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sabato 30 marzo 2024


PARIS QUI DORT

Titolo originale: Paris qui dort
AKA: Le Rayon de la mort 
Titolo in italiano: Parigi che dorme
Lingua originale: Film muto
Paese di produzione: Francia
Anno: 1925
Durata: 35 min (versione ridotta) 
      67 min (versione restaurata)
Dati tecnici: B/N
Audio: Film muto 
Rapporto: 1,33:1 
Tipologia: Mediometraggio
Genere: Fantastico, fantascienza
Tematiche: Scienziati pazzi, natura del tempo 
Influenze: Dadaismo, surrealismo 
Regia: René Clair
Soggetto: René Clair
Sceneggiatura: René Clair 
   (rielaborazione dell'originale Le rayon magique)
Produttore: Henry Diamant-Berger
Società di distribuzione: Tamasa Distribution 
Distribuzione in italiano: Medusa Film 
Fotografia: Maurice Desfassiaux e Paul Guichard
Montaggio: René Clair
Musiche: Jean Wiener
Scenografia: André Foy
Costumi: Claude Autant-Lara
Interpreti e personaggi:
    Henri Rollan: Albert
    Charles Martinelli: Lo scienziato pazzo
    Louis Pré Fils: L'Ispettore 
    Albert Préjean: Il pilota
    Madeleine Rodrigue: Hesta, una passeggera
    Myla Seller: Nipote dello scienziato
    Antoine Stacquet: Il miliardario
    Marcel Vallée: Il ladro 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Paris Asleep 
      AKA: The Crazy Ray
   Tedesco: Paris schläft
   Fiammingo: Slapend Parijs 
   Spagnolo (Spagna): Paris que duerme 
   Ungherese: Az alvó Párizs 
   Polacco: Paryż śpi 
   Russo: Париж уснул 
   Rumeno: Parisul adormit sau raza invizibila 

Trama: 
Albert, il guardiano notturno della Torre Eiffel, si sveglia e trova Parigi congelata nel tempo: tutti gli abitanti dormono o sono paralizzati nelle stesse posizioni in cui si trovavano alle 3:25 del mattino. Vagando per le strade, trova infine altre cinque persone che, arrivate in aereo durante la notte, devono essersi salvate perché, come lui, si trovavano in una posizione elevata.
Inizialmente, godendosi la generale calma che permette loro di fare festa in un cabaret di Montmartre o di rubare tutto ciò che desiderano, inclusa la Gioconda; ben presto però si annoiano e iniziano a litigare. Trascorrono gran parte del tempo nella Torre Eiffel, che sembra loro più sicura.
Dopo quattro giorni di questa vita, sentono una voce alla radio che chiede aiuto. Recatisi all'indirizzo indicato dalla voce, trovano la nipote di uno scienziato pazzo che ha paralizzato il mondo con un raggio. Costringono lo scienziato a riprendere i suoi calcoli per restituire la vita ai parigini e, probabilmente, al mondo intero.
La vita riprende poi il suo corso, a tal punto che nessuno, tranne loro, è consapevole del fatto che tutto si sia fermato. I cinque viaggiatori, il guardiano della torre e la nipote dello scienziato vengono persino ricoverati brevemente in un manicomio, poiché nessuno crede alle loro storie (era una prassi triste e assai comune all'epoca). Nel frattempo, lo scienziato pazzo spiega a un collega come ha bloccato ogni movimento con la sua macchina.
Il mondo alla fine scopre cosa è successo e cerca di recuperare il tempo perduto vivendo più intensamente di prima, dedicandosi a immensi bagordi orgiastici! La nipote dello scienziato ritrova il guardiano della torre e inizia una storia d'amore con lui in cima, con vista sulla capitale. Con un po' di fantasia, posso immaginare il seguito: lei si fa iniettare nel ventre litri di materiale genetico!


Recensione: 
Il film, di chiara ispirazione positivista, dal punto di vista tecnico è un catalogo di tecniche cinematografiche dell'epoca, tra cui l'uso di ralenti, accelerazioni e fermi immagine per rappresentare la stasi. Nonostante l'impianto fantascientifico, il tono è giocoso e dissacrante, focalizzato sulle avventure di un gruppo di risvegliati nella città fantasma. Il regista riflette sul desiderio di libertà, l'avversione per le ricchezze e critica la società moderna, offrendo uno sguardo poetico e visionario, senza mai abbandonare il suo radicale ottimismo, la sua fede assoluta nelle magnifiche sorti e progressive. Nonostante il tema fantascientifico, la pellicola mantiene una leggerezza da commedia, quasi surreale e satirica. La libertà totale dei protagonisti in una Parigi paralizzata permette situazioni ironiche che mettono a nudo i desideri e le debolezze umane. Paris qui dort è considerato un piccolo capolavoro d'avanguardia, fondamentale per la storia del cinema, che segna il passaggio del cinema francese verso una dimensione più poetica e tecnica, influenzando generazioni di registi successivi. Naturalmente, un essere lucifugo e zombesco come me non può davvero apprezzare qualcosa di tanto ammorbante. 


Il Paradosso del Tempo Fermo

Le persone sorprese dal raggio malefico piombano all'istante in una condizione più simile all'ibernazione che al sonno. I loro corpi si irrigidiscono e restano così, pietrificati nelle posizioni più improbabili. Un sonno che fa sprofondare nel Nulla, nel vuoto quantistico che le genti chiamano "inesistenza": uno stato che è davvero imago mortis
Spero che mi si perdonerà se il linguaggio non è troppo rigoroso. Il tempo non si potrebbe fermare, lasciando indenni dal blocco poche persone. Il punto nevralgico che rende Paris qui dort una fantasia scientificamente impossibile è la fisica della realtà. La freccia termodinamica e l'entropia non consentono simili anomalie. Il concetto di fermare il tempo solo per alcuni è un paradosso termodinamico insormontabile. Se il tempo si fermasse davvero per il resto del mondo, i protagonisti si scontrerebbero con problemi letali in frazioni di secondo. Fermare il tempo significa azzerare i processi termodinamici. Se il mondo si pietrifica in un istante, si ha la cessazione dei processi molecolari e della propagazione del calore. Se la freccia del tempo è ferma, i fotoni non si muovono, non possono compiere alcuna traiettoria - anzi, non possono essere emessi né assorbiti: sarebbero come frecce sospese a mezz'aria, impossibili da spostare. I protagonisti sarebbero ciechi, dato che la luce non raggiungerebbe la retina; inoltre non potrebbero respirare, dato che le molecole d'aria sarebbero come muri di cemento armato immobili, impossibili da inalare. C'è anche di peggio. In un mondo perfettamente fermo, la velocità del tempo è zero. Per compiere una qualsiasi azione in un istante a tempo zero, bisognerebbe muoversi a una velocità infinita. Tuttavia, come ci insegna Einstein, man mano che un oggetto con massa accelera verso la velocità della luce, la sua massa tende all'infinito. Muoversi a velocità infinita, o compiere un lavoro in tempo nullo, richiede energia infinita. Per muovere un oggetto, dobbiamo spingerlo contro la resistenza dell'aria o interagire con le sue molecole. Se tutto è congelato, le molecole non vibrano, l'aria non fluisce e i legami molecolari sono statici. Spostare un oggetto significherebbe forzare la materia a sbloccarsi, un'azione che richiede un'energia potenzialmente infinita. La stasi assoluta non può essere superata. 
L'idea del tempo fermato ritorna nella celeberrima serie televisiva Ai confini della realtà (The Twilight Zone), nell'episodio Un po' di pace (A Little Peace and Quiet, 1985), diretto da Wes Craven. Una casalinga biondiccia, distrutta dal rumore e dal comportamento ossessivo dei figli e del marito, trova un ciondolo che la rende capace di bloccare il tempo a comando, per tutto l'universo tranne che per lei. Alla fine il dono si rivelerà una spaventosa trappola. Anche se manca la figura dello scienziato pazzo, non c'è dubbio che Craven ha tratto la sua ispirazione proprio dall'opera di Clair. 


Critica 

Giovanna Grignaffini (René Clair, pagg. 25-28) ha scritto:

"Paris qui dort si presenta come un vero e proprio repertorio di tecniche e procedimenti cinematografici, la stasi e il movimento, il rallentato, l'accelerato, l'inversione. Una specie di manifesto catalogo di tutte le possibili regole grammaticali e sintattiche che il cinema, svincolato dalla letteratura e dal teatro, poteva utilizzare." 

Bruno Lattanzi e Fabio De Angelis hanno scritto su Fantafilm:

"Il raggio dallo straordinario potere può essere considerato una metafora della capacità propria del cinema di inventare e rielaborare la realtà." 

Cineforum Fantafilm

Il film di René Clair è stato proiettato al Cineforum Fantafilm dell'amico Andrea "Jarok" Vaccaro il 9 novembre 2009, assieme a un altro film dello stesso regista: Accadde domani (It Happened Tomorrow, 1944). Riporto in questa sede quanto ha scritto l'amico Emanuele Manco.


"Erano tempi diversi, quelli in cui il fantastico poteva insinuarsi in una commedia, fornendo spunti narrativi capaci di intrattenere senza i produttori temessero per l'esito commerciale del film. Basti pensare al forse già citato, e più famoso, Ho sposato una strega, oppure a La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Clair nel suo percorso di autore ha semplicemente affrontato diverse tematiche, trovando di volta in volta il modo migliore di raccontarle, anche in modo non realistico. Il suo percorso infatti era cominciato nel 1923 con film molto più smaccatamente fantastico: Paris Qui Dort.
Al risveglio il custode della torre Eiffel scopre ai suoi piedi la città “addormentata”. Sconcertato, percorre le vie di una Parigi completamente immobile. Oltre all’uomo, anche alcuni viaggiatori giunti in aereo durante la notte sono sfuggiti al sortilegio che ha paralizzato l’intera metropoli: uno scienziato pazzo ha inventato una macchina in grado di far sprofondare il mondo in una totale letargia.
Alla sua prima prova Clair ha in nuce alcuni elementi che caratterizzeranno le sue opere successive, dall'eleganza visiva, qui mista a capacità visionaria e gusto per il fantastico, all'equilibrio con il quale riesce a gestire i toni della commedia, oltre che l'amore smisurato per la sua città di origine.
Brillanti gli “effetti speciali”, considerata l'epoca. Spettacolare la scalata della Torre Eiffel da parte del protagonista." 

mercoledì 28 febbraio 2024


SOL LEVANTE 

Titolo originale: Rising Sun 
Lingua: Inglese, giapponese 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1993
Durata: 129 min
Rapporto: 1,85:1
Genere: Thriller, noir
Sottogenere: Corporate noir 
Regia: Philip Kaufman
Soggetto: Michael Crichton, dal romanzo 
   Sol levante (Rising Sun, 1992)
Sceneggiatura: Philip Kaufman, Michael Crichton,
    Michael Backes
Produttore: Peter Kaufman
Produttore esecutivo: Sean Connery
Casa di produzione: 20th Century Fox, Walrus &
    Associates Ltd
Distribuzione in italiano: 20th Century Fox
Fotografia: Michael Chapman
Montaggio: Stephen A. Rotter, William S. Scharf
Effetti speciali: Larry L. Fuentes, Mark A.Z. Dippé
Musiche: Tōru Takemitsu
Scenografia: Dean Tavoularis, Angelo P. Graham,
    Gary Fettis
Costumi: Jacqueline West 
Costumista: Alison Gail Bixby 
Disegnatore del guardaroba di Sean Connery: 
    Giorgio Armani 
Supervisore al guardaroba: Hans Georg Struhar 
Trucco: Ve Neill 
Capo parrucchiere: Kim Santantonio 
Direttrice del casting: Donna Isaacson 
Produttore di stampi: David Cohen 
Continuità: Karen Golden
Interpreti e personaggi:
    Sean Connery: John Connor
    Wesley Snipes: Web Smith
    Harvey Keitel: Tom Graham
    Tia Carrere: Jingo Asakuma
    Cary-Hiroyuki Tagawa: Eddie Sakamura
    Stan Egi: Ishihara
    Stan Shaw: Phillips
    Ray Wise: Senatore John Morton
    Steve Buscemi: Willy "the Weasel" Wilhelm 
    Sam Lloyd: Rick
    Alexandra Powers: Julia 
    Peter Crombie: Greg
    Kevin Anderson: Bob Richmond
    Mako: Yoshida-san
    Daniel von Bargen: Capo Olson
    Clyde Kusatsu: Tanaka
    Tamara Tunie: Lauren Smith
    Tony Ganios: Perry
    Tatjana Patitz: Cheryl Lynn Austin 
    Lauren Robinson: Zelda "Zelly" Smith 
    Amy Hill: Hsieh 
    Tom Dahlgren: Jim Donaldson 
    Michael Chapman: Fred Hoffman 
    Michael Kinsley: Membro del panel televisivo
    Eleanor Clift: Membro del panel televisivo
    Clarence Page: Membro del panel televisivo
    Pat Choate: Membro del panel televisivo
    Steven C. Clemons: Moderatore dello show 
    Joey Miyashima: Giovane negoziatore giapponese
    Nelson Mashita: Giovane negoziatore giapponese 
    Toshishiro Obata: Guardia delle armi imperiali
    James Oliver Bullock: Jeff 
    Dan Butler: Ken Shubik 
    Tylyn John: Donna dai capelli rossi 
    Shelley Michelle: Donna biondiccia 
    Jeff Imada: Yakuza di Eddie Sakamura 
    J. Max Kirishima: Yakuza di Eddie Sakamura 
    Meagen Fay: Receptionist della Hamaguri 
    Gunnar Peterson: Cameriere 
    Max Grodénchik: Direttore del club 
    Jessica Tuck: Aiutante del Senatore Morton 
    Masa Watanabe: Guardia dell'ascensore
    Paul Fujimoto: Iwabuchi 
    Kenji: Cuoco che cucina il tempura 
    Michael Leopard: Poliziotto 
    Tak Kubota: Yakuza della Nakamoto
    Fumio Demura: Yakuza della Nakamoto
    Tadashi Yamashita: Yakuza della Nakamoto 
    Raymond Kitamura: Yakuza della Nakamoto
    Dennis Ota: Yakuza della Nakamoto 
    Susan Iida: Ragazza nel karaoke western 
    Seiichi Tanaka: Suonatore di tamburi taiko
    Dakin Matthews: Professo Sanders 
Doppiatori italiani:
    Pino Locchi: John Connor
    Alessandro Rossi: Web Smith
    Marco Mete: Tom Graham
    Cristina Boraschi: Jingo Akasuma
    Sandro Iovino: Eddie Sakamura
    Vittorio De Angelis: Bob Richmond
    Luciano De Ambrosis: Senatore John Morton
    Antonio Sanna: Ishihara
    Sergio Graziani: Yoshida-san
    Vittorio Stagni: Willy Wilbeim
    Lucio Saccone: Phillips
    Isabella Pasanisi: Cheryl Lynn Austin
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Die Wiege der Sonne
    Francese: Soleil levant 
    Spagnolo: Sol naciente 
    Svedese: Blodröd sol 
    Polacco: Wschodzące słońce 
    Russo: Восходящее солнце 
    Finlandese: Nouseva aurinko 
    Turco: Yükselen Güneş 
Budget: 40 milioni di dollari US
Box office: 107,2 milioni di dollari US

Trama:
Durante una cerimonia di gala presso la sede centrale della Nakamoto, un conglomerato aziendale giapponese (keiretsu), appena inaugurata a Los Angeles, la squillo biondiccia Cheryl Lynn Austin è stata strangolata mentre faceva sesso violento sul tavolo della sala riunioni. Il tenente della polizia di Los Angeles Webster "Web" Smith, un robusto mandingo, viene inviato con il maturo John Connor, ex capitano di polizia ed esperto di affari giapponesi, a fare da collegamento tra i dirigenti giapponesi e l'agente incaricato delle indagini - che è l'ex socio di Smith, il bilioso Tom Graham. Durante le indagini iniziali, Connor e Smith esaminano i filmati delle telecamere di sorveglianza e si accorgono che uno dei dischi è mancante. 
Smith e Connor sospettano che il segaligno Eddie Sakamura, il fidanzato di Cheryl e agente di un keiretsu rivale della Nakamoto, sia responsabile del suo omicidio, così lo interrogano a una festa in casa. Sakamura promette di portare qualcosa a Connor, che lo lascia andare a malincuore dopo avergli confiscato il passaporto. Ishihara, un dipendente della Nakamoto che Connor aveva precedentemente interrogato, consegna quindi il disco mancante, che mostra chiaramente lo stesso Sakamura copulare con Cheryl e strangolarla dopo averle scaricato lo sperma nel canale procreativo. Graham e Smith guidano un raid della SWAT a casa di Sakamura, che trovano intento a ingurgitare una gran quantità di sushi depositato sul pancino di una prostituta, mentre tracanna del sake intinto nei capezzoli di un'altra fallofora. Lui cerca di fuggire a bordo di un'auto sportiva Vector W8, ma si schianta e muore tra le fiamme. 
Smith scopre che Sakamura aveva tentato di contattarlo in merito al disco mancante, così lui e Connor portano il disco a un'esperta, Jingo Asakuma - una donna affascinante, meticcia, ma con un braccio rattrappito. L'analisi rivela presto che il disco è stato alterato digitalmente proprio per incastrare Sakamura. La Nakamoto è nel mezzo di delicate trattative per l'acquisizione di un'azienda americana di semiconduttori, la Microcom, con il Senatore John Morton, anch'esso ospite alla festa. Il politicante cambia bruscamente posizione su un disegno di legge che impedirebbe l'approvazione della fusione. Sospettando che il suo improvviso cambiamento sia in qualche modo collegato all'omicidio, Connor e Smith tentano di intervistarlo nel suo ufficio elettorale, ma senza successo. 
Tornati all'appartamento di Smith, i due trovano Sakamura vivo e vegeto. L'uomo rivela di essere stato pedinato quel giorno da Tanaka, un agente di sicurezza della Nakamoto, calvo e libidinoso, che cercava di trovare il disco originale. Non volendo essere visto con Sakamura, Tanaka gli aveva rubato l'auto sportiva e si era suicidato schiantandosi. Sakamura consegna a Connor il disco originale, ma prima che possa andarsene, il tenente Graham arriva con Ishihara. Sakamura viene ucciso combattendo contro gli uomini di Ishihara, e a Smith viene inferto un colpo potenzialmente letale, a cui sopravvive solo grazie a un giubbotto antiproiettile. 
Dopo essere stato interrogato, Smith viene messo in congedo retribuito a causa di un'indagine in corso su una precedente accusa di corruzione, emersa come un cadavere da una palude. Riunitisi con Connor e Jingo, i tre visionano il filmato originale della sorveglianza, che mostra il Senatore Morton mentre fa sesso con Cheryl e le induce asfissia erotica. Subito dopo averle iniettato il materiale genetico, credendo erroneamente di averla uccisa, Morton si allontana. Come conseguenza dell'accaduto, il politico cambia la sua posizione sul disegno di legge per rimanere nelle grazie di Nakamoto. Il filmato mostra però un'altra figura nella sala riunioni, che si avvicina e uccide Cheryl per strangolamento. Il problema è che non si vede chi è: conosce la posizione delle telecamere e resta in ombra. 
Nella speranza di far uscire allo scoperto l'assassino, Connor e Smith inviano via fax al Senatore Morton alcune immagini tratte dal filmato che mostra il suo coinvolgimento nell'omicidio. Morton, traumatizzato a morte, contatta Ishihara, rivelandogli che il dirigente è coinvolto nella copertura, e poi si suicida sparandosi un colpo nel cranio.  La moglie del senatore, invalida, rimane sconvolta nel vedere le immagini e geme disperata, il volto trasformato in una maschera di orrore! A questo punto Connor, Smith e Jingo interrompono le trattative per la fusione per mostrare al presidente della Nakamoto, Yoshida, il filmato di sorveglianza. Bob Richmond, un avvocato americano che lavora per la Nakamoto, rivela di essere il vero assassino e cerca di fuggire, solo per essere ucciso dagli amici yakuza di Eddie Sakamura, che lo gettano nel cemento, facendolo soffocare.
Yoshida difende la sua innocenza e quella dei suoi colleghi, esiliando silenziosamente Ishihara in un umiliante lavoro d'ufficio in Giappone, sepolto nelle scartoffie per tutta la vita. Smith accompagna Jingo a casa (è la compagna di Connor), dove lei solleva dubbi sul fatto che Richmond sia davvero l'assassino o se si sia semplicemente preso la colpa per proteggere qualcuno più in alto in azienda. Smith cerca di rivelare a Jingo il proprio desiderio di intraprendere una relazione sessuale; lei sembra accorgersene, ma il finale resta indeterminato.


Recensione: 
Un noir eccezionale, un capolavoro assoluto! A parer mio può essere considerato alla pari di Black Rain - Pioggia sporca (1989), diretto da Ridley Scott. Ho trovato nel Web un gran numero di critiche negative, che mi paiono pretestuose, oltre che incapaci di scalfire la mia stima per l'ottimo e robusto film di Kaufman. Purtroppo il carico di polemiche è notevole e non tanto legato alla qualità cinematografica, quanto al contesto storico e politico dei primi anni '90 del XX secolo. In quell'epoca gli Stati Uniti vivevano una paranoia economica acuta nei confronti del Giappone. Era diffuso un vero e proprio terrore che le multinazionali nipponiche stessero poco alla volta "comprando l'America". Il libro di Michael Crichton, di cui Sol Levante è un adattamento, è stato da molti considerato apertamente xenofobo e allarmista. Nonostante il tentativo di Kaufman di smussare i toni più duri del romanzo, la critica liberale accolse la pellicola con un certo sospetto, temendo che potesse suscitare pregiudizio razziale contro i Giapponesi. La figura del mediatore John Connor, descritto come un "vecchio gufo" e un congegno in grado di decodificare la cultura nipponica, ha destato in molti una certa irritazione, anche perché considerato un prodotto di stereotipi paternalisti e obsoleti. A mio avviso, la figura del traduttore interculturale è valida. Senza Connor-san, lo spettatore rimarrebbe spiazzato e incapace di comprendere quello che vede. Peggio ancora, potrebbe proiettare sulla complessa società giapponese pregiudizi e logiche occidentali bidimensionali, arrivando a distorcere ogni singolo gesto, ogni singola parola. La coppia Connery-Snipes funziona in modo eccellente; in tutta la narrazione non riesco a trovare una lacuna o un vero difetto. Il film è robusto, di una coerenza adamantina. 


Gangsterologia pura e applicata

Rispetto a Black Rain, il tema gangsterologico della Yakuza è trattato in modo più sfumato e ambiguo: la differenza tra i due film è la stessa che passa tra un urlo e un sussurro. 
Mentre Ridley Scott usa la Yakuza come un elemento estetico e viscerale (neon, motociclette, tatuaggi e spade), Philip Kaufman la tratta come un'estensione organica e invisibile del potere corporativo. Ecco perché la gangsterologia di Sol Levante risulta molto più sottile e, per certi versi, più inquietante. 
In Black Rain la Yakuza è palese e grezza. È fatta di rituali di sangue, dita tagliate e gerarchie criminali classiche. Il conflitto è esterno: poliziotti americani contro criminali giapponesi. 
In Sol Levante la Yakuza è sottocutanea, quasi subliminale. Non la vedi quasi mai agire come una banda criminale; la percepisci come un'intricata rete di "facilitatori". I criminali siedono ai tavoli delle trattative miliardarie. Questo riflette l'idea, molto forte negli anni '90, che le grandi corporation giapponesi avessero una struttura speculare e talvolta sovrapposta a quella della malavita organizzata. 

Schegge del Multiverso

Non posso fissare gli occhi su una persona giapponese senza pensare che sia in realtà un alieno, discendente di una popolazione deportata chissà come da un'altra galassia in epoca remota. So che non c'è nulla di razionale in questa mia impressione, eppure resta. Quando all'inizio del film si svolge un karaoke con il video di un film western, lo spettatore dovrebbe rimanere esterrefatto. Infatti le sequenze mostrano un West abitato da giapponesi! I nomi e le parole delle canzoni sono anglosassoni, ma i protagonisti sono tutti nipponici. C'è qualcosa di stravagante in tutto questo. Stravagante quanto inspiegabile. Potrei passare cento o mille anni a studiare il Paese del Sol Levante, se avessi tale disponibilità di tempo, scoprendo sempre nuove geometrie antropologiche non euclidee!

I tamburi taiko

La tecnologia più avanzata si fonde con credenze ancestrali di un'antichità sconcertante, in una sintesi indecifrabile come un reperto archeologico rinvenuto su Marte. Così l'inaugurazione della sede della Nakamoto avviene al suono dei tamburi taiko  
In giapponese, il termine taiko (太鼓) si riferisce a qualsiasi tipo di tamburo, ad eccezione di quelli a clessidra, chiamati tsuzumi (鼓). Per indicare specificamente i tamburi giapponesi, si usa il termine wadaiko (和太鼓, dove la sillaba wa- significa "Giappone"); un insieme di tamburi è chiamato kumi-daiko (組太鼓). Si noti la lenizione della consonante iniziale t- nei composti, in cui diviene d-. Al di fuori del Giappone, taiko è usato per indicare i tamburi giapponesi, in contrapposizione a quelli di tutte le altre provenienze. 
Il processo di costruzione di un tamburo taiko varia a seconda del produttore e la preparazione sia del corpo che della pelle del tamburo può richiedere diversi anni a seconda del metodo. Ne esistono innumerevoli tipi, ciascuno designato da un nome particolare. Sarebbe troppo lungo riportare in questa sede una trattazione anche sintetica dell'argomento.
I taiko hanno un'origine mitologica nel folklore giapponese, connessa con lo Shintoismo. Le evidenze archeologiche provano che questi strumenti erano usati già nel VI secolo. Secondo un'opinione diffusa, sarebbero stati introdotti dalla Corea e dalla Cina. Hanno molti usi tradizionali, soprattutto nel teatro. Tuttavia la loro funzione principale è propiziatoria e apotropaica: si ritiene che abbiano il potere di cacciare gli spiriti maligni. 


L'apneista erotica 

La splendida Cheryl Lynn Austin è un'apneista erotica. Prova piacere soltanto ad essere penetrata selvaggiamente e soffocata dal partner. La sua è una fissazione assoluta, una monomania. Non le importa nulla di qualsiasi altra cosa. Non pratica sesso orale agli uomini. Nulla per lei è più ridicolo e inutile di un pompino. Il suo masochismo è estremo, violento. Cose simili non sono un parto di qualche fantasia malata: esistono realmente. Non sono una prerogativa delle donne, ci sono anche uomini che hanno l'orgasmo durante sessioni di soffocamento sessuale. 
L'asfissia erotica, chiamata anche asfissiofilia, ipossifilia o gioco del controllo del respiro, è la restrizione intenzionale dell'ossigeno al cervello allo scopo di aumentare e prolungare l'eccitazione sessuale. Queste pratiche sono estremamente pericolose: possono portare alla morte per asfissia. Non esistono tecniche note di riduzione del danno, l'esperienza delle persone coinvolte non offre garanzia alcuna di sicurezza. Sembra che anche in Italia si siano dati casi di apneiste sessuali rimaste uccise dalle loro passioni. Ricordo ancora la reazione di B., una bellissima e affascinante dark lady, che se ne uscì a dire: "Si dovrebbe allora vietare di guidare veicoli in autostrada perché si verificano incidenti mortali?" Questa obiezione mi aveva molto sorpreso, perché non era basata sul confronto razionale tra rischi comparabili. Sospettai che B. fosse una simpatizzante dell'apneismo erotico o addirittura una praticante, ma forse la sua era soltanto sconsiderata leggerezza.    


Senpai e kōhai: alcune considerazioni

Il rapporto tra senpai (先輩) e kōhai (後輩) viene spiegato in modo esplicito nel film, tuttavia si presentano un paio di problemi di non poco conto. In Giappone, senpai è spesso usato come appellativo e come segno di rispetto verso un superiore. Invece l'uso di kōhai può essere considerato offensivo quando usato per rivolgersi direttamente a un individuo subordinato, in quanto equivale a "mettere qualcuno al suo posto". Per questo motivo, il Capitano John Connor insulta di fatto il Tenente Webster Smith per tutto il film. Dato che Connor dovrebbe essere esperto delle usanze giapponesi, questa scelta lessicale dovrebbe essere presa molto seriamente. La parola kōhai è normalmente usata come riferimento, non come appellativo. Ad esempio si può usare una frase come "Smith è il kōhai di Connor", mentre non si potrebbe dire "Vammi a prendere quei documenti, kōhai!" 
E se Connor si rivolgesse così a Smith in modo intenzionale? 
L'origine di queste sottigliezze sociali, antropologiche e lessicali, è tipicamente confuciana. 
Note etimologiche: 
1) Senpai "mentore" è un composto di sen (先) "prima, avanti" e di pai (輩) "compagno, collega". Il significato letterale è "colui che è prima", "colui che è avanti". Il primo membro del composto si trova anche in sensei (先生) "maestro", "guida", "istruttore di arti marziali".
2) Kōhai "subordinato, protetto" è un composto di (後) "dietro, dopo" e di hai (輩) "compagno, collega", variante di pai (vedi sopra). Il significato letterale è "colui che è dietro", "colui che è dopo".
L'aspetto fonetico del secondo membro dei questi composti, che è -pai in senpai e -hai in kōhai, si deve al diverso contesto fonetico. La presenza di una nasale -n ha permesso la conservazione dell'antica occlusiva p-, che si è invece evoluta in -f- e poi in -h- in posizione intervocalica. 


La colpa di esistere 

Riporto un dialogo di estremo interesse, che è uno spaccato di un mondo di cui pochi in Occidente sospettano l'esistenza. 

Tenente "Web" Smith: "Signorina Asakuma..." 
Jingo Asakuma: "Jingo." 
Tenente "Web" Smith: "Jingo. Che effetto le fa lavorare per noi? Cioè, per la polizia. Specialmente visto..."
Jingo Asakuma: "Vuol dire, visto che sono giapponese?"
Tenente "Web" Smith: "Sì"
Jingo Asakuma: "Qui sono giapponese. Ma in Giappone ero ainoko. Mio padre era un kokujin. Sa cosa significa kokujin? Negro."
Tenente "Web" Smith: "Negro. Oh sì, so cosa significa."
Jingo Asakuma: "Sì, era un nero. Era nell'Aviazione americana. Mia madre lavorava in una tavola calda. Conosce l'espressione "essere un burakumin"? È come dire..."
Tenente "Web" Smith: "Intoccabile."
Jingo Asakuma: "Io ero ancora meno di un burakumin, perché ero deforme. Per i Giapponesi la deformità è una vergogna. Significa che hai fatto qualcosa di male. E poi, come se non bastasse, ho fatto veramente qualcosa di male."
Tenente "Web" Smith: "E cioè?"
Jingo Asakuma: "Mi sono innamorata di un gaijin. Un bianco che viveva lì. Siamo stati emarginati. Hanno reso il suo lavoro difficile e la mia vita impossibile. Ho dovuto lasciare il Giappone." 
Tenente "Web" Smith: "Lui l'ha lasciata?"
Jingo Asakuma: "Forse ci siamo lasciati." 
Tenente "Web" Smith: "No. È scappato. Si è arreso"
Jingo Asakuma: "Lui? Non è uno che si arrende. Il mio amico è un uomo molto strano. Sa cosa diceva? Lascia sempre aperta la gabbia. Così il canarino può tornare."

Breve glossario della discriminazione: 
ainoko (間の子) "bastardo", "meticcio", "sangue misto"  
    (persona di razza mista, con un genitore giapponese e
    l'altro straniero) 
burakumin (部落民) "intoccabile"
gaijin (外人) "straniero", "non giapponese"
    (alla lettera "uomo di fuori")
kokujin (黒人) "negro"
    (alla lettera "uomo nero")
kegare (穢れ) "contaminazione", "colpa ontologica" 

L'origine del concetto di kegare è tipicamente shintoista. Ho letto che nell'uso pubblico, la parola ainoko è stata sostituita da hāfu (ハーフ, derivato dall'inglese half "mezzo", "metà"). L'uso privato è tuttavia un'altra questione.

I difficili rapporti tra Kaufman e Crichton

Michael Crichton ha scritto la parte di Connor pensando a Sir Sean Connery. Infatti, il nome stesso "John Connor" deriva da quello di Sean Connery, essendo John la traduzione inglese del gaelico Seán "Giovanni". 
Per il resto, i rapporti tra lo scrittore e Philip Kaufman non sono stati idilliaci fin dal principio. Michael Crichton e Michael Backes hanno abbandonato il progetto soprattutto a causa di disaccordi registici e di sceneggiatura: in particolare rigettavano con furia l'idea secondo cui uno dei personaggi principali avrebbe dovuto essere un uomo di colore. I problemi non si sono limitati a questo, dato che Kaufman ha deciso, per motivi mai chiariti, di cambiare l'identità dell'assassino rispetto al romanzo. Queste scelte hanno provocato le reazioni furiose dei fan dello scrittore, come se non bastasse l'ostilità della critica liberale, di cui già abbiamo fatto menzione. 
Si sono resi necessari alcuni cambiamenti nella tecnologia. Nel libro, i giapponesi utilizzavano telecamere ad alta definizione con videocassetta. Nel film, questa soluzione è stata sostituita dai LaserDisc registrabili. 


La ragazza del sushi

L'attrice bionda Shelley Michelle, che ha interpretato la ragazza ricoperta di sushi, ha dichiarato in un'intervista che quella scena ha richiesto diversi giorni di riprese, in cui ha dovuto rimanere sdraiata sul pavimento per ore completamente nuda. Il primo giorno ha notato che la troupe continuava a sbirciare in modo morboso il suo corpo. Presto ha smesso di farci caso, perché ha pensato che tutti si fossero abituati a vederla nuda. Poi hanno assunto dei veri SWAT per fare irruzione nel locale. All'inizio, continuavano a guardarla anche loro, ma lei ha detto che non era timida, quindi non le dava fastidio. Hanno usato del vetro vero per quando hanno sfondato le finestre e i cocci volavano ovunque. Lei era preoccupata di farsi male, ma per fortuna questo non è mai successo. 


Un singolare problema di adattamento

Il cognome Sakamura nella versione italiana è parodiato come Caccadura dal corrotto Graham. Immaginavo che nella versione originale l'elemento Saka- fosse parodiato come Sucker, ossia "Ciucciacazzi". Questa trovata fa parte dell'immaginario collettivo anglosassone e in particolare americano. Dopotutto, ricordo di aver sentito il grottesco personaggio di Austin Powers interpretare la parola giapponese sake "bevanda alcolica" come suck it "ciuccialo". Invece, quando ho recuperato la sceneggiatura in inglese, mi sono dovuto rendere conto che l'odioso Graham aveva pronunciato il cognome nipponico come un insignificante Sakamutu. Non c'era nessun doppiosenso osceno. Spesso l'originalità la mettono i doppiatori italiani! 

Bizzarrie nell'irruzione

Quando una delle guardie del corpo di Sakamura, il gigantesco Perry, gli mette una mano sulla spalla, Connor afferma che si tratta di aggressione. Colpisce quindi la guardia alla gola, facendola crollare a terra e levandole il respiro. Come agente di polizia, la reazione di Connor sarebbe considerata a dir poco esagerata. Gli sarebbe stato invece richiesto di gestire la situazione come farebbe qualsiasi altro agente di polizia, immobilizzando e trattenendo il gorilla. 
Dopo essere entrati in casa di Sakamura, due agenti della SWAT rimangono immobili, puntando le pistole contro la bionda, che giace nuda. Non avrebbero avuto alcun motivo di farlo, visto che, in primo luogo, non è lei la sospettata; in secondo luogo, è palesemente disarmata e non rappresenta una minaccia; in terzo luogo, il vero sospettato, che è proprio Sakamura, sta scappando. La logica degli agenti è stata paralizzata dalla GAFI!

L'arte della guerra

Nella scena al country club, il consiglio che il senatore Morton dà ai detective è il seguente: "Se la battaglia non può essere vinta, non combatterla". La citazione è tratta dal libro L'arte della guerra di Sun Tzu (cinese moderno: Sūnzĭ, 孫子), filosofo e generale cinese vissuto con ogni probabilità tra il VI e il V secolo a.C., noto per essere uno dei massimi strateghi militari di tutti i tempi. Wesley Snipes e Cary-Hiroyuki Tagawa sono apparsi in seguito nel film L'arte della guerra (The Art of War, 2000), diretto da Christian Duguay, che fa anch'esso riferimento al trattato di Sun Tzu. 


Un problema di densità

L'assassino viene afferrato dagli yakuza e gettato in uno stampo riempito di cemento liquido, in cui affonda finendo col soffocare. In realtà ciò non potrebbe accadere, perché la densità del cemento (tra 2.300 e 2.500 kg/m3) è maggiore di quella del corpo umano (tra 985 e 1.040 kg/m3). Per poter affondare, un corpo dovrebbe essere appesantito da qualcosa di ancora più denso, ad esempio con almeno il doppio del peso corporeo in ferro, altrimenti galleggerebbe sul cemento come un tappo di sughero nell'acqua. Il pericolo di una caduta nel cemento, oltre al rimanere incastrati, è soprattutto chimico: si tratta di sostanze alcaline, caustiche, in grado di provocare gravi ustioni alla pelle e agli occhi.
A questo punto qualcuno si porrà una domanda: perché allora si affonda nelle sabbie mobili? Il motivo è presto spiegato. Si affonda nelle sabbie mobili perché sono un mix instabile di sabbia, argilla e acqua risalente, che agisce come un fluido denso (circa il doppio dell'acqua). Questo fluido annulla l'attrito tra i granelli di sabbia e toglie la capacità portante al terreno. In realtà non si sprofonda del tutto, ma si resta intrappolati a causa dell'alta viscosità, in genere fino a circa la metà del proprio volume (bacino/vita). Un amico, un robusto siciliano di ascendenza normanna, mi raccontò di essere stato intrappolato nelle sabbie mobili nei pressi del Po, durante un'escursione, aggiungendo di essere riuscito a liberarsi sgusciando fuori dai pantaloni irrigiditi, mantenendo la calma e senza movimenti bruschi, trascinandosi infine in salvo grazie a un ramo tesogli da un soccorritore. Quindi una caduta nelle sabbie mobili non può essere assimilata a una caduta nel cemento fresco, che ha una densità molto maggiore. Le sabbie mobili cinematografiche, in cui si scompare rapidamente, sono pura e semplice mitologia, escogitata per rendere le scene più spettacolari. 

mercoledì 14 febbraio 2024


THE CYCLOPS
 

Titolo originale: The Cyclops
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1957
Durata: 66 min
Dati tecnici: B/N
   Rapporto: 1,78:1
Genere: Orrore, fantascienza, avventura
Regia: Bert I. Gordon
Sceneggiatura: Bert I. Gordon
Produttore: Bert I. Gordon
Casa di produzione: B&H Productions
Fotografia: Ira H. Morgan
Montaggio: Carlo Lodato
Effetti speciali: Bert I. Gordon 
Effetti speciali vocali: Paul Frees
Musiche: Albert Glasser
Trucco: Carlie Taylor, Jack H. Young 
Assistente produttore: Flora M. Gordon 
Assistente del direttore/copro-duttore: Henry Schrage 
Assistente alla regia: Harry L. Fraser, Ray Taylor Jr.
Reparto artistico: James Harris 
Reparto sonoro: Douglas Stewart 
Continuità: Diana N. Loomis 
Sequenze con animali: Jim Dannaldson, Ralph Helfer 
Supervisore aeronautico: Henry "Hank" Coffin
Interpreti e personaggi: 
  James Craig: Russ Bradford
  Gloria Talbott: Susan Winter
  Lon Chaney Jr.: Martin "Marty" Melville
  Tom Drake: Lee Brand
  Duncan "Dean" Parkin: Bruce Barton / ciclope
  Vicente Padula: governatore
  Marlene Kloss: commessa
  Manuel López: poliziotto 
  Paul Frees - effetti vocali del ciclope 

Trama: 
Il pilota collaudatore Bruce Barton è scomparso in Messico. La sua ragazza, Susan Winter, non si dà per vinta, rompe i coglioni a destra e a manca disturbando persino la siesta dei funzionari. Finisce così con l'organizzare una squadra di ricerca, che viene inviata nella foresta. Tre ganzi, lo scienziato Russ Bradford, l'esperto minerario Martin "Marty" Melville e il pilota Lee Brand, si avventurano in un territorio del tutto sconosciuto. Durante le ricerche scoprono colossali animali terrestri mutati geneticamente che hanno assunto proporzioni gigantesche: un topo, un'aquila, un ragno, un'iguana verde, una lucertola e un boa constrictor, grandi come pullman! 
Cosa ancor più importante, il gruppo incontra Barton, trasformato in un immane ciclope mutato alto ben 7,6 metri e con un occhio solo, rimasto atrocemente sfigurato a causa dell'esposizione alla radioattività proveniente dai giganteschi giacimenti di uranio nella zona. Questo fenomeno è responsabile delle dimensioni insolite di tutti gli animali della regione. Il ciclope è demente e incapace di parlare. Oltretutto è anche arbitrario e imprevedibile nella sua furia. Dopo una serie di snervanti peripezie, uccide Melville, con la ferocia di un bambino che si diverte a straziare le lucertole, tuttavia sembra riconoscere Susan - anche se nutre verso la donna una malsana gelosia: vorrebbe farla arrampicare sul suo gigantesco mazzone! Quando il ciclope cerebroleso cerca di impedire al resto del gruppo di mettersi in salvo, viene ferito a un occhio da Bradford con un'asta acuminata che lo dilania, morendo dopo un'orrenda agonia. 

Slogan: 
Nature gone mad! 
A world of terror 
- it was a monster, yet it was a man! 
You'll hardly believe what your own eyes see! 


Recensione: 
Certo, bisogna capire l'epoca in cui il film è stato girato. Gli effetti speciali sono assolutamente grossolani e rudimentali: si limitano alla proiezione sullo sfondo e all'inserimento di immagini di grandi dimensioni nelle scene. Trash assoluto, senza alcuna speranza di rivalutazione. Spero che non ci saranno mai idioti animati dall'insana volontà di farne un cult, come purtroppo è accaduto a molti altri escrementi di celluloide! 
C'è una scena in cui Barton afferra Susan Winter, ma cattura anche lo sfondo, rivelando il colore nero retrostante. Raramente ci si può imbattere in qualcosa di più grezzo. La scoperta dell'aereo del pilota collaudatore Barton include detriti dissimili e casuali sparsi in giro, sotto forma di un'ala di aereo leggero, un tettuccio di un P-51 Mustang e un motore radiale. 
La sceneggiatura è banale, striminzita, quasi inesistente. In pratica è stato mescolato il racconto dell'Odissea su Ulisse che acceca Polifemo, ibridandolo con il mito di King Kong innamorato della protagonista. Le cose sono state rese più semplici privando il ciclope del dono della parola (che Polifemo aveva eccome), rendendolo una bestia, non diversamente dal gorilla gigante dell'Isola del Teschio. 
Il comportamento dei personaggi è a dir poco illogico. Persino le locandine fanno schifo! 
Questo film è stato girato nel 1955, il che lo pone come immediato precursore di I giganti invadono la Terra (The Amazing Colossal Man, 1957) di Gordon e del suo sequel, War of the Colossal Beast (1958), in cui il tizio gigante sfoggia lo stesso trucco facciale usato per The Cyclops. A parte la somiglianza di altezza e aspetto, le trame del film non sono correlate. 

Pseudociclope

Tecnicamente parlando, la creatura monocola che compare nella pellicola non è un vero e proprio ciclope, dato che non ha un occhio collocato in posizione centrale come Polifemo. Si vede che invece presenta un'escrescenza carnosa, una specie di spessa membrana di cute e muscoli che gli copre un occhio, mentre l'altro resta intatto, nella sua posizione naturale. Un autentico ciclope dovrebbe avere l'unico occhio in posizione centrale e un'unica orbita. Si deve ricordare che furono i crani degli elefanti nani della Sicilia a suggerire l'idea delle creature umanoidi monocole della stirpe di Polifemo. Purtroppo questo concetto semplicissimo non è ben compreso. In particolare i cineasti americani spesso non lo accettano e non vogliono sentire parlare di limiti.  


Incoerenze interne

I personaggi chiamano la loro località "Canyon Tarahumara". Tarahumara è il nome dato dagli Spagnoli al popolo Rarámuri che popola la Sierra Madre occidentale a Chihuahua, in Messico, in particolare il Copper Canyon (Barrancas del Cobre). Sono i più antichi ultramaratoneti, addestrati fin da piccoli a correre! Molte delle specie animali ingrandite nel film (iguana, boa constrictor, ecc.) non sono originarie di quella zona. Se fosse presente un agente che aumenta le dimensioni, un'intera serie di grandi comunità di Rarámuri ne risentirebbe. Inoltre, le creature più numerose in assoluto nell'area in questione sono insetti, ma nessuno viene mostrato. Infine, la località delle riprese non è chiaramente la Sierra Madre e non sembra nemmeno essere un canyon. Il problema sapete qual è? Il regista con ogni probabilità non sapeva nulla dell'esistenza stessa dei Rarámuri, era fermamente convinto che quella regione non ospitasse umani. Un caso di ignoranza... davvero ciclopica! La possibilità di documentarsi esisteva già all'epoca, anche se non esisteva il Web. 

Etimologia di Rarámuri - Tarahumara

L'endoetnico Rarámuri significa "corridori", "coloro che hanno piedi leggeri", "coloro che corrono bene". Si tratta di un composto che deriva da hrara "piede" e dalla radice verbale muri "correre". Se è vero che gli Spagnoli usavano l'esoetnico Tarahumara, è altresì incontestabile che questa denominazione non è nata in Castiglia! Non è una parola spagnola, come invece si trova spesso riportato nel Web. Deriva da una lingua uto-azteca affine a quella dei Rarámuri ed è formata dalle stesse radici: ta- è un prefisso, rahu- significa "piede" e corrisponde a hrara, mentre -mara significa "correre" e corrisponde a muri. C'erano differenze ma anche somiglianze notevoli. Non ho elementi per classificare con maggior precisione questa lingua uto-azteca, purtroppo andata perduta.

La solita porcata delle radiazioni che ingigantiscono

Bert Ira Gordon si fa interprete monomaniaco di uno dei più radicati miti popolari americani, che attribuisce alla radioattività il potere di ingigantire gli esseri viventi. Tutto questo con buona pace della Fisica e di qualsiasi principio di conservazione. Secondo il volgo della Terra dei Liberi, basta un po' di uranio per moltiplicare a dismisura il numero degli atomi, creando materia ed energia dal nulla! Tale credenza insensata e superstiziosa, comunissima negli anni '50 del XX secolo, è tutt'altro che estinta. Se anche le radiazioni fossero dotate delle mirabolanti proprietà che gli ha attribuito il regista, non si vede come possano agire sulla materia inanimata, ingigantendo i mutandoni del ciclope! Qui entra in campo lo stupidissimo senso del pudore imperante negli States nell'epoca in cui il film fu girato: era inconcepibile far vedere un mostro nudo, in qualche modo doveva essere protetto da abiti del tutto privi di senso, che in quelle condizioni non potrebbero mai esistere. Direi che siamo di fronte all'esatto opposto della fantascienza hard

Curiosità 

I protagonisti principali, James Craig, Tom Drake e la sensuale Gloria Talbott, firmarono per la produzione indipendente; inizialmente avrebbe dovuto essere una produzione RKO, ma i finanziamenti saltarono. Il produttore e regista Bert I. Gordon lavorò febbrilmente per completare il film prima che finissero i fondi, con solo cinque o sei giorni di riprese a disposizione. A rendere le cose più facili e gradevoli c'era il dover fare i conti con Lon Chaney Jr., che era costantemente ubriaco come Superciuk! 

mercoledì 5 aprile 2023


TRE SULL'ALTALENA
 
 
Autore: Luigi Lunari 
Anno di composizione: 1990 
Prima assoluta: 10 luglio 1990 
Lingua originale: Italiano 
Genere: Commedia 
Sottogenere: Commedia paradossal
Tempi:
Edizione di debutto (1990): Teatro dei Filodrammatici
II edizione (1993): Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi 
III edizione (1994): Compagnia Campogalliani 
- Seguono numerose altre edizioni - 
Regia (Filodrammatici, 1990): Silvano Piccardi 
Regia (Pambieri-Tanzi-Beruschi, 1993): Silvano Piccardi 
Regia (Campogalliani, 1994): Aldo Signoretti 
Titoli in altre lingue: 
   Francese: Fausse adresse 
   Tedesco: Drei auf der Schaukel 
   Inglese: Three on the swing 
   Spagnolo: Tres en el columpio 
   Russo: трое на качелях 

Interpreti e personaggi (1993): 
  Antonio Guidi: Il Commendatore 
  Enrico Beruschi: Il Professore
  Giuseppe Pambieri: Il Capitano 
  Lia Tanzi: La donna delle pulizie 

Nota: 
In almeno un'altra edizione successiva ci sono stati "cambi di sesso": il Commendatore è diventato la Signora, il Professore è diventato la Professoressa, la donna delle pulizie è diventata l'uomo delle pulizie. Inoltre il Capitano, oltre al sesso ha cambiato grado, è diventato Sergente. Questi sono gli interpreti e i personaggi dell'edizione con regia di Sebastiano Boschiero (2021): 

  Marisa Gianni: La Signora
  Alessandra Tesser: Il Sergente
  Angela Caltanella: La Professoressa
  Mattia Mometti: L'uomo delle pulizie 

N.B.
A differenza di quanto accade nel cinema, nel teatro si rivela un'impresa quasi disperata reperire informazioni complete e attendibili. Ad esempio, mancano gli interpreti della versione di debutto del 1990.
 
Sinossi (da Teatro.it):
Un commendatore, un capitano dell'esercito ed un professore, si trovano nello stesso luogo per tre ragioni diverse: il primo per un incontro galante, il secondo per trattare un acquisto di materiale bellico, il terzo per ritirare le bozze di un suo libro. Ma cos'è esattamente quel luogo? Un albergo “discreto”, un luogo di affari, o una casa editrice? È possibile che tutti e tre abbiano avuto l'indirizzo sbagliato? La strana situazione si aggrava per la circostanza di un'improvvisa esercitazione anti-inquinamento che impedisce loro di uscire da questo posto ambiguo, costringendoli a passarvi la notte. I tre cominciano a sospettare che potrebbero trovarsi in un'anticamera per l'aldilà... probabilmente loro sono morti e stanno lì in attesa del Giudizio! 

Un estratto:

IL PROFESSORE - No, no, non è niente di complicato. Le faccio un esempio. La frase "Finché la barca va, lasciala andare". Tratta, come dice lei, da una canzone... non è particolarmente intelligente. Giusto? 
IL CAPITANO - Giusto.
IL PROFESSORE - Bene. Ora state a sentire. (Apre il librone nero che gi abbiamo visto nelle mani del Commendatore e legge, con tono biblico) Ed egli allora vide la barca di Simon Pietro e dei suoi fratelli che, spezzati gli ormeggi, veniva trascinata dalla corrente al largo del lago di Tiberiade. Simon Pietro sporgevasi dal bordo, e tendendo le braccia verso di lui, gridava tra le lacrime: "Rabbi, rabbi, non vedi che si sono spezzati gli ormeggi, e la corrente ci trascina verso la malvagia Samaria? Perché non ci soccorri?". Ed egli, senza allontanarsi dal gruppo dei fedeli che lo circondavano, così gli rispose: "Simon Pietro, uomo di poca fede, credi tu che un ormeggio possa spezzarsi senza che ciò sia da sempre previsto nella mente del padre mio che nei cieli? In verità in verità ti dico: finché la barca va, lasciala andare." 
IL CAPITANO - Hai visto i parolieri? Copiano proprio da tutto.
IL COMMENDATORE - Questo sarebbe nel Vangelo?
IL PROFESSORE - No. L'ho inventato io.
IL CAPITANO - Come, come?...
IL PROFESSORE - Ma semplicissimo. In letteratura ma che dico, in letteratura: nella vita! non è vero che non è l'abito che fa il monaco! L'abito fa il monaco. La stessa identica frase, in una canzonetta è una cretinata, ma ben ambientata sul lago di Tiberiade, in bocca a uno tutto drappeggiato, con opportuna messa in scena, preceduta da "in verità in verità vi dico" diventa una di quelle cose che poi dai pulpiti te le commentano per duemila anni.
(Pausa e perplessità) 
IL COMMENDATORE - E allora, cosa significa?
IL PROFESSORE - Wittgenstein l'aveva detto: la filosofia è la lotta dell'uomo contro le ambiguità del linguaggio.
IL COMMENDATORE - Lasci perdere Vitt... quello là. Arrivi al dunque.
IL PROFESSORE - Il dunque, caro signore, è che effettivamente può avere ragione lei. Il significato di tutto quello che quell'uomo ha detto dipende da chi è, o anzi: da chi crediamo che sia. Se è lo Spirito Santo... e beh: ogni sillaba pronunciata ha una valenza incredibile e misteriosa. Ma se è uno spazzino, come ovviamente non può che essere, non esiste nessun doppio fondo: la cretinata rimane cretinata. 


Edizioni del copione:

Titolo: Tre sull'altalena
Autore: Luigi Lunari
Ia edizione: 1994
IIa edizione: 2009
Lingua: Italiano
Editore (1994): Rizzoli
Collana: BUR Teatro
Editore (2009): ‎Book Time
Lunghezza stampa: 96 pagine
Codice ISBN (1994): 9788817169844
Codice ISBN-10 (2009): 8862181450
Codice ISBN-13 (2009): 978-8862181457  

L'autore (da Ibs.it): 
Luigi Lunari (1934-2019) drammaturgo, romanziere, storico e saggista, è stato per vent’anni al Piccolo Teatro di Milano con Grassi e Strehler. Nel 1991 ha scritto Tre sull’altalena che, dopo un trionfo al Festival di Avignone, è stata tradotta in ventisette lingue, è correntemente rappresentata in tutto il mondo e ha aperto la strada ad altri testi, quali Il senatore Fox, Nel nome del padre e Sotto un ponte, lungo un fiume… (rappresentati anche a Parigi, Tokyo e New York). Al di fuori dell’impegno drammaturgico, ha scritto diversi saggi e tre romanzi. Per la collana i “Classici” di Feltrinelli ha curato I Viceré di Federico De Roberto (2011) e Il Cid di Pierre Corneille (2012). Ha tradotto e curato anche Ritratto di signora (2013) e Giro di vite (2017) di Henry James e tradotto Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (2013). 

Recensione: 
Vidi quest'opera teatrale molti anni fa in televisione. Era la versione interpretata da Enrico Beruschi. Mi è rimasto impresso il suo faccione barbuto, perennemente contratto in smorfie e tic, con gli enormi occhi strabuzzati che sembravano essere sul punto di uscire dalle orbite. Più che una commedia, direi che è una tragedia ontologica, non meno angosciante del Faust di Christopher Marlowe (The Tragical History of Life and Death of Doctor Faustus, 1590) o del film sulfureo Angel Heart - Ascensore per l'inferno (Angel Heart, Alan Parker, 1987). Solo in Italia si può reputare comica o umoristica quella che a tutti gli effetti è la dannazione eterna. Con grande fatica, sono riuscito a reperire informazioni più precise sulla rappresentazione beruschiana di Tre sull'altalena: fu trasmessa il 18 novembre 1995, su RaiDue. Per pura fortuna, a un certo punto mi sono imbattuto in una pagina di programmazione della Rai, sopravvissuta ai decenni allo stato fossile. Se già nel 1995 la commedia paradossale era stata trasmessa in televisione su RaiDue, non è possibile che la prima della Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi fosse lo spettacolo del 1996 al Teatro Carcano di Milano, come pure è riportato su molti siti Web. Se anche il 18 novembre 1995 la commedia fosse stata trasmessa in diretta, c'è un altro fatto da considerare. Siccome nel libro edito da Rizzoli (1994) compare in copertina il faccione di Beruschi, in ogni caso la Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi avrà portato in scena l'opera non oltre il 1994. 

Fisica quantistica in scena:
il paradosso del gatto di Schrödinger
 

I personaggi non sono né vivi né morti. Esistono e al contempo non esistono. Sono reali e al contempo sono irreali. La loro condizione è qualcosa che appartiene sia al mondo terreno che all'Oltretomba. Viene in mente qualcosa di ben preciso: la meccanica quantistica e un famosissimo Gedanken (esperimento concettuale) immaginato nel  1935 da Erwin Schrödinger. Eccolo illustrato per sommi capi:   

1) La scatola: 
Il gatto è chiuso in una scatola ermeticamente sigillata, di cui non si può osservare l'interno. 
2) Il meccanismo: 
Nella scatola è presente un meccanismo che, a seguito di un evento quantistico (ad esempio il decadimento di un atomo radioattivo), può rilasciare un veleno e uccidere il gatto. 
3) L'evento quantistico:
Il decadimento radioattivo, con conseguente uccisione del gatto, è un evento casuale, con una certa probabilità di verificarsi. 
4) Lo stato del gatto:
Fino a quando non si osserva la scatola, il gatto si trova in uno stato di sovrapposizione: è sia vivo che morto, con una certa probabilità per ciascuno stato. 
5) L'osservazione:
Quando si apre la scatola e si osserva il gatto, lo stato di sovrapposizione "collassa" e il gatto è o vivo o morto, con una probabilità determinata dallo stato dell'evento quantistico. 

Schrödinger usò questo esperimento concettuale per rimarcare la differenza tra il mondo microscopico (descritto dalla meccanica quantistica) e il mondo macroscopico (descritto dalla meccanica classica). Le leggi della meccanica quantistica, che permettono la sovrapposizione, non sembrano applicabili a oggetti macroscopici come un gatto. L'esperimento evidenzia anche la questione dell'osservazione e del ruolo dell'osservatore nella meccanica quantistica. Eppure, a quanto pare, è stato possibile applicarle a Beruschi! 
La scatola in cui sono rinchiusi i personaggi sembra una buca di potenziale con dentro alcune particelle confinate: ogni tentativo di fuga è impossibile. Quando il Professore cerca di uscire, trova un'insormontabile barriera di pioggia battente che lo costringe a rientrare. Lo stesso meccanismo d'azione vanifica nel finale ogni possibilità di ristabilire la normalità del mondo dei vivi!  
Traendo spunto dalle stranezze estreme della fisica quantistica, Lunari fa riflettere sull'impossibilità sostanziale di conoscere ciò che si estende oltre la soglia della misurabilità. L'esistenza, descritta da leggi che ci appaiono logiche, non è tuttavia logica: possiamo sempre chiederci perché diamine esista qualcosa e non il Nulla - oppure perché diamine le cosa stiano proprio come stanno e non in modo diverso. Anche la metafisica non è logica: se ci ritrovassimo all'Inferno, non dovremmo poi stupirci più di tanto! 

Curiosità

Talvolta l'autore, Luigi Lunari, viene erroneamente citato come Luigi Lunardi

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Riporto alcuni frammenti trovati nel Web, riferiti ad alcune tra le innumerevoli edizioni. 

"In scena l’equivoco della vita, la drammaticità dell’ironia e l’irresistibile risata nel dramma insolubile e insoluto. Se fuori tutto è fermo, a causa di una prova anti inquinamento, sarà il nostro futuro?, che costringe tutti al chiuso con tutto spento, in quella sala anonima che potrebbe essere una casa editrice, o una ditta o una pensione per incontri d’amore, la vita non si ferma, perché si parla, ci si confronta, si litiga anche, si ride, si ha paura. Ma di cosa si parla, si litiga, si ha paura? Della vita? Della morte? E a che serve parlare della vita se basta viverla? E a che serve parlare della morte se è assenza di vita? E perché averne paura?" 
(Isabella Ferrara, 2016, apemusicale.it

"La regia è attenta al ritmo, ai movimenti, gradazioni di toni, luci e ombre sono ben rese. Gli attori, bravi a rendere vive non solo le parole, ma anche le emozioni, le sfumature dei personaggi. Ogni gesto è studiato. La scena è scarna, essenziale, tutto in bianco e nero, linee rette, figure geometriche sul pavimento, si sta giocando una partita a scacchi? Un punto di domanda sul cuscino del divano  evoca un “non luogo”. Se i contesti e i luoghi creano le parole, che cosa creano i “non luoghi”? Precarietà? Provvisorietà? Insicurezze? Le persone transitano nei non luoghi, ma nessuno li abita, nulla è definitivo. Nel finale, un improvviso e inaspettato coup de théâtre, ci spinge a dubitare ancora."
(Angela Villa, 2012, dramma.it

"Lo spettacolo, scritto nel 1989 da Luigi Lunari, affronta in chiave comica i dilemmi dell’esistenza: l’importanza del caso nella vita, la paura della morte e dell’ignoto, la religione, il senso della vita stessa, il libero arbitrio. Molto essenziale la scenografia. In un “non luogo” dove i tre si incontrano, infatti, predominano solo il colore grigio e il nero. Protagonista è la parola. Ci sono molte citazioni di autori famosi come Pirandello, Vico, Boccaccio, Schopenhauer, ciascuno vede ciò che desidera vedere. Shakespeare (la vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito, ma senza significato alcuno); Cartesio (cogito ergo sum); dei filosofi stoici (finché vivi la morte non c’è, quindi perché averne paura? Quando la morte arriva tu non ci sei più, come potresti averne paura?). Ma anche del parroco del paese (dalla vita nessuno esce vivo!) e della canzone famosa di Orietta Berti (finché la barca va lasciala andare). Il ritmo è incalzante e coinvolgente. Il pubblico si diverte. Finale a sorpresa!?"
(Filomena Brancaccio, 2016, mydreams.it

"Il ritmo serrato e la fine ironia sono gli ingredienti forti di questa commedia definita da Dario Fo: “Una macchina di fantastica fattura. Io l’ho letta di un fiato, ridendo a bocca spalancata. E’ una delle poche invenzioni teatrali per le quali valga la pena uscire la sera, sobbarcarsi il rito della vestizione, prenotare il biglietto e starsene seduti in una sala stipata di gente…”"
(Sebastiano Boschiero, 2021, strebenteatro.it)