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mercoledì 11 dicembre 2024


MANGIATI VIVI!

Titolo originale: Mangiati vivi!
Titolo in inglese: Eaten Alive!
Lingua originale: Italiano, singalese
Paese di produzione: Italia
Anno: 1980
Durata: 95 min
Genere: Avventura, orrore, erotico
Sottogenere: Cannibalesco
Regia: Umberto Lenzi
Soggetto: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi
Produttore: Mino Loy, Luciano Martino
Casa di produzione: Dana Film
Distribuzione in italiano: Medusa Distribuzione
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Eugenio Alabiso
Effetti speciali: Paolo Ricci
Musiche: Budy, Fiamma Maglione
Scenografia: Massimo Antonello Geleng
Costumi: Massimo Antonello Geleng
Trucco: Raul Ranieri
Interpreti e personaggi:
    Janet Agren: Sheila Morris
    Paola Senatore: Diana Morris
    Robert Kerman: Mark Butker
    Ivan Rassimov: Reverendo Melvyn Jonas
    Me Me Lay: Mownara
    Fiamma Maglione: Alma
    Franco Fantasia: Reeves
    Mel Ferrer: Professor Carter
    Michele Schmiegelm: Ragazza nativa
    Gianfranco Coduti: Karan
    Alfred Joseph Berry
Doppiatori italiani:
    Vittoria Febbi: Sheila Morris
    Maria Pia Di Meo: Diana Morris
    Michele Gammino: Mark Butker
    Pino Locchi: Professor Carter
    Sergio Fiorentini
    Gianni Marzocchi
    Luciano De Ambrosis
    Isabella Pasanisi
    Mario Milita 
Titoli in altre lingue:
   Tedesco: Lebendig gefressen 
   Francese: La Secte des cannibales 
   Russo: Съеденные заживо 
   Polacco: Zjedzeni żywcem 
   Emiliano-Romagnolo: Magnâ viv!
Location: 
   Sri Lanka, 
   New York City,
   Niagara Falls, New York


Trama: 
New York, 1980. La città è colpita da una serie di omicidi commessi con dardi intinti in veleno di cobra da un individuo che sembra un indio amazzonico: ha una fisionomia tipica, i capelli corvini tagliati a caschetto e usa una cerbottana. In seguito a un incidente stradale nel quale l'assassino ha perso la vita, la polizia locale gli rinviene addosso un rullino fotografico a colori che mostra sequenze di un "bestiale rito indigeno", a cui partecipa Diana Morris, una ricchissima donna di cui si erano perse da tempo le tracce; così viene convocata sua sorella, la biondiccia Sheila, affinché esamini il materiale, nella speranza di ottenere un indizio. 
Sheila stessa, preoccupata per la sorte della sorella di cui non ha notizie da tempo, parte in segreto alla sua ricerca. L'analisi del video sembra condurre a una comunità religiosa fanatica di New York, la "Setta della Purificazione", capeggiata da un temibile guru, il Reverendo Melvyn Jonas, che ha fondato un villaggio nel cuore della giungla della Papuasia. Queste cose sono avvenute dopo che Jonas aveva convinto l'intera setta a rifugiarsi in quel luogo impervio e selvoso per rigettare la corrotta civiltà occidentale e tornare alle origini naturalistiche della specie umana, senza curarsi dei pericoli rappresentati dall'ambiente ostile e dalle tribù di cavernicoli cannibali. 
Arrivata a Merauke, Sheila ingaggia Mark Butker come guida mercenaria nella giungla; si tratta di un disertore fuggito dal Vietnam, che ha trovato rifugio proprio in quel luogo in culo al mondo. Dopo essere scampati a mille pericoli, i due finalmente raggiungono il Villaggio della Purificazione, dove trovano Diana Morris, tenuta prigioniera contro la sua volontà. Purtroppo, per i protagonisti i pericoli sono solo all'inizio: emerge infatti che il guru Jonas droga gli adepti con una pozione narcotica, si abbandona alle peggiori pratiche sadiche e manipolatorie, infliggendo alle vittime umiliazioni sessuali di ogni specie. Una donna rimasta vedova viene sottoposta a uno stupro di gruppo. Con ogni mezzo possibile il santone si oppone alla partenza dei nuovi arrivati, arrivando a violentare Sheila con un gigantesco fallo finto lubrificato con sangue di serpente.
Nel frattempo, da New York arrivano dei soccorsi in elicottero; alla loro vista, Jonas costringe l'intera setta a compiere un suicidio di massa. Con implacabile ferocia condanna un povero vecio trovato in stato di ubriachezza a morire abbandonato nella foresta. Diana fugge ma viene raggiunta dall'aguzzino al servizio del guru, Karan, che la mette a pecora e la sodomizza brutalmente. Le infila il glande durissimo tra le emorroidi, rompendole l'intestino, stantuffando e scaricandole lo sperma in mezzo agli escrementi! Proprio durante il culmine, viene ucciso e decapitato dai cavernicoli cannibali, che smembrano lentamente Diana e la mangiano viva! Tra suicidi, omicidi efferati e reiterati episodi di cannibalismo, solo Mark e Sheila riescono a fuggire e in condizioni disperate vengono prelevati da un elicottero. Dopo il caos delle difficilissime operazioni di salvataggio, si rendono conto che il perfido Jonas è riuscito a far perdere le proprie tracce: il suo corpo non viene trovato. 
Finisce tutto in merda. Sheila Morris, che per un certo periodo aveva goduto di una buona agiatezza economica, scopre di essere ridotta in miseria perché, prima di partire, sua sorella ha donato a Jonas l'intero patrimonio familiare. Non le resta che attaccarsi al cazzone di Mark!


Recensione:
In questa pellicola splatter, Lenzi ha realizzato un vero e proprio pastiche visivo e narrativo, mescolando riprese effettuate sul campo con una quantità enorme di materiale di repertorio (stock footage) recuperato da documentari, da altri film di genere e persino dai suoi stessi lavori precedenti - in particolare da Il paese del sesso selvaggio (1972) e La montagna del dio cannibale (1978). Questo metodo di montaggio di risulta ha generato una confusione geografica, faunistica ed etnografica immensa, unica nel suo genere. Pur essendo l'azione teoricamente ambientata nelle giungle della Papua Nuova Guinea, lo schermo vede alternarsi rettili e mammiferi provenienti indistintamente da Amazzonia, Africa e Asia. Nello stesso ecosistema narrativo convivono anaconda, tigri, coccodrilli, iguane verdi, pappagalli ara, varani e scimmie neotropicali. La comparsa dell'indio amazzonico - o di figure chiaramente riconducibili alle popolazioni indigene del bacino del Rio delle Amazzoni, con dipinti corporali e acconciature tipiche dei Tupi-Guarani o degli Yanomami, inserite nel contesto delle tribù papuane o asiatiche - deriva proprio dall'uso indisciplinato di spezzoni girati in location e con figuranti di differenti produzioni. 
Per Lenzi era una necessità produttiva ed economica. Occorreva ridurre i costi di set. Girare sequenze di caccia o di attacchi di animali selvatici sul posto richiedeva tempi lunghi e costi proibitivi. L'acquisto di rulli di stock footage permetteva di arricchire il film di scene esotiche e violente a una frazione del costo. Il pubblico dei cinema d'essai o delle sale di seconda visione dell'epoca cercava la sensazione e il ritmo, non la precisione documentaristica. Se una scena con un anaconda o un alligatore aumentava la tensione, Lenzi non si poneva il problema che un particolare rettile si trovasse a diecimila chilometri dal suo habitat naturale. Mangiati vivi! rappresenta il punto di arrivo di quel pragmatismo artigianale in cui la coerenza geografica viene completamente sacrificata sull'altare del montaggio e del sensazionalismo visivo.

La cerbottana in Papuasia!

L'uso della cerbottana in Papuasia è un altro perla di "geografia fantastica" del marasma etno-tecnologico lenziano! Possiamo dire per certo che la cerbottana è un'arma da caccia e da combattimento tipica di due macroaree principali:

1) L'America tropicale (Amazzonia e Orinoco): usata con freccette avvelenate dal curaro da svariate popolazioni indigene. Il curaro è un estratto di specie vegetali come Strychnos toxifera.
2) Il Sud-est asiatico insulare e continentale (Insulindia): in particolare tra i Dayak del Borneo, gli Orang Asli della Malesia, alcune popolazioni di Sulawesi (Celebes) e alcune popolazioni delle Filippine, dove è nota come sumpitan o sumpit. In antico giavanese la cerbottana era chiamata tulup. Il veleno utilizzato nell'intera macroarea è il succo della specie vegetale Antiaris toxicaria, chiamato upas.

La cerbottana si trova anche in aree dell'America Centrale e Settentrionale, ad esempio tra i Maya e tra i Cherokee. È conosciuta anche in Giappone, dove è chiamata fukiya (吹き矢); i dardi sono sono chiamati fukibari (含針) ed erano  storicamente utilizzati dai Ninja. Entrambi i termini provengono dal verbo fuku (吹く) "soffiare". Il veleno utilizzato era un estratto di aconito giapponese (nome scientifico: Aconitum japonicum) o di pesce palla (il celeberrimo fugu, nome scientifico: Takifugu rubripes). In Corea la cerbottana è chiamata baramchong (바람총).
In nessun caso si utilizza o si è utilizzato veleno di serpenti. Per dimostrare che l'idea di Lenzi è assurda bastano poche considerazioni. La dose letale di veleno di cobra per un essere umano adulto è compresa tra 10 e 15 milligrammi, pari a circa il 10% della quantità iniettata in un tipico morso; l'esito fatale si verifica solitamente nel giro di 30-45 minuti. La quantità di veleno che può essere trasportata sulla punta di un dardo per cerbottana è insufficiente a raggiungere una dose letale: pertanto, l'istantaneo decesso rappresentato nell'opera risulta scientificamente inesatto.

Nel cinema lenziano la cerbottana diventa l'espediente narrativo per eccellenza, per una serie di motivi eminentemente pragmatici. L'attacco "invisibile" e silenzioso dalla macchia è molto conveniente. Un dardo che colpisce il collo del malcapitato (spesso con l'immancabile effetto sonoro zwt!) è molto più economico e facile da realizzare sul set rispetto al coordinamento di una tiro d'arco o al lancio di una lancia. Avendo a disposizione metri di pellicola recuperati da documentari o da precedenti produzioni ambientate in Amazzonia o in Malesia, dove compaiono cacciatori con cerbottane reali, Lenzi e il montatore costruivano l'inquadratura del cacciatore che soffia nel tubo seguita dall'attore a Roma o in Sri Lanka che si afferra la gola dolorante. Inoltre il dardo avvelenato permette di paralizzare o uccidere istantaneamente la vittima senza macchiare troppo l'abito o senza dover girare complesse scene di lotta corpo a corpo, accelerando la progressione drammatica della scena.
Si forma così l'equivalenza da B-movie: Giungla + Indigeni = Cerbottana, a prescindere dal fatto che ci si trovi sul Sepik, sull'Orinoco o nel bacino del Congo.


I cavernicoli cannibali sembrano Denisovani puri!

Nelle scene grottesche di cannibalismo, Lenzi passa dal registro dell'esotismo d'avventura a una vera e propria regressione paleoantropologica: non più semplici popolazioni tribali o indigene adattate alla giungla, ma figure che sembrano riemerse direttamente dal Pleistocene medio, con tratti che richiamano la cinematografia sui primi ominidi, sulla scia di La guerra del fuoco (La Guerre du feu, Jean Jacques Annaud, 1981) e di altri classici escrementi di celluloide con gli uomini delle caverne. 
La regressione fossilifera mostrata da Lenzi è spaventosa! Nello stesso spazio geografico convivono villaggi con capanne strutturate, cacciatori dotati di cerbottane e di pitture corporali in stile amazzonico, gruppi di cavernicoli ricoperti di fango, dagli sguardi persi e dalla postura scimmiesca, che abitano in anfratti rocciosi come se l'evoluzione si fosse fermata a mezzo milione di anni fa. 
Per rendere il senso di "arretratezza estrema", il trucco di scena applicato alle comparse (spesso erano burini reclutati sul posto o a Cinecittà) esaspera le arcate sopraccigliari, il prognatismo e la sporcizia cutanea, trasformandoli in veri e propri fossili viventi che ricordano addirittura le ricostruzioni popolari del Pithecanthropus da rotocalco scientifico anni '70, decisamente più arcaiche dei Denisovani!
L'accumulo di cliché primitivisti è opprimente. Il cannibale lenziano deve comunicare ferinità immediata. Venuta meno ogni pretesa di documentarismo etnografico, il primitivo diventa una macchietta visiva: urla inarticolate, consumo di carne cruda direttamente dalle viscere ed assenza totale di qualsiasi struttura sociale o linguistica complessa.
Le scelte del regista erano dettate dall'intenzione di soddisfare il voyeurismo dello shock: Un indigeno "civilizzato", un semplice cacciatore-raccoglitore o un orticoltore rudimentale della giungla non faceva abbastanza paura. Il cavernicolo informe e de-umanizzato incarnava invece la minaccia assoluta, priva di ragione, demoniaca e guidata dal solo istinto sadico-predatorio.
Era assolutamente necessario costruire un'escalation di degrado: nel percorso dei protagonisti all'interno della giungla, l'incontro con figure via via più involute e ferali serviva a simboleggiare la discesa agli Inferi e il progressivo allontanamento dalla civiltà moderna.
Il risultato finale è quell'inconfondibile marchio di fabbrica del cinema-spazzatura italiano: un frullato fecale in cui la paleoantropologia da fumetto, il pastiche geografico e lo snuff simulato convivono nello stesso metro di pellicola.

Una recitazione isterico-esistenziale

Verso la fine vediamo una provatissima Janet Agren, emaciata e sconvolta, che fa un discorso delirante: afferma che la civiltà è un lusso per pochi, una minuscola isola circondata da vastità immense infestate da cannibali cavernicoli! Quel monologo finale di Sheila rappresenta il tentativo - del tutto sproporzionato rispetto al materiale narrativo visto fino a quel momento - di dare una giustificazione morale, esistenziale e perfino sociologica a novanta minuti di squartamenti, cavernicoli fuori contesto e stock footage montati alla rinfusa.
Dopo essere sopravvissuta a torture, cannibalismo e al fanatismo religioso della setta di Jonas, la donna biondiccia non trae una semplice conclusione razionale, ma erompe in una visione pessimistica e quasi hobbesiana della condizione umana. La civiltà moderna non sarebbe uno stato consolidato: la sua sottilissima pellicola, sommersa da un oceano di barbarie atavica, permette a Lenzi di "nobilitare" a posteriori il voyeurismo dell'opera. Subentra l'effetto "giustificazione d'autore": negli anni '70 e '80, il cinema cannibal italiano veniva sistematicamente accusato dalla censura e dalla critica di essere reazionario, razzista e puramente denigratorio nei confronti delle popolazioni del Terzo Mondo. Inserire sul finale una battuta ad alto tasso di pessimismo antropologico faceva sì che i produttori e il regista rivendicassero una presunta "critica alla modernità" o una riflessione sulla fragilità delle istituzioni umane. 

Dove sono tutte queste caverne? 

Pochi riflettono su un dato di fatto incontrovertibile. Le caverne sono formazioni rare, eppure la gente era convinta che fossero dovunque. Lo dava per scontato! Per il pubblico dei cinema di seconda e terza visione, cresciuto a pane e peplum, cinecomics d'avventura e Tarzan, la caverna era una sorta di "sticker ambientale" universale: un modulo scenografico onnipresente che poteva essere inserito in qualsiasi latitudine senza che nessuno battesse ciglio. Non importava se ci si trovasse nella giungla amazzonica, nel Borneo o sulle rive di un fiume della Papuasia: per l'immaginario popolare dell'epoca, appena la trama richiedeva una svolta tenebrosa o un covo di selvaggi, la giungla doveva necessariamente aprirsi su un antro roccioso e umido. 
Nel cinema di Lenzi e dei suoi contemporanei - basti pensare a Ruggero Deodato e a Joe D'Amato - la caverna rispondeva a una logica puramente simbolica, svincolata da qualsiasi realtà geomorfologica. Era innanzitutto un rifugio archetipico. La caverna è il luogo della regressione per eccellenza, la tana primordiale dove l'uomo moderno perde le sue difese e incontra la versione più atavica e feroce del predatore. Per gli spettatori, veder sbucare dei cavernicoli impastati di fango da una grotta rocciosa in mezzo a una foresta equatoriale non strideva affatto, perché la grotta rappresentava visivamente l'inconscio, l'antro oscuro della Terra.
Inoltre, era innegabile la comodità delle location laziali. C'era un fattore logistico cogente. Molti di questi film trash venivano girati in estrema economia tra le cave della campagna romana, ad esempio le zone di tufo nei dintorni di Roma o il parco di Veio, dove scogli, anfratti e grotte naturali offrivano un set a costo zero che poteva passare indifferentemente per la Malesia, l'Amazzonia o il centro della Terra.
Lo spettatore medio accettava questo patto narrativo con totale naturalezza: la grotta era il connettore obbligato tra la civiltà e l'orrore allo stato puro, un buco nero nella roccia dove le leggi della geografia semplicemente smettevano di esistere.


Jonas, Jones e il Tempio del Popolo

La pellicola di Lenzi è stato il secondo adattamento della tragica vicenda di James "Jim" Warren Jones (1931 - 1978), il predicatore e criminale statunitense responsabile del suicidio rituale di massa di circa 900 adepti del Tempio del Popolo in Guyana. Mangiati vivi! è uscito il 20 marzo 1980, a soltanto un anno e mezzo dall'ecatombe. Il primo adattamento in assoluto è stato invece Il massacro della Guyana (Guyana: Crime of the Century, 1979), diretto dal messicano René Cardona Jr., che è uscito soltanto sei mesi prima di Mangiati vivi!, il 20 settembre 1979. Un terzo adattamento è stato La tragedia della Guyana (Guyana Tragedy: The Story of Jim Jones, 1980), diretto da William A. Graham. La data di uscita è stata il 15 aprile 1980, pochissimo tempo dopo il film di Lenzi.

Jonas e l'alcol

Non è un caso se il guru Jonas impone ai suoi adepti-succubi il divieto assoluto dell'uso di qualsiasi bevanda alcolica. Chi beve alcol è intelligente e ribelle. Odia qualsiasi rompicoglioni che pretende di dettargli legge imponendo assurdità moralistiche. Odia soprattutto la causa prima dell'Esistenza, quello che le genti chiamano "Dio": ogni volta che l'alcolemia è sufficientemente alta, partono le bestemmie, perché il cervello si viene a trovare in un fastidioso stato di infiammazione - così si risale all'origine della catena di tutte le sofferenze. La conclusione logica è immediata: la causa di ogni male è dell'Artefice di tutte le cose visibili. I guru, che sono più nocivi dei bacilli del colera, vogliono schiavi molto meno intelligenti degli escrementi dei polli: impongono così che siano lobotomizzati da una serie infinita di regole. Se qualcuno osa criticare, allora non va più bene. Dobbiamo innalzare il bicchiere ricolmo, ché il liquore inebriante è l'antidoto che permette di lottare contro simili impostori pestilenziali! Come diceva Carducci: "Vino e ferro vogl'io, com'a begl'anni Alceo chiedea nel cantico immortal: il ferro per uccidere i tiranni, il vin per festeggiarne il funeral!" 


Natura della cosiddetta "ambra sacra"

La bevanda obnubilante somministrata dal guru Jonas agli adepti e chiamata "ambra sacra" è con ogni probabilità la kava (nome scientifico: Piper methysticum), che ha un'azione sedativa e ansiolitica per certi aspetti simile a quella delle benzodiazepine. 
In questo caso si ha una notevole coerenza geografica. Sebbene il film sia stato girato in Sri Lanka, la storia è ambientata esplicitamente nella giungla della Nuova Guinea. La kava è una pianta originaria proprio delle isole del Pacifico occidentale e della Melanesia (inclusa la Nuova Guinea), dove viene tradizionalmente consumata come bevanda cerimoniale, sedativa e rilassante. Preparata in forti concentrazioni (molto più elevate rispetto ai blandi infusi commerciali), la kava tradizionale provoca intorpidimento della bocca, profondo rilassamento muscolare, letargia e una forma di distacco ipnotico. Per un leader manipolatore come Jonas, una pianta del genere sarebbe lo strumento perfetto per indurre una docile passività nei seguaci, annullandone la volontà senza spegnerne del tutto le funzioni motorie.
Il vero leader settario Jim Jones, su cui Lenzi ha basato il personaggio, utilizzò metodi molto meno esotici e decisamente più chimici per rimbambire la sua setta. Jones importava legalmente enormi quantità di potenti farmaci psichiatrici. Gli adepti considerati ribelli o ansiosi venivano sedati a forza con un mix di clorpromazina (Thorazine, un potente antipsicotico), idrato di cloralio (un sedativo ipnotico) e massicce dosi di valium (diazepam), una benzodiazepina. 

Il veleno di cobra non può essere
un mezzo di
Endlösung

Nel film di Lenzi, quando Jonas decreta il suicidio di massa, fa bere agli adepti la sua ambra sacra "corretta" con veleno di cobra. Nella realtà di Jonestown, il tristemente noto "Flavor Aid" (una bevanda liofilizzata al gusto di frutta) venne corretto con un cocktail letale di cianuro di potassio e di valium. Dal punto di vista medico, il veleno di cobra non uccide per ingestione. I succhi gastrici e gli enzimi digestivi  sono in grado di digerirlo e di scomporlo in semplici aminoacidi innocui, esattamente come farebbero con una bistecca o un frullato proteico. Il veleno potrebbe essere potenzialmente letale solo in caso di presenza di lesioni aperte lungo il tratto digerente dalla bocca allo stomaco, nel qual caso entrerebbe nel flusso ematico. Pensare che un'intera setta muoia in modo simultaneo per ingestione di veleno di cobra è clinicamente impossibile. 
I cobra (genere Naja o Ophiophagus) non sono autoctoni della Nuova Guinea. La fauna dell'isola è dominata da elapidi differenti, come il Taipan (genere Oxyuranus) o il serpente nero della Papuasia (nome scientifico Pseudechis papuanus). Lenzi fa portare il veleno direttamente da New York all'inizio del film, ma l'idea che un guru possa mungere abbastanza veleno di cobra nella giungla melanesiana per sterminare decine di persone appartiene alla pura fantasia del cinema di genere. 


Alcuni errori

Quando Karan viene decapitato dai cannibali, si può vedere la sua testa muoversi sul terreno, rivelando che l'uomo è semplicemente sepolto nella sabbia, facendo sporgere il capo. 

Dopo che Diana, già sodomizzata da Karan, è stata smembrata e divorata dai cannibali, tra i primi piani che inquadrano  i bruti mentre masticano, sul cadavere compaiono degli slip dai colori psichedelici, i quali, dopo due inquadrature, spariscono nuovamente nel campo lungo finale. Senza alcuna ragione apparente! 

Quando Mark uccide un cannibale dopo averlo osservato mentre mangia all'interno della sua grotta, fuori è buio; tuttavia, una volta che Mark scappa, è miracolosamente tornato il giorno. Ciò è dovuto al fatto che la scena della castrazione è stata inserita nel film in fase di montaggio.

Sheila arriva in Nuova Guinea con un volo della Pakistan International Airlines. Il Pakistan si trova a migliaia di chilometri dalla Nuova Guinea e non ha mai avuto collegamenti aerei verso quella destinazione. Anche i membri del personale di terra e il pilota che la aiutano a incontrare Mark sono pakistani.

Curiosità varie

Nel film sono state inserite alcune sequenze tratte da Il paese del sesso selvaggio (1972), tra cui l'uccisione di un coccodrillo con un coltellino e il cannibalismo ai danni di una donna. È stato inoltre integrata da Ultimo mondo cannibale (1977) la sequenza della morte cruenta di una donna interpretata da Me Me Lai. Sono stati riutilizzati anche frammenti tratti da La montagna del dio cannibale (1978): una scena di castrazione, l'immagine di un serpente che divora una scimmia e la sequenza in cui un uomo viene trascinato in acqua da un coccodrillo. 

A distanza di anni dalla produzione, Umberto Lenzi ha dichiarato che, se avesse saputo che Robert Kerman aveva lavorato come attore di film pornografici, non lo avrebbe scritturato. Per una coincidenza, anche Jake Teague, che interpreta Logan e appare al fianco di Robert Kerman, ha lavorato come attore di film per adulti. Robert Kerman è stato scelto per il ruolo di Mark Butler senza un provino formale.  

Il mefistofelico Ivan Rassimov, che ha interpretato Jonas, in tutto ha ucciso solo un serpente: si trattò dell'unica morte animale reale filmata appositamente per la produzione. Tutte le altre morti di animali reali provenivano da materiale di repertorio, girato in precedenza per Il paese del sesso selvaggio (1972), Ultimo mondo cannibale (1977) e La montagna del dio cannibale (1978). Il continuo riciclaggio di sequenze era una pratica comunissima.


La bellissima Paola Senatore 

Paola Elvira Senatore (1949 - vivente) nacque a Roma da genitori calabresi. Ebbe una rigida educazione religiosa dalle suore. A vent'anni, emancipatasi da quel contesto, ha intrapreso la carriera di attrice. Negli anni '70 e '80 ha interpretato numerosi film di genere, che le hanno dato una certa notorietà. In particolar modo si è impegnata nel filone della commedia sexy all'italiana, pur ricoprendo raramente il ruolo di protagonista. In seguito ha interpretato il conturbante ruolo di Carlotta Raininger nella cosiddetta trilogia di Bruno Gaburro, costituita dai film erotici Malombra (1984), Maladonna (1984) e Penombra (1986). Si è quindi inoltrata nel territorio della pornografia, con Non stop sempre buio in sala (1985), diretto da Arduino Sacco, in cui l'attrice era impegnata soprattutto in intense scene di fellatio. Solo raramente si faceva penetrare nella vagina. Negli anni '80 i pompini rappresentavano la principale fantasia degli uomini italiani, proprio perché era piuttosto difficile la loro realizzazione pratica: moltissime donne a quell'epoca si rifiutavano di prenderlo in bocca. Benefattrici come la Senatore offrivano una piacevole valvola di sfogo. Il pubblico ignorava la realtà e la solidità del Teorema di Diogene. Un bel piatto di ravioli vale molto di più di un pompino. La dimostrazione è semplice. Se un uomo si gratta i genitali fino a eiaculare, si soddisfa e gli passa la voglia di farsi fare un pompino. Se invece ha voglia di mangiare e si gratta la pancia, la fame non gli passa! 

sabato 31 agosto 2024

ETIMOLOGIA DI SAMSUNG

Molti anni fa, quando avevo poca conoscenza della vita, il nome Samsung mi ha tratto in un inganno cognitivo, portandomi a credere che fosse di origine tedesca come molti nomi in -ung (ad esempio Achtung "attenzione", Weltanschauung "visione del mondo", etc.), anche se restava una radice Sams- il cui significato concreto permaneva ignoto. Visivamente e foneticamente, quella combinazione finale di lettere agiva su di me come un segnale stradale enorme che puntava dritto verso la Germania. Questo tentativo di analisi è un caso di riconoscimento di pattern, che mi ha fatto cadere in una vera e propria trappola morfologica e ortografica. È un errore insidioso ma quasi inevitabile per chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche... e scarsa dimestichezza con l'Oriente!  
Poi sono riuscito ad accedere all'arcano: ho appreso che Samsung è un nome coreano che significa "Tre Stelle" (sam significa "tre" e sung significa "stella"). Tutto mi è parso chiaro e mi sono sentito molto sollevato: non c'era più alcun bisogno di cercare di interpretare una fantomatica base Sams- etimologicamente vuota. Si è acceso in me una specie di "campanello di allarme" che mi ha messo in guardia contro i pericoli della sindrome di Dunning-Kruger! 

Il problema risiede nel modo in che la lingua coreana è stata graficamente romanizzata. Il nome originale è formato da due caratteri Hanja (di origine cinese):

  • sam (三), che significa "tre".
  • sung, seong (星), che significa "stella".

La combinazione di suoni s + V + ng (una sibilante, una vocale posteriore V e una nasale velare) è comunissima in coreano, ma quando viene trasposta nell'alfabeto latino coincide in modo millimetrico con la grafia del suffisso tedesco - anche se non con la sua fonetica. Se l'azienda avesse usato la traslitterazione ufficiale odierna, ossia Samseong, l'illusione germanica sarebbe svanita all'istante. Si consideri poi che la pronuncia è [sʰamsʰʌŋ]: non rima con Achtung!


La simbologia dei fondatori

Nel significato reale del nome Samsung c'è anche un aspetto molto interessante. Quando l'imprenditore e collezionista d'arte sudcoreano Lee Byung-chul (Uiryeong, 1910 - Seul, 1987) fondò l'azienda nel 1938, non scelse le Tre Stelle a caso. Nella cultura coreana, il numero tre non è soltanto una quantità, ma un simbolo di grandezza, abbondanza e potenza terrena. Le stelle, invece, rappresentavano l'augurio che l'azienda potesse brillare in eterno nel firmamento economico. Ironia della sorte, l'estetica originaria del marchio era radicalmente diversa da quella high-tech di oggi: il primo logo di Samsung mostrava letteralmente tre stelle stilizzate dentro un cerchio, con tanto di spighe di grano, ad indicare l'attività originaria di esportazione di cibo e farina. 

Cenni storici

La storia di Samsung è una delle parabole industriali più radicali del Novecento: la transizione da una minuscola bottega che vendeva pesce secco, pasta e altri generi alimentari a un impero tecnologico globale che da solo sposta circa il 20% del PIL della Corea del Sud. Ecco una breve sintesi: 

- La bottega di alimentari (1938):
Lee Byung-chul apre a Daegu la Samsung Sanghoe, una piccola ditta di import-export con circa 40 dipendenti. L'attività principale consiste nel vendere pesce essiccato, verdure locali e noodles di produzione propria, esportandoli principalmente in Cina.
- La ricostruzione e il tessile (1951): 
Dopo che la guerra di Corea distrugge i magazzini dell'azienda, il fondatore ricomincia da zero a Seul. Espande le attività nella raffinazione dello zucchero e fonda il più grande cotonificio del Paese, legando la crescita aziendale ai piani governativi di ricostruzione nazionale.
- La svolta elettronica (1969): 
Nasce ufficialmente Samsung Electronics. La prima produzione industriale è focalizzata su televisori in bianco e nero (sviluppati in collaborazione con la giapponese Sanyo). Nel giro di pochi anni, la produzione si estende a lavatrici, frigoriferi e condizionatori per il mercato interno ed estero.
- L'azzardo dei semiconduttori (1974): 
L'azienda acquisisce Hankook Semiconductor. All'epoca la mossa viene considerata un azzardo finanziario pericoloso, ma si rivela l'intuizione decisiva: getta le basi tecnologiche per trasformare Samsung nel più grande produttore mondiale di chip di memoria (DRAM), il vero motore ad alta redditività di tutto il gruppo.
- La rivoluzione della qualità (1993): 
Il nuovo presidente Lee Kun-hee (figlio del fondatore) lancia a Francoforte la celebre Dichiarazione della Nuova Gestione: "Cambiate tutto, tranne vostra moglie e i vostri figli". Per sradicare la mentalità dei prodotti economici e difettosi, ordina di bruciare pubblicamente davanti a centinaia di dipendenti circa 150.000 telefoni e fax non conformi agli standard. Da quel momento la qualità diventa un'ossessione.
- L'era Galaxy e il primato globale (2010): 
Con il lancio del primo smartphone della linea Galaxy S, l'azienda si impone come il principale rivale globale di Apple nel mercato mobile, capitalizzando la transizione verso gli schermi OLED e consolidando il proprio status di conglomerato multisettoriale (che oggi spazia dalle assicurazioni ai cantieri navali). 

Questo modello di sviluppo iper-diversificato e a conduzione familiare, sostenuto strettamente dallo Stato, è una caratteristica tipica del capitalismo coreano e prende il nome di chaebol (재벌). Samsung ne è storicamente l'esempio più mastodontico e influente. Non è difficile immaginare il retroscena: innumerevoli vite distrutte dal superlavoro. 

Alcune note etimologiche

La lingua coreana ha due serie di numerali: una di origine nativa e una di origine cinese. 
Il numerale set (셋) "tre" è nativo e senza parentele note in altre lingue del mondo - mentre sam (삼; 三) è di origine cinese. Una parola omofona è sam (삼), che significa "canapa" (Cannabis sativa). 
La parola seong (星) "stella" è un prestito dal medio cinese seng (星) "stella", "pianeta" (in cinese moderno è xīng). La parola nativa è byeol (별) "stella", di etimologia sconosciuta. 

sabato 20 maggio 2023


Maiali coprofagi! 

Forse lo sanno in pochi. In un’isola della Corea sono allevati maiali che vengono nutriti esclusivamente con feci umane. 

“Il termine ttongdwaeji (똥돼지) che compare sull’insegna di questo ristorante è composto dal nome volgare per “escrementi” (ttong 똥) e dalla parola “maiale” (dwaeji 돼지). È una tradizione dell’isola più meridionale della Corea, Jejudo, ma un tempo esisteva anche in altre zone della penisola. I coreani oggi preferiscono cambiare il nome di questi maiali e chiamarli semplicemente “maiali neri” (heukdwaeji 흑돼지) dal colore della loro cotenna. 
 Chi ha provato la carne di questi maiali, allevati secondo la tradizione dell’isola, ne esalta il gusto eccezionale. Chi, come lo scrivente, ha visto effettivamente come vengano allevati (in una porcilaia angusta e buia posta sotto un gabinetto primitivo), ne compatisce le condizioni in cui vengono cresciuti e forse può avere qualche reticenza ad assaporarne appieno le carni.” 

Il testo riportato è stato raccolto nel 2021; l'autore è Valerio Anselmo, un'autorità nel campo dell'insegnamento della lingua coreana. 

Con mia grande sorpresa, risulta abbastanza difficile trovare materiale nel Web su questi bizzarri porci coreani che ingurgitano quantità immense di materiale escrementizio estratto dalle latrine. L'ipotesi più plausibile è che sia scattata qualche forma di censura occhiuta da parte del governo della Corea del Sud, per cancellare ogni pubblicità a quella che è percepita come una sorta di "onta nazionale". 

Questi sono i pochi cenni ritrovati sulla Wikipedia in inglese (marzo 2023):


"Until the later twentieth century, these pigs were kept to dispose of human waste. They were housed in sites built below the outside latrines where their "food" was directly delivered. From the 1960s, this practice gave way to more conventional feeding. Some believe that the change has adversely affected the flavour of the meat." 

Ecco una traduzione per gli anglofobi non anglofoni: 

"Fino al tardo XX secolo, questi maiali venivano allevati per smaltire i rifiuti umani. Venivano alloggiati in aree costruite sotto le latrine esterne, dove il "cibo" veniva loro distribuito direttamente. Dagli anni '60, questa pratica ha lasciato il posto a un'alimentazione più convenzionale. Alcuni ritengono che questo cambiamento abbia influito negativamente sul sapore della carne." 


Indagando, si scopre che questa usanza dell'allevamento dei maiali con pastoni fecali è una cineseria, che proprio dalla Cina si è diffusa in Corea e ha raggiunto la prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Un singolo ideogramma cinese, 圂 (pronunciato hùn), indica sia la porcilaia che la latrina. Un termine cinese più tecnico e recente è 猪圈茅坑 (zhūjuànmáokēng), alla lettera "latrina a porcilaia". Nella lingua di Okinawa questo tipo di latrina è chiamata 風呂 (fūru). In coreano la parola è 돗통시 (dottongsi). Strutture di questo tipo si trovano anche in India, per l'esattezza a Goa e nel Kerala, dove sono tuttora in uso - anche se le autorità hanno fatto molto per combattere la pratica di smaltire i rifiuti tramite i suini. 

Il punto è che ci sono problemi di non poco conto. Nutrire i suini con rifiuti ed escrementi umani comporta gravi rischi sanitari, sia per gli animali che per l'uomo, principalmente a causa della trasmissione di malattie. Questa pratica antica favorisce la diffusione di malattie zoonotiche, ovvero patologie che possono essere trasmesse dagli animali all'uomo e viceversa. Gli escrementi e i rifiuti umani possono contenere una vasta gamma di patogeni pericolosi, tra cui batteri, virus, parassiti e vermi. Quando i suini li ingeriscono, possono ammalarsi e fungere da serbatoi per questi agenti patogeni, che poi vengono trasmessi all'uomo attraverso la manipolazione o il consumo di carne di maiale infetta. Ecco le principali problematiche sanitarie, cose di non poco conto:

i) Parassitosi 
Il rischio di infezioni da parassiti come la trichinellosi (causata da Trichinella spiralis), la cisticercosi e la teniasi (causate da Taenia solium). Questi parassiti possono formare cisti nei muscoli del suino e, se la carne non è cotta adeguatamente, infettare l'uomo.
ii) Infezioni batteriche
Batteri come Salmonella, Escherichia coli (compresi i ceppi produttori di shiga-tossina) e Yersinia enterocolitica sono frequentemente presenti negli escrementi umani e possono causare gravi gastroenteriti nell'uomo.
iii) Infezioni virali 
I suini possono contrarre e diffondere virus come l'epatite E, che è considerata una zoonosi emergente, e vari ceppi di virus influenzali che potrebbero potenzialmente ricombinarsi e creare nuove pandemie.

Inoltre, il cibo contaminato da escrementi umani è una delle principali vie di diffusione per malattie come la Peste Suina Africana (PSA), un'infezione virale che, sebbene non sia pericolosa per l'uomo, è letale per i maiali e può decimare interi allevamenti. La somministrazione di scarti di cucina e rifiuti alimentari ai suini è per questo motivo vietata in molti Paesi, inclusa l'Europa.

domenica 9 ottobre 2022

ETIMOLOGIA DI KUNG FU

L'arte marziale conosciuta come kung fu ha le sue radici in Cina, ma non tutto è semplice come sembra. Trovo di grande interesse fare qualche approfondimento etimologico, in grado di rivelare affascinanti mondi di incredibile complessità.   

Forma standard: kung fu 
Forme ortografiche alternative: 
gongfu, gong-fu, gong fu, gungfu, gung-fu, gung fu, kungfu, kung-fu, Kung Fu 

Pronuncia adattata all'inglese: 
/'kʌŋ 'fuː/ 

Etimologia

Cinese mandarino: 
功夫 gōngfu "capacità, abilità tecnica" => "arte marziale" 
   Variante: gōngfū 
Grafia alternativa: 工夫
Pronuncia standard: 
/ˈkʊŋ ˈfuː/ 
Pronuncia cantonese: 
/ˈkɔŋ ˈfuː/

Semantica: 

1) tempo (di fare qualcosa) 
esempi: 
我没有功夫 Wǒ méiyǒu gōngfu "Non ho tempo", "Sono occupato." 
一会儿功夫他就爬上了一个大树  Yīhuìr gōngfu tā jiù pá shàng le yīge dà shù "Egli si è arrampicato su un albero alto in un batter d'occhio." 
我们前几天的工夫算是白花  Wǒmen qiánjǐtiān de gōngfu suànshì báihuā "Tutto il lavoro che le ho dedicato negli ultimi giorni è stato semplicemente sprecato." 
既然你没有工夫,你就不必参加茶会了  Jìrán nǐ méiyǒu gōngfu, nǐ jiù bùbì cānjiā cháhuì le "Dato che non hai tempo, non è necessario che partecipi alla festa del tè."

2) sforzo (per uno scopo); realizzazione, compimento  
esempi: 
功夫不負有心人  Gōngfu bùfù yǒuxīnrén "Lo sforzo ripaga."
功夫到了,事情自然会成功  Gōngfū dàole, shìqíng zìrán huì chénggōng "Lo sforzo costante produce il sicuro successo." 
滴水穿石;只要功夫深,铁杵磨成针  Dīshuǐchuānshí; zhǐyào gōngfū shēn, tiě chǔ mó chéng zhēn "Una goccia d'acqua forerà una pietra; se lavori abbastanza duramente, un pestello di ferro si trasformerà in un ago." 
要花很大的功夫才行  Yào huā hěn dà de gōngfu cái xíng "Non funziona finché non si fa un grande sforzo." 
在开发者文档中花上一番工夫去解释其背后的思想  Zài kāifāzhě wéndàng zhōng huā shàng yīfān gōngfu qù jiěshì qí bèihòu de sīxiǎng "Prenditi cura della documentazione dello sviluppatore per spiegare il pensiero dietro di esso." 

3) arte, capacità, abilità 
esempi: 
那个演员念台词的功夫不错  Nà ge yǎnyuán niàn táicí de gōngfu bùcuò "La capacità dell'attore di leggere le sue battute non è poi così scarsa." 
他 让 我们 领略 了他的 功夫  Tā ràng wǒmen lǐnglüèle tā de gōngfū "Ci ha fatto apprezzare le sue capacità."

4) arte marziale cinese  
esempi: 
耍功夫  shuǎ gōngfū "eseguire il kung fu"  
功夫是一种古老和可敬的武术 Gōngfū shì yī zhǒng gǔlǎo hàn kě jìng de wǔshù "Il kung fu è un'arte marziale antica e nobile"
这是中国少林功夫首次在雅典登台亮相  Zhè shì Zhōngguó Shàolín gōngfu shǒucì zài Yǎdiǎn dēng tái liàngxiàng "Questa è stata la prima volta che il kung fu cinese Shaolin è stato esibito ad Atene, in Grecia."  



La lingua cinese, composta di elementi monosillabici, tende in realtà al bisillabismo apparente. Come si può facilmente intuire, la parola 功夫 gōngfu è un composto di 功 gōng e della particella 夫 fū, che è usata come suffisso nominale e può avere diverse funzioni (il significato originale è "uomo", "marito", "lavoratore"). Il primo elemento gōng ha i seguenti significati:

- merito
- fatto meritorio 
- servizio (meritorio)
- efficacia 
- risultato 
- raggiungere uno scopo 
- raggiungimento di uno scopo 
- abilità 
- realizzazione 
- impresa  
- artigianato 

Viene usato in fisica per indicare il lavoro (prodotto scalare della forza per lo spostamento). 

Questo è quanto riporta il sempre validissimo Starostin sull'evoluzione storica della parola: 

Lettura moderna (Pechino): gōng
Antico cinese pre-classico: kōŋ
Antico cinese classico: kōŋ
Cinese Han occidentale: kōŋ
Cinese Han orientale: kōŋ
Primo cinese post-classico: kōŋ
Medio cinese post-classico: kōŋ
Tardo cinese post-classico: kwōŋ
Medio cinese: kuŋ
Glossa inglese: work, effort; achievement; merit
Glossa russa: 1) заслуга, подвиг; доблесть; достоинство; отличник; искусный, тонкий; 2) дело; страда; труд, занятие, работа; 3) результат, эффект; достижение, успех; 4) прилежание; заниматься, трудиться; 5) древн. траурный; траур 


Effetto boomerang! 

Lo specifico significato di "arti marziali", che in Cina era di uso gergale, si è diffuso enormemente negli Stati Uniti d'America grazie alla Settima Arte: il genere dei film di kung fu è un fenomeno esploso nel 1973 con Bruce Lee (nato 李振藩 Lǐ Zhènfān, 1940 - 1973) e giunto ad esaurirsi soltanto nella seconda metà degli anni '90. Una volta cristallizzata questa accezione del termine kung fu, ecco che la parola è tornata nel paese di origine, nelle profondità dell'immensa Cina, ottenendo una grandissima fortuna! Il vero nome cinese delle arti marziali è 武术 wǔshù. Abbiamo così tracciato lo sviluppo recente di questo significato di 功夫 gōngfu, che dovrebbe essere separato da quelli originali: è un esempio del complesso fenomeno chiamato effetto boomerang, in cui una parola parte da una lingua, si radica in un'altra, per poi tornare nella lingua da cui è partita, subendo trasformazioni che possono essere fonetiche e/o semantiche.

Un importante derivato  

Degno di nota è il composto 功夫片 gōngfu piàn "film di kung fu" (scritto anche gongfupian, gong fu pian, gong-fu pian). Non di rado si trova gong fu pian anche in articoli in inglese e addirittura in italiano.  
La parola 片 piàn significa "film", "fotografia", anche se ha molte altre traduzioni: si va da "pezzo sottile", "fetta", "superficie", "area" al tecnicismo medico "pastiglia". Altri significati sono tipici di realtà locali (es. "pannolino", etc.) La pronuncia è sfuggente e l'accento sembra cadere sulla -i-. In cantonese la pronuncia è /pin/ e in gergo può anche significare "mazzetta".  


La forma ricostruibile per il cinese antico è *phēns (in epoca arcaica la fonetica era più complessa di quella attuale). Il significato originale di questa radice doveva essere "fetta", "affettare". 

Alcuni adattamenti di gōngfu

Segnaliamo giusto pochi casi in cui si sono verificati esiti curiosi nel passaggio della parola gōnfu in altre lingue, la cui fonologia è molto diversa da quella del cinese. 

Giapponese: 

i) カンフー  kanfū "arte marziale cinese" 
Nota: è un evidente prestito dall'inglese, cosa che si riconosce subito dalla vocale /a/, derivata da /ʌ/. Si nota però che nelle lingue del gruppo Min meridionale la pronuncia di gōngfu è kang hu, gang hu, quindi si potrebbe avere comunque un margine di dubbio.

ii) 拳法  kempō "arti marziali" (termine generico) 

iii) くふう  (工夫)  kufū "dispositivo", "schema"; "dedizione al miglioramento spirituale" (soprattutto nella meditazione Zen) 
Verbo derivato: 
工夫する kufū suru "ideare, inventare, escogitare" 

iv) 工夫  kōfu "lavoratore", "colletto blu" 

Come si vede, si sono originate, in epoche diverse, quattro pronunce ben distinte. In particolare, un parlante giapponese potrebbe non avere chiaro che kanfū, kufū, kempō e kōfu abbiano la stessa origine. 

Coreano: 

Coreano standard: 공부  gongbu "studio"; "tributo"    
Jeju: 공븨  gongbui, gongbi "studio"

Forme derivate: 
Coreano standard: 공부하다  gongbuhada "studiare" 
Jeju: 공븨ᄒᆞ다  gongbuihawda "studiare" 
Era chiamato 공부 Gongbu il Ministro Imperiale Cinese delle Opere, dalla dinastia Tang alla dinastia Qing; lo stesso titolo aveva il Ministro delle Opere del Regno Goryeo. 
Era chiamato 공조 Gongjo il Ministro delle Opere della dinastia coreana Joseon. 

Tagalog: 

Tagalog standard: /kuŋ 'fu/ [kʊm 'fu]
Pronuncia popolare: /kuŋ 'pu/ [kʊm 'pu] 
Nota: 
Questa evoluzione fonetica della parola non è evidente a livello grafico.

I misteri della lingua inglese:   

Da kung fu è stato derivato un grottesco verbo to kung fu "praticare il kung fu", con una coniugazione che sembra un esercizio comico, guittesco! Se Shakespeare fosse stato a conoscenza di simili futuri sviluppi della sua lingua, di certo ne sarebbe rimasto esterrefatto. Ecco alcune di queste buffe forme coniugate:  

Presente semplice: 

I kung fu
you kung fu 
he/she kung fus (*)
we kung fu
you kung fu (pl.)
they kung fu 

(*) anziché l'atteso kung fues, di cui non sembra però trovarsi traccia.

Presente continuo: 

I am kung fuing
you are kung fuing
he/she is kung fuing 
we are kung fuing
you are kung fuing (pl.)
they are kung fuing  

Passato semplice: 

I kung fued 
you kung fued 
he/she kung fued 
we kung fued
you kung fued (pl.)
they kung fued 

Passato perfetto: 

I have kung fued 
you have kung fued 
he/she has kung fued 
we have kung fued
you have kung fued (pl.)
they have kung fued 

Futuro semplice: 

I will kung fu 
you will kung fu 
he/she will kung fu  
we will kung fu 
you will kung fu (pl.)
they will kung fu 

Participio passato: 
kung fued 

etc. 

martedì 19 luglio 2022

 
IL PIANETA PROIBITO 

Titolo originale: Forbidden Planet 
Lingua: Inglese 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1956
Durata: 98 min
Genere: Fantascienza, avventura 
Sottogenere: Esplorazione spaziale, civiltà scomparse,
    robot 
Regia: Fred M. Wilcox
Soggetto: da una storia di Irving Block e Allen Adler
Sceneggiatura: Cyril Hume
Produttore: Nicholas Nayfack
Casa di produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
Distribuzione in italiano: Metro-Goldwyn-Mayer
Fotografia: George J. Folsey
Montaggio: Ferris Webster
Effetti speciali: A. Arnold Gillespie, Joshua Meador,
     Warren Newcombe, Irving G. Ries
Musiche: Bebe Barron, Louis Barron
Scenografia: Cedric Gibbons, Arthur Lonergan,
    Hugh Hunt, Edwin B. Willis
Costumi: Walter Plunkett, Helen Rose
Trucco: William Tuttle, John Truwe
Interpreti e personaggi:
    Walter Pidgeon: Dott. Edward Morbius
    Anne Francis: Altaira "Alta" Morbius
    Leslie Nielsen: Comandante John J. Adams
    Warren Stevens: Tenente "Doc" Ostrow
    Jack Kelly: Tenente Jerry Farman
    Richard Anderson: Ingegnere Capo Quinn
    Earl Holliman: Cuoco di bordo
    George D. Wallace: Nostromo
    Robert Dix: Marinaio Grey
    Jimmy Thompson: Marinaio Youngerford
    James Drury: Marinaio Strong
    Harry Harvey Jr.: Marinaio Randall
    Roger McGee: Marinaio Lindstrom
    Peter Miller: Marinaio Moran
    Frank Darro: Robby il robot (Robby the Robot)
    Les Tremayne: Voce narrante
Doppiatori italiani:
    Roldano Lupi: Dott. Edward Morbius
    Luisella Visconti: Altaira "Alta" Morbius
    Carlo D'Angelo: Comandante John J. Adams
    Riccardo Cucciolla: Tenente "Doc" Ostrow
    Paolo Ferrari: Tenente Jerry Farman
    Nino Dal Fabbro: Ingegnere Capo Quinn
    Nino Manfredi: Cuoco di bordo
    Carlo Hintermann: Nostromo
    Alberto Lupo: Robby il robot (Robby the Robot)
    Guido Notari: Voce narrante
Titoli in altre lingue:
   Tedesco: Alarm im Weltall
   Francese: Planète interdite
   Spagnolo: Planeta prohibido
   Rumeno: Planeta interzisă
   Polacco: Zakazana planeta
   Russo: Запретная планета
   Svedese: Förbjuden värld
   Finlandese: Kielletty planeetta
   Turco: Meçhul Dünya
Budget: 1.968.000 dollari US
Box office: 2.765.000 dollari US

Trama:
XXIII secolo. Dopo un viaggio durato più di un anno, l'astronave dei Pianeti Uniti (United Planets) C-57D giunge sul lontano pianeta Altair IV. Il compito assegnato al suo equipaggio è chiarire il destino dell'astronave Bellerophon, inviata un ventennio prima. Il Dottor Edward Morbius, uno degli scienziati della spedizione originale, avverte il Comandante John J. Adams della C-57D di non atterrare, per ragioni di sicurezza. L'avvertimento viene ignorato e l'atterraggio ha luogo. Il Comandante Adams, il Tenente Jerry Farman e il Tenente "Doc" Ostrow vengono accolti dal robot Robby, che li trasporta alla residenza del Dottor Morbius. Lo scienziato espone i fatti, dicendo che tutti gli altri membri della sua spedizione finirono uccisi, uno per uno, da una "forza planetaria" invisibile, con l'astronave Bellerophon vaporizzata mentre gli ultimi sopravvissuti cercavano di scappare. Solo il Dottor Morbius, sua moglie (poi morta per cause naturali) e la loro figlia Altaira erano in qualche modo immuni a questa disgrazia, così simile a quella che aveva colpito Sodoma. Il Dottor Morbius si offre di aiutare l'astronave a tornare a casa, ma il Comandante Adams, ammiratore della macchina burocratica e di mente molto ristretta, dice che deve ricevere ulteriori istruzioni dalla Terra. Il giorno successivo, il Comandante Adams trova il Tenente Farman che bacia Altaira alla francese, una vera e propria battaglia di lingue libidinose! Furioso a causa del suo puritanesimo, rimprovera il Tenente Farman e critica Altaira per aver indossato abiti succinti e per essersi comportata in modo lascivo. Quella stessa notte, un intruso invisibile sabota le apparecchiature di comunicazione a bordo dell'astronave. La mattina successiva, il Comandante Adams e il Tenente Ostrow si recano alla residenza del Dottor Morbius per discutere dell'intrusione. Durante l'attesa, il Comandante Adams si imbatte nella seducente Altaira che nuota, non facendo nulla per nascondere la propria assenza di inibizioni. Dopo che lei ha indossato un vestito nuovo e meno attillato, il Comandante Adams si scusa per il suo comportamento nei suoi confronti. I due si baciano lingua in bocca. Vengono improvvisamente attaccati dalla tigre domestica di Altaira e il Comandante Adams è costretto a disintegrarla con il suo folgoratore.
Il Dottor Morbius appare e rivela al Capitano Adams e al Tenente Ostrow che ha studiato gli artefatti dei Krell, una razza altamente avanzata che si estinse misteriosamente in una sola notte 200.000 anni prima. Uno di questi dispositivi migliora l'intelletto ed è stato utilizzato dallo scienziato, che sopravvisse a malapena all'esperienza, ottenendone però il raddoppiamento della sua capacità intellettuale. Un'altra meraviglia è una vasta macchina sotterranea grande 8.000 miglia cubiche (circa 33.000 km3), ancora funzionante, alimentata da 9.200 reattori termonucleari. Il Comandante Adams dice al Dottor Morbius che deve condividere queste scoperte con la Terra. Tuttavia lo scienziato rifiuta, dicendo che "l'Umanità non è ancora pronta a ricevere un potere così illimitato".
Il Comandante Adams erige campo di forza attorno all'astronave, come barriera impenetrabile, ma l'intruso invisibile passa facilmente attraverso e uccide brutalmente l'Ingegnere Capo Quinn, che stava riparando l'attrezzatura di comunicazione danneggiata. Il Dottor Morbius avverte il Comandate Adams della sua premonizione di ulteriori attacchi mortali. Quella notte, l'intruso viene rilevato mentre si avvicina. Il suo profilo e le sue caratteristiche diventano visibili quando entra nel campo di forza e gli vengono sparati ripetuti colpi dei folgoratori, con scarsi risultati. La cosa aliena uccide il Tenente Farman e altri due membri dell'equipaggio. Quando il Dottor Morbius viene svegliato dalle urla di Altaira, la creatura svanisce improvvisamente.
Il Comandante Adams cerca di convincere Altaira ad andarsene. Il Tenente Ostrow si allontana di soppiatto e usa il potenziatore dell'intelletto Krell, venendone ferito a morte. Prima di spirare, informa il suo Comandante che lo scopo della macchina sotterranea era creare qualsiasi cosa con il semplice pensiero, ovunque sul pianeta. Tuttavia, dice anche che i Krell hanno dimenticato una cosa: la formazione dei "Mostri dall'Id". La macchina ha dato libero sfogo ai desideri subconsci dei Krell con un potere illimitato, provocandone infine l'estinzione. Il Comandante Adams deduce che il subconscio del Dottor Morbius ha creato la cosa aliena che ha ucciso i membri della spedizione originale e ha attaccato il suo equipaggio; lo scienziato si rifiuta però di credergli.
Altaira dice al Dottor Morbius che lascerà Altair IV con il Comandante Adams, che ha un cazzone grosso, durissimo e duraturo. Il robot Robby rileva la creatura che si avvicina; il Dottor Morbius le ordina di ucciderlo, ma il robot sa che il mostro è Morbius stesso, così si spegne, essendo programmato per non uccidere mai un essere umano (sono le Leggi della Robotica Asimoviana!). Il Comandante Adams, Altaira e il Dottor Morbius si nascondono nel laboratorio dei Krell, ma la creatura riesce a dissolvere le robuste porte di acciaio. Lo scienziato finalmente accetta la verità, affrontando e rinnegando il suo altro sé: viene ferito a morte dalla creatura prima che questa svanisca. Prima di trapassare, fa attivare al Comandante Adams un sistema di autodistruzione planetaria, avvertendo che tutti devono allontanarsi all'istante nello spazio profondo. Finalmente a distanza di sicurezza, il Comandante Adams, la libidinosa Altaira, il robot Robby e l'equipaggio sopravvissuto assistono alla distruzione di Altair IV. Il Comandante rassicura Altaira dicendole che tra circa un milione di anni la razza umana si troverà al livello di progresso tecnologico in cui stavano gli estinti Krell. Si abbracciano mentre l'astronave C-57D torna sulla Terra. 


Recensione:

Senza dubbio Forbidden Planet è considerato una pietra miliare della filmografia fantascientifica. Diciamo che non mi è dispiaciuto, ma non è neppure tra i miei preferiti. In generale, non vado matto per i robot: la mia immaginazione tende a vedere tali manufatti come barattoli, non certo come cose in grado di far sognare. 
L'ambientazione è abbastanza ragionevole. La stella Altair dista solo 17 anni luce dalla Terra, ed è una delle stelle più vicine a noi. La sua massa è 1,8 volte quella del Sole e 11 volte più luminosa. È la dodicesima stella più luminosa nel cielo notturno. Tuttavia, allo stato delle conoscenze aggiornato al 2021, non ha pianeti conosciuti. Il futuro ci potrebbe comunque riservare interessanti sorprese, visto che di pianeti inattesi e stranissimi ne vengono scoperti ogni giorno che passa. Potrebbe darsi che con nuove tecniche, qualcosa salti fuori anche intorno ad Altair.   
Questo film ha segnato una sorta di spartiacque: è stato uno dei primi progetti di fantascienza ad aver ricevuto un budget elevato. Il genere era stato raramente preso sul serio dai dirigenti degli studi cinematografici, tanto che per inveterata tradizione i film di fantascienza in genere ricevevano budget a dir poco striminziti, spesso quasi assenti. Il successo di critica di questa pellicola convinse molti produttori che il finanziamento adeguato fosse la chiave per assicurare successo alla fantascienza. Lo storico del cinema Ben Mankiewicz ha affermato che il successo di Fordibben Planet ha reso possibili futuri film di fantascienza ad alto budget. 
Si segnala un Leslie Nielsen non ancora canuto, che fa faville nella parte del Comandante Adams. Questo è stata la sua prima interpretazione come protagonista.

Promozione

Il famoso poster del film mostra un robot minaccioso che trasporta una bella ragazza in difficoltà: un punto fermo dei manifesti dei film di mostri degli anni '50. In realtà, nessuna scena del genere si verifica nel film stesso e il robot ritratto nel poster è Robby the Robot, che il pubblico ha trovato "simpaticissimo". 
La copertina avvolgente dell'edizione speciale a due dischi del 50° Anniversario presenta invece Robby che trasporta una figura maschile in uniforme verde, "Doc" Ostrow, che muore dopo aver rivelato la sua scoperta dei segreti dei Krell. 

Dotti riferimenti mitologici

La nave dei coloni Bellerophon prende il nome da un eroe greco. Secondo la mitologia greca, il Re Proteo mandò Bellerofonte dal re Iobate per consegnare un messaggio sigillato e lui non sapeva cosa dicesse. Il messaggio ordinava al Re Iobate di uccidere il portatore del messaggio, anche se alla fine ciò non accadde. L'astronave Bellerophon trasportava il Dottor Morbius che, senza saperlo, era destinato a provocare la morte dei coloni e la distruzione del veicolo spaziale. Pertanto, come l'eroe, la spedizione portava con sé lo strumento stesso del proprio annientamento. 

Il Pianeta Proibito, Shakespeare e i deliri gender

Riferendosi a Robby the Robot, il cuoco a un certo punto chiede: "Ehi, dottore, è un maschio o una femmina?" Sebbene questa frase sia intesa soltanto un'amena curiosità ("Ha il pistolino o la fessurina?"), viene da molti considerata come riferimento alla storia del materiale originale di questo film, ossia l'opera teatrale di William Shakespeare La Tempesta (1611). Robby the Robot è un analogo del personaggio di Ariel. Orbene, secondo le convulsionarie radical-femministe politically correct woke autorazziste, Ariel sarebbe uno dei primi esempi di casting senza distinzione di genere nella storia del teatro occidentale. Non curandosi del fatto che Shakespeare descrive Ariel come un maschio ("to thy strong bidding / task Ariel and all his quality"), lo ritengono un transessuale intersessuale gender-fluid e strepitano vanamente sulla sessualità di un robot. Possa Belzebù gettarle nel più profondo pozzo dell'Inferno, al di sotto di Giuda Iscariota!

Psicoanalisi a tambur battente

Le sequenze sono pervase da una fede assoluta nel potere dell'Inconscio, che influirebbe sull'Universo arrivando a materializzare oggetti e creature. Cos'è l'Id di cui parla tanto spesso il Dottor Morbius? È il cosiddetto Es. L'etimologia di questi termini non è difficile: id è il pronome latino che significa "esso" e che corrisponde al pronome tedesco es. Secondo la contorta teoria psicoanalitica di Sigmund Freud, l'Es è quella istanza intrapsichica che "rappresenta la voce della natura nell'animo dell'uomo", ossia "un insieme di desideri istintivi non coordinati". Si suppone che l'Es sia la fonte dei bisogni e dei desideri corporei, degli impulsi e dei desideri emotivi, in particolare dell'aggressività e della libido (desiderio sessuale). Quindi anche il desiderio di leccare orifizi vi è incluso. Secondo il Dottor Morbius, il Mostro dell'Id si riferisce ai pensieri irrazionali e subconsci di qualsiasi essere sensibile e intelligente, come un ricordo lontano ma ancora latente della bestia primitiva da cui sono emerse tutte le razze, che vive nella mente razionale per essere una figurazione dello scatenato e incontrollato istinto dove mancano valori morali e ideali. 
Un risvolto incredibilmente comico: il ruggito del Mostro dell'Id è identico al ruggito del Ciclope ne Il 7° viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad, 1958), diretto da Nathan Juran (nato Naftuli Hertz Juran). 


Le Tre Leggi della Robotica

Questo film di Wilcox è la prima trasposizione cinematografica delle famose Leggi della Robotica enunciate da Isaac Asimov. Le enunciamo brevemente in questa sede:

1. Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Questa è la versione originale:

1. A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.
2. A robot must obey any orders given to it by human beings, except where such orders would conflict with the First Law.
3. A robot must protect its own existence as long as such protection does not conflict with the First or Second Law. 


Quando Asimov enunciò queste leggi, era convinto che il termine "robotica" esistesse già. Invece lo aveva coniato lui. Certo, il celebre divulgatore scientifico doveva essere abbastanza disattento: non si è accorto nemmeno che suo figlio David gli aveva installato in casa un'industria di produzione e processamento di materiale pedopornografico! 

Una contraddizione legata alla Robotica 

Veniamo ora a una singolare contraddizione che ha a che fare con i postulati asimoviani. Quando il Dottor Morbius ordina a Robby di sparare con il folgoratore contro il Comandante Adams, il robot inizia a cortocircuitare. Il Dottor Morbius dice che se gli fosse permesso di continuare, ciò "farebbe saltare ogni circuito del suo corpo". Robby sperimenta la stessa inibizione proprio questo quando gli viene ordinato di uccidere il Mostro dell'Id, che crede essere lo stesso Dottor Morbius. Eppure alla fine è proprio il robot l'astronauta ai comandi della nave in fuga. Non è chiaro come sia stato ricostruito Robby, dal momento che il Dottor Morbius è morto e che l'equipaggio chiaramente non ha la capacità di ricostruire i suoi circuiti. In realtà il Mostro dell'Id non era lo stesso Morbius. Se era un costrutto del suo subconscio, non poteva essere una trasformazione fisica del suo corpo. Il Mostro era come una pistola o un altro tipo di arma e poteva essere distrutto da Robby come qualsiasi altro artefatto umano.

L'Oblio come destino universale 

Il tristissimo fato della civiltà scomparsa dei Krell offre molti spunti per annichilenti meditazioni sulla natura labile dell'Informazione. Questo possiamo dire per certo: non c'è architettura edificata dall'Intelligenza, sia essa umana o meno, che non sia destinata a dissolversi nel rumore di fondo di questo Universo in sfacelo. La Morte Termodinamica inghiottirà ogni cosa. Il Comandante Adams è incapace di afferrare questi concetti. La sua mentalità è positivista, fondata sulla fede indefettibile nel progresso illimitato del genere umano. Questo lo porta a minimizzare la perdita del patrimonio scientifico e culturale dei Krell, credendo che tanto la specie Homo sapiens riuscirà col tempo a raggiungere gli stessi livelli. Il militare non riesce nemmeno a capire che non sarebbe la stessa cosa, che non si tratta di due realtà intercambiabili. Ciò che è andato perduto non è più recuperabile. Ciò che prima era organizzato, adesso è attrito, è calore disperso, è disordine, è diventato privo di qualsiasi significato riconoscibile.    

La Nave di Teseo

Una macchina a forma di culo, pardon, di cubo, che è centrale nella trama del film, è l'incarnazione di un esperimento concettuale denominato "La Nave di Teseo". Questa macchina Krell, che da 2.000 secoli si mette a punto, si lubrifica e sostituisce da sé le parti usurate, solleva la domanda filosofica rivolta inizialmente alla nave di Teseo, le cui parti furono completamente sostituite durante le sue peregrinazioni: "È ancora lo stesso oggetto di quello originale dopo tutte le modifiche che sono state apportate?" Lo stesso discorso vale per ogni corpo umano o animale. In un corpo umano, il tasso di ricambio è tale che si formano 4 milioni di cellule nuove ogni secondo. Anche se la maggior parte dei neuroni e altri tipi di cellule (come quelle del cristallino dell'occhio) non subiscono un simile ricambio, la domanda resta. Sono ancora lo stesso individuo che ero vent'anni fa, se gran parte delle mie cellule nel frattempo sono state sostituite?  


Un riferimento criptico 

Quando il Dottor Morbius sta dimostrando le capacità di Robby, gli fa sparare con un folgoratore contro un fiore chiamato Althea frutex (Hibiscus syriacus). Questa pianta è un arbusto deciduo i cui fiori sono spesso di colore rosa. È il fiore nazionale della Corea del Sud e in coreano si chiama mugungwha. Questa parola è basata sulla parola coreana mugung che significa "eternità" o "abbondanza inesauribile", l'ultima delle quali è un tema del film. Non bisogna mai sottovalutare l'ingegno dei cineasti. 

Il Pianeta proibito e Star Trek

Il creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, ha dichiarato che il film di Wilcox è stato una grande ispirazione per la sua serie. Forse non a caso, Warren Stevens, che qui interpreta il Tenente "Doc" Ostrow, sarebbe poi stato una guest star nell'episodio Con qualsiasi nome (By Any Other Name, 1968), dove gli alieni Kelvan, proprio come i Krell di Forbidden Planet, erano immaginati con una forma estremamente diversa da quella umanoide, anche se non sono mai stati mostrati con le loro vere sembianze. 1701, che è il numero di serie della Starship Enterprise, deriva presumibilmente dalle ore 17:01 mostrate dall'orologio quando l'astronave C-57D entra in orbita attorno al pianeta Altair IV. 
Possiamo dire che Il Pianeta Proibito è stato fonte di ispirazione per Star Trek sotto molti aspetti: il giovane equipaggio con un comandante molto giovane, la nave rotonda come una ghiotta torta, il capitano che porta la ragazza su altri pianeti sperando di poterle strusciare il mazzone sulle morbide tette, i comunicatori wireless (tanto strombazzati come antesignani del telefono cellulare, pur essendo soltanto walkie-talkie), le armi elettroniche portatili e le rigide regole per i viaggi spaziali (bisogna pisciare in un sacchetto, etc.). 

Il Pianeta Proibito e Lost in Space 

Robert Kinoshita (pron. Kinoshta), a cui è attribuita la costruzione di Robby the Robot, è stato anche direttore artistico della serie TV Lost in Space (1965). Molte delle caratteristiche del robot di Lost in Space sono simili a quelle di Robby: testa di vetro con elementi animati; orecchie dell'antenna rotanti (sebbene le orecchie del robot di Lost in Space si muovessero raramente dopo l'episodio pilota); bocca lampeggiante; pannello sul petto con più elementi animati. Del resto, gran parte della disposizione dell'astronave di Forbidden Planet è rispecchiata da Jupiter 2 di Lost in Space: forma a disco; carrello di atterraggio/scale di ingresso integrali; cupola esterna inferiore con luci animate; stazione di navigazione centrale con cupola in plexiglas; ibernacoli verticali disposti lungo il perimetro. Inoltre, Robby e il robot di Lost in Space hanno avuto un paio di "riunioni di famiglia" in due episodi della serie di Kinoshita: War of the Robots (1966) e Condemned of Space (1967). Detto questo, non ho mai visto un solo episodio di Lost in Space e non mi attira nemmeno.

Censura 

L'abito succinto indossato da Anne Francis è considerato il primo ad essere mostrato in un film di Hollywood. Questo fece sì che il film fosse bandito in Spagna, dove non venne proiettato fino al 1967. La causa del bando è stata la dittatura iper-puritana del Generale  Francisco Franco, fissato con la repressione di ogni manifestazione di sessualità: secondo il suo pensiero era "sporco e osceno" che una donna indossasse un miniabito per mettere in mostra le gambe. Quando il Caudillo morì, i costumi in Spagna subirono drastici e rapidissimi mutamenti: nacque la movida, con donne che invitavano in casa qualunque uomo capitasse loro a tiro, facendosi penetrare nel retto e lasciare lo sperma tra le feci! Pochi si rendono conto che proprio a causa della reazione al regime franchista, la Spagna ha smesso di essere un paese cristiano. 


Curiosità

Oltre ad animare il mostro che invade il campo, l'artista dei Walt Disney Studios Joshua Meador ha fornito circa altri 29 effetti di animazione raffiguranti raggi laser e altre forme di energia visiva. 

Il cielo verde ha reso omaggio al romanzo Quando i mondi si scontrano (When Worls Collide, 1933) di Philip Wylie e Edwin Balmer. In esso, il cielo del pianeta alieno primario era verde. Una specie di alghe verdi utilizzava la luce solare per scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno e immagazzinava l'idrogeno in sacche, cosa che gli permetteva di galleggiare nell'aria. 

Mentre in molti film di fantascienza precedenti i terrestri esploravano altri mondi, questo è stato il primo film ad essere ambientato interamente su un pianeta alieno. Sebbene siano presenti numerose sequenze all'aperto, tutte sono state girate all'interno di un palcoscenico in studio, mentre molte riprese di paesaggi esterni sono costituite da dipinti opachi colorati e dettagliati. 

Anne Francis, quella che mostrando le gambe mandò su tutte le furie il Generale Franco, non è mai stata sul set contemporaneamente alla tigre. Se si guarda attentamente, al minuto 27:04 del film, si può vedere la linea di divisione verticale dove due inquadrature separate, una di Altaira e una della tigre, sono unite insieme in un'unica inquadratura. La giunzione viene spostata più volte mentre l'esuberante ragazza attraversa l'inquadratura e la tigre esce dall'inquadratura. 

Utilizzando idee e procedure tratte dal libro La cibernetica: Controllo e comunicazione nell'animale e nella macchina (Cybernetics: Or, Control and Communication in the Animal and the Machine, 1948) del matematico e ingegnere elettrico Norbert Wiener, Louis Barron costruì i propri circuiti elettronici che usò per generare i "bip", sussulti, ronzii, gemiti, pulsazioni, mormorii e strilli. La maggior parte di questi suoni sono stati generati utilizzando un circuito elettronico chiamato "modulatore ad anello". Dopo aver registrato i suoni di base, i due Barron, Louis e Bebe, manipolarono ulteriormente gli impulsi sonori aggiungendo altri effetti, come il riverbero e il ritardo. Per ottenere questi bizzarri risultati, invertirono o modificarono la velocità di determinati suoni. 

Il Pianeta Proibito e il Tenente Colombo 

Quattro membri del cast apparvero successivamente in episodi della serie TV Colombo (Columbo, 1971-1978): Richard Anderson e Leslie Nielsen erano entrambi in Incidente premeditato (Lady in Waiting, 1971) e Nielsen fece anche Doppio gioco (Identity Crisis, 1975); Anne Francis è stata a Colombo: Il filo del delitto (A Stitch in Crime, 1973) e Mio caro nipote (Short Fuse, 1972); Robby the Robot è apparso in Mind Over Mayhem (1974).