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venerdì 20 settembre 2024

ETIMOLOGIA DEL GIAPPONESE ETA 'INTOCCABILE, PARIA'

Il termine えた eta, scritto in kanji 穢多, indica la più bassa classe sociale del Giappone dell'Epoca Edo (1603 - 1869). Il significato tradizionalmente attribuito alla parola è "pieno di sozzura". Secondo le idee dominanti nel mondo accademico, deriverebbe da un composto di (e "cibo animale"; "sudiciume") e della forma verbale‎ 取り (tori "atto di prendere" - un derivato di 取る toru "prendere"). 
Com'è facilmente immaginabile, si tratta di formazioni lessicali ben anteriori ai tempi dei Tokugawa. Nell'ortografia kanji 穢多 la parola è documentata per la prima volta nel XIII secolo (anno 1296), nell'Epoca Kamakura (1185 - 1333), nel libro denominato 天狗草紙 (Tengu sōshi). Questa è un'opera illustrata di satira religiosa che critica aspramente i corrotti monaci buddhisti dei potenti templi di Nara e di Kyōto, dipingendoli come tengu, creature mitiche simili a uccelli grotteschi dal lungo becco. 
La forma considerata più antica, etori, è attestata già nel X secolo (anno 935), nell'Epoca Heian (794 - 1185), nel 和名類聚抄 (Wamyō ruijushō), in cui il significato è descritto come "lavoro o professione di preparare il cibo per i falchi". L'opera è una specie di dizionario dei caratteri cinesi o di antenato di un'enciclopedia. La sua composizione fu iniziata dal poeta e studioso Minamoto no Shitagō nel 934, su richiesta della figlia dell'Imperatore Daigo. 
Secondo l'opinione degli accademici, nel corso dei secoli si sarebbe avuto uno slittamento semantico: il significato avrebbe subito un'estensione, passando a indicare tutto ciò che aveva a che fare con la macellazione di quadrupedi, vista tradizionalmente come una professione impura. Da qui sarebbe quindi derivato il significato di intoccabilità tipico della società giapponese. Questa trafila mi sembra piuttosto implausibile, dato che il concetto è di una forza incredibile e difficilmente potrà essere derivato da un tecnicismo venatorio riferito ai falchi. Sono convinto che il passaggio sia piuttosto stato l'inverso. La religione nativa 神道 Shintō ("la Via degli Dei"), incredibilmente arcaica, è stata il fondamento primo del concetto di impurità ontologica, 穢れ kegare, connessa con una serie di condizioni anche indipendenti dalla volontà (lebbra, miasi, contatto col fulmine, albinismo, tutto ciò che ha a che fare con i morti e con la macellazione, contatti con gli escrementi, etc.). Il Buddhismo, importato nell'Arcipelago nel VI secolo, ha vietato la consumazione di carne di quadrupedi, che venivano quindi macellati per nutrire altri animali, tra cui i falchi. Si è avuta una sovrapposizione tra la nuova religione e un sostrato antichissimo. 

Sinonimo moderno: 
部落民  burakumin "intoccabile, paria"
Significato letterale: "abitante del borgo"
Nota: 
Agli Intoccabili non era permesso risiedere in città con il resto della popolazione, così abitavano in appositi borghi (oggi diremmo "baraccopoli"), al di fuori delle difese urbane.

Quando si tratta l'origine di termini dal significato tanto viscerale, è legittimo diffidare delle opinioni comuni, essendo altissimo il rischio di imbattersi in etimologie popolari fuorvianti. 

Un'etimologia alternativa

Volendo andare a fondo rispetto alle etimologie popolari, si potrebbe pensare di collegare la parola eta all'etnonimo 蝦夷 Ezo (variante Yezo), tradotto generalmente con "Barbari", che indicava popolazioni di lingua non nipponica (non Yamato) come gli Emishi e gli Ainu. 

Questa è la trafila ricostruibile di Ezo

Proto-Ainu: *emciw "persona, essere umano"
Trafila fonetica ipotizzabile:
  /emtsiu/ =>
  /entsiu/ =>
  /entʃiu/ => 
  /entʃu/ =>
  /endzu/ => 
  /ezo/ 
Esito proto-nipponico (prestito): *EZO 
   Esiti storici: Ezo, Yezo 

Una trafila del tutto simile, ma in una lingua diversa dello stesso ceppo, ha dato invece 毛人 Emishi (variante Ebisu), scritto anche con gli stessi kanji di Ezo蝦夷.

Proto-Ainu: *emciw "persona, essere umano"
Trafila fonetica ipotizzabile:
  /emtsiu/ => 
  /emtsi/, /emtsu/ => 
  /emitsi/, /emitsu/ => 
  /emisi/, /emisu/  
Esito proto-nipponico (prestito): *EMISI / *EBISU
   Esiti storici: Emishi, Ebisu
   /emiʃi//ebisu/ 

Se sono chiarissime le etimologie proto-Ainu di Ezo, Emishi, Ebisu, non mi sembra tuttavia molto convincente la loro associazione a eta, etori. In effetti, ragionandoci a lungo, sono arrivato a una conclusione che considero migliore.

Una nuova proposta etimologica

Nelle Filippine e nella Penisola Malese sussistono tuttora residui di popoli anteriori all'espansione delle genti austronesiane. Sono stati chiamati Negritos dagli Spagnoli nel XVI secolo, in quanto mostrano caratteri simili a quelli dei Pigmei dell'Africa: bassa statura, pelle scura, naso camuso e capelli crespi. Non conservano più le antiche lingue pre-austronesiane, ma ci sono prove che le parlavano ancora quando nelle Filippine sono giunti gli Spagnoli. Il gesuita Pedro Chirino (1557 - 1635), nella sua Relación de las Islas Filipinas (pubblicata a Roma nel 1604), scrisse che le lingue dell'Arcipelago si somigliano tra loro "come in Italia il toscano, il lombardo e il siciliano, o come in Spagna il castigliano, il portoghese e il galiziano", aggiungendo subito dopo che differente era la lingua dei Negritos, definita isolata ed estranea rispetto alle altre proprio "come in Spagna il basco". Anche se questi Negritos parlano ormai lingue austronesiane, si trovano in esse molti termini di sostrato, che sono stati raccolti e che puntano a un'origine comune (Reid, 1994). I nomi endoetnici dei Negritos sono sorprendenti: Aeta, Ayta, con diverse altre varianti. Lessi anni fa dell'ipotesi della presenza di genti simili nel Giappone preistorico, e il mio ricordo non è ingannevole. L'idea che i Pigmoidi si trovassero in passato in un'area estesissima che includeva anche il Giappone si trova in diversi studiosi del XIX e della prima metà del XX secolo, come Joseph Barnard Davis (1867), Armand de Quatrefages (1895), Alfred Radcliffe-Brown (1922). A un certo punto mi si è accesa una lampadina. 

Proto-Negrito: *ʔaqtaʔ
Significato: "essere umano" (endoetnico) 
Esiti storici (Indonesia, Filippine):
   atta
   arta
   alta
   agta
   ayta
   aeta 
Esito proto-nipponico (prestito): *ETA 
   Esiti storici: eta, etori 
Significato storico: "intoccabile", "paria" 

Tutto è finalmente chiaro: oltre alle genti della Cultura Jōmon, in Giappone dovevano esistere anche comunità di Negritos, che furono assimilate, pur mantenendo il loro nome. Con l'arrivo di popolazioni della Cultura Yamato, antenate della massima parte dei moderni Giapponesi, l'antico endoetnico Eta è diventato nel corso dei secoli un termine di stigma in un sistema sociale caratterizzato da un feroce razzismo e dal terrore della contaminazione. 
Nota: 
Pur essendo l'argomento drammatico, ricordo un dettaglio involontariamente comico: ancora sull'ormai datata Enciclopedia UTET, si descriveva l'invasione da parte delle genti Yamato parlando di "continue ondate di popolazioni mongoloidi"

lunedì 20 maggio 2024

ETIMOLOGIA E ORIGINI DEL GARUM, GHIOTTONERIA DEGLI ANTICHI ROMANI

Com'è ben risaputo, gli antichi Romani usavano largamente una salsa a base di pesce fermentato, denominata garum. Il pesce marino veniva salato e fermentato in anfore con le sue interiora, cui venivano aggiunti altri ingredienti come erbe aromatiche. Il prodotto migliore era la parte liquida, denominata liquāmen. Un'altra frazione liquida, comunque pregiata, era il garī flōs "fiore del garum". Restava poi la parte pastosa, denominata allēc, che era considerata di qualità inferiore. In epoca tarda, la parola liquāmen tendeva a essere usata al posto di garum


garum, nome neutro, II declinazione 
   genitivo: garī 
   dativo/ablativo: garō 
   accusativo/vocativo: garum 
Variante dotta: garon 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (gara, genitivo garōrum, etc.). 

Derivati: 
  garum piperātum "garum con l'aggiunta di pepe"
  oxygarum "garum con aceto"
  oenogarum "garum con vino" 
  elēogarum "garum con olio"
  hydrogarum "garum diluito con acqua"
Nota: 
Essendo la -ă- di garum breve, si pronunciava oxýgarum, oenógarum, elēógarum, hydrógarum. Sono composti grecizzanti, di uso dotto. Immagino che in latino volgare si usassero nomi diversi per queste preparazioni culinarie.  

liquāmen, nome neutro, III declinazione
   genitivo: liquāminis 
   dativo: liquāminī
   accusativo/vocativo: liquāmen
   ablativo: liquāmine
Non dovrebbe usarsi il plurale in questa accezione, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (liquāmina, genitivo liquāminum, etc.). 
Altri significati della parola: 
  1) liquido 
  2) lisciva

allēc, nome neutro, III declinazione
   genitivo: allēcis 
   dativo: allēcī
   accusativo/vocativo: allēc
   ablativo: allēce
Varianti: ālēc, hallēc, hālēc 
Forme tarde (genere maschile): allēx, ālēx, hallēx, hālēx 
Non dovrebbe usarsi il plurale, anche se è incluso nel Dizionario Latino Olivetti e nel Wiktionary tra le forme flesse (allēca, genitivo allēcum, etc.). 
 
Etimologia di garum:

La parola latina garum è un prestito dal greco γάρον (gáron), variante di γάρος (gáros), che indica una specie di pesce pelagico piccolo, non identificata, dalle cui interiora in origine era ricavato il condimento. L'origine ultima di questo termine greco è sconosciuta. Con ogni probabilità si tratta di un prestito di adstrato. La preparazione culinaria era tipica della Fenicia, nel Paese chiamato Canaan, da cui è stata portata a Cartagine e in tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante questo, non sono stato in grado di trovare paralleli credibili nelle lingue semitiche (o in qualsiasi altra lingua), così attendo che salti fuori qualcosa di utile in futuro. 

Etimologia di liquāmen e allēc

La parola latina liquāmen è chiaramente dalla stessa radice di liquidus "liquido, fluido" (agg.), liquāre "sciogliersi, colare", liquor "fluido, sostanza liquida" (genitivo liquōris), etc.

La parola latina allēc deriva dal greco ᾰ̔́λς (háls) "sale", probabilmente tramite l'etrusco (il suffisso non è greco). Potremmo ipotizzare un participio passivo *halequ, alla lettera "salato", "messo sotto sale".  
Derivati romanzi: 
Italiano: 
  1) alice (pronuncia alìce, non àlice)
  2) alaccia, laccia "sardinella (Sardinella aurita)"
Catalano:
  alatxa "sardinella (Sardinella aurita)"

Due etimologie di garum, suggestive ma false

1) L'ipotesi indiana 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola Hindi गरम garam "caldo", "piccante", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari: 
- La parola in questione è un prestito tardo dal persiano گَرْم garm "caldo", infatti non ha la consonante iniziale aspirata.
- La consonante -m è parte della radice: la parola greca corrispondente è θερμός (thermós) "caldo". Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione).
 
2) L'ipotesi malese 
Alcuni hanno fatto notare la somiglianza con la parola malese/indonesiana garam "sale", pensando così a un antico prestito dall'Oriente. I problemi sono vari:
- Il significato originale di questo garam è "granello": la parola originale per indicare il sale è sira, da cui è derivata la locuzione garam sira "granello di sale" (poi abbreviata mantenendo solo il primo membro).  
- La consonante -m è parte della radice. Questo inficia il paragone con il latino garum, in cui -um è una terminazione tipica dei nomi neutri con il tema in -o- (la cosiddetta II declinazione). 

Mi sono imbattuto in questi maldestri tentativi etimologici nel Web, a questo link, in cui sono inclusi alcuni commenti con un abbozzi di confutazione: 


Un'altra falsa etimologia

È stata notata la somiglianza della parola garum con due verbi della lingua tedesca: 
1) garen "cucinare"
2) gären (ortografia obsoleta gähren) "fermentare"

- Il verbo garen (pronuncia /'ga:rən/) deriva da gar "cucinato", a sua volta dall'antico alto tedesco garo "preparato", "pronto".
- Il verbo gären (pronuncia /'gε:rən/) era molto diverso in antico alto tedesco: esistevano jesan "fermentare" e il suo causativo jerien "far fermentare". L'iniziale g- del tedesco moderno di deve alla fusione del tipico prefisso ge- (antico alto tedesco gi-). 
Conclusione:
Nessuna di queste parole tedesche è accettabile come etimologia di garum. Si tratta di mere somiglianze superficiali senza alcun nesso causale. 

Complesse interazioni

Una curiosità: esisteva il garum kosher già nell'antica Pompei. Siccome le norme alimentari della religione ebraica permettevano agli Israeliti soltanto i pesci con squame, escludendo selaci, crostacei e molluschi, furono fatte preparazioni apposite, come mostrato da reperti archeologici. Questo deporrebbe a favore dell'universalità della salsa, usata anche dagli Ebrei, che pure erano così schifiltosi e ossessionati dall'idea di purezza. Per il resto, è difficile tracciare una mappa che tenga conto di tutti i possibili fattori. Solo per fare un esempio, non sono affatto sicuro che il garum piacesse ai Germani in epoca imperiale. Fatto sta che con le grandi migrazioni, il condimento in questione finì per scomparire dall'Occidente, anche se gradualmente. Isidoro di Siviglia ne parla ancora nel VII secolo. La produzione e l'uso si sono conservati invece nell'Impero Romano d'Oriente fino al IX secolo. Ci sono alcune testimonianze del fatto che la salsa fosse usata dai sovrani dei Franchi e dei Longobardi, anche se era importata da territori di Bisanzio. Non si tratterebbe quindi di continuità, bensì del risultato di rinnovati traffici commerciali  con l'Oriente e di gusti acquisiti, secoli dopo l'insanabile frattura del mondo antico. 
Tra le ragioni del declino del garum in Occidente, si possono senz'altro citare il crollo della logistica e il peggioramento generalizzato dell'economia a partire dal VI secolo. Ogni cosa costava troppo, così ci si dovette arrangiare come si poteva. 
Molto tempo dopo, il tirannico Carlo Magno si occupò anche della produzione delle salse di pesce, imponendo regole igieniche stringenti. Non abbiamo affatto la certezza che questi prodotti fossero forme di garum paragonabile a quello antico. Anzi, è piuttosto improbabile. In effetti, si trattava di salse che erano sottoposte a cottura, a differenza di quelle prodotte nell'antichità.  

Garum e parassitosi 

Le analisi su latrine e feci fossilizzate (coproliti) di epoca romana hanno evidenziato una presenza diffusa di parassiti intestinali, tra cui tricocefali, nematodi e, in particolare, il botriocefalo o verme solitario del pesce. La preparazione avveniva macerando viscere di pesce sotto il sole e non era prevista la cottura, che avrebbe ucciso le uova dei parassiti. Il commercio diffuso in tutto l'Impero in giare sigillate ha facilitato la diffusione di questi vermi infestanti a tutta la popolazione. Sebbene i Romani avessero per l'epoca un'ottima cultura igienica (basti pensare alle terme e alle latrine), le parassitosi erano molto comuni. Si ipotizza che l'uso frequente del garum, unito al ricambio limitato dell'acqua nelle terme e alle peculiari modalità di pulizia anale, abbia favorito la persistenza di tali infezioni. 


Esperimenti moderni 

Qualche tempo fa, con mia grande sorpresa, ho potuto trovare del garum al supermercato. Il prodotto si chiamava "Garum Romae". L'ho trovato eccellente, anche se l'aspetto era poco invitante. Era pastoso e di color bruno verdastro: tecnicamente parlando, era più che altro allēc. Non ho nemmeno scattato qualche foto della pasta condita con questa salsa: avrei potuto indurre chi avesse visto quella pasta a pensare che fosse stata cosparsa di escrementi umani! Dopo qualche mese, il prodotto  ittico purtroppo non si è più trovato. Evidentemente non ha riscosso successo per via della sua apparenza, in grado di urtare gli stomaci più sensibili. Peccato, era un'iniziativa ricostruzionista davvero lodevole. La lista degli ingredienti specificava l'uso di una certa varietà di erbe aromatiche, tra cui la menta e la mentuccia. In ogni caso, non sono sicuro che questo garum sia stato prodotto secondo le procedure in uso nell'antica Roma. Con ogni probabilità nessuna autorità  odierna darebbe il suo benestare alla fermentazione sotto il calore solare di pesce con le interiora, posto in vasche di pietra per qualche settimana. Si sarà trattato di una versione "addomesticata"
Ricordo ancora un mio sciagurato esperimento. Presi gli intestini di alcuni pesci e li misi brutalmente assieme a un po' di sale in un recipiente. L'odore che ne sorse avrebbe stordito e abbattuto un avvoltoio, così fui costretto a gettare tutto! 

Il caso della colatura di alici

È una leggenda abbastanza diffusa quella secondo cui il garum avrebbe lasciato come erede la colatura di alici di Cetara (Costiera Amalfitana, Campania), che equivarrebbe al liquāmen, ossia alla parte liquida. Tuttavia la cosa mi pare dubbia, perché la colatura di alici è fatta con pesci eviscerati, mentre il garum è fatto con pesci non eviscerati. Certo, è anche possibile che nel corso dei secoli la preparazione sia cambiata, passando dalla ricetta romana a qualcosa di più edulcorato, privato proprio di quello che in origine era l'ingrediente principale. Potrebbero essere stati i rubicondi fratacchioni a cercare di "purificare" il prodotto per qualche loro fisima religiosa. Tuttavia, non si può escludere che la colatura sia un'innovazione medievale, priva di diretta discendenza con il condimento dell'antica Roma. Restiamo in attesa di ulteriori informazioni per poter definire meglio la complessa questione.

sabato 10 febbraio 2024


I SIGNORI DELLA TRUFFA

Titolo originale: Sneakers
Lingua originale: Inglese 
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1992
Durata: 126 min
Genere: Thriller, drammatico 
Sottogeneri: Hackers, spionaggio, cyberpunk   
Regia: Phil Alden Robinson
Soggetto: Phil Alden Robinson, Lawrence Lasker,
     Walter F. Parkes
Sceneggiatura: Phil Alden Robinson, Lawrence Lasker,
     Walter F. Parkes 
Tematiche: Spie e microchip, truffe informatiche
Produttore: Lawrence Lasker, Walter F. Parkes
Produttore esecutivo: Lindsley Parsons Jr.
Distribuzione in italiano: UIP
Fotografia: John Lindley
Montaggio: Tom Rolf
Effetti speciali: Ken Pepiot
Musiche: James Horner
Scenografia: Patrizia von Brandenstein,
     Dianne Wager, Samara Schaffer
Costumi: Bernie Pollack
Trucco: Gary Liddiard
Interpreti e personaggi:
    Robert Redford: Martin Bishop / Martin Brice
    Sidney Poitier: Donald Crease
    David Strathairn: Hi-Fi
    Dan Aykroyd: Mamma (Mother)
    River Phoenix: Carl Arbogast
    Timothy Busfield: Dick Gordon
    Mary McDonnell: Liz
    Ben Kingsley: Cosmo
    Donal Logue: Dr. Gunter Janek
    James Earl Jones: Agente NSA Bernard Abbott
    Lee Garlington: Dr. Elena Rhyzkov
    George Hearn: Gregor Ivanovich
    Stephen Tobolowsky: dr. Werner Brandes
    Eddie Jones: Buddy Wallace
    Amy Benedict: NSA agente Mary
Doppiatori italiani:
    Cesare Barbetti: Martin Bishop / Martin Brice
    Pino Locchi: Donald Crease
    Marco Mete: Hi-Fi
    Sandro Acerbo: Mamma (Mother)
    Vittorio De Angelis: Carl Arbegast
    Claudio Fattoretto: Dick Gordon
    Dario Penne: Cosmo
    Renato Mori: Agente NSA Bernard Abbott
    Maria Pia Di Meo: Liz
    Sandro Sardone: Buddy Wallace 
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Sneakers - Die Lautlosen 
    Francese: Les Experts 
    Spagnolo (Spagna): Los fisgones 
    Spagnolo (America Latina): Héroes por azar 
    Portoghese: Heróis por Acaso
    Russo: Тихушники 
    Croato: Uhode 
    Polacco: Włamywacze 
    Lituano: Rafinuoti vagys 
    Estone: Näpumehed 
    Ungherese: Komputerkémek 
    Turco: Şifreciler 
    Rumeno: Cutia neagra 
    Greco (moderno): Οι αθόρυβοι 
Budget: 23 milioni di dollari US
Box office: 105,2 milioni di dollari US

Trama: 
Anno del Signore 1969. Gli studenti hacker amici di lunga data Martin Brice e Cosmo usano le loro abilità per riallocare fondi da cause che considerano "malvagie" (es. il KKK, il Partito Nazista Americano, etc.) a cause considerate invece "nobili" ma sottofinanziate, pensate per "aiutare il mondo" (es. le Pantere Nere, le Femministe Radicali, etc.). Martin esce per andare a mangiare poco prima dell'arrivo della polizia, che arresta Cosmo e costringe Martin a nascondersi (un classico redfordiano, cfr. I tre giorni del Condor). 
Decenni dopo, a San Francisco, Martin Brice, usando lo pseudonimo di Martin Bishop (che originalità!), guida un team di specialisti in sicurezza per penetration testing che include l'ex agente della CIA Donald Crease, il tecnico e teorico della cospirazione Darren "Mother" Roskow, il prodigio dell'hacking Carl Arbogast e il phreak telefonico cieco Irwin "Whistler" Emery. Dopo che il team si è infiltrato con successo in una banca per dimostrarne l'inadeguata sicurezza, Martin viene avvicinato da due agenti della NSA. Gli uomini sono a conoscenza della vera identità di Martin (ovvio, basta il suo nome di battesimo per capire chi è!). Si offrono di scagionarlo e di pagargli 175.000 dollari per recuperare una scatola nera finanziata dalla Russia, nome in codice "Setec Astronomy" (anagramma di "Sperma di topo infetto"), dal matematico Gunter Janek. Con l'aiuto della sua ex fidanzata Liz, Martin e il suo team mettono in sicurezza la scatola. Tuttavia, scoprono che il dispositivo è un decifratore di codici in grado di infiltrarsi nelle reti informatiche più sicure, compresi i sistemi finanziari e governativi. Martin capisce che "Setec Astronomy" sta per "too many secrets" (ossia "troppi segreti") e chiude tutti nel loro ufficio finché il dispositivo non potrà essere consegnato alla NSA.  
Il giorno seguente, Martin consegna la scatola agli agenti, ma Crease lo avverte di scappare dopo aver appreso che Janek è stato assassinato la notte prima. La squadra scopre che la scatola è stata in realtà finanziata dalla NSA e che gli agenti sono degli impostori. Gregor, amico di Martin e spia del consolato russo, identifica uno di loro come un ex agente della NSA che ora lavora per una potente organizzazione criminale. Uomini che si spacciano per agenti dell'FBI arrivano e uccidono Gregor, incastrando Martin usando la sua pistola, prima di trasportare Martin in un luogo sconosciuto dove si scopre che lavorano per Cosmo. Grazie al suo talento nell'hacking, Cosmo si era assicurato un rilascio anticipato dalla prigione ed era stato reclutato da un'organizzazione criminale per gestire le loro finanze illecite. Anche se la scatola può infiltrarsi nelle loro reti illegali, Cosmo la vuole per poter finire ciò che lui e Martin hanno iniziato nel 1969, distruggendo registri finanziari e di proprietà per rendere uguali i ricchi e i poveri. Chiede a Martin di unirsi a lui nella crociata ideologica, ma ne ottiene un rifiuto, dato che il suo piano è considerato estremo. Cosmo usa la scatola per accedere ai sistemi dell'FBI e collegare l'identità attuale e quella passata di Martin, rendendolo di nuovo un fuggitivo. Martin viene colpito e riportato in città.
Per nascondere la loro presenza, Martin trasferisce la sua squadra nell'appartamento di Liz. Contattano il direttore delle operazioni della NSA Bernard Abbott, che li assisterà se recuperano la scatola. Whistler usa i suoni che Martin ricorda dal suo rapimento per identificare l'ufficio di Cosmo nell'azienda di giocattoli PlayTronics. Indagando sulla sicurezza dell'edificio, la squadra identifica Werner Brandes, un dipendente, e manipola un servizio di incontri per metterlo in contatto con Liz. Durante l'appuntamento, Liz ruba i suoi codici di accesso, permettendo a Martin di infiltrarsi in PlayTronics, ma Brandes inizia a sospettare di Liz e la porta nel suo ufficio. Cosmo si rende conto che è coinvolta con Martin e chiude la struttura, prendendo Liz in ostaggio. Martin si arrende e Cosmo lo implora di unirsi a lui, ma lui rifiuta dopo aver consegnato la scatola. Incapace di uccidere il suo amico, Cosmo permette a Martin e alla sua squadra di andarsene, ma scopre che Martin gli ha dato una scatola vuota.
Al ritorno in ufficio, la squadra di Martin è circondata da Abbott e dai suoi agenti. Martin si rende conto che la scatola può essere utilizzata solo dalla NSA per hackerare sistemi appartenenti agli Stati Uniti, come l'FBI e la Casa Bianca. Per garantire il silenzio sulla questione, Abbott acconsente alle richieste della squadra, tra cui la cancellazione della fedina penale di Martin, l'invio di Crease in una lunga vacanza con la moglie, l'acquisto di un camper Winnebago per la madre e la fornitura a Carl del numero di telefono di un attraente agente della NSA. Dopo che gli agenti se ne sono andati, Martin rivela che la scatola è inutile perché ha rimosso il componente principale. Non si capisce una cippa, vero? Beh, poco importa.
Un notiziario annuncia l'improvviso fallimento del Comitato Nazionale Repubblicano e la contemporanea ricezione di ingenti donazioni anonime ad Amnesty International, Greenpeace, allo United Negro College Fund e ad altre cause più perniciose del morbo di Lyme! 


Recensione: 
Prolisso, a tratti insopportabile, proprio perché si fatica a capire tutti i dettagli che si susseguono densissimi. Troppi tecnicismi e troppe dichiarazioni futili. Si soffoca nella retorica! Diciamo che questo Robert Redford politicizzato è piuttosto indigesto. Neanche vent'anni dopo I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975), tutto sembra invecchiato fino alla decrepitezza. L'attore è stanco, logorato, fa fatica a tenere gli occhi aperti. Non funziona più. Avrò visto un paio di volte questo pastone quando ero giovane. Non credo che lo rivedrò ancora. Cosa resta alla fine del film di Robinson? Sperma di topo infetto. La frase in codice, "troppi segreti", è un evidente simbolo della mancanza di trasparenza del potere e della sua oppressione sui comuni cittadini. Fa benissimo il Davinotti a parlare di "forzature evitabili" e di "continuo ricorso a colpi di scena pretestuosi che a lungo andare infastidisce". Parole sante! Queste trovate sono come la famosa carta igienica vetrata evocata da Peter Sellers nel ruolo del detective cinese Sidney Wang! La sceneggiatura è rachitica, insostanziale. Eppure la pellicola ha fatto un box office davvero notevole!

L'amante che non faceva i pompini

Il punto centrale, il vero cardine di questo film è molto semplice: una donna sensuale e libidinosa, la dottoressa Elena Rhyzkov, che però non pratica la fellatio. In parole povere, non fa i pompini. Non le piace farli e non li fa mai a nessuno. 
A maggior ragione non li fa ai matematici perché puzzano. Si fa penetrare solo nel vaso procreativo, possibilmente da tergo. 
Martin Bishop parla con la dottoressa seguendo in modo pedissequo i suggerimenti che gli arrivano dall'auricolare. Così quando quando sente dal trasmettitore la frase "gli faccia un pompino", rimane come pietrificato. "gli faccia un po'... da madre", balbetta. Una battuta a dir poco grottesca. Secondo lui sarebbe un compito delle madri ritrarre il prepuzio ai figli e accogliere il glande in bocca? Evidentemente l'inattesa menzione del pompino lo spiazza e rimedia come può. Mi è venuta la curiosità di capire com'è nel film in inglese. 
Ecco il dialogo in italiano: 

Martin Bishop [alla Dr.ssa Rhyzkov, riferito al Dr. Janek]: Se lei lo ama davvero... allora continui ad amarlo... 
Dr.ssa Rhyzkov: D'accordo.
Martin Bishop: ...e non faccia mai sapere a lui che lei sa... quello che lui crede che lei non sa... ma che sa... sa...
Hi-Fi [a Bishop tramite auricolare]: ...e gli faccia un pompino ogni tanto...
Martin Bishop [distrutto dall'imbarazzo]: ...e gli faccia... un po'... da madre...

Con un po' di pazienza, sono riuscito a trovare l'originale in inglese: 

Martin Bishop [to dr. Rhyzkov]: If you love him... if you really love him... then just keep on loving him. And never let him know that you know what he thinks you DON'T know...
Mission Control (quickly): And give him head whenever he wants.
Martin Bishop: And give him heh— Help. Be a... Be a beacon, in his sad and, lonely life.

Il pompino è reso con il verbo polirematico "give him head", alla lettera "dagli la testa", molto comune negli States. Non si menziona l'atto con un sostantivo (blowjob), soltanto l'azione con uno dei tanti verbi possibili (to give head). Il riferimento al "fare da madre" non c'è. Il concetto è reso da "be a beacon", alla lettera "sii un faro". La parte successiva, "in his sad and, lonely life" ("nella sua vita triste e solitaria"), viene omessa. Si nota una traduzione distorta, "ogni tanto" per "whenever he wants" (ossia "quando vuole").
Tutto questo rende l'idea delle acrobazie necessarie per doppiare i film in lingue diverse da quella originale. 

Ricordi distorti

Non so come mai, mi ero convinto che fosse Arbogast il matematico a cui l'amante si rifiutava di prenderlo in bocca. Non bisogna stupirsi dell'errore: nell'immensa mole di dati stoccati nei banchi di memoria stagnante, sono sempre possibili processi di cut-up, sovrapposizione parziale o totale, ibridazione, riscrittura. 

Etimologia di cooty(s) "infestato da parassiti"

Nella versione in inglese del film, l'anagramma di Setec Astronomy è "cootys rat semen". La traduzione in italiano, "sperma di topo infetto", è in realtà imprecisa. Dovrebbe essere "sperma di ratto infestato da parassiti".
Non mi è chiara la -s finale del cootys che compare nell'anagramma: in genere troviamo l'aggettivo cooty "pieno di pidocchi" e il sostantivo plurale cooties "pidocchi". Queste parole gergali derivano dal malese kutu "pidocchio". Lo stesso vocabolo kutu "pidocchio" si trova nella lingua dei Maori, che appartiene anch'essa alla famiglia austronesiana. 


Diffusione di idee complottiste

Assieme a Capricorn One (Peter Hyams, 1978), I signori della truffa diede un contributo fondamentale e potentissimo alla propagazione a livello globale di uno dei pacchetti memetici più funesti: quello dei negazionisti delle missioni sulla Luna. Il responsabile di questa catastrofe è Dan Aykroyd, che ha interpretato il personaggio di Mamma. Riporto un breve sunto dell'accaduto. 
Una volta identificata la piccola scatola nera dello stitico Janek nel suo ufficio, Mamma sta installando nel furgone un microfono e un auricolare nascosti per Martin Bishop; a un certo punto elogia la qualità del microfono e con fare brillante osserva che "è lo stesso che la NASA ha usato quando ha simulato gli allunaggi dell'Apollo. Gli astronauti trasmettevano in tutto il mondo da un teatro di posa presso la base aeronautica di Norton a San Bernardino, in California"
Il teatro di posa dell'Aerospace Audiovisual Service (A.A.V.S.) presso la base aeronautica di Norton a San Bernardino, in California, è proprio il luogo in cui il Capitano dell'Aeronautica Militare statunitense Phil Alden Robinson si è fatto le ossa come produttore e regista televisivo a metà degli anni '70.  
Molti milioni di persone hanno creduto ciecamente a Dan Aykroyd, come se le sue dichiarazioni folli fossero il Vangelo! "L'uomo non è mai stato sulla Luna! Lo ha detto De Necro Id!", borbottava un vecchio complottista con cui mi è capitato di parlare dell'argomento.

Curiosità varie 
 
Janek, il matematico, è ispirato alla figura grossoccia del filosofo marxista sloveno Slavoj Žižek, quello che si è fatto fotografare seduto sulla tazza di Gianni Morandi, location su cui evidentemente passava giornate intere a causa del suo intestino pigro! Sembra che le sue elucubrazioni matematiche si formassero negli antri del suo cervello proprio nelle lunghe attese tra l'espulsione di uno stronzetto compatto e l'altro. 

Il professor Len Adleman è uno dei tre matematici che hanno inventato il sistema crittografico asimmetrico RSA (Rivest-Shamir-Adleman), attualmente il metodo più diffuso al mondo. Serve a crittografare qualsiasi tipo di dato e a firmare informazioni. Ebbene, Adleman è stato consulente matematico per questo film e ha trascorso diversi giorni a costruire le diapositive che Janek mostra al simposio universitario sui "codici indecifrabili": è stata un'impresa ardua per via utilizzando la primitiva tecnologia di computer grafica dei primi anni Novanta. Alla fine, lo scrittore e regista Phil Alden Robinson ha fatto trasporre queste diapositive in scarabocchi con pastelli a cera, basandosi sull'idea che "questo è ciò che avrebbe fatto un normale matematico". Adleman ha poi osservato che ciò era effettivamente vero, che lo avrebbe fatto lui stesso e che gli avrebbe fatto risparmiare giorni, se solo lo avesse saputo.  

Il fittizio Coolidge Institute, situato a Palo Alto, in California, è un riferimento all'Hoover Institute del campus di Stanford a Palo Alto. Tuttavia, l'Hoover Institute è più un think tank di politica economica, mentre l'SRI di Stanford ha una natura più simile a quella del Coolidge Instutute, ossia un calderone contaminante di merda politically correct, woke e cancel culture

Il press kit del film era accompagnato da un floppy disk contenente un programma personalizzato con le spiegazioni. Alcune parti del programma erano quasi criptate, richiedendo all'utente di inserire una password facilmente indovinabile per procedere.  Fu uno dei primi press kit elettronici di uno studio cinematografico.

Alla fine del film, Mary dà a Carl il suo numero di telefono: 415-273-9164. È un prefisso di San Francisco e uno dei rari casi, nei film e in televisione, in cui viene utilizzato un numero di telefono reale anziché un fittizio 555. Nel commento audio, gli sceneggiatori spiegano di aver acquistato un numero di telefono reale perché, in un film pieno di inganni, volevano fosse credibile che lei gli stesse davvero dando il suo numero, e un numero 555 avrebbe potuto essere involontariamente ridicolo, imbarazzante. Poi è stato inserito un messaggio vocale per promuovere il film, permettendo però che il numero tornasse ad essere reale dopo l'uscita nelle sale. Chiunque ha ricevuto il numero sarà stato bombardato da chiamate assurde. Cose del tipo "Pronto, è la dottoressa Rhyzkov? È vero che non fa i pompini?"

lunedì 12 giugno 2023

LA PROBLEMATICA ETIMOLOGIA DI SANDOKAN

Tutti sanno chi è Sandokan, soprannominato Tigre della Malesia o Tigre di Mompracem, il pirata protagonista di diversi romanzi dello scrittore veronese Emilio Salgari (1862 - 1911, morto gloriosamente facendo seppuku). Quanti si sono chiesti perché il sanguigno personaggio del ciclo indo-malese è stato chiamato proprio in questo modo? In questo Paese letargico non è costume molto diffuso porsi domande sulle origini di ogni cosa, quindi mi tocca supplire a questa carenza impegnandomi in continue indagini. 


Quando mi sono messo a cercare informazioni credibili sull'etimologia del nome Sandokan, mi sono imbattuto in un racconto che lì per lì mi è parso poco verosimile. Il celeberrimo pirata avrebbe tratto il suo nome da una città, in modo analogo a quanto è avvenuto a coloro che in Italia portano un cognome locativo. In effetti, nel Borneo nord-orientale, nello Stato di Sabah, esiste una città portuale il cui nome è Sandakan. Il significato tradizionalmente attribuito a questo toponimo è "pegno scaduto". Una traduzione migliore dalla lingua Suluk (Tausūg) sarebbe "luogo che è stato dato in pegno". Ecco un'analisi più approfondita, capace di metterne in luce la radice e gli aspetti morfologici: 

Tausūg: 
sandaɁ "pegno", "deposito"  
  -kan, suffisso locativo o agentivo, aggiunto a nomi e a verbi. 

La stessa radice è diffusa anche in altre lingue strettamente imparentate: 


Mapun: sandaɁ "cosa data in pegno" 
Manobo: sandaɁ "impegnare qualcosa",
     "prestare qualcosa lasciando un deposito"
Maranao: sandaɁ "mutuo", "deposito", "pegno"; 
     sandaɁi "prestatore di pegni", "banco dei pegni" 
Tboli: sandaɁ "impegnare qualcosa" 
Yakan: sandaɁ "cosa impegnata", "pegno"
Tiruray: sanda "impegnare qualcosa per denaro"
Minangkabau: sanda "pegno"
Antico giavanese: sanda "pegno", "deposito"  
Balinese: sanda "pegno";
     sandahang "essere indotto a impegnare" 

Un tempo anche in malese esisteva il vocabolo sanda "pegno", ma è caduto in disuso ed è stato sostituito con gadai "pegno".

A quanto si sa, nel XIX secolo il Sultano di Sulu, il cui regno si trovava nelle Filippine meridionali ed estendeva la sua influenza su parte del Borneo settentrionale, si è venuto a trovare in un groviglio internazionale. Uno di quei casini che difficilmente si possono spiegare bene a parole, anche perché c'erano diverse potenze europee che interagivano in quella parte del mondo. Cercando protezione dalla Germania contro le mire della Spagna, il Sultano Jamalul Azam ha venduto nel 1878 la città di Sandakan a un console dell'Impero Austroungarico, il Barone Gustav von Overbeck. Il punto è che Overbeck in seguito ha a sua volta ceduto la proprietà a un mercante coloniale inglese, Alfred Dent. La città ebbe grande prosperità e divenne la capitale del Borneo settentrionale, rimpiazzando Kudat. Dato che si registrava una continua presenza tedesca nell'area, cosa che irritava gli Inglesi, si giunse a un accordo denominato Protocollo di Madrid (1885): la Spagna avrebbe esercitato la sua influenza sull'Arcipelago di Sulu ma non sul Borneo settentrionale. Domanda: Sandakan aveva questo nome già prima della sua cessione? In tal caso si avrebbe ragione di dubitare del valore etimologico della narrazione. Ebbene, sembra proprio che il nome Sandakan sia stato attribuito da un certo William Clarke Cowie, che era un contrabbandiere scozzese di armi da fuoco. Non c'è ragione di credere che i garbugli internazionali siano stati collegati ad hoc a un toponimo più antico per spiegarne l'origine. Sappiamo che la città di Sandakan era anche chiamata Elopura, nome glossato con "Bella Città" e talvolta "Bel Porto": fu lo stesso William Clarke Cowie a coniarlo e ad attribuirlo. Era un autentico poeta scozzese! Come si chiamava Sandakan prima degli anni '7o dell'Ottocento? Non sono stato in grado di appurarlo. Attualmente il toponimo gode di una certa importanza, persino nell'ambito dell'organizzazione territoriale della Chiesa Romana: 

"La diocesi di Sandakan (in latino: Dioecesis Sandakanensis) è una sede della Chiesa cattolica in Malaysia suffraganea dell'arcidiocesi di Kota Kinabalu."
(Fonte: Wikipedia) 


Realtà storica del personaggio 

A quanto è stato appurato, è esistito un comandante navale particolarmente bellicoso, il cui nome era Sandokong. Assieme al sodale Syarif Osman, combatté contro James Brooke, il Rajah Bianco di Sarawak, proprio negli anni in cui sono ambientati i romanzi salgariani. Usava lo stesso vessillo rosso con la testa di tigre. Il luogo che gli ha dato i natali è Marudu (varianti: Maludu, Malludu, Malluda). Syarif Osman, un principe spodestato, avrebbe in qualche modo ispirato la figura di Yanez de Gomera - pur non essendo portoghese. Una appassionata tedesca del ciclo dei pirati della Malesia, Bianca Maria Gerlich, si è recata in Borneo per raccogliere informazioni, riuscendo ad ottenere le prove dell'esistenza storica di questo Sandokong (varianti documentate: SandukongSandokang, Sandukur, Sindukung). Ha inoltre incontrato i suoi discendenti, che sono oggi particolarmente benestanti. A quanto pare, il loro illustre progenitore aveva investito in alcune grotte ricchissime di guano, difendendole con particolare tenacia. Invito tutti a imparare qualcosa di sorprendente leggendo gli articoli contenuti nel sito della studiosa, iniziando da questo:


Dagli interessantissimi dati reperiti, risulta evidente la derivazione dell'antroponimo della Tigre della Malesia dal vocabolo malese sendok "cucchiaio", "mestolo" - come riconosciuto dalla stessa Gerlich. 

Proto-maleo-polinesiano: *sanduk 
    Ricostruzioni alternative: *sinduk 
Significato: cucchiaio, mestolo 
Nota:
In origine lo strumento era fatto con un guscio di noce di cocco, con un manico di bambù.  
Esiti documentati: 
   Tagalog: sandok "cucchiaio", "mestolo" 
      Varianti: sanrok
   Malese: sendok, senduk "cucchiaio", "mestolo" 
      Varianti: sandok 
   Sundanese: séndok, sinduk "cucchiaio", "mestolo" 
Quindi Sandokan doveva significare qualcosa come "che usa il cucchiaio", dato che in malese -an è un suffisso tipico che serve a marcare azioni e che può anche avere funzione di strumentale o di agentivo. Questi sono alcuni esempi, sempre dal malese: 

timbang "pesare" => timbangan "bilancia" 
makan "mangiare" => makanan "cibo" 
pimpin "giudare" => pimpinan "guida", "leader" 
bangun "costruire" => bangunan "costruzione" 
didik "educare" => didikan "educazione" 


Vero è che dalle forme raccolte sul campo, sembrerebbe piuttosto che il suffisso originale fosse -ang (-ong, -ung), che però non sono in grado di spiegare, anche a causa della mia scarsa conoscenza di questa famiglia linguistica. Non sembra comunque esserci molto spazio per i dubbi: si tratterà di varianti locali. 
Evidentemente chi ha dato per la prima volta il nome Sandokan / Sandokang (etc.) a una persona, intendeva indicare una grande voracità, il mangiare a quattro palmenti servendosi di un grosso cucchiaio. Potremmo quasi pensare di tradurre Sandokan con "Cucchiaione"! 

Alcune etimologie farlocche

Mi sono imbattuto in alcune pagine di cui è bene diffidare, perché hanno un altissimo livello di inquinamento memetico. Eccole:


"L'etimologia della parola "SANDOKAN" non è ben comprensibile. Alcuni studiosi sostengono che provenga dal sanscrito "sandhyā", che significa "terra" o "mondo". Altri sostengono che sia una invocazione protettiva."


"La parola "Sandokan" deriva dalla lingua persiana, "sandukān", che significa "ministro" o "capo". Questa parola venne poi adottata dall'italiano con il significato di personaggio o figura di potere." 

Le informazioni contentute in tali testi sono false, inventate di sana pianta. La parola sanscrita संध्या saṃdhyā (sandhyā) ha un significato del tutto diverso da quello indicato dal compilatore del sito di cruciverba: significa "crepuscolo", "unione di giorno e notte"; "transizione", "giuntura". È anche un nome proprio femminile. Ovviamente non ha nulla a che fare con Sandokan.  
La parola persiana صندوق sanduk, sanduq significa "scatola", "cassa", "cofano", "forziere"; è un evidente prestito dall'arabo صُنْدُوق ṣundūq "cassa", "scrigno", "cassetta", "cofano". Anche in questo caso, non c'è connessione alcuna con Sandokan
Mi sorprende che ci siano persone con tanto tempo da perdere, da impegnarsi nel diffondere a piene mani simili stronzate. Danno alle loro spiritosaggini un aspetto verosimile, per gabbare i polli! 
 
Una storiella apocrifa

Riporto ora verbatim ab origine un testo notevole e ameno, che ho raccolto tempo fa: 

"Ebbene, il nome Sandokan deriva da una bestemmia! Salgari, che era un buon veneto amante del distillato di vinacce, cercava invano un nome convincente per il protagonista delle avventure di pirateria malese che gli frullavano per la testa da giorni. Così accadde che inciampò e batté una caviglia contro uno spigolo. Urlò "SAN DIO", seguito dall'epiteto "CAN"! Ecco che la moglie dello scrittore, che era un po' sordastra, fece capolino nella stanza e chiese: "Chi è questo Sandokan?" Aveva interpretato la sonora bestemmia come un nome proprio, perché non aveva sentito la vocale -i-. Ecco il nome che Salgari cercava! Subito fu convinto che avrebbe avuto un gran successo!"  

La grande cultura di Salgari e gli studi della Gerlich mi hanno impedito di credere a una simile favoletta, che appartiene alla immenso oceano delle più grossolane etimologie popolari! Evidentemente lo scrittore conosceva bene gli accadimenti dell'Indonesia ed aveva sentito parlare di Sandokong.

Ricordi di scuola

L'influenza culturale di Sandokan è stata pervasiva in Italia, dando origine ad esiti bizzarri, anche scurrili e goliardici. Ad esempio, Tomas Milian deformava il nome in Sandokazzo, interpretandolo in romanesco come "sa 'ndo cazzo". Ai tempi in cui frequentavo le medie circolava questa canzoncina, che non ho dimenticato:

Sale e scende la marea,
Sandokan ha la diarrea,
e Marianna con piacere,
pulisce e lecca il suo sedere. 

Che altro dire? Aveva proprio ragione Sigmund Freud a definire i marmocchi "perversi polimorfi"!

venerdì 26 maggio 2023

CRIPTOZOOLOGIA IN MADAGASCAR: IPPOPOTAMI NANI, LEMURI GIGANTI E UN CARNIVORO

Sono attestati numerosi racconti relativi a diversi criptidi presenti in Madagascar. Abbiamo a che fare con specie sorprendenti: un ippopotamo nano, svariati lemuri giganti e un fossa gigante. Queste narrazioni non sono state partorite dalla fantasia di qualche cultore degli allucinogeni fissato con i Rettiliani, quali se ne trovano nei diverticoli del Web. I criptidi in questione sono animali ben noti ai paleontologi e non è così improbabile che ne possano sopravvivere esemplari nelle regioni più impervie dell'isola. 


1) Il kilopilopitsofy

Il kilopilopitsofy è descritto come una specie di ippopotamo di dimensioni ridotte. Potremmo definirlo ippopotamo pigmeo del Madagascar. Sappiamo che fino a tempi non troppo remoti esistevano nell'isola due diverse specie di ippopotami pigmei. Nella metà del XX secolo, il naturalista ed esploratore francese Alfred Grandidier esumò circa 50 esemplari da un terreno palustre, in un luogo chiamato Ambolisatra, non lungi dal Canale del Mozambico (forse è l'attuale Ambolisaka). In seguito a una revisione del materiale, sono state identificate due diverse specie, a cui sono stati attribuiti i nomi scientifici di Hippopotamus madagascariensisHippopotamus lemerlei (Stuenes, 1989). Sulla costa orientale dell'isola sono stati rinvenuti altri resti, risultati appartenere a una terza specie, denominata Hippopotamus laloumena, poco più piccola dell'ippopotamo comune (Faure, Guerin, 1990). Da ulteriori analisi è risultata la somiglianza di Hippopotamus madagascariensis con l'ippopotamo pigmeo dell'Africa Occidentale (Choeropsis liberiensis). L'estinzione degli ippopotami del Madagascar potrebbe essere avvenuta dopo il XVI secolo o poco più tardi. Alcune ossa mostrano segni inequivocabili di macellazione, segno che questi animali venivano attivamente cacciati a scopo alimentare. Come in molti altri casi, queste pratiche venatorie eccessive devono aver portato al tracollo le specie. Anche se il kilopilopitsofy viene considerato un animale immaginario, è notevole la forza delle tradizioni orali malgasce, che insistono sulla sua esistenza contemporanea. 

Una notevole testimonianza 

Nel villaggio di Belo sur Mer (sur Mer è ovviamente francese, "sul mare"), negli anni '90 del XX secolo, il paleobiologo David A. Burney raccolse i racconti degli abitanti, in modo tra loro indipendente, che descrivevano un animale entrato in più occasioni nell'abitato. Questo essere bizzarro era grande all'incirca come una vacca, aveva colorazione scura e grugniva incessantemente; in caso di minaccia correva, si tuffava e scompariva sott'acqua. Dall'analisi delle ossa, risulta che gli ippopotami malgasci erano più agili di quelli continentali e che le loro abitudini potrebbero essere state non completamente acquatiche. Accadde che un uomo del villaggio, a cui fu chiesto di imitare il verso del misterioso animale, emise un grugnito che somigliava in modo straordinario a quello dell'ippopotamo comune (Hippopotamus amphibius). Questo individuo, di nome Jean Noelson Pascou, era un abile imitatore di versi di animali, in vita sua non era mai stato fuori dal Madagascar e non aveva mai visto un ippopotamo. 

Note etimologiche 1/2

La traduzione di kilopilopitsofy dovrebbe essere "orecchie flosce", anche se finora non sono riuscito a trovare un'analisi accettabile della parola. Sembra che la parola pitsofy significhi "soffio", mentre non sono riuscito a trovare una traduzione per la prima parte del composto, kilopilo-. La segmentazione da me tentata potrebbe essere erronea. A un certo punto ho cominciato ad avere forti dubbi sulla validità della glossa tradizionale "orecchie flosce". Dopo qualche ricerca sono approdato a un risultato interessante. In lingua malgascia sofina è la parola che significa "orecchio": mi sono reso conto che la sua radice potrebbe essere presente nella parte finale del composto, -sofy (essendo -na un comune suffisso). Quello che mi appare evidente è l'assenza di un vocabolario etimologico della lingua malgascia, che sembra essere tra le meno studiate dell'intero pianeta. 

Note etimologiche 2/2

Un sinonimo di kilopilopitsofy è tsungaomby (variante tsy-aomby-aomby), traducibile come "non vacca". Sappiamo che la parola omby "vacca" è di origine Bantu e che deve essere stata importata in Madagascar in epoca non troppo remota dall'Africa continentale. Per la formazione di tsungaomby, cfr. Kiswahili si "non" e n'gombe "vacca".
Più semplice il sinonimo omby-rano, traducibile come "vacca d'acqua": in malgascio rano significa "acqua".
Si noterà che lalomena (trascritto secondo l'uso francese come laloumena) è un altro nome malgascio dell'ippopotamo. L'etimologia è al momento sconosciuta, forse a causa dell'esiguità delle informazioni a mia disposizione.  

Nel mondo accademico sono pochi gli studiosi che si sbilanciano. La maggior parte nutre un grande terrore di una possibile smentita, così si mantiene prudente. Così c'è chi ha pensato che l'ippopotamo di Belo sur Mer fosse un normalissimo esemplare di Hippopotamus amphibius che avrebbe attraversato a nuoto il Canale del Mozambico, partendo dall'Africa continentale ed approdando sulle coste del Madagascar. Anche se tecnicamente la cosa non sarebbe impossibile, una simile proposta appare come una solenne baggianata: l'attraversamento di un così vasto braccio di mare sarebbe un evento eccezionale, contrastante con la costanza degli avvistamenti del kilopilopitsofy. Un'altra strategia comune tra i detrattori della criptozoologia è quella di affermare la possibilità di "inquinamento" da parte di conoscenze moderne: anche gli indigeni di terre lontane leggono e fruiscono dei media. Peccato che questo non possa valere per i secoli passati. 


2) il kidoky 

Il kidoky ha tutte le caratteristiche tipiche di un lemure gigante. Il paleobiologo David A. Burney e l'archeologo malgascio Ramilisonina hanno intervistato alcuni anziani nativi nel corso di una spedizione nel 1995, venendo a conoscenza di questo criptide. Queste sono le parole di Burney:  

"This animal's description is decidedly lemur-like. It was compared to the sifaka by all the interviewees who described it, although all insisted that it was not the same animal... It is much larger...perhaps 25 kg. It is usually encountered on the ground and may flee on the ground rather than taking to the trees...Its whooping call is suggestive of an indri." 

Traduzione per gli anglofobi non anglofoni:

"La descrizione di questo animale è decisamente simile a quella di un lemure. È stato paragonato al sifaka da tutti gli intervistati che lo hanno descritto, sebbene tutti abbiano insistito sul fatto che non si trattasse dello stesso animale... È molto più grande... forse 25 kg. Di solito lo si incontra a terra e potrebbe fuggire lì piuttosto che rifugiarsi sugli alberi... Il suo verso stridulo ricorda quello di un indri."

Lo stesso Jean Noelson Pascou, che aveva imitato il verso dell'ippopotamo pigmeo, disse di aver osservato da vicino un esemplare di kidoky nel 1952: era un animale timidissimo e notturno, grande come una bambina di 7 anni, aveva la pelliccia scura, con una grande macchia bianca sulla fronte e sotto la bocca. Se spaventato non si arrampicava sugli alberi, ma fuggiva correndo a quattro zampe. L'attribuzione più probabile dei kidoky è al genere Archaeolemur. Sono noti resti subfossili di due specie, scomparse in seguito all'arrivo dell'uomo sull'isola: Archaeolemur edwardsi e Archaeolemur majori. Il peso stimato è di 20-25 kg. A giudicare dalla dentatura, la dieta era onnivora. Il parente conosciuto più prossimo è l'indri (Indri indri). Ovviamente, qualora si riuscisse a fotografare un esemplare di kidoky, sarebbe possibile saperne di più. 


3) il tratratratra 

Il tratratratra (trascritto in francese come trétrétrétré) è descritto come un lemure gigante dall'aspetto oltremodo spettrale: il corpo somiglia a quello di un grosso babbuino obeso, la coda è corta, mentre il volto è perfettamente riconoscibile come umano! Così l'ottimo Étienne de Flacourt lo descrive nella sua opera seminale, Histoire de la Grande Isle del Madagascar (1658): 

"Tretretretre ou Tratratratra, c’est un animal grand comme un veau de deux ans qui a la tête ronde et une face d’homme, les pieds de devant comme un singe et les pieds de derrière aussi. Il a le poil frisoté, la queue courte et les oreilles comme celles d’un homme. Il ressemble au Tanacht décrit par Ambroise Paré. Il s’en est vu un proche de l’étang de Lipomami aux environs duquel est son repaire. C’est un animal fort solitaire, les gens du pays en ont grand-peur et s’enfuient à sa vue tout comme lui aussi d’eux."  

Traduzione per i francofobi non francofoni:

"Il Tretretretre o Tratratratra è un animale grande quanto un vitello di due anni, con testa rotonda e volto umano, zampe anteriori e zampe posteriori da scimmia. Ha il pelo riccio, una coda corta e orecchie da uomo. Assomiglia al Tanacht descritto da Ambroise Paré. Un esemplare è stato avvistato vicino allo stagno di Lipomami, dove si trova la sua tana. È un animale molto solitario; la gente del posto ne ha molta paura e scappa alla sua vista, così come lui scappa da loro."

Non si riescono a trovare specie subfossili che si possano identificare in modo plausibile con il tratratratra. Si rimarca che generi come Paleopropithecus e Megadalapis non hanno caratteristiche compatibili. 
 
Peccato che non si possano vedere esemplari viventi di questa mirabile specie: il loro volto umano potrebbe servire a dare una forte scossa a scienze languenti come la filosofia e la teologia! Se esistesse un animale che ha lo stesso sembiante di un uomo, come si potrebbe negare che sia stato fatto a immagine e somiglianza di Dio? Secoli fa qualcuno disse che osservare una scimmia gli provocava mortificanti riflessioni. Non ricordo chi sia stato, non gettatemi la croce addosso. Ricordo però una cosa. Asimov commentò tali parole dicendo che le "mortificanti osservazioni" dovevano essere di questo tenore: "L'essere umano può essere considerato una scimmia più grossa e con meno peli". Benissimo. Che avrebbe detto quel tale se avesse visto un tratratratra

Note etimologiche
 
L'origine della parola tratratratra è con ogni probabilità onomatopeica. Deve essere l'adattamento fonetico del verso emesso dal lemure, considerato dai nativi una terrificante apparizione spettrale. Secondo le superstizioni malgasce, nei lemuri si reincarnano gli spiriti dei morti, in particolare in quelli di abitudini notturne e dotati di grandi occhi.  


4) l'antamba 

L'antamba è descritto come una specie simile al fossa (Cryptoprocta ferox) ma di proporzioni più grandi, che occupava la nicchia biologica predatoria dei grandi felini. Il fossa appartiene alla famiglia degli Eupleridi (Eupleridae) ed è strettamente imparentato con lo zibetto malgascio (Fossa fossana). Così l'ottimo Étienne de Flacourt descrive l'antamba nella sua opera seminale, Histoire de la Grande Isle del Madagascar (1658): 

"Antamba, c’est une bête grande comme un grand chien qui a la tête ronde, et au rapport des Nègres, elle a la ressemblance d’un léopard, elle dévore les hommes et les veaux. Elle est rare et ne demeure que dans les lieux des montagnes les moins frequentez."

Traduzione per i francofobi non francofoni: 

"L'Antamba è una bestia grande come un grosso cane, con la testa rotonda e, secondo i Negri, simile a un leopardo, che divora uomini e vitelli. È raro e vive solo nelle zone montuose meno frequentate."  

Alla luce di queste descrizioni, è possibile identificare l'antamba con il fossa gigante (Cryptoprocta spelea), di cui sono stati trovati resti subfossili. Si noti che ancora oggi i nativi sono convinti dell'esistenza di due diverse specie di fossa: il fossa rosso (fosa mena) e il fossa nero (fosa mainty). Quest'ultimo sarebbe quello di corporatura maggiore, probabilmente corrisponde al criptide. In tal caso, fosa mainty sarebbe un sinonimo di antamba.  

Negli anni '30, il cacciatore francese Paul Cazard ricevette segnalazioni di leoni giganti che vivevano nelle caverne in zone remote dell'isola, dove uccidevano sia il bestiame che esseri umani. È plausibile che si trattasse di antamba e che le descrizioni esagerate degli animali come "leoni giganti" fossero il frutto di una potente miscela di terrore, superstizione ed ignoranza. Nel novembre 1999, venuto a conoscenza di insistenti voci sulla presenza dell'antamba, il biologo conservazionista Luke Dollar guidò una spedizione nel Parco nazionale di Zahamena, ma non ebbe successo. 

Etimologia di antamba 

Stavo quasi arrendendomi. Ero convinto che non mi fosse possibile reperire nulla a proposito dell'etimologia del malgascio antamba. Invece ho insistito e qualcosa ho trovato. In un raro vocabolario online della lingua malgascia, la parola in questione è trattata. La glossa è "animal mystérieux, sorte de chat sauvage", ossia "animale misterioso, sorta di gatto selvatico". Si specifica anche qual è il significato originale e primario: "calamità, grande sfortuna". Riporto un estratto del testo e il link.  


"Ce mot a le sens général de calamité ; grand malheur. Il désigne aussi Clerodendrum alboviolaceum Moldenke (Lamiaceae). Petit arbre rare, localisé sur les sols basaltiques et qui a la réputation de porter malheur. Dans le Sud-Est, malgré la mauvaise réputation de ces arbres, les Clerodendrum (Lamiaceae), on donnerait une tisane des feuilles en cas de perte d'appetit."

Traduzione: 

"Questa parola ha il significato generale di calamità; grande sfortuna. Si riferisce anche al Clerodendrum alboviolaceum Moldenke (Lamiaceae). Un piccolo albero raro che cresce su terreni basaltici, si dice che porti sfortuna. Nel sud-est, nonostante la cattiva reputazione di questi alberi, si dice che un infuso a base di foglie di Clerodendrum (Lamiaceae) venga somministrato in caso di inappetenza." 

Evidentemente si tratta di una denominazione eufemistica e tabuistica. 

Etimologia di fossa 

Protoforma ricostruibile: *pusa 
Significato originale:
    1) donnola dai piedi nudi (Mustela nudipes
    2) gatto 
Esiti attestati: 
   Malgasy: fosa "Cryptoprocta ferox"
   Iban (Borneo): posa "gatto" 
   Malese: pusa "gatto" 
   Malese (dialettale): pusa "donnola dai piedi nudi" 
   Malese (Sarawak): pusak "gatto" 
   Tetum: busa "gatto" 
   Tagalog: pusa "gatto" 
   Ilocano: pusa "gatto" (pl. puspusa

L'origine ultima della protoforma *pusa è con ogni probabilità onomatopeica (potrebbe essere un tentativo di imitare le fusa del gatto o il verso della donnola). 

Una curiosità scatologica 

Il fossa ha una particolarità anatomica: l'ano è nascosto da una sacca anale, che contiene grosse ghiandole le cui secrezioni fortemente odorose servono a marcare il territorio. Per questo motivo il suo nome scientifico è Cryptoprocta, che alla lettera significa "ano nascosto". Non so che odore emani questo affascinante animaletto e non ho notizia di alcuno che sia andato ad annusarlo.