Visualizzazione post con etichetta lingua iberica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lingua iberica. Mostra tutti i post

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young:

venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

domenica 23 luglio 2023

UN RELITTO PALEOCORSO IN SARDO GALLURESE: ZERRU 'MAIALE' - E UN PARENTE IN BASCO

In sardo gallurese esiste la parola zerru "maiale", con la variante zerricu. La cosa sorprende molto, dato che si trova una perfetta corrispondenza in basco: zerri "maiale", con la variante txerri e la forma diminutiva txerriko


zerri "maiale" 
pronuncia: /'s̻er:i/ 
   (/s̻/ è una sibilante laminale sorda) 
varianti: txerri /'tʃer:i/, txarri /'tʃar:i/ 
  (/tʃ/ è l'affricata postalveolare sorda, come ch- in spagnolo) 
derivati: 
   zerrama "scrofa con prole" (ama "madre")
   zerri eme "scrofa" (eme "femmina")
   zerrikeria "porcheria", "sozzura"   
   zerrikume "maialino" (ume "cucciolo") 
   txerri-arbi "barbabietola" (arbi "rapa")
   txerri gorri "maialino" (lett. "maiale rosso") 
   txerri-hanka "zampe di maiale" (hanka "zampa")
   txerri-jan "pastone per i porci"; "cibo ripugnante"
       (jan "mangiare") 
   txerriko "maialino" (-ko, suffisso diminutivo)
polirematiche: 
   zerri-zerri eginda "ridotto a uno schifo" 
   (anche txerri-txerri eginda, txerri txerri egina)

Nel suo dizionario etimologico della lingua basca, l'accademico Larry Trask bloccava ogni indagine dei lemmi nativi, apponendo loro la frustrante sigla OUO (= of unknown origin "di origine sconosciuta"). Può sorgere il sospetto che zerri "maiale" sia un prestito giunto in basco in epoca remota, dato che esiste in tale augusta lingua anche un altro nome del porco: urde


urde "maiale" 
derivato antico: ordots "verro" 
derivati: 
   urdabere "bestiame suino"
   urdai "carne di porco", "lardo"
   urdaiazpiko "prosciutto" (traduce lo spagnolo jamón
   urdaki "lardo" 
   urdalde "branco di porci"
   urdama "scrofa con prole" 
   urdandegi "porcile" 
   urdanga "scrofa" 
   urde "sporco" (aggettivo)
   urde-ahardi "scrofa" 
   urde-gantz "grasso di porco" 
   urdekeria "porcheria", "sozzura"
   urdeki "carne di porco" 
   urdetu "insudiciare"; "insudiciarsi"
   urdezain "porcaro" 
   urdezko "sudicio", "impuro" 
   basurde "cinghiale" 
   gizaurde "delfino" (lett. "uomo-maiale"),
        variante izurde 
   itsas-urde
"tipo di delfino" (lett. "maiale di mare"), 
   etc.  

Vediamo che urde è più versatile del sinonimo zerri nella derivazione dei composti, cosa che depone a favore di una sua maggiore antichità.

I romanisti considerano il sardo gallurese zerru come un prestito dal basco. Non prendono neppure in considerazione l'ipotesi che si possa invece trattare di un resto del sostrato prelatino. Non si pongono nemmeno il problema di come una parola basca possa essere giunta in Sardegna in epoca medievale o successiva. Essendo il sardo gallurese molto affine al còrso, si può pensare che sia stato importato proprio dalla Corsica. Quindi i suoi elementi di sostrato saranno molto probabilmente dovuti al paleocòrso, la lingua prelatina degli antichi Còrsi - che doveva avere affinità genetiche con il paleosardo. Questi sono le protoforme ricostruibili: 

Paleocòrso: *tserru, *tserrikko "maiale" 
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *tzeRi "maiale" 

Senza dubbio, come molti sapranno, in spagnolo esiste una parola simile per indicare il porco: cerdo. I romanisti hanno fatto di tutto per ricondurla al latino, ipotizzando una derivazione assurda da sētula "setola" (diminutivo di sēta), nonostante le più ardue difficoltà fonetiche. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Proto-iberico: *tserrito "maiale" 
Proto-romanzo: *tsèrritu(m) "maiale 
Trafila: 
*tsèrritu(m) > *tsèrridu > *tsērdu > cerdo 
Il femminile cerda "setola di porco" è un derivato secondario, con buona pace dei romanisti.

Un possibile prestito indoeuropeo
in proto-vasconico

Anche se non so tracciare bene i percorsi antichi della parola, sono dell'idea che si tratti di un remoto prestito da una lingua indoeuropea. 
Queste sono due protoforme indoeuropee ricostruibili, tra loro strettamente correlate. Le riportiamo assieme agli esiti nelle lingue derivate: 
   Proto-ellenico: *khr "porcospino" 
      Greco antico: χήρ (khr) "porcospino" 
   Proto-italico: *hēr "porcospino" 
      Latino: ēr "porcospino" (genitivo ēris), 
         ēricius, hēricius "porcospino" 

2) Proto-indoeuropeo: g'horjos "maiale"
   Proto-ellenico: *khorjos "maiale, porcello" 
      Greco antico: χοῖρος (khoĩros) "maiale, porcello" 
      Zaconico: χιουρί (çurí) "maiale" 
   Proto-albanese: *darja "maiale" 
      Albanese: derr "maiale"
      Nota: 
      Il nome della popolazione illirica dei Deuri è con ogni 
      probabilità un derivato di questa radice: 
      Deur- < *Derw-, con metatesi. 

Dal protoindoeuropeo, *g'horjos "maiale" è giunto in proto-kartvelico - anche se non è escludibile il percorso inverso: 


Proto-kartvelico: *γori "maiale"  
   Georgiano: ɣori "maiale" 
   Laz: ğeciğeji "maiale" (-c-, -j- < -r-)
   Mingrelio: ɣeǯi "maiale" (-ǯ- < -r-)

Ora della fine, si considerano del tutto ragionevole quanto riportato in questo dizionario etimologico per la voce zerri, anche se ritengo problematico parlare di "sostrato albanese".  


La speranza è che emergano nuovi dati in grado di estendere di molto le nostre conoscenze su un passato tanto difficile.

martedì 12 novembre 2019

NOTE SUL LAVORO DI BOUTKAN-KOSSMANN

Dirk F. H. Boutkan e Maarten G. Kossmann (entrambi dell'Università di Leida) sono gli autori del lavoro Some Berber parallels of European Substratum Words, ossia Alcuni paralleli berberi delle parole di sostreato europee.

Il file in passato era consultabile sul sito dell'Università di Leida al seguente indirizzo: 


Attualmente compare un'inquietante dicitura, under embargo. Il file pdf è sclerotizzato: non è possibile aprirlo né tantomeno scaricarlo. Le mie ricerche nel Web sono state vane, non sono riuscito a trovare l'articolo in questione in altri siti. La speranza è che l'embargo finisca e che il pdf dell'Università di Leida ritorni accessibile. In ogni caso questi fastidiosi inconvenienti, dovuti alle leviataniche pretese di chi vuole monetizzare ciò che non è fatto di materia, non mi dissuadono dal pubblicare la mia recensione dell'opera di Boutkan-Kossmann. 

Questa è l'introduzione, da me tradotta:

"Negli anni recenti, le lingue di sostrato soggiacenti alle lingue indoeuropee dell'Europa hanno ricevuto nuova attenzione da parte di numerosi accademici. Molte parole di sostrato sono state identificate e numerose caratteristiche morfologiche delle parole di sostrato sono state definite (es. Polomé 1989, 1990, Kuiper 1995, Vennemann 1995, Beekes 1996, Boutkan 1998, Boutkan e Kossmann, 1998). Anche l'identificazione delle lingue di sostrato ha ricevuto attenzione. Specialmente il basco e il semitico sono i candidati favoriti (cfr. Vennemann 1995, Kortlandt 1997)."

La ricostruzione del protoberbero si trova ancora a uno stadio molto preliminare. Quindi le proposte per ogni ricostruzione devono essere allo stesso modo considerate preliminari. Valutando la versione proposta del proto-berbero, bisognerà notare i seguenti punti di partenza: 

1) Berbero /f/ e /γ/ sono ricostruiti come *p e *q (occlusiva uvulare sorda) rispettivamente. 
2) Tuareg /h/ (= Ghadames β) è ricostruita come . Siccome il proto-berbero *b è raro in molti contesti, si deve assumere che risalga a **b in uno stadio antecedente della protolingua. 
3) Le vocali brevi sono ricostruite sulla base delle forme del Tuareg meridionale e del Ghadames. Assumiamo che [ă] risalga ad *a breve e che e (ossia lo schwa ə) risalga a *i e *u brevi. 
4) Siccome le vocali lunghe del Tuareg-Ghadames, é e o, sono spesso, anche se non sempre, il risultato di sviluppi secondari, saranno ricostruite come e rispettivamente. 
5) Le vocali che non possono essere ricostruite, ossia la cui qualità è indeterminabile, o che variano secondo schemi di alternanza regolari, sono scritte come [V]

Elenco in questa sede i lemmi trattati dagli autori, riassumendo i dati e fornendo qualche commento a caldo.
Note: 
  i) Nel seguito ho sostituito le forme protogermaniche usate nell'articolo con ricostruzioni a parer mio più affidabili, usando una trascrizione diversa di alcuni fonemi ed esplicitando la desinenza del nominativo singolare.
  ii) Le parole delle lingue dei Guanche delle Canarie sono state aggiunte e commentate dal sottoscritto.
  iii) I confronti con parole etrusche, iberiche e liguri sono stati aggiunti e commentati dal sottoscritto.


1) Latino bāca (italiano bacca)
    Celtico: gallese bagad "grappolo" < *bakatu-  
Protoberbero ricostruito:
     *bqā "mirtillo; mora"
Forme attestate:
Berber del Sous (premoderno) ta-bγa, ta-fγa "mora", Medio Atlante ta-bγa "more di rovo", Rif ta-bγa "tipo d'erba", Chenoua ha-bγa "mora".
Commenti:
Si tratta di forme derivate senza dubbio da un'unica fonte, ma questa non è individuabile. Le forme berbere non sembrano prestiti dal latino, che aveva una vocale tonica lunga /a:/. Anche la la parola gallese presenta problemi simili: gli autori citano l'opinione di Schrijver, che considera dubbia la sua connessione con la parola latina.   


2) Protogermanico (occidentale) *ǣβandaz "sera": 
       antico alto tedesco âband, etc. 
   Protogermanico (nordico) *aftanaz "sera":   
        norreno aptann,
Protoberbero ricostruito:
      *βad "notte"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) éhoḍ, Tuareg (Iwellemmeden) éhăḍ, Ghadames ĕβăḍ, Cabilo, Sous, Medio Atlante, Mzab, Ouargla, Figuig iḍ.
Commenti:
Nelle lingue dei Guanche si trova un'altra radice: enac "notte; sera" (Lanzarote), enaguapa acha abezan "per illuminare la notte" (Tenerife, Tradizione di Güimar).
Potrebbe essere un prestito da una lingua indoeuropea sconosciuta, vista la somiglianza con la protoforma *nekw(t)- / *nokwt-. Prende sempre più corpo la mia ipotesi, a prima vista fantastica, di una spedizione marittima compiuta da Celtiberi e da Germani di Oretania in epoca imperiale, giunta fino a Tenerife.  

3) Latino haedus, sabino faedus < *ghaid- "capretto" 
    Protogermanico *gaitiz "capra":
       gotico gaits "capra", norreno geit, antico alto tedesco geiz, etc.
Protoberbero
ricostruito:
       *āqāḍ "capra femmina";
       *qayd "capretto"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) iγeyd "capretto", Tuareg (Iwellemmeden) éγăyd "capretto", Ghadames têʿaṭ "capra", aʿîḍ "capretto", Cabilo taγaṭ "capra", etc.
Commenti:
Le due radici protoberbere, per quanto foneticamente e semanticamente simili, sono da considerarsi formalmente distinte. Concordo senz'altro con questa opinione degli autori.


4) Protogermanico (occidentale) *krumbaz "curvo, piegato"
    Celtico: antico irlandese cromb, cromm; gallese crwm
       < *krumbos 

Protoberbero
ricostruito:
      *kurVnb- / *kirVnb- "essere curvo, piegato" 

Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) kerembi "essere curvo"; Tuareg (Iwellemmeden) kerenbew "essere curvo"; Rif krumbeš "essere ingarbugliato". 

Commenti:
Boutkan ipotizza che la forma protoceltica sia un prestito dal germanico; a me pare che sia piuttosto il contrario. Sono dell'avviso che la forma Rif krumbeš sia un prestito dal gallico *crumbos, con conservazione della sibilante finale del nominativo singolare. È dimostrato dall'onomastica di epoca imperiale che esisteva una folta comunità di lingua gallica in Africa - come avremo modo di mostrare in altra sede. 


5) Greco púrgos "fortificazione" (var. phúrkos)
    Protogermanico *burgz "città; castello":
        gotico baurgs, norreno borg, etc. 
    Urartaico: burgana "torre"
Protoberbero
ricostruito:
      *farāg "recinto"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) ăfarag' "barriera, recinzione", Tuareg (Iwellemmeden) afărag "barriera, recinzione; giardino", Cabilo afrag "barriera, recinzione", Rif afray "barriera, recinzione" (< *afrag), etc.
Commenti:
A complicare le cose sta l'interazione con la radice innegabilmente indoeuropea *bhṛg'h- "montagna". La parola urartaica è passata come prestito in aramaico (burgôn "torre") e in arabo (burj "torre"). Tutto molto complicato, difficile riuscire a districare la matassa. 

6) Protogermanico (occidentale) *krukjō "stampella": 
       antico inglese cryce "stampella", antico sassone krukka, antico
          alto tedesco krucka, etc.
    Protogermanico (settentrionale) *krōkaz "gancio", *krakǣn
           "bastone uncinato", *krǣkilaz "uncino": 
       norreno krókr "gancio", kraki "bastone uncinato", krækill
           "uncino" 
Protoberbero ricostruito:
      *qaru / *qariy "bastone"
Forme attestate:
Ghadames taγărit "bastone", Cabilo iγṛi "bastone" (arcaico), Medio Atlante taγriyt "bastone", etc.
Commenti: Le alternanze vocaliche decisamente anomale nelle forme germaniche sono un forte indizio di origine non indoeuropea. 

7) Protogermanico *χauβiðan, *χa(u)βuðan "testa, capo" : 
        gotico haubiþ "testa", norreno hǫfuð, antico inglese hēafod,
            antico alto tedesco haubit, etc. 
    Latino caput "testa" 
Protoberbero
ricostruito:
      *qap "testa, sommità"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) éγef "testa", Tuareg (Iwellemmeden) éγăf "testa, sommità", Ghadames éγăf "testa, estremità, sommità", Cabilo ixef "testa, sommità", Medio Atlante ixf "testa", Ouargla, Mzab ixf, iγef "testa", etc.
Guanche: -ife "picco, punta rocciosa"
Commenti:
Si noti che la forma canaria, presente ad esempio nel toponimo Arrecife, è senza dubbio simile alle forme Ouargla e Mzab, ma presenta una maggior evoluzione fonetica e una semantica peculiare.
Nota
:
Segnalo un'imprecisione nell'articolo di Boutkan-Kossmann, relativamente al norreno: è riportata la forma haufuþ, che è soltanto un'antica variante ortografica del corretto hǫfuð (non c'è dittongo).

8) Latino plumbum "piombo"
    Miceneo MO-RI-WO-DO (moliwdos) "piombo" 
    Greco molubdos, molibos, bolimos "piombo" (e varianti)
    Celtico: antico irlandese lúaiḋe "piombo" < *loudijon <
        *plobdjom
 
    Basco: berun "piombo" < pre-basco *belun (-uN)
    Iberico (ricostruito): *beltun "piombo"
    Ligure (ricostruito): *peltrom "lega di piombo e stagno"
Protoberbero
ricostruito:
      *βaldūn / *βāldūn / *būldūn / *βaldūm "piombo"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) ăhâllun "piombo; stagno", Tuareg (Iwellemmeden) aldom "stagno", Tuareg (Ghat) ahellum "piombo", Cabilo, Sous, Medio Atlante aldun "piombo", Mzab, Ouargla buldun "piombo".
Commenti:
Ritengo che la parola berbera sia un prestito diretto dall'iberico. I dati berberi permettono di ricostruire un gruppo consonantico mediano -lt-, che in iberico veniva scritto per ragioni storiche, finendo però per pronunciarsi come semplice -l- prima del passaggio della parola al pre-basco. Proprio come è accaduto all'iberico iltiŕ "città", passato in pre-basco come *(h)ili, da cui il basco attuale hiri, uri "città". Sulle legende monterarie in caratteri iberici si legge iltiŕta, nome della città in cui è avvenuto il conio, che corrisponde alla trascrizione latina ILERDA
Nota:
Ho provveduto a ricostruire la protoforma ligure *peltrom "lega di piombo e stagno" a partire da dati romanzi come l'italiano peltro, lo spagnolo peltre e il francese antico peautre, espeautre. Si comprende abbastanza facilmente che si tratta di un antico prestito dall'iberico, con ogni probabilità con mediazione etrusca.

9) Protogermanico (occidentale) *kraβitaz "granchio; aragosta":
      antico sassone krevit, antico alto tedesco krebiz, etc. 
   Protogermanico (nordico) *krabbǣn "granchio"
      norreno krabbi "granchio" (da cui l'inglese crab, che è un
         prestito) 
   Greco karābos "granchio" (con diverse varianti, tra cui
         grapsaîos)
   Latino cārabus "granchio" (prestito dal greco)
   Latino scarabaeus "scarabeo"
   Italico: osco *skarafaiis, da cui italiano scarafaggio, napoletano
        scarrafone
.  
Protoberbero ricostruito:
       *qirb / *qurb / *qirbī / *qurbī "scudo"
Forme attestate:
   Tuareg (Ahaggar, Iwellemmeden) aγer "scudo", Tuareg (Taneslemt) aγerh "scudo"; si trova una forma medievale isolata, attestata nel berbero del Marocco meridionale: aγri "scudo" (sembra il solo motivo per la ricostruzione di protoforme con ).  
Commenti:
Il confronto potrebbe essere valido, anche se a me pare un po' tirato per i capelli, sia sotto l'aspetto fonetico che sotto quello semantico. Gli autori citano un verbo berbero, la forma isolata Iwellemmeden γărăt "nascondersi dietro", chiedendosi se il termine per "scudo" ne sia una derivazione o se valga l'inverso. Potrebbe tuttavia non esistere alcun nesso.

10) Protogermanico (occidentale) *falisaz (, n) "pietra, roccia":
          antico alto tedesco felis(a), feliso, antico sassone felis, filis
      Protogermanico (nordico) *felzan "montagna":
          norreno fell, fjall "montagna"
     Celtico: antico irlandese all "roccia" (< *allos < *pḷsos); ail
           "roccia" (< *alek); toponimo gallico Alesia 
     Ligure (ricostruito) *palā "pietra, lapide" (preso a prestito dal
           leponzio, palā "lapide")
     Ligure (toponomastico) -pale (fiume Vindupale "Pietra Bianca",
           oggi Prealba)
     Macedone pélla "scoglio" 
     Greco: phelleús "terreno pietroso"
    Etrusco: falas "torre, colonna" (passato in latino come fala "torre di legno"), *falaθu "cielo" (trascritto in caratteri latini come falado "cielo" < "altezza; volta, soffitto di pietra"; il latino palātum "palato; volta del cielo" è esso stesso un prestito più antico dalla stessa fonte)
Protoberbero ricostruito:
      *pallā "altezza"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) afella "alto (superficie superiore, in alto)", Tuareg (Iwellemmeden) afălla "alto, parte superiore", Cabilo -fella "in cima, in alto", Sous aflla "sopra", Medio Atlante afella "ciò che è in alto, ciò che è sopra", Ouargla f-, fell- "su" (ridotto a preposizione).
Commenti:
Senza dubbio è sconcertante la consonanza tra l'etrusco e il protoberbero ricostruito. Purtroppo gli autori dello studio in analisi non hanno considerato raffronti con la lingua dei Rasna. 

11) Protogermanico *silχaz "foca": 
           norreno selr "foca", antico inglese seolh, etc.  
      Voci non indoeuropee attestate in latino: salmō (gen. salmōnis)
           "salmone"; salar "trota" (gen. salaris
      Greco: sélakhos "squalo" (prestito da una lingua pre-greca);
           salpa "tipo di pesce marino" (di origine non IE)        
Protoberbero ricostruito:
     *sūlmay / *slVm "pesce" 
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar) asûlmey "pesce", Cabilo, Medio Atlante, Figuig aslem "pesce", Rif asřem "pesce" (< *aslem); Sous aslm "pesce", Ghadames olisma "scinco", ossia "pesce (della sabbia)". 
Guanche: salema "salpa" (Tenerife)
Commenti:
Gli autori citano alcuni prestiti dal latino al germanico (antico alto tedesco salmo "salmone", etc.), parlando della loro concorrenza col termine nativo *laχsaz "salmone", ancor oggi ben vivo in vaste regioni. Non citano però alcuni dei raffronti qui riportati. Evidentemente la radice neolitica da cui sono derivate queste parole doveva suonare *sVl-, essendo gli altri elementi puri e semplici suffissi a noi ormai oscuri.

12) Protogermanico *skuldrō "spalla":
      antico alto tedesco skultarra, skultirra (moderno Schulter),
      antico inglese sculdor (moderno shoulder), etc.
Protoberbero ricostruito:
      *qrūḍ "spalla, scapola"
Forme attestate:
Tuareg (Iwellemmeden) iγerdén "parte del corpo situata sotto il collo e tra le scapole", Ghadames taγureṭ "spalla", Cabilo taγṛuṭ "scapola, spalla", etc.
Commenti:
Sembrano del tutto vani i tentativi di connettere le forme germaniche con la radice indoeuropea *(s)kel- "dividere". Forse un giorno si capirà che gli Antichi non cavillavano masturbando i verbi per dare il nome a cose elementari. Se qualcosa non ha un'agevole e facile spiegazione all'interno di un sistema linguistico, significa molto probabilmente che proviene da qualche altra parte. L'idea fissa di spiegare Omero con Omero, tanto popolare nel XIX secolo, ci priva della possibilità di indagare a fondo il passato.

13) Latino lēns "lenticchia" (gen. lentis)
     Germanico: antico alto tedesco linsī "lenticchia"; l'olandese linze
          può essere un prestito abbastanza recente dal tedesco
     Slavo e baltico: slavo ecclesiastico lęšta "lenticchia"; lituano
          lę̃šis (sono entrambi prestiti dal germanico)
    Basco: dilista "lenticchia"
Protoberbero ricostruito:
      *lintī "lenticchia"
Forme attestate:
Questa parola si trova, per quanto se ne sa, soltanto in Sous: tilintit, tiniltit "lenticchia".
Commenti:
Con ogni probabilità si è avuto un prestito dal latino volgare o dal protoromanzo al berbero. Non è affatto chiaro il rapporto tra la parola latina, che sembra ben radicata e di ottima tradizione, e il termine antico alto tedesco. Forse si tratta semplicemente di un prestito, cosicché questi raffronti parrebbero privi di forza argomentativa. Va però fatto notare che la forma basca ha un prefisso fossilizzato che è chiaramente lo stesso del berbero, oltre a una sibilante nel corpo della parola, il che crea non pochi problemi. Non si riesce a districare questo ginepraio.

14) Protogermanico *χriflingaz "scarpa":
          norreno hriflingr "scarpa", antico inglese hrifeling "scarpa"
     Greco: karbátinos "fatto di cuoio" 
     Celtico: antico irlandese cairem "calzolaio", antico gallese crydd
         "calzolaio" (< *kṛp-)
     Latino: carpisculum "tipo di scarpa" 
     Slavo: antico bulgaro kŭrpa "tessitura; straccio"
    Baltico: lituano kùrpė "scarpa" (è riportato che nel tedesco di
         Prussia si usava Kurp per dire "scarpa" anziché Schuh)
Protoberbero ricostruito:
    *VqrVp "coprire qualcosa con cuoio"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar, Iwellemmeden) eγref "tendere una pelle", Medio Atlante γref "coprire con cuoio", etc.
Commenti:
Alcuni sostengono che l'italiano scarpa sia stato retroformato da scarpettina, e che questo falso diminutivo altro non sia che il greco karpatinē "calzatura di cuoio", variante di karbatinē, femminile dell'aggettivo karbátinos (vedi sopra). Altri - e sono tutti romanisti - fantasticano su un germanico *skarpa "tasca di cuoio", che a quanto mi consta non si è mai visto da nessuna parte. 

15) Protogermanico (occidentale) *gristilaz / *krustilō (-az) /
     *krustulō
(*g-) "cartilagine":
           antico inglese gristel, gristl 
           antico alto tedesco krustula, krustila, krostila, grustila,
                krustil, krustilīn  
      Protogermanico (occidentale) *kruspilaz "cartilagine":
           antico alto tedesco kruspil
      Protogermanico (occidentale) *grosVlō "cartilagine":
           antico alto tedesco krosila, krosla
           antico sassone krosla (glossa)
      Protogermanico (occidentale) *grostaz "cartilagine"
          antico inglese grost
Protoberbero ricostruito:
       *gVrgVr- "cartilagine
Forme attestate:
Tuareg (Iwellemmeden) égärgäwés "cartilagine", Cabilo igergir "cartilagine".
Commenti:
Il gran numero di varianti in germanico occidentale e le irregolarità che presentano, sono indizi chiari del fatto che si tratta di prestiti, forse nemmeno troppo remoti, da una lingua sconosciuta.
Si noti che le attestazioni riguardano quasi soltanto l'antico alto tedesco e l'antico inglese. 

16) Protogermanico *siluβran "argento":
      gotico silubr "argento", norreno silfr, antico inglese seolufr,
           siolufr
, silofr, antico alto tedesco silibar, silabar, antico
           sassone siluƀar, silƀar 
      Slavo: slavo ecclesiastico sĭrebro, sŭrebro "argento", russo
          serebro, etc.
      Baltico: lituano sidãbras "argento", lettone sidrabs 
      Celtico: celtiberico SILABUR (Iscrizione di Botorrita,
          trascritto anche
śilaPuŕ) < iberico *śilabuŕ
      Basco: zilhar "argento" (varianti dialettali: zilar, zidar, zildar)

Protoberbero ricostruito:
      *-zrĭp(i), *-zrŭp(i) "argento"
Forme attestate:
Tuareg (Ahaggar, Iwellemmeden), Sous (medievale), Chenoua aẓref "argento", Zenaga (Mauritania) aḍerfi
(trascritto anche azerfi, azerfu).
Commenti:
La forma celtiberica è evidentemente un prestito dall'iberico. La stessa parola ha dato origine alche al basco zilhar < *ziL(h)aR < *ziLabR-. L'origine ultima di questa parola migrante dovrebbe essere semitica, come già ipotizzato da Trombetti. Infatti in molte lingue semitice compare una radice verbale ṣrp col significato di "raffinare il metallo", usata specialmente con riferimento all'argento. In alcune di esse esistono testimonianze dell'uso di tale radice con il significato di "argento" (es. sabeo ṣrp "argento", arabo poetico ṣarīf "argento"). Boutkan è scettico su questa etimologia: egli afferma che non esiste alcuna parola dalla radice verbale ṣrp col significato di "argento" proprio nelle lingue parlate in epoca antica sulle rive del mediterraneo (es. punico, ebraico). L'obiezione non mi sembra comunque valida: potrebbero essere esistite lingue afroasiatiche che sono scomparse senza lasciare tracce.
Nota:
Questa radice non è inclusa nell'articolo di Boutkan-Kossmann; tuttavia gli autori hanno pubblicato un altro articolo con analisi approfondite, reperibile su Academia.edu:


Conclusioni
L'interpretazione più probabile delle evidenze mostrate dal materiale discusso è che sia esistita almeno una lingua neolitica, estinta senza lasciare altre tracce, donatrice di prestiti sia a un gran numero di lingue indoeuropee che al proto-berbero. Tutto ciò è meritevole di ulteriori indagini.