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venerdì 21 giugno 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEI VINCISGRASSI

I vincisgrassi sono una specialità marchigiana di pasta al forno, simile alle lasagne. Il piatto è costituito da sfoglie di pasta all'uovo farcite con un ragù ricco di rigaglie di pollo e di frattaglie. Ricordo di aver sentito parlare in una trasmissione televisiva dell'uso di cervella di vitello nella preparazione. Non ho comunque potuto trovarne conferma. In epoca moderna, si ha la disdicevole tendenza ad abolire questo tipo di ingredienti, a causa della diffusione di un sentire schifiltoso tra la popolazione. Nel corso degli anni mi sono fatto questa idea: i più giovani sono caratterizzati da due cose, la dimestichezza con i codici di autenticazione e il ribrezzo verso le frattaglie. 
Il celeberrimo Vocabolario Treccani, stando come sempre sul vago, classifica la parola vincisgrassi come "di incerta origine". 



Nome del piatto: vincisgrassi 
Varianti: vincesgrassi 
Varianti obsolete: pincisgrassi, princisgrassi,
      princisgras, princisglasses 

Etimologia tradizionale:

Il nome della preparazione culinaria avrebbe tratto la sua origine dal generale austriaco Alfred von Windisch-Graetz (traslitterazioni alternative: Windisch-Gr
ätzWindischgrätz), nato a Bruxelles nel 1787 da famiglia originaria della Stiria e morto a Vienna nel 1862. Il militare si distinse combattendo strenuamente contro Napoleone. Nel 1833 fu nominato Feldmaresciallo. Una leggenda popolare narra che quando fu nelle Marche, in occasione dell'occupazione di Ancona, gustò a tal punto le ricche lasagne che le chiamarono col suo cognome, pronunciandolo come potevano. Il nome di Windisch-Graetz viene menzionato per la prima volta in relazione all'origine del vincisgrassi nel 1927, in un'opera del cuoco marchigiano Cesare Tirabasso, "La guida in cucina"

Altre proposte etimologiche:

Il nome originale della preparazione culinaria sarebbe stato princisgrassi, derivato da "principe grasso", con riferimento al fatto che era un piatto particolarmente pingue e adatto a un giovane nobile. 

Il piatto esisteva già prima che lo assaggi che lo mangiasse il militare austriaco. Nella narrazione tradizionale sembra che siano emerse significative incongruenze, tanto da dedursi la sua natura anacronistica, inventata ex post. L'assedio di Ancona avvenne nel 1799 e Windisch-Graetz avrebbe avuto soltanto 12 anni: molto difficile che vi abbia partecipato. Poi è stato chiarito che l'assedio a cui è fatto riferimento deve essere giocoforza quello avvenuto cinquant'anni dopo, nel 1849 (Lucchesi, 2015). 
Le varianti formate a partire da princis-, riduzione di "principe", sono anche le più antiche. Nel ricettario di Antonio Nebbia "Il Cuoco Maceratese", la cui prima edizione risale al 1779, compaiono ben tre menzioni: 

i) un "Piatto d'uova in Princisgras"
ii) una "salsa per il Princisgras"
iii) le "lasagne di princisgras"

Si capisce che il coriaceo Alfred von Windisch-Graetz non poteva aver dato il nome al piatto prima ancora di nascere!
La trafila dovrebbe essere questa: 

principe grasso > *princisgrasso >
> princisgrassi > pincisgrassi > *fincinsgrassi >
> vincisgrassi 

1) passaggio da *princisgrasso a princisgrassi:
Il nome del piatto viene considerato un plurale/collettivo;
2) passaggio da princisgrassi a pincisgrassi:
Si ha dissimilazione, perché la presenza di due gruppi consonantici con una rotica, ossia pr- e -gr-, è considerata di pronuncia difficile, così si semplifica pr- in p-;
3) passaggio da pincisgrassi a vincisgrassi
Si ha lenizione. La consonante occlusiva p- iniziale diventa una fricativa *f-, poi si sonorizza in v-

La variante princisglasses è in assoluto la più antica, risalendo addirittura al XVIII secolo. In un trattato di grastronomia umbra, compare una ricetta di un "Piatto d'uova in Princisglasses", corredata di una singolare nota a piè di pagina: "alla Principe di Galles" (Pezzella, 1985). Quindi ci aspetteremmo *princisgalles. La ricetta è la stessa presa poi dal sopracitato Antonio Nebbia. Trovo che il riferimento al Galles sia un'etimologia popolare dell'epoca. In realtà questo princisglasses non è in alcun modo separabile da princisgras. La sua formazione mostra due fenomeni notevoli.
i) La dissimilazione dei due gruppi consonantici con una rotica, ossia pr- e -gr-, avviene mutando -gr- in -gl-. Si produce una liguida.
ii) Si ha uno pseudo-plurale sigmatico in -es, per rendere la parola più prestigiosa, attribuendole un'origine straniera non meglio precisata, forse francese. Se fosse un francesismo, questa terminazione in -es sarebbe soltanto grafica e si capirebbe come mai manca nella variante princisgras, che sarebbe una trascrizione meno "dotta". 

Una contrazione estrema: 

Un'opera anonima risalente al 1891, "Il cuoco perfetto marchigiano", riporta due varianti sorprendenti: misgras e visgras. La prima si trova nella ricetta del "Gattò di lasagne alla Misgras". Si tratta chiaramente della stessa parola, checché ne dicano gli etimologi popolari.
Questa è la trafila: 

a) contrazione: 
   vincisgrassi > *vinsgras > visgras  
b) nasalizzazione: 
   visgras > misgras 
Nota: 
Il fenomeno è simile a quello che ha portato funghi a diventare munghi nel linguaggio colloquiale in diverse parti del Piemonte (fenomeno già segnalato dal Biondelli). 

La ricetta di Antonio Nebbia 

"Prendete una mezza libra de persciutto, facetelo a dadi piccoli, con quattr'once di tartufari fettati fini; da poi prendete una foglietta e mezza di latte, stemperatelo in una cazzarola con tre once di farina, mettelo in un fornello mettendoci del persciutto, e tartufari, maneggiando sempre fino a tanto che comincia a bollire, e deve bollire per mezz'ora; da poi vi metterete mezza libra di pana fresca, mescolando ogni cosa per farla unire insieme; da poi fate una perla di tagliolini con dentro due ovi e quattro rossi; stendetela non tanto fina e tagliatela ad uso di mostaccioli di Napoli, non tanto larghi; cuoceteli con la metà di brodo e la metà di acqua, aggiustati con sale; prendete il piatto che dovete mandare in tavola: potete fare intorno al detto piatto un bordo di pasta a frigè per ritenere in esso piatto la salsa, acciocché non dia fuori quando lo metterete nel forno, mentre gli va fatto prendere un poco di brulì; cotte che avrete le lasagne, cavatele ed incasciatele con formaggio parmiggiano e le andrete aggiustando nel piatto sopraddetto, con un solaro de salsa, butirro e formaggio e l'altro de lasagne slargate, e messe in piano, e così andrete facendo per fino che avrete terminato di empire detto piatto; bisogna avvertire che al di sopra deve terminare la salsa con butirro e formaggio parmiggiano e terminato, mettetelo in forno per fargli fare il suo brulì."

Glossario:

acciocché "affinché" 
brulì "crosta superficiale"
     (dal francese brûlé "bruciato")
butirro "burro" 
cavatele "toglietele"
cazzarola "casseruola"
empire "riempire"
facetelo "fatelo"
fettati "affettati" 
fina "fine" (agg.) 
fino a tanto "fintanto"
incasciatele "conditele con formaggio" 
   (da cascio "cacio, formaggio")
lasagne slargate "lasagne allargate"
ovi "uova" 
mettelo "mettetelo"
   (è una forma aplologica)
mostaccioli di Napoli "dolci simili a ravioli" 
   (di cui viene imitata la forma di rombo) 
parmiggiano "parmigiano"
pasta a frigè, rivestimento o striscia di pasta,
   che serviva a contenere la salsa e gli strati di sfoglia  
per fino che avrete "finché avrete"
persciutto "prosciutto"
rossi "tuorli"
solaro, un'unità di misura caduta in disuso 
tartufari "tartufi" 

martedì 11 giugno 2024

IL NOME CAPPADOCE DI OTTOBRE: MITRE 'MESE DI MITHRA'

La lingua degli antichi Cappadoci è un grande mistero: non possediamo alcuna iscrizione e non è classificata a causa della mancanza di dati. Sembra che si sia spenta nel VI secolo d.C., senza lasciare discendenti. Con ogni probabilità era una lingua anatolica, come quella degli Isauri, di cui abbiamo come testimonianza un certo numero di antroponimi. Strabone e Basilio di Cesarea ci testimoniano che era diversa dal greco. Non deve essere confusa con la lingua greca di Cappadocia parlata in epoca moderna (fino agli inizi del XX secolo), che ha una storia diversa. 

Stante la deprimente situazione, dobbiamo forse arrenderci all'oblio che ha fagocitato un intero popolo? Nemmeno per sogno!  
Frugando nel ciclopico Corpus Glossariorum Latinorum a cura di Georg Goetz (1849 - 1932), mi sono imbattuto in una preziosissima glossa della lingua perduta di Cappadocia (V 224, 15, V. menses): 

Mitre Cappadocum lingua Octuber mensis dicitur 

"Il mese di Ottobre è chiamato Mitre nella lingua dei Cappadoci" 


Note etimologiche 

Varianti di questo menomimo: mithre (tratto da Papias, Schmidt, 1859), ΜΙΘΡΗ (Marquart, 1905), myar (Ginzel, 1919). Altre trascrizioni, più problematiche, sembrano frutto di refusi. In ogni caso, l'etimologia di questo nome è chiarissima: il nome del mese è derivato da quello della divinità persiana Mithra (in latino Mithrās, in greco Μίθρᾱς, Μίθρης). Verosimilmente è un aggettivo il cui significato è "(mese) di Mithra", formato con un suffisso -e. La protoforma ricostruibile è *Mithrae, che a sua volta deriva proprio dal tardo avestico Miθrahe, che è un genitivo, derivato a sua voltadall'antico avestico Miθrahiiā
Il passaggio è piuttosto semplice: prima è avvenuto il dileguo dell'aspirata -h-, con conseguente formazione di un dittongo; infine si è verificata una contrazione del dittongo risultante. 
Questa è la declinazione del teonimo in tardo avestico: 

Nominativo: Miθrō
Vocativo: Miθra
Accusativo: Miθrəm
Strumentale: Miθra
Dativo: Miθrāi
Ablativo: Miθrāt̰
Genitivo: Miθrahe
Locativo: Miθre

Dall'antico persiano (che è diverso dall'avestico) una forma simile si è evoluta regolarmente fino a dare مهر Mehr nel persiano attuale. Indica il settimo mese del calendario solare iraniano Hijri. Segna l'inizio dell'autunno, dura 30 giorni e corrisponde all'incirca al periodo che va dal 23 Settembre al 22 Ottobre.

Certo, è poco. Pochissimo. Eppure è qualcosa. Un punto di partenza, forse minuscolo, ma in ogni caso è portatore di informazioni. Purtroppo il menonimo analizzato non sembra dirci molto sulla lingua d'origine dei Cappadoci, dato che è un prestito importato dalla Persia assieme allo Zoroastrismo. La Cappadocia appariva profondamente iranizzata, come dimostrano anche gli altri nomi noti dei mesi: li analizzeremo uno ad uno a tempo debito. Il calendario cappadocico era composto da dodici mesi, ognuno di trenta giorni, ed era stato già integrato nel sistema del calendario giuliano.

Approfitto dell'occasione per stigmatizzare l'inerzia del mondo accademico e la sua incapacità di sintesi. Per colpevole accidia simili gioielli finiscono dispersi in un oceano di entropia cognitiva, senza alcun tentativo di integrarli in un edificio coerente. 
Riporto infine un link utile all'opera di Hazan Taqizadeh, Il computo del tempo nell'Iran anticoEdizione riveduta e integrata sulla base delle indicazioni dell'Autore, Introduzione, traduzione e cura di Simone Cristoforetti (2010). 

mercoledì 5 giugno 2024

ETIMOLOGIA DELL'INTERIEZIONE INGLESE BY JINGO! 'PER DIO!'

In inglese esiste la bizzarra interiezione by Jingo! "per Dio!", in cui mi sono imbattuto molti anni fa, nel corso dei miei studi universitari. A quei tempi ho potuto attingere ad informazioni distorte e false, che descrivevano l'interiezione come americana e specificamente texana. Secondo tale narrazione, i pastori protestanti del Texas erano particolarmente puritani e stizzosi: volevano reprimere le brutte abitudini dei cowboy, che si ubriacavano a rotta di collo e imprecavano contro Dio. Non essendo tollerabile la vana e blasfema menzione dei nomi God e Jesus, ecco che i cowboy avrebbero trovato un escamotage, sostituendo i nomi divini con Jingo. Nell'articolo, ormai irreperibile, si affermava che proprio in quegli ambienti ostili era stata creata la figura di Pecos Bill, a cui erano attribuite le imprese più mirabolanti, con l'intento di plasmare una specie di mitologia del West. Si diceva che avesse scavato il Grand Canyon a mani nude e creato la Death Valley. Mi sembrava di avere sotto gli occhi scene di un West pagano, libero dall'oppressione religiosa dei bacchettoni. Un paese vasto e stravagante in cui si adorava una divinità uranica non cristiana chiamata Jingo, non interessata all'ordine morale del mondo, in cui Pecos Bill aveva le funzioni di una specie di demiurgo, creatore del paesaggio, dotato delle caratteristiche che nell'antichità erano attribuite a Ercole: forza smisurata e dominio sulle bestie selvagge. Peccato che tutto ciò fosse soltanto l'amplificazione di residui di "fakelore", ossia folklore falso

In realtà, il nome Jingo non è affatto nato in Texas: è stato portato in America dall'Inghilterra, dove era già usato da tempo in formule di riconoscimento di congiurati, come hey jingo, presto-jingo. L'espressione hey Jingo (variante: hey Yingo) era nota anche nel gergo degli illusionisti e dei giocolieri, che la usavano come segnale per la comparsa magica di oggetti, un po' come il più noto Abracadabra. Una citazione di questo uso si trova nell'opera di Martim de Albuquerque (1881), con riferimento all'anno 1679.
La prima attestazione nota dell'interiezione by Jingo! risale invece al 1878, in una canzone da balera scritta da George William Hunt (Finsbury, Londra, circa 1837 - Brentwood, Essex, 1904) e cantata da Gilbert Hastings MacDermott, nato John Farrell (Islington, Londra, 1845 - 1901). Il titolo con cui è nota è "MacDermott's War Song" o "Jingo Song". Questo è il testo del coro (il grassetto è mio):

"We don't want to fight, But by Jingo! if we do, We've got the ships, we've got the men, We've got the money too." 

Traduzione:

"Non vogliamo combattere, ma per Jingo! se lo facciamo, abbiamo le navi, abbiamo gli uomini e abbiamo anche il denaro."

Lo slogan è nato nel contesto della lingua russo-turca (1877 - 1878), ma sarebbe adattissimo all'America di Donald Trump, incarnandone alla perfezione i princìpi.

Sinonimo:
by the living Jingo! 

Variante rara: 
by Gingo! 

Derivati: 

jingo "militarista fanatico", "sciovinista", "guerrafondaio"
    plurale: jingos, jingoes 
jingoist "militarista fanatico", "sciovinista", "falco"    
jingoistic "sciovinistico", "ultranazionalista",
    "eccessivamente patriottico"
jingoism "fanatismo militaresco", "sciovinismo", 
    "nazionalismo regressivo" 
to jingoize "rendere eccessivamente patriottico"

Curiosità:
Esiste un piccolo villaggio di nome Jingo in Kentucky (USA). Si pensa che si tratti di un'assonanza casuale. 

Proposte etimologiche

1) Derivazione da una frase di giuramento Jesus God, contratta e alterata per evitare la blasfemia. Possibile trafila:

Jesus God > *Jes'god > *Jisgo > *Jingo 

Il gruppo consonantico -sg- /-zg/ sarebbe diventato -ng- per eufonia o per necessità di travestimento. Un'ipotesi plausibile è che by Jingo!, con la variante by the living Jingo!, sia un'alterazione eufemistica (minced oath) di un problematico "by the living Jesus God!" o "by the living God!", che chiunque avrebbe avuto paura di proferire. Non dobbiamo dimenticare che il terrore dell'Inferno era comune.

2) Un prestito dal basco Jainko (variante: Jinko) "Dio". I balenieri Baschi, provenienti dalla Biscaglia, avevano molti contatti con gli Inglesi, spingendosi fino in America. Ci è persino noto un gergo marinaresco basato sul basco, con elementi grammaticali come i pronomi e le preposizioni presi dall'inglese. Questo gergo, di cui avremo modo di parlare in un'altra occasione, era usato in Islanda. In questo contesto, non è improbabile che il teonimo Jinko sia passato in inglese come Jingo. In particolare, by Jingo! traduce direttamente il basco ala Jinko! "per Dio!", un'interiezione segnalata da Larry Trask, tra gli altri. È un'esclamazione di sorpresa, enfasi o giuramento, spesso utilizzata nei dialetti guipuzcoani e suletini. 
Si segnala anche l'esistenza della variante high Jingo!, alla lettera "Alto Dio!", che è quasi una traduzione del basco Jaungoikoa (formato da Jaun "signore" + goiko "dell'alto", "del cielo" + -a, articolo determinativo), di cui Jainko, Jinko sarebbero contrazioni. Larry Trask era scettico su questa ipotesi. Senza dubbio avrebbe sostenuto che high Jingo! sia semplicemente una variante della formula hey Jingo! tipica di congiurati e maghi da circo. Resta il fatto che trovo poco convincenti simili obiezioni. 

3) Derivazione dal nome di San Gangolfo di Borgogna, il cui culto era molto diffuso in Francia e in Germania. 

Etimologia del nome:
burgundico Gangulf, Gangolf "Lupo del Passo" 
   (dal protogermanico *Gangawulfaz, composto di 
    *gangaz "passo" + *wulfaz "lupo")
forma latinizzata: Gangulphus 
esiti in francese:
   Gangolf
   Gengulphe,
   Gengoulf
   Gengoulph,
   Gengouph,
   Gengoux,
   Gengoult
   Gengoul
   Jangoul,
   Jangouf,
   Jangou
   Jengoul 
forme latinizzate (secondarie): Gengulphus
   Gingulphus 
esiti in inglese (dal francese): 
   Gingoulph 
esiti in tedesco: 
   Gangolf
   Gangloff
   Gongolf
   Golf
   Genf  
esiti in italiano: 
   Gangolfo,
   Gengolfo
   Gongolfo 

La palatalizzazione di g- è perfettamente regolare ed è stata causata dalla formazione della vocale anteriore -e- a partire da -a-, un fenomeno ben noto che ha colpito, oltre al lessico romanzo, molti germanismi. 
Il passaggio dal francese Gengoul, Jangoul e simili all'inglese Jingo non è impossibile.

La leggenda di San Gangolfo 

Gangolfo (circa 702 - 760) era un cortigiano di una nobile e potente famiglia della stirpe dei Burgundi, vissuto ai tempi del Re dei Franchi Pipino il Breve, il primo dei Carolingi ad aver regnato. Già fin da giovane, Gangolfo era noto per la sua rigorosa onesta e castità, oltre che per le sue grandi ricchezze. Frequentava le chiese e si immergeva nella lettura di testi religiosi. Evitava la compagnia dei libertini. Morti i suoi genitori, divenne un amministratore modello della proprietà ereditata, provvedendo alle chiese e ai poveri che si trovavano nelle sue terre. A un certo punto dovette sposarsi (ricordiamo che tra i Germani non era tollerato il celibato). Scelse però una donna che non condivideva affatto le sue virtù. Era una fallofora! Le importanti responsabilità di nobile portarono Gangolfo a partecipare alle guerre del suo tempo. Si recava spesso in Frisia per predicare il Vangelo alle popolazioni pagane - anche se con scarso successo. Durante un viaggio di ritorno, giunse in un luogo oggi chiamato Bassigny (in latino Bassiniacensis pagus), dove vide una fonte la cui acqua era molto fresca e buona. Gangolfo volle comprare la proprietà. I suoi amici lo deridevano per quello che ritenevano uno spreco insensato ("Cosa te ne fai di una fonte tanto lontana?"). Tuttavia, giunto a casa, il nobile piantò un bastone nel terreno. Diede ordine a un servo di togliere il bastone il giorno dopo: ne scaturì una fonte di acqua fresca, come quella di Bassigny. C'era però un problema: mentre era assente, la moglie gli aveva messo le corna con un prete, un individuo grossolano, scelto per i suoi modi brutali e per il fallo nerboruto. Di fronte a una simile onta, Gangolfo invocò l'ordalia, il Giudizio di Dio: costrinse la donna ad immergere una mano nella nuova fonte. La mano si ustionò miracolosamente, prova che c'era stato adulterio. Così il nobile proibì alla moglie di dividere con lui il letto e ordinò al prete brutale di emigrare. Così questi se ne andarono. Dopo questi fatti, Gangolfo cambiò vita, rinunciò ai suoi beni terreni e fece grandi penitenze, vivendo come un eremita nel castello di Avallon. Gli adulteri fecero comunque ritorno, con l'intenzione di vendicarsi. Così il prete energumeno si avvicinò a Gangolfo, che stava dormendo, aggredendolo e cercando di decapitarlo. Non ci riuscì ma lo ferì gravemente a una gamba, causando la sua morte per setticemia. Si dice che presto avvennero miracoli sulla tomba dell'austero burgundo, che aveva ricevuto i Sacramenti, prima di spirare il giorno 11 maggio del 760. La moglie adultera e il prete abbandonarono nuovamente il Paese, ma ebbero un triste destino: la donna fu colpita da una fermentazione intestinale maligna che le faceva emettere peti spaventosi, costringendola a smerdarsi addosso; l'uomo contrasse la lebbra, che lo fece marcire orrendamente. Entrambi furono condotti a una morte miserabile. 

Conclusioni

Sono convinto che l'etimologia giusta sia quella basca; non sono tuttavia in gradi di provarlo, perché le altre ipotesi sono molto difficili da confutare.

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young:

lunedì 20 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL GARUM, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Com'è ben risaputo, gli antichi Romani usavano largamente una salsa a base di pesce fermentato, denominata garum. Il pesce marino veniva salato e fermentato in anfore con le sue interiora, cui venivano aggiunti altri ingredienti come erbe aromatiche. Il prodotto migliore era la parte liquida, denominata liquāmen. Un'altra frazione liquida, comunque pregiata, era il garī flōs "fiore del garum". Restava poi la parte pastosa, denominata allēc, che era considerata di qualità inferiore. In epoca tarda, la parola liquāmen tendeva a essere usata al posto di garum


garum, nome neutro, II declinazione 
   genitivo: garī 
   dativo/ablativo: garō 
   accusativo/vocativo: garum 
Variante dotta: garon 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (gara, genitivo garōrum, etc.). 

Derivati: 
  garum piperātum "garum con l'aggiunta di pepe"
  oxygarum "garum con aceto"
  oenogarum "garum con vino" 
  elēogarum "garum con olio"
  hydrogarum "garum diluito con acqua"
Nota: 
Essendo la -ă- di garum breve, si pronunciava oxýgarum, oenógarum, elēógarum, hydrógarum. Sono composti grecizzanti, di uso dotto. Immagino che in latino volgare si usassero nomi diversi per queste preparazioni culinarie.  

liquāmen, nome neutro, III declinazione
   genitivo: liquāminis 
   dativo: liquāminī
   accusativo/vocativo: liquāmen
   ablativo: liquāmine
Non dovrebbe usarsi il plurale in questa accezione, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (liquāmina, genitivo liquāminum, etc.). 
Altri significati della parola: 
  1) liquido 
  2) lisciva

allēc, nome neutro, III declinazione
   genitivo: allēcis 
   dativo: allēcī
   accusativo/vocativo: allēc
   ablativo: allēce
Varianti: ālēc, hallēc, hālēc 
Forme tarde (genere maschile): allēx, ālēx, hallēx, hālēx 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (allēca, genitivo allēcum, etc.). 
 
Etimologia di garum:

La parola latina garum è un prestito dal greco γάρον (gáron), variante di γάρος (gáros), che indica una specie di pesce pelagico piccolo, non identificata, dalle cui interiora in origine era ricavato il condimento. L'origine ultima di questo termine greco è sconosciuta. Con ogni probabilità si tratta di un prestito di adstrato. La preparazione culinaria era tipica della Fenicia, nel Paese chiamato Canaan, da cui è stata portata a Cartagine e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante questo, non sono stato in grado di trovare paralleli credibili nelle lingue semitiche (o in qualsiasi altra lingua), così attendo che salti fuori qualcosa di utile in futuro. 

Etimologia di liquāmen e allēc

La parola latina liquāmen è chiaramente dalla stessa radice di liquidus "liquido, fluido" (agg.), liquāre "sciogliersi, colare", liquor "fluido, sostanza liquida" (genitivo liquōris), etc.

La parola latina allēc deriva dal greco ᾰ̔́λς (háls) "sale", probabilmente tramite l'etrusco (il suffisso non è greco). Potremmo ipotizzare un participio passivo *halequ, alla lettera "salato", "messo sotto sale".  
Derivati romanzi: 
Italiano: 
  1) alice (pronuncia alìce, non àlice)
  2) alaccia, laccia "sardinella (Sardinella aurita)"
Catalano:
  alatxa "sardinella (Sardinella aurita)"

Due etimologie di garum, suggestive ma false

1) L'ipotesi indiana 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola Hindi गरम garam "caldo", "piccante", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari: 
- La parola in questione è un prestito tardo dal persiano گَرْم garm "caldo", infatti non ha la consonante iniziale aspirata.
- La consonante -m è parte della radice: la parola greca corrispondente è θερμός (thermós) "caldo". Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione).
 
2) L'ipotesi malese 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola malese/indonesiana garam "sale", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari:
- Il significato originale di questo garam è "granello": la parola originale per indicare il sale è sira, da cui è derivata la locuzione garam sira "granello di sale" (poi abbreviata mantenendo solo il primo membro).  
- La consonante -m è parte della radice. Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione). 

Mi sono imbattuto in questi maldestri tentativi etimologici nel Web, a questo link, in cui sono inclusi alcuni commenti con un abbozzi di confutazione: 


Un'altra falsa etimologia

È stata notata la somiglianza della parola garum con due verbi della lingua tedesca: 
1) garen "cucinare"
2) gären (ortografia obsoleta gähren) "fermentare"

- Il verbo garen (pronuncia /'ga:rən/) deriva da gar "cucinato", a sua volta dall'antico alto tedesco garo "preparato", "pronto".
- Il verbo gären (pronuncia /'gε:rən/) era molto diverso in antico alto tedesco: esistevano jesan "fermentare" e il suo causativo jerien "far fermentare". L'iniziale g- del tedesco moderno di deve alla fusione del tipico prefisso ge- (antico alto tedesco gi-). 
Conclusione:
Nessuna di queste parole tedesche è accettabile come etimologia di garum. Si tratta di mere somiglianze superficiali senza alcun nesso causale. 

Complesse interazioni

Una curiosità: esisteva il garum kosher già nell'antica Pompei. Siccome le norme alimentari della religione ebraica permettevano agli Israeliti soltanto i pesci con squame, escludendo selaci, crostacei e molluschi, furono fatte preparazioni apposite, come mostrato da reperti archeologici. Questo deporrebbe a favore dell'universalità della salsa, usata anche dagli Ebrei, che pure erano così schifiltosi e ossessionati dall'idea di purezza. Per il resto, è difficile tracciare una mappa che tenga conto di tutti i possibili fattori. Solo per fare un esempio, non sono affatto sicuro che il garum piacesse ai Germani in epoca imperiale. Fatto sta che con le grandi migrazioni, il condimento in questione finì per scomparire dall'Occidente, anche se gradualmente. Isidoro di Siviglia ne parla ancora nel VII secolo. La produzione e l'uso si sono conservati invece nell'Impero Romano d'Oriente fino al IX secolo. Ci sono alcune testimonianze del fatto che la salsa fosse usata dai sovrani dei Franchi e dei Longobardi, anche se era importata da territori di Bisanzio. Non si tratterebbe quindi di continuità, bensì del risultato di rinnovati traffici commerciali  con l'Oriente e di gusti acquisiti, secoli dopo l'insanabile frattura del mondo antico. 
Tra le ragioni del declino del garum in Occidente, si possono senz'altro citare il crollo della logistica e il peggioramento generalizzato dell'economia a partire dal VI secolo. Ogni cosa costava troppo, così ci si dovette arrangiare come si poteva. 
Molto tempo dopo, il tirannico Carlo Magno si occupò anche della produzione delle salse di pesce, imponendo regole igieniche stringenti. Non abbiamo affatto la certezza che questi prodotti fossero forme di garum paragonabile a quello antico. Anzi, è piuttosto improbabile. In effetti, si trattava di salse che erano sottoposte a cottura, a differenza di quelle prodotte nell'antichità.  

Garum e parassitosi 

Le analisi su latrine e feci fossilizzate (coproliti) di epoca romana hanno evidenziato una presenza diffusa di parassiti intestinali, tra cui tricocefali, nematodi e, in particolare, il botriocefalo o verme solitario del pesce. La preparazione avveniva macerando viscere di pesce sotto il sole e non era prevista la cottura, che avrebbe ucciso le uova dei parassiti. Il commercio diffuso in tutto l'Impero in giare sigillate ha facilitato la diffusione di questi vermi infestanti a tutta la popolazione. Sebbene i Romani avessero per l'epoca un'ottima cultura igienica (basti pensare alle terme e alle latrine), le parassitosi erano molto comuni. Si ipotizza che l'uso frequente del garum, unito al ricambio limitato dell'acqua nelle terme e alle peculiari modalità di pulizia anale, abbia favorito la persistenza di tali infezioni. 


Esperimenti moderni 

Qualche tempo fa, con mia grande sorpresa, ho potuto trovare del garum al supermercato. Il prodotto si chiamava "Garum Romae". L'ho trovato eccellente, anche se l'aspetto era poco invitante. Era pastoso e di color bruno verdastro: tecnicamente parlando, era più che altro allēc. Non ho nemmeno scattato qualche foto della pasta condita con questa salsa: avrei potuto indurre chi avesse visto quella pasta a pensare che fosse stata cosparsa di escrementi umani! Dopo qualche mese, il prodotto  ittico purtroppo non si è più trovato. Evidentemente non ha riscosso successo per via della sua apparenza, in grado di urtare gli stomaci più sensibili. Peccato, era un'iniziativa ricostruzionista davvero lodevole. La lista degli ingredienti specificava l'uso di una certa varietà di erbe aromatiche, tra cui la menta e la mentuccia. In ogni caso, non sono sicuro che questo garum sia stato prodotto secondo le procedure in uso nell'antica Roma. Con ogni probabilità nessuna autorità  odierna darebbe il suo benestare alla fermentazione sotto il calore solare di pesce con le interiora, posto in vasche di pietra per qualche settimana. Si sarà trattato di una versione "addomesticata"
Ricordo ancora un mio sciagurato esperimento. Presi gli intestini di alcuni pesci e li misi brutalmente assieme a un po' di sale in un recipiente. L'odore che ne sorse avrebbe stordito e abbattuto un avvoltoio, così fui costretto a gettare tutto! 

Il caso della colatura di alici

È una leggenda abbastanza diffusa quella secondo cui il garum avrebbe lasciato come erede la colatura di alici di Cetara (Costiera Amalfitana, Campania), che equivarrebbe al liquāmen, ossia alla parte liquida. Tuttavia la cosa mi pare dubbia, perché la colatura di alici è fatta con pesci eviscerati, mentre il garum è fatto con pesci non eviscerati. Certo, è anche possibile che nel corso dei secoli la preparazione sia cambiata, passando dalla ricetta romana a qualcosa di più edulcorato, privato proprio di quello che in origine era l'ingrediente principale. Potrebbero essere stati i rubicondi fratacchioni a cercare di "purificare" il prodotto per qualche loro fisima religiosa. Tuttavia, non si può escludere che la colatura sia un'innovazione medievale, priva di diretta discendenza con il condimento dell'antica Roma. Restiamo in attesa di ulteriori informazioni per poter definire meglio la complessa questione.

martedì 14 maggio 2024

TURCILINGI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

I Turcilingi sono un popolo germanico, generalmente ritenuto appartenente al ramo orientale, quello dei Goti.  Alcuni li considerano un sottogruppo degli Sciri. Furono tra le milizie dell'impavido Odoacre e contribuirono a rovesciare l'Impero Romano d'Occidente. Furono considerati per secoli la quintessenza della barbarie. Ancora nel XVII secolo, il teologo inglese Lancelot Andrews (1555 - 1626) citò, per bassi scopi politici e propagandistici, "l'inumanità e la barbarie dei Turcilingi". Perché i Turcilingi ebbero una fama tanto terribile da essere menzionata con orrore, pur essendo da tempo immemore scomparsi? Ebbene, erano tanto temuti perché praticavano la sodomia violenta! Condividevano questo costume con gli Eruli e con alcuni altri popoli oscuri, come i Taifali. La cosa non deve stupire. Già abbiamo mostrato come Odoacre introdusse il favone nell'angusto budello del giovane Romolo Augustolo, possedendolo carnalmente come una femmina: ancor oggi la cosa è vista con assoluto orrore e disgusto, tanto da far tremare d'ira e sdegno innumerevoli bulli appassionati della Storia di Roma. Ne ricordo uno che, di fronte alla mia vivida descrizione, definì "aberranti" le passioni di Odoacre - a babbo morto da così tanti secoli!

Origine del nome dei Turcilingi

La formazione dell'etnonimo è chiaramente germanica: il suffisso -ing-, molto produttivo, è un patronimico e indica spesso discendenza da un antenato comune. Il problema in questo caso è la radice. Il nome, che Wulfila avrebbe trascritto *Turkiliggs /'turkiliŋgs/, sembra derivare da un antroponimo *Turkila /'turkila/ "Piccolo Turco" e avere il significato di "Discendente del Piccolo Turco". Dovevano esistere le rispettive varianti *Taurkilings /'tɔrkiliŋgs/ e *Taurkila /'tɔrkila/, dal momento che nei codici dell'opera di Giordane troviamo scritto anche Torcilingi e Thorcilingi. Probabilmente un uomo venuto da Oriente, appartenente a un popolo unnico, è giunto presso una tribù di Germani orientali, venendo adottato, distinguendosi per eroismo e infine dando origine a una cospicua stirpe regnante. 

Etimologia di turco 

Proto-turco: *tür(ü)k 
Ricostruzione alternativa: *türük / *törük
Significato: Turco, Turchi 
Possibili significati di origine:
      - potente, forte 
      - procreatore  
   Esiti storici: 
   Antico turco (anatolico): türk  
   Turco: Türk 
   Turco Ottomano: Türkman 
   Azero: Türkman 
   Turkmeno: Türkmen 
   Uzbeco: Turkmon 
   Antico turco siberiano: türk 
   Rouran: türküt "Turchi" 
   Antico Uyghuro: türkče "lingua uyghura"

L'origine di questo etnonimo, che ha finito col sostituire la più antica denominazione degli Unni, è da un'estensione con un suffisso sclerotizzato -k di una radice verbale col significato di "essere nato". Il significato originario di türk deve essere stato "uomo", "essere umano"

Proto-turco: *töre-
Significato: essere nato, avere origine 
   Antico turco: törü- "essere nato" 
   Turco: türe- "essere nato"
   Tataro (dialett.): türä- "essere nato" 
   Azero: törä- "essere nato" 
   Turkmeno: döre- "essere nato"
   Oyrat: törö- "essere nato"
   Yakuto: törȫ- "essere nato"
   Tuva: törü- "essere nato"
   Tofalar: dörü- "essere nato"
   Kirghiso: törö- "essere nato"
   Karaim: töre- "essere nato" 

Esistono paralleli in altre lingue altaiche, diverse da quelle turche; non è chiaro se si tratti di derivazioni da una protoforma comune oppure di antichissimi prestiti. 

Proto-mongolo: *töre- 
Significato: essere nato 
   Mongolo scritto: töre- "essere nato" 
   Khalkha: törö- "essere nato"
   Calmucco: tör- "essere nato"
   Buriato: türe- "essere nato"
   Ordos: törö- "essere nato"
   Dagur: turu-, ture- "essere nato"
   Monguor: turo- "essere nato"
   Mogol: türä- "essere nato" 

Proto-tunguso: *tur- 
Significato: essere nato; crescere 
   Evenki: turku- "uscire";
       turī "gregge di cervi in calore"
   Even: töri "famiglia di orsi" 
   Manchu parlato: tiuči "emergere", "apparire"
   Manchu letterario: tuči "essere nato", "crescere", 
        "uscire"

Non è un caso se ancora oggi si dice "cose turche"! Ricordo ancora nitidamente un quadretto appeso a una parete di un negozio di robivecchi a Lecco, che ritraeva un uomo col turbante nell'atto di sodomizzare un giovane messo alla pecora. Gli introduceva lentamente il glande durissimo nel cedevole intestino. Eccole le cose turche! 

domenica 12 maggio 2024

SCIRI E BASTARNI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

Due popoli indoeuropei enigmatici abitavano nella regione dei Carpazi a partire dal III secolo a.C., giunti da Settentrione, con ogni probabilità dall'area oggi chiamata Polonia: gli Sciri e i Bastarni. I primi sono tradizionalmente sono considerati Germani, o comunque di lingua germanica. Per quanto riguarda i secondi, molti li considerano Germani, anche se regna una certa confusione e sono stati avanzati diversi dubbi. Dato che si tratterebbe di due delle più antiche attestazioni di popoli di lingua germanica nella Storia, la questione deve quindi essere discussa con particolare attenzione. Va detto che già nell'antichità circolavano opinioni estremamente confuse. 

1) Gli Sciri 

Forma latina: Scīriī /'ski:rii:/, Scīrī /'ski:ri:/
     (genitivo Scīriōrum, Scīrōrum)
Forma greca: ΣκίριοιΣκίροι

Gli Sciri furono un popolo germanico il cui etnonimo è trasparente, ben comprensibile a partire dalla lingua di Wulfila: skeirs /ski:rs/ significa "chiaro", anche nel senso di "puro" (il dittongo grafico -ei- trascrive una -i- lunga). Un testo teologico in gotico è conosciuto come Skeireins /'ski:ri:ns/, ossia "Spiegazioni" - alla lettera "Chiarimenti". La parola skeirs aveva già un ampio campo semantico, analogamente a quanto avviene in italiano con chiaro (da cui si formano molti derivati come chiarire, chiarezza, etc.). 
Così è ragionevole supporre che il nome degli Sciri, appartenente al germanico orientale, significhi proprio "Chiari", "Splendenti", "Puri" e anche "Puri di sangue", "Puri di stirpe". 

Forma gotica ricostruita: *Skeirjos /'ski:rjo:s/ 
Tema della declinazione: -ja- 

Non ci sono particolari problemi ad ammettere un dileguo della -j- di *Skeirjos, senza dubbio favorito dalla vocale anteriore della sillaba precedente. 

Forma gotica ricostruita: *Skeiros /'ski:ro:s/ 
Tema della declinazione: -a-

L'etimologia è diretta, si tratta di una sostantivazione dell'aggettivo skeirs "chiaro", che ha una vocale tematica -i- / -ja-:

Forma protogermanica ricostruibile: *skīriz 
Forme gotiche attestate: skeirs

Declinazione forte: 
nominativo maschile: skeirs
nominativo femminile: skeirs
nominativo neutro: skeir, skeirjata 

Declinazione debole: 
nominativo maschile: skeirja 
nominativo femminile: skeirjo 
nominativo neutro: skeirjo 

Etimologie alternative: 

1) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal protogermanico *skīrō "divisione amministrativa" (da cui l'inglese shire "contea"). Il problema è che non è una ricostruzione sicura: potrebbe essere *skīzō con la sibilante sonora /z/ rotacizzata in seguito. L'etnonimo degli Sciri, antichissimo (dal II secolo a.C.), non può essere il prodotto di un rotacismo, essendo questo mutamento fonetico avvenuto in epoca molto posteriore (nelle lingue germaniche occidentali).
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia di sceriffo


2) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal medio persiano shīr "latte" o dal suo omofono shīr "leone". La prima ipotesi incontra difficoltà semantiche insormontabili; la seconda sarebbe semanticamente accettabile. Tuttavia  occorre scartare entrambe le comparazioni: sono inammissibili già per motivi fonologici (non rendono conto del gruppo consonantico /sk-/). 

Gli antroponimi noti associabili agli Sciri sono tardi e appartengono chiaramente alla lingua gotica: Edeko, Edica (padre di Odoacre), Onulphus, Onulf (fratello di Odoacre). 
Esistono alcuni toponimi della Baviera che derivano dal nome degli Sciri: 
Scheyern (attestato come Scira nel 1080)
Scheuer (attestato come Sciri nel 975 circa)
Scheuern in Neubeuern (attestato come Skira nell'XI secolo)
Scheuring (attestato come Sciringen nel 1150) 
La fonologia presenta irregolarità che meriterebbero di essere investigate. Sembra quasi che rifletta sviluppi di una lingua diversa dall'antico bavarese. 

Conclusioni: 
Le implicazioni dell'etimologia gotica, che resta la migliore, sono potenti. 

2) I Bastarni

Forma latina: Basternae
     (genitivo Basternārum)
Forma greca: ΒαστάρναιΒαστέρναι 

I Bastarni furono un popolo indoeuropeo di incerta origine: in genere sono considerati Germani, ma non manca chi li attribuisce ai Celti o addirittura ai Sarmati (Iranici). Particolarmente diffusa è l'idea che in origine fossero Germani, ma mescolati ad elementi di altra stirpe, come i Celti e i Sarmati. Non c'è finora alcun sostanziale accordo nel mondo accademico sulla reale appartenenza etnica di queste genti: si riflette la molteplicità delle opinioni presenti negli autori classici. Ecco un quadro sintetico: 

1) Livio, Plutarco: i Bastarni sono Galli, Galati, ossia Celti  
2) Strabone, Plinio il Vecchio: i Bastarni sono Germani 
3) Tacito: i Bastarni sono Germani, ma con sangue e influenza dei Sarmati
(l'autore aggiunge che sono pigri e sporchi) 
4) Dione Cassio, Zosimo: i Bastarni sono Sciti 
5) Appiano: i Bastarni sono Traci 
Nota: 
Strabone, che considera i Bastarni Germani, in un'altra occasione li elenca tra i Roxolani, considerati Sciti. Si contraddice. Zosimo considera Sciti persino i Goti, la cui lingua è eminentemente germanica.

Da questi elementi piuttosto scarsi ed erratici deriva una singolare suggestione. Se i Bastarni sono stati una mescolanza di genti, viene naturale pensare che fossero... i BastardiLa tentazione è quella di contrapporre agli Sciri, che sono i "Puri", i Bastarni, interpretando il nome di questi ultimi come "Mescolati", "Impuri" e "Bastardi", come anche suggerito dalla notevole assonanza. Ecco, se ciò fosse vero, si sarebbe trovata la vera etimologia della parola "bastardo". In realtà le cose non sono così facili. 
i) Cominciamo dalla semantica: nessun popolo si darebbe un nome intrinsecamente spregiativo. Certo, in teoria potrebbe essere un esoetnico, attribuito da avversari, ma è comunque difficile credere che dell'endoetnico non sia rimasta traccia alcuna. A quanto pare, i Bastarni erano invece fierissimi del loro nome e si consideravano le più potenti tra le genti. Argomenti simili sono stati enunciati dallo storico britannico Roger Batty (2008).
ii) La formazione dello spiacevole epiteto "bastardo" è avvenuta in epoca medievale, in condizioni complesse, e presenta caratteristiche non ravvisabili nell'etnonimo dei Bastarni.  
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia della parola bastardo


In realtà esiste un'etimologia ben più plausibile per il nome dei Bastarni, che permette di superare tutte le criticità, evitando problemi semantici e anacronismi. 
La derivazione proposta è dal verbo protogermanico *bastijanan "unire", "mettere insieme", da cui discende in ultima analisi l'italiano bastire, imbastire. Un'unione di popoli esprime comunque un concetto di varietà, ma senza alcuna accezione negativa. 

Protoforma gotica ricostruita: *Bastarnos
         /'bastarno:s/
   Variante: *Bastairnos /'bastεrno:s/ 

Protogermanico: *Bastarnōz / *Basternōz 
Significato: Gli Uniti

Wiktionary si limita a ricostruire il verbo a livello di germanico occidentale, anche se a mio avviso è possibile pensare che fosse già presente nella protolingua germanica comune. 

Antico alto tedesco: besten (< *bastjan)
Tedesco moderno: basteln, besteln 
Medio basso tedesco: besten 
Latino volgare: *bastīre (prestito germanico)

Il verbo sarebbe derivato a sua volta dal protogermanico *bastaz "fibra" (inglese bast "rafia", "fibra tenace e grossolana", tedesco Bast idem), nel senso originario di "unire più fibre", "cucire insieme".  


Un tipo di carro: la basterna. Non sembra derivato da *bastum "sostegno", più plausibilmente è stato preso proprio dall'inclito nome dei Bastarni. 

Etimologia alternative: 

1) Lo studioso russo Oleg Trubačev (Indoiranica, 1999) ha proposto una derivazione dall'avestico bast- "legare"; "schiavo" (cfr. ossetico bættən "legare", bast "legato") e *arna- "prole", considerandolo analogo nella formazione all'epiteto δουλόσποροι "gli schiavi Sporoi" menzionato da Nonno e Cosma, dove gli Sporoi sono il popolo che Procopio menziona come gli antenati degli Slavi. Echeggiano note di linguistica nazionalista. Anche se è interessante la somigianza della radice iranica bast- con il verbo protogermanico *bastijanan, rimane difficile pensare che l'elemento -arn- / -ern- sia qualcosa di più di in mero suffisso.
2) Secondo lo studioso lituano Rimantas Matulis, il nome dei Bastarni sarebbe spiegabile ricorrendo alla locuzione lituana basi tarnai "servi scalzi". Questa interpretazione viene talvolta utilizzata per sostenere la presenza o l'influenza baltica nella regione del Danubio durante l'antichità. Ha tutta l'aria di essere un'etimologia popolare.

Divisioni e antroponimi dei Bastarni

I Bastarni si dividevano in Atmoni, Sidones e Peucini (o Peuci).
Da questi etnonimo possiamo fare interessanti deduzioni. 

1) Atmoni "Gente dello Spirito"
Cfr. protogermanico *ǣþmaz "spirito, respiro"
Nota:
L'esito della vocale tonica è simile a quello del germanico occidentale e settentrionale, diverge da quello del germanico orientale.
2) Sidones "Gente della Tradizione" 
Varianti: Sidoni, Sidini 
Cfr. protogermanico *siðuz "costume, tradizione"
Nota: 
Sono applicate le leggi di Grimm e di Verner.
3) Peucini "Gente del Pino"
Varianti: Peuci 
Cfr. protogermanico *fiuχtijōn "abete"
Nota: 
Manca l'elemento dentale -t-. Manca l'applicazione della legge di Grimm. Essendo il nome derivato da quello dell'isola di Peuce (greco Πεύκη), potrebbe semplicemente essere un prestito. 

Sappiamo che il nome di alcuni capi. Uno di questi, Deldo, è di etimologia incerta e significato al momento indeterminabile. Un altro, Teutagonus "Figlio della Tribù", di chiarissima tradizione indoeuropea, che mostra una formazione più celtica che germanica. Un altro ancora, Cotto, ha un nome tipicamente celtico che significa "L'Anziano".

Conclusioni 

Sussistono varie possibilità. La lingua dei Bastarni potrebbe essere un sottogruppo ignoto delle lingue germaniche. Tuttavia si potrebbe anche trattare di una sottofamiglia indoeuropea indipendente, oggi perduta ("i Bastarni sono Bastarni"). Si dà la possibilità che nel corso del tempo i Bastarni siano passati dalla loro lingua originaria a una lingua germanica. Per chiarire definitivamente la questione servirebbero ulteriori dati, che molto difficilmente saranno reperiti.