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martedì 11 giugno 2024

IL NOME CAPPADOCE DI OTTOBRE: MITRE 'MESE DI MITHRA'

La lingua degli antichi Cappadoci è un grande mistero: non possediamo alcuna iscrizione e non è classificata a causa della mancanza di dati. Sembra che si sia spenta nel VI secolo d.C., senza lasciare discendenti. Con ogni probabilità era una lingua anatolica, come quella degli Isauri, di cui abbiamo come testimonianza un certo numero di antroponimi. Strabone e Basilio di Cesarea ci testimoniano che era diversa dal greco. Non deve essere confusa con la lingua greca di Cappadocia parlata in epoca moderna (fino agli inizi del XX secolo), che ha una storia diversa. 

Stante la deprimente situazione, dobbiamo forse arrenderci all'oblio che ha fagocitato un intero popolo? Nemmeno per sogno!  
Frugando nel ciclopico Corpus Glossariorum Latinorum a cura di Georg Goetz (1849 - 1932), mi sono imbattuto in una preziosissima glossa della lingua perduta di Cappadocia (V 224, 15, V. menses): 

Mitre Cappadocum lingua Octuber mensis dicitur 

"Il mese di Ottobre è chiamato Mitre nella lingua dei Cappadoci" 


Note etimologiche 

Varianti di questo menomimo: mithre (tratto da Papias, Schmidt, 1859), ΜΙΘΡΗ (Marquart, 1905), myar (Ginzel, 1919). Altre trascrizioni, più problematiche, sembrano frutto di refusi. In ogni caso, l'etimologia di questo nome è chiarissima: il nome del mese è derivato da quello della divinità persiana Mithra (in latino Mithrās, in greco Μίθρᾱς, Μίθρης). Verosimilmente è un aggettivo il cui significato è "(mese) di Mithra", formato con un suffisso -e. La protoforma ricostruibile è *Mithrae, che a sua volta deriva proprio dal tardo avestico Miθrahe, che è un genitivo, derivato a sua voltadall'antico avestico Miθrahiiā
Il passaggio è piuttosto semplice: prima è avvenuto il dileguo dell'aspirata -h-, con conseguente formazione di un dittongo; infine si è verificata una contrazione del dittongo risultante. 
Questa è la declinazione del teonimo in tardo avestico: 

Nominativo: Miθrō
Vocativo: Miθra
Accusativo: Miθrəm
Strumentale: Miθra
Dativo: Miθrāi
Ablativo: Miθrāt̰
Genitivo: Miθrahe
Locativo: Miθre

Dall'antico persiano (che è diverso dall'avestico) una forma simile si è evoluta regolarmente fino a dare مهر Mehr nel persiano attuale. Indica il settimo mese del calendario solare iraniano Hijri. Segna l'inizio dell'autunno, dura 30 giorni e corrisponde all'incirca al periodo che va dal 23 Settembre al 22 Ottobre.

Certo, è poco. Pochissimo. Eppure è qualcosa. Un punto di partenza, forse minuscolo, ma in ogni caso è portatore di informazioni. Purtroppo il menonimo analizzato non sembra dirci molto sulla lingua d'origine dei Cappadoci, dato che è un prestito importato dalla Persia assieme allo Zoroastrismo. La Cappadocia appariva profondamente iranizzata, come dimostrano anche gli altri nomi noti dei mesi: li analizzeremo uno ad uno a tempo debito. Il calendario cappadocico era composto da dodici mesi, ognuno di trenta giorni, ed era stato già integrato nel sistema del calendario giuliano.

Approfitto dell'occasione per stigmatizzare l'inerzia del mondo accademico e la sua incapacità di sintesi. Per colpevole accidia simili gioielli finiscono dispersi in un oceano di entropia cognitiva, senza alcun tentativo di integrarli in un edificio coerente. 
Riporto infine un link utile all'opera di Hazan Taqizadeh, Il computo del tempo nell'Iran anticoEdizione riveduta e integrata sulla base delle indicazioni dell'Autore, Introduzione, traduzione e cura di Simone Cristoforetti (2010). 

domenica 12 maggio 2024

SCIRI E BASTARNI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

Due popoli indoeuropei enigmatici abitavano nella regione dei Carpazi a partire dal III secolo a.C., giunti da Settentrione, con ogni probabilità dall'area oggi chiamata Polonia: gli Sciri e i Bastarni. I primi sono tradizionalmente sono considerati Germani, o comunque di lingua germanica. Per quanto riguarda i secondi, molti li considerano Germani, anche se regna una certa confusione e sono stati avanzati diversi dubbi. Dato che si tratterebbe di due delle più antiche attestazioni di popoli di lingua germanica nella Storia, la questione deve quindi essere discussa con particolare attenzione. Va detto che già nell'antichità circolavano opinioni estremamente confuse. 

1) Gli Sciri 

Forma latina: Scīriī /'ski:rii:/, Scīrī /'ski:ri:/
     (genitivo Scīriōrum, Scīrōrum)
Forma greca: ΣκίριοιΣκίροι

Gli Sciri furono un popolo germanico il cui etnonimo è trasparente, ben comprensibile a partire dalla lingua di Wulfila: skeirs /ski:rs/ significa "chiaro", anche nel senso di "puro" (il dittongo grafico -ei- trascrive una -i- lunga). Un testo teologico in gotico è conosciuto come Skeireins /'ski:ri:ns/, ossia "Spiegazioni" - alla lettera "Chiarimenti". La parola skeirs aveva già un ampio campo semantico, analogamente a quanto avviene in italiano con chiaro (da cui si formano molti derivati come chiarire, chiarezza, etc.). 
Così è ragionevole supporre che il nome degli Sciri, appartenente al germanico orientale, significhi proprio "Chiari", "Splendenti", "Puri" e anche "Puri di sangue", "Puri di stirpe". 

Forma gotica ricostruita: *Skeirjos /'ski:rjo:s/ 
Tema della declinazione: -ja- 

Non ci sono particolari problemi ad ammettere un dileguo della -j- di *Skeirjos, senza dubbio favorito dalla vocale anteriore della sillaba precedente. 

Forma gotica ricostruita: *Skeiros /'ski:ro:s/ 
Tema della declinazione: -a-

L'etimologia è diretta, si tratta di una sostantivazione dell'aggettivo skeirs "chiaro", che ha una vocale tematica -i- / -ja-:

Forma protogermanica ricostruibile: *skīriz 
Forme gotiche attestate: skeirs

Declinazione forte: 
nominativo maschile: skeirs
nominativo femminile: skeirs
nominativo neutro: skeir, skeirjata 

Declinazione debole: 
nominativo maschile: skeirja 
nominativo femminile: skeirjo 
nominativo neutro: skeirjo 

Etimologie alternative: 

1) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal protogermanico *skīrō "divisione amministrativa" (da cui l'inglese shire "contea"). Il problema è che non è una ricostruzione sicura: potrebbe essere *skīzō con la sibilante sonora /z/ rotacizzata in seguito. L'etnonimo degli Sciri, antichissimo (dal II secolo a.C.), non può essere il prodotto di un rotacismo, essendo questo mutamento fonetico avvenuto in epoca molto posteriore (nelle lingue germaniche occidentali).
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia di sceriffo


2) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal medio persiano shīr "latte" o dal suo omofono shīr "leone". La prima ipotesi incontra difficoltà semantiche insormontabili; la seconda sarebbe semanticamente accettabile. Tuttavia  occorre scartare entrambe le comparazioni: sono inammissibili già per motivi fonologici (non rendono conto del gruppo consonantico /sk-/). 

Gli antroponimi noti associabili agli Sciri sono tardi e appartengono chiaramente alla lingua gotica: Edeko, Edica (padre di Odoacre), Onulphus, Onulf (fratello di Odoacre). 
Esistono alcuni toponimi della Baviera che derivano dal nome degli Sciri: 
Scheyern (attestato come Scira nel 1080)
Scheuer (attestato come Sciri nel 975 circa)
Scheuern in Neubeuern (attestato come Skira nell'XI secolo)
Scheuring (attestato come Sciringen nel 1150) 
La fonologia presenta irregolarità che meriterebbero di essere investigate. Sembra quasi che rifletta sviluppi di una lingua diversa dall'antico bavarese. 

Conclusioni: 
Le implicazioni dell'etimologia gotica, che resta la migliore, sono potenti. 

2) I Bastarni

Forma latina: Basternae
     (genitivo Basternārum)
Forma greca: ΒαστάρναιΒαστέρναι 

I Bastarni furono un popolo indoeuropeo di incerta origine: in genere sono considerati Germani, ma non manca chi li attribuisce ai Celti o addirittura ai Sarmati (Iranici). Particolarmente diffusa è l'idea che in origine fossero Germani, ma mescolati ad elementi di altra stirpe, come i Celti e i Sarmati. Non c'è finora alcun sostanziale accordo nel mondo accademico sulla reale appartenenza etnica di queste genti: si riflette la molteplicità delle opinioni presenti negli autori classici. Ecco un quadro sintetico: 

1) Livio, Plutarco: i Bastarni sono Galli, Galati, ossia Celti  
2) Strabone, Plinio il Vecchio: i Bastarni sono Germani 
3) Tacito: i Bastarni sono Germani, ma con sangue e influenza dei Sarmati
(l'autore aggiunge che sono pigri e sporchi) 
4) Dione Cassio, Zosimo: i Bastarni sono Sciti 
5) Appiano: i Bastarni sono Traci 
Nota: 
Strabone, che considera i Bastarni Germani, in un'altra occasione li elenca tra i Roxolani, considerati Sciti. Si contraddice. Zosimo considera Sciti persino i Goti, la cui lingua è eminentemente germanica.

Da questi elementi piuttosto scarsi ed erratici deriva una singolare suggestione. Se i Bastarni sono stati una mescolanza di genti, viene naturale pensare che fossero... i BastardiLa tentazione è quella di contrapporre agli Sciri, che sono i "Puri", i Bastarni, interpretando il nome di questi ultimi come "Mescolati", "Impuri" e "Bastardi", come anche suggerito dalla notevole assonanza. Ecco, se ciò fosse vero, si sarebbe trovata la vera etimologia della parola "bastardo". In realtà le cose non sono così facili. 
i) Cominciamo dalla semantica: nessun popolo si darebbe un nome intrinsecamente spregiativo. Certo, in teoria potrebbe essere un esoetnico, attribuito da avversari, ma è comunque difficile credere che dell'endoetnico non sia rimasta traccia alcuna. A quanto pare, i Bastarni erano invece fierissimi del loro nome e si consideravano le più potenti tra le genti. Argomenti simili sono stati enunciati dallo storico britannico Roger Batty (2008).
ii) La formazione dello spiacevole epiteto "bastardo" è avvenuta in epoca medievale, in condizioni complesse, e presenta caratteristiche non ravvisabili nell'etnonimo dei Bastarni.  
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia della parola bastardo


In realtà esiste un'etimologia ben più plausibile per il nome dei Bastarni, che permette di superare tutte le criticità, evitando problemi semantici e anacronismi. 
La derivazione proposta è dal verbo protogermanico *bastijanan "unire", "mettere insieme", da cui discende in ultima analisi l'italiano bastire, imbastire. Un'unione di popoli esprime comunque un concetto di varietà, ma senza alcuna accezione negativa. 

Protoforma gotica ricostruita: *Bastarnos
         /'bastarno:s/
   Variante: *Bastairnos /'bastεrno:s/ 

Protogermanico: *Bastarnōz / *Basternōz 
Significato: Gli Uniti

Wiktionary si limita a ricostruire il verbo a livello di germanico occidentale, anche se a mio avviso è possibile pensare che fosse già presente nella protolingua germanica comune. 

Antico alto tedesco: besten (< *bastjan)
Tedesco moderno: basteln, besteln 
Medio basso tedesco: besten 
Latino volgare: *bastīre (prestito germanico)

Il verbo sarebbe derivato a sua volta dal protogermanico *bastaz "fibra" (inglese bast "rafia", "fibra tenace e grossolana", tedesco Bast idem), nel senso originario di "unire più fibre", "cucire insieme".  


Un tipo di carro: la basterna. Non sembra derivato da *bastum "sostegno", più plausibilmente è stato preso proprio dall'inclito nome dei Bastarni. 

Etimologia alternative: 

1) Lo studioso russo Oleg Trubačev (Indoiranica, 1999) ha proposto una derivazione dall'avestico bast- "legare"; "schiavo" (cfr. ossetico bættən "legare", bast "legato") e *arna- "prole", considerandolo analogo nella formazione all'epiteto δουλόσποροι "gli schiavi Sporoi" menzionato da Nonno e Cosma, dove gli Sporoi sono il popolo che Procopio menziona come gli antenati degli Slavi. Echeggiano note di linguistica nazionalista. Anche se è interessante la somigianza della radice iranica bast- con il verbo protogermanico *bastijanan, rimane difficile pensare che l'elemento -arn- / -ern- sia qualcosa di più di in mero suffisso.
2) Secondo lo studioso lituano Rimantas Matulis, il nome dei Bastarni sarebbe spiegabile ricorrendo alla locuzione lituana basi tarnai "servi scalzi". Questa interpretazione viene talvolta utilizzata per sostenere la presenza o l'influenza baltica nella regione del Danubio durante l'antichità. Ha tutta l'aria di essere un'etimologia popolare.

Divisioni e antroponimi dei Bastarni

I Bastarni si dividevano in Atmoni, Sidones e Peucini (o Peuci).
Da questi etnonimo possiamo fare interessanti deduzioni. 

1) Atmoni "Gente dello Spirito"
Cfr. protogermanico *ǣþmaz "spirito, respiro"
Nota:
L'esito della vocale tonica è simile a quello del germanico occidentale e settentrionale, diverge da quello del germanico orientale.
2) Sidones "Gente della Tradizione" 
Varianti: Sidoni, Sidini 
Cfr. protogermanico *siðuz "costume, tradizione"
Nota: 
Sono applicate le leggi di Grimm e di Verner.
3) Peucini "Gente del Pino"
Varianti: Peuci 
Cfr. protogermanico *fiuχtijōn "abete"
Nota: 
Manca l'elemento dentale -t-. Manca l'applicazione della legge di Grimm. Essendo il nome derivato da quello dell'isola di Peuce (greco Πεύκη), potrebbe semplicemente essere un prestito. 

Sappiamo che il nome di alcuni capi. Uno di questi, Deldo, è di etimologia incerta e significato al momento indeterminabile. Un altro, Teutagonus "Figlio della Tribù", di chiarissima tradizione indoeuropea, che mostra una formazione più celtica che germanica. Un altro ancora, Cotto, ha un nome tipicamente celtico che significa "L'Anziano".

Conclusioni 

Sussistono varie possibilità. La lingua dei Bastarni potrebbe essere un sottogruppo ignoto delle lingue germaniche. Tuttavia si potrebbe anche trattare di una sottofamiglia indoeuropea indipendente, oggi perduta ("i Bastarni sono Bastarni"). Si dà la possibilità che nel corso del tempo i Bastarni siano passati dalla loro lingua originaria a una lingua germanica. Per chiarire definitivamente la questione servirebbero ulteriori dati, che molto difficilmente saranno reperiti.

domenica 8 ottobre 2023

UN GENOCIDIO MISCONOSCIUTO

I Sanka erano un popolo di grande interesse etnologico che conduceva esistenza nomade in alcuni distretti montuosi del Giappone. Sono semplicemente scomparsi. All'improvviso, a partire dai primi anni '70, non se ne è trovato più nemmeno uno. 

(Dualismo Assoluto, 22 ottobre 2016) 

I passi progressivi del Genocidio: 

1) Un popolo viene perseguitato. 

2) Un popolo viene annientato. 

3) L'esistenza del popolo estinto viene rimossa dalla memoria collettiva. 

4) Nessuno più sa che il popolo estinto sia mai esistito. 

5) Se sopravvive qualche memoria del nome del popolo estinto, viene considerato un elemento mitologico o un'invenzione.

I segni attuali del Genocidio: 

i) Non si trova alcun documento utile sui Sanka e su altri popoli simili, in alcuna lingua occidentale.

ii) Esistono persone nel Web che considerano questi nomadi un'invenzione letteraria, puri e semplici personaggi di una fiction

iii) La rimozione del popolo estinto dalla realtà stessa del mondo può dirsi completa. 

Motivazioni del genocidio: sconosciute, insondabili: 

A differenza dei Burakumin, popoli come i Sanka erano ritenuti privi di qualsiasi utilità. 

venerdì 6 ottobre 2023

I PARIA DEL GIAPPONE


I Burakumin, un tempo chiamati Eta (ossia "pieni di sozzura"), sono considerati Intoccabili. Secondo la religione shintoista, per il solo fatto di esistere essi commettono peccato. Non è nemmeno vero che si tratti di una minoranza soltanto sociale: si noterà che molti Burakumin sono caratterizzati da pelosità abbondante e da caratteri somatici affini a quelli degli Ainu, che erano la popolazione aborigena dell'Arcipelago. 

(Dualismo Assoluto, 21 ottobre 2016)

1) Esistono tuttora registri di cognomi dei Burakumin. Anche se sarebbe illegale, questi elenchi vengono utilizzati ancora oggi dalle aziende: se un candidato ha un cognome considerato maledetto, non viene assunto. 

2) Esistono lavori che possono essere svolti soltanto da questi Intoccabili. Sono tutti quelli che hanno a che fare con la morte e col sangue: macelleria, concia delle pelli, sepoltura dei morti, etc. Se qualcuno sceglie di svolgere una di queste professioni, diventa un Burakumin anche se non lo è per ascendenza, e viene trattato di conseguenza dai suoi stessi familiari. 

3) Ai Burakumin è permesso di esistere soltanto per essere umiliati in eterno. Ogni segno della loro identità è stato annientato: la loro antica lingua è perduta per sempre. Persiste unicamente la loro colpa nel corso dei secoli, dato che il loro peccato coincide con il solo fatto di essere al mondo. 

Se ci riflettiamo, è una cosa a dir poco orribile.

martedì 19 settembre 2023

Conversazione tra Marco Moretti e Bard
- Droni a North Sentinel

MM:

Perché non si utilizzano droni per esplorare North Sentinel? Si raccoglierebbero informazioni preziose senza creare interferenze.

Bard:

Ci sono diversi motivi per cui i droni non vengono utilizzati per esplorare North Sentinel.

  • Innanzitutto, i droni potrebbero essere visti come una minaccia dai Sentinelesi. I Sentinelesi sono una popolazione isolata che ha vissuto in relativo isolamento dal resto del mondo per migliaia di anni. Sono noti per la loro ostilità nei confronti degli estranei e hanno attaccato coloro che hanno tentato di avvicinarsi alla loro isola. I droni potrebbero essere visti come un'invasione da parte dei Sentinelesi e potrebbero essere bersagliati. 
  • In secondo luogo, i droni potrebbero essere difficili da controllare in un ambiente come North Sentinel. L'isola è circondata da acque agitate e da una fitta vegetazione. I droni potrebbero essere facilmente danneggiati o persi in queste condizioni. 
  • In terzo luogo, i droni potrebbero non essere in grado di raccogliere informazioni preziose. L'isola è coperta da una fitta foresta pluviale, che rende difficile vedere cosa c'è sotto. I droni potrebbero essere in grado di fornire una vista aerea dell'isola, ma potrebbero non essere in grado di fornire informazioni dettagliate sulla cultura o sulle condizioni di vita dei Sentinelesi.

Nonostante questi ostacoli, ci sono alcuni ricercatori che stanno studiando la possibilità di utilizzare i droni per esplorare North Sentinel. Nel 2019, un team di ricercatori dell'Università di Oxford ha sviluppato un drone che può volare in sicurezza in acque agitate. Il drone è stato testato nell'Oceano Indiano e ha dimostrato di essere in grado di volare a bassa quota attraverso la fitta vegetazione.

È possibile che in futuro i droni saranno utilizzati per esplorare North Sentinel. Tuttavia, è importante considerare i rischi associati a questa attività e assicurarsi che i droni vengano utilizzati in modo rispettoso della cultura e delle tradizioni dei Sentinelesi.

MM: 

La Scienza non può accettare l'idea dell'impossibilità di conoscere la lingua di North Sentinel a tempo indeterminato.

Bard:  

Capisco il tuo punto di vista. È una posizione che riflette la curiosità e la spinta intrinseca della scienza a comprendere e a non accettare limiti permanenti alla conoscenza.

Tuttavia, nel caso specifico della lingua dei Sentinelesi di North Sentinel, l'impossibilità di conoscerla è legata a una serie di sfide etiche, legali e di sicurezza estreme, più che a un limite puramente scientifico o linguistico intrinseco.

Ecco alcuni punti chiave che spiegano la situazione attuale:

1. Priorità del Non-Intervento

Il fattore predominante è la politica di non-interferenza del governo indiano (che amministra le Isole Andamane e Nicobare). Questa politica è stata adottata per:

  • Proteggere la salute dei Sentinelesi: L'isolamento li ha resi estremamente vulnerabili a malattie comuni per il resto del mondo (come l'influenza o il morbillo). Un contatto potrebbe sterminarli. 
  • Rispettare la loro autodeterminazione: Hanno chiaramente espresso, con atti di ostilità, il desiderio di rimanere soli.

2. Sicurezza e Rischi

Qualsiasi tentativo di stabilire un contatto ravvicinato (necessario per l'analisi linguistica, che richiede mesi o anni di immersioni con parlanti nativi) è estremamente pericoloso per chiunque tenti l'approccio, data la loro reazione aggressiva verso gli esterni.

3. La Natura della Ricerca Linguistica

La linguistica sul campo non può avvenire a distanza (come con un drone):

  • Richiede interazione: Per decifrare una lingua sconosciuta, i ricercatori hanno bisogno di lunghe ore di interazione diretta per osservare i gesti, correlare i suoni con gli oggetti (metodo dell'ostensione), registrare le risposte e costruire gradualmente una grammatica e un vocabolario. 
  • È a lungo termine: Non si impara una lingua non documentata in una singola sessione.

4. Conoscenza Futura

La "scienza" non ha accettato l'impossibilità per sempre. Piuttosto, ha sospeso la ricerca attiva su questa lingua a causa del costo umano, etico e legale (la zona è un'area di esclusione).

Se in futuro la popolazione dei Sentinelesi dovesse scegliere, in modo autonomo e sicuro, di aprirsi al contatto o se venissero sviluppate tecnologie di "intercettazione" non invasive (attualmente inesistenti) che non mettano a rischio la loro salute, allora la linguistica sarebbe pronta ad agire.

Per ora, l'impossibilità è un vincolo etico e di sicurezza, non un fallimento della scienza stessa.

MM:

È stato appurato, nel corso di avvicinamenti accolti con ostilità, che i Sentinelesi parlano una lingua del tutto incomprensibile agli Onge e ai Jarawa. Potrebbe essere una lingua isolata. 

Bard:

Hai ragione a sottolineare le osservazioni fatte durante i rari tentativi di contatto avvenuti in passato: è stato documentato che la lingua dei Sentinelesi è totalmente incomprensibile agli Onge e ai Jarawa.

Questa incomprensibilità reciproca, unita all'estremo isolamento geografico dei Sentinelesi, supporta fortemente l'ipotesi che il Sentinelese possa essere una lingua isolata (cioè una lingua senza alcuna relazione genetica dimostrabile con altre lingue viventi) o che, al massimo, appartenga a un ramo del gruppo linguistico Andamanese, ma separato da migliaia di anni.

Il Contesto Linguistico delle Andamane

Per capire il Sentinelese, è utile vedere come si inserisce (o non si inserisce) nel quadro più ampio:

Lingue Andamanesi Maggiori (Great Andamanese): Erano parlate dalle tribù della Grande Andaman. Oggi sono quasi estinte, con una sola persona (Licho, del gruppo Bo) che le parla come lingua madre. La loro parentela genetica non è chiara.

Lingue Andamanesi Minori (o Onge-Jarawa):

  • Jarawa: Parlata dai Jarawa, che sono meno ostili dei Sentinelesi ma ancora isolati.
  • Onge: Parlata dagli Onge della Piccola Andaman.

Queste due lingue sono mutualmente incomprensibili ma sono considerate facenti parte di una stessa famiglia linguistica (Andamanese Meridionale), indicando una separazione relativamente più recente. 

La Posizione del Sentinelese

Il fatto che il Sentinelese non sia compreso né dai Jarawa né dagli Onge suggerisce tre possibilità principali, dato che non abbiamo dati sufficienti per una classificazione definitiva:

  • Lingua Isolata (Isolate Language): È la teoria più probabile data la loro separazione prolungata. Potrebbe essere l'ultima traccia di un'antica migrazione senza legami con altre lingue della regione. 
  • Ramo Divergente dell'Andamanese Minore: Potrebbe appartenere al gruppo Onge-Jarawa, ma essersi separata migliaia di anni fa, portando a una divergenza così estrema da rendere impossibile la comprensione reciproca.
  • Ramo Indipendente dell'Andamanese: Potrebbe rappresentare un terzo ramo principale, completamente distinto dagli altri due (Andamanesi Maggiori e Onge-Jarawa).

Le Uniche "Registrazioni"

Le uniche "informazioni" linguistiche disponibili provengono da vocalizzazioni registrate a distanza o da brevi descrizioni di suoni ostili e grida fatte dai pochi sopravvissuti a contatti non intenzionali o dalle rare spedizioni di osservazione del governo indiano (ora totalmente interrotte). Questo materiale non è sufficiente per compiere alcuna analisi scientifica, fonologica o grammaticale significativa.

Fino a quando la politica di non-interferenza rimane in vigore, la classificazione del Sentinelese rimarrà un mistero, ma l'ipotesi di una lingua isolata è la più coerente con il loro estremo e lunghissimo isolamento. 

Alcuni commenti 

La rassegnazione non è un'opzione. Visto che non si possono proporre sistemi drastici (e per ora illegali), come ad esempio il rapimento di alcuni Sentinelesi, i droni sono l'unica alternativa praticabile. Ovviamente non si sta parlando di droni giganteschi come quelli di Putin. Sarebbero droni piccolissimi, minuscoli, addirittura microscopici, in ogni caso grandi al massimo come mosche. Passerebbero del tutto inosservati! Potrebbero essere manovrati da un sommergibile. I benefici per la Conoscenza sarebbero immensi! 

martedì 11 luglio 2023

UN RELITTO CELTICO IN ROMANCIO: GLITTA 'FANGO'

In romancio esiste la parola glitta "fango" (variante litta; glossa tedesca: Schlamm, Schlick), che ha un parallelo nel lombardo litta /'lita/ "fango". Si trovano occorrenze di questo vocabolo a livello toponomastico: Orio Litta (provincia di Lodi), Casale Litta (provincia di Varese), Litta Parodi (provincia di Alessandria). L'origine è preromana e celtica. Questa è la protoforma ricostruibile, con i suoi discendenti e i passaggi tramite prestito:

Proto-celtico: *līgitā / *ligitā "fango", "mota" 
    => Basco lekeda "colla" 
Proto-celtico: *līgā / *ligā "fango" 
   Britannico: *ligā "limo, sedimento"
       Bretone antico: leh "limo", "sedimento" 
          Bretone moderno: lec'hi "fecce", "sedimenti" 
       Gallese: llai "limo", "sedimento" 
   Gallico: *ligā "sedimento"
       (=> francese lie, occitano lia)
Proto-celtico: *ligamo- "feccia"
    => Spagnolo (dal sostrato): légamo "feccia" 

Non esistono paralleli credibili in altri rami dell'indoeuropeo. Con ogni probabilità è una radice giunta in proto-celtico da un sostrato preindoeuropeo sconosciuto. Per cercare di determinare qualcosa, è necessario andare più in profondità. Scavando nello sconfinato database di Sergei Starostin (Università di Mosca), ho trovato qualcosa di interessante. Riporto qui nell'ortografia originale una ricostruzione boreana che potrebbe fare al caso nostro (V = vocale indeterminata, che non può essere ricostruita con precisione). 


Boreano: LVKV "sudiciume"
   Eurasiatico: *lVḳwV "liquido, sudiciume"
      Indoeuropeo: (?) *wleyəkw- "umido" 
          Tocario: lik- "lavare" 
          Baltico: *leĩkna- (e varianti) "acquitrino", "palude"
          Latino: liqueo, licuī, -ēre "fluire" (e derivati) 
          Celtico: *wlikwti-, *wlikwso-:
            Antico irlandese fliuch "umido", 
            Gallese gwlith "rugiada",
            Gallese gwlyb "umido", etc. 
      Altaico: *làku (~ -k'-) "sozzura, feccia"
      Uralico: *lika (?) "lavare" 
   Afroasiatico: *laḥaḳ / *laḥiḳ "creta"
      Semitico: *laḥaḳ- "creta" 
      Berbero: *laḳ- "creta"
      Beḍauye (Beja): likw "creta" 
    Sino-caucasico: *Láqū "ceneri", "sozzura" 
      Nord-caucasico: *laqū (~ ) "ceneri", "polvere"
      Sino-tibetano: [*rVk] "bruciare" 
      Burushaski: *qhalóhaŋ "ruggine"
    Proto-austrico: lujVk "fango"
      Proto-austroasiatico: luk "acquitrino", "fango",
      Proto-austronesiano *luyek "fango molle"

Mi convince poco, dal punto di vista semantico, l'accorpamento di protoforme che indicano qualcosa di umido, come "liquido" e "lavare", con quelle che indicano concetti collegati al fuoco, come "bruciare", "ceneri". 
Se alcune di queste ricostruzioni sono solide, si può vedere che una somiglianza del pre-celtico *līg- / *lig- con il proto-indoeuropeo esiste, sì, ma non è diretta. Non credo che il professor Guido Borghi sarebbe contento di sentire queste cose, convinto com'è dell'eternità e della natura assoluta del proto-indoeuropeo, rifulgente nella sua adamantina purezza come una monade priva di finestre. Non me ne curo: procedo per la mia strada seguendo il mio giudizio, come il Cavaliere dalla Triste Figura. 

venerdì 30 giugno 2023


I PAGANI DI BERGEN IN NORVEGIA
(XII-XIV SECOLO) 

Come al solito, il mondo accademico tende a pontificare anche quando non possiede sufficienti informazioni. Così la scomparsa della scrittura runica in Norvegia è stata associata alla Cristianizzazione, avvenuta nel tardo X secolo e nel corso dell'XI. Questa è stata la vulgata accettata quasi per dogma, per lungo tempo. Poi, a partire dal 1955, nel quartiere di Bryggen a Bergen, sono state trovate circa 670 iscrizioni in caratteri runici, risalenti ad epoca basso medievale, da XII al XIV secolo. Sono incise su legno, principalmente di pino. Questi preziosi reperti si sono dimostrati una prova inconfutabile del perdurare della scrittura runica ben dopo i complessi eventi che hanno portato alla prevalenza del Cristianesimo. L'alfabeto latino non è diventato immediatamente popolare quando è stato importato assieme alla religione cristiana; si può dire che sia rimasto appannaggio degli ecclesiastici e dei ceti elevati. La popolazione meno abbiente è invece rimasta fedele alla propria eredità ancestrale, in modo tenace, soprattutto nelle impervie aree dell'entroterra. Per i Cristiani, un battezzato che continuava con gli antichi usi e costumi era un "cattivo cristiano". Chi si trovava in questa condizione ambigua, dal canto suo se ne fregava altamente e fingeva di aver adottato la religione straniera per continuare tranquillamente la sua esistenza. 

Quello che sorprende nel materiale runico ritrovato nella città mercantile di Bergen è la scarsa influenza cristiana. Certo, esistono iscrizioni cristiane con menzioni di Dio, della Vergine e di Santi, in funzione apotropaica, com'è logico attendersi, ma sono state trovate anche numerose iscrizioni pagane con menzioni di Odino e di Thor, delle Valchirie e delle Norne. Questo fatto di capitale importanza, che prova la tarda persistenza di pratiche e credenze pagane, è stato notato da Ebbe Schön nella sua opera Asa-Tors hammare: gudar och jättar i tro och tradition ("Il martello di Asa-Thor: Dei e giganti nella fede e nella tradizione"2004). Destano particolare attenzione alcuni testi erotici. Infine non va nascosto che esistono iscrizioni del tutto incomprensibili, che sembrano redatte in una lingua sconosciuta.


Riporto il testo di alcune iscrizioni, che considero notevoli. I lati dei legni su cui sono incise sono indicati con le lettere A, B, C, D.

Iscrizione runica N B145 

Traslitterazione: 

A. 
fell · til · friþrar · þ(e)llu · farl(e)ghrar · m(e)r · arla · fiskall · festibala · forn · byr hamar 

B.
norna · þæim (u)ihdi heuir þundar · þornluþrs ·  (e)olun·buþar · gloumar · gyghiartouma 

C.
kaltrs falkha . haldet ~ omnia . uinsciþ · amor . æþ nos c(c)itam(m)-- amori . 

D.
galdrs fasl(e)gha · haldet ~ omnia · uinciþ · amor . æþ nos c(e)damus . amori . 

Normalizzazione: 

A. 
Fell til fríðrar þellu fárligrar mér árla fiskáls festibála forn byrr hamarnorna;

B. 
þeim lundi hefir Þundar þornlúðrs jǫlunbúðar glaumarr gýgjartauma

C.
galdrs fastliga haldit. Omnia vincit Amor, et nos cedam[us] Amori.

D.
galdrs fastliga haldit. Omnia vincit Amor, et nos cedamus Amori. 

Traduzione: 

A. 
L'antica brezza delle Dee della scogliera è caduta presto su di me, rispetto al bellissimo e pericoloso giovane pino del fuoco inamovibile della distesa dei pesci. 
(ossia "Mi sono innamorato subito di quella donna bellissima e pericolosa")

B.
(su) quell'albero di Odino conduce, del trogolo di spine, della dimora del conflitto, il gigante delle briglie della gigantessa.

C.
La presa salda della magia. L'amore vince tutto; cediamo anche noi all'amore!

D. 
La presa salda della magia. L'amore vince tutto; cediamo anche noi all'amore!

Note:
Questo è un testo di magia seiðr. Le parti A e B sono composte di kenningar oscurissime, che hanno l'aspetto di pura poesia nonsense. La parte B è in assoluto la più difficile. Certe parole sono ai confini dell'intraducibilità. 
Come si può ben vedere, alla fine (parti C e D) è riportato e ripetuto un ben noto verso in latino: appare Virgilio nella sua veste medievale di mago! Doveva essere un contesto estremamente interessante dal punto di vista antropologico e culturale! Devo dire che non è affatto facile spiegare come abbiano fatto le parole di Virgilio a unirsi alla tradizione magica autoctona. 

Þundr è un antico nome di Odino (genitivo Þundar); 
jǫlun- può essere connesso con la rara parola poetica jǫll "distrurbo", "conflitto" (l'origine ultima è al momento ignota); 
glaumarr "gigante", da una radice che indica il rumore, specie se festoso (è una tipica kenning). 

Iscrizione runica N B380 

Traslitterazione:  

hæil ÷ se þu : ok : i huhum : goþom
þor : þik : þig÷gi : oþen : þik ÷ æihi : 

Normalizzazione: 

Heill sé þú ok í hugum góðum. Þórr þik þiggi, Óðinn þik eigi.

Traduzione: 

Salute a te e buoni pensieri. Possa Thor accoglierti, possa Odino possederti.

Note: 
Non ci sono dubbi sul fatto che chi ha inciso questa iscrizione era un attivo praticante dei sacrifici cruenti (blót). 

Iscrizione runica N B257 

Traslitterazione:

A. 
rist ek : bot:runar : rist : ek : biabh:runar : eæin:fal : uiþ : aluom : tuialt : uiþ trolom : þreualt : uiþ : þ(u)-- 

B.
uiþ enne : skøþo : skah : ualkyrriu : sua:at : eæi mehi : þo:at æ uili : læuis : kona : liui : þinu g- 

C.
ek sender : þer : ek se a þer : ylhiar : erhi ok oþola : a þer : rini : uþole : auk : i(a)luns : moþ : sittu : alri : sop þu : aldr(i) -

D. 
ant : mer : sem : sialþre : þer : beirist : rubus : rabus : eþ : arantabus : laus : abus : rosa : gaua --

Normalizzazione: 

A. 
Ríst ek bótrúnar, ríst ek bjargrúnar, einfalt við alfum, tvífalt við trollum, þrífalt við þ[ursum], 

B.
við inni skoðu skag valkyriu, svát ei megi, þótt æ vili, lævís kona, lífi þínu gr[anda], 

C.
ek sendi þér, ek sé á þér, ylgjar ergi ok úþola. Á þér hríni úþoli ok joluns móð. Sittu aldri, sof þú aldri

D. 
ant mér sem sjalfri þér beirist rubus rabus et arantabus laus abus rosa gaua ...

Traduzione: 

A. 
Io incido rune di aiuto, io incido rune di protezione, una volta contro gli elfi, due volte contro i mostri, tre volte contro gli orchi,

B.
contro la dannosa Valchiria Skag, affinché non possa mai, anche se lo volesse - donna malvagia! - ferire la tua vita 

C.
Io mando a te, io guardo su di te: malvagità e odio da lupo. Che l'angoscia insopportabile e la miseria del conflitto abbiano effetto su di te. Non ti siederai mai, non dormirai mai.

D.
Amami come te stessa!
(formule magiche di aspetto latino)

Note:
Si tratta di malocchio! È stato notato che l'iscrizione ha stretti parallelismi con gli amuleti magici presenti nella poesia eddica, in particolare il verso 36 del poema Skírnismál. Secondo l'edizione di Finnur Jónsson del 1932 e la traduzione del 2014 di Carolyne Larrington (con le interruzioni di riga modificate per corrispondere all'originale):

Þurs rístk þér
ok þría stafi,
ęrgi ok œði ok óþola,
svá ek þat af ríst
sem ek þat á ręist,
ef gęrvask þarfar þess.

Traduzione: 

Orco, incido per te
e tre rune, 
oscenità, frenesia e desiderio insopportabile;
posso scolpire via questo,
come l'ho inciso,
se c'è bisogno di ciò.

Si nota la parola jǫlun, qui al genitivo jǫluns, già vista nell'iscrizione runica N B145 (vedi sopra). La sua occorrenza conferma il significato attribuito. 

Iscrizione runica N 288 

Traslitterazione: 

uikigr-

Normalizzazione: 

Víkingr 

Traduzione: 

Vichingo

Note: 
Il testo è breve ma altamente significativo. Dimostra la persistenza dell'epiteto víkingr "vichingo", ossia "pirata", ben oltre l'anno 1066, che è considerato ufficialmente la "fine dell'Età Vichinga". Si noti che l'iscrizione N B288 è del tutto diversa: la catalogazione di questi documenti è molto caotica.

Iscrizione runica N B11

Traslitterazione: 

felleg er fuþ sin bylli
fuþorglbasm


Normalizzazione: 

Féligr er fuð sinn byrli
Fuðorglbasm

Traduzione: 

Amabile è la figa, possa il cazzo riempirla!
(rune ordinate dell'alfabeto Fuþork)

Note:
Questa è una tipica iscrizione erotica, che lascia ben poco all'immaginazione. 

Iscrizione runica B018

Traslitterazione: 

þr:inliossa:log:rostirriþatbiþa:(aþ) 
yþænþuæt[-]nuka:ældiriþsu(an)ahiþar: 
s(au)dælakumlynhuit(an)ha[--]klko 
lotak(ol)ahbohas(ol)ar:fiartar:tahs[--] [...]kuiþi 
þækanukabækiiar 

Normalizzazione: 

Traduzione: 
sconosciuta 

Note: 
Questa è una delle iscrizioni runiche scritte in quella che ha tutta l'aria di essere una lingua sconosciuta. Non mi risultano tentativi di normalizzazione e di traduzione di questo testo. Bisognerebbe chiedersi che lingua è mai questa e come riuscire ad identificarla. Forse un giorno qualcuno riuscirà a dare una spiegazione usando il norreno. In questo caso, si dimostrerà che l'intraducibilità era dovuta soltanto alla cattiva grafia (mancanza di separazione tra le parole, etc.) e all'uso di kenningar incredibilmente ostiche. Staremo a vedere come si risolverà la questione. 

Bigliografia 

Riporto il link all'articolo di Aslak Ljestøl, Rúnavísur frá Björgvin (in islandese), che discute ampiamente questo materiale runico: 


Molto interessanti sono anche queste pagine: 

https://www.arild-hauge.com/innskrifter4.htm

https://academytravel.com.au/blog/runic-writing-in-medieval-bergen

Riporto il link a un database delle iscrizioni runiche, ma la sua esplorazione si presenta abbastanza ardua:


Molti altri documenti sono presenti nel Web, basta dedicarci un po' di tempo, se si trova interessante l'argomento.


Il contesto anseatico (XIV secolo)

La Lega Anseatica (da hansa "coorte") aprì un suo importante ufficio a Bergen nel 1360, in cui i mercanti tedeschi controllavano l'esportazione dello stoccafisso norvegese e l'importazione di vari prodotti, tra cui i cereali e il sale. Questi mercanti della Lega facevano lavorare gente di Bergen e dell'interno montuoso, in condizioni molto dure. Fa un certo effetto constatare che tra i lavoratori vi erano molti pagani, residui di un mondo che è stato dato per morto da secoli dalle istituzioni scolastiche. Sono stato nel famoso Quartiere Anseatico di Bryggen nell'estate del 1992, il giorno dopo aver visitato il lebbrosario adibito a museo. Ho potuto vedere con i miei occhi che nei dormitori qualche lavoratore, proprio in prossimità delle cuccette, aveva inciso strani simboli. Tutto irradiava un'atmosfera orrenda di schiavitù, di sopportazione, di vita difficile.

venerdì 23 settembre 2022

ETIMOLOGIA DI VADUZ

Il Principato del Liechtenstein è una micronazione situata nell'arco alpino, incastonata tra la Svizzera e l'Austria. In effetti è uno dei paesi più piccoli del mondo. La lingua ufficiale è il tedesco standard ed è correntemente parlato un dialetto alemannico. Questa varietà di alemannico, usata dal 73% della popolazione (dato 2020), è molto divergente dal tedesco standard, che invece è usato dal 92% della popolazione (dato 2020). Tecnicamente parlando, vi sono due gruppi di dialetti; alto alemannico nel nord e altissimo alemannico nel sud. La capitale del Principato ha un nome che desta subito l'attenzione per il suo singolare aspetto fonetico: Vaduz. L'accento è sull'ultima sillaba. Riporto nel seguito alcuni dati sintetici:  

Tedesco standard: Vaduz 
   Pronuncia: /fa'dʊts/, /va'du:ts/ 
   Declinazione: gen., dat., acc. Vaduz 
Alemannico: Vadoz 
   Pronuncia: /fa'dots/
Prima attestazione: Faduzes
    Anno: 1175-1200 
Attestazioni successive (XIII sec.): Faduzze (1250), Vaducz, Vaduz (1249, 1304), Vadutzze, Vadutz  



Ci si pone ora una domanda. Qual è l'etimologia del toponimo Vaduz? A questo proposito, in letteratura si trovano due possibilità. 

1) Vaduz deriva dal latino Vallis Dulcis, ossia "Valle Dolce".  Il riferimento è alla grande bellezza dei luoghi e all'amenità del clima. Questa teoria in passato era molto accreditata. Friedrich Umlauft ha scritto in una nota nel suo libro "Das Fürstenthum Liechtenstein. Geographisch, historisch, touristisch" (1891): "Vaduz oder Valdulz, corrumpirt aus dem rätoromanischen Valdultsch, ist gleich "Süßthal", ehedem Valdulz, Valdultsch", ossia "Vaduz o Valdulz, corrotto dal retoromancio Valdultsch, è uguale a "Valle Dolce", anticamente Valdulz, Valdultsch" (i grassetti sono miei). Resta il fatto che non sono riuscito a trovare alcuna attestazione delle forme Valdulz e Valdultsch. All'epoca non erano diffusi gli asterischi per contrassegnare le forme ricostruite o congetturali. Fatto sta che la nota di Umlauft è stata citata centinaia e centinaia di volte, acquisendo un prestigio senza limiti.
 
2) Vaduz deriva dal latino Aquaeductus, ossia "Aquedotto". In romancio esiste la parola auadutg "canale del mulino", "conduttura" (glossa tedesca: Wasserleitung; offener Wassergraben, Kanal für Mühlen), da alcuni riportata come avadutg, che deriva direttamente dal latino aquaeductus "acquedotto". La sua pronuncia è /ava'dutʃ/ e presenta numerose varianti, come auadottel, aquaduct, etc. Il riferimento è ai canali che a quanto pare sarebbero stati usati già nel XII secolo per alimentare le numerose segherie e i mulini dell'area, che ferveva di frenetica attività imprenditoriale. Questa teoria alternativa sembra acquistare sempre più sostegno. 

Questo è quanto, allo stato attuale delle cose, è riportato sul Wiktionary in inglese: 


Etymology 

Via Rhaeto-Romance auadutg from latin aquaeductus.

Questo è quanto, allo stato attuale delle cose, è riportato sul Wiktionary in tedesco (i grassetti sono miei):


Zur Herkunft des Ortsnamens gibt es verschiedene Theorien: Einmal glaubt man, festgestellt zu haben, dass ein Bezug zum lateinischen vadum oder vadutium (Furt) bestehe. Dieser Ansatz gilt heutzutage als falsch. Es wird nun davon ausgegangen, dass Vaduz dadurch entstanden sei, dass aus dem Lateinischen das Wort aquaeductus (Wasserleitung, Wassergraben, Mühlgraben) in das Alträtoromanische als auadutg übergegangen sei. Die Übersetzung Mühlgraben oder Mühlgerinne ist den anderen vorzuziehen, da Wassergräben in Liechtenstein in früherer Zeit ungleich seltener vorkamen als Mühlgräben. Anlass zur Benennung des Ortes nach einem Mühlgraben hat aller Wahrscheinlichkeit nach eine Mühle am heute kanalisierten Altabach gegeben.[1]
Eine andere Quelle spricht davon, dass der Name der Gemeinde sich aus Valdutsch entwickelt hat, was sich aus dem lateinischen Wort vallis (Tal) und dem althochdeutschen diutisk (deutsch) zusammensetzt.[2]

1. Historischer Verein für das Fürstentum Liechtenstein: Vaduz
2. Wikipedia-Artikel „Vaduz“ 

Traduzione in italiano: 

Esistono diverse teorie sull'origine del toponimo: in primo luogo si ritiene sia stabilito un collegamento con il latino vadum o vadutium (guado). Questo approccio è oggi considerato sbagliato. Ora si suppone che Vaduz sia nata perché la parola aquaeductus (conduttura dell'acqua, canale dell'acqua, corsa del mulino) è stata trasferita dal latino nell'antico romancio come auadutg. La traduzione "fossato del mulino" o "canale del mulino" è preferibile alle altre, poiché in passato nel Liechtenstein i fossati erano molto meno comuni dei fossati dei mulini. Il motivo per cui la località prese il nome da una corsa di mulini era molto probabilmente un mulino sull'Altabach, che ora è canalizzato.(1)
Un'altra fonte afferma che il nome del comune deriverebbe da Valdutsch, composto dalla parola latina vallis (valle) e dall'alto tedesco antico diutisk (tedesco).(2)  

1. Associazione storica per il Principato del Liechtenstein: Vaduz
2. Articolo di Wikipedia “Vaduz
 
Non solvitur? Non proprio

Sono partito dal fatto che in romancio il digramma tg trascrive il suono palatale (affricata postalveolare) sordo /tʃ/.
Il passaggio dal latino volgare -ct- a /tʃ/ è molto comune: si trova anche nelle lingue galloitaliche, oltre che in spagnolo (es. octō "otto" > ocho). 
Invece in Vaduz si trova /ts/, che a quanto ne so non è mai il prodotto del latino volgare -ct- (se qualcuno può confutarmi portandomi esempi in qualche remota lingua locale, è di certo il benvenuto).  
Ho quindi dedotto che Vallis dulcis è possibile e plausibile, mentre Aquaeductus è comunque possibile ma abbastanza implausibile. 
Questa mia prima conclusione si è dimostrata troppo tecnicistica e frettolosa, non avendo tenuto conto dell'estrema variabilità dei dialetti della lingua romancia e del fatto che auadutg è  una voce semidotta. Rianalizzando la questione, ecco quanto ho appreso. 
Un esito /ts/ è il prodotto a partire dalla desinenza del plurale -s: aquaducts "canali del mulino", che è una forma attestata anche nella variante Avaduz (1725). Tutto mi è stato chiaro consultando il Dicziunari Rumantsch Grischun, disponibile online. Riporto il link (i grassetti sono miei): 


Flurnamen (aus RN.): als Adúts, Idúts (Tujetsch); Aquaduck, -dutgi, -dugt (Urk. 1448, Untervaz); Uadọ́tg (Bach, Lohn); Avaduz (Urk. 1725, Filisur); Suot Aguadottas (Äcker und Wiesen in Zuoz, urkundl. 1479 subter awadoytta, 1547 Sutaguaduttas, 1650 Suott aguaduattas, 1655 Suottaguaduottels). Gaduottel, Vaduottel (Wiese, Lavin, urkundlich 1742 guaduotel).  

Traduzione in italiano:   

Nomi di campi (da RN.): als Adúts, Idúts (Tujetsch); Aquaduck, -dutgi, -dugt (docum. 1448, Untervaz); Uadọ́tg (ruscello, Lohn); Avaduz (documento del 1725, Filisur); Suot Aguadottas (campi e prati a Zuoz, documentati nel 1479 subter awadoytta, 1547 Sutaguaduttas, 1650 Suott aguaduattas, 1655 Suottaguaduottels). Gaduottel, Vaduottel (prato, Lavin, documentato nel 1742 guaduotel).* 

*Tujetsch, Untervaz, Lohn, Filisur, Lavin sono cognomi di autori.

Conclusioni 

A questo punto non ci sono dubbi che la teoria dell'origine di Vaduz da Vallis Dulcis debba per necessità tramontare. Nel territorio del Liechtenstein era un tempo parlata una lingua retoromanza, con ogni probabilità affine al romancio dei vicini Grigioni. È possibile che questa lingua si sia estinta nel corso del XIII secolo. L'area è stata quindi interamente germanizzata da popolazioni di lingua alemannica: fa parte a tutti gli effetti della Romània sommersa

lunedì 19 settembre 2022

ETIMOLOGIA DELLO SPAGNOLO BRUJO 'STREGONE', BRUJA 'STREGA'

Il professor Fabio Calabrese, persona di cui ho la massima stima, molto spesso si diverte a fare battute argute fondate su assonanze. In una di queste, la parola spagnola brujo "stregone" è considerata omofona dell'italiano bruco "larva di lepidottero". In realtà la pronuncia non è proprio identica. L'omofonia è molto approssimativa: in spagnolo c'è una fricativa velare /x/, mentre in italiano c'è una semplice occlusiva velare /k/. In altre parole, -j- in brujo ha un suono simile a quello di -ch- del tedesco Achtung. Mi rendo conto che per un parlante della lingua italiana non sia facile distinguere suoni a cui non è abituato. Detto questo, sorge una domanda. Qual è l'etimologia delle parole spagnole brujo "stregone" e bruja "strega"? 

L'idea dei romanisti, che sono inclini a spiegare Omero con Omero, è che il brujo sia proprio un bruco, ossia una larva di lepidottero, intesa come manifestazione demoniaca. La parola viene quindi ricondotta al greco βροῦχος (brûkhos) "tipo di locusta senza ali", passato in latino tardo come brūchus, da cui per l'appunto l'italiano bruco. La parola greca, presente in liste di vocaboli di epoca bizantina, è attestata anche la variante βροῦκος (brûkos), senza consonante aspirata; Esichio ci riporta per Creta la variante βρεῦκος (brêukos). L'origine ultima è sconosciuta, anche se si riconosce il suo aspetto non indoeuropeo. Un possibile lontano parente potrebbe essere il latino ērūca "bruco", con la variante ūrūca (potremmo ricostruire una protoforma *ewrouka). L'idea evocata è quella di una masticazione immonda, di un rosicchiare magico che indurrebbe il maleficio, provocando un danno ai viventi - esseri umani o animali che siano.  

I romanisti in questione non tengono conto del fatto che la parola in analisi non è presente soltanto in spagnolo, ma anche in altre lingue romanze occidentali (in cui -x- ha il suono "palatale" /ʃ/, come sc- nell'italiano scia): 

Galiziano: bruxa "strega"
Portoghese: bruxa "strega"
Catalano: bruixa "strega"
Occitano: bruèissa "strega" 

Non tengono nemmeno conto del fatto che al tempo dei Conquistadores, anche j in spagnolo aveva lo stesso suono palatale /s/, del tutto dissimile dall'attuale aspirazione: bruja era pronunciato /ʃ/ e in italiano sarebbe trascritto come *bruscia. La parola non può avere nulla a che fare col bruco. Si tratta di una parola preromana sopravvissuta come elemento di sostrato. 

Ecco la protoforma ricostruibile:  

Proto-celtico: *bruχtijā "strega"  
  Celtiberico: *brūχsā "strega" 
  Note: 
Si è avuta un'assibilazione e la vocale tonica si è allungata per compenso. La forma proto-romanza evolutasi da queste premesse è *brùissa, da cui si sono originate le forme documentate nelle varie lingue della Penisola Iberica. 

Proto-celtico: *briχto-, *briχtu-, *briχtijā "magia" 
   Gallico: brictom, brixtia "magia" 
       (bnanom brictom "la magia delle donne", Piombo
       di Larzac; brixtia anderon "con la magia delle donne", 
       Piombo di Chamalières)
   Antico irlandese: bricht "incantesimo, formula magica"
        (gen. brechtobrechta
      Gaelico d'Irlanda: briocth "incantesimo"; "amuleto"
   Medio gallese: bryth-, -frith "magia"
         (brythron "bacchetta magica"; lledfrith "illusione",
         lett. "mezza magia")
      Gallese moderno: lledrith "illusione"  



L'etimologia ultima è incerta. Secondo alcuni potrebbe essere una variante di una ben nota radice di origine indoeuropea, comune al proto-germanico: 

Proto-celtico: *berχtos "splendido" 
   Antico irlandese: -bertach "splendido" 
      (Flaithbertach "Splendido Principe", antroponimo)
   Medio gallese: berth "bello"; "prospero, ricco"
      Gallese moderno: berth "bello"; "prospero, ricco" 
   Medio bretone: berz "prosperità" 
      Bretone moderno: berzh "prosperità" 


Proto-indoeuropeo: *bherg'h- "splendere", 
        *bherg'h-tó-s "splendente" 
   Proto-germanico: *berχtaz "splendente" 
      Gotico: bairhts "splendente" 
      Antico alto tedesco: beraht "splendente" 
      Norreno: bjartr "splendente" 
    etc.

La semantica non è affatto soddisfacente e sono incline a rigettare questo collegamento. L'idea più sensata è a parer mio quella di considerare il nome proto-celtico della magia un residuo preindoeuropeo oppure un resto di una forma di indoeuropeo preceltico ancora da chiarire. Siamo davanti a un percorso in salita! 

Esisterebbe un'altra possibilità, che non è priva di problemi fonologici. La semantica sarebbe connessa alla visione sfocata, all'inganno allucinatorio della magia. 
 
Proto-gallo-britannico: *briχtos "maculato, screziato" 
   Antico gallese: brith, glossa latina pictam 
     Medio gallese: brith "maculato, screziato" 
     Gallese moderno: brith "maculato, screziato"; "grigio"
         (detto di capelli)
   Medio bretone: briz "maculato, screziato" 
      Bretone moderno: brizh "maculato, screziato"
   Antico cornico: bruit "screziato, striato"
      Cornico: brith, bryth "screziato, striato"; "tartan" 
 
Il punto è che la forma proto-celtica da cui deriva ha *mr-

Proto-celtico: *mriχtos "maculato, screziato" 
   Antico irlandese: mrecht "maculato, screziato" 


Così in antico irlandese abbiamo mrecht "maculato" contro bricht "incantesimo, formula magica": due forme ben distinte tra loro e non assimilabili.

Esistono altre teorie alternative, a parer mio meno plausibili di quella sopra esposta. Le esporrò in questa sede per sommi capi. 

1) Il nome spagnolo della strega deriverebbe dal nome di un'antica divinità femmilile. Il significato sarebbe diventato negativo per via del processo di cristianizzazione. 

Proto-celtico *Brigantī "Somma Dea" 
   (gen. *Brigantijās "della Somma Dea") 
       Antico irlandese: Brigit
          Gaelico d'Irlanda: Bríd
          Gaelico di Scozia: Brìghde, Brìde
           Manx: Breeshey
Note: 
Il nome divino femminile è ben conosciuto. Ne deriva anche il nome della Brianza, ossia "(Terra) della Somma Dea". La radice è molto produttiva e ne è attestato un derivato notevole: 

Proto-celtico: *brigantīnos "capo", "sovrano"
  Antico bretone: brientin, brientinion "sovrano"
    Medio cornico: brentyn, bryntyn "sovrano"
    Medio gallese: brenhin "sovrano" 
      Gallese moderno: brenin "sovrano"
Note: 
In passato questi vocaboli sono stati erroneamente creduto l'etimologia del nome di Brenno.


Proto-indoeuropeo: *bherg'h- "elevare, ascendere"; "essere elevato"  


2) Il nome spagnolo della strega deriverebbe dal nome celtico dell'erica e della brughiera. 

Proto-celtico *wroikos "erica", "brughiera" 
Le parole attestate si sarebbero formate da un composto con un suffisso sibilante: 
maschile *wroiχsos, femminile *wroiχsā  
Significato postulato: "abitante della brughiera".
Dalla stessa radice deriva la parola italiana brughiera, oltre al desueto brugo "erica". Lo stregone, la strega, sarebbero gli abitanti della brughiera. 


Sono propenso a scartare queste etimologie per motivi fonetici. 

Conclusioni 

Spero che questo mio trattatello possa dare un'idea anche vaga di quanta ricchezza culturale è andata perduta per colpa di secolari pregiudizi portati avanti dai romanisti!