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domenica 24 marzo 2024

 
PROFONDO ROSSO 
 
Lingua originale: Italiano, inglese 
Lingue frammentarie: Ebraico
Paese di produzione: Italia 
Titolo in inglese: Deep Red
Anno: 1975
Durata: 127 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Orrore, thriller, giallo 
Regia: Dario Argento
Soggetto: Dario Argento, Bernardino Zapponi 
Tematiche: Infanzia deviata, sadismo  
Sceneggiatura: Dario Argento, Bernardino Zapponi
Produttore: Salvatore Argento, Angelo Iacono
Produttore esecutivo: Claudio Argento
Casa di produzione: Rizzoli Film, Seda Spettacoli
Distribuzione in italiano: Cineriz
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Franco Fraticelli
Effetti speciali: Germano Natali, Carlo Rambaldi
Musiche: Giorgio Gaslini, Goblin
Scenografia: Giuseppe Bassan
Costumi: Elena Mannini
Trucco: Giuliano Laurenti, Giovanni Morosi 
Arredatore di scena: Armando Mannini 
Manager di produzione: Angelo Iacono 
Assistente alla regia: Stefano Rolla 
Reparto sonoro: Nick Alexander, Mario Faraoni
Controfigure: Giorgio Ricci 
Camera a mano: Ubaldo Terzano
Assistente operatore: Antonio Annunziata, Antonio Tonti 
Continuità: Vivalda Vigorelli
Interpreti e personaggi:
    David Hemmings: Marcus Daly (1)
    Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
    Gabriele Lavia: Carlo
    Macha Méril: Helga Ulmann
    Eros Pagni: Commissario Calcabrini
    Giuliana Calandra: Amanda Righetti
    Glauco Mauri: Professor Giordani
    Clara Calamai: Madre di Carlo
    Geraldine Hooper: Massimo Ricci (2)
    Furio Meniconi: Rodi
    Nicoletta Elmi: Olga, la bambina fulva sadica
    Liana Del Balzo: Elvira
    Piero Mazzinghi: Signor Bardi
    Jacopo Mariani: Carlo da bambino
    Salvatore Baccaro: Fruttivendolo
    Salvatore Puntillo: Poliziotto 
    Fulvio Mingozzi: Agente Mingozzi 
    Bruno Di Lula: Uomo preoccupato in bagno 
    Gianni Di Segni: Rabbino 
    Attilio Dottesio: Fiorista 
    Tom Felleghy: Chirurgo 
    Lorenzo Gobello: Spettatore al teatro 
    Tullio Lutrario: Spettatore al teatro 
    Glauco Onorato (ruolo non attribuibile)
    Pietro Oro: Spettatore al teatro; tipografo
    Mario Pascucci: Bibliotecario
    Simone Santo: Fiorista 
    Giordana Serra: Spettatrice al teatro
    Franco Vaccaro: Pietro Valgoi
(1) Spesso citato dalla critica come "Marc" o "Mark"
(2) Una donna interpreta l'amante omosessuale di Carlo.
Doppiatori originali:
    Gino La Monica: Marcus Daly
    Isa Bellini: Madre di Carlo
    Renato Cortesi: Massimo Ricci
    Corrado Gaipa: Rodi
    Emanuela Rossi: Olga, la bambina fulva sadica
    Wanda Tettoni: Elvira 
Titoli obsoleti: 
    La tigre dai denti a sciabola 
    Chipsiomega
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Rosso - Die Farbe des Todes 
    Francese: Les Frissons de l'angoisse 
    Spagnolo: Rojo oscuro 
    Portoghese (Portogallo): O Mistério da Casa Assombrada 
    Portoghese (Brasile): Prelúdio Para Matar 
    Olandese: Bloedlink 
    Polacco: Głęboka czerwień 
    Russo: Кроваво-красное 
    Serbo: Tamno crveno   
    Lituano: Sodriai raudona 
    Lettone: Dziļi sarkans  
    Estone: Tumepunane 
    Ungherese: Mélyvörös 
    Finlandese: Verenpunainen kauhu 
    Greco (moderno): Βαθύ κόκκινο 
    Turco: Derin Kırmızı 
    Giapponese: 
Budget: Non documentato
Box office (Italia): 3,7 miliardi di lire italiane 
Box office (USA): 629.903 dollari US
Box office: 2,9 milioni di dollari US

Colonna sonora: 
 1. Profondo Rosso (4:56)
 2. Death Dies (4:42)
 3. Mad Puppet (5:50)
 4. Wild Session (4:59)
 5. Deep Shadows (5:46)
 6. School at Night (2:05)
 7. Gianna (1:52)

Trama: 
Anno del Signore 1956. Durante le feste natalizie in una casa di famiglia, una figura invisibile ne accoltella a morte un'altra. La lama insanguinata cade a terra ai piedi di un bambino.
Vent'anni dopo, a Roma, il professor Giordani presiede un convegno di parapsicologia con la medium Helga Ulmann. Helga è improvvisamente sopraffatta dai pensieri "contorti, perversi e omicidi" di qualcuno tra il pubblico. Parlando più tardi con Giordani, la donna afferma di credere di poter identificare questa persona, ignara che qualcuno la stia ascoltando dall'ombra.
Più tardi quella stessa notte, una figura in guanti neri invade l'appartamento di Helga e la uccide con una mannaia. Il pianista jazz inglese Marcus Daly assiste all'omicidio dalla finestra mentre passa e si precipita nell'appartamento, trovando il cadavere mutilato. Dopo l'arrivo della polizia, in Marcus si fa strada la netta sensazione che uno dei dipinti dell'appartamento sia scomparso, anche se non riesce a individuare con precisione quale. 
I media identificano Marcus come testimone oculare e mostrano la foto scattata dalla giornalista Gianna Brezzi. La mattina dopo, Marcus si reca a casa del suo amico Carlo, un alcolizzato, ma trova solo la sua eccentrica madre, Martha, che sembra dimostrargli un certo interesse. Quella stessa notte, l'assassino fa ascoltare la registrazione di una canzone per bambini fuori dalla porta di casa di Marcus, che riesce a chiudere la porta evitando l'ingresso dell'intruso; sente tuttavia il roco sussurro: "Prima o poi ti ucciderò". Gianna si sente in colpa per aver messo in pericolo Marcus scattandogli una foto, così inizia ad aiutarlo nelle indagini. 
Marcus racconta l'accaduto a Giordani, che ha incontrato al funerale di Helga. Giordani, notando che anche la sensitiva aveva accennato di aver sentito una canzone infantile durante la sua visione, si ricorda di un libro di folklore moderno che descrive una casa infestata non distante, dove a volte si sente una canzone infantile. Marcus trova il libro di folklore in biblioteca. Preso da un moto di teppismo, strappa una pagina con una foto della casa e progetta di saperne di più andando a trovare l'autrice del volume, Amanda Righetti. Tuttavia, l'assassino, che ha tenuto d'occhio Marcus, aggredisce Amanda e la annega atrocemente nell'acqua bollente prima che Marcus arrivi. 
Marcus usa la foto per trovare l'enorme casa abbandonata. Sotto il cartongesso scopre un inquietante murale: un bambino che tiene in mano un coltello insanguinato sopra un cadavere. Dopo che se ne va, un pezzo di cartongesso si stacca, rivelando un'altra figura nel disegno. Nel frattempo, Giordani, che ha aiutato Marcus nelle indagini, viene ucciso dall'assassino dopo essere stato attaccato da una grande bambola meccanizzata. 
Continuando la sua ricerca nella casa abbandonata, Marcus trova una stanza murata. Al centro del pavimento polveroso giace un cadavere mummificato. Marcus viene colpito da qualcuno, e indietreggia inorridito fino a perdere i sensi. Si risveglia fuori dalla casa, che sta bruciando. A questo punto appare Gianna, che gli spiega di aver ricevuto il suo messaggio riguardo all'indagine sulla casa e di essere arrivata in tempo per salvarlo. Marcus e Gianna aspettano la polizia nella casa del custode, la cui figlia fulva ha disegnato un'immagine identica al murale nascosto che Marcus ha trovato nella casa. La ragazza dai capelli rossi gli dice di aver visto il disegno negli archivi della scuola locale. 
Marcus e Gianna si recano immediatamente a scuola e trovano il disegno, che si rivela essere opera di Carlo, un amico d'infanzia. Gianna esce per chiamare la polizia e incontra Carlo, che la accoltella. Inseguito da Marcus e dalla polizia, Carlo corre in una strada buia e viene investito da un camion della spazzatura, che gli impiglia i vestiti e lo trascina finché un'auto in arrivo non gli passa sopra la testa. Gianna viene ricoverata in ospedale e sopravvive all'accoltellamento. 
Marcus ricorda che la notte dell'omicidio di Helga incontrò un Carlo completamente ubriaco che proveniva da una direzione diversa da quella dell'omicidio. Carlo non poteva quindi essere l'assassino. Tornato all'appartamento di Helga, Marcus ha un'illuminazione: il presunto quadro che aveva visto la notte dell'omicidio, e che in seguito non era più riuscito a trovare, era in realtà il riflesso dell'assassino in uno specchio. Mentre Marcus si rende conto di aver visto Martha, la madre di Carlo, lei gli appare alle spalle con una mannaia. Martha spiega che, dopo che il marito aveva minacciato di farla internare di nuovo in un manicomio, lo aveva ucciso a coltellate davanti al giovane Carlo. Aveva poi murato la stanza in cui si trovava il cadavere. Carlo, segnato dal trauma, da ragazzo aveva disegnato in modo compulsivo la scena del crimine; da adulto aveva cercato di reprimere il ricordo dell'omicidio tracannando immense quantità di alcol: aveva così aggredito Marcus e Gianna per proteggere la madre assassina dalle loro indagini.
Martha aggredisce Marcus e lo ferisce con la mannaia, ma la sua collana si impiglia nelle sbarre dell'ascensore. Marcus preme il tasto e l'ascensore scende, decapitando la donna. 

 
Recensione: 
Questa pellicola è il capolavoro assoluto del giallo-thriller italiano, sintesi perfetta tra estetica macabra, suspense e colpi di scena. Il regista crea un incubo visivo barocco, dove la realtà si fonde con il subconscio, utilizzando dettagli macabri e giochi di specchi per disorientare lo spettatore. Trasforma la macchina da presa in un occhio inquietante. L'uso frequente della soggettiva fa vedere il mondo con gli occhi del killer, creando confusione tra il pubblico e l'omicida. Le musiche prog-rock dei Goblin, martellanti e incalzanti, diventano parte integrante della tensione, che viene amplificata in modo quasi insopportabile. Il film è ricco di indizi nascosti, che il pubblico spesso rimuove, rendendo necessaria almeno una seconda visione. È il film della maturità per Argento, capace di mescolare enigmi logici con una messa in scena barocca e sanguinosa che ha ridefinito il genere slasher. Questo labirinto visivo e sonoro è invecchiato bene: nei decenni non ha perso un briciolo della sua forza disturbante. 
Quando il film uscì, avevo 9 anni. La prima volta che lo vidi, avvenne in stato di sonnambulismo. Era un'epoca pre-tecnologica, la Rete non esisteva. In casa c'era una sola televisione. A mia madre (RIP), Dario Argento non piaceva - più che altro per sentito dire. Temeva che, se avessi visto film horror, sarei cresciuto "pauroso", come diceva, ossia "pieno di paure". Una notte mi alzai mentre i miei genitori dormivano e guardai il film senza che me ne restasse memoria alcuna - finché non lo vidi molti anni dopo ed ebbi fortissimi déjà vu, dal primo istante della pellicola all'ultimo. Fui così assolutamente certo che lo avevo già visto in uno stato di incoscienza soltanto apparente. 


Gli archetipi e l'intuizione finale

In Profondo Rosso, Argento compie un’operazione magistrale: riveste una struttura da giallo moderno con una pelle fatta di archetipi universali, quelli che Carl Jung definirebbe come immagini primordiali che risiedono nel nostro inconscio collettivo. Il film non è solo una caccia all'assassino, ma una vera e propria discesa agli Inferi, ossia una catabasi. Sotto la superficie agiscono forze potenti, spaventose. 
L'archetipo centrale è la Grande Madre o Madre Terribile (Mater Terribilis). Solitamente simbolo di nutrimento e vita, la figura materna qui appare nella sua manifestazione divoratrice, che annienta e castra. L'assassino non riesce a svincolarsi dall'ombra materna, restando prigioniero di un grembo che è diventato una prigione di follia.  
La villa del bambino urlante, con i suoi bui corridoi labirintici e i segreti murati, è una rappresentazione fisica dell'archetipo della Casa-Utero: un luogo che dovrebbe proteggere e che invece soffoca e uccide. 
L'assassino incarna l'archetipo del Fanciullo Eterno (Puer Aeternus), un essere involuto che si rifiuta di crescere, essendo rimasto fissato in un'età infantile, larvale. L'uso della canzoncina infantile non è solo un vezzo horror; è il segnale che l'archetipo del Puer è stato corrotto. Il gioco diventa morte perché il bambino non ha mai imparato il confine tra sé e l'altro. 
Marcus rappresenta l'archetipo dell'Investigatore-Cercatore, ma la sua ricerca è speculare a quella dell'assassino. L'assassino è l'Ombra di Marcus, quasi un suo Doppelgänger: rappresenta ciò che Marcus non vuole vedere (letteralmente, nel caso dello specchio). Più Marcus si addentra nel mistero, più entra in contatto con la propria fragilità e con l'irrazionale, perdendo così la sua identità di musicista logico e sicuro di sé. 
In molti miti c'è una figura che detiene la Conoscenza, ad esempio un indovino o un saggio. In Profondo Rosso, questo ruolo spetta alla sensitiva Helga Ulmann, dotata di poteri telepatici. Tuttavia, nell'universo di Argento la saggezza non salva: la sensitiva viene infatti eliminata proprio perché "vede troppo". Questo suggerisce un archetipo tragico: la conoscenza della verità come una condanna a morte
Gli archetipi sono rafforzati da uno schema simbolico basato sui Quattro Elementi
- Fuoco: Il calore del sangue e la passione distruttiva.
- Acqua: Le fontane della piazza notturna, che sono i simboli di una purificazione impossibile.
- Terra: Le mura della villa che nascondono i cadaveri.
- Aria: Il soffio del vento e i sussurri che perseguitano i protagonisti.
Il film è strutturato come un rito d'iniziazione fallito. Marcus cerca di risolvere l'enigma per diventare "adulto e consapevole", ma alla fine si ritrova davanti a uno specchio di sangue, traumatizzato quanto l'assassino che ha appena sconfitto.


La bambina fulva sadica 

Olga cattura le lucertole e le dilania, le strazia, le infilza con uno spillo, godendo di ogni loro attimo di agonia! Per questa sua "abitudine voluttuaria", desta le ire dell'anziano padre, che non esita a prenderla a schiaffi, Inutilmente. 
La bambina non parla molto, comunica attraverso l'azione violenta. Questo stabilisce un legame sottile con la follia dell'assassino: entrambi usano la sofferenza altrui per affermare la propria esistenza in un mondo che sembra non comprenderli o isolarli. La reazione di Marcus di fronte al rettile trafitto è di disagio, quasi di impotenza, e sottolinea ancora una volta come lui sia un osservatore che non riesce mai a intervenire in tempo per fermare l'orrore. 
Già nell'antichità esisteva l'immagine della lucertola seviziata con un ago: è noto il mito ellenico di Apollo Sauroctono ("Uccisore della lucertola"). L'opera scultorea originale di Prassitele mostra il dio, giovane e quasi femmineo, nell'atto di colpire una lucertola che si arrampica su un tronco. Questa immagine classica si riflette e si distorce nel film di Argento. Nell'iconografia greca, Apollo non uccide la lucertola per odio, ma quasi per un gioco divino, con un distacco che rasenta l'indifferenza. In Profondo Rosso, la bambina agisce con la stessa freddezza divina, essendo però mossa dal demonismo interiore: non c'è rabbia nel suo gesto, ma i suoi occhi irradiano una luce di sadismo assoluto. Questo trasforma l'atto di annientamento della vittima da semplice "monelleria" a una manifestazione di un tremendo potere ancestrale, amorale e ctonio. Apollo è spesso rappresentato come un dio dai tratti efebici, a metà tra il maschile e il femminile. Argento gioca costantemente con l'ambiguità di genere - basti pensare all'identità dell'assassino o al rapporto tra Marcus e Gianna. La bambina, che ricalca il gesto di Apollo, riafferma in qualche modo questa confusione: un'entità piccola e apparentemente fragile che possiede la spietatezza di un carnefice. Nella simbologia antica, la lucertola è legata alla terra e alla rigenerazione (si pensi alla coda che ricresce). Ucciderla trafiggendola significa bloccare il flusso della vita, immobilizzare il divenire. Nel film di Argento, questo simboleggia il tema del trauma congelato: l'assassino è rimasto infilzato in un momento del passato, quello dell'omicidio del padre, così non può più evolversi. Come la lucertola infilzata da Olga, l'anima del killer è inchiodata a un singolo istante di violenza, che lo pietrifica per l'Eternità.
Crescendo, l'attrice Nicoletta Elmi è diventata una donna bellissima, estremamente affascinante. Ha gli occhi di ghiaccio e uno sguardo inquietante. Me la immagino come una Domina, in abiti di cuoio e borchie, nell'atto di sottomettere e umiliare un amante-succube. Peccato che la sua carriera nella Settima Arte sia finita anzitempo nel 1985: a quanto pare si è messa a lavorare come logopedista e ha adottato tre bambini colombiani. 
Ebbene sì. La grossa lucertola verde è stata davvero pugnalata con uno spillo e lasciata lì a contorcersi con le interiora bucate, finché non è spirata nel modo più penoso, consegnandosi alle Forze della Putrefazione. In seguito, Dario Argento ha affermato di essersi pentito amaramente di aver girato quella scena. Va detto che all'epoca non era affatto diffusa la sensibilità nei confronti degli animali, che finivano spesso seviziati per pura animosità. 


La bambola grottesca

La sequenza dell'orrida bambola di porcellana mossa da un meccanismo è un unicum nel cinema di genere dell'epoca, a livello mondiale, e rappresenta uno dei momenti più puramente perturbanti ("Uncanny") dell'intera storia della Settima Arte. Non è soltanto un salto sulla sedia, ma un vero e proprio corto circuito logico e visivo! L'apparizione dell'automa che ride, prima della morte del professor Giordani, è inconsueta per diversi motivi che toccano vette di sadismo e tecnica cinematografica altissime. 
Secondo la definizione di Sigmund Freud, il perturbante è qualcosa di familiare che improvvisamente diventa estraneo e minaccioso. Una bambola di porcellana dovrebbe evocare infanzia, gioco e rassicurazione. Argento la trasforma in un mostruoso messaggero di morte. Il fatto che si muova con scatti meccanici, rigidi, che rida con un suono metallico e distorto, rompe la barriera tra l'animato e l'inanimato. È un cadavere meccanico che simula la vita. In quella scena si ha l'Eclissi dell'Assassino. Infatti l'assassino scompare dietro l'oggetto. Non è il killer a spaventare, ma il suo "prolungamento" giocattolo. Simbolicamente, la bambola è il sostituto del figlio. Rappresenta la fissazione infantile della madre (Martha) che usa un simulacro di bambino per terrorizzare la sua vittima prima di colpirla. L'automa è privo di anima, esattamente come l'assassino è privo di empatia. È un guscio vuoto che esegue un programma di crudeltà. 
La stranezza della scena deriva anche da una precisa scelta tecnica di Argento. Per rendere i movimenti della bambola così innaturali e inquietanti, il regista fece costruire un automa a grandezza naturale da Carlo Rambaldi. Il vero tocco di genio fu far muovere la bambola molto velocemente e poi rallentare la pellicola in montaggio, o viceversa, creando quell'effetto di "moto a scatti" che sembra sfidare le leggi della fisica. Questo genera nello spettatore un senso di nausea cinetica: il cervello capisce che c'è qualcosa che non va nel movimento. 
Il suono della risata della bambola è sovrapponibile alla canzoncina infantile che precede i delitti. È una risata di scherno verso la logica scientifica del professor Giordani. Giordani rappresenta la ragione, la scienza, la deduzione: è l'incarnazione di un costrutto galileiano e cartesiano. La bambola rappresenta invece l'irrazionale, il grottesco, l'incubo che entra in ufficio. Infilzare Giordani (un altro atto di penetrazione violenta) dopo averlo distratto con un giocattolo è l'atto di suprema umiliazione della vittima. Se si osserva bene il volto della bambola, si nota che ha un'espressione vitrea ma quasi adulta nei lineamenti, con labbra rosse eccessive che richiamano – ancora una volta – il trucco pesante della madre, Martha. Sembra quasi che la bambola sia Martha che ritorna bambina, come una specie di caricatura aberrante. Quell'entità è un mostro vomitato dall'Incubo! 
Non è un oggetto che appartiene al mondo fisico, ma un’estrusione della psiche malata dell'assassino che prende corpo nella realtà di Marcus e del professor Giordani. Quell'automa è un mostro ontologico, e la sua forza inquietante deriva proprio da questo senso di rigetto viscerale, come se la realtà stessa non riuscisse a contenerlo. La sequenza è una delle vette del cinema di Argento. L'incubo, per definizione, è qualcosa che non può essere fermato e che segue una logica propria, assurda e spietata. L'automa incarna questa inevitabilità. Non respira, non ha motivazioni umane, non prova pietà. Si muove con quegli scatti convulsi che ricordano le crisi epilettiche o i movimenti di un insetto morente, ma con una velocità predatoria. È il corpo del trauma che torna a bussare alla porta. Quando quella porta si apre e l'automa entra ridendo, lo spettatore prova lo stesso shock di Giordani. Non è paura di un uomo con un coltello (quella è paura razionale): è terrore dell'assurdo. In quel momento, le leggi della fisica e della logica del giallo crollano, e restiamo soli davanti all'Orrore Assoluto.
Quella scena è stata così influente che ha dato il via praticamente a tutto il filone delle bambole assassine o inquietanti nel cinema moderno. L'automa di Argento resta insuperato perché non è posseduto da demoni: è un congegno mosso da una pazzia puramente umana. 


Una sequenza "sborror"!

Quando la collana impigliata all'ascensore affonda nel collo di Martha, recidendole il capo, si vede un fiotto di fluido biancastro e denso uscirle dalla bocca: sembra sperma! È come se l'assassina avesse eseguito una fellatio a qualcuno, trattenendo in bocca il materiale genetico eiaculato, a lungo, senza inghiottirlo o sputarlo - cosa che appare abbastanza inverosimile, dato che prima di far colare quel liquido dalle labbra aveva parlato a lungo. Nessuno può negare che le sequenze in questione descrivano qualcosa che trova un impressionante riscontro in migliaia di fotogrammi pornografici ("blowjob", "spit cum", "oral creampie", etc.). 
Qual è il significato di questo dettaglio assolutamente viscerale e disturbante? Senza dubbio Argento voleva suggerire qualcosa di profondo. Il legame tra Martha e Carlo è simbiotico, malsano, soffocante: è l'archetipo edipico dell'incesto tra madre e figlio. In quest'ottica, la decapitazione diventa l'atto finale di un'espulsione violenta: la madre vomita il seme del figlio che ha ingurgitato, digerito e distrutto. È l'immagine definitiva della vagina dentata della madre divoratrice: la donna ha inghiottito la virilità del figlio per tenerlo legato a sé per sempre, e solo la morte, ossia la separazione fisica della testa dal corpo, libera quel segreto rimosso. Argento usa spesso il contrasto cromatico: il bianco denso contro il rosso vivido del sangue. Visivamente, quel liquido perlaceo suggerisce qualcosa di "alieno" o di profondamente corrotto all'interno del corpo della madre. Non è solo sangue, ossia vita: è un siero di follia, una sostanza che non dovrebbe essere lì. Il regista lavora molto sull'inconscio. Anche se non ha dichiarato esplicitamente che "quello è sperma", l'effetto disturbante generato nello spettatore è esattamente ciò che cercava: una reazione di repulsione legata a qualcosa di sessualmente deviato e organico.
Dal punto di vista squisitamente tecnico della realizzazione, quel fluido spermatico era probabilmente una miscela di latte condensato o composti simili, usati spesso negli effetti speciali dell'epoca per simulare sostanze organiche diverse dal sangue e dalle feci. L'artefice di questa trovata è stato il geniale e poliedrico Carlo Rambaldi, a cui si devono cose immense e (purtroppo) anche quel ributtante alieno degenere di E.T.


L'onnipresenza della castrazione

Il tema della castrazione in Profondo Rosso non è solo un sottotesto freudiano, ma un vero e proprio motore d'azione che Argento visualizza con una precisione chirurgica e quasi sadica. Se la madre è l'eviratrice primaria e assoluta, il film è pieno di "oggetti sostitutivi" e mutilazioni che richiamano la perdita della virilità e del potere. 
In quasi tutti i delitti di Argento, e in particolare in questo film, l'arma bianca (coltello, mannaia, spilla) è un simbolo fallico rivoltato contro la vittima. La madre-assassina usa un oggetto lungo e penetrante per riappropriarsi di un potere maschile che non le appartiene. Quando la sensitiva Helga viene colpita attraverso la porta, l'arma che attraversa il legno è un'intrusione violenta in uno spazio privato, una penetrazione mortale che nega la vita. 
Carlo vive in uno stato di perenne castrazione psicologica. La sua omosessualità, nel contesto culturale degli anni '70 del XX secolo, viene presentata come una fuga dal modello maschile dominante e un rifugio dal controllo materno. La morte di Carlo è l'apice di questo simbolismo: muore trascinato da un camion, con la testa che urta ripetutamente l'asfalto. È una distruzione del volto e del corpo che rappresenta l'annullamento definitivo della sua identità da parte del meccanismo del Destino innescato dalla madre-carnefice. 
Secondo la psicoanalisi, la decapitazione rappresenta il simbolo per eccellenza della castrazione. La morte di Martha non è casuale: lei perde letteralmente la testa, ossia la sede del comando e della razionalità corrotta, a causa di una collana, un gioiello simbolo di vanità femminile. Il fatto che la sua testa venga separata dal corpo, mentre lo sperma fuoriesce dalla bocca, chiude il cerchio: la madre, che ha castrato il figlio e il marito, subisce la castrazione definitiva. 
Anche il protagonista, Marcus, subisce una forma di castrazione simbolica. È un musicista, ossia un artista, un creatore, che perde gradualmente il controllo della realtà. Il suo continuo scontro con Gianna è emblematico. Gianna è una donna forte, guida un'auto che cade a pezzi ma corre ugualmente, vince a braccio di ferro. L'uomo si sente costantemente minacciato nella mascolinità da una donna moderna e aggressiva, riflettendo la propria incapacità di risolvere il mistero, il "particolare mancante", con la sola logica analitica maschile. È come se Marcus sentisse le dita di Gianna che gli penetrano nell'intestino retto, fino ad arrivare a stimolare la prostata, inducendo erezione ed emissione di materiale genetico nel vuoto. 
Il trauma originale che dà il via a tutto è una scena d'infanzia dove il padre viene ucciso davanti al bambino. Quel momento è l'atto di castrazione originario, primordiale: l'autorità paterna viene distrutta, lasciando il bambino solo con la Madre Terribile. In Argento, la castrazione non è mai solo fisica, ma è l'incapacità dei personaggi di agire sul mondo. Marcus guarda, ma non vede; Carlo beve, ma non dimentica; Martha uccide, ma non si libera. 


Il fallimento della percezione

Il quadro-specchio è senza dubbio il dispositivo narrativo più geniale della storia del giallo. È un gioco di prestigio cinematografico che trasforma lo spettatore in un testimone oculare inaffidabile. Inganna la mente razionale, è un capolavoro di manipolazione psicologica. 
Quando Marcus attraversa il corridoio dopo l'omicidio della sensitiva, la macchina da presa inquadra per una frazione di secondo il volto dell'assassina riflesso tra i quadri. Marcus registra l'immagine, ma il suo cervello la cataloga immediatamente, in modo erroneo, come un quadro grottesco. Questo è l'archetipo dell'Angoscia del Vedere: il terrore non deriva da ciò che non sappiamo, ma da ciò che abbiamo visto e non riusciamo a ricordare o decodificare. In questa sequenza, lo specchio non è un oggetto d'arredo, ma una soglia, un confine tra due mondi. Rappresenta il confine tra la realtà (Marcus che cammina nel corridoio) e l'orrore (il volto di Martha). Trasformando lo specchio in un quadro, Argento ci dice che l'Orrore è diventato "arte", è diventato parte della stessa estetica della casa. La follia si è mimetizzata tra le decorazioni borghesi. Marcus è un uomo che vive di armonia e precisione: il quadro mancante diventa la sua ossessione compulsiva. Simbolicamente, quel vuoto nella memoria è una lacuna dell'anima.
Per tutto il film, Marcus cerca di ritrovare quel quadro, parlando con esperti, tornando nella casa, analizzando i dettagli. Il fatto che la soluzione sia sempre stata lì, in quel riflesso, è la suprema beffa dell'assassino: la verità lo ha guardato in faccia, e lui non l'hai riconosciuta. Al primo passaggio, quasi nessuno nota che quel volto è vivo. Quando, nel finale, la verità viene rivelata con un flashback che corregge la nostra memoria visiva, proviamo un senso di vertigine. Argento ci dimostra che siamo ciechi pur avendo gli occhi aperti.

Una geografia incubica

Nonostante il film sia ambientato a Roma, la maggior parte delle riprese sono state effettuate a Torino. A parer mio, non siamo di fronte a una pura e semplice scelta tecnica. Argento ha di fatto disegnato un mondo alternativo, riempiendo Roma di luoghi tetri e abissali che non appartengono al suo contesto. Si potrebbe definire un'operazione di trapianto ontologico, una lugubre migrazione di fantasmi di luoghi dalle regioni più oscure del Multiverso. 


I luoghi delle riprese: Piazza C.L.N.

Uno dei luoghi più famosi è senza dubbio Piazza C.L.N. (acronimo di "Comitato di Liberazione Nazionale", da me pronunciato "CLIN"). È una piazzetta situata nel centro storico di Torino, che si trova appena dietro le due chiese "gemelle" di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo l'asse di via Roma, in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Ovviamente le informazioni le ho raccattate nel Web, dato che la mia memoria per la toponomastica urbana è disastrosa. Prima del 1935 la piazzetta era nota come "Piazza delle Due Chiese". A caratterizzarla sono le due statue gemelle, gigantesche ed opprimenti, collocate sulle due fontane. Assurte a fama internazionale per via di Profondo Rosso, nel 1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa della perigliosa usura della copertura della vasca e dell'impianto idrico. Un restauro radicale fu avviato nel 2005, dopo un ventennio di completo abbandono e degrado. Grazie a questo intervento, le due fontane sono attualmente in funzione. 


I luoghi delle riprese: Villa Scott

La spettrale Villa del bambino urlante, collocata dalla fantasia di Argento nelle campagne romane, è in realtà Villa Scott, un edificio storico di Torino situato presso la prestigiosa zona della Precollina, nel quartiere Cavoretto al confine con Borgo Crimea (Borgo Po). Splendido esempio di Liberty torinese, fu costruita nel 1902 su progetto dell'ingegner Pietro Fenoglio. Il contesto storico è quello dell'urbanizzazione della collina torinese, tra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Sorgevano come funghi le ville nobiliari e dell'alta borghesia. All'epoca delle riprese del film di Argento, l'edificio era di proprietà dell'Ordine delle Suore della Redenzione, che lo avevano adibito a collegio femminile con il nome di Villa Fatima. la produzione pagò un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze allora ospitate nel collegio, in modo tale da poter effettuare le riprese. 

Musiche immortali

L'inquietante colonna sonora di Profondo Rosso è entrata nella mitologia. Argento inizialmente contattò il pianista e compositore jazz Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film; tuttavia, non fu soddisfatto del suo lavoro. Questi ne fu irritato in sommo grado e lasciò incompiuto il progetto. Dopo aver fallito nel tentativo di convincere i Pink Floyd a sostituire Gaslini, Argento tornò in Italia e trovò i Goblin, una band locale di progressive rock, composta da Claudio Simonetti, Walter Martino, Maurizio Guarini, Massimo Morante e Fabio Pignatelli. Il loro leader, Claudio Simonetti, impressionò Argento componendo due brani in una sola notte. Argento mise subito sotto contratto i Goblin, che finirono per comporre la maggior parte della colonna sonora del film (circa il 90%); tre composizioni di Gaslini furono mantenute nella versione finale. 

La questione del titolo 

Il film si intitolava originariamente "La tigre dai denti a sciabola", seguendo il consolidato schema dei precedenti thriller di Dario Argento. Tuttavia, con suo grande disappunto, altri registi avevano iniziato a usare per i propri film di genere titoli simili, legati agli animali (una "tendenza faunistica"), così decise di imboccare una strada diversa. Va detto che come titolo, "La tigre dai denti a sciabola" lascia molto a desiderare e non avrebbe contribuito all'immensa fortuna della pellicola - per non parlare del grecizzante e bruttissimo "Chipsiomega" (riportato erronemamente come "Chipsyomega" su IMDb.com). Direi che metà della fama acquisita si deve proprio alla geniale scelta del titolo "Profondo Rosso"! Intitolarlo "La tigre dai denti a sciabola" o "Chipsiomega" sarebbe stato come spararsi a bella posta una revolverata in un piede. Per inciso, la futile polemica sulla cosiddetta "serie degli animali" è una delle trovate mediatiche più stupide e insensate della storia della Settima Arte in Italia. A sentire critici e giornalisti, lo spettatore avrebbe dovuto cagarsi addosso alla semplice menzione del nome di un animale in un titolo! 

L'enigma dell'adattamento in giapponese

Dopo gli ottimi riscontri internazionale del successivo film di Dario Argento, Suspiria (1977), accadde un fatto assai singolare: Profondo Rosso fu distribuito in Giappone con il titolo "Suspiria 2" (サスペリア PART2, traslitterazione "Sasuperia PART2"), nonostante fosse stato realizzato due anni prima e non sussistesse alcun collegamento narrativo tra le due pellicole! 


Curiosità varie

Secondo Dario Argento, la sceneggiatura di Profondo Rosso era lunga più di 500 pagine. Quando suo padre Salvatore Argento (produttore) e suo fratello Claudio (produttore esecutivo) lessero la sceneggiatura, rimasero scioccati dalla sua lunghezza e la ritennero tediosa. Temevano che il pubblico non avrebbe capito le intenzioni di Dario; pensavano che alcune parti fossero troppo criptiche, così Dario si convinse ad accorciarla a "sole" 321 pagine. 

Il co-sceneggiatore Bernardino Zapponi ha dichiarato che l'ispirazione per le scene di omicidio è nata dalla sua riflessione, insieme a Dario Argento, su ferite dolorose in cui il pubblico potesse immedesimarsi. In sostanza, non tutti conoscono il dolore di essere colpiti da un proiettile, ma a tutti è capitato almeno una volta di urtare accidentalmente un mobile o di scottarsi con l'acqua bollente. 
Il regista e sceneggiatore ha poi dichiarato a proposito del film: "Mentre lo giravo, sapevo esattamente cosa volevo. Ero molto rilassato, per niente stressato. La storia è bellissima, l'ho scritta senza sforzo in un paio di giorni. È stato miracoloso. Basta guardare un film per capire cosa provava il regista nel momento in cui lo stava realizzando."

In una scena Marcus passa davanti al Blue Bar di notte. Il bar è ispirato al famoso dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper (il titolo significa alla lettera "I nottoloni"; comunemente è tradotto "I nottambuli"). Nella famosa scena in cui Marcus e Carlo suonano insieme il pianoforte, si può notare una donna con un cappello, seduta con in mano una tazza di caffè. Ebbene, questa misteriosa signora è ispirata al celebre dipinto "Automat" (1927) di Edward Hopper. Questo è il secondo riferimento a un dipinto di Hopper nel film. In realtà, il Blue Bar non è mai esistito: è stato costruito in Piazza C.L.N. appositamente per le riprese.

Secondo Daria Nicolodi, David Hemmings era molto depresso durante le riprese perché il suo matrimonio con Gayle Hunnicut stava andando in pezzi. La Nicolodi ha detto che Hemmings aveva un tic nervoso che lo portava a strofinare l'unghia dell'indice lungo il lato del pollice e che lo faceva così spesso da bucarsi la mano; ha anche detto che Dario Argento ha messo in difficoltà Hemmings durante le riprese, costringendolo a ripetere le scene più e più volte. 

Lino Capolicchio era la prima scelta del regista per il ruolo di Marcus. Un incidente d'auto, mentre si recava a un incontro con Argento, gli impedì di accettare la parte. In un'intervista, Capolicchio ha raccontato che, dopo un po' di tempo, quando ebbe l'occasione di rivedere l'auto coinvolta nell'incidente, ritrovò la sceneggiatura che Argento gli aveva inviato, ancora macchiata di sangue di quel terribile giorno. 

Il film fu concesso in licenza per la distribuzione nelle sale cinematografiche nell'ex Jugoslavia e distribuito con il titolo serbo-croato "Tajna napustene kuce" ("Il mistero della casa abbandonata"). La versione proiettata era quella internazionale che includeva tutte le scene cruente. In Jugoslavia, negli anni '70, pochissimi film erano vietati ai minori di 15 anni, e quasi mai per motivi legati a violenza, sesso o nudità, il che portava regolarmente un pubblico minorenne, persino scolaresco, a frequentare i cinema e a guardare tranquillamente film ben al di sopra della propria fascia d'età. Mi è stato riferito che nell'ex Jugoslavia i giornali pornografici erano presenti dovunque, in bella mostra nelle case, e circolavano regolarmente persino tra bambini.

venerdì 5 gennaio 2024


TYLL THE GIANT

Titolo originale: Suur Tõll 
Titolo in russo: Большой Тылл 
Titolo in inglese: Tyll the Giant 
Anno: 1980 
Paese di produzione: Unione Sovietica
    (Repubblica Sovietica dell'Estonia) 
Lingua: Estone 
Durata: circa 14 min.
Tipologia: Animazione, cortrometraggio 
Genere: Surreale, fantastico 
Regia: Rein Raamat 
Sceneggiatura: Rein Raamat 
Produzione: Kulno Luht 
Colonna sonora: Lepo Sumera 
Direttore della fotografia: Janno Põldma 
Montaggio: Kersti Miilen 
Direzione artistica: Jüri Arrak 
Assistente alla regia: Sigrun Alaots 
Reparto artistico: Heiki Ernits, Ain Silbaum, 
    Valter Uusberg 
Animazione: Eda Kurg, Matu Kütt, Riina Kütt,  
    Krista Partti, Rein Raidme, Aarne Vasar 
Segreteria di edizione: Silvia Kiik 
Budget: 81.000 rubli
Link: 

Trama: 
Tyll è un gigante che conduce una vita semplice come contadino sulla sua isola, assieme alla moglie, la gigantessa Piret. I due abitano tra i tanti umani comuni, molto più piccoli di loro. Un mostruoso nemico, una specie di demone anch'esso gigantesco, caratterizzato dalla pelle color rosso sangue e da un occhio con più pupille, si nasconde sempre nelle vicinanze, pronto a fare del male in modo gratuito, ad esempio facendo piovere pietre sul campo appena arato da Tyll. Ogni volta che c'è un'emergenza, Tyll accorre regolarmente in aiuto degli umani: in un'occasione, salva i marinai quando la loro nave affonda. Deve anche aiutarli in battaglia quando gli eserciti nemici attaccano l'isola. Nella prima battaglia, Tyll si lancia nella mischia trasportando due enormi ruote di carro, sulle quali trasporta le sue truppe. L'esercito nemico è composto da lancieri con cappucci scarlatti che coprono il capo. La battaglia si trasforma rapidamente in un sanguinoso massacro in cui il nemico è prossimo alla vittoria: i guerrieri isolani non possono quasi nulla contro le spade degli invasori. Quindi Tyll interviene, usando le ruote dei suoi due carri come mazze e falciando interi battaglioni, cambiando così il corso della battaglia. 
Durante l'assenza di Tyll, il demone rosso si avvicina alla casa dove alloggiava Piret, senza farsi vedere, e la fa crollare addosso a lei, uccidendola. Al suo ritorno dalla battaglia, il gigante buono trova la moglie morta e ne colloca il corpo in una sepoltura megalitica, eretta con le proprie mani spostando immensi blocchi di pietra; poi va subito nella foresta e ricava un'enorme clava dal tronco di un abete, poi segue le tracce dell'assalitore fino a un promontorio roccioso dove il sentiero scompare. Si siede tristemente in attesa e alla fine si addormenta. A questo punto il demone appare alle sue spalle e scava attraverso il terreno che collega il promontorio alla terraferma, cercando di isolare la striscia di terra dove Tyll dorme, per creare un'isola e lasciarlo alla deriva. Ma Tyll si sveglia e colpisce il demone, che fugge. Tyll lo insegue senza sosta; quando infine riesce a raggiungerlo, il nemico viene inghiottito dall'Ano della Terra e sprofonda negli Inferi.
Tyll deve quindi tornare in guerra, poiché gli eserciti infernali si stanno nuovamente avvicinando per terra e per mare. Semina il caos tra le truppe nemiche, brandendo con entrambe le mani un immenso carro distrutto. Ma durante la battaglia, Tyll stesso viene decapitato da un gigante nemico, che brandisce un lunghissimo spadone. Il corpo decapitato di Tyll, ancora vivo, brancola finché non trova il capo nemico che gli ha tagliato la testa e lo stritola nel suo pugno. Poi, ridotto a una specie di zombie, raccoglie la propria testa mozzata e se ne va verso il luogo del suo riposo. Infine il corpo si ferma, cade a quattro zampe e si fossilizza, trasformandosi in una roccia. Anche la testa del gigante morto, caduta lì vicino, si pietrifica, tranne il suo sguardo, che rimane luminoso. Tyll proclama quindi che se il suo popolo avrà di nuovo bisogno di lui, si leverà in piedi per accorrere in aiuto.  

Recensione: 
Mi sono imbattuto in questo bellissimo video per un caso di serendipità. Stavo cercando qualcosa di diverso nel vasto Web e non riesco a ricordare cosa fosse. Quando ho visionato le sequenze sullo smartphone, ne sono stato immediatamente conquistato e ho deciso di approfondire la mitologia che ne costituisce il fondamento. Non è soltanto un'opera di fantasia: è un autentico gioiello, che aiuta a impedire l'indebolimento delle tradizioni mitologiche e la loro dissoluzione nell'Oblio. Un caso molto raro di questi tempi, dominati dall'infinito squallore del mercato.   


Possibile spiegazione storica 

Suur Tõll deve essere stato un uomo reale, di statura insolita, gigantesca, vissuto in epoca storica sulla grande isola estone di Saaremaa. Conosciamo le sue abitudini quotidiane: la passione per la sauna, la dieta a base di zuppa di cavoli e di birra. Aveva un temperamento piuttosto sanguigno. Combatteva contro i Cavalieri Teutonici. Le sue gesta sono state tanto eroiche, che dopo la sua morte è stato divinizzato dal suo popolo. 
L'epiteto Suur in estone ha un'etimologia chiara e significa "Grande". L'aggettivo deriva dal proto-finnico *suuri "grande" (da cui anche il finlandese suuri, suur- "grande" e il livone sūr "grande"). Invece il nome Tõll (varianti ortografiche: Toell, Tyll) è etimologicamente oscuro. Dalla stessa radice deriva il toponimo Tõlluste, che tuttora designa un centro abitato di Saaremaa. È verosimile che proprio lì sia stata sepolta la sua testa. 
1) L'ipotesi più accreditata dal mondo accademico è che il nome del gigante buono derivi dai cognomi TõllToll, tuttora diffusi sull'isola. Considerati di origine germanica, potrebbero derivare dal medio basso tedesco tol "dogana", "autorità di raccogliere le tasse" (equivale al medio alto tedesco zol, tedesco moderno Zoll). 
2) Un'alternativa è la derivazione dal proto-finnico *tuli "fuoco", a sua volta dal proto-uralico *tule. Mi pare implausibile già soltanto per motivi fonetici: se consideriamo il nome come estone nativo, il vocalismo non quadra. Tuttavia si nota che in Saami l'esito della forma proto-uralica è toll "fuoco". Il riferimento sarebbe alla natura iraconda del gigante, buono ma non troppo paziente. 
3) C'è chi ha proposto un'origine dalla radice proto-celtica *tullo- "buco" (cfr. bretone toull "buco"; cornico toll "buco"; gallese twll "buco"), alludendo a una qualche cavità in cui il gigante avrebbe avuto la sua dimora. Di tutte le ipotesi fatte, questa è la meno plausibile. Non vedo possibili legami con il mondo celtico. Forse il collegamento è all'idea di Tacito, che per primo citò gli Estoni chiamandoli Aestii e citando il nome che davano all'ambra, trascrivendolo come glesum. Non è impossibile che l'autore romano li ritenesse un popolo celtico, basandosi su conoscenze molto incerte. 
4) L'associazione di Tõll al tedesco moderno (gergale) toll "grande", "fantastico" e simili, è priva di fondamento: si tratta di una parola alto tedesca, derivata dal proto-germanico *dulaz "confuso, scemo", "matto", che è implausibile sia giunta in Estonia con una consonante sorda iniziale. La forma basso tedesca, dol "scemo", è poi passata come prestito nel tedesco moderno (gergale): doll "forte, fermo". 
5) Essendo tanto grande la confusione, potremmo anche essere di fronte a un resto di un sostrato pre-uralico sconosciuto. 


Il Diavolo nella mitologia estone

Il demone mostruoso, con la pelle scarlatta e due o tre pupille rotanti in un occhio, è Vanapagan ("Vecchio Pagano"), noto anche con altri nomi simili: Vanatühi ("Vecchio Vuoto"), Vanakuri ("Vecchio cattivo"), Vanapoiss ("Vecchio Ragazzo"), Vanasarvik ("Vecchio con le corna"), Vanataat ("Vecchio Padre"). Sono tutti derivati del proto-finnico *vanha "vecchio, anziano".
In questo personaggio si nota la fusione dei tratti di stupidità grossolana, considerati deprecabili nella visione pre-cristiana degli Estoni, e la natura maligna del Diavolo cristiano. Grande è la ricchezza dei suoi attributi magici: stupisce in modo particolare un cappello fatto di unghie, che gli conferisce il dono dell'invisibilità. A tal punto è giunto il sincretismo folklorico, che non è più possibile scorporare con sicurezza ciò che è dovuto al Cristianesimo da ciò che deriva dalla precedente religione politeista. 
L'uso del termine pagan "pagano" è molto problematico e non fa quadrare bene le cose. Alcuni ritengono che sia giunto in Estonia dal mondo germanico. Tuttavia l'opinione prevalente è che sia un prestito giunto dalla Russia.  
Questo è un estratto del trattato Pagan, põrgu ja papp: Kolm kristlikku terminit ("Pagano, inferno e prete: tre termini cristiani"), di Tiit Rein-Viitso (2006):

"Sellest, et eesti keeles pagan ei tähenda roojast ja on mittekristlast tähistavana valdavalt neutraalne mõiste ning et muinasvene vastavate nimi- ja omadussõnade puhul ei võida tõestada tähendusi 'mittekristlane' või 'mitteortodoks' ning et muudes slaavi keeltes vastavatüvelisi selletähenduslikke nimisõnu ei ole teada, tuleneb järeldus, et pole alust arvata, et ristiusu valdkonda kuuluv nimisõna pagan oleks eesti keelde laenatud kindlasti muinasvene keelest. Sama võib öelda liivi ja soome sõna kohta." 

Traduzione: 

"Dal fatto che in estone 'pagano' non significa 'impuro' ed è un termine prevalentemente neutro che denota un non cristiano, e che i significati di 'non cristiano' o 'non ortodosso' non possono essere dimostrati nel caso dei corrispondenti sostantivi e aggettivi dell'antico russo, e che non sono noti sostantivi con il corrispondente significato radicale in altre lingue slave, ne consegue che non vi è motivo di credere che il sostantivo 'pagano', che appartiene al campo del Cristianesimo, sia stato sicuramente preso in prestito in estone dall'antico russo. Lo stesso si può dire delle parole livoni e finniche." 

Queste sono le stranezze antropologiche che si formano nelle zone di frontiera, dove mondi tra loro incompatibili vengono in contatto. 

La moglie del gigante buono

Il nome Piret non è nativo: corrisponde al finlandese Piritta, che a a sua volta è un prestito dallo svedese Birgitta (inglese Bridget, italiano Brigitta, Brigida) - in ultima analisi di origine celtica. Il nome è stato reso popolare nel Nord a causa del culto di Santa Brigida di Svezia (1303 - 1373).
Sinonimi: Berit, Birgit, Pirje
Nota: La presenza del nome Piret nel mito di Suur Tõll deporrebbe a favore di una datazione piuttosto tarda (XIV secolo). 


Gli invasori

Per gli Estoni, il Male è soltanto una cosa: l'Invasore. Nel corso della loro tormentata storia hanno dovuto affrontare, oltre ai Russi, ai Danesi e agli Svedesi, nemici ben più terribili: i Cavalieri Portaspada (dal 1202 al 1237), quindi i Cavalieri Teutonici (a partire dal 1237). Questi monaci-guerrieri erano un vero e proprio flagello. Probabilmente per ragioni superstiziose, il regista decise di non rappresentarli nelle loro vesti bianche con croci nere o rosse. Gli venne l'idea di sostituirle con mantelli e cappucci rossi, volendo simboleggiare il potere Sovietico. Avendo paura di rappresaglie da parte dei dirigenti del Partito Comunista, decise di usare un colore viola purpureo - in modo tale da evitare ogni allusione. Tuttavia, a causa di un difetto tecnico, il colore viola purpureo nelle sequenze si degradò e divenne un bel rosso marxista. Per fortuna la cosa non causò alcuna noia e l'animazione fu molto lodata. 
Datazione: 
Sappiamo dal mito che Suur Tõll demoliva le chiese (anche se questo non viene mostrato nel video). Siccome i Cavalieri Portaspada conquistarono la grande isola di Saaremaa nel 1216, dobbiamo collocare le imprese dell'eroico gigante in anni successivi a questo evento. Possiamo in questo modo arrivare alla conclusione che dopo che i Cavalieri Portaspada furono assorbiti nell'Ordine Teutonico di Livonia, nel 1237, Suur Tõll demolì le chiese costruite negli anni precedenti. 


Il potere maligno dei bulli

Il finale non riporta una parte importante del mito, forse per via del grande imbarazzo provato dal regista - dato che si tratta di una cosa poco edificante. Abbiamo visto che il gigante, decapitato, giura che risorgerà per aiutare il suo popolo in caso di guerra. Ecco, dopo molto tempo un gruppo di vilissimi bulli, giunto fino ai suoi resti, si mette a canzonarlo, chiedendogli di alzarsi perché è arrivata la guerra! Il gigante risorge, si accorge che non c'è nulla, quindi ritorna alla tomba giurando di non uscirne mai più. L'ispiratore della carognata bullesca può essere identificato senza sforzo: è Vanapagan.  

Il Regista: 
Rein Raamat è nato a Türi, nella Contea di Järva, in Estonia, nel 1931. È stato il primo animatore estone di successo internazionale; insieme a Elbert Tuganov è considerato il "padre dell'animazione estone". Ha diretto molti cortometraggi animati dall'inizio degli anni '70 e ha anche prodotto oltre 20 documentari. Si è laureato all'Istituto d'Arte Estone nel 1957 come pittore. Tra il 1957 e il 1971 ha lavorato come artista e regista di lungometraggi a Tallinn. Nel 1971 ha fondato il suo studio di animazione, Joonisfilm, una divisione dello studio Tallinnfilm, dove ha iniziato a realizzare le sue pellicole. Dal 1989 al 1995 è stato direttore artistico dello Studio B, da lui fondato, che impiegava circa 120 persone. Uno dei suoi film più importanti è senza dubbio Põrgu (Inferno), uscito nel 1983, basato sull'arte del collega estone Eduard Wiiralt degli anni '30. Nel 1998 ha collaborato con il giornalista Martti Soosaar alla produzione del documentario Enn Põldroosi härrasmeeste seltskond ("La compagnia di gentiluomini di Enn Põldroosi")

Curiosità

Il cognome del regista deriva dalla parola estone raamat, che significa "libro". È un antico prestito dall'antico slavo грамота (gramota), a sua volta dal greco γράμματα (grámmata) "lettere", "scrittura". In finlandese si trova raamattu "bibbia". La semplificazione dei gruppi consonantici iniziali spesso rende difficile riconoscere le parole d'importazione. Datazione del prestito: X-XIII secolo.

venerdì 29 dicembre 2023

 
HAGAZUSSA - LA STREGA 
 
Titolo originale: Hagazussa - Der Hexenfluch 
Lingua originale: Tedesco 
Titoli: Antico Alto Tedesco (in caratteri runici), Tedesco 
    (traduzioni) 
Paese di produzione: Austria, Germania
Anno: 2017
Durata: 102 min
Genere: Orrore, drammatico 
Tipologia: Film a episodi 
Tematiche: Stregoneria, paganesimo alpino, persecuzione 
Regia: Lukas Feigelfeld
Sceneggiatura: Lukas Feigelfeld
Produttore: Lukas Feigelfeld, Simon Lubinski
Casa di produzione: Deutsche Film- und Fernsehakademie
    Berlin
Distribuzione in italiano: Forgotten Film Entertainment
Musiche: MMMD 
Interpreti e personaggi:
    Aleksandra Cwen: Albrun
    Celina Peter: Albrun bambina
    Claudia Martini: Madre di Albrun
    Tanja Petrovsky: Swinda
    Haymon Maria Buttinger: Parroco
    Franz Stadler: Sepp
    Killian Abeltshauser: Contadino
    Gerdi Marlen Simonn: Martha
    Thomas Petruo: Medico
    Judith Greets: Suora
Episodi:
    Ombre (SCATA - Schatten)
    Corno (HORN - Horn)
    Sangue (BLUOT - Blut) 
    Fuoco (FIUR - Feuer)
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Hagazussa: A Heathen's Curse 
   Francese: Incantations 

Trama: 
L'ambientazione è un luogo molto isolato nelle Alpi Austriache, nel XV secolo. 


SCATA :
Ombre 

Una ragazzina solitaria di nome Albrun vive con la madre, Martha, e fa la pastorella di capre. Un anziano viaggiatore le avverte di tornare indietro, perché nei 12 giorni tra Natale e l'Epifania c'è il pericolo di incontrare la Perchta, una divinità pagana che vive tra le montagne e somiglia a una Befana ostile, violenta. Una notte, alcuni uomini travestiti con pelli di capra e corna si avvicinano alla casa di Martha e Albrun, bussano alla porta, le chiamano streghe e insistono perché vengano bruciate vive. Poco più tardi, la madre si ammala di peste. Un medico e una suora, venuti da un villaggio vicino, scoprono degli orribili bubboni bulbosi e scuri sotto l'ascella della donna. Considerandola troppo debilitata per ricevere ulteriori cure, se ne vanno. Albrun si prende cura della madre, le cui condizioni fisiche e mentali peggiorano rapidamente, culminando in una violenza sessuale ai danni della figlia. La donna corre fuori dalla casa nella notte invernale. Al mattino, Albrun trova il suo cadavere nel bosco, ricoperto di serpenti. 


HORN :
Corno 

Quindici anni dopo, Albrun ha una bambina a cui ha dato lo stesso nome della madre defunta, Martha. Si prende cura delle capre sulle colline, mungendole, producendo formaggio e a volte mostrando intimità con loro mentre si masturba. Porta il latte in città per venderlo, ma viene respinta dagli abitanti, a causa delle loro superstizioni, che li portano ad odiare i pagani (veri o immaginari che siano). La giovane è costretta ad affrontare terribili bulli, che la trattano come una paria, insultandola e sputando a raffica. Le molestie vengono interrotte all'improvviso dall'intervento di una ragazza biondiccia di passaggio, Swinda. Più tardi, questa Swinda si presenta alla baita di Albrun donandole una mela e dicendole che il prete del villaggio vorrebbe parlarle. 
Il sacerdote tratta Albrun umanamente e le spiega che il suo isolamento e il suo allontanamento dagli altri conducono i villici alla tentazione che scaturisce dal sacrilegio. Mentre porge ad Albrun il teschio di sua madre, levigato e ornato, dipinto con fiori e vegetazione, conclude: "Per rafforzare la fede di una comunità religiosa, è necessario che ogni sacrilegio venga purificato". Albrun prende il teschio e lo mette in un angolo della sua casa. Gli fa offerte di fiori e gli colloca vicino una candela. Quando Swinda le fa visita, nota quel resto macabro e se ne va via subito. Nella suo solitudine, Albrun sente voci provenienti dal bosco, tra cui quella di sua madre. I suoni continuano mentre si masturba. Il giorno dopo, cerca di allattare sua figlia, che però rifiuta il capezzolo. 
Più tardi, mentre camminano in montagna con Albrun, Swinda la mette in guardia da "coloro che non portano Dio nel cuore: gli ebrei e i pagani". Aggiunge che "Arrivano di notte e come animali ti rapiscono, e poi qualche mese dopo hai un figlio come loro tra le braccia". Durante il tragitto, Swinda convince un uomo incredibilmente grossolano e grottesco a camminare con loro. Dopo che Swinda gli ha sussurrato qualcosa, lui si gira verso Albrun e l'abbraccia. Swinda getta Albrun a terra, la immobilizza e sussurra: "È disgustoso come puzzate voi streghe, emanate un fetore di marcio". Però inala avidamente. L'uomo scimmiesco inizia quindi a violentare Albrun mentre Swinda la tiene ferma. Più tardi, Albrun torna a casa e scopre che le sue capre sono state tutte rubate tranne una, orrendamente macellata e mutilata. Furiosa, porta un ratto morto alla fonte d'acqua locale per avvelenarla, poi urina sulla carogna del roditore e nel flusso. Ha le mestruazioni ed è febbricitante. Quella notte, Albrun accende una candela e comunica con il teschio di sua madre. 


BLUOT :
Sangue  

Albrun arriva in città con la figlia in braccio e vede molti cadaveri nudi e tumefatti condotti via. È la peste! Un monatto incappucciato trasporta su un barozzo Swinda e il massiccio contadino grottesco. Le loro carogne sono messe in una posizione contorta, quasi come se fossero impegnate in un 69: i piedi incredibilmente puzzolenti dell'uomo, dalle suole annerite, sono a poca distanza dalla faccia di Swinda e fanno penetrare i lezzi schifosi nel suo naso estinto. La scena sembra quasi una proiezione dei supplizi dell'Inferno, che non daranno loro pace per l'Eternità!
Sulla via del ritorno, Albrun si ferma nel bosco e mangia un fungo, una specie di chiodino, che le provoca terrificanti allucinazioni e psicosi violentissime. Nel mezzo del parossismo, la donna entra in un putrido stagno assieme alla figlia, lasciandola annegare. Affonda nell'acqua torbida con gli occhi aperti, in mezzo al sangue.


FIUR : 
Fuoco  

Nella sua baita, mentre Albrun dorme, un serpente le percorre il corpo. Lei si sveglia e, ignorando il rettile, sente la madre chiamarla. Si alza e si avvicina al camino, mentre continua a sentire il respiro affannoso della madre. A questo punto scopre il corpicino della bambina annegata, che aveva portato a casa con sé. Sconvolta, lo immerge nella zuppa che bolle sul fuoco. Con mani tremanti, mangia alcuni brandelli della carne infantile. Presto vomita copiosamente e urla di orrore, mentre la psicosi indotta dal fungo ritorna a scuoterla. Vede la figura spettrale della madre e sente delle risate. Le ombre sui muri sembrano muoversi minacciose, costringendola a fuggire dalla capanna. Nella luce crepuscolare del mattino, con gli occhi resi opachi e ciechi da un glaucoma, Albrun si sdraia e muore sulla cima della montagna. Il suo corpo prende fuoco spontaneamente al sorgere del sole! 

Numero di bambini mangiati: 1. 


Recensione: 
Questo film è la tesi di laurea del regista, produttore e sceneggiatore austriaco Lukas Feigelfeld (Vienna, 1986 - vivente). 
La critica ha accostato con una certa insistenza questa pellicola a The Witch, diretto da Robert Eggers (2015), che parimenti tratta l'argomento della stregoneria. A mio avviso, le somiglianze tra l'opera di Feigelfeld e quella di Eggers si limitano alle atmosfere cupe e ai colori smorti, in alcune sequenze tendenti quasi al bianco e nero. Infatti il film è stato girato in gran parte con luce naturale e in remote località alpine; il regista ha optato per dialoghi minimi e un approccio lento e atmosferico. La struttura narrativa è esile, ridotta all'indispensabile. È opinione comune nel Web che la storia passi addirittura in secondo piano rispetto alla forma (Cotola, 2020). Questo si deve soprattutto al fatto che la protagonista è una donna solitaria, che ha pochissimi contatti con il mondo esterno. In altre parole, manca un complesso contesto familiare.  
La pellicola di Eggers è legata all'iconografia tradizionale della stregoneria, con i Sabba, i patti col Diavolo in forma di caprone nero, il manifestarsi di eventi soprannaturali et similia. Quella di Feigelfeld invece esplora una tradizione abbastanza diversa, fatta di sopravvivenze (vere o presunte) di un sostrato precedente all'introduzione del Cristianesimo nell'arco alpino orientale. Manca del tutto l'elemento della Riforma Protestante, essendo l'ambientazione precedente. Mancano così dispute religiose come quella che ha portato William ad essere espulso con la famiglia dalla sua comunità puritana.  
Come già The Witch, anche Hagazussa - La strega può essere visto servendosi di diverse due chiavi di lettura: quella letterale e quella figurativa. La seconda è quella che permette la migliore analisi, da un punto di vista prettamente razionalistico. Albrun potrebbe benissimo non essere una strega, bensì una donna infelice e con problemi psichici aggravati dalla solitudine, dalla segregazione e dal clima di ostilità che la circonda. Tutto ciò che appare soprannaturale può essere visto come pura e semplice allucinazione indotta da avvelenamento da funghi. Albrun uccide la figlia e compie un atto di cannibalismo perché spinta dalla pazzia e non per comando di un'entità demoniaca realmente esistente. Le voci sono allucinazioni acustiche, ben note alla psicopatologia. La peste che uccide Swinda e il contadino scimmiesco può essere stata causata dal morso di uno scoiattolo, di un ratto o di una lepre - e non da un atto magico di reale efficacia. Non dimentichiamoci che negli Stati Uniti d'America, dove ogni anno si verificano sporadici casi di peste (sia bubbonica che polmonare), il principale vettore del morbo è proprio il morso degli scoiattoli. L'unico fenomeno difficile a spiegarsi è quello dell'autocombustione finale, che avviene sotto il cielo sereno e non può essere ascritta a un fulmine comune. Si può pensare che Albrun, ormai incosciente, sia stata colpita da un fulmine globulare, evento rarissimo ma non del tutto impossibile. 
Tuttavia, se uno spettatore volesse ritenere che Albrun sia un'autentica strega, avrebbe comunque tutti gli elementi per farlo. Questa complessità, che permette diverse interpretazioni tra loro contrastanti, è qualcosa di geniale. 


Etimologia di Hagazussa  

La parola Hagazussa è l'antenato del tedesco moderno Hexe "strega". La forma protogermanica ricostruibile è *χaγatusjō, composto di *χaγō "recinto" e di *tusjō "demonio", con paralleli in celtico e in altre lingue indoeuropee.
 
Etimologia di Albrun 
 
Il nome significa "Runa degli Elfi" o "Segreto degli Elfi". La forma protogermanica ricostruibile è *Albirūnō, composto di *albiz "elfo"  e *rūnō "segreto". È un antroponimo femminile molto arcaico. Gli Elfi, nell'antica tradizione germanica, non erano le creature leggiadre, splendenti e benevole a cui siamo stati abituati dal fantasy: erano esseri maligni che vivevano nei tumuli e che erano ritenuti responsabili, tra le altre cose, della diarrea e della lebbra. 
 
Etimologia di Swinda 
 
Il nome significa "Forte". La forma protogermanica ricostruibile è *Swinþō, da *swinþaz "forte". È un antroponimo femminile molto arcaico. In gotico si ha l'aggettivo swinþs "forte", femminile swinþa. Lo stesso elemento si trova anche nel nome della Regina degli Ostrogoti Amalasunta (gotico Amalaswinþa "Forza degli Amali", trascritto come Amalasuintha, Amalasuntha, Amalasuinda, Amalasuenta). Gli Amali erano la dinastia regnante degli Ostrogoti (estinta con la morte di Teodato nel 536). 

Nota: 
Sono forme un po' arcaiche per il XV secolo.

Curiosità 

Il finanziamento subì delle interruzioni: le riprese furono sospese per un anno a causa di vincoli di bilancio, poiché la produzione inizialmente non ricevette alcun sostegno finanziario da parte di fondi cinematografici tedeschi o austriaci. 

Gli attori hanno recitato le loro battute in una variante dialettale austriaca della lingua tedesca. La colonna sonora è stata composta dal duo dark ambient greco MMMD. 


Altre recensioni e reazioni nel Web 

Alcune opinioni interessanti si trovano nel sito di critica cinematografica Il Davinotti


Daniela ha scritto (2020):
"Figlia di strega, destinata a diventare strega essa stessa...  Con molti punti di contatto con The Witch di cui condivide i toni cupi e l'ambientazione in una società contadina decontestualizzata, questa produzione franco-tedesca [sic] riesce ad essere ancora più scarna e criptica. Per spingere verso il male è sufficiente la crudeltà degli uomini verso i deboli ed i diversi, sorretta dall'ottusità della Chiesa, tanto che il Diavolo può defilarsi fino a diventare un fruscio nella foresta o la conseguenza di un'intossicazione alimentare. Film ostico ma rigoroso, affascinante."
Buiomega71 ha scritto (2021): 
"Cupo, ostico, opprimente e oscuro (come le musiche alla Popol Vuh di Mmmd) viaggio incubotico [sic] che sta tra Dreyer e Herzog, in cui Feigelfeld tocca le corde più disturbanti (in zona zoofilia con la mungitura della capra, la madre che annusa viscidamente la figlia, una minzione su un ratto morto, infanticidi, il vomito, la peste e una sequenza di cannibalismo tra le più insostenibili mai girate) fino a una chiusa suggestiva che sfocia nel soprannaturale. The witch, al confronto, sembra un blockbuster. Vivamente sconsigliato a chi soffre di depressione. Pesantissima l'atmosfera."
Abthonyvm ha scritto (2022): 
"Sarebbe semplicistico considerare l'opera di Feigelfeld come la controparte europea del The witch di Eggers, nonostante gli inevitabili paragoni e gli evidenti punti di contatto: l'orrore dell'austriaco è più rarefatto e intimo, si nutre di solitudine ed emana dai dettagli (i bubboni della madre morente, l'erotismo malato, i teschi), facendosi conseguenza diretta di mali insanabili quali il pregiudizio e l'ignoranza, concretizzandosi in una fuga nefasta nella follia depressiva. Opera non tanto spaventosa quanto disturbante, che si avvale di un'ottima protagonista e un'eccellente OST."
Piuttosto scettico è invece Myvincent, che ha scritto (2021):
"Vita, miracoli e morte di una strega del XV secolo in uno sperduto villaggio alpino fatto di quattro case. Più che un horror, l'ennesima critica a chi fa della diversità uno squallido motivo di conformismo. Purtroppo lo stile è talmente monotono, il ritmo di una noia insostenibile, che il film si fa davvero pessimo. Esercizio di stile fine a se stesso e per di più dai risultati discutibilissimi."

Riporto infine il link alla recensione di C.H. Newell, pubblicata sul sito Father Son Holy Gore


Senza dubbio è interessante, anche se si ravvisa una certa fissazione con temi tipicamente moderni proiettati retroattivamente indietro di secoli.