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sabato 16 marzo 2024

 
BARRY LYNDON 
 
Titolo originale: Barry Lyndon
Lingua originale
: Inglese, tedesco, francese
Paese di produzione
: Stati Uniti d'America, Regno Unito
Anno
: 1975
Durata
: 184 min
Rapporto
: 1,66:1(cinema)
      1,59:1(home video) 1,78:1(Blu-ray)
Genere
: Avventura, guerra, drammatico, storico
Regia
: Stanley Kubrick
Soggetto
: William Makepeace Thackeray (romanzo)
Sceneggiatura
: Stanley Kubrick
Produttore
: Stanley Kubrick
Produttore esecutivo
: Jan Harlan, Bernard Williams
Casa di produzione
: Hawk Films Ltd., Peregrine,
     Warner Bros.
Distribuzione in italiano
: Warner Bros. Italia
Fotografia
: John Alcott
Montaggio
: Tony Lawson
Musiche
: AA.VV. (brani riadattati da Leonard Rosenman)
Scenografia
: Ken Adam, Roy Walker, Vernon Dixon
Costumi
: Milena Canonero, Ulla-Britt Söderlund
Trucco
: Alan Boyle 
Direttore del casting: James Liggat 
Direttore di divisione: Malcolm J. Christopher, 
   Don Geraghty 
Direttore di produzione: Paul Hitchcock 
Manager di produzione: Terence A. Clegg, Douglas 
   Twiddy 
Effetti speciali: Gerry Johnston, John Richardson 
Controfigure: Roy Scammell, Peter Munt,
   John Sullivan
Camera a mano: Ronny Taylor 
Continuità: June Randall 
Coreografie: Geraldine Stephenson 
Colori: Dave Dowler 
Interpreti e personaggi
:
    Ryan O'Neal: Redmond Barry Lyndon
    Marisa Berenson: Lady Lyndon
    Patrick Magee: Chevalier de Balibari
    Hardy Krüger: Capitano Potzdorf
    Frederick Schiller: Herr von Potzdorf, Ministro
         di Polizia
    Steven Berkoff: Lord Ludd
    Gay Hamilton: Nora Brady 
    Liam Redmond: Signor Brady, padre di Nora 
    Billy Boyle: Mick, fratello di Nora 
    Pat Laffan: Ulick, l'altro fratello di Nora 
    Marie Kean: Madre di Barry
    Diana Körner: Lieschen (ragazza tedesca) 
    Murray Melvin: Reverendo Samuel Runt
    Frank Middlemass: Sir Charles Reginald Lyndon
    André Morell: Lord Gustavus Adolphus Wendover
    Arthur O'Sullivan: Capitano Feeny
    Godfrey Quigley: Capitano Grogan
    Leonard Rossiter: Capitano John Quin 
    Jonathan Cecil: Tenente Jonathan Fakenham 
    Peter Cellier: Sir Richard 
    Anthony Sharp: Lord Hallam 
    Philip Stone: Graham
    Leon Vitali: Lord Bullingdon
    Billy Boyle: Seamus Feeny
    Geoffrey Chater: Dottor Broughton
    David Morley: Bryan Patrick Lyndon
    Wolf Kahler: Principe di Tubinga
    Roger Booth: Re Giorgio III 
    Ferdy Mayne: Colonnello Bulow 
    John Sharp: Doohan 
    Pat Roach: Caporale Toole 
    Hans Meyer: Joseph Schulffen, ufficiale prussiano 
    Anthony Dawes: Soldato britannico 
    Barry Jackson: Soldato britannico 
    George Sewell: Secondo di Barry nel duello finale 
    Roy Spencer: Venditore di cavalli 
    Harry Towb: Taverniere 
    Non citati nei titoli originali: 
    Norman Gay: Valletto
    George Holdcroft: Gentiluomo 
    Katharina Kubrick: Danzatrice 
    Vivian Kubrick: Spettatrice dello spettacolo di magia
    Gary Taylor: Secondo di duello di Barry
    John Trehy: Padrino di duello 
Doppiatori originali
:  
    Michael Hordern: Narratore
Doppiatori italiani
:
    Giancarlo Giannini: Redmond Barry Lyndon
    Melina Martello: Lady Lyndon
    Alberto Lionello: Chevalier de Balibari
   Renato Cortesi: Lord Ludd, Mick, il principe di Tubinga, 
           Jonathan Fakenham
    Alida Cappellini: Nora Brady
    Gianna Piaz: Madre di Barry
    Oreste Lionello: Reverendo Samuel Runt
    Gianni Bonagura: Charles Lyndon, Graham
    Mario Feliciani: Lord Wendover
    Corrado Gaipa: Capitano Grogan
    Mario Maranzana: Capitano John Quin
    Rodolfo Traversa: Lord Bullingdon
    Carlo Baccarini: Dottor Broughton
    Massimo Foschi: Re Giorgio III, Ulik
    Vittorio Di Prima: Caporale Toole
    Romolo Valli: Narratore
    Marcello Tusco: Venditore di tessuti
    Roberto Bertea: Padre di Nora, un ministro di polizia
    Marco Guadagno: Lord Bullingdon da giovane
    Vittorio Congia: Recluta
    Giampiero Albertini: Padrino di Barry al duello
    Pietro Biondi: Frederick
    Silvio Spaccesi: Capitano Feeny
    Sergio Di Giulio: Seamus Feeny 
Titoli in altre lingue: 
    Lituano: Baris Lindonas 
    Lettone: Berijs Lindons 
Budget: 10-11 milioni di dollari US
Box office: 20,3 milioni di dollari US


Trama: 

Parte I: "Con quali mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon"

Anno del Signore 1750. Nel Regno d'Irlanda il padre di Redmond Barry viene ucciso in un duello. Barry, che appartiene a una famiglia protestante irlandese, di origine nobile ma ridotta alla povertà, si invaghisce della cugina Nora Brady e in un duello spara al suo pretendente, il capitano dell'esercito John Quin. Fugge, ma viene derubato dai banditi mentre è in viaggio verso Dublino. Senza un soldo e senza cavallo, a Barry non resta altra scelta che arruolarsi nell'esercito. L'amico di famiglia, il Capitano Grogan, lo informa che Quin in realtà non è morto: il duello è stato inscenato e il proiettile di Barry è stato sostituito in modo fraudolento con un pezzo di stoppa. L'intento della famiglia di Nora era quello di sbarazzarsi di Barry per migliorare le proprie finanze attraverso il matrimonio con Quin, codardo ma benestante. 
Barry presta servizio con il suo reggimento in Germania durante la Guerra dei Sette Anni, ma diserta dopo la morte di Grogan in combattimento contro i Francesi. Fuggito con il cavallo e l'uniforme da tenente, Barry ha una breve relazione con Frau Lieschen, una contadina tedesca sposata. Sulla strada per Brema, incontra il Capitano Potzdorf, che scopre l'inganno e lo convince a arruolarsi nell'esercito prussiano. In seguito, il giovane irlandese salva la vita di Potzdorf e riceve un encomio da Federico il Grande in persona. 
Alla fine della guerra, Barry viene reclutato dallo zio del Capitano Potzdorf nel Ministero di Polizia prussiano. I suoi superiori sospettano che il Cavaliere de Balibari, un sedicente francese che esercita la professione di giocatore d'azzardo, sia in realtà un irlandese e una spia dell'Imperatrice Maria Teresa. Per questo motivo assegnano a Barry il ruolo di suo servitore. L'emotivo e infiammabile giovane confida tutto al Cavaliere e i due diventano alleati. Dopo aver vinto un'enorme somma al gioco d'azzardo in una partita contro il Principe di Tubinga, questi accusa il Cavaliere di aver barato, pur senza addurre prove, rifiutandosi di onorare il suo debito. Il Cavaliere minaccia di esigere soddisfazione. Per evitare uno scandalo, il Ministero di Polizia salda il debito e scorta silenziosamente il Cavaliere fuori dai confini prussiani, il che consente a Barry, assunto il suo travestimento, di lasciare anche lui il Paese. Infatti il Cavaliere stesso aveva attraversato la frontiera senza incidenti la notte prima. 
I due avventurieri si riuniscono e viaggiano in lungo e in largo per l'Europa, perpetrando un gran numero di truffe al gioco d'azzardo. Barry ha anche il compito di estorcere il denaro ai debitori recalcitranti sfidandoli a duelli di spada. A Spa, incontra la bella, ricca e visibilmente depressa Lady Lyndon. La seduce e bersaglia l'anziano e cardiopatico marito Sir Charles Reginald Lyndon, causandogli un infarto mortale con un crescendo di battute caustiche.

Parte II: "Contenente un resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon"

Anno del Signore 1773. Barry sposa Lady Lyndon, ne assume il cognome e si stabilisce in Inghilterra. La Contessa gli dà un figlio maschio, Bryan Patrick, che lui ama moltissimo e vizia. Il matrimonio è però infelice: Barry è apertamente infedele e sperpera i beni della moglie, tenendola in isolamento. Lord Bullingdon, figlio di primo letto di Lady Lyndon e Sir Charles, è ancora addolorato per la perdita dell'anziano padre e vede giustamente nel patrigno un cercatore d'oro che non si è certo sposato per amore. Barry reagisce nel corso degli anni a questa ostilità infliggendo al figliastro terribili abusi emotivi e fisici. 
La madre di Barry va a vivere con lui e lo avverte che se Lady Lyndon dovesse morire, Bullingdon erediterebbe tutto. Consiglia al figlio di ottenere un titolo nobiliare, dato che non ha nulla intestato a suo nome. A tal fine, Barry si ingrazia l'influente Lord Wendover e spende somme ancora più ingenti del patrimonio di Lady Lyndon per ottenere il favore dell'alta società. Il suo massimo successo è partecipare a un ricevimento a cui è presente Re Giorgio III. A parte questo, non ottiene alcunché di concreto. In un'occasione Bullingdon, ormai adulto, interrompe una festa e accusa pubblicamente il patrigno di infedeltà, abusi e cattiva gestione finanziaria, annunciando che lascerà la tenuta dei Lyndon finché l'usurpatore vi rimarrà. Barry risponde aggredendo brutalmente il figliastro, fino a quando i due non vengono separati dai partecipanti alla festa. In seguito a questi fatti incresciosi, per Barry diventa irraggiungibile l'accesso a qualsiasi titolo nobiliare; viene emarginato dall'alta società, è colpito da stigma e sprofonda ulteriormente nella rovina finanziaria.
Barry dona un cavallo a Bryan in occasione del suo nono compleanno. Bryan, impaziente, monta in sella da solo, ma l'equino si imbizzarrisce e lo disarciona, provocandone la morte. Barry concepisce una sola risposta possibile alla sciagura: sprofonda nell'alcolismo. "Il solo conforto che poté trovare gli venne dal bere". Tracanna bottiglie  fino a perdere i sensi sulla poltrona, poi i valletti si occupano di metterlo a letto. Intanto Lady Lyndon cerca supporto religioso dall'effeminato sacerdote Samuel Runt, che era stato precettore di Bullingdon e di Bryan. Quando la madre di Barry licenzia Runt per evitare che il figlio perda il controllo della casa, Lady Lyndon tenta il suicidio. Runt e Graham, l'amministratore della famiglia, scrivono a Bullingdon per informarlo dell'accaduto: lui torna subito alla tenuta e sfida il patrigno a duello. 
Durante il duello, Bullingdon spara accidentalmente il primo colpo, ma Barry spara deliberatamente a terra, rifiutandosi di sfruttare l'errore del figliastro. Bullingdon si rifiuta a sua volta di accettare questo esito come soddisfazione e spara di nuovo, colpendo Barry a una gamba. Questa ferita costringe Barry a un'amputazione sotto il ginocchio. Mentre Barry è in convalescenza, Bullingdon prende il controllo della tenuta dei Lyndon. Tramite l'amministratore Graham, ricorda a Barry che il suo credito è esaurito e gli offre 500 ghinee all'anno per lasciare per sempre Lady Lyndon, le sue tenute e l'Inghilterra. Barry accetta a malincuore l'offerta e riprende la sua precedente professione di giocatore d'azzardo, conducendo vita errabonda per le nazioni, ma senza lo stesso successo di un tempo. Il narratore afferma che non si conosce nulla della sua esistenza successiva. Tuttavia, in un'inquadratura si vede Lady Lyndon che firma l'assegno annuale di rendita di Barry sotto gli occhi del figlio: sulla cedola si legge la data Dicembre 1789

"Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali."


Citazioni memorabili: 

"I gentiluomini possono parlare dell'era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano... È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo."
(Redmond Barry)

"Una donna che ha un debole per le uniformi deve essere preparata a cambiare amante molto alla svelta o la sua sarà una vita molto triste."
(Narratore) 

"Le qualità e le energie che portano un uomo a conquistare una fortuna sono spesso le stesse che lo portano poi a perderla."
(Narratore)

Dialoghi:

Sir Charles Reginald Lyndon: "Buonasera, signor Barry, ve la siete fatta la mia signora?"
Barry Lyndon: "Mi scusi, ma non capisco."
Sir Charles Reginald Lyndon: "Suvvia, signore, preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille!"  

Colonna sonora: 

1) Sarabande (dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437) - Georg Friedrich Händel: è il tema conduttore del film, utilizzato nelle scene drammatiche e nei duelli.
2) Women of Ireland (Mná na hÉireann) - The Chieftains (composta da Sean O'Riada): tema romantico e nostalgico che ricorre nel film.
3) Trio per pianoforte n. 2 in mi bemolle maggiore, Op. 100 (secondo movimento) - Franz Schubert: utilizzato in scene cruciali, inclusa la parte finale.
4) Concerto per due clavicembali e orchestra in do minore, BWV 1060 (Adagio) - Johann Sebastian Bach.
5) Concerto per violoncello in mi minore (terzo movimento) - Antonio Vivaldi.
6) Marcia da Idomeneo - Wolfgang Amadeus Mozart.
7) German Dance No.1 in C major - Franz Schubert.
8) Hohenfriedberger March - Federico il Grande.
8) Brani tradizionali:
   Piper's Maggot Jig (eseguito dai The Chieftains),
   The Sea Maiden (eseguito dai The Chieftains),
   British Grenadiers,
   Lilliburlero


Recensione:
Questa è certamente una delle più importanti pellicole di tutta la storia della Settima Arte. Dal punto di vista filologico, è un'opera imponente, curata in modo micrometrico, quasi maniacale. Disegni, stampe e dipinti del XVIII secolo hanno ispirato fin nei più minuti dettagli le scene e i costumi. Il senso del Destino è onnipresente e finisce col manifestarsi nella sua dimensione più oppressiva e annichilente. Per trovare una chiave di lettura, bisogna andare molto indietro nel tempo. Nell'antica Scandinavia pagana si credeva che ogni uomo avesse due forze del Destino che lo accompagnavano: una era chiamata fylgja e rappresentava la fortuna legata all'individuo in quanto tale, mentre l'altra era chiamata hamingja e rappresentava la fortuna legata alla sua famiglia di appartenza. La parola fylgja deriva dal l'omonimo verbo che significa "accompagnare", "seguire"; la parola hamingja deriva da hamr "pelle", "forma", "aspetto". Il film si capisce meglio applicando questi concetti arcaici. Barry è un uomo dotato di una fortissima fylgja, che lo porta ad acquisire un'elevata posizione sociale, mentre è assai debole la sua hamingja, avendo egli origine da una stirpe decaduta; suo figlio Bryan è debole e muore alla simbolica età di nove anni. Cosa accade quando la fylgja abbandona il protagonista? Finisce distrutto e non si può più riprendere. 
Il genio registico di Kubrick è dimostrato in modo lampante dall'incredibile capacità di far simpatizzare lo spettatore per il protagonista, che tecnicamente parlando è una canaglia, un cacciatore di dote, un fraudolento, un giocatore d'azzardo e un baro. Inoltre, tutta l'antipatia e l'avversione è incanalata sull'odiosissimo Lord Bullingdon, che tuttavia è il legittimo beneficiario dell'eredità e dei beni di suo padre, il defunto Sir Charles Lyndon - etichettato come vegliardo cornuto e schernito. Ogni principio etico viene scardinato, mentre trionfa la Schadenfreude. Devo ammettere che mentre guardavo le sequenze del film, mi identificavo con Barry Lyndon, mentre ho provato un piacere inquietante e sadico nel vedere Bullingdon punito con lo staffile. 
Lo spettatore è interamente calato in un'epoca aliena, fatta di strani colori, futilità e sifilide. Quello che stupisce è l'impossibilità di confronto con il contesto della nostra esistenza quotidiana. Sembra un'esplosione di convulso onirismo, in cui si viene dissolti nella musica saturnina che pervade ogni cosa. Non a caso, nella lontana epoca di Splinder, impostai proprio Sarabande di Händel come colonna sonora del mio blog Esilio a Mordor


Il soggetto 

Stanley Kubrick basò la sua sceneggiatura originale sul romanzo picaresco La fortuna di Barry Lyndon (The Luck of Barry Lyndon), pubblicato a puntate nel 1844 da William Makepeace Thackeray, poi ripubblicato col titolo Memorie di Barry Lyndon, Esq. (The Memories of Barry Lyndon, Esq.). La vicenda, narrata in prima persona e curata dall'immaginario George Savage FitzBoodle, racconta la storia di un membro della piccola nobiltà irlandese che cerca di entrare a far parte dell'aristocrazia inglese. Thackeray basò la sua opera sulla vita e sulle imprese dell'irlandese Andrew Robinson Stoney, libertino e cacciatore di dote, che sposò Mary Eleanor Bowes, la contessa di Strathmore, divorziando in seguito. La nobildonna divenne nota come "la Contessa infelice" a causa della tempestosa relazione con l'avventuriero, che era sicuramente sifilitico. La contessa di Strathmore è una delle antenate della regina Elisabetta II. La versione riveduta, era più breve e concisa della pubblicazione originale a puntate e vi era stata eliminata la figura narrante di FitzBoodle. Questo è generalmente considerato il primo "romanzo senza eroe" o "romanzo con un antieroe" in lingua inglese. Alla sua pubblicazione nel 1856, l'editore di Thackeray diede questo titolo integrale: "The Memoirs of Barry Lyndon, Esq. Of The Kingdom Of Ireland Containing An Account of His Extraordinary Adventures; Misfortunes; His Sufferings In The Service Of His Late Prussian Majesty; His Visits To Many Courts of Europe; His Marriage and Splendid Establishments in England And Ireland; And The Many Cruel Persecutions, Conspiracies And Slanders Of Which He Has Been A Victim." (ossia "Le memorie del gentiluomo Barry Lyndon, del regno d'Irlanda. Comprendenti un resoconto delle sue straordinarie avventure e sventure; le sue sofferenze al servizio di Sua Maestà il defunto Re di Prussia; le sue visite a numerose corti d'Europa; il suo matrimonio e le sue splendide dimore in Inghilterra e Irlanda; e le molte e crudeli persecuzioni, cospirazioni, e calunnie di cui egli è stato vittima."

Questi sono i capitoli del romanzo di Thackeray: 

1. Il mio retaggio e la mia famiglia. subisco l'influenza della più tenera della passioni
2. In cui mi dimostro un uomo pieno di ardimento
3. La mia falsa partenza nel bel mondo
4. In cui Barry vede da vicino che cosa sia la gloria militare
5. In cui Barry cerca di allontanarsi il più possibile dalla gloria militare
6. Il carro degli arruolati con l'inganno. Episodi di vita militare
7. Barry conduce vita di guarnigione e si fa molti amici
8. Barry dice addio alla carriera militare
9. Mi presento in un modo che si addice al mio nome ed al mio lignaggio
10. Altri colpi di fortuna
11. In cui la buona sorte abbandona Barry
12. Tratta della tragica storia della principessa di X
13. Continuo la carriera di uomo di mondo
14. Torno in Irlanda ed ostento lusso e generosità in quel regno
15. Faccio la corte a Lady Lyndon
16. Provvedo con generosità alla mia famiglia e raggiungo il culmine della mia (apparente) buona fortuna
17. Mi presento come il fiore all'occhiello della buona società inglese
18. In cui la fortuna comincia a venirmi meno
19. Conclusione


Un progetto napoleonico

Stanley Kubrick aveva inizialmente pianificato di realizzare un film su Napoleone Bonaparte. Come al solito, lui e il suo team condussero diversi anni di meticolose quanto estenuanti ricerche sull'argomento e sull'epoca (si dice che Kubrick avesse letto diverse centinaia di libri su Napoleone), tanto che durante il lungo periodo di pre-produzione, un film sovietico dal tema simile aveva iniziato a svilupparsi: Waterloo (Ватерлоо, 1970), diretto da Sergej Fëdorovič Bondarčuk. 
Kubrick fu costretto ad abbandonare il suo film su Napoleone quando lo studio decise di ritirarsi dal progetto, presumibilmente a causa di problemi di budget (contrariamente a quanto si pensa, il fallimento commerciale del film di Bondarčuk non ebbe nulla a che fare con questa decisione). Decise invece di realizzare Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971), ma continuò a cercare una storia ambientata nel XVIII secolo, poiché ciò gli avrebbe permesso di utilizzare le numerose ricerche storiche effettuate per il suo febbrile progetto su Napoleone, poi cancellato. Dopo avere preso in considerazione e scartato diverse opzioni, la sua attenzione finalmente cadde sul sopracitato racconto di Barry Lyndon composto da William Makepeace Thackeray. 


Curiosità varie 

Molte delle inquadrature sono state composte e girate in modo da evocare alcuni dipinti del XVIII secolo, in particolare quelli del pittore inglese Thomas Gainsborough (Sudbury, 1727 - Londra, 1788), famoso come ritrattista e paesaggista. Il risultato è un balsamo per lo Spirito! 

Si diffuse la leggenda secondo cui i costumi premiati con l'Oscar e utilizzati in questo film fossero autentici abiti d'epoca, ma ciò è solo parzialmente vero. Alcuni costumi erano veri e propri pezzi d'antiquariato acquistati all'asta dalla costumista Milena Canonero, mentre altri furono realizzati su misura appositamente per questo film, ispirandosi agli abiti dell'epoca e ai costumi raffigurati nei dipinti del periodo.

La produzione fu spostata dall'Irlanda all'Inghilterra dopo che Stanley Kubrick venne a sapere che il suo nome era sulla lista nera dell'IRA. L'accusa che gli veniva rivolta era di aver diretto un film con soldati inglesi sul suolo irlandese: una specie di profanazione. Di conseguenza, diverse scene furono eliminate. 

Diverse scene interne furono girate a Powerscourt House, una famosa dimora settecentesca nella Contea di Wicklow, nella Repubblica d'Irlanda. La casa fu distrutta da un incendio accidentale pochi mesi dopo le riprese, nel novembre 1974, quindi questo film rappresenta l'ultima testimonianza degli interni perduti, in particolare del "salone", che fu utilizzato per più di una scena. Le montagne di Wicklow sono visibili, ad esempio, attraverso la finestra del salone durante una scena ambientata a Berlino.

Quando Barry chiede informazioni su un dipinto, gli viene detto che è stato realizzato da un certo Ludovico Corde. Il vero nome dell'artista era Ludovico Cardi (detto anche "il Cigoli") ed era effettivamente un discepolo di Alessandro Allori, come viene affermato nel film. È interessante notare che il precedente film di Kubrick, Arancia meccanica, presenta in modo prominente un procedimento "terapeutico" denominato "Ludovico". Il regista era noto per simili fissazioni.

Il regista era solito girare moltissime riprese di una stessa scena, solo per ottenere "quel qualcosa in più" di cui vagheggiava nella mente in stato di suggestione; non era insolito che si susseguissero dalle venti alle cinquanta riprese per scena. Si dice che abbia girato oltre cento riprese della scena in cui Barry Lyndon incontra per la prima volta Lady Honoria. Alla fine, l'attore Ryan O'Neal si esasperò così tanto per questa pratica estenuante che a un certo punto si rivolse a Kubrick con fierezza e lo apostrofò: "Va bene, ti dico cosa faremo. Tu reciti la mia parte in questa scena, e poi ti imito." Come al solito, il regista pensò che O'Neal si stesse comportando semplicemente in modo insolente, grezzo. Non gli veniva in mente neppure per un istante che un essere umano potesse avere limiti di sopportazione. 

Per illuminare al meglio le scene a lume di candela, Stanley Kubrick utilizzò candele realizzate su misura. Ogni candela aveva tre stoppini anziché uno e conteneva una cera altamente volatile. Questo faceva sì che le candele si consumassero molto rapidamente, motivo per cui molte di quelle che si vedono nei film sono così corte. 

Una scena di sesso tra Barry e Lady Lyndon fu girata, ma poi venne tagliata.

Secondo Tatum, la figlia di Ryan O'Neal, che viveva con la famiglia Kubrick durante la produzione del film, accadde un fatto increscioso. Il regista scoprì che la propria figlia tredicenne Vivian aveva flirtato con l'attore, così ne nacque un forte litigio. 

Leon Vitali, che interpretava il ruolo dell'odioso Lord Bullingdon, vomitò davvero durante il duello finale. Gli fu offerto un pranzo misto con gli ingredienti più pesanti che fu possibile trovare, nella speranza che ne fosse nauseato a sufficienza. Quando i conati tardavano ad apparire, ingerì un uovo crudo intero, che rigurgitò all'istante. A scatenare l'effetto emetico furono probabilmente le particelle fecali presenti sul guscio rotto: fu quindi un vero e proprio atto di coprofagia! Per fortuna il regista fu subito soddisfatto e non gli chiese di ripetere il processo. Un'autentica rarità per Kubrick, che era noto girare più riprese. 

L'edizione del dicembre 1975 includeva una lettera di Stanley Kubrick ai proiezionisti. Iniziava così: "Un'infinita cura è stata dedicata all'aspetto di Barry Lyndon, alla fotografia, alle scenografie, ai costumi; e all'accurata correzione del colore e alla qualità complessiva delle copie in laboratorio, così come alla colonna sonora. Tutto questo lavoro è ora nelle vostre mani, e la vostra attenzione alla messa a fuoco nitida, al buon suono e alla cura con cui maneggerete la pellicola renderà questo sforzo gratificante."


La grettezza di una casa di produzione

La Warner Bros. avrebbe finanziato questo film solo a condizione che Stanley Kubrick scegliesse come protagonista una delle 10 star più redditizie del botteghino, secondo l'annuale sondaggio Quigley. Ryan O'Neal fu indicata come la seconda star più redditizia del 1973, ed era superato solo da Clint Eastwood. Ironicamente, questa fu la sua unica presenza nella top 10, poiché gli espositori che stilarono la classifica avevano attribuito il successo di Love Story (1970) di Arthur Hiller (uno dei maggiori incassi dell'epoca) alla co-protagonista di O'Neal, Ali MacGraw, inserendola così nella lista nel 1971. Le altre 10 star più quotate erano Steve McQueen (terzo posto), Burt Reynolds (quarto posto), Robert Redford (quinto posto), Barbra Streisand (sesto posto), Paul Newman (settimo posto), Charles Bronson (ottavo posto), John Wayne (nono posto) e Marlon Brando (decimo posto). A parte la Streisand, del sesso sbagliato, la maggior parte di queste star sarebbe stata troppo vecchia o assolutamente inadatta per il ruolo. Quindi gli unici attori che Kubrick poté ingaggiare per il ruolo pur continuando a ricevere il sostegno finanziario dell'avida Warner Bros. furono O'Neal e Redford. Sia O'Neal che Redford erano di origine irlandese-americana, entrambi avevano un certo appeal al botteghino ed erano abbastanza giovani per interpretare il ruolo, sebbene Redford avesse cinque anni più di O'Neal. All'epoca O'Neal era la star più famosa, avendo ottenuto anche una nomination all'Oscar come miglior attore per Love Story. Tuttavia, Kubrick a quanto pare offrì la parte a Redford, che fortunatamente la rifiutò. Così O'Neal fu scelto. La stella di Redford avrebbe presto eclissato quella di O'Neal, balzando in cima alle classifiche del botteghino nel 1974 dopo i successi de La stangata (The Sting, 1973) di George Roy Hill e Come eravamo (The Way We Were, 1973) di Sydney Pollack. O'Neal abbandonò la Top 10 dopo il 1973, e questa è ancora oggi la sua unica apparizione in classifica. Provate a immaginarvi come sarebbe stonato un Barry Lyndon interpretato da Redford! 
Nonostante gli straordinari effetti visivi e i risultati tecnici raggiunti, questo film non ebbe il successo finanziario che Stanley Kubrick e la Warner Bros. si aspettavano. La mancanza di successo al botteghino all'epoca influì sulla decisione del regista di realizzare Shining (1980). 

Alcune note sul produttore esecutivo

Jan Harlan, produttore esecutivo di questo film e cognato di Stanley Kubrick, è nipote di Veit Harlan, famoso regista tedesco del periodo nazista, che nel 1942 scrisse e diresse Il grande re (Der grosse König, 1942), un film biografico su Federico il Grande, ambientato anch'esso durante la Guerra dei Sette Anni - lo stesso periodo in cui si svolge in parte anche Barry Lyndon
L'archivio cinematografico IMDb.com omette di riportare che Veit Harlan fu un nazionalsocialista fanatico e un antisemita furioso, che diresse il film di propaganda hitleriana Süss l'ebreo (Jud Süß, 1940). Dopo la caduta dei Reich Millenario, Veit Harlan diresse Processo a porte chiuse (Anders als du und ich, 1957), tutto incentrato sui pederasti e sul terrore che gli studenti si svirilizzassero! Il destino spesso fa accadere cose del tutto inattese: uno dei figli del regista della NSDAP divenne un frenetico attivista di sinistra, mentre una sua nipote sposò l'ebreo ashkenazita Stanley Kubrick. 


Etimologia di Barry 

Il nome irlandese Barry è una forma anglicizzata dell'irlandese Báire, un diminutivo di Bairrfhionn, Fionnbharr "Capelli biondi", "Testa bionda". Il composto deriva da fionn "bianco; biondo" (protoceltico *windos); barr "testa" (protoceltico *barrus). L'associazione è a San Finbarr, Patrono del Cork. Una variante comune di Báire è Barra. Come cognome, Barry può essere una forma anglicizzata dell'irlandese Ó Beargha "Discendente di Beargh". Il nome Beargh significa "Aguzzo" o "Predatore".  

Etimologia di Balibari 

Il buffo cognome posticcio del Cavaliere de Balibari è derivato dalla pronuncia francesizzata di un toponimo fantomatico, Ballybarry, che è una traduzione di Barrytown (in irlandese baile significa "città"). Quindi Balibari significa alla lettera "Città di Barry". Una bella allusione criptica al nome stesso del protagonista. 

Etimologia di Lyndon 

Il cognome Lyndon, di origine toponomastica, significa "Collina del Tiglio": deriva dall'antico inglese lind "tiglio" + dūn "collina", "montagna". L'elemento dūn è in ultima analisi un prestito celtico (protoceltico *dūno- "montagna", ma anche "città, fortezza"). Esiste anche l'ipotesi che il toponimo significasse invece "Collina del Lino", dall'antico inglese līn "lino" - questa proposta mi sembra meno plausibile, anche se non impossibile. In entrambi i casi si dovrebbe ammettere la natura non etimologica della lettera -y-, che sarebbe dovuta a un tentativo di nobilitazione. Si nota che Lyndon è attualmente più diffuso come nome di battesimo che come cognome.

Etimologia di Bullingdon

Il nome Bullingdon portato dall'odioso rampollo deriva dalla cristallizzazione di un cognome, che a sua volta proviene da un toponimo. Si chiama Bullingdon un'antica centena (distretto amministrativo) dell'Oxfordshire; esiste anche un piccolo borgo chiamato Bullingdon Green. Il significato è con ogni probabilità "Valle di Bula", ossia "Valle del Toro". L'area in questione compare nei documenti già nel XII secolo come Bulesden (1179) e nel XIII secolo come Bulandene: deriva dall'antico inglese Bula (nome proprio, a sua volta da bula "toro") e da denu "valle". Il nome è anteriore al famoso club dell'Università di Oxford, che in origine era una società sportiva che si riuniva proprio in quella zona. 

giovedì 14 marzo 2024

 
CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! 
 
Titolo originale: Jeremiah Johnson
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1972
Lingua originale: Inglese; Salish (Flathead), Crow, Piegan
    (Blackfeet) 
Durata: 116 min
Genere: Western
Regia: Sydney Pollack
Soggetto: Vardis Fisher, dal romanzo "Mountain Man"
   Raymond W. Thorp e Robert Bunker, dal racconto 
   "Crow Killer")
Sceneggiatura: Edward Anhalt, John Milius 
Produttore: Joe Wizan
Casa di produzione: Warner Bros.
Fotografia: Duke Callaghan
Montaggio: Thomas Stanford
Musiche: Tim McIntire, John Rubinstein
Scenografia: Ted Haworth
Costumi: Wesley Jeffries, Bernie Pollack 
Direttore del casting: Lynn Stalmaster 
Direttore artistico: Ted Haworth 
Arredatore di scena: Raymond Molyneaux 
Manager di produzione: John R. Coonan 
Reparto artistico: Bill Gold 
Assistente alla regia: Mike Moder 
Effetti sonori: Josef von Stroheim, Michael Colgan
Controfigure: Rick Arnold, Joe Canutt, James M. George,
    Dean Smith 
Capo elettricista: Joseph Edesa 
Guardaroba: James M. George 
Assistente al montaggio: Don Guidice 
Continuità: David Rayfiel 
Interpreti e personaggi:
    Robert Redford: Jeremiah Johnson
    Will Geer: Artiglio d'Orso
    Stefan Gierasch: Del Gue
    Delle Bolton: Cigno Pazzo
    Josh Albee: Caleb
    Joaquín Martínez: Mano-che-Segna-Rosso 
        (come "Joaquin Martinez")
    Allyn Ann McLerie: La Donna Pazza
    Richard Angarola: Lingua Biforcuta
    Paul Benedict: Reverendo Lindquist
    Charles Tyner: Robidoux (come "Bill Durham")
    Jack Colvin: Tenente Mulvey
    Matt Clark: Qualen 
    Tanya Tucker: Figlia di Qualen 
    James M. George: Indiano 
Doppiatori italiani:
    Michele Kalamera: Jeremiah Johnson
    Leonardo Severini: Artiglio d'Orso
    Roberto Villa: Del Gue
    Sandro Tuminelli: Reverendo Lindquist
    Rino Bolognesi: Tenente Mulvey 
Titoli in altre lingue: 
   Spagnolo: Las adventuras de Jeremiah Johnson 
   Russo: Иеремия Джонсон 
Nota: Il titolo ha poche varianti: è Jeremiah Johnson in quasi tutte le lingue; il caso dell'italiano è un'interessante anomalia.
Budget: 3,1 milioni di dollari US
Box office: 44,7 milioni di dollari US 


 
Trama: 
Jeremiah Johnson è un veterano della guerra tra gli Stati Uniti e il Messico (1846 - 1848), che decide di condurre un'esistenza da eremita in una zona impervia delle Montagne Rocciose, dove si sostenta cacciando con le trappole. Il suo primo inverno è difficile. Ha un breve incontro con Mano-che-Segna-Rosso (nell'originale "Paints-His-Shirt-Red"), capo degli Indiani Crow, i famosi Corvi. 
Johnson interrompe inavvertitamente la caccia all'orso grizzly dell'anziano ed eccentrico Chris Lapp, soprannominato "Artiglio d'Orso" (nell'originale "Bear Claw"), che gli insegna a vivere in alta montagna. Dopo un incontro ravvicinato con i Crow, tra cui Mano-che-Segna-Rosso, e dopo aver appreso le tecniche necessarie per sopravvivere, il veterano parte per conto suo. Si imbatte quindi in una capanna i cui abitanti sono stati apparentemente attaccati dai guerrieri Piedi Neri: i soli superstiti sono una donna e il suo taciturno figlio. La donna, esasperata dal dolore, costringe il visitatore ad adottare suo figlio. Johnson e il ragazzo, a cui ha attribuito il nome biblico "Caleb", incontrano Del Gue, un montanaro calvo che è stato derubato dai Piedi Neri. Gue convince Johnson ad aiutarlo a recuperare la refurtiva, ma questi sconsiglia la violenza quando infine trovano l'accampamento dei Piedi Neri. 
Gli uomini si intrufolano nell'accampamento di notte per recuperare i beni di Gue, ma questi apre il fuoco e i Piedi Neri finiscono uccisi nella sparatoria. Gue prende diversi cavalli e scalpi dei Piedi Neri. Johnson, disgustato dall'inutile uccisione, torna da Caleb. Poco dopo, i tre vengono sorpresi da uomini della tribù delle Teste Piatte, che professano la religione cristiana e li accolgono come ospiti d'onore. Johnson, inconsapevolmente, si rende debitore del capo donandogli i cavalli e gli scalpi dei Piedi Neri. Secondo l'usanza delle Teste Piatte - chiamata potlatch dagli antropologi - per mantenere il proprio onore il capo deve fare al suo ospite un dono più grande oppure ucciderlo. Il capo dà sua figlia Cigno Pazzo (nell'originale "Swan") in sposa a Johnson. Dopo le nozze, celebrate con un rituale che combina elementi cristiani a tradizioni preesistenti, Gue se ne va per conto suo, mentre Johnson, Caleb e Cigno Pazzo si avventurano nella natura selvaggia. Trovano un luogo adatto per costruire una capanna, così si stabiliscono in questa nuova dimora e lentamente diventano una famiglia. 
Questa vita viene interrotta dall'arrivo di una squadra di soccorso della Cavalleria dell'Esercito Americano, incaricata di salvare una carovana di coloni bloccata. Sebbene Johnson sia riluttante, viene costretto a guidare la squadra di soccorso attraverso le montagne, lasciando la sua famiglia da sola nella baita. Durante il viaggio, il tenente Mulvey ordina alla squadra di procedere attraverso un sacro cimitero dei Crow contro il parere di Johnson. In seguito, Johnson torna a casa per lo stesso percorso e nota che le tombe sono ora adornate con i ciondoli blu di Cigno Pazzo; corre di nuovo alla baita, dove scopre che la moglie e Caleb sono stati uccisi. 
Johnson parte all'inseguimento dei guerrieri che hanno sterminato la sua famiglia e li attacca, uccidendoli tutti tranne uno, un uomo corpulento che canta il suo canto funebre quando si rende conto di non poter fuggire. Johnson lo lascia in vita e il sopravvissuto diffonde la storia della ricerca di vendetta dell'uomo di montagna in tutta la regione, intrappolando Johnson in una faida permanente con i Crow. La tribù invia i suoi migliori guerrieri uno alla volta per uccidere Johnson, ma lui li sconfigge tutti. La sua leggenda cresce e i Crow iniziano a rispettarlo. Incontra di nuovo Gue e torna alla capanna della madre di Caleb, solo per scoprire che lei è morta e che un nuovo colono di nome Qualen vive lì con la sua famiglia. Nelle vicinanze i Crow hanno eretto un monumento al coraggio di Johnson, lasciando ciondoli e talismani come tributo. 
Johnson e Lapp si incontrano per l'ultima volta. È in questo incontro che Lapp si rende conto del pesante tributo che Johnson ha dovuto pagare per combattere un'intera nazione da solo in una vasta e solitaria frontiera. Più tardi, Johnson ha un incontro silenzioso con Mano-che-Segna-Rosso, con ogni probabilità responsabile degli attacchi. Mentre sono seduti a cavallo, ben distanti l'uno dall'altro, Johnson afferra il fucile, ma Mano-che-Segna-Rosso alza la mano, con il palmo aperto, in un gesto di pace che Johnson ricambia, segnando la fine del loro conflitto. Il film si conclude con il testo della canzone: "And some folks say he's up there still." ("E alcuni dicono che è ancora lassù"). 

Citazioni: 

"E lo giuro, che il cuore d'una donna giovane è la roccia più dura che il Signore abbia messo su questa Terra: non riesci a farci un segno sopra." 
(Artiglio d'Orso) 

"Fra gli Indiani la fama di una tribù è determinata dalla potenza dei suoi nemici." 
(Del Gue) 

"Qui c'è il vero capolavoro di Dio. E non ci sono leggi per i coraggiosi, non ci sono rifugi per i dementi; non ci sono chiese, ma c'è quest'immenso scenario; non ci sono preti, ma c'è la fede. Per Giove, io sono un uomo delle montagne, e ci vivrò finché un proiettile o una freccia non mi fermeranno. E io farò di questa terra il mio monumento." 
(Del Gue) 

"Gli Utes e le Teste Piatte generalmente sono pacifici, i Corvi invece sono pericolosi: bravi guerrieri. A mio parere i Corvi sono gli indiani più belli che ci siano e i più cattivi, e non c'è uomo che gli tenga testa andando a cavallo. Una volta ne vidi un gruppo all'attacco in piena velocità, una gamba sul dorso del cavallo, una mano aggrappata alla criniera, sparare da sotto il collo della bestia. Eh, ma sono una razza di svergognati, fannulloni." 
(Artiglio d'Orso)


Recensione: 
Senza dubbio questa pellicola è tra le mie preferite del genere. Quando la trasmettevano in televisione, la guardavo sempre con piacere. Si può solo dire che l'interpretazione di Robert Redford sia ottima e robusta. Chi oserebbe sostenere il contrario?  
Le immagini che si vedono nei film western americani classici sono sempre più o meno le stesse: cowboy, indiani, latifondisti malvagi che cercano di rubare la terra ai più deboli, sparatorie per strada ed eroi praticamente invincibili, instancabili, indefettibili. Il punto è che queste immagini stereotipate sono erronee. Storicamente parlando, non hanno senso alcuno. Appartengono alla mitologia. 
La realtà del West, squallidissima e incredibilmente ostile, è stata dimenticata. Così hanno rimosso il cowboy che si addormentava ubriaco fradicio su un mucchio di sterco sul retro del saloon: non faceva comodo anche solo far cenno a tanta bruttura, che rasentava la subumanità. Il film di Pollack ha contribuito a togliere al West la sua patina di romanticismo per mostrare qualcosa di più simile la vita nei giorni dell'espansione dei coloni a Occidente. 
Un'altra fantasticheria che quest'opera ha aiutato a contrastare è il mito del "ritorno alla Natura". Difficile credere che l'antidoto agli opprimenti obblighi della vita urbana sia lottare per sopravvivere cacciando, mettendo le trappole e morendo di freddo, col rischio di avere l'uretra ferita da cristalli di ghiaccio formatisi nell'orina. 
Eppure manca qualcosa...
 


La storia di John "Mangiafegato" Johnson

Senza nulla togliere al grande valore della pellicola di Pollack e degli attori eccellenti che l'hanno interpretata, c'è qualcosa di importante che è stato omesso nella narrazione. Anzi, è qualcosa di cruciale. In poche parole, si tratta di un grave esempio di censura e di revisionismo storico. Si deve sapere che il protagonista è realmente esistito. Si chiamava John "Liver-Eating" Johnson, nato John Jeremiah Garrison Johnston (New Jersey, 1824 - Santa Monica, California, 1900); si noti la consonante -t- nel cognome originale, che è andata perduta. Fu soprannominato "Liver-Eating", ossia "Mangiafegato", perché mangiava il fegato dei guerrieri Crow che uccideva, allo scopo di trasformare in escrementi la loro essenza vitale. Era un autentico antropofago. La pratica del cannibalismo ha sconvolto i Crow e ha fatto guadagnare al cacciatore una fama terribile: era considerato un demonio. Nella loro lingua, lo chiamavano Dapiek Absaroka, che significa "Uccisore di Crow" (akdappiío "uccisore", Apsáalooke "Crow"). Si dice che Johnson abbia fatto in tutto circa 300 vittime. Oltre a mangiare fegati, raccoglieva anche gli scalpi, cosa che gli permise di acquisire una grande reputazione, quindi il computo dei Crow uccisi non è poi così inverosimile come potrebbe sembrare a prima vista - anche considerato che questi atti cruenti avvennero nel corso di 25 anni. 
Secondo quanto raccontato da Boone Helm, anche lui uomo di frontiera, Johnson fu catturato da un gruppo di Piedi Neri, mentre stava recandosi dalle Teste Piatte, tribù di origine della moglie. I Piedi Neri lo tennero legato in una tenda, mettendo una guardia a sorvegliarlo. La loro intenzione era di venderlo ai Crow. Johnson si liberò dai legacci usando i denti, quindi uscì dalla tenda, colpì la guardia negli occhi e le asportò lo scalpo. Con un coltello le recise una gamba, che portò con sé per nutrirsi durante la fuga. Fuggito dai Piedi neri camminò per più di 300 chilometri e riuscì a raggiungere la capanna del suo compagno di caccia, Del Gue. 
Alla fine, Johnson fece pace con i Crow, che divennero "suoi fratelli". La sua vendetta personale contro di loro giunse così al termine. Nel 1864 si unì alla Compagnia H, 2° dell'Esercito dell'Unione, Cavalleria del Colorado, a St. Louis come soldato semplice e fu congedato con onore l'anno successivo. Durante gli anni '80 del 1800, fu nominato Vicesceriffo a Coulson, nel Montana, e Maresciallo cittadino a Red Lodge, sempre nel Montana. Morì nel 1900 in una casa di riposo per veterani, a Santa Monica, in California. 


Il tabù e le radici dell'America

Perché si è omesso di dire che Johnson era chiamato "Liver-Eating" e che era un antropofago? Credo che sia per un semplice fatto: perché gli Stati Uniti ricordano volentieri i loro presidenti e i loro eroi, ma nascondono i loro cannibali. C'è poi l'idea inveterata quanto fallace secondo cui il cannibalismo sarebbe "roba da negri" (proprio come il razzismo sarebbe "roba da biondi"). Se i fatti cozzano contro questi pregiudizi tranquillizzanti, ad esempio mostrando un caso di antropofagia compiuto da un anglosassone purosangue, ecco che saltano fuori psicologi e psichiatri a giurare e spergiurare che il cannibalismo è una "parafilia". Proprio come la coprofagia, l'incesto, la necrofilia e la pedofilia. Orbene, la cosa non è possibile. Una simile definizione è irrazionale. La carne umana non è merda. È buona e gustosa come quella del porco. Se si cucinasse un arrosto di carne umana e lo si servisse senza dire nulla sulla sua origine, sarebbe molto apprezzato da tutti, con la sola eccezione di vegetariani e vegani isterici, ovviamente. Ci sono sempre stramaledetti giornalisti, servi e prostitute del Potere, che pubblicano articoli in cui qualche cannibale è costretto a cucinare la carne delle vittime in modi elaborati per nascondere un fantomatico "sapore strano". Ma quale cazzo di sapore strano! Forse che la carogna macellata di un porco ha mai avuto un sapore strano? No! Nessuno se ne è mai lamentato. Queste narrazioni stupidissime nascono dai pregiudizi culinari americani. La causa è del Dio della Genesi e dei suoi tabù, che pervadono l'America e che hanno lasciato segni profondissimi anche il resto del mondo. Proprio quel Dio schifiltoso, che si urta se qualcuno mangia la carne assieme ai latticini, o se qualcuno entra con il pene in un intestino retto. Poi comanda di sterminare i popoli (Libri dei Re, Numeri, etc.). Egli non ha nulla a che fare con l'Amore: è un carnefice che prima istiga i suoi figli a compiere atti di sangue e di libidine, poi usa quegli stessi atti come scusa per gettarli nella Gehenna. 


Robert Redford e il cannibalismo

Negli anni '70, Robert Redford era il "golden boy" di Hollywood. Pollack voleva creare un eroe con cui il pubblico potesse identificarsi: un solitario resiliente e tormentato, ma pur sempre umano, anche nelle condizioni più estreme. Trasformare il protagonista in un uomo feroce che mastica e ingurgita i fegati dei suoi nemici, avrebbe spostato il film dal genere western non classico verso l'horror o il cinema di serie B (exploitation), alienando le simpatie di gran parte del pubblico. Per l'attore biondiccio, che era un carrierista molto attento alla propria immagine, Jeremiah doveva rappresentare un utopico ideale di libertà e comunione con la Natura, non una "bestialità degenerata"Nel film, Jeremiah Johnson inizia come un uomo che vuole solo essere lasciato in pace e finisce per diventare una leggenda suo malgrado. Se fosse arrivato a mangiare fegati per vendetta rituale, il personaggio sarebbe passato da "vittima delle circostanze" a "carnefice psicopatico" e "mostro". Il pubblico avrebbe smesso di empatizzare con la sua solitudine e ne sarebbe rimasto sconvolto, terrorizzato. Verso la fine del film, il rapporto tra Jeremiah e i Crow diventa quasi mistico. C'è un reciproco riconoscimento di valore. Se Jeremiah avesse trattato i nemici come "materia organica da trasformare in escrementi", non ci sarebbe stata la scena finale del saluto con la mano alzata (un momento di puro rispetto guerriero), ma solo un odio bestiale, assoluto e irrisolvibile. La dimensione dello sfregio inflitto con l'atto cannibalico non era solo fisica, ma spirituale e metafisica. Nella cultura di molte tribù delle pianure, il fegato non era solo un organo o un pezzo di carne: era la sede stessa della forza vitale o dell'anima. Divorarlo non era un semplice atto di fame, ma un'operazione di annientamento totale. Trasformare l'avversario in scarto biologico era il modo più estremo per negargli qualsiasi dignità, anche nell'Aldilà. 

L'onda lunga del Codice Hays 

Anche se il Codice Hays era stato ufficialmente sepolto nel 1968 e sostituito dal sistema di rating MPAA che conosciamo oggi, la sua onda lunga e il pregiudizio culturale che portava con sé erano ancora vivissimi nel 1972. Probabilmente Sydney Pollack non se l'è sentita di sfidare le convenzioni, che impedivano di parlare di qualsiasi cosa fosse considerata "perversa". Mi sembra significativo notare che la dittatura del Codice Hays metteva in uno stesso calderone di "innominabile" cose tra loro diverse come la fellatio, l'omosessualità, il cannibalismo e il malfattore che la fa franca. Esisteva la stupida credenza, tutta americana, che la realtà fosse emendabile cambiando le parole e nascondendo le cose indesiderate. Non è forse questa la radice ultima di quello schifo che è il politically correct
 

La ricerca dell'attore giusto

Volendo fare un film più aderente alla realtà storica, credo che Robert Redford non fosse adatto al ruolo. Io avrei scelto il mitico Ernest Borgnine: aveva uno sguardo vitreo e allucinato, come il vero Johnson. Un simile sguardo si riscontra spesso nei cannibali (basti pensare a Meiwes e a Chikatilo, solo per fare due esempi). Non ci sono dubbi. Borgnine aveva quella capacità di passare da un sorriso gioviale a un'espressione di pura ferocia ferina in un istante. Questo perché era un autentico berserk, un uomo con più di un aspetto, per usare un'espressione tipica dei Vichinghi. Quello sguardo suggerisce una frattura nell'anima, una disconnessione totale dalla morale umana, una bramosia che va oltre la fame biologica. Borgnine, eccellente attore di origine italiana, non avrebbe avuto bisogno di dialoghi per far capire che stava mangiando un fegato; gli sarebbe bastato guardare nella macchina da presa. 

Accoglienza in America 

Anche Jeremiah Johnson ha ricevuto un'accoglienza generalmente positiva dalla critica e ha avuto successo al botteghino, non ha ricevuto premi importanti, probabilmente a causa di una combinazione di fattori, tra cui il genere del film (un western incentrato sullo sviluppo dei personaggi piuttosto che sulle tipiche trame premiate), il momento della sua uscita e il panorama competitivo dei premi di quell'anno, in cui altri film avrebbero potuto essere considerati più "prestigiosi" dagli enti che assegnano i premi. 
Si segnala che la presentazione in anteprima mondiale avvenne il 7 maggio al Festival di Cannes del 1972, con partecipazione al concorso. Fu il primo film western ad essere ammesso al Festival. L'anteprima hollywoodiana si tenne al Chief Theater di Pocatello, nell'Idaho, seguita dalla première americana il 2 dicembre a Boise, sempre nell'Idaho - mentre l'uscita nelle sale cinematografiche statunitensi iniziò il 21 dicembre 1972 a New York City. 
Il film di Pollack ha guadagnato 8.350.000 dollari negli Stati Uniti e in Canada entro la fine del 1973. Con le riedizioni del 1974 e del 1975 ci sono stati ulteriori incassi, pari a 10.000.000 di dollari e 4 milioni di dollari rispettivamente. Negli Stati Uniti e in Canada ha incassato  in tutto ben 44.693.786 dollari, con un incasso lordo riportato per le riedizioni pari a 25.000.000 di dollari. 
 

Altre recensioni e reazioni nel Web
 
Il Dizionario dei film Morandini coglie l'importanza di questa pellicola con un intervento citatissimo nel Web: 
 
"È uno dei western che inaugurarono una nuova tendenza del genere, con gli indigeni amerindi visti come una cultura ostile all'estendersi della civilizzazione, ma non inferiore né negativa. (...) Il conflitto tra la collettività dei legittimi padroni del luogo e la necessità storica del pioniere scatena una dura lotta, ma sfocia nella necessaria pratica della tolleranza."  

L'irritabile Roger Greenspun, critico cinematografico del New York Times, osservò nella sua recensione del 1972, oscurissima e a malapena comprensibile: 

"Il fatto che non riesca del tutto è forse meno colpa dell'attore o della concezione che di una sceneggiatura che tende a essere ponderosa riguardo ai suoi imponderabili e che ogni tanto sembra scritta dagli autori della Bibbia... Ma nonostante tutto il suo coinvolgimento con l'arte cinematografica accademica, Jeremiah Johnson è pieno di compensazioni. Ci sono [momenti] di grande bellezza e terrore e di pathos profondamente meritato." 

Un articolo di Variety affermava, in occasione della presentazione a Cannes: 

"Il film ha una sua forza e bellezza e l'unica critica potrebbe risiedere nella sua esegesi non sempre chiara dello spirito umanistico e della libertà a cui aspirano la maggior parte dei suoi personaggi. Non è un western di nuova concezione, con le sue demistificazioni, la sporcizia e l'enfasi sulla brutalità dell'epoca, così come i suoi aspetti eroici, ma mostra una visione più profonda delle relazioni tra indiani e bianchi e beneficia di una regia superba, di un'eccellente fotografia e di un montaggio nitido." 

Charles Champlin del Los Angeles Times ha parlato di "una rara e tonica autenticità", affermando questo:  

"Il film non tanto rivela uno stile di vita, quanto piuttosto ci immerge al suo interno. Accendere il fuoco con selce e acciaio sembra il lavoro terribilmente frustrante che è; cacciare e pescare sembrano esasperanti quanto lo sono; la neve sembra fredda quanto lo è e le mani hanno l'aspetto intorpidito e violaceo che conferisce loro".

Gene Siskel del Chicago Tribune, ha scritto: 

"Stranamente, sono le scene violente, quelle che non funzionano all'interno della storia, in cui Pollack eccelle. La battaglia di Jeremiah con un branco di lupi e, più tardi, un branco di Indiani Crow, sono esempi sbalorditivi di regia e montaggio."

Immagino che ormai tutto questo materiale dei quotidiani americani, risalente al 1972, sarebbe finito al macero da molto tempo, se si fossero lasciate le cose al loro corso. Restano numerosi frammenti unicamente perché qualcuno si è preso la briga di riportarli nelle vastità del Web. 

Curiosità varie 

Il corpo del cacciatore John Johnston era stato sepolto nel cimitero della Veterans Administration di Los Angeles, California. Dopo l'uscita del film di Pollack, i resti di Johnston furono traslati e riseppelliti all'Old Trail Town di Cody, nel Wyoming. Robert Redford fu uno dei portatori della bara alla cerimonia di sepoltura, a cui parteciparono ben 2.000 persone. 
Domanda da un milione di dollari: Redford era a conoscenza delle pratiche antropofaghe di Johnson, oppure viveva in un mondo suo? A quanto pare, durante quella cerimonia, l'attore parlò del rispetto che provava per la tempra di quell'uomo, pur ammettendo implicitamente che il suo Jeremiah ne era una versione romanzata, un simbolo dell'individualismo americano piuttosto che un resoconto biografico fedele. 

Lo sceneggiatore John Milius non andava d'accordo con Robert Redford e con Sydney Pollack, così fu licenziato. Milius sosteneva che gli sceneggiatori successivi non avrebbero saputo scrivere come lui; l'unico che diede un contributo alla sceneggiatura fu Edward Anhalt. Dopo che Anhalt abbandonò il progetto, Pollack e Redford furono costretti a riassumere Milius per finire il film. 

Il ruolo di Jeremiah Johnson doveva essere originariamente interpretato da Lee Marvin e poi da Clint Eastwood, con Sam Peckinpah incaricato della regia. Tuttavia, Peckinpah non andò d'accordo con Eastwood, così abbandonò il progetto. Eastwood decise di girare invece Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971). La Warner Bros. intervenne e scelse la sceneggiatura di John Milius come veicolo per Robert Redford. Senza ancora un regista in lizza, Redford convinse Sydney Pollack a prendere il timone; i due stavano cercando un altro film su cui collaborare dopo Questa ragazza è di tutti (1966). 
Lee Marvin, pieno di fierezza, sarebbe stato una buona opzione. Clint Eastwood, troppo magro, non sarebbe andato bene. 

Il casting per il ruolo di Cigno Pazzo (Swan), la moglie di Jeremiah, durò tre mesi. Dopo un'audizione per un altro ruolo, l'attrice Delle Bolton fu notata dal direttore del casting, che la invitò a partecipare al concorso per gli Hugh O'Brian Awards della UCLA School of Theatre Arts. La Bolton sostenne poi un colloquio con 200 donne native americane e alla fine vinse il ruolo, pur non essendo lei stessa nativa americana. 

Molte delle riprese del film sono state girate nella proprietà di Robert Redford nello Utah o nelle sue vicinanze - all'epoca possedeva circa 600 acri - anche se alcune location si trovavano a ben 600 miglia di distanza. Vivendo nello Utah, l'attore ha spesso svolto il ruolo di guida turistica per i sopralluoghi e le ricognizioni delle location del film. Lo Stato ospita anche il Sundance Film Festival, che si tiene ogni anno. 

La ragazzina biondiccia che Johnson trova nascosta nella cantina è in realtà la futura superstar della musica country Tanya Tucker. La sua famiglia viveva nella zona in cui si girava il film e lei continuava a insistere con Robert Redford affinché le desse una parte. Il suo singolo di grande successo "Delta Dawn" fu trasmesso in radio un mese prima dell'uscita del film al cinema.

sabato 24 febbraio 2024

 
BLACK RAIN - PIOGGIA SPORCA 

Titolo originale: Black Rain
Paese di produzione
: Stati Uniti d'America
Lingua: Inglese, giapponese
Anno
: 1989
Durata
: 125 min
Rapporto
: 2,35:1
Genere
: Azione, thriller, noir
Regia
: Ridley Scott
Soggetto
: Craig Bolotin, Warren Lewis
Sceneggiatura
: Craig Bolotin, Warren Lewis
Produttore
: Stanley R. Jaffe, Sherry Lansing
Produttore esecutivo
: Craig Bolotin, Julie Kirkham
Casa di produzione
: Jaffe-Lansing Pegasus Film Partners, 
      Paramount Pictures
Distribuzione in italiano
: Paramount Pictures
Fotografia
: Jan de Bont
Montaggio
: Tom Rolf
Effetti speciali
: Stan Parks, Albert Griswold, 
    Kenneth D. Pepiot, Tod Jensen, Kevin Quibell  
Musiche
: Hans Zimmer
Scenografia
: Norris Spencer, John Jay Moore, Herman 
     Zimmerman
Costumi
: Ellen Mirojnick
Trucco
: Monty Westmore, Fred C. Blau, Richard Dean 
Direttrice del casting: Dianne Crittenden 
Direttore di produzione: Mel D. Dellar 
Regista di seconda unità: Bobby Bass 
Reparto sonoro: Richard Adams, Neil Burrow, 
    Scott Burrow, Gordon Davidson 
Effetti visivi: Wayne Baker 
Continuità: Luca Kouimelis 
Interpreti e personaggi:
    Michael Douglas: Nick Conklin
    Andy García: Charlie Vincent
    Ken Takakura: Masahiro Matsumoto
    Kate Capshaw: Joyce
    Yūsaku Matsuda: Sato
    Shigeru Kôyama: Sovrintendente Ohashi
    John Spencer: Capitano Oliver
    Luis Guzmán: Frankie
    Stephen Root: Berg
    Tomisaburō Wakayama: Sugai
    Toshishiro Obata: Mediatore
    Yūya Uchida: Nashida
    Guts Ishimatsu: Katayama
    Richard Riehle: Crown
    George Kyle: Farentino
    Ken Kensei: Figlio di Matsumoto
    Clem Caserta: Abolofia 
    Tim Kelleher: Bobby
    Bruce Katzman: Yudell 
    Edmund Ikeda: Uomo d'afferi giapponese
    Tomo Nagasue: Traduttore giapponese 
    Doug Yasuda: Traduttore giapponese-americano 
    Vondie Curtis-Hall: Detective 
    Louis Cantarini: Detective   
    Joe Perce: Detective 
    Toshio Sato: Ufficiale dell'ambasciata giapponese 
    Jun Kunimura: Yashimoto 
    Roy K. Ogata: Uomo di Sato 
    Shirō Oishi: Uomo di Sato 
    Professor Toru Tanaka: Uomo di Sugai 
    Rikiya Yasuoka: Uomo di Sugai 
    Jōji Shimaki: Uomo di Sugai 
    Gorō Sasa: Uomo di Ohashi
    Taro Ibuki: Uomo di Ohashi 
    Daisuke Owaji: Uomo di Ohashi
    Keone Young: Cantante di karaoke 
    Jim Ishida: Ufficiale di scorta
    Shōtarō Hayashi: Mediatore
    Toshishiro Obata: Mediatore 
    Linda Gillen: Peggy 
    John Gotay: Danny
    Matthew Porac: Patrick
    Josip Elic: Joe, il barista 
    David Zee Tao: Poliziotto giapponese 
    Non citati nei titoli originali: 
    Ken Enomoto: Detective 
    Nathan Jung: Uomo di Sato (esecutore)
    Tak Kubota: Anziano oyabun 
    Al Leong: Uomo di Sato (sicario)
    Bruce Locke: Uomo di Sato 
    Scott Nagatani: Pianista 
    Danny Nero: Passeggero sull'aereo 
    Chris Nelson Norris: Motociclista 
    Mak Takano: Yakuza tatuato 
    Dennis Y. Takeda: Giornalista 
    Celia Xavier: Hostess del bar
Doppiatori italiani:
    Pino Colizzi: Nick Conklin
    Mauro Gravina: Charlie Vincent
    Romano Ghini: Masahiro Matsumoto
    Sonia Scotti: Joyce
    Massimo Lodolo: Sato
    Pietro Biondi: Capitano Oliver
    Roberto Stocchi: Frankie
    Mario Cordova: Berg
    Glauco Onorato: Sugai
    Silvio Anselmo: Nashida
    Mario Bardella: Crown
    Massimo Corvo: Farentino
    Marco Bresciani: Figlio di Matsumoto
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo (America Latina): Lluvia negra 
    Portoghese: Chuva negra 
    Basco: Euri Beltza 
    Rumeno: Gloante si cenusa la Osaka 
    Polacco: Czarny deszcz 
    Russo: Чёрный дождь 
    Ungherese: Fekete eső 
    Finlandese: Musta sade 
    Estone: Must vihm 
    Lituano: Juodasis lietus 
    Turco: Kara Yağmur  
    Giapponese: ブラック・レイン
    Giapponese (traslitterato): Burakku rein 
       (adattamento fonetico dall'inglese)
Budget: 30 milioni di dollari US
Box office: 134,2 milioni di dollari US

Trama: 
Nick Conklin è un detective del Dipartimento di Polizia di New York, che è finito nel mirino degli Affari Interni, i quali credono che lui e il suo ex socio abbiano rubato denaro utilizzato come prova in un'operazione antidroga. Inoltre, è in ritardo con il pagamento degli alimenti all'ex moglie. Un giorno, dopo un interrogatorio con gli Affari Interni, Nick e il suo attuale socio Charlie Vincent assistono a un pranzo tra un mafioso e alcuni uomini giapponesi. Il convito finisce male quando arriva uno yakuza di nome Koji Sato, che uccide i giapponesi dopo aver preso da loro un piccolo pacco. Dopo che Nick e Charlie hanno arrestato Sato, vengono incaricati di scortarlo a Osaka su ordine dell'ambasciata giapponese. Nonostante tutte le precauzioni del caso, una volta atterrati a Osaka, Nick e Charlie vengono ingannati da alcuni yakuza travestiti da poliziotti, così consegnano loro Sato prima dell'arrivo della vera polizia. 
Mentre spiegano l'incidente, Nick e Charlie riescono a convincere la polizia della prefettura di Osaka a consentire loro di osservare le indagini sulle attività di Sato, con l'ispettore associato Masahiro Matsumoto ad accompagnarli. In un nightclub, Nick incontra Joyce, una hostess americana biondiccia di Chicago che gli racconta che Sato sta combattendo una guerra tra bande con un anziano e potente oyabun di nome Kunio Sugai. Il giorno dopo, Nick e Charlie si uniscono a un raid della polizia senza permesso. Nick prende alcune banconote da 100 dollari dalla scena del crimine. In seguito dimostra a Matsumoto e al suo superiore che le banconote sono false e fanno parte di una guerra tra gruppi rivali della Yakuza. 
Dopo una serata fuori con Matsumoto, Nick e Charlie, ubriachi fradici, stanno tornando al loro hotel quando un motociclista ruba il trench di Charlie e lo conduce in un parcheggio sotterraneo. Nick li segue, solo per assistere con orrore all'aggressione di una banda di motociclisti bōsōzoku, in cui Sato appare e decapita il giovane con una katana. 
Dopo la morte di Charlie, Nick rivela a Matsumoto di aver rubato dei soldi durante il raid antidroga a New York. Questa confidenza destra un immenso turbamento nel poliziotto nipponico, che considera la corruzione qualcosa di inconcepibile. A questo punto Nick e Matsumoto seguono una hostess che è il loro unico indizio su Sato. La pista porta a una fonderia d'acciaio, dove assistono a un incontro tra Sato e Sugai. Scoprono così che il pacco che Sato ha portato a New York è la metà di una lastra da stampa che Sugai ha inviato alla mafia per verificarne la fattura; Sato si offre di restituirla se Sugai gli concede il titolo di oyabun - cosa che è molto riluttante a fare. Poco dopo l'incontro, Nick insegue Sato, ma viene prontamente arrestato ed espulso per aver portato una pistola in pubblico, mentre Matsumoto viene sospeso e declassato. Nick viene costretto a imbarcarsi su un aereo e a fare ritorno in America, ma riesce a scendere di nascosto per inseguire Sato da solo. Seguendo una soffiata della biondiccia Joyce, incontra Sugai, che gli racconta di essere sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima e che il suo piano di contraffazione del denaro è la sua vendetta contro gli Stati Uniti per la "pioggia nera" subita quel giorno e per la giovane generazione giapponese con ideali occidentali. Nick convince Sugai che può aiutarlo a preservare la sua reputazione tra gli altri clan Yakuza recuperando la matrice sottratta da Sato.
In una fattoria isolata, Nick e Matsumoto vedono alcuni degli scagnozzi vestiti da viticoltori, deducendo che Sato stia progettando di massacrare la gang di Sugai. Durante l'incontro di tregua con Sugai, Sato si taglia il mignolo come prova di lealtà e ammenda, ma al contempo tradisce Sugai pugnalandolo alla mano, prima di scappare con entrambe le matrici. Ne nasce uno scontro a fuoco. Nick insegue Sato in motocicletta, quindi lo affronta a mani nude, riuscendo a sconfiggerlo: può scegliere se ucciderlo o meno, infilzandolo su un palo acuminato, ma decide di non farlo. Nick e Matsumoto accompagnano Sato ammanettato al quartier generale della polizia, tra lo stupore di tutti. 
Matsumoto osserva che le matrici di stampa non sono state recuperate, e Nick sembra insinuare che sia stato lui a prenderle. Quando Nick, prima di imbarcarsi, ringrazia Matsumoto per il suo aiuto e la sua amicizia, gli regala una camicia elegante in una scatola. Sotto l'indumento ripiegato, Matsumoto trova entrambe le matrici. 


Recensione: 
L'impianto narrativo è una catabasi nell'abissale mondo della mafia giapponese, la temibile Yakuza. Film di questo genere, ambientati nel Paese del Sol Levante, sono eccellenti e ci aiutano a conoscere realtà di un'alienità sconcertante - al punto che si fatica molto a credere che possano essere state generate dallo stesso pianeta su cui viviamo! Parafrasando Darwin, a volte mi sono cullato nel sospetto che il Giappone sia il prodotto di una seconda Creazione!
Ottima l'interpretazione del convulso Michael Douglas, adrenalinico, galvanizzato come un'anguilla elettrica dall'inizio alla fine. Si percepisce in ogni sequenza il dramma della sua vita. Eccellente anche Ken Takakura nel ruolo dell'ispettore Masahiro Matsumoto, che incarna i princìpi stessi dell'etica nipponica. Mi è sembrato invece un po' esangue e poco robusto Andy Garcia nel ruolo di Charlie Vincent, destinato ad uscire presto di scena nel modo più tragico e insensato. 
Ridley Scott trae ispirazione da un altro film da lui diretto, Blade Runner (1982), per le ambientazioni e l'atmosfera, plasmando realtà metropolitane perennemente notturne, popolate da colori e luci di un'incredibile aggressività. In questo universo urbanoide, in cui non esistono il sonno e il riposo, le moltitudini sciamano in modo vorticoso come formiche alate, incapaci di fermarsi anche solo per un attimo. Un'altra fonte d'ispirazione è senza dubbio Yakuza (The Yakuza, 1974), thriller neo-noir diretto da Sydney Pollack e interpretato da un possente Robert Mitchum. La sceneggiatura è stata scritta da Paul Schrader (il regista di Hardcore, tanto per intenderci) e Robert Towne, da un soggetto di Leonard Schrader. Considerato poco vigoroso al suo esordio, la pellicola pollackiana con gli anni è riuscita a guadagnare consenso fino ad acquisire lo status di cult, influenzando tra gli altri lo stesso Scott. 


In memoria di Yūsaku Matsuda

Quello del gangster Sato è stato l'ultimo ruolo cinematografico di Yūsaku Matsuda. L'attore sapeva di avere un cancro alla vescica e che le sue condizioni sarebbero state aggravate nel corso della recitazione nel film. Scelse comunque di portare avanti il suo lavoro, all'insaputa del regista, dicendo a quanto pare: "In questo modo, vivrò per sempre". Il 6 novembre 1989, meno di sette settimane dopo la Première americana del film, Matsuda morì a causa della malattia, all'età di soli 40 anni. Questa pellicola è dedicata alla sua memoria. 
La cosa più bizzarra è questa: nel cinema giapponese, Ken Takakura era noto per aver interpretato regolarmente gangster della Yakuza, mentre Yūsaku Matsuda era noto per aver interpretato spesso detective. Tuttavia, nel film di Ridley Scott, i ruoli sono invertiti, con Takakura che interpreta un poliziotto e Matsuda che interpreta un affiliato alla Yakuza. 

Una scelta arbitraria ma ben riuscita

Questi sono gli attori che furono presi in considerazione per il ruolo dell'inquieto Nick Conklin: 
Jeff Bridges, 
Kevin Costner, 
Willem Dafoe, 
Richard Dreyfuss, 
Mel Gibson, 
Michael Keaton, 
Michael Nouri, 
Ron Perlman, 
Kurt Russell, 
Arnold Schwarzenegger, 
Sylvester Stallone, 
Patrick Swayze, 
Peter Weller, 
Bruce Willis. 
La Paramount scelse Michael Douglas unicamente per via del suo rapporto privilegiato con i produttori Sherry Lansing e Stanley R. Jaffe. Provo a immaginarmi come sarebbero venute le scene con ciascuno degli attori elencati. In alcuni casi mi sembrano improponibili!  


Dialogo tra il boss Sugai e Conklin 

Sugai: "Sato poteva benissimo essere un americano. Quelli come lui rispettano una cosa soltanto: il denaro."
Conklin: "E lei invece perché è qui? Per amore?"
Sugai: "Avevo solo dieci anni quando i B-29 arrivarono sopra di noi. La mia famiglia visse per tre giorni sotto terra, e quando venimmo fuori la città non esisteva più. Il grande calore portò la pioggia. Una pioggia sporca! Voi rendeste sporca la pioggia. Voi ci cacciaste a forza in gola i vostri valori, e noi perdemmo la nostra identità. Voi avete creato Sato e migliaia di uomini come lui. Io vi ricompenserò."
Conklin: "Vuole quella matrice? Dica dov'è nascosto Sato." 
Sugai: "Tu non hai nessun peso in questa faccenda. Ho promesso agli altri oyabun che la guerra sarebbe cessata. 
Conklin: "E chi ha detto che devono saperlo?"
Sugai: "Lo sa il mio senso del dovere e dell'onore. Se ti rimanesse più tempo, ti spiegherei cosa significa."

L'altro Black Rain

Anche se la cosa può sorprendere, quello di Ridley Scott è uno dei due film del 1989 intitolati "Black Rain". Ne esiste infatti un altro. Una pellicola sulle conseguenze del bombardamento atomico di Hiroshima, diretta da Shōhei Imamura, uscì nello stesso anno con il titolo giapponese Kuroi Ame (黒い雨), che si traduce "Pioggia nera": kuroi (黒い) significa "nero"; ame (雨) significa "pioggia". Sebbene i due film non siano correlati, i titoli si riferiscono entrambi allo stesso fenomeno post-bombardamento, connesso con il fallout radioattivo. 


Origini e tradizioni della Yakuza 

Il cruento rituale di amputazione eseguito dal capobanda Koji Sato nella scena in cui incontra il suo ex capo Sugai, si chiama otoshimae (落とし前), ossia "accorciamento delle dita"; è anche noto come yubitsume (指詰め). Nella malavita giapponese, è un modo con cui un membro dimostra la propria contrizione o fa ammenda al capo per un'offesa arrecata, anche inavvertitamente. In una società severissima in cui ogni infrazione è vista come una colpa ontologica, l'espiazione è radicale. Da quanto si conosce, il rituale ha avuto origine dai bakuto (博徒), giocatori d'azzardo itineranti che assieme ad altri gruppi emarginati sono stati predecessori della moderna Yakuza, la cui formazione come sodalizio criminale può essere fatta risalire al periodo Edo, nel XVII secolo. Così stabiliva l'usanza dei bakutose una persona non era in grado di saldare un debito di gioco, lo yubitsume era considerato una forma alternativa di rimborso. Lo yubitsume era anche una forma di punteggio di credito e di reputazione criminale.

Etimologia di Yakuza 

Il termine yakuza (in scrittura katakana: ヤクザ) deriva dal nome dato a una mano perdente nel tradizionale gioco di carte giapponese Oicho-Kabu (おいちょかぶ), simile al baccarat e in ultima analisi importato dal Portogallo (portoghese oito "ottava carta" + cabo "estremità"). Il significato originario di yakuza è "inutile" o "buono a nulla". L'etimologia è ben strana. Si riferisce alla sequenza numerica 8-9-3 (in giapponese arcaico ya "otto" + ku "nove" + za "tre"), la cui somma è 20, con un punteggio pari a zero: corrisponde alla peggior mano possibile per un giocatore. Non mi addentro oltre nei dettagli di questa numerologia misterica. Una cosa sembra certa: questo termine fu adottato da giocatori d'azzardo ed emarginati per descrivere se stessi come disadattati della società. Il nome che gli appartenenti alla Yakuza danno alla loro organizzazione è Ninkyō Dantai (任侠団体), che corrisponde in modo sorprendente a "Onorata Società". Questo è un caso di "convergenza evolutiva".

Etimologia di oyabun 

Il termine oyabun (親分) è un composto derivato da oya (親, che significa "genitore") con l'aggiunta del suffisso -bun (分, che significa "parte", "ruolo" o "status"). Si traduce letteralmente in "status genitoriale" o "genitore adottivo" e rappresenta un capo nella Yakuza tradizionale o nelle gerarchie professionali, che agisce come un padre surrogato per i propri subordinati, detti kobun (子分, che significa "status di figlio"). 
Il titolo deriva dalla struttura relazionale oyabun - kobun ("genitore - figlio"), che rispecchia le tradizionali gerarchie familiari giapponesi. Storicamente è stato utilizzato all'interno di gruppi come i tekiya (的屋 "commercianti ambulanti") durante il periodo Edo, dove l'oyabun fungeva da supervisore e mentore. Enfatizza tuttora un legame familiare di lealtà e dovere piuttosto che una semplice relazione d'affari. 


La natura inconcepibile della corruzione

In una società basata interamente sull'Onore, la corruzione è qualcosa di pericolosissimo, una vera e propria minaccia esistenziale, un contaminante che viene da fuori. In realtà, la corruzione in Giappone è presente e ben documentata, solo che è tabù parlarne per via della "cultura della vergogna", un sentire diffuso in modo capillare, onnipresente. La vergogna è denominata haji (恥), parola che significa anche "disgrazia", "disonore", "umiliazione". Quando la corruzione ha fatto la sua comparsa, in epoca feudale, ha sconvolto tutti. Si trattava di casi di compravendita di titoli nobiliari fittizi. Quando fu appurato che tutti coloro che erano coinvolti nello scandalo erano cristiani, fu compresa la portata del morbo. Ne nacque la convinzione che la religione importata dall'Occidente fosse la causa prima della contaminazione e che andasse eradicata con sistemi draconiani. 

I motociclisti bōsōzoku 

I bōsōzoku (暴走族) sono una subcultura che ha elementi in comune con i punk, caratteristiche del teppismo e vaghe venature anarcoidi. In genere sono molesti, rumorosi e spericolati, ma sostanzialmente inoffensivi. Potremmo tradurre la parola con "centauri", anche se sarebbe una scelta imprecisa. La parola bōsōzoku si traduce alla lettera "tribù della velocità violenta" o "tribù in fuga". È un composto che deriva da  (暴) "violenza", "spericolatezza", "comportamento fuori controllo" + (走) "correre", "gareggiare", "guidare" + zoku (族) "tribù", "banda", "gruppo". 
Queste gang di motociclisti si sono formate negli anni '50 del XX secolo, ma inizialmente il loro nome era kaminari-zoku (雷族), ossia "tribù del tuono". Il nome bōsōzoku si è imposto qualche tempo dopo, agli inizi negli anni '70. La subcultura ha raggiunto l'apice nel 1982 con oltre 42.000 membri, per poi declinare. Oltre alla pura e semplice criminalità, rappresentava una ribellione e una forma di resistenza contro il rigido conformismo sociale giapponese, attraverso veicoli fortemente personalizzati, rumorosi e spesso illegali. 


La viticoltura in Giappone

Una delle cose che saltano all'occhio in questo film è la coltivazione della vite: gli oyabun si riuniscono in una tenuta agricola piena di filari di vigne. Ridley Scott ha fatto le riprese in una regione vinicola della California, Napa County, perché esasperato dalla burocrazia giapponese che gli rendeva la vita impossibile. Eppure l'ambientazione è realistica e non contiene alcuna incoerenza.  
Anche se la cosa è poco risaputa, il Paese del Sol Levante produce vino. Il vitigno autoctono più noto è il Kōshū (甲州), un'uva a bacca rosa presente sul territorio da circa un millennio e giunta attraverso la Via della Seta. Il Kōshū è coltivato principalmente nella Prefettura di Yamanashi, vicino al monte Fuji. Il vino che se ne ricava è bianco, di colore delicato e cristallino, con aromi freschi di agrumi e note floreali bianche; ha bassa gradazione alcolica e acidità vivace. Un altro vitigno autoctono, il Muscat Bailey A, serve a produrre i vini rossi ed è più recente, essendo stato creato negli anni '20 del XX secolo incrociando Muscat Hamburg a Bailey. L'artefice di quest'uva è stato Zenbei Kawakami; il suo intento era migliorare la resistenza del vitigno alle malattie fungine e al clima umido. I vini prodotti dal Muscat Bailey A sono leggeri, aromatici e fruttati, spesso caratterizzati da note di fragola, ciliegia e lampone, con tannini morbidi e acidità moderata.