleone), tanto che durante il lungo periodo di pre-produzione, un film sovietico dal tema simile aveva iniziato a svilupparsi: Waterloo (Ватерлоо, 1970), diretto da Sergej Fëdorovič Bondarčuk. 
Kubrick fu costretto ad abbandonare il suo film su Napoleone quando lo studio decise di ritirarsi dal progetto, presumibilmente a causa di problemi di budget (contrariamente a quanto si pensa, il fallimento commerciale del film di Bondarčuk non ebbe nulla a che fare con questa decisione). Decise invece di realizzare Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971), ma continuò a cercare una storia ambientata nel XVIII secolo, poiché ciò gli avrebbe permesso di utilizzare le numerose ricerche storiche effettuate per il suo febbrile progetto su Napoleone, poi cancellato. Dopo avere preso in considerazione e scartato diverse opzioni, la sua attenzione finalmente cadde sul sopracitato racconto di Barry Lyndon composto da William Makepeace Thackeray. 


Curiosità varie 

Molte delle inquadrature sono state composte e girate in modo da evocare alcuni dipinti del XVIII secolo, in particolare quelli del pittore inglese Thomas Gainsborough (Sudbury, 1727 - Londra, 1788), famoso come ritrattista e paesaggista. Il risultato è un balsamo per lo Spirito! 

Si diffuse la leggenda secondo cui i costumi premiati con l'Oscar e utilizzati in questo film fossero autentici abiti d'epoca, ma ciò è solo parzialmente vero. Alcuni costumi erano veri e propri pezzi d'antiquariato acquistati all'asta dalla costumista Milena Canonero, mentre altri furono realizzati su misura appositamente per questo film, ispirandosi agli abiti dell'epoca e ai costumi raffigurati nei dipinti del periodo.

La produzione fu spostata dall'Irlanda all'Inghilterra dopo che Stanley Kubrick venne a sapere che il suo nome era sulla lista nera dell'IRA. L'accusa che gli veniva rivolta era di aver diretto un film con soldati inglesi sul suolo irlandese: una specie di profanazione. Di conseguenza, diverse scene furono eliminate. 

Diverse scene interne furono girate a Powerscourt House, una famosa dimora settecentesca nella Contea di Wicklow, nella Repubblica d'Irlanda. La casa fu distrutta da un incendio accidentale pochi mesi dopo le riprese, nel novembre 1974, quindi questo film rappresenta l'ultima testimonianza degli interni perduti, in particolare del "salone", che fu utilizzato per più di una scena. Le montagne di Wicklow sono visibili, ad esempio, attraverso la finestra del salone durante una scena ambientata a Berlino.

Quando Barry chiede informazioni su un dipinto, gli viene detto che è stato realizzato da un certo Ludovico Corde. Il vero nome dell'artista era Ludovico Cardi (detto anche "il Cigoli") ed era effettivamente un discepolo di Alessandro Allori, come viene affermato nel film. È interessante notare che il precedente film di Kubrick, Arancia meccanica, presenta in modo prominente un procedimento "terapeutico" denominato "Ludovico". Il regista era noto per simili fissazioni.

Il regista era solito girare moltissime riprese di una stessa scena, solo per ottenere "quel qualcosa in più" di cui vagheggiava nella mente in stato di suggestione; non era insolito che si susseguissero dalle venti alle cinquanta riprese per scena. Si dice che abbia girato oltre cento riprese della scena in cui Barry Lyndon incontra per la prima volta Lady Honoria. Alla fine, l'attore Ryan O'Neal si esasperò così tanto per questa pratica estenuante che a un certo punto si rivolse a Kubrick con fierezza e lo apostrofò: "Va bene, ti dico cosa faremo. Tu reciti la mia parte in questa scena, e poi ti imito." Come al solito, il regista pensò che O'Neal si stesse comportando semplicemente in modo insolente, grezzo. Non gli veniva in mente neppure per un istante che un essere umano potesse avere limiti di sopportazione. 

Per illuminare al meglio le scene a lume di candela, Stanley Kubrick utilizzò candele realizzate su misura. Ogni candela aveva tre stoppini anziché uno e conteneva una cera altamente volatile. Questo faceva sì che le candele si consumassero molto rapidamente, motivo per cui molte di quelle che si vedono nei film sono così corte. 

Una scena di sesso tra Barry e Lady Lyndon fu girata, ma poi venne tagliata.

Secondo Tatum, la figlia di Ryan O'Neal, che viveva con la famiglia Kubrick durante la produzione del film, accadde un fatto increscioso. Il regista scoprì che la propria figlia tredicenne Vivian aveva flirtato con l'attore, così ne nacque un forte litigio. 

Leon Vitali, che interpretava il ruolo dell'odioso Lord Bullingdon, vomitò davvero durante il duello finale. Gli fu offerto un pranzo misto con gli ingredienti più pesanti che fu possibile trovare, nella speranza che ne fosse nauseato a sufficienza. Quando i conati tardavano ad apparire, ingerì un uovo crudo intero, che rigurgitò all'istante. A scatenare l'effetto emetico furono probabilmente le particelle fecali presenti sul guscio rotto: fu quindi un vero e proprio atto di coprofagia! Per fortuna il regista fu subito soddisfatto e non gli chiese di ripetere il processo. Un'autentica rarità per Kubrick, che era noto girare più riprese. 

L'edizione del dicembre 1975 includeva una lettera di Stanley Kubrick ai proiezionisti. Iniziava così: "Un'infinita cura è stata dedicata all'aspetto di Barry Lyndon, alla fotografia, alle scenografie, ai costumi; e all'accurata correzione del colore e alla qualità complessiva delle copie in laboratorio, così come alla colonna sonora. Tutto questo lavoro è ora nelle vostre mani, e la vostra attenzione alla messa a fuoco nitida, al buon suono e alla cura con cui maneggerete la pellicola renderà questo sforzo gratificante."


La grettezza di una casa di produzione

La Warner Bros. avrebbe finanziato questo film solo a condizione che Stanley Kubrick scegliesse come protagonista una delle 10 star più redditizie del botteghino, secondo l'annuale sondaggio Quigley. Ryan O'Neal fu indicata come la seconda star più redditizia del 1973, ed era superato solo da Clint Eastwood. Ironicamente, questa fu la sua unica presenza nella top 10, poiché gli espositori che stilarono la classifica avevano attribuito il successo di Love Story (1970) di Arthur Hiller (uno dei maggiori incassi dell'epoca) alla co-protagonista di O'Neal, Ali MacGraw, inserendola così nella lista nel 1971. Le altre 10 star più quotate erano Steve McQueen (terzo posto), Burt Reynolds (quarto posto), Robert Redford (quinto posto), Barbra Streisand (sesto posto), Paul Newman (settimo posto), Charles Bronson (ottavo posto), John Wayne (nono posto) e Marlon Brando (decimo posto). A parte la Streisand, del sesso sbagliato, la maggior parte di queste star sarebbe stata troppo vecchia o assolutamente inadatta per il ruolo. Quindi gli unici attori che Kubrick poté ingaggiare per il ruolo pur continuando a ricevere il sostegno finanziario dell'avida Warner Bros. furono O'Neal e Redford. Sia O'Neal che Redford erano di origine irlandese-americana, entrambi avevano un certo appeal al botteghino ed erano abbastanza giovani per interpretare il ruolo, sebbene Redford avesse cinque anni più di O'Neal. All'epoca O'Neal era la star più famosa, avendo ottenuto anche una nomination all'Oscar come miglior attore per Love Story. Tuttavia, Kubrick a quanto pare offrì la parte a Redford, che fortunatamente la rifiutò. Così O'Neal fu scelto. La stella di Redford avrebbe presto eclissato quella di O'Neal, balzando in cima alle classifiche del botteghino nel 1974 dopo i successi de La stangata (The Sting, 1973) di George Roy Hill e Come eravamo (The Way We Were, 1973) di Sydney Pollack. O'Neal abbandonò la Top 10 dopo il 1973, e questa è ancora oggi la sua unica apparizione in classifica. Provate a immaginarvi come sarebbe stonato un Barry Lyndon interpretato da Redford! 
Nonostante gli straordinari effetti visivi e i risultati tecnici raggiunti, questo film non ebbe il successo finanziario che Stanley Kubrick e la Warner Bros. si aspettavano. La mancanza di successo al botteghino all'epoca influì sulla decisione del regista di realizzare Shining (1980). 

Alcune note sul produttore esecutivo

Jan Harlan, produttore esecutivo di questo film e cognato di Stanley Kubrick, è nipote di Veit Harlan, famoso regista tedesco del periodo nazista, che nel 1942 scrisse e diresse Il grande re (Der grosse König, 1942), un film biografico su Federico il Grande, ambientato anch'esso durante la Guerra dei Sette Anni - lo stesso periodo in cui si svolge in parte anche Barry Lyndon
L'archivio cinematografico IMDb.com omette di riportare che Veit Harlan fu un nazionalsocialista fanatico e un antisemita furioso, che diresse il film di propaganda hitleriana Süss l'ebreo (Jud Süß, 1940). Dopo la caduta dei Reich Millenario, Veit Harlan diresse Processo a porte chiuse (Anders als du und ich, 1957), tutto incentrato sui pederasti e sul terrore che gli studenti si svirilizzassero! Il destino spesso fa accadere cose del tutto inattese: uno dei figli del regista della NSDAP divenne un frenetico attivista di sinistra, mentre una sua nipote sposò l'ebreo ashkenazita Stanley Kubrick. 


Etimologia di Barry 

Il nome irlandese Barry è una forma anglicizzata dell'irlandese Báire, un diminutivo di Bairrfhionn, Fionnbharr "Capelli biondi", "Testa bionda". Il composto deriva da fionn "bianco; biondo" (protoceltico *windos); barr "testa" (protoceltico *barrus). L'associazione è a San Finbarr, Patrono del Cork. Una variante comune di Báire è Barra. Come cognome, Barry può essere una forma anglicizzata dell'irlandese Ó Beargha "Discendente di Beargh". Il nome Beargh significa "Aguzzo" o "Predatore".  

Etimologia di Balibari 

Il buffo cognome posticcio del Cavaliere de Balibari è derivato dalla pronuncia francesizzata di un toponimo fantomatico, Ballybarry, che è una traduzione di Barrytown (in irlandese baile significa "città"). Quindi Balibari significa alla lettera "Città di Barry". Una bella allusione criptica al nome stesso del protagonista. 

Etimologia di Lyndon 

Il cognome Lyndon, di origine toponomastica, significa "Collina del Tiglio": deriva dall'antico inglese lind "tiglio" + dūn "collina", "montagna". L'elemento dūn è in ultima analisi un prestito celtico (protoceltico *dūno- "montagna", ma anche "città, fortezza"). Esiste anche l'ipotesi che il toponimo significasse invece "Collina del Lino", dall'antico inglese līn "lino" - questa proposta mi sembra meno plausibile, anche se non impossibile. In entrambi i casi si dovrebbe ammettere la natura non etimologica della lettera -y-, che sarebbe dovuta a un tentativo di nobilitazione. Si nota che Lyndon è attualmente più diffuso come nome di battesimo che come cognome.

Etimologia di Bullingdon

Il nome Bullingdon portato dall'odioso rampollo deriva dalla cristallizzazione di un cognome, che a sua volta proviene da un toponimo. Si chiama Bullingdon un'antica centena (distretto amministrativo) dell'Oxfordshire; esiste anche un piccolo borgo chiamato Bullingdon Green. Il significato è con ogni probabilità "Valle di Bula", ossia "Valle del Toro". L'area in questione compare nei documenti già nel XII secolo come Bulesden (1179) e nel XIII secolo come Bulandene: deriva dall'antico inglese Bula (nome proprio, a sua volta da bula "toro") e da denu "valle". Il nome è anteriore al famoso club dell'Università di Oxford, che in origine era una società sportiva che si riuniva proprio in quella zona.