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lunedì 2 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI NOKIA

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in un telefonino della Nokia, subito pensai che il nome dell'azienda fosse giapponese. A spingermi erano l'ingenuità e la mancanza di informazioni. In realtà l'origine non è affatto nipponica, è pienamente europea. Infatti la Nokia Corporation (Nokia Oyj), multinazionale produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni, trae il suo nome dalla città finlandese di Nokia, che sorge sulle sponde del fiume Nokianvirta, nella regione di Pirkanmaa. Questo corso d'acqua nasce dal lago Pyhäjärvi, che si trova vicino a Tampere. Si immette nel lago Kulovesi, che è parte di un complesso sistema di laghi da cui ha origine il fiume Kokemäki, che scorre verso il Golfo di Botnia. Chiaramente l'idronimo Nokianvirta deriva dal genitivo di Nokia, che è Nokian, e da virta, che significa "fiume", "ruscello", "flusso", "corrente". Quindi è il "Fiume di Nokia"


Note etimologiche

L'origine della toponimo Nokia in Finnico è oscurissima. Esistono diverse ipotesi, che appaiono tirate per i capelli. Riporto i dati disponibili: 

1) Nokia deriverebbe da una forma flessa della parola noki "fuliggine", che è rara e desueta. Infatti il partitivo singolare è nokea, mentre il partitivo plurale è nokia
La radice ha paralleli in Estone (nõgi "fuliggine", "sudiciume"), e in Veps (nogi "fuliggine"). L'origine ultima è sconosciuta; potrebbe essere un elemento di un sostrato pre-uralico. 
2) Nokia deriverebbe dal plurale della parola arcaica nois "zibellino" (Martes zibellina), "martora" (Martes martes), che è proprio nokia. Anche se ha l'aspetto di un partitivo, in realtà è un nominativo. Nella lingua moderna, i nominativi plurali escono in -t, ma in tempi passati non era così. È attestata anche una forma dialettale nokko "zibellino" (vedi Starostin). 
Lo zoonimo nois non è più usato nella lingua attuale, ma ha paralleli in numerose lingue uraliche: Estone nugis "martora",  Udmurto niź "zibellino" (variante: naź), Komi ńiź "zibellino", Khanty ńŏγəs ńŏχəs "zibellino", Mansi ńoks "zibellino" (varianti: ńoχsńoχəs), Ungherese nyuszt "martora", Nenets noha "martora siberiana" (è attestato anche noχo "volpe polare"). In Yukaghir si trova noχšo "zibellino". Alla luce di questi dati, la protoforma uralica ricostruibile è *ńukśe "zibellino, martora": non si tratta di un elemento di sostrato. 
Questi mustelidi erano particolarmente comuni nella zona e le loro pelli avevano una notevole importanza economica. Si noterà che lo stemma della città finlandese mostrava proprio una martora nera in campo giallo nell'atto di risalire un fiume. 

La mia idea è questa: il toponimo Nokia potrebbe derivare da una lingua anteriore all'espansione di una lingua uralica nella regione. L'esperienza mi mostra che una derivazione di questo tipo è più probabile di ogni ipotesi basata su manipolazioni paretimologiche. L'appartenenza a un sostrato poco noto rende tutto più difficile: temo proprio che al momento non abbia etimologia possibile. In ogni caso, penso che sia più probabile la derivazione da "fuliggine" che dal nome dei mustelidi. L'associazione agli zibellini o alle martore è adatto a nobilitare qualcosa di umile. 


Cenni storici

Proprio nella città di Nokia, l'ingegnere minerario e imprenditore Knut Fredrik Idestam (Tyrväntö, 28 ottobre 1838 – Helsinki, 8 aprile 1916) aprì la sua seconda cartiera nel 1868. Era in buona sostanza una fabbrica di cellulosa, proprio come la prima, aperta nel 1865 a Tampere. Qualche anno dopo, nel 1871, insieme all'amico Leo Michelin, fondò la società condivisa Nokia Ab
Agli inizi del Novecento l'azienda si è diversificata interessandosi alla produzione di energia elettrica. Ciò ha attirato l'interesse della Finnish Rubber Works, produttrice di pneumatici e stivali di gomma, che ha acquisito Nokia nel 1918 per assicurarsi l'accesso alla sua energia idroelettrica. 
Nel corso dei decenni successivi, è proseguita la diversificazione delle sue attività, con l'espansione nel settore dei cavi e dell'elettronica. Nel 1922 il gruppo ha acquisito la  Finnish Cable Works, gettando così le basi per le prime apparecchiature di telecomunicazione negli anni '70. 
Sul finire degli anni '60 la Nokia produceva di tutto, dalla carta igienica agli equipaggiamenti militari. 
Nel 1979 ha fondato Mobira, che ha presto sviluppato alcuni dei primi telefoni veicolari al mondo, come il Mobira Senator datato 1982. Nel 1987 ha lanciato il Mobira Cityman 900, il suo primo telefono cellulare portatile, divenuto celebre con il soprannome di "Gorba" dopo che il presidente sovietico Mikhail Gorbačov era stato fotografato mentre lo utilizzava.
L'era d'oro dei cellulari è iniziato negli anni '90: nel 1992, l'azienda ha lanciato il Nokia 1011, il primo telefono GSM di massa. Negli anni successivi, Nokia ha rivoluzionato il mercato con dispositivi di grande impatto, introducendo design innovativi, cover intercambiabili e giochi leggendari come Snake. Nel 1998 è diventata il primo produttore mondiale di telefoni cellulari. A questo punto Nokia dominava il mercato globale, lanciando telefoni iconici come il Nokia 3210 e l'indistruttibile Nokia 3310. Il Nokia 1100, uscito nel 2003, è diventato il cellulare più venduto della storia, con oltre 250 milioni di unità piazzate in tutto il mondo.
Con l'arrivo dell'iPhone nel 2007 è iniziata una fase di declino: Nokia ha perso la sua leadership a causa di ritardi nell'adattarsi al software degli smartphone moderni. Nel 2013 la divisione mobile è stata venduta a Microsoft; la cessione è stata finalizzata nel 2014. Oggi il marchio è concesso in licenza a terzi (come HMD Global), mentre l'azienda originaria si concentra interamente sulle infrastrutture di Rete, il 5G/6G e i brevetti tecnologici. 

sabato 31 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI SAMSUNG

Molti anni fa, quando avevo poca conoscenza della vita, il nome Samsung mi ha tratto in un inganno cognitivo, portandomi a credere che fosse di origine tedesca come molti nomi in -ung (ad esempio Achtung "attenzione", Weltanschauung "visione del mondo", etc.), anche se restava una radice Sams- il cui significato concreto permaneva ignoto. Visivamente e foneticamente, quella combinazione finale di lettere agiva su di me come un segnale stradale enorme che puntava dritto verso la Germania. Questo tentativo di analisi è un caso di riconoscimento di pattern, che mi ha fatto cadere in una vera e propria trappola morfologica e ortografica. È un errore insidioso ma quasi inevitabile per chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche... e scarsa dimestichezza con l'Oriente!  
Poi sono riuscito ad accedere all'arcano: ho appreso che Samsung è un nome coreano che significa "Tre Stelle" (sam significa "tre" e sung significa "stella"). Tutto mi è parso chiaro e mi sono sentito molto sollevato: non c'era più alcun bisogno di cercare di interpretare una fantomatica base Sams- etimologicamente vuota. Si è acceso in me una specie di "campanello di allarme" che mi ha messo in guardia contro i pericoli della sindrome di Dunning-Kruger! 

Il problema risiede nel modo in che la lingua coreana è stata graficamente romanizzata. Il nome originale è formato da due caratteri Hanja (di origine cinese):

  • sam (三), che significa "tre".
  • sung, seong (星), che significa "stella".

La combinazione di suoni s + V + ng (una sibilante, una vocale posteriore V e una nasale velare) è comunissima in coreano, ma quando viene trasposta nell'alfabeto latino coincide in modo millimetrico con la grafia del suffisso tedesco - anche se non con la sua fonetica. Se l'azienda avesse usato la traslitterazione ufficiale odierna, ossia Samseong, l'illusione germanica sarebbe svanita all'istante. Si consideri poi che la pronuncia è [sʰamsʰʌŋ]: non rima con Achtung!


La simbologia dei fondatori

Nel significato reale del nome Samsung c'è anche un aspetto molto interessante. Quando l'imprenditore e collezionista d'arte sudcoreano Lee Byung-chul (Uiryeong, 1910 - Seul, 1987) fondò l'azienda nel 1938, non scelse le Tre Stelle a caso. Nella cultura coreana, il numero tre non è soltanto una quantità, ma un simbolo di grandezza, abbondanza e potenza terrena. Le stelle, invece, rappresentavano l'augurio che l'azienda potesse brillare in eterno nel firmamento economico. Ironia della sorte, l'estetica originaria del marchio era radicalmente diversa da quella high-tech di oggi: il primo logo di Samsung mostrava letteralmente tre stelle stilizzate dentro un cerchio, con tanto di spighe di grano, ad indicare l'attività originaria di esportazione di cibo e farina. 

Cenni storici

La storia di Samsung è una delle parabole industriali più radicali del Novecento: la transizione da una minuscola bottega che vendeva pesce secco, pasta e altri generi alimentari a un impero tecnologico globale che da solo sposta circa il 20% del PIL della Corea del Sud. Ecco una breve sintesi: 

- La bottega di alimentari (1938):
Lee Byung-chul apre a Daegu la Samsung Sanghoe, una piccola ditta di import-export con circa 40 dipendenti. L'attività principale consiste nel vendere pesce essiccato, verdure locali e noodles di produzione propria, esportandoli principalmente in Cina.
- La ricostruzione e il tessile (1951): 
Dopo che la guerra di Corea distrugge i magazzini dell'azienda, il fondatore ricomincia da zero a Seul. Espande le attività nella raffinazione dello zucchero e fonda il più grande cotonificio del Paese, legando la crescita aziendale ai piani governativi di ricostruzione nazionale.
- La svolta elettronica (1969): 
Nasce ufficialmente Samsung Electronics. La prima produzione industriale è focalizzata su televisori in bianco e nero (sviluppati in collaborazione con la giapponese Sanyo). Nel giro di pochi anni, la produzione si estende a lavatrici, frigoriferi e condizionatori per il mercato interno ed estero.
- L'azzardo dei semiconduttori (1974): 
L'azienda acquisisce Hankook Semiconductor. All'epoca la mossa viene considerata un azzardo finanziario pericoloso, ma si rivela l'intuizione decisiva: getta le basi tecnologiche per trasformare Samsung nel più grande produttore mondiale di chip di memoria (DRAM), il vero motore ad alta redditività di tutto il gruppo.
- La rivoluzione della qualità (1993): 
Il nuovo presidente Lee Kun-hee (figlio del fondatore) lancia a Francoforte la celebre Dichiarazione della Nuova Gestione: "Cambiate tutto, tranne vostra moglie e i vostri figli". Per sradicare la mentalità dei prodotti economici e difettosi, ordina di bruciare pubblicamente davanti a centinaia di dipendenti circa 150.000 telefoni e fax non conformi agli standard. Da quel momento la qualità diventa un'ossessione.
- L'era Galaxy e il primato globale (2010): 
Con il lancio del primo smartphone della linea Galaxy S, l'azienda si impone come il principale rivale globale di Apple nel mercato mobile, capitalizzando la transizione verso gli schermi OLED e consolidando il proprio status di conglomerato multisettoriale (che oggi spazia dalle assicurazioni ai cantieri navali). 

Questo modello di sviluppo iper-diversificato e a conduzione familiare, sostenuto strettamente dallo Stato, è una caratteristica tipica del capitalismo coreano e prende il nome di chaebol (재벌). Samsung ne è storicamente l'esempio più mastodontico e influente. Non è difficile immaginare il retroscena: innumerevoli vite distrutte dal superlavoro. 

Alcune note etimologiche

La lingua coreana ha due serie di numerali: una di origine nativa e una di origine cinese. 
Il numerale set () "tre" è nativo e senza parentele note in altre lingue del mondo - mentre sam () è di origine cinese. Una parola omofona è sam (), che significa "canapa" (Cannabis sativa). 
La parola seong (星) "stella" è un prestito dal medio cinese seng (星) "stella", "pianeta" (in cinese moderno è xīng). La parola nativa è byeol () "stella", di etimologia sconosciuta. 

giovedì 29 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI NINTENDO

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome Nintendo, ho pensato che stesse per "Non intendo" (spagnolo "No entiendo") e che significasse "non capisco". Ero davvero uno sprovveduto. Poi, con un certo stupore, ho appreso che è un nome giapponese. Come ho potuto essere così ingenuo? In realtà era scattato in me un meccanismo cognitivo e linguistico che non è poi così raro. Il mio cervello ha semplicemente fatto ciò per cui è stato programmato fin dall'inizio: si è messo a cercare un ordine riconoscibile nell'Ignoto. Mi sono trovato di fronte a una parola straniera opaca e priva di contesto, così la mia mente ha tentato immediatamente di ricondurla a strutture familiari. Il processo ha portato a una stravagante etimologia popolare (paretimologia). 

Curiosamente, anche la vera etimologia giapponese di Nintendo (任天堂) è oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi.  In altre parole, è una crux. Dovrebbe trattarsi di un composto formato a partire da questi tre elementi:

  • nin (任) significa "affidare" o "lasciare a".
  • ten (天) significa "cielo" o "paradiso".
  • dō (堂) significa "tempio" o "santuario" (usato spesso come suffisso per i nomi di negozi).

La traduzione più accettata e comune è "Lascia la sorte al cielo", il cui significato augurale è lampante. Non mancano  tuttavia interpretazioni più complesse e legate alle peculiarità della storia aziendale. In un certo senso, la parola è opaca e stratificata persino nel suo luogo di origine. 


Cenni storici 

L'imprenditore giapponese Fusajiro Yamauchi (山内 房治郎  Yamauchi Fusajirō, Kyoto, 22 novembre 1859 – Kyoto, 1 gennaio 1940) fondò nel 1889 la compagnia Nintendo Koppai (任天堂骨牌), che produceva carte da gioco chiamate Hanafuda (花札, alla lettera "mazzo di fiori") o Daitoryo (大統領, alla lettera "Capo di Stato"). Queste carte erano realizzate in mazzi da 48 unità, con estrema cura, utilizzando corteccia del gelso da carta (Broussonetia papyrifera, giapponese コウゾ kōzo) e dell'arbusto della carta (Edgeworthia chrysantha, giapponese 三椏 mitsumata). 
Le carte Hanafuda hanno avuto fin da subito un immenso successo, specialmente nelle bische clandestine. Nintendo è diventato così il primo produttore di carte in Giappone e nel 1951 ha cambiato nome in Nintendo Playing Card Co. Ltd (任天堂カルタ株式会社  Nintendō Karuta Kabushiki-gaisha). 
Sotto la guida del giovane Hiroshi Yamauchi (1927 - 2013), nel 1959 l'azienda ha sottoscritto un accordo con la Disney, stampando carte con personaggi come Topolino, Minnie, Pippo e Pluto, vendendo milioni di copie e uscendo dalla nicchia del gioco d'azzardo. 
Nel corso degli anni '60, c'è stato il tentativo di diversificare l'attività investendo in taxi, hotel dell'amore e porzioni di riso istantaneo. Queste iniziative si sono tutte rivelate fallimenti finanziari, ma l'ingegnere Gunpei Yokoi ha rivoluzionato l'azienda inventando giocattoli di successo come l'Ultra Hand. Nintendo ha compreso di avere davanti a sé un futuro nell'intrattenimento. 
Verso la fine degli anni '70 l'azienda ha stretto accordi con la Magnavox e ha lanciato le sue prime macchine da gioco elettroniche (Color TV-Game). Nel 1980, Yokoi ha inventato i giochi portatili LCD (Game & Watch). Poco dopo, il giovane Shigeru Miyamoto ha creato l'arcade Donkey Kong, introducendo il personaggio di Mario
Dopo il crash del 1983, Nintendo ha lanciato la sua prima console a cartucce, infrangendo il monopolio americano e salvando l'industria mondiale dei videogiochi. A partire dal 1989, l'infernale Game Boy ha dominato il mercato portatile, mentre il Super Nintendo (SNES) ha consolidato la leadership nelle case. Il passo successivo è stato passare alla grafica 3D con capolavori come Super Mario 64, ma la leadership di mercato è stata persa a favore della debuttante Sony PlayStation, a causa della scelta ostinata di usare le cartucce e i supporti ottici proprietari. A partire dal 1996, il brand dei Pokémon (ossia Pocket Monsters), i mostriciattoli tascabili su Game Boy, ha generato un successo planetario che ha contribuito a tenere a galla le finanze dell'azienda.  
Nel 2006 è iniziata l'era del presidente Satoru Iwata, che ha cambiato strategia, cercando l'innovazione e l'accessibilità per il grande pubblico a scapito della potenza grafica. Il DS (doppio schermo) e la Wii (sensori di movimento) sono diventati fenomeni di massa, vendendo oltre 100 milioni di unità ciascuno. Invece nel 2012 la console successiva ha confuso il pubblico, vendendo pochissimo e portando l'azienda in una grave crisi finanziaria, parzialmente compensata dal successo del 3D. Sotto la guida di Tatsumi Kimishima prima e di Shuntaro Furukawa poi, a partire dal 2017 Nintendo ha lanciato una console rivoluzionaria in grado di fondere l'esperienza fissa e quella portatile. Questo ha fatto sì che diventasse una delle console più vendute della storia. Andando oltre i videogiochi, Nintendo si è trasformata in una compagnia di intrattenimento globale: ha aperto i parchi a tema Super Nintendo World e sbancato i botteghini cinematografici con Super Mario Bros. Il film (2023). 
L'attuale nome completo della azienda, che risale al 1963, è Nintendo Co. Ltd. (任天堂株式会社  Nintendō kabushiki-gaisha). 

Etimologie alternative

1) Il tempio delle carte Hanafuda gratuite: 
Nel libro The History of Nintendo (2012), di Florent Gorges con la collaborazione di Isao Yamazaki, è enunciata l'ipotesi che il kanji nin () stia per la parola ninshu (任手), che indicava i giocatori d'azzardo o i mazzieri di carte HanafudaIn questo modo, il nome dovrebbe significare qualcosa come "il tempio dove si possono produrre o giocare liberamente le carte Hanafuda"All'epoca il gioco d'azzardo era illegale; creare un brand con questo sottotesto era un messaggio in codice per i clienti dei casinò clandestini.
2) Il legame con la Yakuza (Ninkyodo): 
Alcuni storici ed esperti di criminalità giapponese (come il giornalista ashkenazita Jake Adelstein) hanno evidenziato un profondo legame linguistico con la malavita. Il carattere nin () è lo stesso utilizzato nella parola Ninkyō (任侠), che indica il codice d'onore o cavalleria a cui si ispirava la Yakuza. È interessante notare che il nome dell'organizzazione criminale è Ninkyō Dantai (任侠団体), che si può tradurre in modo approssimativo con "Onorata Società". Poiché la Yakuza gestiva le bische clandestine ed era il principale acquirente delle carte Nintendo, l'etimologia potrebbe essere in qualche modo un omaggio alla cosiddetta "via cavalleresca" (Ninkyōdō任侠道) dei suoi clienti storici. 

Perfino Hiroshi Yamauchi, lo storico presidente che ha guidato la transizione ai videogiochi, ammise in un'intervista di non conoscere la verità assoluta dietro la scelta del bisnonno, definendo la versione corrente "lasciare la fortuna al cielo" semplicemente come la spiegazione più plausibile e comoda da raccontare. 

domenica 25 agosto 2024

ETIMOLOGIA GANGSTEROLOGICA DEL SOPRANNOME BUGSY 'PAZZO'

Il soprannome Bugsy è qualcosa in cui molti si imbattono senza porsi interrogativi etimologici. Eppure è molto interessante. Deriva dall'omonimo aggettivo colloquiale bugsy (varianti: bugzy, bugsie), che alla lettera significa "cimicioso", "scarafaggioso". In ultima analisi questa denominazione è stata tratta da bug "insetto", "cimice dei letti", "scarafaggio", "bacherozzo", tramite una bizzarra formazione grammaticale: il suffisso aggettivale -y è aggiunto alla forma plurale bugs anziché al singolare. Siamo lontani anni luce dal linguaggio standard. La forma regolare, che pure è attestata, sarebbe buggy
Questa è la trafila ipotizzabile: 

bug, plurale bugs + -y > bugsy

Nello slang criminale e di strada americano dei primi del XX secolo, l'espressione to go bugs (variante: to be bugs) significava "impazzire" o "essere fuori di testa". L'idea alla base è simile all'italiano "avere i grilli per la testa", suggerendo l'immagine di qualcuno che ha il cervello infestato da insetti e che quindi non è in grado di ragionare lucidamente. Mentre la locuzione italiana allude a un carattere bizzarro ma sostanzialmente innocuo, il modo di dire anglosassone era riferito a condizioni mentali violente, quasi esplosive. Dal verbo è stato tratto l'aggettivo. Di conseguenza, il soprannome gangsterologico Bugsy indicava una persona dal carattere folle, irascibile, violento o totalmente imprevedibile. 
La semantica dello slang è in continua evoluzione e ha generato alcune esiti notevoli.
Nel Regno Unito si usa bugsie come verbo (glossa: to get dibs on something), col significato di "bramare".
Fraseologia: 
"I bugsie the last piece of pizza", ossia "Bramo l'ultimo pezzo di pizza".
Per bizzarria, in alcune parti dell'Asia, Bugsie ha assunto caratteristiche positive, finendo con l'indicare una persona con eccellenti qualità, ma con qualche difetto! 
Fraseologia:  
"She is very classy, cute and clever, but tend to be clumsy at times. She is such a Bugsie!" , ossia "È molto elegante, carina e intelligente, ma a volte tende a essere goffa. È proprio una tipa strana!" 
(Fonte: Urban Dictionary


Tra coloro che portarono l'epiteto in questione, il caso più noto è senza dubbio quello del famoso mafioso ebreo americano Benjamin "Bugsy" Siegel, nato Benjamin Hymen Siegelbaum (New York, 1906 - Beverly Hills, 1947). I suoi complici gli diedero questo soprannome proprio per i suoi scatti d'ira fulminei e la sua spietatezza incontrollabile. Era incontrollabile e pericoloso come Caligola, poteva far uccidere qualcuno per un improvviso scatto d'ira. Dal canto suo, Siegel odiava profondamente farsi chiamare "Bugsy", considerandolo un insulto e una mancanza di rispetto, e pretendeva di essere chiamato "Ben". Tuttavia, come voltava le spalle, tutti parlavano di lui dandogli il detestato nomignolo. 
È passato alla storia soprattutto per il suo ruolo pionieristico nello sviluppo della Las Vegas Strip e nella trasformazione della città in capitale mondiale del gioco d'azzardo. A metà degli anni '40 dello scorso secolo, intuì il potenziale legale del gioco d'azzardo nel deserto del Nevada. Rilevò il progetto dell'hotel e casinò Flamingo a Las Vegas, finanziato con i fondi delle famiglie mafiose dell'Est.
Molti episodi della sua vita sono diventati leggendari. Si dice che abbia visitato la Germania del Reich, ma in realtà fu soltanto in Italia. Si dice che abbia incontrato figure politiche di primo piano come Benito Mussolini, Hermann Göring e Joseph Goebbels. Difficilmente un gangster di strada avrebbe potuto avere accesso a quel livello di potere. A quanto pare, la chiave di tutto fu la sua compagna di viaggio, la contessa Dorothy di Frasso, che fece da vero e proprio "passepartout" per l'alta società europea. Siegel e la nobildonna stavano promuovendo un nuovo tipo di esplosivo commerciale chiamato "Atomite" e con ogni probabilità fantomatico. Fu questo pretesto industriale a suscitare l'interesse dei leader militari dell'Asse, attirati dalla prospettiva di nuove tecnologie belliche. L'incontro sarebbe avvenuto a Villa Madama. Siegel avrebbe avuto una reazione di assoluta ripugnanza verso l'ideologia della NSDAP, tanto da concepire l'idea di assassinare Göring, venendo dissuaso in extremis dalla contessa Di Frasso. Sarebbe interessante appurare quanto di questo materiale è reale e quanto è pura e semplice leggenda. Un problema rilevante non era tanto la sua affiliazione malavitosa, ma il fatto che era ebreo. Difficile nasconderlo in un contesto così occhiuto. I sistemi di controllo e le maglie burocratiche della Germania nazista, all'interno dei confini del Reich, erano troppo rigidi per permettere a un cittadino di origine ebraica come Siegel di circolare liberamente e avvicinare i massimi vertici dello Stato. Quindi il gangster sfruttò unicamente la "zona d'ombra" geopolitica e l'immunità diplomatica offerta dai salotti dell'aristocrazia fascista a Roma.
Com'era destino, Bugsy Siegel fece una fine violenta, per una questione di debiti. Il suo assassino non è mai stato identificato ufficialmente e l'omicidio rimane tuttora un caso irrisolto. Tuttavia, l'agguato mortale avvenuto il 20 giugno 1947 a Beverly Hills è ampiamente attribuito al Sindacato Nazionale del Crimine, in particolare a Meyer Lansky e Lucky Luciano, che avrebbero ordinato la sua eliminazione a causa degli enormi e sospetti debiti accumulati per la costruzione del Flamingo a Las Vegas. Anni fa vidi un documentario in cui si descriveva un dettaglio macabro, poi rivelatosi apocrifo. Secondo il narratore, dopo la morte del gangster, gli furono strappati gli occhi: questo perché, essendo un Padrino, una superstizione gli attribuiva il potere di vendicarsi dall'Oltretomba, scrutando i vivi e dirigendo il suo odio nei loro confronti. Estirpati gli occhi dal cadavere, gli esecutori si sarebbero sentiti al sicuro. In realtà le cose andarono in modo diverso: un proiettile penetrò nel cranio di Siegel da un lato, facendolo esplodere, e un occhio fu espulso dall'impatto. Questo fu il risultato di una bizzarra e non voluta traiettoria balistica. Non bisogna prendere per oro colato tutto ciò che si sente nei documentari (che sono spesso mocumentari)!

Un riferimento cinematografico

Nel film C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984), diretto e co-sceneggiato da Sergio Leone, c'è un gangster odiosissimo e ultra-violento chiamato proprio Bugsy. Non lo si dimentica facilmente: spaccava i denti e fracassava i genitali a calci! Pensava di dominare in eterno su tutti con la sua arroganza sfrenata. Non teneva nel benché minimo conto che ogni forma di oppressione genera odio, e che l'odio genera vendetta. Direi che è ispirato in modo vaghissimo al Bugsy Siegel storico. Le somiglianze sono abbastanza limitate,  anche perché le vicende terrene di questo personaggio cinematografico si concludono nel modo più brutale in giovane età, a coltellate. Possiamo dire così, che il suo carattere di celluloide non andava di pari passo con l'intelletto. 

venerdì 9 agosto 2024

LE ORIGINI CELTICHE DEL GORGONZOLA O IL FORMAGGIO BLU DI HALLSTATT

Il gorgonzola è un notissimo formaggio erborinato (dal lombardo erborin "prezzemolo"), ossia caratterizzato da venature bluastre, verdognole o grigie, prodotte da muffe nobili (spore di Penicillium glaucum, talvolta di Penicillium roqueforti). Prodotto con latte vaccino intero, è a pasta cruda e molle, di consistenza butirrosa. È originario della provincia di Milano; le sue attuali zone di produzione sono seguenti province di Milano, Monza e Brianza, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Varese, Pavia, Novara, Vercelli, Verbania-Cusio-Ossola, Cuneo e Alessandria. 


Nome del prodotto caseario: gorgonzola 
Lombardo: gorgonzœula 
   pronuncia: /gurgun'zø:la/
Piemontese: bërgonsola 
   pronuncia: /bərɡunˈzɔla/
Genere: maschile 
Denominazioni alternative (obsolete):
    stracchino verde,
    stracchino di Gorgonzola 
    Attestazioni: stracchin verd (Cherubini)
Denominazione colloquiale: stracchino 
Denominazione colloquale moderna: zola 
    (abbreviazione)
Note: 
In un borgo della Brianza profonda, mi è capitato più volte di udire la variante colloquiale gongorzola. Per quanto possa sembrare frutto di difficoltà di pronuncia o ignoranza, va detto che ha un fondamento storico: la forma con metatesi è invece quella standard. 
Anni fa, in piena città di Milano, ho sentito usare la parola con l'articolo femminile (la gorgonzola) e a momenti mi è venuta una sincope. Per fortuna è qualcosa in cui non ci si imbatte tutti i giorni. L'origine di questo cattivo uso è dovuto a gente che conosce poco il formaggio in questione e ne deduce erroneamente il genere a partire dalla terminazione in -a. Un caso analogo è quello di un famosissimo vino, il barbera, che qualcuno chiama abusivamente la barbera

Caratteristiche tecniche:
Il latte proviene da due diverse mungiture ed è cagliato separatamente. Il formaggio è quindi confezionato in forme cilindriche. 
L'essiccazione dura 20 giorni, dopodiché avviene la perforazione per favorire lo sviluppo delle muffe nobili.

Caratteristiche organolettiche: 
Può avere un odore greve, ma per fortuna non ha lo stesso sapore. 

Etimologia: 
Il nome del formaggio deriva da quello della cittadina di Gorgonzola, in provincia di Milano. 
   Attestazione (anno 855): Congorciola 
Forma originale latina: *Concordiola 
Derivazione: dal nome della dea Concordia, con un tipico suffisso diminutivo.
Pronuncia classica: *Concordìola /koŋkɔr'diɔla/
Trafila evolutiva: 
*Concordìola*Concordiòla /koŋkɔr'djɔla/
> Congorciola  /koŋgor'dzɔla/
> *Gongorzola > Gorgonzola 
Nota: 
Il passaggio da *Concordìola a *Concordiòla è regolare: in questo tipo di dittonghi, l'accento si sposta sull'elemento con maggior apertura. In altre parole, il dittongo da discendente diventa ascendente.
In lombardo la tipica vocale bemollizzata /ø/ si è sviluppata da /ɔ/ in posizione tonica. 

False etimologie: 
Non possono mancare tentativi paretimologici dilettanteschi. Così per molto tempo è stata postulato un improbabile toponimo *Curtis Argentiola o *Curs Argentiola, derivato dal nome della città di Argentia, che in epoca romana sarebbe stata situata tra Mediolanum (Milano) e Bergomum (Bergamo). Si pensava a un piccolo centro abitato, satellite di Argentia. Il punto è che si tratta di un'ipotesi derivata dalle elucubrazioni di eruditi inclini ai voli pindarici, non sostanziata da solide basi storiche - pur essendo citata dall'Enciclopedia Treccani. Sappiamo per certo che al XIV miglio da Mediolanum a Bergomum c'era una stazione di cambio (mutatio) che si chiamava Argentia. Si è favoleggiato di una città immensa distrutta da Attila nel 453 d.C. e scomparsa nel nulla. Qualcuno ha addirittura ipotizzato la derivazione di Gorgonzola da *Argentia Nova, come se -v- potesse trasformarsi in una liquida -l- per puro arbitrio. Altri notano la somiglianza con la Porta Argentea, una delle porte delle Mura Massimiane di Milano (edificate sul finire del III secolo d.C.), chiamata così perché contrapposta alla Porta Aurea. Tuttavia giova far notare che il toponimo Argentia può essere di origine celtica: il nome dell'argento è infatti comune al latino e al celtico. 

Il mito del casaro e delle vacche stracche

Col nome stracchino si indica una tipologia di formaggi a pasta molle e cruda, a cui appartiene anche il gorgonzola - che è uno dei pochi ad essere erborinato. La tradizione, che come sempre genera pacchetti memetici senza sosta, sostiene che i formaggi della famiglia degli stracchini siano prodotti con il latte di vacche stracche, ossia stanche, perché di ritorno dall'alpeggio dopo la transumanza. Un casaro distratto o innamorato avrebbe usato questo latte "stracco", inventando così un nuovo prodotto caseario. Infatti in lombardo stracch significa "stanco" (la parola è di chiara origine longobarda). Sarebbe bello credere a questa favola. Va detto che non sussiste alcuna prova dell'esistenza effettiva di una simile usanza. 
Lo stress fisico del viaggio prolungato influisce negativamente sulla qualità e sulla caseificabilità del latte. Nessun casaro medievale avrebbe aspettato il momento di massimo sfinimento degli animali per produrre i suoi formaggi migliori. L'associazione sistematica tra la stanchezza fisica della mandria e il formaggio è una narrazione ottocentesca, amplificata dalla successiva letteratura turistica e commerciale. 
La vera etimologia resta controversa, ma sembra riferirsi a una tecnica di lavorazione (il latte "straccato" ossia "privato del siero"), oppure alla consistenza del formaggio (l'aspetto "stracco" del prodotto maturo, che tende a colare, non è rigido come i normali prodotti d'alpeggio).
Nella Bergamasca esistono le denominazioni strachitunt "stracchino rotondo" e strachì quader "stracchino quadrato". Lo strachitunt è un formaggio erborinato, simile al gorgonzola ma diverso, in cui non avviene l'inoculazione artificiale di muffe, facendo sì che queste si sviluppano in modo spontaneo. Lo strachì quader, che non  è erborinato, è quello che comunemente si chiama taleggio. Entrambi i formaggi traggono il loro nome dalla forma, rotonda nel primo caso, simile a una mattonella nel secondo.

Un'interessante ambiguità...
il Manzoni e il Mascetti

Nasce un'ambiguità lessicale che può portare a fraintendimenti: in Lombardia e in alcune aree del Piemonte, il nome stracchino è sinonimo di gorgonzola. Con ogni probabilità deriva da una semplificazione di "stracchino verde" o di "stracchino di Gorgonzola". Ogni tentativo di indagine approfondita incontra ostacoli. Si nota che Manzoni menziona il gorgonzola ne I promessi sposi (Capitolo XVI). Renzo Tramaglino è in fuga verso Bergamo dopo i tumulti a Milano. Ecco la citazione: 

Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di Milano: chè la voce n’era arrivata fin là. 
Renzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
“ Devo andare in molti luoghi, ” rispose: “ e, se trovo un ritaglio di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano... Come si chiama? ” — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava intanto tra sè.
- Gorgonzola, volete dire, - rispose la vecchia.
“ Gorgonzola! ” ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la parola. “ È molto lontano di qui? ” riprese poi.
“ Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci fosse qualcheduno de’ miei figliuoli, ve lo saprebbe dire. ”
 
Direi che ci sono pochi dubbi sulla natura dello stracchino manzoniano! Si presenta poi un'altra questione, che rende tutto ancor più difficile. La produzione dello stracchino è considerata di origine toscana e risalente ad epoca medievale. In effetti in Toscana lo stracchino è ancor oggi un diffuso formaggio a pasta molle. Una cosa è certa: lo stracchino del Conte Lello Mascetti non ha nulla a che fare con il gorgonzola.

Il testamento dell'Arcivescovo 

Ansperto da Biassono, di nobile famiglia di origine longobarda (forse Confalonieri), fu Arcivescovo di Milano dall'868 all'881.  Uomo di grande cultura, fu il fondatore dello scriptorium arcivescovile di Milano, con la collaborazione di monaci irlandesi giunti da Tours. Il suo testamento, datato 879, riporterebbe la menzione di un caseus maculatus (ossia "formaggio maculato"), che sarebbe la prima testimonianza storica del gorgonzola. Purtroppo è d'obbligo l'uso del condizionale sulla menzione del prodotto caseario, perché non si trova traccia alcuna del testo in latino, né tantomeno una sua traduzione in italiano. Questo benedetto caseus maculatus compare su moltissimi siti del Web, ma ha l'aria di essere soltanto un pacchetto memetico autoreferenziale, derivato dalla fantasia di qualche romanista ottocentesco e proliferato in modo incontrollabile. In ogni caso non sono riuscito a trovarne traccia. Se fosse reale, penso che sarebbe nell'interesse di tutti riportare il testo con la menzione! Non solo: ci sono numerosissime citazioni ancora più vaghe, di un documento dell'anno 879, di cui non è riportato alcun dettaglio, nemmeno che si tratta proprio del testamento dell'Arcivescovo. In qualche caso c'è il riferimento al mito del casaro e delle vacche stracche, che c'entra con il nobile Ansperto come i cavoli a merenda. 

Le vere origini del formaggio blu

Per scoprire le vere origini del gorgonzola, dobbiamo andare molto più indietro nel tempo, in piena Età del Ferro, quando la Cultura Celtica cominciò la sua prodigiosa espansione. 
Questi sono i pilastri della Civiltà di Hallstatt: 
1) Oro Bianco:
La straordinaria ricchezza di questa cultura derivava dal controllo della miniera di sale di Hallstatt, la più antica del mondo e tuttora in funzione. Il sale era fondamentale per conservare il cibo e veniva esportato in tutto il continente. 
2) Rivoluzione del Ferro: 
A partire dall'VIII secolo a.C. (fasi Hallstatt C e D), i fabbri locali padroneggiarono la metallurgia del ferro, forgiando spade lunghe, asce e strumenti da lavoro che surclassarono le vecchie armi in bronzo.
3) Commercio Globale:
Grazie ai fiumi alpini, i Proto-Celti stabilirono rotte commerciali con i Greci e gli Etruschi, scambiando sale e metalli con vino, manufatti di avorio africano e ceramiche mediterranee.
4) Società d'élite: 
Le tombe dei capi tribù testimoniano una società fortemente gerarchica. I nobili venivano sepolti sotto grandi tumuli all'interno di carri a quattro ruote, adornati con spade preziose, fibule e corone d'oro. 

Su Focus, nel corso dell'anno 2021, è stato pubblicato un articolo di estremo interesse, intitolato Birra e formaggio blu nel menu dei nostri antenati. Questo è il link:


Il sottotitolo è immaginifico e fa sognare: 

"Dagli escrementi millenari rinvenuti nella miniera di sale di Hallstatt, in Austria, la prova che birra e formaggio blu erano già prodotti e consumati nella preistoria"

Lo studio scientifico che ha permesso di giungere a questi eccezionali risultati è stato guidato dall'istituto di ricerca privato Eurac Research, con sede a Bolzano. La miniera di sale di Hallstatt è il luogo della rivoluzionaria scoperta. In quelle profondità sono stati trovati resti di escrementi umani risalenti a circa 2.700 anno fa, nell'Età del Ferro. Dall'analisi di questi massicci coproliti, si sono scoperte interessanti informazioni sulla dieta di chi li ha deposti. I minatori ingurgitavano grandi quantità di pane e formaggio blu, tracannando birra. Questo formaggio blu era un pregiato erborinato, con tipiche muffe azzurrognole, in tutto e per tutto simile al moderno gorgonzola. Sono state trovate inequivocabili tracce di Penicillium roqueforti. Si trova finalmente il bandolo della matassa: i formaggi erborinati, tra cui il gorgonzola, sono geniali invenzioni celtiche come le camicie, le brache, la sella a quattro corni, gli speroni, l'aratro con vomere di ferro, i baffi, l'arte astratta e tante altre cose tuttora utilizzate su larga scala sull'intero pianeta! 

lunedì 5 agosto 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL BIANCOMANGIARE

Oggi conosciamo col nome di biancomangiare (o bianco mangiare) un dolce al cucchiaio a base di latte, privo di uova, aromatizzato con cannella e altre ingredienti come la scorza di limone o la vaniglia, che si trova in diverse regioni d'Italia: è soprattutto tipico della Sicilia, ma si trova anche in Sardegna e in Valle d'Aosta. Deriva da una delle preparazioni culinarie più importanti, radicate e diffuse del Medioevo, che può essere associata alla civiltà cortese in tutta Europa. Ne esistevano numerose ricette, sia dolci che salate. Ad esempio, poteva essere preparato con petto di pollo o di cappone lessato e sfilacciato, con amido di riso come addensante. Poteva essere aggiunto persino del lardo. Un aroma molto usato era l'acqua di rose. Per dolcificare si usavano abbondanti quantità di zucchero. La versione quaresimale era fatta con pesce e latte di mandorle, in modo tale da renderla compatibile con le prescrizioni della Chiesa Romana (che all'epoca vietava in tempi di magro non soltanto la carne, ma anche uova, latte e latticini). Il nome del biancomangiare traeva origine dal fatto che gli ingredienti utilizzati erano tutti rigorosamente bianchi. Questa non era una pura e semplice scelta estetica, avendo invece profondi significati simbolici e religiosi: simboleggiava innanzitutto la purezza, l'ascetismo, la nobiltà e il prestigio. La generale assenza di uova è a mio avviso da considerarsi un'allusione alla castità. L'uovo era infatti considerato un simbolo dell'atto sessuale. Si noterà che non era invece percepita alcuna connessione sessuale con ingredienti a base di porco! 
Nonostante la forte tradizione del colore bianco, in epoca postmedievale i cuochi iniziarono a colorare le preparazioni con svariati pigmenti per creare giochi cromatici nei banchetti di corte. 


Denominazione: biancomangiare 
Varianti:
    bianco mangiare,
    mangiare bianco
    bramangeri,
    bramangere
    bramagére
    blanmangieri
    blanche mangieri
    balmagier 
Origine: Francese antico (Lingua d'oïl)
    Forma originale: blanc mangier 
    Francese moderno: blanc-manger
Nota:
In francese antico la consonante finale -r era pronunciata. Si è conservata nei prestiti in italiano e in altre lingue. 

Diffusione: XII - XIII secolo 
Attestazioni in ricettari (XIII - XIV secolo): 
     Henrik Harpenstræng (1164 - 1244);
     Liber de Coquina
     Anonimo Meridionale
Attestazioni in ricettari (XV secolo): 
    Bartolomeo Sacchi 
    Maestro Martino (Martino da Como
Attestazioni in ricettari (XVI secolo): 
     Cristoforo di Messisbugo;
     Ulisse Aldrovandi; 
Denominazioni in altre lingue 
  Provenzale antico (Lingua d'oc):
      manjar blanc
      manchar blanc,
      manhar blanc,
      mengar blanc 
  Catalano: menjar blancmenjablanc   
  Spagnolo: manjar blanco 
  Sardo: pappai biancupapai-biancu
     (forma articolata: su pappai biancu, etc.)
  Siciliano: bbiancumanciari, manciari jancu
  Inglese: blancmange (pronuncia /bl
ə'manʒ/
      Varianti: 
          blancmanger,
          blankmanger
  
        blamang
          blank maunger,
          blomanger 
 
  Anglo-normanno: blanc desirree 
  Tedesco:
Blamensir, Mandelsulz, Flammeri
  Olandese: blanc mengier, calijs
  Danese (XIII secolo): hwit moos 
  Latino: cibarium album, cibus albusalbus cibus
         albus esus, alba comestio, leucophagum

A quanto spesso si legge, una ricetta simile a quella medievale sarebbe riportata con il nome di cibarium album in Apicio. In realtà questa denominazione e altre simili hanno origine nel latino rinascimentale. L'equivoco si deve al fatto che l'umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto "Il Platina"(1421 - 1481), ha incluso diverse ricette di biancomangiare a complemento della sua edizione del De re coquinaria di Apicio. Era diffusa a quei tempi l'idea dell'origine catalana del biancomangiare, che per questo motivo era anche chiamato cibarium album catellonicum
Il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 - 1605), sempre dottissimo e aulico, riporta la denominazione grecizzante leucophagum (plurale leucophaga). Era un'autorità in materia di mostri e di portenti, così gli veniva naturale inventare aberrazioni linguistiche, magari credendo che Marziale lo avrebbe capito. Questi umanisti erano talmente presi dalle loro elucubrazioni cervellotiche da essere convinti di avere una conoscenza totale del mondo degli Antichi. Pensavano di avere il potere magico di riempire le lacune, senza nemmeno sospettare di essere impegnati in un'opera di costruzione ex nihilo di un universo immaginario.


Origini oscure 

Una tradizione inveterata vuole che proprio il biancomangiare sia stato servito al banchetto tenuto nel 1077 da Matilde di Canossa (1046 - 1115) per la riconciliazione tra Papa Gregorio VII (nato Ildebrando di Soana, 1015 - 1085) ed Enrico IV di Franconia (1050 - 1106), che all'epoca portava il titolo di Re dei Romani e che era stato scomunicato a seguito dello scontro denominato "lotta per le investiture". Questo sarebbe il primo contesto in cui fa la sua comparsa il piatto in questione, tuttavia devo far notare che non si trova una fonte attendibile in grado di certificarlo. Il monaco Donizone di Canossa (circa 1071 - circa 1130), biografo della Contessa Matilde, compose un'opera intitolata De principibus Canusinis (nota tuttavia come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis), in cui si fa riferimento al banchetto del 1077 ma non si menzionano le pietanze che vi furono servite.

Da Oriente a Occidente

Il biancomangiare è una preparazione culinaria analoga a un dolce molto popolare in Medio Oriente, chiamato مهلّبية muḥalabiyya in arabo e مهلبی muhallebi in persiano. Il nome deriva dalla parola araba حليب ḥalīb, che significa "latte" (dal verbo حَلَبَ ḥalaba "mungere"). Esiste poi una falsa etimologia basata su una storiella ambientata nel VII secolo, che fa derivare il nome muḥalabiyya / muhallebi da quello di un generale arabo, Al-Muhallab ibn Abi Sufra, che avrebbe apprezzato moltissimo il dolciume servitogli da un cuoco persiano. Per filogenesi, il caso sarebbe tutto sommato simile a quello dei vincisgrassi: il popolino ama credere che un piatto possa ricevere il nome da qualcuno che lo ha particolarmente apprezzato in un'occasione importante, storica. 
Poi c'è la مأمونية ma'mūniyya (mamouniamanonia, manouniyeh), che è un elaborato budino siriano tipico di Aleppo. È preparato tostando il semolino nel burro o nel ghee (burro chiarificato) e cuocendolo in sciroppo di zucchero. Può essere servito caldo o freddo, guarnito con cannella e frutta secca, spesso accompagnato da formaggio a pasta filata o a crema. Il nome è fatto derivare da quello del Califfo Abbaside Al-Ma'mūn (786 - 833), che era un appassionato di culinaria e che sarebbe stato l'inventore di questo budino. La parola è stata presa a prestito in Europa e si è conservata a lungo: in un manoscritto anglo-normanno del XIV secolo si trova una ricetta denominata maumenee, mentre mamonia è sinonimo di cibus albus nel Libro de Arte Coquinaria di Maestro Martino (1450). 
L'ipotesi più accreditata nel mondo accademico è che il biancomangiare abbia avuto origine dal Medio Oriente, con l'introduzione del riso, delle mandorle e dello zucchero in Occidente da parte dei mercanti arabi. I budini esistevano già tra gli antichi Germani, ma erano piuttosto rudimentali: difficile poterli considerare precursori. Risulta evidente che il biancomangiare è il complesso risultato di una serie di stratificazioni culturali e di scambi. Non è chiaro come si sia formato il simbolismo del colore bianco nell'ambito cortese. Probabilmente non si riuscirà mai a fare piena luce su questi misteriosi aspetti del mondo medievale.

Una ricetta in medio alto tedesco 

La prima attestazione del nome del biancomangiare nella sua forma francese risale al XIV secolo, in un ricettario in medio alto tedesco tardo: Das Buoch von guoter Spîse (1350). L'ortografia è blamensier o blamenser. Ecco il testo: 

"Wilt du machen einen blamensier. Wie man sol machen einen blamenser. Man sol nemen zigenin milich. und mache mandels ein halp phunt. einen virdunc ryses sol man stozzen zu mele. und tu daz in die milich kalt. und nim eines hunes brust, die sol man zeisen. und sol die hacken dor in. und ein rein smaltz sol man dor in tun. und sol ez dor inne sieden. und gibs im genuc. und nimme ez denne wider. und nim gestozzen violn, und wirfe den dor in. und einen vierdunc zuckers. tu man dor in und gebs hin. Also mac man auch in der vasten machen einen blamenser von einem hechede."  

Traduzione:

"Come preparare un biancomangiare. Per preparare un biancomangiare, prendi del latte di capra e mezza libbra di mandorle. Riduci in farina un quarto di misura di riso e aggiungilo al latte freddo. Prendi un petto di pollo, sfilaccia la carne e uniscila al composto insieme a del grasso puro fuso; lascia cuocere il tutto a calore adeguato. Quindi togli dal fuoco. Infine, aggiungi delle viole pestate e un quarto di misura di zucchero, quindi servi. Anche durante la Quaresima, si può preparare un biancomangiare utilizzando il luccio."

Glossario:

eines hunes brust "un petto di pollo" 
   (alla lettera "petto di un pollo")
   tedesco attuale: 
   ein Hühnerbrust
ez "ciò" 
   tedesco attuale: es 
gebs "si dia" 
   tedesco attuale: gebe es
gibs "dagliene"
   tedesco attuale: gibt es, git's 
halp phunt "mezza libbra" 
    tedesco attuale: 
    Pfund "libbra", 
    Halb-pfund "mezza libbra",
    halbes Pfund "mezza libbra" 
im genuc "a sufficienza"
in die milich kalt "nel latte freddo"
rein smaltz "strutto puro" 
   tedesco attuale: 
   rein Schmalz 
sieden "bollire"
und tu daz "e fai questo"
  tedesco attuale: 
  und tu das
vierdunc, virdunc "quarto di misura"
violn "viole" 
  tedesco attuale: 
  Violen 
von einem hechede "da un luccio" 
   tedesco attuale: 
   Hechte "luccio"
zigenin milich "latte di capra" 
    tedesco attuale: 
    Ziege "capra" (l'aggettivo in -in è caduto in disuso)
    Milch "latte"
Note: 
Si vede come la lingua di questo documento mostri già numerose caratteristiche di quella moderna. Se nel titolo si ha il dittongo -uo- integro (Buoch, guoter), nel testo della ricetta notiamo la sua riduzione in -u- (hunes, tun). Si conserva la grafia ez "ciò" rispetto all'attuale es, oltre a daz "ciò" rispetto all'attuale das - ma è dubbio che perdurasse la distinzione tra le due sibilanti originali -z- e -s-: si notino le forme verbali contratte gibs (= gibt es) e gebs (= gebe es). Si trova un regolare genitivo singolare maschile in -es nel sintagma eines hunes "di un pollo": nim eines hunes brust "prendi un petto di pollo".  

Altre denominazioni tedesche: 
Mandelsulz, dal medio alto tedesco mandelsulze, mandelsulz, è un composto di mandel "mandorla" (antico alto tedesco mandala) e sulze "gelatina" (antico alto tedesco sulza "acqua di mare", "gelatina salata", "carne salata"). 
Flammeri è invece più recente (XX secolo), essendo un prestito dall'inglese flummery "dolce di latte e farina d'avena", a sua volta un adattamento dal gallese llymru (fl- rende in qualche modo la consonante liquida sorda e aspirata ll-), di origine incerta, forse connesso a llymrig "viscido".

Una ricetta tardomedievale francese 

Guillaume Tirel detto Taillevent, cuoco francese della fine del XIV secolo, è considerato l'autore del Viandier, un'opera a sua volta derivata dal Manoscritto di Sion, risalente alla seconda metà del XIII secolo. La ricetta funge da accompagnamento per le carni bianche, sotto forma di purè gelatinoso e si presenta in diverse tonalità. Cosa abbastanza insolita, non contiene pollame né pesce.

"Prenez amandes echaudées et pelées, et les broyer très bien, et les deffaictes d'eau boullie; puis, pour faire la lieure pour les lier, faut avoir du riz batu ou de l'amidon. Et quand son lait aura boulie, le fault partir en plusieurs parties, en deux potz, qui ne veult faire que de deux couleurs, et, qui le veult, faire en trois ou quatre parties; et convient qu'il soit fort lié autant que seront froumentée, tant qu'il ne se puisse reprendre quant il sera drecié ou plat ou en l'escuelle; puis prenez orcanet, ou tornesot, ou asur fin, ou persil, ou salmonde, ou ung petit de saffren coulé avec la verdure, affin qu'il tienge mieux sa couleur quant il sera boullu ; et convient avoir du sang de porc et mettre tremper dedans l'orcanet ou tournesot, et l'azur pareillement. Et jetez du sucre dedans le lait quand il bouira, pour tirer arrière, et le salez, et remuez fort, tant qu'il soit renforcy et est prins sa couleur telle que lui voudrez donner."

Traduzione: 

"Prendi delle mandorle sbollentate e pelate, tritale finemente e diluisci la pasta ottenuta con acqua bollita; per addensare il composto, ti serviranno poi farina di riso o amido. Una volta che il latte di mandorla ha raggiunto l'ebollizione, suddividilo in due pentole se desideri ottenere solo due colori, oppure in tre o quattro parti a tuo piacimento; il composto va addensato fino a raggiungere la consistenza della zuppa di frumento, in modo che mantenga la forma una volta impiattato o servito in una ciotola. Utilizza quindi alcanna, eliotropio, azzurro fine, prezzemolo, erba di San Benedetto o un po' di zafferano mescolato al colorante verde (per favorire la tenuta del colore durante la cottura); è opportuno mettere in ammollo l'alcanna o l'eliotropio - così come l'azzurro - nel sangue di maiale. Aggiungi lo zucchero al latte mentre bolle, regola di sale e mescola energicamente finché il composto non si sarà addensato e avrà assunto la colorazione desiderata."

Glossario: 

asur, azur "azzurro"
boulie, boullu "bollito"
   francese moderno: bouilli
bouira "bollirà"
   francese moderno: bouillira
eau boullie "acqua bollita"
fault, faut "è necessario"
   francese moderno: faut 
orcanet "alcanna (Alkanna tinctoria)"
potz "pentole"
    francese moderno: pots
renforcy "addensato" 
salmonde "erba di San Benedetto (Geum urbanum)"
tornesot, tournesot "eliotropio", "girasole"
   francese moderno: tournesol
ung petit de saffren "un po' di zafferano"
   francese moderno: un petit de saffran
veult "vuole"
   francese moderno: veut 

Una testimonianza eccentrica

Nel XVII secolo, il ripugnante frutto del durian fu paragonato al biancomangiare dal gesuita e missionario francese Alexandre de Rhodes (1591 - 1660) nella sua opera Divers voyages et missions du P. Alexandre de Rhodes en la Chine et autres royaumes de l'Orient (ristampa pubblicata nel 1666):

"il est plein d'une liqueur blanche, épaisse & sucrée : elle est entierement semblable au blanc-mangé , qu'on sert aux meilleures tables de France; c'est une chose fort saine, & des plus delicates qu'on puisse manger" 

Traduzione in inglese:
"It is full of a white liquor, thick and sweet, which is entirely similar to blanc-manger, served at the best tables in France; it is a very healthy thing, and one of the most delicate things one can eat."

Traduzione in italiano:
"È ricco di un liquore bianco, denso e dolce, del tutto simile al blanc-manger servito nelle migliori tavole di Francia; è una cosa molto salutare e una delle cose più delicate che si possano mangiare."

Evidentemente Alexandre de Rhodes era affetto da anosmia. Non percepiva gli odori. Così gli sono sfuggiti i pestilenziali lezzi di piedi sporchi esalati dal frutto cadaverico tanto amato in Indonesia. Trovo blasfemo paragonare un simile abominio della Natura a una delizia come il biancomangiare. Il durian è peggio della merda! 

La ricetta di Pellegrino Artusi 

Nel celeberrimo manuale Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891), Pellegrino Artusi (1820 - 1911) riporta una ricetta del biancomangiare. Cosa abbastanza insolita, include la colla di pesce.
Torte e dolci al cucchiaio
681. Bianco mangiare

- Mandorle dolci con tre amare, grammi 150.
- Zucchero in polvere, grammi 150.
- Colla di pesce in fogli, grammi 20.
- Panna, o fior di latte, mezzo bicchiere a buona misura.
- Acqua, un bicchiere e mezzo.
- Acqua di fior d’arancio, due cucchiaiate.

Prima preparate la colla di pesce ed è cosa semplice; pigiatela colle dita in fondo a un bicchiere, e coperta di acqua, lasciatela stare onde abbia tempo di rammollire, e quando ve ne servirete, gettate via l’acqua e lavatela. Sbucciate e pestate le mandorle in un mortaio, bagnandole di quando in quando con un cucchiaino d’acqua, e quando le avrete ridotte finissime, diluitele con l’acqua suddetta e passatele da un canovaccio forte e rado, procurando di estrarne tutta la sostanza. A tal punto, preparate uno stampo qualunque della capacità conveniente; poi mettete al fuoco in una cazzaruola il latte delle mandorle, la panna, lo zucchero, la colla, l’acqua di fior di arancio; mescolate il tutto e fatelo bollire per qualche minuto. Ritiratelo dal fuoco e quando avrà perduto il calore, versatelo nello stampo immerso nell’acqua fresca o nel ghiaccio. Per isformarlo basta passare attorno allo stampo un cencio bagnato nell’acqua bollente.

La bollitura è necessaria onde la colla di pesce si incorpori col resto; altrimenti c’è il caso di vederla precipitare in fondo allo stampo.

Glossario artusiano: 

a tal punto = a questo punto
cazzaruola = casseruola
cencio bagnato = panno bagnato
colle dita = con le dita
di quando in quando = ogni tanto 
isformarlo = toglierlo dallo stampo 
procurando di estrarne = facendo in modo di estrarne

La varietà delle ricette attuali 

Si trovano nel Web moltissime ricette del biancomangiare, che sembrano prodotti di percorsi diversi, come se ogni famiglia ne avesse tramandata una in modo indipendente dalle altre. Purtroppo capita di imbattersi nei gruppi di cucina in flame, perché ciascuno degli utenti spesso crede di essere depositario della tradizione originale, svalutando chiunque sostenga qualcosa di diverso (c'è chi dice che si deve usare solo latte di mandorla, chi dice che si deve usare solo latte di vacca, chi fa "gnè gnè gnè"). Sarebbe molto interessante raccogliere una biblioteca di queste ricette, che avrebbe un notevole valore culturale e storico.