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venerdì 24 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL COSSUS, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Gli antichi Romani praticavano l'entomofagia: consumavano una specie di insetto allo stadio larvale, che costituiva un piatto molto ricercato e denominato cossus. La larva, che per natura era xilofaga, era costretta a una dieta innaturale a base di farina, per poter essere ingrassata e "spurgata", come ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia (Libro XVIII, 37). Questa è la citazione:

Vermiculantur magis minusve quaedam, omnes tamen fere, idque aves cavi corticis sono experiuntur. Iam quidem et hoc in luxuria esse coepit, praegrandesque roborum delicatiore sunt in cibo - cossos vocant - atque etiam farina saginati hi quoque altiles fiunt.
Traduzione:
"Alcuni (alberi) si tarlano più o meno, quasi tutti comunque (lo fanno), e gli uccelli lo scoprono da suono della corteccia cava. Ormai anche ciò ha iniziato ad essere di gran moda e gli enormi vermi delle querce - vengono chiamati "cossi" - sono considerati un cibo assai delicato e vengono anche nutriti con la farina, così diventano anche più grassi." 
N.B.
Numerose edizioni riportano cosses anziché cossos.

Il severo Plinio, che aderiva allo Stoicismo, disapprovava severamente questi eccessi alimentari: li considerava vere e proprie aberrazioni. La preparazione culinaria a base di larve del legno, che oggi riterremmo ripugnante, non deve stupire più di tanto. Sappiamo che gli antichi Greci, che pure erano così snob e schifiltosi, ritenevano una leccornia le cicale fritte. 


cossus, nome maschile, II declinazione: 
    genitivo: cossī 
    dativo/ablativo: cossō 
    accusativo: cossum  
    vocativo (non usato): cosse 
  plurale:
    nominativo: coss
ī 
    genitivo: cossōrum
    dativo/ablativo: cossīs 
    accusativo: cossōs 
Forme alternative: accusativo plurale cossēs, III declinazione 
(forse dovuta a un errore per cossōs)
Nota:
Il termine era usato dai veterinari di epoca tarda per indicare un parassita intestinale.

Etimologia di cossus 

Sono stati fatti svariati tentativi di ricondurre lo strano vocabolo latino a qualche etimologia indoeuropea, ma sono tutti labilissimi, futili. Ecco una lista di queste comparazioni:

1) Protoindoeuropeo *k'es- "tagliare", con riferimento al fatto che la larva perfora il legno. 
    Latino: 
    castrō "castrare" (lett. "recidere")
    castus "puro" (lett. "castrato")
    castrum "fortezza" (lett. "cosa intagliata nella pietra") 
    careō "mancare" (incerto)
    Sanscrito:
    शस्त्र  śastraṃ "coltello", "spada" 
Nota: 
Il vocalismo delle forme latine è problematico: non ci aspetteremmo come risultato -o-.
2) Protoindoeuropeo *(s)ker- "tagliare", sempre con la stessa semantica della radice precedente. 
    Latino: 
    cortex "corteccia" (lett. "cosa tagliata")
    Greco: 
    κείρω (kéirō) "recidere"
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)korsos o *(s)korttos, del tutto implausibile (non si sarebbe evoluta in cossus).
3) Greco σκίδνημι (skídnēmi) "disperdere",
     Lituano kedeti "scoppiare". 
Nota:
Presupporrebbe una protoforma *(s)kodtos, del tutto implausibile (si noti che il vocalismo del greco non è compatibile). 

Respingo tutte queste proposte etimologiche, per affermare che si tratta di un prestito da un sostrato preindoeuropeo o da un adstrato: le probabilità che una ghiottoneria così stravagante sia stata importata sono altissime. La sorgente potrebbe benissimo essere l'etrusco, ma al momento non ci sono dati su cui lavorare. Si noterà che Cossus è un cognomen: sappiamo che è esistito Aulo Cornelio Cosso (Aulus Cornelius Cossus), famoso per aver ottenuto la prestigiosa spolia opima nel 437 a.C. uccidendo in duello il re etrusco Lars Tolumnio (Larθ Tulumne) durante la guerra contro Veio e Fidene. In origine questo cognomen (che era una specie di soprannome) significasse "rugoso", "dalla pelle raggrinzita e coriacea". Ce lo ha tramandato Sesto Pompeo Festo nel suo trattato lessicografico De verborum significatu. Questa è la citazione:

Cossi ab antiquis decebantur natura rugosi corporis homines a similitudine vermium ligno editorum qui cossi appellant.
("Gli antichi chiamavano "cossi" gli uomini per natura dalla pelle rugosa, per la somiglianza con i vermi che si nutrono nel legno, chiamati per l'appunto "cossi".)

Questa spiegazione forse ci dà un indizio in più e ci tornerà utile in seguito.

Discendenti nelle lingue romanze

Italiano: cosso "foruncolo", "pustola"
Rumeno: coş "foruncolo", "pustola"
    (forma definita: coşul; plurale: coşuri; da non confondere 
    con le parole omofone che significano "camino" e "cestino")
Spagnolo: coso "rodilegno"; cojijo "baco, parassita"
Galiziano: coxo "eczema", "eruzione"
Note: 
La parola italiana cosso sembra desueta, in ogni caso non l'ho mai sentita usare. Indica soprattutto foruncoli sulla faccia, come la parola rumena coş, che è genuina e non letteraria. La denominazione nelle due lingue è dovuta al fatto che spremendo una pustola, ne esce una striscia di pus che somiglia a un verme.
La parola spagnola coso è di trafila dotta (-ss- > -s-), mentre cojijo è di trafila volgare (-ss- > -j-). Si dovrebbe ricostruire una protoforma *cossīssus, anche se il suffisso sembra molto incerto e in ogni caso non latino. 

Parole assonanti di origine iberica

Per loro inveterata quanto futile tradizione, i romanisti hanno sostenuto per secoli (oggi sembrano rinsaviti) una derivazione da cossus della parola spagnola gusano "verme", che nulla ha a che vedere già soltanto per motivi fonologici. 

Spagnolo: gusano "verme"
Derivati: gusarapo, gusarapa "girino"; "larva",
     "piccolo verme"
Forma iberica ricostruibile: *gusan- / *gusar- "verme" 
Origine del composto:
*gusar- "verme" + *apo "rospo" > gusarapo, gusarapa
Nota: 
Basco apo, zapo "rospo", da cui lo spagnolo sapo.
L'alternanza tra -n e -r si trova in molti composti baschi. L'alternanza tra forme con iniziale in vocale e con z- è piuttosto comune in basco. Il nome spagnolo del rospo non è derivato dal greco σήψ (sḗps) "tipo di serpente", con buona pace dei romanisti. 

Altri oscuri resti di sostrato: 
Galiziano couza "tarma"; "tarlo". 

Parentele implausibili
 
Basco: izain "sanguisuga"
   Varianti: 
   uzan (viscaino),
   izaiñ, izai (alto navarrese, gipuzkoano)
   itxain (basso navarrese)
   xixain (laburdino)
   zizein, zizeñ (suletino)
Protobasco: *izani 
Pre-protobasco: *zizani
Se la forma viscaina uzan potrebbe far pensare a una parentela diretta con lo spagnolo gusano, le altre varianti basche rendono poco attraente questa ipotesi. Vediamo subito che la vocale u- è secondaria. Dai dati a disposizione, possiamo considerare la protoforma ricostruibile *izani come il prodotto della dissimilazione di un precedente *zizani. Si associano quindi alcune parole basche come zizare "lombrico", che hanno conservato l'originale sibilante. 

Notiamo che il nome basco del serpente potrebbe avere qualche somiglianza col nome spagnolo del verme soltanto ricorrendo a metatesi (cosa che mi pare implausibile):

Basco: suge "serpente" 
Protobasco: *suge 

Possiamo poi citare il nome burushaski del serpente, che mostra una somiglianza straordinaria con il nome spagnolo del verme (γ- indica una fricativa uvulare sonora, che sarebbe trascrivibile con gh-):

Proto-Burushaski: *γusán- "serpente"
  Yasin: γusánum 
  Hunza: γusánus 
  Nagar: γusánus 

Un'illusoria etimologia slava 

Molte lingue slave hanno una parola che significa "bruco" e che ha una somiglianza fortuita con la parola spagnola. Riporto in questa sede un riassunto dei dati (la consonante -c- trascrive l'affricata /ts/): 

Slavo ecclesiastico: юсеница (jusenica)
Ucraino: гу́сениця (húsenycja
Bulgaro: гъсе́ница (gǎsénica)
Serbo-Croato: гу̏с(ј)еница / gȕs(j)enica
Sloveno: gosẹ̑nica
Ceco: housenka 
Slovacco: húsenica 
Antico polacco: wąsienica
Polacco: gąsienica
Sorabo superiore: husańca
Sorabo inferiore: guseńca 

Protoforma ricostruibile: *ǫsěnica "bruco". 
L'occlusiva iniziale /g-/ non è originale e deriva da analogia con lo slavo comune гоущерица (gušterica) "lucertola".

Conclusioni: credo che ci sia ancora molto da studiare prima di venirne a capo!


Identificazione dell'insetto

Anche a costo di risultare impopolare, dirò quella che a me pare un'ovvietà: l'insetto d'interesse culinario era semplicemente quello che gli attuali entomologi chiamano... Cossus cossus! È un lepidottero appartenente alla famiglia dei Cossidae, detto anche rodilegno rosso, il cui bruco è gigantesco. Sostengo questo, nonostante sia ben consapevole del fatto che il nome scientifico del rodilegno rosso è moderno. Nel Web è molto diffusa l'idea che i Romani chiamassero cossus larve di coleotteri come quella del cervo volante (Lucanus cervus), del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) o addirittura del priono conciario (Prionus coriarius) - argomentando in modo vano che il rodilegno rosso ha un sapore decisamente troppo forte e sgradevole per essere considerato una prelibatezza da imperatori. Il dibattito va avanti da anni, in modo non sereno, con i dilettanti bulleschi che cercano di imporre le loro idee facendo "gnè gnè gnè" a mitraglietta. 
Innanzitutto va ricordato che il rodilegno rosso è una specie polifaga che attacca anche le querce, anche se non sono i suoi alberi preferiti. Il fatto che i Romani considerassero una leccornia proprio il parassita che viveva nella quercia è perfettamente compatibile con la loro mentalità bizzarra. Certo, doveva essere difficile ottenere il pingue bottino dal legno duro della quercia, ma questo non era un limite: avevano tempo da perdere e soprattutto da far perdere agli schiavi! 
Festo definisce il cossus come "rugoso", termine che può essere meglio attribuito alla larva del Cossus cossus che a quella del cervo volante e dei cerambicidi. Il rodilegno rosso, pur essendo un bruco, ha un capo molto sclerificato, ossia duro, e una pelle decisamente più coriacea rispetto a quella bianchiccia e molle di una larva di Lucanus cervus. La sua pelle sembra quella di un vecchio! Inoltre, la larva del Cossus secerne un liquido caustico per scavare il legno; questo dettaglio si sposa bene con l'idea di un animale aggressivo o protetto, capace di resistere in ambienti ostili e difficile da raccogliere.
Nemmeno il fatto che la larva del Cossus sia stata definita "di sapore acre e disgustoso, sia cruda che cotta" può essere considerato un serio ostacolo: i Romani amavano il contrasto violento, sapori forti che giudicheremmo spaventosi! Per un nobile romano, mangiare una larva dal sapore di aceto o di legno, per giunta esalante fetore di becco, non era un limite, ma una ricercatezza: era la dimostrazione di poter dominare la Natura e trasformare ciò che è selvatico o repellente in un lusso costoso. L'entomofagia è un tipico gusto acquisito, come mangiare il gorgonzola o leccare sfinteri anali. 
Comunque sia, c'è anche una famosa voce contraria, quella di uno studioso francese che ha giurato di aver trovato il modo di cucinare il rodilegno rosso rendendolo una vera e propria leccornia! È l'ineffabile Jean-Henri Fabre, entomofago praticante, che ha scritto quanto segue: 

"Le témoignage est unanime. Le rôti est juteux, souple et de haut goût. On lui reconnaît certaine saveur d'amandes grillées que relève un vague arôme de vanille. En somme, le mets vermiculaire est trouvé très acceptable ; on pourrait même dire excellent. Que serait-ce si l'art raffiné des gourmets antiques avaient cuisiné la chose !"
("Il verdetto è unanime. L'arrosto è succoso, tenero e delizioso. Ha un distinto sapore di mandorle tostate, esaltato da un sottile sentore di vaniglia. In breve, il piatto di vermicelli è considerato molto buono; si potrebbe persino dire eccellente. Immaginate se fosse stata applicata la raffinata arte dei buongustai antichi!")
Link:

Memorie morbose

Ero ancora giovane. Ricordo che la signora A., una cougar biondiccia, diceva di aver visto un grosso rodilegno rosso, da lei descritto come un "budello" e riconosciuto da una foto entomologica che le avevo mostrato. Aggiunse quindi di averlo "sploffato sotto i piedi". La cosa destò in me un grande turbamento e una frenesia a cui non sapevo dare un nome. Guardavo con estremo interesse i piedi ben curati della signora A. e fantasticavo, nonostante fosse una donna matura, mentre io ero soltanto un liceale ignaro della vita. La immaginavo mentre accarezzava e schiacciava il mio fallo eretto con le dita dei piedi dalle unghie smaltate di rosso, fino a farlo esplodere. Era come se vivessi la scena, godevo del suo stupore nel vedere il seme eruttare. Sua figlia M., che era mia coetanea e scialba, non la consideravo degna di alcun interesse.

venerdì 21 luglio 2023

UN RELITTO RETICO IN ROMANCIO: AGNIEU 'PINO MUGO' - E IL SUO DOPPIONE MÜF

In romancio esiste la parola agnieu "pino mugo" (variante agniou; nome scientifico: Pinus mugo; obsoleto Pinus mughus). Esiste anche il sinonimo müf "pino mugo". Ebbene, per quanto possa a prima vista sembrare incredibile, si tratta di due allotropi, che condividono la stessa etimologia - che è identica a quella della parola italiana mugo. In ultima analisi, il vocabolo non ha origini celtiche. Deve risalire al sostrato retico, strettamente imparentato all'etrusco. Si nota che finora non è stato individuato un corrispondente etrusco del fitonimo analizzato. Questo è il mio tentativo di ricostruzione:  

Protoforma retica: *muχa / *muχu "pino mugo" 
Adattamento in latino volgare: mūgus 
Trafila: 
1) lenizione di -g-
(> *müvu
Esiti in romancio: müf 
2) dittongazione 
(> *meu
3) sviluppo di un elemento palatale 
(> *mieu
4) palatalizzazione della consonante 
(> gnieu, gniou
5) sviluppo di una vocale iniziale di supporto 
(> agnieu, agniou
Esiti in romancio: agnieu, agniou 
Varianti dialettali:
  agnía
  anéf 
  aníf 
  anéf "tasso (albero)" (Taxus baccata)
  aneva "pino cembro" (Pinus cembra)

Questo è il link al lemma in questione sul DGR (Dicziunari Rumantsch Grischun), per maggiori dettagli: 

Questi sono i corrispondenti nomi del pino mugo, diffusi in Veneto e assai utili alla ricostruzione: 

muga 
mugo 
buga 
bugo 

C'è grande instabilità: solo per fare un esempio, a Verona convivono le forme mugo, bugo e buga

Questi sono i nomi del pino mugo, diffusi in Lombardia e in una parte del Piemonte, che mostrano sviluppi molto peculiari: 

mugoff  /'müguf/ (Como)
munch (Como) 
munc  /müŋk/ (Milano)
muf (Sondrio) 
muffol (Valtellina) 
meuf  /möf/ (Bergamo, Cremona)
mögh, möff, mügh (Brescia) 
mugh (Novara)

Basti consultare questo importante documento, Nomi volgari adoperati in Italia a designare le principali piante di bosco (Annali del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, 1873), a pag 102. 

Un'audace proposta etimologica 

Per trovare qualcosa di simile e di potenzialmente interessante ai fini della comparazione, dobbiamo andare nel remoto Caucaso e oltre, nelle profondità dell'Asia. Il compianto luminare Sergei Starostin dell'Università di Mosca, è riuscito a ricostruire un interessante albero genealogico: 


Proto-nord-caucasico: *bħĭnḳ_wV "pino" 
   Proto-Nakh: 
*b(ɦ)aḳa "pino"; "radice resinosa di pino"
       Ceceno: baga "pino" 
       Ingush: baga "radice resinosa di pino" 
   Proto-Avaro-Andi: *nVḳ:ʷV "pino"  
       Àvaro: naḳ: "pino" 
       Nota: 
       Gli Àvari del Caucaso non hanno nulla a che vedere con
       gli 
Àvari, popolo altaico delle steppe.
       Si tratta di un caso di omonimia. 
    Proto-Tsezi: *niqe "pino" 
       Bezhta: niqe "pino" 
       Gunzib: niqes "pino" 
    Proto-Lak: *miIḳ- "pigna di pino" 
       Lak: 
miIḳiIḳiIj "pigna di pino" 
       Nota: 
       Il carattere I è usato per trascrivere la faringalizzazione.  
    Proto-Lezghi: *miḳʷ- / *niḳʷ- "abete", "pino" 
       Lezghi: 
muḳ-rag "abete" 
       Tabasarano: muḳ-ruḳ "abete" 
       Rutulo: niḳʷ-näχI "pino" 
       Tsakhur: ḳuńaχ "pino" 
       Nota: 
       I Rutuli del Caucaso non hanno nulla a che vedere con i 
       Rutuli dell'antico Lazio, di cui si narra nell'Eneide. 
       Si tratta di un caso di omonimia. 
       Per quanto riguarda la faringalizzazione della consonante
       finale della forma rutula, si veda quanto scritto sul Lak.

La protoforma nord-caucasica a sua volta è supposta essere un esito di una protoforma sino-caucasica: 


Proto-sino-caucasico: *bħĕ́nḳwV "pino"; "resina" 

Dalla protoforma sino-caucasica deriverebbe anche il Burushaski baŋ "gomma", "resina". 
Il professor John Bengtson aggiunge il basco muki "resina"; "muco". Suppone che il significato di "muco" sia stato influenzato dalla forma muku, trovata in alcuni dialetti e derivata dal latino mūcus

Servono ulteriori studi, tuttavia non sembrano esserci dubbi sul fatto che il materiale di Starostin, qui presentato, abbia una diretta attinenza con il nome alpino del Pinus mugo, riuscendo a spiegare l'alternanza m- / b-, altrimenti misteriosa.

venerdì 8 novembre 2019

NOTE SUL LAVORO DI WITZEL

Michael Witzel (Harvard University, Department of Sanskrit and Indian Studies) è l'autore del lavoro Substrate Languages in Old Indo-Aryan (Ṛgvedic, Middle and Late Vedic), ossia Lingue di sostrato nell'antico indoario (ṛgvedico, medio e tardo vedico), pubblicato nel 1999 sull'Electronic Journal of Vedic Studies (EJVS) e attualmente consultabile in svariati siti del Web, ad esempio su Researchgate.net:


Anche il sito del professor Witzel contiene la risorsa in analisi, assieme a molte altre assai utili: invito i navigatori a consultare una biblioteca tanto ricca e mirabile.


Trovo che Substrate Languages in Old Indo-Aryan sia un'esaustiva e interessantissima trattazione delle lingue di sostrato del subcontinente indiano. Il saggio è ancor più meritorio se si considera che l'argomento è ignoto al grande pubblico. Anche moltissime persone che si sono avvicinate allo studio del sanscrito, credono tuttora in modo incrollabile al dogma dei Neogrammatici. Così attribuiscono all'intero lessico della lingua dell'India classica un'origine indoeuropea, senza sapere che moltissime parole sono state prese da lingue parlate alla popolazione stanziata sul territorio prima che vi arrivassero gli Indo-Arii. Basterebbe anche poco a capirlo. Ci si potrebbe arrivare già soltanto dando un'occhiata alla fonetica di un gran numero di parole, unita all'impossibilità di trovare paralleli credibili in altre lingue indoeuropee.

Questo è l'indice dell'opera:

§ 0. Definitions ... 2

§ 1. Greater Panjab ... 6
§ 1.1. Ṛgveda substrate words  ... 6
§ 1.2. Para-Munda loan words in the Ṛgveda ... 6
§ 1.3. Para-Munda and the Indus language ofthe Panjab ... 10
§ 1.4. Munda and Para-Munda names ... 11
§ 1.5. Other Panjab substrates ... 13
§ 1.6. Dravidian in the Middle and Late Ṛgveda ... 14
§ 1.7. Greater Sindh ... 21
§ 1.8. The languages of Sindh ... 22
§ 1.9. The Southern Indus language: Meluhhan ... 24
§ 1.10. Further dialect differences ... 30
§ 1.11. Dravidian immigration ... 32

§ 2. Eastern Panjab and Upper Gangetic Plains ... 33
§ 2.1. The Kuru realm ... 33
§ 2.2. The substrates of Kuru-Pañcāla Vedic ... 35
§ 2.3. The Para-Munda substrate ... 36
§ 2.4. Substrates ofthe Lower Gangetic Plains and “Language X” 
    ... 40
§ 2.5. Tibeto-Burmese ... 43
§ 2.6. Other Himalayan Languages ... 46

§ 3. Central and South India ... 49

§ 4. The Northwest ... 51

§ 5. Indo-Iranian substrates from Central Asia and Iran ... 54

§ 6. Conclusions ... 56

Gli stessi argomenti sono trattati e approfonditi in un'altra opera dello stesso autore: Early Sources for South Asian Substrate Languages, ossia Antiche fonti per le lingue di sostrato dell'Asia meridionale, pubblicato sempre nel lontano 1999, attualmente consultabile su Academia.edu e scaricabile a questo url:


Anche questo studio è eccellente: The Languages of Harappa, sempre dello stesso autore, pubblicato nel 2000:


I Veda furono composti oralmente in un periodo compreso all'incirca tra il 1700 a.C. e il 500 a.C., in ogni caso dopo il collasso della civiltà della valle dell'Indo (intorno al 1900 a.C.), in zone di quelle terre che oggi sono chiamate Afghanistan, Pakistan e India Settentrionale (Grande Panjab). I testi del gveda, una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda, sono stati classificati in funzione dell'età di composizione, stabilita sulla base di criteri interni di arrangiamento testuale:  

I - Periodo ṛgvedico antico (1700-1500 a.C.)
II - Periodo ṛgvedico medio (1500-1350 a.C.)
III - Periodo ṛgvedico tardo (1350-1200 a.C.)

Si tratta di materiale dell'Età del Bronzo indiana, anteriore all'introduzione dell'uso del ferro. Il geva è seguito da una varietà di altri testi vedici: Samaveda, Yajurveda, Atharvaveda (più antichi del 1100 a.C.), Brāhmana (1100-800 a.C.), Āraṇyaka (1100-800 a.C.) e Upaniṣad (800-500 a.C.). Ṛgveda, Sāmaveda, Yajurveda e Atharvaveda sono noti come le quattro Saṃhitā. Esistono poi testi ancora più recenti, composti dopo il 500 a.C.: i Sūtra e i Vedāṅga. Non va taciuto che la datazione dei testi più antichi è controversa; in India gli studi sono fortemente condizionati dalla religione e dall'ideologia politica, tanto che lo stesso Witzel ha dovuto lottare strenuamente contro un gran numero di fanatici.

L'idea più semplice che può venire in mente a chi affronta per la prima volta il problema delle parole di sostrato nei testi vedici, è quella di attribuire ogni termine non indoeuropeo trovato al dravidico. Questo perché le lingue dravidiche, tuttora fiorenti e dominanti nell'India meridionale, sono il più noto esempio di lingue preindoeuropee del subcontinente. Si potrebbe quindi pensare che un tempo il proto-dravidico fosse parlato in tutta l'India e fosse proprio la sorgente delle enigmatiche parole del sostrato. In realtà le cose non sono affatto così semplici. Oltre alle lingue dravidiche, esistono in India anche le lingue Munda, di origine austroasiatica. Non solo: dovettero esistere altre lingue del tutto diverse, ormai perdute e di classificazione assai difficile (per non dire impossibile). Riporto a questo punto un sintetico quadro cronologico del sostrati presenti nei testi ṛgvedici: 

1) Ṛgveda arcaico 
Si trova soltanto materiale di sostrato di origine centroasiatica, presente nel proto-indoario e portato in India dall'esterno.
2) Ṛgveda I 
Non si trovano tracce di parole dravidiche; si ha invece abbondante presenza di termini presi a prestito da una lingua ricca di prefissi, che è stata chiamata para-Munda o para-austroasiatica. Si trovano anche prestiti correlati all'agricoltura, da una lingua sconosciuta e diversa, soprannominata lingua X di Masica (dal nome del suo primo indagatore).  
3) Ṛgveda II e III 
Cominciano a comparire prestiti dravidici.
4) post-Ṛgveda 
Continua l'influenza lessicale dello stesso tipo di lingue non indoeuropee nel linguaggio vedico educato dei Brahmini. Si trova materiale onomastico proto-Munda nelle regioni del Nordest indiano.

Esistono poi altri sostrati in India, come il proto-Burushaski nel Nordovest, il tibeto-birmano nella regione himalayana e nel Kosala, oltre agli antenati di alcune lingue antiche ora residuali, parlate in sacche isolate nel subcontinente (Kusunda nel Nepal centrale, Nihali nell'India centrale e resti lessicali di lingue perdute, come quella originaria dei Tharu, dei Nilgiri e dei Vedda). Mi emerge un ricordo d'infanzia. Durante una trasmissione condotta da Mike Bongiorno, a un concorrente specializzato in cultura indiana, fu chiesto qual è la lingua parlata in quel paese, che non somiglia a nessun'altra lingua del mondo. Se la memoria non m'inganna, il concorrente rispose col nome della lingua Nihali (Nahali). In realtà il lessico del Nihali ha subìto imponenti influenze da parte dei vicini Munda e Dravida, eppure resistono importanti strati lessicali privi di parentele ovvie.

Il termine para-Munda è usato per indicare una lingua le cui uniche attestazioni sono le tracce lasciate nel lessico vedico e post-vedico. Deve il suo nome al fatto che le parole mostrano una notevole somiglianza tipologica con quelle delle lingue Munda, soprattutto nell'uso dei prefissi. Siccome moltissime parole iniziano con la stessa sillaba (ka-, ki-, ku-, etc.), si è potuto ipotizzare la natura originariamente morfologica di questo elemento. In alcuni casi abbiamo alternanze tra una parola con un simile elemento iniziale e una variante che ne è priva. Quando passiamo all'analisi delle radici, una volta che abbiamo separato i prefissi, non abbiamo tuttavia altrettanta fortuna: solo in alcuni casi l'etimologia concreta di questa parole è stata trovata. Proprio per questo si parla di sostrato para-Munda (ossia che ha caratteri simili al Munda) e non di sostrato proto-Munda o semplicemente sostrato Munda. Passiamo ora ad elencare un certo numero di parole di questo genere. 

Materiale di sostrato para-Munda in sanscrito (ṛgvedico e post-ṛgvedico):

1) Prefisso ka- 

kakardu "bacchetta di legno"
kapardin "con nodi nei capelli"
kabandhin, kavandha "barile"
kamaṇḍalu "vaso d'acqua" (cfr. maṇḍala "cerchio")
kapaṭu "fungo"
kapāla "teschio"
kapiñjala "pernice"
kapola "guancia"
kaphauḍa, kaphoḍa "clavicola; gomito"
kasarṇīla "tipo di serpente"
kastūpa "ciuffo di capelli" (cfr. stupa "ciuffo di capelli; cima")
kākambīra "un tipo di albero"

Con palatalizzazione:

śakuna "(grande) uccello"
śakuni "uccello augurale"
śakunta
, śakuntaka, śakunti, śakuntikā "uccello"
Śakuntalā, nome di una ninfa

2) Prefisso ki-

kimīdin "un demone"; nome di una classe di demoni
kiyāmbu "una pianta acquatica"
kilāsa "maculato; lebbroso"
kīkaṭa, nome di una tribù
kīkasā "vertebra; costola"
kīja "strumento"
kīnārā "due aratori"
kīnaśa "aratore"
kīlāla "colostro; una bevanda dolce"
kīsta "lodatore; poeta"

Con ulteriore prefisso su-:

sukiṃśuka, nome di un albero (Butea frondosa)

Con palatalizzazione:

śimida, śimidā "demone femminile" (cfr. kimīdin)
śiṃśumāra
"delfino gangetico"
śiśūla "delfino"

3) Prefisso ku-

kumāra "ragazzo, giovane uomo"
kurīra "acconciatura femminile di capelli"
kuruṅga, nome di un capitano dei Turvaśa
kuliśa "ascia"

4) Doppio prefisso *Cǝr- (con o senza palatalizzazione)

i) Prefisso kal- / kar- 

kalmalīkin "splendente"
kalmāṣa "variegato, maculato"
karañja, nome di un demone
karambha "farinata"
karbara "maculato"
kardama "sporcizia; fango"
karkandhu "tipo di albero" (Zizyphus Jujuba)
karkari "liuto"
karkaṭa "granchio"
karkoṭaka "demone serpente, Nāga"
kārotara "setaccio, filtro"
kārṣmarya "tipo di albero" (Gmelia arborea)

Variante gar-

garmut, gārmuta "fagioli selvatici"

ii) Prefisso kil- / kir-  

kilbiṣa "azione malvagia"
kirmira "variegato"


iii) Prefisso khar-

khargalā "gufo"
kharjūra "palma da datteri"
akharva "mutilato"


iv) Prefisso kṛ-

kṛpīṭa "cespuglio"
kṛśana "perla" 


v) Prefisso palatalizzato jar- 

jartila "sesamo selvatico" (cfr. tila "sesamo", tilvila "fertile",
     tilpiñja "sesamo infertile")


vi) Prefisso palatalizzato śal- / śar-  

śarkara "ciottolo, sassolino; sabbia"
śarkoṭa "demone serpente, Nāga" (cfr. karkoṭaka)
śarvarī "notte"
śalmali, nome di un albero (Salmalia malabarica)

v) Prefisso assibilato sar- / sṛ-

sardigṛdi "parte dell'organo sessuale femminile"
sṛbinda, nome di un demone
sṛdara "serpente"
sṛdāku "lucertola"

5) Doppio prefisso Cən- / Cəm- (con o senza palatalizzazione) 

kambala "coperta di lana; abiti"
kambūka "pula"
Kamboja, nome di un popolo dell'Afghanistan
kandhara "collo"
kaṅkūṣa "parte della testa"
kāmpila "tipo di abito, gonna"

Forme palatalizzate:

jāmbila "saliva"
śambūka "pula" (cfr. kambūka)

6) Altri prefissi (ba-, bal-, mar-, pa-, pal-, pra-, vi-, etc.)

balāsa "una malattia" (cfr. kilāsa "lebbroso")
balbaja, nome di un'erba (Eleusine indica) 
balkasa "sedimento, residuo"
barbara "dai capelli crespi"
barhiṇa "pavone"

markaṭa "scimmia"
markaṭaka "un tipo di grano"

palala "sesamo macinato"
palālī "paglia"
palāva "pula"
palāṇḍu
"cipolla"
palpūlana "liscivia, risciacquatura"
pālāgala "messaggero, corridore"

Pramaganda, nome di un capitano dei Kīkaṭa
Praskaṇva, nome di un re; nome di un saggio

Quando si riesce a individuare l'etimologia di una radice risaltente a questo sostrato, le deduzioni sono molto feconde. Facciamo un esempio. Il proto-Munda *ga(n)d- "fiume" permette di spiegare idronimi e altri nomi risalenti al sostrato para-Munda. Così abbiamo il fiume Gandhāra, che è anche il nome del famoso paese che attraversa, oltre al popolo Gandhāri. Con il suffisso pluralizzatore -ki (ben noto al Munda) abbiamo l'idronimo Gaṇḍakī, alla lettera "Fiumi". Con altro suffisso in velare abbiamo Gaṅgā, il famosissimo nome del Gange, che potrebbe ben significare "Grande Fiume". Un'antica popolazione stanziata sull'alto corso del Gange ha il nome Gandhina. L'antroponimo Pramaganda, nonostante il suo aspetto fonetico indoeuropeo, risulta impenetrabile finché si utilizzano gli strumenti dei Neogrammatici. Se confrontiamo la parola con le lingue Munda, apprendiamo subito che il prefisso pra- significa "figlio", che ma- è un prefisso possessivo, mentre -ganda risale alla radice sopra vista che significa "fiume". Così Pramaganda significa "Figlio del Fiume". Una formazione molto simile si trova in Magadha, nome di un antico regno gangetico, che significa "Appartenente al Fiume". Nelle parole indoeuropee ereditate non si hanno simili alternanze tra -d- e -dh-, solo per fare un esempio, ma nelle parole prese a prestito questo è frequente. Come spesso accade quando masse di parole di sostrato penetrano nella lingua dei nuovi dominatori, si hanno notevoli incertezze nel consonantismo. Tutti gli indizi stanno a dimostrare che il para-Munda è stata una lingua viva e vitale per tutto il periodo vedico. Non era un idioma morto e sclerotizzato, bensì una fonte attiva di prestiti ancora in epoca abbastanza tarda, post-vedica.

A partire dai più antichi materiali del Ṛgveda si riscontrano parole che non possono essere classificate come para-Munda, avendo esse una fonotattica incompatibile e mancando dei caratteristici prefissi. Non sono nemmeno parole dravidiche: devono essere i resti di una lingua parlata nelle pianure gangetiche e appartenuta a una civiltà molto avanzata. Colin P. Masica, che ha studiato l'argomento, ha pubblicato nel 1979 l'articolo Aryan and non-Aryan elements in North Indian Agriculture, purtroppo irreperibile nel Web. Witzel parla troppo poco di questa lingua perduta e ne riporta poche parole, facendo notare che vi abbondano le consonanti geminate (forse dovute ad antiche assimilazioni, ma senza dubbio anomale). Questi sono senza dubbio prestiti notevoli:

bhallūka "orso" (cfr. Nihali bologo "orso")
guggulu
"bdellio, gommoresina vegetale" (variante: gulgulu)
kakkaṭa "un tipo di uccello" (variante: katkaṭa)*
kapittha "un tipo di albero" (Feronia elephantum)
karella, karavella "un tipo di zucca" (Momordica charantia)
khalla "cuoio"
pippala "fico" (varianti: piṣpala, supiṣpala)** 
roṭika
"pane"

*Si noterà che in Pali kakkaṭa indica invece un grosso cervo, probabilmente l'origine della denominazione sta nel comune colore di questi animali.
**Questa parola è di notevole importanza e ben integrata nella lingua sanscrita, tanto da formare il derivato pippalāda "dedito ai piaceri sensuali" (alla lettera "mangiatore di fichi"), un composto formato con la ben nota radice indoeuropea *ed- "mangiare". Una dimostrazione che nell'India degli asceti è sempre esistito anche chi opponeva resistenza alle dottrine correnti.

Nella lingua Hindi è tuttora in uso una peculiare terminologia agricola, caratterizzata da un 30% di parole non indoeuropee, non dravidiche e non Munda. In alcuni casi è possibile ricostruire una protoforma che si trova nel lessico vedico, mentre in altri non si ha alcuna corrispondenza con alcunché di noto. Si tratta di materiale residuale proveniente proprio dalla lingua X delle pianure gangetiche. Così abbiamo in Hindi kaith "Feronia elephantum" come diretta derivazione di kapittha. Riconosciamo subito l'Hindi piplī, pīplā "albero di fico" come un diretto discendente del sanscrito pippala "fico" (vedi sopra). Ecco alcune protoforme ricostruite a partire dal materiale lessicale moderno:

*alla "un tipo di pianta" (Morinda citrifolia)
*balilla "bue"
*bājjara
"miglio" (cereale)
*carassa "cuoio non conciato"
*chācchi "fior di latte"
*maṭṭara "pisello"
*suppāra "noce di areca"
*sūjji / *sōjji "farina bianca grezza"
*uḍidda "un legume"

Praticamente ogni protoforma contiene una consonante geminata, cosa senza dubbio notevole, anche se il significato più profondo ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre. Non si conserva alcun dettaglio grammaticale, nessun termine del lessico di base che possa aiutarci a capire che lingua potesse essere. Sono necessari studi molto più accurati.

Si noterà che in Nihali le geminate abbondano in termini senza etimologia nota:

aḍḍo "albero"
beṭṭo
"morire"
bijjok "aspettare in attesa della preda"
biṭṭhāwi "unione; orizzonte" (cfr. biḍum, biḍi "uno")
bokko "mano"
buddi "tramontare"
coggom "maiale"
cuṭṭi "battere, martellare"
joppo "acqua"
kaggo "bocca"
kāllen "uovo"
maikko "ape"
oṭṭi "estrarre; bruciare"
poyye "uccello"
unni "prendere"

Witzel parla delle poche parole dravidiche trovate nei testi rgvedici medi e tardi, elencandole e discutendole senza indagare troppo i dettagli. Questo è l'elenco dei lemmi trattati (in cui tra l'altro non mancano problemi e controversie):

bala "forza"
bila "buco; caverna"
daṇḍa "bastoncino"
kaṭu(ka) "acre, pungente"
kāṇa "guercio, monocolo"
kulpha "caviglia"
kuṇāru "impedito nel braccio" 
kuṇḍa "vaso"
kūṭa "martello"
mayūra "pavone
naḷa "canna"
piṇḍa "palla, gnocco"
phala "frutto"
phāla "vomere"
ulūkhala "mortaio"
vriś "dito (della mano)"

Esiste la possibilità che alcune di queste parole siano a loro volta prestiti dal proto-Munda, come è stato appurato per mayūra "pavone". Queste sono le forme corrispondenti nelle principali lingue dravidiche: 

Tamil: mayil
Irula: muyiru
Tulu: mairu
Konda: mrīlu, miril 
etc.

La sorgente ultima è il Munda mara' "pavone".

Il Burushaski è una lingua isolata parlata da circa 50.000 / 60.000 persone nelle impervie montagne del Pakistan settentrionale, nelle valli dell'Hunza, di Nagir, Yasin e Gilgit. Si tratta di quel bizzarro popolo oggetto di una stravagante fake news. Avete presente quella favola dei mitici Hunza tutti ultracentenari a causa della loro dieta a base di albicocche essiccate? Ebbene, sono proprio loro. L'etnonimo corretto è Burusho (antico *Mrūžo, attestato già in vedico come Mūjavant). La lingua Burushaski è ha caratteristiche uniche e stupisce la sua mancanza di parentele chiare. L'ipotesi più probabile è quella di una connessione con la lingua Ket dello Yenissei, oltre che con le lingue del Nord Caucaso e con il basco (vedi Bengston, Starostin et al.), sebbene non si sia ancora giunti a una ricostruzione universalmente accettata. Si trovano interessanti corrispondenze con elementi del sostrato più antico presenti in sanscrito, quello formatosi in Asia Centrale prima della migrazione in India e per questo comune con le lingue iraniche. 

Burushaski baluqa "pietra" (in giochi infantili); báltaṣ "pietra
   lanciata a qualcuno" : Sanscrito paraśu "ascia di pietra"
   (cfr. greco pélekus "scure")
Burushaski baṅ "resina di alberi" : Sanscrito bhaṅga "canapa"
Burushaski bras "riso" : Sanscrito vrīhi "riso"
Burushaski bus "covone" :
Sanscrito busa, bṛsī "pula"
Burushaski gur "frumento" :
Sanscrito godhūma "tipo di grano"
    (Triticum aestivum)
Burushaski γupas "cotone": Sanscrito karpāsa "cotone"
Burushaski ku(h)á "luna nuova": Sanscrito kuhū "deità della luna
    nuova"
Burushaski mēṣ "otre di pelle" :
Sanscrito meṣa "ariete"

Esistono anche alcune corrispondenze sorprendenti con il materiale lessicale para-Munda, con ogni probabilità dovute a prestiti remoti. 

Burushaski γarqas "lucertola" : Sanscrito karkoṭaka "demone
    serpente"
Burushaski γoro "pietre" : Sanscrito śarkara "ciottolo, sassolino;
    sabbia" (śar- è un prefisso para-Munda)
Burushaski kilāy "bevanda dolce" : Sanscrito kīlāla "colostro;
    bevanda dolce"

In un caso abbiamo addirittura una corrispondenza con un vocabolo sanscrito attribuito al dravidico:

Burushaski śon "cieco" : Sanscrito kāṇa "guercio, monocolo"

L'etimologia dravidica della parola sanscrita per "monocolo" non è delle più convincenti, a causa di difficoltà semantiche (è confrontata con il Tamil kaṇ "occhio", kāṇ "vedere"), cosicché potremmo in realtà essere di fronte a un altro termine para-Munda, passato in Burushaski come prestito in epoca assai remota.

Quanto esposto è soltanto un riassunto sintetico della questione dei sostrati nel sanscrito vedico e post-vedico. Ci sono molti argomenti che non possiamo trattare in questa sede per mancanza di spazio e la cui trattazione siamo costretti a rimandare. Una cosa è certa: orientarsi in un simile ginepraio è tutto fuorché facile.