Visualizzazione post con etichetta weird. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta weird. Mostra tutti i post

giovedì 5 dicembre 2024


FANTASMI

Titolo originale: Phantasm
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Lingua: Inglese
Anno: 1979
Durata: 88 min
Genere: Orrore, fantascienza, weird
Regia: Don Coscarelli
Soggetto: Don Coscarelli
Sceneggiatura: Don Coscarelli
Produttore: Don Coscarelli
Fotografia: Don Coscarelli
Montaggio: Don Coscarelli
Effetti speciali: Paul Pepperman
Musiche: Fred Myrow, Malcolm Seagrave
Scenografia: Kate Coscarelli (come S. Tyer)
Costumi: Kate Coscarelli (come Shirl Quinlan)
Trucco: Kate Coscarelli (come Shirley Mae)
Controfigure: George W. Singer Jr.
Coordinatore di produzione: Adele Lustig
Interpreti e personaggi:
    Angus Scrimm: Uomo Alto (Tall Man) 
    A. Michael Baldwin: Mike Pearson 
    Bill Thornbury: Jody Pearson 
    Reggie Bannister: Reggie
    Kathy Lester: La Signora in Lavanda 
       (Lady in Lavender)
    Terrie Kalbus: La nipote della medium
    Kenneth V. Jones: Custode
    Susan Harper: Cameriera
    Lynn Eastman-Rossi: Sally
    David Arntzen: Toby
    Ralph Richmond: Barista
    Bill Cone: Tommy
    Laura Mann: La Signora in Lavanda 
         (scene in topless)
    Mary Ellen Shaw: La medium
    Myrtle Scotton: Cameriera 
    Don Coscarelli: Partecipante al funerale
    Kate Coscarelli: Partecipante al funerale 
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Das Böse
    Polacco: Mordercze kuleczki 
    Turco: Manyak 
Budget: 300.000 dollari US
Box office: 22 milioni di dollari US

Trama:
Un giovane di nome Tommy sta copulando selvaggiamente con una donna biondiccia nel cimitero di Morningside, quando lei all'improvviso gli si rivolta contro e lo uccide a pugnalate. Si scopre che la maliarda si trasforma nell'addetto locale alle pompe funebri, soprannominato l'Uomo Alto, che si era celato  magicamente sotto le spoglie soprannaturali della Signora in Lavanda. Al funerale, gli amici di Tommy, Jody Pearson e Reggie, sostengono di credere che il ragazzo si sia suicidato. Mike, il fratello tredicenne di Jody, osserva di nascosto la cerimonia funebre e a un certo punto vede lo spettrale becchino, l'Uomo Alto, che rimette la pesante bara di Tommy nel carro funebre con evidente facilità, invece di procedere alla sepoltura. 
Mike si reca da una cartomante del posto, che ha fama di essere una medium, e le racconta quanto ha visto. Lei lo sottopone a un rito d'iniziazione, facendogli infilare la mano destra in una scatola. Inizialmente sembra che qualcosa afferri la mano da dentro e la strazi, ma poi il ragazzo la ritrae illeso, dopo che la nipote biondiccia dell'anziana donna ha recitato una formula contro la paura. 
Più tardi, Jody viene sedotto dalla Signora in Lavanda e condotto al cimitero per un rapporto sessuale. Tuttavia, i due vengono interrotti da Mike, che stava spiando ed è stato stanato dal suo nascondiglio da una figura nanesca incappucciata. Mike cerca di avvertire Jody della presenza di quel piccolo essere misterioso, ma il giovane è preso dalla foia e non gli dà retta. 
All'interno del mausoleo sepolcrale, Mike viene inseguito da una sfera volante d'argento, irta di lame acuminate, affrontando al contempo un custode aggressivo; riesce a fuggire quando la sfera armata uccide quest'ultimo. Mike scappa poi anche dall'Uomo Alto e sbatte una porta per mettersi in salvo; le dita del becchino demoniaco rimangono incastrate e vengono tranciate di netto, ma continuano a muoversi, trasudando un icore giallastro denso come zabaione. Portando con sé una delle dita mozzate, Mike infine esce dal mausoleo e si allontana correndo.
Il dito, che non cessa di muoversi, basta a convincere Jody della veridicità dei racconti di Mike. Prima che Jody possa portare il dito allo sceriffo, questo si trasforma in un'immenso moscone che vola impazzito. Reggie, testimone dell'attacco dell'insetto mostruoso, condivide i sospetti dei due fratelli. Jody si reca da solo al cimitero, ma viene messo in fuga dai nani grotteschi e da un carro funebre che sembra procedere senza nessuno alla guida. Viene tratto in salvo per un pelo da Mike a bordo della Plymouth Barracuda di Jody; dopo aver fatto uscire di strada il carro funebre, scoprono che alla guida c'era una delle figure nanesche incappucciate: si tratta di Tommy, rianimato e rimpicciolito, che i tre nascondono nel furgone dei gelati di Reggie, in preda al terrore e al raccapriccio.
Reggie e Jody decidono di sconfiggere l'Uomo Alto, mentre Mike si nasconde in un negozio di antiquariato gestito da Sally e Sue, amiche di Jody. Lì, Mike scopre una vecchia fotografia dell'Uomo Alto e insiste per essere riportato a casa. Lungo il tragitto, Mike, Sally e Sue si imbattono nel furgone dei gelati ribaltato. Vengono attaccati da un gruppo di nani incappucciati; Mike riesce a fuggire, credendo che le ragazze e Reggie siano morti. 
Jody chiude Mike in camera sua per sicurezza e si reca al mausoleo per uccidere l'Uomo Alto. Mike riesce a uscire, ma si imbatte nell'Uomo Alto, che lo attende proprio fuori dalla porta di casa. Questi lo rapisce e lo caricando su un carro funebre, ma il ragazzo fugge e a fa sì che il veicolo si schianti contro un palo ed esploda. Mentre cerca Jody nel mausoleo, Mike viene preso di mira dalla sfera d'argento, finché Jody non la distrugge con un fucile. Mike e Jody si ricongiungono con Reggie e insieme entrano in una stanza ben illuminata, piena di contenitori che custodiscono altri nani. Mike riesce a dare una rapida occhiata attraverso un portale interplanetario, un wormhole, scorgendo un mondo rovente dal cielo rosso sangue, dove i nani lavorano ridotti in durissime condizioni di schiavitù.
Un'improvvisa interruzione di corrente separa il trio. Rimasto solo nella stanza, Reggie attiva il portale, generando un potente risucchio da cui riesce a stento a salvarsi. Nella confusione che segue, viene pugnalato dalla Signora in Lavanda mentre Jody e Mike fuggono; nel frattempo, il mausoleo svanisce. Jody elabora un piano per intrappolare l'Uomo Alto in un pozzo minerario abbandonato. L'Uomo Alto aggredisce Mike in casa e lo insegue all'esterno, finendo per precipitare nel pozzo, dove viene sepolto da una frana di rocce provocata da Jody.
A questo punto Mike si risveglia nel suo letto, ancora preoccupato per l'Uomo Alto. Reggie, che è vivo, gli rivela che Jody è morto in un incidente d'auto la settimana precedente; tutto ciò che Mike ha vissuto finora è stato un incubo scatenato dal dolore. Promettendo di prendersi cura di lui, Reggie gli propone di partire per un viaggio in auto. Quando Mike entra in camera per preparare i bagagli, appare l'Uomo Alto e alcune mani sfondano lo specchio della stanza, trascinando Mike al suo interno.


Recensione: 
Nonostante sia un B-movie prodotto con scarsissimi mezzi, questa pellicola ha riscosso comunque un certo successo, fino a diventare un autentico cult. Ha avuto ben quattro sequel, tutti diretti da Don Coscarelli: 
   Fantasmi II (Phantasm II, 1988),
   Fantasmi III - Lord of the Dead
      (Phantasm III: Lord of the Dead, 1994),
   Phantasm IV: Oblivion (1998),
   Phantasm: Ravager (2016).
Il film è stato definito lynchiano o paralynciano. Questo per una serie di elementi che lo accomunano alla produzione cinematografica di David Lynch. 
Regna l'inquietudine nel quotidiano. Gli spazi apparentemente ordinari e rassicuranti, come la tipica provincia americana, villette a schiera, tavole calde, nascondono un sottobosco oscuro, perverso, violento o marcio. Il terrore cosmico e surreale ha come base una normalissima e desolata cittadina di provincia, un'impresa di pompe funebri locale e la quotidianità di due fratelli interrotta dall'inspiegabile.
Gli elementi surreali e onirici sono pervasivi. La narrazione segue spesso la logica dei sogni o degli incubi. I confini tra realtà, allucinazione e finzione sono volutamente sfocati. La linearità della trama si dissolve continuamente. Gli eventi non seguono regole razionali di causa-effetto: si passa da una camera da letto al deserto abbacinante di un'altra dimensione, da una sparatoria a un funerale, senza spiegazioni logiche. Lo spettatore si trova smarrito nello stesso limbo in cui si muovono i protagonisti di Mulholland Drive (2001) o Strade Perdute (Lost Highway, 1997). 
Il perturbante (uncanny) si insinua dovunque, domina ogni cosa. Abbondano i dettagli e i personaggi bizzarri, grotteschi o fuori posto che generano un senso di profonda, inspiegabile transitorietà e disagio. L'elaborazione del trauma e del lutto è distorta: proprio come in Twin Peaks, dove il surreale serve a elaborare il trauma indicibile dell'abuso e della morte di Laura Palmer, in Phantasm l'intero incubo dell'Uomo Alto e dei suoi nani zombeschi può essere letto come la manifestazione psicologica aberrante e deformata del giovane protagonista, Mike, terrorizzato dall'idea della morte dei genitori e dall'abbandono da parte del fratello maggiore.
Si ha il mistero senza risoluzione. Le trame spesso rifiutano una spiegazione logica o razionale, lasciando lo spettatore con un senso di sospensione e interpretazione aperta.
L'uso del sonoro e della musica è caratterizzato da rombi cupi di sottofondo (ambient drone), silenzi prolungati interrotti da rumori distorti o canzoni pop degli anni '50 e '60 usate in contesti disturbanti. La celebre colonna sonora al sintetizzatore di Fred Myrow e Malcolm Seagrave crea un tappeto ipnotico e inquietante che amplifica il senso di distacco dalla realtà, un espediente simile a quello che Lynch e Angelo Badalamenti hanno fatto la storia del cinema.
Phantasm non si limita a spaventare con i mostri o con le sue sfere d'argento perforanti, ma fa crollare le certezze su cosa sia reale e cosa sia allucinazione, lasciando quel retrogusto di perenne mistero insondabile tipico delle opere lynchiane.
Risultati tanto splendidi contrastano singolarmente con la carenza di risorse materiali. Non si esagera se si dice che Coscarelli ha realizzato quest'opera con quattro soldi. Siccome non aveva molte possibilità a disposizione, escogitava singolari espedienti per ottimizzare il benché minimo residuo di tempo: noleggiava tutta l'attrezzatura necessaria per le riprese del film sempre di venerdì, in modo da poterla utilizzare per l'intero fine settimana e restituirla il lunedì, pagando di fatto il noleggio per una sola giornata. L'instancabile determinazione e l'ingegno hanno premiato il regista al box office! 


Phantasm e Dune

Ci sono diverse sequenze che rimandano in modo inequivocabile a Dune, tanto da poter essere considerate consapevoli omaggi. Infatti è risaputo che il regista era un grandissimo fan della saga letteraria di Frank Herbert. Di più: Phantasm (1979) è a tutti gli effetti il primo film a portare su schermo espliciti elementi visivi e concettuali tratti da Dune, e il destino ha voluto che solo cinque anni dopo, nel 1984, sia stato proprio David Lynch ad accettare la regia del primo adattamento ufficiale del romanzo. In ogni caso il film di Coscarelli non può essere considerato un adattamento di Dune: il soggetto e la narrazione hanno ben poco in comune. 
Colpisce l'iniziazione di Mike alla prova del Gom Jabbar, mentre la nipote della medium recita qualcosa di molto simile alla Litania della Paura delle Bene Gesserit: "Non aver paura. Non aver paura. È solo nella tua mente. È la paura quella che uccide". Credo che sia la prima volta in cui nella Settima Arte è comparsa questa scena. Non dobbiamo dimenticarci che Phantasm è uscito nel 1979 e precede di cinque anni l'adattamento herbertiano di David Lynch, che è del 1984.
Vediamo poi che il locale del paese si chiama Dunes Cantina, che anche lo spettatore più sprovveduto può interpretare all'istante come "Bar di Dune". Non ci sono dubbi che Coscarelli volesse suggerire un'identificazione di Mike con Paul Atreides, mentre Reggie richiama quel minchione di Gurney Halleck. È una sorta di guerriero-mentore pedante e retorico, segnato da un dolore profondo, che imbraccia uno strumento musicale per bilanciare la violenza del mondo in cui vive. Le analogie non finiscono qui: la sfera argentea con gli aculei è semplicemente il meccanismo assassino chiamato hunter-seeker. 
La sequenza in cui il portale dimensionale si apre su un panorama opprimente simile a una fornace con una fila interminabile di nani schiavizzati, è da molti considerata una rappresentazione di Arrakis, il mondo desertico chiamato anche Dune. Sono tuttavia possibili anche altre interpretazioni, anche perché i colori del paesaggio non mi sembrano quelli giusti. Mi pare più plausibile che il regista volesse invece mostrare Giedi Prime, il pianeta di origine della Casa Harkonnen, considerato simile all'Inferno. 
In Italia, terra di cinepanettoni e di conformismo, la critica non si vuole rendere conto di quanto da me riportato e non accenna alle analogie con Dune. Gli sbatti in faccia il rito del Gom Jabbar e non fiatano. Regna l'ottusità. Invece nel mondo anglosassone sono stati in molti ad accorgersi dei riferimenti herbertiani nella pellicola di Coscarelli e a parlarne nei forum. 


Phantasm e Guerre Stellari

Il regista era ben consapevole della sorprendente somiglianza tra le creature nanesche di Phantasm e i Jawa di Star Wars (Episodio IV: Una nuova speranza, 1977), tanto da farvi esplicitamente riferimento. Egli precisò che tali creature erano state concepite prima dell'uscita del film di George Lucas - che arrivò nelle sale proprio mentre Coscarelli stava girando Phantasm. Qualcuno gli fece notare la somiglianza dopo aver visto i Jawa in un trailer. Si discusse dell'ipotesi di cambiare il colore dei nani di Phantasm - magari optando per il grigio al posto del marrone delle tuniche che caratterizzavano sia loro che i Jawa. Tuttavia, dato che molte scene erano già state girate, si decise infine di mantenere le tuniche marroni. 
Se si analizza a fondo la natura dei nani di Coscarelli e dei Jawa di Lucas, ne emerge una differenza profondissima: i primi sono puri e semplici automi, morti viventi senza volontà alcuna, poco più che cadaveri deambulanti, mentre i secondi sono creature senzienti fatte e finite, dotate di un proprio linguaggio articolato e di una propria cultura, come noi esseri umani. Le intenzioni del regista di Phantasm non hanno riscontro alcuno nell'universo di Star Wars: la figura del nano deforme impiegato come schiavo o automa evoca le vecchie fiabe nere e il circo itinerante, dove la distorsione del corpo è specchio di una corruzione metafisica. È la più autentica tradizione del freak e del Grand Guignol!  Sarebbe anche ora se la si smettesse di guardare unicamente alle apparenze.   


L'Uomo Alto

L'Uomo Alto appartiene a una specie aliena ed è in grado di mascherarsi da essere umano. Siccome compare sia come becchino segaligno che come donna sensualissima, si sarebbe tentati di dire che la sua sessualità è ambigua come quella di Loki. In altre parole, ha una natura bisessuale. Ma ha senso applicare queste categorie tanto asfittiche a un essere che proviene da un'altra dimensione? 
L'Uomo Alto, con quel cappotto nero d'ispirazione funebre e lo sguardo di ghiaccio, si muove su coordinate che non hanno nulla della barocca, carnale e mefistofelica opulenza del Barone Harkonnen. L'universo di Phantasm vive di una logica tutta sua, che elude il world-building geopolitico o la space opera per immergersi direttamente nella psicopatologia dell'incubo americano. L'Uomo Alto non è quindi un despota galattico mosso da intrighi di palazzo o bramosie dinastiche: è una pura e semplice proiezione spettrale, una figura da boogeyman implacabile che trasforma la provincia rurale in un mausoleo spersonalizzato. L'unico elemento in comune con il Signore di Giedi Prime è lo schiavismo su scala cosmica: è lo sfruttamento sistemico e interdimensionale dei corpi! 
In Dune lo schiavismo è politico, economico e dinastico, legato al controllo delle risorse (la Spezia) e all'estrazione di forza lavoro da parte delle corporazioni imperiali. In Phantasm si riduce a una tetra parodia industriale e metafisica: l'Uomo Alto saccheggia i cimiteri terrestri per deportare cadaveri svuotati e rimpiccioliti su un pianeta alieno, riducendoli a una manodopera annichilita in un regime di morte burocratica. Da una parte la macro-politica galattica degli Asburgo dello spazio, dall'altra l'orrore luttuoso e surreale di una provincia americana trasformata in cava di carne. Due universi inconciliabili, uniti solo da questa cupa catena di montaggio dell'Oltretomba.
Angus Scrimm non è il vero nome dell'attore che ha interpretato il disturbante becchino alieno. Il suo vero nome è Lawrence Rory Guy, ed è così che viene chiamato di persona; nel commento audio, si possono persino sentire gli altri tre chiamarlo a volte Rory. Come spiega lo stesso Scrimm, dovette scegliere un nome d'arte per recitare in spettacoli "fuori dal campus", presumibilmente durante il periodo della scuola di recitazione. Infatti non gli era consentito partecipare a rappresentazioni esterne all'istituto, quindi scelse il nome Angus Scrimm per tutelarsi nel caso in cui fosse stato menzionato nelle recensioni. È il nome d'arte che ha utilizzato fino alla sua morte, avvenuta nel 2016. 


La Donna in Lavanda: 
timidezza e concupiscenza funebre

Kathy Lester, l'attrice che interpretava la Signora in Lavanda, si sentiva a disagio nel girare scene di nudo e di sesso - motivo per cui quell'aspetto del ruolo fu affidato a una controfigura, Laura Mann. La Lester insistette affinché la donna che la sostituiva ricevesse un proprio credito nei titoli, il che spiega la presenza della dicitura "Double Lavender", alla lettera "Doppia Signora in Lavanda". Secondo Bill Thornbury, interprete di Jody, la Lester non si sentiva a suo agio nemmeno a recitare con Bill Cone, il partner che le avevano affibbiato - affermando di non conoscerlo molto bene (in realtà lo trovava ripugnante, diceva che puzzava). In realtà l'attrice era piuttosto puritana e timida. Non le piaceva essere toccata dagli uomini e slinguazzare. Le gambe che appaiono nell'inquadratura durante la scena iniziale appartengono alla Lester e a Thornbury. Da parte sua Bill Cone desiderava ardentemente morire in uno dei film di Don Coscarelli, per una sua inesplicabile stranezza; il regista lo accontentò. 


Una specie di pareidolia

La canzone "Ace of Spades" dei Motörhead fu pubblicata l'anno successivo all'uscita del film e, a quanto si dice, ne trasse la sua ispirazione. Durante una proiezione della pellicola a New York, il mitico Lemmy commentò sottovoce che la testa di Mike gli ricordava l'asso di picche e trascorse gran parte del resto del film a scrivere il testo del brano su un blocco note, utilizzando la matita che David Soul gli aveva regalato quel giorno stesso. Conosco bene gli attacchi di esilarazione che insorgono quando all'improvviso si identificano parti del corpo di una persona con oggetti incongrui: ricordo ancora quando da bambino ebbi una crisi di riso convulso perché mi ero convinto che la testa di un prete somigliasse in modo incredibile a una grossa pera! Ragazzi, questo è l'effetto della droga. Io ero un piccolo tossico: inalavo quantitativi industriali di solventi e di benzina. Certamente Lemmy poteva disporre di prodotti di qualità migliore. 

Altre recensioni e reazioni nel Web

"Mette a disagio ogni volta che lo si rivede e io l'ho visto almeno 20 volte."

lunedì 23 gennaio 2023

Viaggio in Eschaton 

Sono solo in una navicella progettata per resistere a qualsiasi aggressione astrale. Lo scafo è stato plasmato in una lega biometallica di un vivo color carminio. I motivatori e i motori non sono composti da parti distinte e funzionano seguendo principi fisici sconosciuti a qualsiasi civiltà umana. Attraverso un oblò osservo rapito l'orrore esterno. Gli Alberi di Gonostra fioriscono di bruchi. Gemmano nella tenebra, rischiarandola con i loro colori sgargianti. Seguendo funzioni di accrescimento frattale, le larve germogliano voraci espandendosi come cancri dai tronchi. Crescendo divorano le spore che galleggiano nell'etere nero, e producono altre larve dal loro dorso. Si generano strutture simili a mostruose chiome di gorgoni, che arrivano ad essere grandi come galassie. Giunti al limite estremo, questi esseri si spaccano, si scindono spargendo i loro piccolissimi semi per milioni di anni luce, iniziando nuovi cicli di colonizzazione. 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 21 ottobre 2006)  

sabato 21 gennaio 2023

Occhi di falena 
  
Il robot ibrido si muove con lentezza esasperante, destando non poco nervosismo nei torvi scienziati giapponesi accalcati nel laboratorio... 
Un sottile velo di ormoni femminei fa all'improvviso palpitare le antenne biologiche dell'organismo cibernetico, connesse tramite fibre ottiche a un microchip che codifica l'impulso sessuale. Il processore si mette in moto... Le membra meccaniche insettoidi si muovono con crescente prontezza, e inizia l'inseguimento della preda. Il Signor Okahata ammicca soddisfatto ai suoi collaboratori. Rabbrividisco. La mia mente si volge ancora una volta agli Abissi di Abyabp, matrice di Pseudovita... 

Marco "Anares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 22 luglio 2006) 

martedì 17 gennaio 2023

La Caverna delle Scimmie 

È un luogo abominevole in cui ogni speranza in una umana utopia svanisce, scardinata dalla brutale evidenza della vera origine della Vita. L'archeologo incespica, incapace di reggersi in piedi per lo spettacolo raccapricciante che appare alla sua vista non appena illumina quei diabolici recessi con la sua torcia. Un immenso cimitero di primati... Montagne di scimmie morte in vari stadi di decomposizione si innalzano dovunque come macabre stalagmiti. Tutto è mescolato alla rinfusa, dallo scheletro al cadavere di pochi giorni. Le specie rappresentate sono molteplici: scimpanzé, gorilla, babbuini, ma anche varietà sconosciute, che nessun tassonomo ha mai studiato. È un incubo ad occhi aperti. Dalle masse di carne marcescente si levano lezzi infernali e nuvole di mosche, e i reflui colano confluendo in veri e propri ruscelli di putredine scura. Il fetore è tale da impedire l'esplorazione degli antri più interni. Procedendo tra cagnotti e carcasse, lo studioso arriva fino al centro di quel sacrario maledetto. Lì si estende un lago nero. Sulla riva uno scimpanzé si muove seguendo ritmi ipnotici davanti a una colossale locusta di pietra, e dai suoi gesti sembra che sia in adorazione della mostruosa statua. La debole luce proiettata dalla torcia permette di distinguere la sua sagoma come in un teatrino cinese degli orrori. Attende la morte pregando il Demiurgo del Morbo, colpito da una forma di inesplicabile furore mistico... 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 30 settembre 2006)

domenica 15 gennaio 2023

Un luogo orribile

Chiamato Nodaaums. Mi ci trovo senza sapere perché, come se vi fossi stato trasportato in una notte illune, rapito attraverso una porta dimensionale. Il cielo sembra fatto di inchiostro. La sola luce si diffonde da alcune fioche lampade al neon, ed è aggredita dalla tenebra. Sono nudo e confuso, su un molo spettrale. A poco a poco i miei occhi si abituano a quell'oscurità, quel tanto che basta per vedere il mare: una distesa di un liquido nero e denso che sembra petrolio. Sono colto da tremende vertigini nell'osservare le onde imponenti e pesanti che agitano la superficie di veleno. Un forte vento si alza, gelido. Sono del tutto indifeso. Percepisco qualcosa di malvagio in quell'improvviso fortunale. Cerco inutilmente un riparo e mi dirigo verso la terraferma. Scorgo le rovine di un edificio cubico fatto di grandi blocchi di marmo. Dal suo interno emana ORRORE. Rotaie arrugginite mi fanno pensare che un tempo potesse essere una stazione. Il vento aumenta ancora e trascina via cumuli di rifiuti. Le mie capacità empatiche mi fanno precipitare nel panico, come se miliardi di vite umane stroncate dal ferro urlassero simultaneamente in me. 

Marco "Antares666" Moretti
(blog connettivista Cybergoth, 25 settembre 2006)

venerdì 13 gennaio 2023

Il lato oscuro della Luna 

Impenetrabile e duro nero punteggiato di stelle, che come piccoli pugnali trafiggono le retine... I tre astronauti procedono con grande cautela in avanscoperta di quel desolato e sconosciuto scenario. Potenti fari fendono la tenebra del mondo morto e senz'atmosfera. All'improvviso vicino al cratere si rivela al campo visivo un dettaglio inaspettato. Gli astronauti compiono grandi balzi, favoriti dalla gravità lunare, ma ben presto si accasciano a terra, soverchiati da un indicibile campo d'orrore... È come se da quelle rocce irradiasse tutto l'abominio dell'universo... Una sensazione di atroce desolazione li divora, li getta nel panico senza che ci sia una spiegazione plausibile... Fattisi coraggio, i tre riescono alla fine a vincere quel soprannaturale senso di oppressione e raggiungono il punto che ha attratto la loro attenzione. Con incredibile stupore scorgono qualcosa di IMPOSSIBILE: i raggi dei loro fari illuminano la spettrale sagoma del relitto di un caccia bombardiere tedesco della II Guerra Mondiale... 

Marco "Antares666" Moretti 
(blog connettivista Cybergoth, 17 dicembre 2005)

mercoledì 11 gennaio 2023

Due scimmie decapitate 

Giacciono sul tavolo operatorio. Lo scienziato getta nell'inceneritore la testa di una e il corpo acefalo dell'altra. Poi immerge le due parti rimaste in una soluzione vitale che impedisce ai tessuti di decomporsi, mantenendoli vivi a livello cellulare, pur essendo ogni loro sinapsi inattiva. Nessun impulso elettrico attraversa le ramificazioni dendritiche. La testa di scimmia e la scimmia acefala prescelte per l'Esperimento sono a detta di tutti morte. Nessuna autorità religiosa osa sostenere il contrario, e un notaio attesta legalmente la cosa con un sigillo di ceralacca. Ecco che dopo un anno lo scienziato ritorna su questo insano progetto, determinato a distruggere una volta per tutte la Teoria Tomistica della Sostanza... così monta la testa mozzata sul busto dell'altro animale, saldando con pazienza ogni singola terminazione nervosa e rigenerando le cicatrici neurali con flussi dosati di nanorobot. Poi inietta il sangue artificiale nelle arterie, nelle vene, e con un elettrostimolatore dà la scocca fatale al cuore... Pochi istanti dopo la scimmia ibrida APRE GLI OCCHI, e il suo sguardo abissale è animato da aliene scintille di ODIO... 

Marco "Antares666" Moretti
(blog connettivista Cybergoth, 15 dicembre 2005) 

lunedì 9 gennaio 2023

CHIOME IN FIAMME 

La Cometa d’Orrore è in massimo avvicinamento. Emana bagliori di morte azzurrognola dal suo cuore che come un secondo sole bianco acceca le genti, facendo impallidire ogni altra luminaria celeste. Le folle sono in fermento, e ognuno ode nel profondo della sua anima un sinistro stridore di dannazione. La coda di quel messaggero di devastazione è triplice e la sua lunghezza occupa metà della volta celeste, seminando veleno. L’aria tremola, una fatamorgana che impedisce di focalizzare bene i dettagli del mondo visibile. Palazzi fatui vibrano in quella densa atmosfera alterata dal mortifero portento cosmico. Il cuore dei coraggiosi e dei temerari diviene all’improvviso vile. Il cuore dei vili scompare, ed essi supplicano di ricongiungersi ai vermi nel terriccio. Tutte le donne incinte abortiscono. Tutti i sacerdoti si suicidano dopo aver urlato la vanità della loro fede, capendo di colpo chi è il vero Signore dell’Universo. Tutti i potenti battono i denti in preda al terrore, e baratterebbero un’eternità di cancro pur di sfuggire al presente. Dzadara viene! Dzadara è adirato! Il Regno del Caos avvolge tutto con i suoi tentacoli, portando la dissoluzione di ogni struttura sociale nel fango della Cosmonemesi. Nulla potrà sottrarsi alla Morte Cometaria, all’estremo strale sidereo! Il chiarore innaturale dissolve le nubi come effimera neve estiva, riducendole a cernecchi sfilacciati in una lettiera di carboni ardenti. Un rombo lontano echeggia nel labirinto e nei cunicoli uditivi delle masse come un urlo arcano, un tremendo clamore che preme su milioni di timpani, simile a un martello assassino su un’incudine dolorante.  Non sono suoni, ma fluttuazioni che si propagano dalla ferita nel tessuto stesso dell’universo, dal Continuum oscenamente lacerato. Fili di flogisto indaco si dipartono da ogni cosa, richiamando esili saette screziate, finché a tutti è chiaro cosa sta accadendo. I capelli della gente cominciano a prendere fuoco! Lingue di un rosso mai visto prima a memoria d’uomo lambiscono ogni testa nello sfrigolio di una frusta neuronica permanente! I peli bruciano incapaci di consumarsi in quell’infernale etere, parassiti di plasma che agiscono su ogni centro del dolore amplificandone la follia fino al parossismo prigoginico. Come vermi incorruttibili su una stufa al calor bianco, le membra delle genti si contorcono in quell’apoteosi di aberrazione, in quella dilatazione del flusso temporale in una fornace sempiterna. Le urla salgono al cielo, salgono fino al cuore della Cometa come fulmini che danzano su un oceano di crani! Mani ritorte e contratte in crampi cercano in tutti i modi di strapparsi la pelle, di liberarsi di quel supplizio, senza riuscire a trovare la presa. Artigli che scavano invano nelle carni, volti contratti in abominevoli maschere orrorifiche. Fiori incandescenti si muovono al ritmo di tempeste di raggi X durissimi, corpuscoli trascinati nell’Orizzonte degli Eventi di un buco nero che divora miliardi di galassie moribonde. Si possono distinguere tutte le sfumature di un caleidoscopio cromatico alieno in un’orgia sinestetica di disperazione che filtra in ogni singolo quanto di materia. Poltiglia quarkionica vibrante nello stato di massima entropia. Gli esseri umani sono nudi, tuffati nelle profondità solari senza poter morire! Cosa resterà quando il Principe della Cometa sarà passato? Una distesa di cenere inerte? Il brodo primordiale scomposto nei suoi costituenti prebiotici? Un mare senza confini di basalto fuso? Oppure gli stessi elementi senza vita rimarranno intrappolati per sempre in quell’atrocità escatologica, in quella metànoia satanica, in quello straziante Cantico dell’Assurdo? 

Sulla cima dell’arido e pietroso monte Aramonth, l’Eremita osserva la Consumazione dei Secoli, lo scatenarsi delle Forze di Maspigand, distinguendo ogni dettaglio del mondo come se fosse fornito di una vista telescopica. Lui che è stato rifiutato dalla società degli umani, ora gode di un privilegio inatteso, ora gongola nello spettacolo capace di dare senso a un’intera esistenza di privazioni e di umiliazione. Avvolto da un’aureola di fuoco, l’Uomo di Dio si lascia trasportare da un’ebbrezza infinita che trasforma il dolore della combustione in gioia selvaggia. Ogni istante della sua gioventù nella Città dell’Edonismo gli ritorna alla memoria, e sente i risolini di scherno delle giovani donne copulanti. Sente l’egoista felicità delle coppie che ostentavano le loro effusioni nei bistrot e sulle camminate lungo i navigli adorni di fiori variopinti e di afrodisiache fragranze. Percepisce nella sua empatia espansa ogni attimo del piacere di quei petali e di quei pistilli in umido congiungimento, mentre a lui tutto è stato sempre negato. Portatore di un’antica lebbra, erede di una cultura perseguitata, non gli era rimasta altra alternativa che cercare rifugio nelle caverne per sfuggire all’eccessivo dolore. Ora sa finalmente di aver seguito la via giusta, quella che così a lungo gli era parsa soltanto un percorso di dannazione su accidentati dirupi. I suoi piedi nudi si erano tante volte lacerati su quegli spuntoni rocciosi del Deserto senz’Acqua! Ora tocca all’Acqua bruciare! Quelle puttane, quei corrotti che le insozzano, adesso si consumano insieme nel tormento! Invidioso, così lo hanno chiamato innumerevoli volte mentre lo vedevano vagare avvolto in abiti laceri. Inetto, perdente, questo gli dicevano, scientemente crudeli. Lo definivano uno sconfitto nella lotta della biologia, nell’agone spermatico per propagare questa corrotta prigionia nel lurido carapace carnale. Così è sempre stato definito da uomini di affari e politici. Quei boia non facevano questo in quanto spinti da profonde convinzioni filosofiche, ma soltanto perché pareva loro di sentirsi vivi, soltanto avendo qualcuno da disprezzare e da tagliuzzare con oscuro sarcasmo. Mostravano denti e contraevano i diaframmi, ratti glabri e immondi che si sollazzano nella fogna della vita gaudente. Così l’Eremita intona la sua canzone della rivincita contro il genoma brulicante: “Finalmente la loro base è sradicata, il loro seme cancellato! La loro arroganza è un guscio vuoto sotto il calcagno del Giusto! Dzadara avvolge i miei antichi aguzzini nel suo abbraccio crematorio! Questo istante non è solo il più felice della mia intera esistenza terrena, ma di milioni e milioni di vite passate migrando da un involucro corporale all’altro, umano o animale! Questo è il punto terminale della mia Caduta dai Cieli! Questo è il Giorno del Ritorno! Nessuno potrà più farmi pentire di esistere sfoggiando le sue immonde vesti di muscoli, di ossa e di sangue”. Quasi in risposta alle sue turbolente correnti dell’anima, il Buco nel Cielo si apre. Ha l’aspetto di un uomo di ferro, talmente nero che gli stessi fotoni vi affondano senza speranza di poterne uscire. Sembra calare su ogni cosa, anche se i contorni nitidissimi sono immobili. Gelido, inumano, duro nel suo manto metallico di nero stellare, è l’uscio ipergeometrico che dà su un piano di esistenza di una vastità atroce e non euclidea. Quella sfida alla luce è la sua meta, il nero astro che spezzerà ogni suo limite, ogni suo vincolo termodinamico. Fiducioso, l’anacoreta esiliato vi ascende fiammeggiante e in esaltazione, lasciandosi ogni cosa alle spalle senza rimorsi né rimpianti. Anche il grido delle città dannate gli è giunto a noia, perché ha cose più importanti da fare. Sotto la sua ombra fluttuante le chiome sono torce inesauribili e i grattacieli miraggi, ma lui non se ne cura affatto, perché quello è il Momento Perfetto: dopo aver vissuto il respiro degli Eoni sta per tornare a casa. 

Marco "Antares666" Moretti 

sabato 7 gennaio 2023

L’ARTIGLIO DEL NULLIFICO 

Discendo da una casata nobiliare che ha sempre sostenuto la religione dei Ferengal. A causa delle frequenti unioni tra consanguinei che si sono succedute nel corso dei secoli, ho ereditato un carattere ipereccitabile, lunatico e incline alla paranoia. Dato l’obbligo di nascondere la propria professione religiosa alle potenze del mondo, la mia stirpe è sempre vissuta in uno stato di costante angoscia. In passato il Re perseguitava i Ferengal e i loro credenti con tale acrimonia da condannarli ad essere bruciati vivi a fuoco lento; per fortuna da secoli questo non è più il costume, ma sanzioni pesanti sono ancora in vigore. La più grave delle condanne è l’Intoccabilità. Se filtrasse qualcosa al di fuori delle mura domestiche, tutto sarebbe perduto. Lo stato feudale, le nostre ricchezze, la nostra rispettabilità sociale. Mia madre, mio padre, i miei zii, mia sorella, i miei primi cugini, tutti diventerebbero degli Agoth, evitati e disprezzati persino dai servi. Per quanto mi riguarda, la maledizione non potrebbe arrecarmi un così grave pregiudizio, essendo io già sepolto in questa tomba segreta e traendo il poco fiato a me necessario da una cannuccia fatta passare in un’intercapedine invisibile dall’esterno. 
Dovrei andare con ordine nel narrare le mie disgrazie a beneficio dei soli spiriti dell’Etere: nessun essere vivente di figura anche vagamente umana potrebbe ora raccogliere la mia eredità. Ma esiste sempre la speranza che il rantolo della mia agonia possa trasmigrare in un altro universo, ripetuto dalle voci delle larve dei morti per essere finalmente captato da un apparecchio elettromagnetico, trascritto e consegnato ai posteri. 

Ricordo il laboratorio del dottor Ansinaskar, in cui avvenivano quei pericolosi esperimenti mesmerici che mi hanno condannato. Quel luogo sinistro era da anni il funto focale di tutta una comunità di cosiddetti Spiriti Liberi, gente che riteneva ogni forma di religione una cariatide della preistoria e che si adoperava per la sua sostituzione con un panteismo indifferenziato. Dal canto mio, cercavo nelle sedute ipnotiche del dottor Ansinaskar la soluzione di un arduo enigma intellettuale: anche se non potevo farne esplicita menzione, intendevo trovare prove che confermassero o smentissero la dottrina della reincarnazione tipica della Fede dei miei Padri. 
Avrei dovuto ascoltare gli ammaestramenti dei miei e tenermi alla larga da un simile covo di empietà, ma all’epoca ero spinto dagli ardori di una gioventù scapestrata e ribelle, cosicché ogni volta che mi si ammoniva io ero spinto a far tutto l’opposto. 
Durante una seduta particolarmente drammatica, fui sottoposto al fluido mesmerico e qualcosa entrò in me. Vidi un’ombra scorrere vicino alle imponenti lampade di peltro che emanavano la loro lugubre luce nella grande sala. Seguendo i movimenti di quell’entità spettrale, ebbi l’impressione di assistere a una caccia. Un predatore stava balzando sulla preda. Quando il concetto fu chiaro nella mia mente, compresi che la preda ero proprio io: quella cosa entrò dentro di me. Cominciai a parlare… 
Rammento ancora ogni dettaglio di quella cruciale esperienza, con una precisione sconosciuta ai ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza. Avevo cessato di essere nel mondo che aveva visto la mia nascita. La mia identità era diversa. Pensavo e parlavo con la massima naturalezza in una lingua sconosciuta, le cui bizzarre parole sono riuscito a trattenere nella mia mente. Il mio nome era Edgar Allan Poe. 
All’improvviso fui certo di avere un corpo fisico, potei toccare il mio volto con mani che non riconoscevo come mie. Una nebbia impenetrabile rendeva invisibile ogni cosa intorno a me. Camminavo senza meta, barcollando in preda a un orrendo delirio. Mi sembrava di aver bevuto fin quasi a morirne un qualche liquore intossicante che a tratti mi ritornava in bocca con aspri rigurgiti. Le articolazioni mi dolevano, come se qualcuno mi avesse colpito a randellate e fossi a malapena riuscito a sfuggire a gravi fratture. Non ne potevo più del sordo dolore che gravava sulle mie membra martoriate. Le forze mi stavano venendo meno. Mentre pensavo qualcosa, accadde un fatto che mi lasciò sconvolto. Un vento gelido soffiò via la nebbia, mostrando un cielo alieno, atroce, con una luminaria bianca che brillava nel manto nero della notte come un teschio ghignante. 
Ritornai in me urlando come un ossesso. E forse ero proprio questo: un posseduto dai demoni. Un dolore simile a quello di una pugnalata mi squarciò il cranio, solo a fatica riuscii a riconoscere le persone che mi stavano intorno. Dissero che avevo a lungo delirato in una lingua composta prevalentemente da parole brevi e impastate, una favella incomprensibile mai udita da orecchio umano. 
Quando ci si desta da un sogno, ogni dettaglio tende a sfocarsi e alla fine svanisce nel nulla. Solo eccezionalmente si riesce ad imprimere qualche vicenda onirica nella memoria. Ancor più raro è che parole udite tra le brume oniriche possano conservarsi per più di qualche istante alla luce della coscienza vigile. Invece a me accadeva di poter parlare, sapevo come identificare correttamente ogni oggetto servendomi di quell’idioma astruso. Di più, cominciai a farmi portare fogli di carta e ad esercitarmi a scrivere. Che assurdità: quella lingua non si scriveva come la nostra, tramite alcune centinaia di geroglifici, ma servendosi soltanto di ventisei semplici caratteri, più o meno corrispondenti ai suoni emessi dalla glottide. Una cosa davvero stravagante. Cercai di parlarne con mio cugino Khlarn, che mi derise sonoramente. Temendo di esser preso per folle, non feci più menzione ad alcuno di quello che rimase il mio segreto. Dipinsi con inchiostro nero i caratteri che formavano il mio nome arcano. Non senza fatica tracciai su un foglio color crema tre parole: “Edgar Allan Poe”. 
Avevo vissuto i peggiori istanti della vita terrena di un uomo che ora si confondeva con il mio essere. “Ne sono certo”, pensai, “Esistono innumerevoli mondi abitati da umani, come il nostro”. Qualche dettaglio emerse dall’oscurità. Mi vedevo intento a scrivere un racconto intitolato “The Black Cat”, ossia “Il gatto nero”. Era una storia terribile che parlava di un uomo che in preda all’ebbrezza finiva con l’uccidere sua moglie a colpi d’ascia per poi murarla insieme a un gatto nero in una cripta. 
Cercai di trascrivere il racconto, ma fui colto dalla confusione ed accantonai ben presto il progetto. La mia fronte bruciava di febbre. Non stavo affatto bene, così decisi di mettermi a letto. Fu quello l’inizio di una lunga malattia. Il medico di famiglia disse che era una febbre maligna e che molto difficilmente l’avrei superata. Per quanto il mio corpo sudasse e ribollisse, non per questo la mia mente smetteva di funzionare. Anzi, nella compressione e nell’infiammazione dell’encefalo, raggiungevo una saggezza mai vista prima tra le genti. Ogni tanto, quando le forze me lo permettevano, mi mettevo a sedere sul letto e trascrivevo alcune delle mie illuminazioni. 
Questo ad esempio scrissi nel giorno 257 dell’anno 1758 dalla Grande Unificazione: “Il nostro oscuro mondo, che i miei simili stoltamente reputano essere il solo esistente, non possiede luminarie celesti visibili come il mondo di origine di Edgar Allan Poe. Di giorno, un vago chiarore rischiara le eterne coltri di nubi, di notte regna incontrastato l’Abisso. Un anno si definisce come il tempo che intercorre tra il Giorno del Drago, il più lungo del ciclo e il Giorno del Lupo, in cui quasi non c’è luce. Il motivo di questi cicli era però finora un mistero imperscrutabile. Ora so quello che tutti i sapienti ignorano: c’è una grande lampada oltre quelle nubi grigie a volte calme e a volte vorticose che intristiscono e consumano gli umori dell’umanità.” 
Quando i miei venivano a trovarmi, nascondevo con cura i miei scritti sotto il cuscino. Ma tanto a loro non interessavano i miei vaneggiamenti. Mia zia mi disse che pregava il Vero Dio, Balagon, affinché confondesse i demoni che mi stavano divorando. Per i Ferengal tutto l’universo fisico è opera del Demonio, Beylghilflar, e il Vero Dio non ha alcun potere sugli elementi terreni; si dice però che in alcune circostanze possa proteggere gli Spiriti caduti nella prigionia della materia. 
Sempre avvolta nel suo nero abito da Perfetta, mia zia usciva molto raramente dalla sua cella, e sentiva che presto avrebbe abbandonato la vita terrena astenendosi da ogni cibo. Mi salutò, dicendomi che probabilmente quella sarebbe stata l’ultima volta in cui qualcuno l’avrebbe vista viva. Rimasi molto scosso dalle sue parole. 
Contro ogni previsione, accadde che proprio nel Giorno del Lupo di quell’anno di sciagure, cominciassi a stare meglio. Il nuovo ciclo del tempo coincise con la mia convalescenza. Diminuirono febbri e sudori, e nel giro di dodici giorni fui in grado di riprendere le mie attività. 
Con più folle audacia che buon senno, ripresi a frequentare il laboratorio del dottor Ansinaskar. Non volevo ammettere con me stesso che stavo giocando con il fuoco, che stavo sfidando quegli stessi demoni che molto a malincuore avevano mollato la presa dei loro artigli, lasciandomi indebitamente libero. Non seppi essere grato al Vero Dio della recuperata salute, anzi, sfidai lo Spirito immischiandomi con gente sacrilega e materialista. Fu in una delle prime sedute di quell’anno 1759 che conobbi una bellissima fanciulla. Mi colpì tanto la sua eterea bellezza che decisi di farne la mia sposa. Si chiamava Vlensild, ed era la figlia del Duca di Kutughar. Fui subito attratto dalle sue chiome bionde, lunghissime e lisce, dai suoi occhi cerulei, dalle sue membra delicate ed esili, dal candore marmoreo della sua pelle tanto sottile da lasciar intravedere l’azzurro delle vene. 
Cominciai a corteggiare la nobildonna. Bruciavo d’amore per lei, tanto che ogni giorno senza di lei mi sembrava un supplizio. Contavo di chiederla presto in sposa, anche se non sapevo come far mandare giù questo amaro boccone alla mia famiglia. Tutti erano infatti concordi nel definire il matrimonio meretricio, lupanare infetto e opera di Beylghilflar. L’unione carnale era possibile solo all’interno della stirpe e al solo scopo di trasmettere la Fede dei Ferengal fino alla Fine dei Tempi. Stando a questa logica, avrei dovuto unirmi a una mia cugina o meglio ancora a mia sorella. Era inammissibile un matrimonio d’amore, perché proprio l’amore era riconosciuto come Male Assoluto. Inoltre il padre di Vlensild, il Duca Hasturk, odiava mortalmente i Ferengal, e i suoi antenati ne avevano bruciati vivi molti. La religione dell’eterea Vlensild era quella del Regno Unificato, la ripugnante Om Bohokhrift, ossia un culto idolatra dei demoni e dei vampiri. 
Se avessi continuato nella mia insana passione per una donna della stirpe di Kutughar, discendente proprio dai più feroci carnefici dei miei correligionari, mi sarei macchiato di una tale infamia che sarei stato rinnegato ed escluso dal Sacramento del Fuoco. Persino mia madre mi avrebbe maledetto, e stando ai dogmi dei Ferengal sarei stato dannato in eterno. Come fare? 
Preso in una morsa, scisso e conteso tra le mie necessità e quelle della mia famiglia, non osai prendere la decisione di far morire la cosa sul nascere, come avrei invece dovuto fare. Continuai a blandire la mia adorata, e presto arrivai ad avere da lei il permesso di poterle baciare le mani. Accostare le mie labbra a quella pelle mi faceva quasi svenire dall’emozione: non avevo mai potuto toccare una donna una sola volta in vita mia prima di allora. 
I miei sospettavano che le mie continue uscite notturne nascondessero qualcosa di turpe. Quasi prevedendo un futuro nefasto, mio padre mi ammonì, dicendo che avrebbe ricevuto con minor pena la notizia della mia morte, piuttosto che quella di una mia azione disonesta. Mi disse altresì che se proprio non potevo fare a meno di peccare, meglio sarebbe stato giacersi con una donna prezzolata che con una prostituta legittima: nel primo caso il male non sarebbe durato oltre l’avventura. 
Non diedi ascolto a nessuno di questi saggi consigli e insistei con il mio amore proibito per la figlia del Duca Hasturk. Era una cosa grossa, se appena ci avessi pensato avrei capito che non aveva il minimo senso bramare di unirmi nella carne a lei: sarebbe stato come copulare con l’assassina dei miei cari. 
Il profumo della pelle di Vlensild mi inebriava e mi faceva perdere ogni cognizione. Così accadde che una notte, appena usciti dalla riunione nel laboratorio di Ansinaskar, lei mi prese da parte e mi baciò in bocca. Sentii la sua lingua e la assaporai. Tutto accadde come per automatismo. Lei si spogliò, mostrandomi qualcosa che non avevo mai visto. Non potei resistere. Mi guidò all’atto con mille impudicizie, così fornicai con lei e finii con l’emettere il mio seme nel suo ventre. 
Stavo tornando a casa in carrozza, quando un dolore insopportabile mi annientò. Era come se mi avessero conficcato una lama all’interno della scatola cranica per poi scoperchiarmi e mettere a nudo il cervello. Ebbi la sensazione che un corvo si fosse posato sulla mia fronte per immergere il becco nella materia grigia sanguinolenta. Vedendo in che stato ero, il cocchiere mi sorresse, non senza fatica, e mi trascinò fino al castello. Quello che sarebbe seguito non potevo far altro che accettarlo. 
Sapevo di non poter evitare la riunione di famiglia. Con il mio comportamento stravagante avevo troppo spesso minacciato di valicare i limiti ultimi dei tabù che gravavano sulla mia stirpe. Le mie frequentazioni non erano passate inosservate, così mia madre aveva riunito il parentado al completo per tenermi una predica. Forse mentre ero privo di sensi avevo rivelato qualcosa di cruciale, perché quando entrai nella grande sala, vidi che le espressioni di tutti erano funeree come non le avevo mai viste. Mio zio Gasthn, che era l’Anziano dei Perfetti, mi fissò a lungo. Non leggevo commiserazione nei suoi occhi, ma qualcosa di molto più tremendo. Se fossi morto, in fondo sarebbero stati felici per me: avrei abbandonato l’involucro corporale e avrei potuto conseguire una migliore rinascita. No, quello non era il mio funerale. Mi guardavano come se avessi subìto la Condanna Eterna. 
Mia madre prese la parola. Mi disse, col tono più grave, che quanto avevo fatto era tanto perverso ed infame che nulla poteva purificarmi. Il mio commercio carnale con la figlia di un persecutore comportava una colpa tremenda e rivelava in pieno la mia natura diabolica. Non ero un Figlio della Luce, ma un Figlio di Beylghilflar. Non avrei potuto perciò abitare più nella dimora avita, non avrei più potuto turbare la santità di quei luoghi che avevano dato ai Ferengal tanti Perfetti. Fu così che fui allontanato, ma con tutte le garanzie che il mio rango terreno comportava davanti agli occhi dei principi di questo mondo. Non avrei avuto di che lamentarmi. Mi fu concesso di abitare nel castello di Altoghand e mi fu assegnata una notevole rendita, purché conducessi la mia esistenza lontano dagli altri membri della famiglia. 
Altoghand si trovava oltre un territorio desolato. Era un luogo impervio e isolato, in cui sorgeva un’imponente dimora turrita costituita da enormi blocchi di basalto nero. In passato l’avamposto era servito ai Ferengal come rifugio dalle persecuzioni. La strada per raggiungere la fortezza si prestava a trappole micidiali e poteva essere interrotta in più punti, tagliando fuori ogni tentativo di invasione. Io sapevo i sentieri segreti che mi avrebbero permesso un viaggio relativamente sicuro, evitando le morene e i punti più franosi. In attesa di ultimare i preparativi per il trasloco, andai ad abitare in una locanda che si trovava non lontano dal laboratorio del dottor Ansinaskar. Passò qualche mese senza che potessi rivedere la mia amata Vlensild. Mi fu detto che non stava bene e che il suo augusto genitore le aveva revocato il permesso di uscire come aveva saputo che frequentava il Circolo dei Mesmeristi. 
Sentivo che prima o poi mi sarei imbattuto in un ostacolo insormontabile. Quando finalmente lei si fece viva, una notte in cui il gracchiare dei corvi sembrava rivelare sintomi di natura turbata, per poco non persi i sensi dalla gioia. Mi disse che era fuggita eludendo la sorveglianza delle guardie ducali e che di certo i suoi l’avrebbero presto cercata. Quello che aggiunse mi diede un tremito ancora maggiore. La fornicazione che c’era stata tra noi l’aveva resa gravida. Se l’avessi presa con me, si sarebbe concessa in matrimonio e saremmo vissuti insieme per il resto delle nostre vite. Con il cuore che mi palpitava in gola accettai. 
Andammo in un tempio della religione Om Bohokhrift e giurammo fedeltà reciproca davanti a uno dei suoi stregoni. Una cerimonia riservata che si svolse in gran fretta e col favore della notte per paura che i sicari del Duca potessero rintracciarci. Quando il sacerdote benedisse la nostra unione aspergendoci di sangue sacrificale, potei finalmente baciare la sposa. Sollevai il suo velo nero e accostai le mie labbra alle sue. Ora che la mia Vlensild era incinta avevo un’immane responsabilità. Le credenze ereditate dai miei stabilivano infatti che una donna morta in quello stato sarebbe stata destinata ad ardere in eterno nel fuoco nero degli Inferi. Anche se contemplando i suoi bellissimi occhi e il suo radioso sorriso non potevo credere che quanto asserivano i Ferengal fosse vero, non sapevo trovare un solo argomento razionale per escluderne a priori la possibilità. Pensai che troppe volte le cose più incredibili accadono. Chi l’avrebbe mai detto che le diavolerie faalu del dottor Ansinaskar mi avrebbero reso incerto persino della mia identità? Eppure era accaduto. Non potevo correre rischi. 
Il grigio lucore del giorno iniziava appena a filtrare dalla coltre di nubi chiamata cielo, quando partimmo in carrozza per Altoghand. Non c’era più il cocchiere della mia famiglia, e anche il veicolo non era lo stesso. Mio cugino Khlarn non aveva esitato ad accaparrarsi dei beni tanto importanti, così avevo comperato una carrozza nuova, più modesta ma funzionale, e avevo affittato un conducente tramite il gestore della locanda in cui alloggiavo. 
Il viaggio proseguì per tre giorni e tre notti, con soste limitate al minimo indispensabile per cambiare i cavalli. Raggiunti i confini della pietraia, ci toccò proseguire a piedi. La strada non era abbastanza larga perché un veicolo potesse percorrerla. Mia moglie propose di assoldare una guida, ma io sapevo di non poter rivelare la strada che intendevo percorrere. Se lo avessi fatto, sarei stato costretto ad uccidere la guida una volta arrivati. La cosa mi ripugnava al punto che opposi alla richiesta di Vlensild un netto rifiuto. Le dissi che sarei bastato io per difenderla da ogni insidia, e cha avrebbe dovuto togliersi quel ridicolo abito nuziale che ancora indossava. Lei si limitò a sistemarsi la veste in modo che non desse troppo fastidio e ribatté che avrei dovuto condurla nel castello così addobbata, come da tradizione Om Bohokhrift. Mio malgrado fui costretto a cedere. Nonostante la mia baldanza, dovetti riconoscere che la strada fu lunga e difficile. In certi punti vidi distintamente ombre guizzanti che si agitavano. Mi parve anche di sentire dei versi strazianti che lì per lì non fui capace di interpretare. In ogni caso erano inquietanti e mi fecero venire la pelle d’oca. Non erano lupi, sembravano più felini. 
Mentre procedevamo, meditai amaramente sulla mia breve esistenza. Avremmo dovuto restarcene tagliati fuori dal mondo per molto tempo, e non era garantita la nostra sopravvivenza. A quanto ne sapevo restava nella dimora di Altoghand un solo custode assai in là con gli anni. Non era possibile avere alcuna assistenza medica. Ogni malattia poteva condurci alla morte. Quello che non volevo ammettere era che non avevamo alcuna scelta. Esplorai il mondo alternativo da cui tanto avevo imparato, per vedere se le conoscenze di Edgar Allan Poe avrebbero potuto essermi d’aiuto. Niente da fare. L’Edgar Allan Poe che ero diventato mi evocava una gran quantità di vicende turbinose e confuse. Per quanto potessi capire, il mondo dalle grandi luminarie celesti era più complesso del nostro, ma nella sostanza non troppo diverso. “La stessa gretta miserabile umanità dovunque”, sogghignai sardonico. 
Quando giungemmo al castello di Altoghand sospirai di sollievo. Dopo tanta sofferenza avevamo il nostro nido d’amore a portata di mano. Ci ero stato soltanto una volta, quando ero ancora un infante. Adesso le mura del maniero mi sembravano ancor più scure e minacciose, forse perché la decadenza era nel frattempo proseguita apportando nuove corrosioni. Un muschio grigio nerastro si insinuava dovunque, intaccando i blocchi di roccia, che pure avrebbero dovuto essere incorruttibili. Dovunque volgessi gli occhi notavo asperità lebbrose e rivoli di umidità. 
Percorsi il ponte sul fossato dall’acqua zeppa di fetide alghe. Mi feci coraggio e sollevai il pesante batacchio che serviva ad avvisare della presenza di visitatori. Lo mollai, facendolo cozzare contro una spessa lastra di bronzo che ornava il portone. Il suono rimbombò a lungo, diffondendosi in echi spettrali. Dopo pochi minuti di attesa, il custode venne ad aprire e ci accolse degnamente. 
Presi Vlensild e la sollevai, piegandomi alle costumanze della sua religione. La sua corporatura era tanto esigua che non mi fu difficile farle attraversare la soglia senza toccare terra. Ci rinfrescammo e ci rifocillammo, ma lei non volle sentire ragioni: pretendeva di indossare quell’osceno sudario pagano durante l’accoppiamento. Avrei dovuto spiegarle che tanto, visto che avevano commesso peccato e che lei portava in grembo un demonio, il matrimonio poteva dirsi già più che consumato. Invece assecondai la sua immonda lascivia. Dopo che si fu lavata, si denudò completamente e si rimise l’abito nuziale. Io non vedevo l’ora di possederla. Siccome si trovava in stato di gravidanza, mi pregò di prenderla da dietro, per non urtare troppo i miei preconcetti sulla procreazione. Solo l’idea mi produsse una violenta eccitazione. In cambio la presi di nuovo tra le braccia e la sollevai. Le avrei fatto varcare la stanza nuziale senza il minimo contatto col pavimento. Il custode prese una torcia da una parete e ci fece strada. 
Vlensild non si aspettava che la stanza fosse in realtà una cripta. Era naturale che fosse così: essendo ogni forma di sesso detestata dai Ferengal, doveva essere consumato nel sottosuolo, dove Balagon non avrebbe mai potuto assistere alle sconcezze dei suoi figli caduti dal Cielo. La luce tremolante della torcia illuminava le pareti di quell’inferno ctonio, mettendo in evidenza ogni tanto delle strutture ad arco fatte di mattoni e di calce. Non potevo dire alla mia sposa che lì dentro erano state murate vive delle persone. Quando ero un bambino, mia zia mi raccontava sempre che spesso ad Altoghand si sentivano i lamenti dei morti, anime dannate rinchiuse in recessi angusti per le loro innominabili colpe. Sarà stata la suggestione, ma proprio mentre ci pensavo udii un verso raccapricciante. Adesso lo riconobbi: era l’urlo di un felino rabbioso. 
Chiesi a Vlensild e al custode se avessero sentito nulla, ma loro negarono. 
La camera da letto sembrava in tutto e per tutto un sepolcro. Il grande letto era tutto nero e coperto da un baldacchino dello stesso colore. Ai quattro angoli della stanza c’erano altrettanti sarcofagi in marmo massiccio, ornati da sculture di scheletri grotteschi. Le macabre figure sembravano modellate nel burro, tanta era la maestria con cui erano state intagliate. Dalle orbite dei teschi l’oscurità sembrava irradiare, il nero del marmo era come una lampada che divorasse la luce. Alzai gli occhi al soffitto. Sembrava di essere in un ossario: tutto era stata ricoperto da resti umani ripuliti. Persino i lampadari erano formati da spine dorsali e da decine di teschi deformi. 
Una torcia ardeva ad ogni angolo della camera, assicurando una fioca illuminazione. Non perdemmo tempo. Mia moglie si mise sul letto sulle ginocchia e sui gomiti dopo aver alzato la nera veste nuziale. Mi parve di vedere un’ombra guizzare, ma non ci feci caso. Ero pieno di libidine, così misi allo scoperto la mia virilità e iniziai a possederla come lei desiderava. Ancora quel dannato, indescrivibile verso! Era evidente che l’anziano servitore aveva permesso a qualche gatto di vivere nel castello. Adesso gli infelici animali erano in calore e si dilaniavano. Nonostante la paura e il disagio che quelle bestie mi mettevano, il mio ardore non diminuiva. Vlensild gemeva di piacere. L’indomani avrei dato disposizioni perché quelle bestie immonde fossero cacciate via o uccise. Meglio uccise, conclusi. 
Un rumore nuovo mi vece balzare sul chi vive. Questa volta sembrava che un grande vaso fosse caduto e si fosse rotto in mille pezzi. Ancora i gatti. Accidenti a loro, così non potevo andare avanti. Mi tirai fuori dalla mia adorata e mi incamminai verso l’ingresso. Presi una torcia e mi affacciai al corridoio. Uscii per vedere cosa stava succedendo. Proprio in quel momento accadde la sciagura. Un sibilo intensissimo, come una freccia di acciaio che fendesse l’aria. Poi l’urlo agghiacciante di Vlensild. Fortissimo, senza fine. Entrai e quando vidi ciò che stava accadendo i capelli mi si rizzarono come gli aculei di un istrice. Un piccolo gatto nero come la notte era balzato sul volto di mia moglie, dilaniandolo crudelmente con i suoi artigli affilati come rasoi! Aveva la testa piccolissima, con le orbite scavate al cui interno non si vedevano gli occhi, quasi fossero nere ferite nel bitume. Il corpo inarcato mostrava il pelo eretto, gli artigli scavavano negli occhi e nel volto di Vlensild, che ormai era del tutto cieca. Non riuscivo a reagire, ero paralizzato dal terrore, i muscoli mi erano diventati talmente rigidi che mi sembrava di essermi trasformato in un blocco basaltico. Il felino demoniaco era solido, ma al contempo sembrava che la sua sostanza fosse ombra condensata. Non era un essere naturale! Quando potei assumere di nuovo il controllo sul mio corpo, la mia Vlensild amatissima era stata uccisa. Ciò che seguì, avvenne in una frazione di secondo. Il gatto dell’Inferno girò il muso verso di me, preparandosi a balzare. Non avevo tempo di pensare, scattai e fuggii a precipizio per il corridoio, stando bene attento a non mollare la torcia. Corsi ed urlai fino ad esaurire il fiato nei polmoni. Mi accorsi che il custode non c’era: aveva pensato bene di dileguarsi, o forse Beylghilflar se lo era preso prima di esigere mia moglie in tributo. Le ombre balzavano dietro di me, i versi dei felini crebbero in intensità e in numero. Mi girai per un attimo indietro, solo per vedere la piccola figura di uno di quel mostri catapultarsi a mo’ di proiettile. Aprii un portone e lo chiusi, mentre i miei persecutori si accanivano contro l’inatteso ostacolo. Mi fermai a riposare un po’. 
Proprio quando sembrava tutto finito, con orrore mi resi conto che c’era un altro felino che saliva da una rampa di scale. Mi precipitai in un corridoio laterale, fino a giungere a un vasto salone dove si trovavano le catacombe. Nelle pareti erano scavati molti loculi in cui potei distinguere di sfuggita resti di ossa e di marciume. Il tanfo dei secoli mi avvolse e mi saturò. Come se la mia mano fosse guidata da una potenza soprannaturale, puntai la torcia verso il centro della stanza, scoprendo una botola che conduceva nel sottosuolo. Mi infilai dentro e mossi la pesante lastra quadrata di marmo per occludere il passaggio. Ero in una tomba. Dovetti sdraiarmi, perché non c’era molto spazio. La fiamma morente illuminò i corpi consunti di alcuni uomini rinsecchiti, di cui si erano conservate alla perfezione le barbe canute. Cercai in tasca e trovai qualcosa di molto utile: la cannuccia che mi serviva per inalare i vapori delle erbe aromatiche. Vidi una crepa nei pressi della lastra marmorea e vi infilai la cannuccia, quindi estinsi in tutta fretta il fuoco. Ecco, avevo trovato la mia ultima dimora. Fuori centinaia di felini impazziti cozzavano contro la botola nel tentativo di entrare: non potevano smettere, semplicemente non potevano. 

Così concludo questa narrazione, sapendo che viaggerà a lungo nell’Ade prima di giungere a destinazione. Per quello che mi riguarda, è solo questione di tempo e avrò la Cattiva Fine che mi sono meritato. Nel terrore assoluto, fino all’ultimo. 

Marco "Antares666" Moretti,
pubblicato nell'antologia del concorso letterario Una Penna per Poe (2010), indetto dal blog edgarallanpoe.it e dal sito La Tela Nera. 
L'ebook, non più disponibile, era scaricabile gratuitamente a questa pagina: 

domenica 1 gennaio 2023

STORMI IN PICCHIATA 

Inghilterra. La costiera del luogo un tempo conosciuto come Diacono di Sale. Saltdean. Davanti a me, circospetto e pieno di paure, una villa romana.
I pavimenti della grande sala erano a scacchiera, un motivo davvero insolito. Lo spazio era delimitato da un colonnato arioso. Sentivo su di me l’aria gelida: gli antichi Romani non conoscevano le finestre di vetro: ogni spazio di quell’antica dimora era aperto. Gruppi di statue ornavano i vari aditi. Riconobbi motivi che neanche la mente umana più delirante aveva osato ritrarre prima. Il Cesare Caligola, scolpito nel marmo, sembrava vivo. Alcune sculture lo mostravano nell’atto di ingerire le scorie delle sue molte amanti, mentre in un pezzo davvero unico era impegnato a discorrere con un mostro marino.
Ogni passo mi sembrava una mossa cruciale su una scacchiera ontologica; se avessi indugiato oltre, sarei rimasto paralizzato come l’asino di Buridano. Panni violacei ornavano un grande letto disfatto, la cui fattura era indubbiamente moderna. Non capivo il significato di quel luogo, che non avevo mai visto in vita mia. Forse era il prodotto allucinatorio di qualche mio dimenticato furore bacchico, il residuo di un cattivo viaggio che non voleva saperne di estinguersi, riverberando all’infinito sul pelo della mia autocoscienza martoriata.
Mi sembrava che il tempo fosse congelato. Stavo vivendo, anzi vegetando tra le quinte del Tempo. Non potendone più, uscii da quell’ambiente malsano, tornando sulla via del lungomare che pareva abbracciare l’Infinito, tra massi erratici eiettati da un vulcano in epoca preistorica.
Alzai gli occhi verso la volta celeste. Un ammasso di nubi impenetrabili la rendeva assolutamente grigia, una massa di cervella infette estratte dal cranio del gigante Ymir, viranti al nero in uno scenario di decadenza apocalittica. Strali sulfurei si coglievano all’orizzonte, proprio dove il mare plumbeo moriva, risucchiato dal denso orizzonte degli eventi di un buco nero.
Camminando lungo il viottolo, contemplai per qualche ora i cavalloni del mare ruggente. Masse di acqua grigia come palta, mostruosità eruttanti che parevano sfidare lo stesso principio della mia creazione. Più il cielo si contaminava nel nero petrolifero delle sue sfumature, più le masse bianche di calcare si stagliavano nitide. Il vento spirava talmente forte da darmi fastidio. Sibilava contro i miei timpani, portando cristalli di ghiaccio meteorico sul mio volto antico e petrigno.
Mi rapì un’improvvisa ondata di stanchezza. Bagliori remoti iniziavano ad accendere le nuvole. Fuochi fatui infiammavano le chiome del Dio della Tempesta, ne coglievo l’ultimo balenare giallastro proprio dove la tenebra diurna tendeva ad accumularsi. Tale era il muro d’ombra davanti a me, che decisi di tornare sui miei passi.
Giunto di nuovo nei pressi della villa romana, tutto mi sembrava differente. Non riuscivo a raccapezzarmi: ogni muro, ogni colonna dava al contempo impressione di familiarità e di stranezza. Voltando lo sguardo verso la grande sala dove ero già stato, rimasi abbacinato dal riflesso spettrale di una ragazza bionda che guardava intenta un lungo abito bianco appeso alla parete, ritorto in molteplici pieghe come spire di serpente. Potevo guardare attraverso quella sagoma, tanto era trasparente. In breve tempo la figura scomparve, disperdendosi nel Nulla da cui si era chissà come generata.
All’improvviso mi scosse un rumore assordante proveniente dall’etere cupissimo. Alzai di colpo lo sguardo chiedendomi cosa stesse mai accadendo. Quando compresi, rimasi paralizzato dall’orrore.
Una massa di uccelli gravava su ogni cosa, facendo brulicare di ali l’alto dei cieli. Turbini rimescolavano quella marea compatta di piume brune, e io ebbi l’impressione di trovarmi sull’orlo di un ciclone di proporzioni immani. I versi disperati che provenivano da milioni di gole mi facevano gelare il sangue nelle vene. Stava accadendo qualcosa di mostruoso, portento della Natura turbata, segno della Fine dei Tempi, annientamento di ogni utopia e di ogni umano ideale. Non ebbi nemmeno il tempo di muovermi, di fuggire via, di cercare riparo nella villa romana. Le prime formazioni di uccelli impazziti cominciarono a gettarsi giù a picco. Stridendo in modo atroce, si immersero nelle acque grigie e lutulente del mare.
Una volta inghiottiti dalle onde furenti, non cercavano in alcun modo di ribellarsi, non sbattevano le ali come l’istinto di conservazione avrebbe loro imposto. Simili a missili, conservavano la loro rigidità sprofondando fin nell’abisso.
Mi colpì un mortifero vento di empatia, e sentivo dentro di me, nel midollo, le sensazioni provate da quegli infiniti suicidi. Gli animali non facevano nulla per evitare il loro fato. Accoglievano il soffocamento, facendo entrare l’acqua caustica nei polmoni e negli stomaci, fino a morire in una lenta agonia. Alcuni arrivavano ancora moribondi sul fondo, cercando follemente di scavare col becco, fino a spirare in quella liquida oscurità inospitale.
Non era finita. Avevo gli occhi fissi sulla nemesi dei volatili, cristallizzati nella contemplazione dell’epifania tanatogena. Nuove moltitudini si mossero, un nugolo dopo l’altro, imitando i loro antesignani nella brama di annichilirsi. La catastrofe sembrava ripetersi infinite volte.
Ero sicuro che sarei presto bruciato nel delirio, tanto era la mia partecipazione viscerale a quello sconfinato massacro di esseri consegnati all’asfissia. La Natura doveva essere adirata, nella sua inumana potenza, per spingere a comportamenti così perversi. Ogni morte formava un microscopico tassello di un mosaico nero che si andava componendo nel mio cranio, un tassello rovente che si conficcava nella mia materia grigia, facendo sfrigolare la rete sinaptica. Emisi un urlo che, in quell’istante ne ero certo, nessun essere umano aveva mai emesso in tutta la storia di questo infelice pianeta, mentre le ultime orde alate sciamavano verso la distruzione del respiro nell’inferno subacqueo. 

Marco "Antares666" Moretti,
pubblicato sul sito connettivista Next-Station.org (2010). 

sabato 3 settembre 2022

La seconda morte di Lazzaro

Voi non avete idea di quel che significhi, non lo immaginate neppure lontanamente.
Ero morto stecchito, giacevo immobile nel sepolcro, al riparo dagli oltraggi della sorte.
Mi aveva ucciso un'infezione massiva da ascaridi.
Quei maledetti nematodi, che avevo inconsapevolmente ingerito mangiando verdura contaminata da uova embrionate, mi colonizzarono l'intestino e da lì si irradiarono sino agli alveoli polmonari.
Una morte che non auguro a nessuno.
Ritenevo, morendo, che nulla potesse più nuocermi.
Quand'ecco che, trascorsi quattro giorni dal mio decesso, accadde l'impensabile: l'Uomo di Nazareth si presentò dinanzi al mio sepolcro e mi riportò in vita.
Non chiedetemi come e perché.
Ero morto da quattro giorni, capite?, ed esalavo già cattivo odore, come mi fu riferito in seguito dalle mie sorelle, Marta e Maria.
Non vi dico l'angoscia che mi assalì quando mi risvegliai nella tomba, avvolto dalle bende funebri!
La lastra che chiudeva l'ingresso del sepolcro era stata rimossa.
Incerto nei movimenti, guadagnai l'uscita. All'esterno vidi radunata una piccola folla di persone: fra loro, Colui che poco prima mi aveva invitato ad alzarmi.
Marta e Maria mi si precipitarono incontro, mi abbracciarono e mi accompagnarono a casa, a Betania. Tale era il mio turbamento che non riuscii a spiccicare parola per ore ed ore.
Il peggio, tuttavia, doveva ancora venire.
Trascorse un paio di settimane, mi ammalai nuovamente. Gli stramaledetti ossiuri erano stati resuscitati anch'essi! Di nuovo, mi causarono una occlusione del lume intestinale, e una pancreatite acuta mi stroncò nel giro di due giorni.
Mentre agonizzavo per la seconda volta, disteso sul mio misero giaciglio, intravidi con la coda dell'occhio le mie sorelle intente a confabulare in un angolo della casa. Con le poche forze che mi erano rimaste, esclamai: "Non vi venga in mente di mandare a chiamare ancora il Nazareno!".
Credo che la mia preghiera sia stata esaudita: non mi sono ridestato all'interno di un sepolcro, non possiedo più un corpo fisico e i parassiti intestinali sono un brutto ricordo che va pian piano sbiadendo. 

Pietro Ferrari 

giovedì 30 giugno 2022

L’inizio della fine

Se c’è vita dopo la morte, prima della vita che c’è?

Dove se ne sta l’anima prima del concepimento? Preesiste forse alla fusione tra gamete maschile e gamete femminile? Oppure è un prodotto di tale unione?

Entrambe le ipotesi spalancano scenari vertiginosi. 

Nel primo caso, dovremmo supporre l’esistenza di un magazzino astrale in cui siano custodite le anime da assegnare agli zigoti. 

Assegnate da chi? Dal Magazziniere celeste, preposto alla gestione della catena della distribuzione. 

Nel secondo caso, l’anima sarebbe un prodotto collaterale del coito fecondo. Resta da chiarire come possano le cellule sessuali, prodotte dalle gonadi, creare un principio immateriale qual è l’anima. 

In preda a questi interrogativi varcai la soglia del centro convegni Philipp Mainländer, un edificio in pietra dall’aspetto opprimente, situato a poca distanza dal cimitero monumentale. 

Vi erano convenuti esperti e figure di rilievo istituzionale per discutere il caso dell’anno, anzi, del secolo. 

Il mio compito era quello di stilare il verbale della riunione, che ho deciso di rendere pubblico. Eccolo: 

Luca Sandri, Professore associato di patologia generale all’Università “Clara Immerwahr”:
Il fenomeno che stiamo affrontando non ha precedenti nella storia del genere umano. Ciò non significa che noi si sia del tutto impreparati ad affrontarlo. Sin dagli anni Settanta sono stati elaborati protocolli dettagliati, proprio in previsione di una simile eventualità. A questo si aggiunga che, nella cultura popolare, la figura del resuscitato è fortemente radicata da decenni, sia pure con connotazioni negative e terrorizzanti.
Quella cui stiamo assistendo, per fortuna, non è l’apocalisse zombi narrata nei film e nei videogiochi. Per comprendere ciò che sta accadendo, dobbiamo stabilire in via preliminare un punto fermo: i resuscitati non sono ostili. Non è stato registrato in tutto il mondo un solo caso di aggressione da parte dei resuscitati ai danni dei vivi. Non uno.
Si tratta, come potete comprendere, di una premessa essenziale: non siamo di fronte agli zombi cannibali cui ci ha abituati il cinema.
Detto questo, vediamo di chiarire cos’è un ritornante.
I primi casi di resurrezione si sono verificati presso le camere mortuarie degli ospedali. Soggetti di cui era stata constatata la morte, a distanza di alcune ore dal decesso hanno ripreso vita. Per essere precisi, il fenomeno si è verificato allorché l’algor mortis era già avviato ma prima che subentrassero il livor e il rigor mortis.
Ciò che mi preme sottolineare è che il resuscitato non è un cadavere. Nel suo corpo i fenomeni cadaverici si sono interrotti nel preciso istante in cui il cuore ha ripreso a battere e il sangue a circolare. Le funzioni cerebrali risultano però compromesse. La coscienza dei ritornanti è offuscata, i loro movimenti appaiono incerti.
Tuttavia, essi sono vivi e, come chiunque di noi, hanno necessità di alimentarsi e di bere. Privato d’acqua e di cibo, il ritornante apparentemente muore. Dico apparentemente perché in realtà il ciclo poc’anzi descritto si ripete di nuovo.
Lo sconcerto che colgo nei vostri volti è del tutto naturale. Vi starete domandando: “Ma allora non si muore più?”.
Al momento la scienza non è in grado di fornire una risposta certa a tale quesito.
Possiamo solo constatare come il decadimento cellulare paia subire una interruzione. Se essa sia permanente o meno ci sarà dato sapere solo seguendo l’evolversi del fenomeno.
Veniamo ora a un argomento cruciale.
Appurato che i ritornanti non aggrediscono i vivi, di cosa essi si nutrono? Mediante osservazioni condotte in laboratorio, abbiamo potuto appurare che i ritornanti riconoscono il cibo mediante la vista e l’olfatto.
L’epitelio e il bulbo olfattivo nonché la corteccia visiva primaria non riportano, nelle ore immediatamente successive alla morte, danni irreparabili.
Posti di fronte a un carrello su cui erano stati collocati recipienti contenenti purea di patate e carne di suino tritata, i ritornanti coinvolti nell’esperimento si sono messi ad attingere il cibo con le mani, dando la priorità alla carne, lo hanno portato alla bocca e lo hanno ingerito.
Si sono inoltre chinati sul carrello per bere da una bacinella colma d’acqua.
Pur comprendendo la natura socialmente traumatizzante del fenomeno in corso, è nostro dovere rassicurare l’opinione pubblica circa la non-pericolosità dei ritornanti e contrastare la diffusione, da parte di complottisti e squilibrati vari, di notizie false e allarmistiche sulle piattaforme social.
Grazie a tutti voi per l’attenzione. 

Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gustavo Sette:
Sono un militare, e il mio compito è far sì che l’ordine pubblico non precipiti. Le spiegazioni del professore sono parzialmente confortanti. I cosiddetti ritornanti non sono ostili, e questa è sicuramente una buona notizia. Non possiamo però sottovalutare gli effetti che questo fenomeno sta producendo nella nostra società. I ritornanti non riconoscono i parenti. È come se i loro cervelli fossero stati resettati.
L.S.:
Non del tutto, generale, non del tutto.
G.S.:
Va bene, ciò non toglie però che i morti viventi – mi permetta di definirli tali – non sembrino riconoscere figli, fratelli, sorelle, nipoti. A questo si aggiunga che, se riportati nelle proprie case, tendano ad allontanarsene per mettersi a girovagare senza meta, con andatura barcollante. La qual cosa crea problemi alla circolazione. Farò un esempio banalissimo: i morti viventi ignorano il funzionamento dei semafori. Sapete cosa significa tutto questo? Incidenti stradali, interruzioni continue del traffico. A questo si aggiunga un fatto che non posso tacere, benché sia assai sgradevole. Quelli che lei chiama “resuscitati” defecano e orinano sulla pubblica via, di fronte a tutti. Capirete che ciò non è tollerabile, per ragioni di igiene pubblica e di decoro. Più di una voce si è espressa a favore del concentramento dei morti viventi in apposite strutture protette, per garantire la loro e la nostra sicurezza.
L.S.:
Sta forse proponendo la creazione di campi di concentramento per i ritornanti?
G.S.:
Molte famiglie vedrebbero con favore questa soluzione. Non tutti possono farsi carico dei morti tornati in vita. E noi non possiamo permettere che gli equilibri sociali crollino a causa di un simile evento. Ho qui con me il testo di una petizione sottoscritta da alcune migliaia di cittadini. Vorrei leggervela:
Siamo onesti lavoratori e lavoratrici con figli a carico, abbiamo assistito i nostri anziani a prezzo di grandi sacrifici. Li abbiamo vegliati sul letto di morte. Abbiamo pianto per il loro decesso. Molti di noi hanno affrontato spese cospicue presso le agenzie di pompe funebri, solo per vedere poi ritornare in vita i nostri cari estinti. Non fraintendeteci: non intendiamo certo dire che ci dispiaccia rivederli. Allo stesso tempo, però, ci troviamo in una situazione difficilissima: le agenzie di pompe funebri non rifondono le spese già sostenute. Per le bare non è previsto il reso. Quanto ai nostri vecchi, come possiamo riaccoglierli in casa nello stato in cui sono?
Vi chiediamo pertanto di voler assumere dei provvedimenti volti, da un lato, a consentire il rimborso delle spese funerarie da noi sostenute, e dall’altro alla gestione degli ex-defunti. Non è pensabile che l’onere di affrontare una crisi sociale di questa portata sia demandato alle singole famiglie! Questi non sono anziani qualunque che possano essere affidati alle cure di una badante dell’Est: sono morti viventi!
Le istituzioni si attivino: ne va del futuro dei nostri figli!

Edgardo “Jerry” Rapisarda, Ministro della Salute:
Mi sia consentito… Mi sia consentito precisare che, da parte di alcuni esperti, è stato suggerito per motivi umanitari di applicare misure di eutanasia ai ritornanti.
L.S.:
Quindi, dopo averli rinchiusi in campi di concentramento, dovremmo pure sterminarli? E come, di grazia?
E.J.R.:
Beh, spetterà agli esperti definirà le modalità più adeguate. L.S.:
Con l’acido prussico?
E.J.R.:
Non spetta a me deciderlo, ma agli scienziati.
L.S.:
Si rende conto della gravità di quanto va proponendo?
G.S.:
Professore, mi permetta: il ministro non ha tutti i torti. Di questo passo saremo costretti ad assumere misure draconiane. Dove li mettiamo tutti questi resuscitati? Che facciamo, se non muore più nessuno?
L.S.:
Se il vostro intento è quello di sterminarli, dovrete assumervi la piena responsabilità di questa decisione. Per liquidare decine di migliaia di ritornanti servirà personale appositamente addestrato, strutture adeguate, forni crematori in cui smaltire i resti… E mentre voi – o meglio: mentre coloro che incaricherete di questo ingrato compito distruggeranno i resuscitati, altrove, nel frattempo, gli esseri umani continueranno a morire… e a tornare. Lo capite questo? Sarete comunque sopraffatti. Sapete quante persone muoiono ogni giorno nel mondo? Centocinquantamila. Al giorno!
E.J.R.:
In tal caso si potrebbe prevedere di decapitare i cadaveri non appena accertato il decesso.
L.S.:
E chi dovrebbe eseguire questo compito? Il personale sanitario? I parenti?
G.S.:
Qualcosa bisognerà pur fare, o dovremmo stare a guardare mentre la società collassa? Forse lei non sa che in alcune località si stanno costituendo delle ronde. I cittadini, esasperati, si mobilitano per contrastare il vagabondaggio dei morti viventi.
L.S.:
Ma quali ronde, quali cittadini esasperati, si tratta di gang di teppisti!
E.J.R.:
Questa è la sua opinione, che non condivido.
G.S.:
Nemmeno io.
L.S.:
E lei, eminenza, che ne pensa? 

Cardinale Bartolomeo Fulci:
La gravità del momento impone a tutti noi di ponderare con estrema attenzione le nostre parole. Siamo in presenza di un prodigio, un evento inaudito che interpella le nostre coscienze: i nostri cari defunti ritornano in vita! Come si può anche lontanamente pensare di destinarli alle camere a gas?
E.J.R.: Proprio perché abbiamo a cuore l’interesse generale siamo tenuti a valutare, sia pur con rammarico, l’ipotesi di ricorrere a soluzioni estreme. 

La riunione si chiuse con un nulla di fatto. Ciò non impedì tuttavia che venisse diramato alle agenzie di stampa un comunicato dal titolo:
“Piena intesa tra le autorità politiche, militari e religiose”.
Personalmente, non mi sono mai fatto illusioni. A differenza di altri sapevo che non sarebbe durata a lungo. “Non sono ostili”, dicevano, ed era vero, o quantomeno lo è stato, per un po’. Sino a quando, esasperati dalle violenze subite, i resuscitati non hanno cominciato a reagire. Sapete benissimo a cosa mi riferisco. I resuscitati venivano sistematicamente presi di mira da bande di giovinastri e di energumeni. Aggrediti per strada senza alcun motivo, per semplice “divertimento”. Nessuno si è preso la briga di arginare questa ondata di assalti. Sono stato testimone di uno di essi. Stavo tornando a casa, sul marciapiede pochi metri avanti a me avanzavano con passo incerto due resuscitati. Una vettura cabrio rallentò, si accostò al marciapiede e un tale, seduto al posto del passeggero, si sporse e colpì a tutta forza con una mazza da baseball la nuca di un resuscitato facendolo crollare a terra. Episodi simili si sono verificati in tutto il Paese. Sui giornali ci fu persino chi provò a giustificare queste violenze sostenendo che i resuscitati, sommariamente definiti “zombi”, non possiedono alcuno status, alcun diritto civile, essendo stati dichiarati clinicamente morti.
A questi opinionisti si è obiettato che il vilipendio di cadavere è un reato punito dalla legge. Non è servito a nulla. Ed ora siamo nella merda nera.
"È fondamentale cercare di evitare il più possibile il contatto diretto con i resuscitati. Se si venisse morsi o graffiati da uno di essi, non si potrebbe escludere il contagio"
I virologi furono i primi a lanciare l’allarme, ma era ormai troppo tardi. Il contagio aveva già preso piede. Come se avessero ricevuto lo stesso ordine nel medesimo istante, alla fine del mese di giugno i resuscitati cominciarono ad assalire i vivi, mordendoli e graffiandoli. Le vittime di queste aggressioni, trasportate in ospedale, manifestavano i sintomi di una gravissima infezione virale, resistente ai farmaci, capace di colpire il sistema nervoso centrale e provocare la morte nel giro di poche ore. Quel che è peggio, a breve distanza dall’avvenuto decesso gli infettati tornavano in vita e assalivano a loro volta il personale medico-infermieristico, mossi da un incoercibile impulso a lacerare le carni dei vivi per nutrirsene.
L’esercito fu mobilitato, in ritardo. Le autorità politiche, paralizzate dalla paura, stentarono ad assumere provvedimenti efficaci. E l’epidemia dilagò. Fu così che ebbe inizio la fine.

Pietro Ferrari