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sabato 24 febbraio 2024

 
BLACK RAIN - PIOGGIA SPORCA 

Titolo originale: Black Rain
Paese di produzione
: Stati Uniti d'America
Lingua: Inglese, giapponese
Anno
: 1989
Durata
: 125 min
Rapporto
: 2,35:1
Genere
: Azione, thriller, noir
Regia
: Ridley Scott
Soggetto
: Craig Bolotin, Warren Lewis
Sceneggiatura
: Craig Bolotin, Warren Lewis
Produttore
: Stanley R. Jaffe, Sherry Lansing
Produttore esecutivo
: Craig Bolotin, Julie Kirkham
Casa di produzione
: Jaffe-Lansing Pegasus Film Partners, 
      Paramount Pictures
Distribuzione in italiano
: Paramount Pictures
Fotografia
: Jan de Bont
Montaggio
: Tom Rolf
Effetti speciali
: Stan Parks, Albert Griswold, 
    Kenneth D. Pepiot, Tod Jensen, Kevin Quibell  
Musiche
: Hans Zimmer
Scenografia
: Norris Spencer, John Jay Moore, Herman 
     Zimmerman
Costumi
: Ellen Mirojnick
Trucco
: Monty Westmore, Fred C. Blau, Richard Dean 
Direttrice del casting: Dianne Crittenden 
Direttore di produzione: Mel D. Dellar 
Regista di seconda unità: Bobby Bass 
Reparto sonoro: Richard Adams, Neil Burrow, 
    Scott Burrow, Gordon Davidson 
Effetti visivi: Wayne Baker 
Continuità: Luca Kouimelis 
Interpreti e personaggi:
    Michael Douglas: Nick Conklin
    Andy García: Charlie Vincent
    Ken Takakura: Masahiro Matsumoto
    Kate Capshaw: Joyce
    Yūsaku Matsuda: Sato
    Shigeru Kôyama: Sovrintendente Ohashi
    John Spencer: Capitano Oliver
    Luis Guzmán: Frankie
    Stephen Root: Berg
    Tomisaburō Wakayama: Sugai
    Toshishiro Obata: Mediatore
    Yūya Uchida: Nashida
    Guts Ishimatsu: Katayama
    Richard Riehle: Crown
    George Kyle: Farentino
    Ken Kensei: Figlio di Matsumoto
    Clem Caserta: Abolofia 
    Tim Kelleher: Bobby
    Bruce Katzman: Yudell 
    Edmund Ikeda: Uomo d'afferi giapponese
    Tomo Nagasue: Traduttore giapponese 
    Doug Yasuda: Traduttore giapponese-americano 
    Vondie Curtis-Hall: Detective 
    Louis Cantarini: Detective   
    Joe Perce: Detective 
    Toshio Sato: Ufficiale dell'ambasciata giapponese 
    Jun Kunimura: Yashimoto 
    Roy K. Ogata: Uomo di Sato 
    Shirō Oishi: Uomo di Sato 
    Professor Toru Tanaka: Uomo di Sugai 
    Rikiya Yasuoka: Uomo di Sugai 
    Jōji Shimaki: Uomo di Sugai 
    Gorō Sasa: Uomo di Ohashi
    Taro Ibuki: Uomo di Ohashi 
    Daisuke Owaji: Uomo di Ohashi
    Keone Young: Cantante di karaoke 
    Jim Ishida: Ufficiale di scorta
    Shōtarō Hayashi: Mediatore
    Toshishiro Obata: Mediatore 
    Linda Gillen: Peggy 
    John Gotay: Danny
    Matthew Porac: Patrick
    Josip Elic: Joe, il barista 
    David Zee Tao: Poliziotto giapponese 
    Non citati nei titoli originali: 
    Ken Enomoto: Detective 
    Nathan Jung: Uomo di Sato (esecutore)
    Tak Kubota: Anziano oyabun 
    Al Leong: Uomo di Sato (sicario)
    Bruce Locke: Uomo di Sato 
    Scott Nagatani: Pianista 
    Danny Nero: Passeggero sull'aereo 
    Chris Nelson Norris: Motociclista 
    Mak Takano: Yakuza tatuato 
    Dennis Y. Takeda: Giornalista 
    Celia Xavier: Hostess del bar
Doppiatori italiani:
    Pino Colizzi: Nick Conklin
    Mauro Gravina: Charlie Vincent
    Romano Ghini: Masahiro Matsumoto
    Sonia Scotti: Joyce
    Massimo Lodolo: Sato
    Pietro Biondi: Capitano Oliver
    Roberto Stocchi: Frankie
    Mario Cordova: Berg
    Glauco Onorato: Sugai
    Silvio Anselmo: Nashida
    Mario Bardella: Crown
    Massimo Corvo: Farentino
    Marco Bresciani: Figlio di Matsumoto
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo (America Latina): Lluvia negra 
    Portoghese: Chuva negra 
    Basco: Euri Beltza 
    Rumeno: Gloante si cenusa la Osaka 
    Polacco: Czarny deszcz 
    Russo: Чёрный дождь 
    Ungherese: Fekete eső 
    Finlandese: Musta sade 
    Estone: Must vihm 
    Lituano: Juodasis lietus 
    Turco: Kara Yağmur  
    Giapponese: ブラック・レイン
    Giapponese (traslitterato): Burakku rein 
       (adattamento fonetico dall'inglese)
Budget: 30 milioni di dollari US
Box office: 134,2 milioni di dollari US

Trama: 
Nick Conklin è un detective del Dipartimento di Polizia di New York, che è finito nel mirino degli Affari Interni, i quali credono che lui e il suo ex socio abbiano rubato denaro utilizzato come prova in un'operazione antidroga. Inoltre, è in ritardo con il pagamento degli alimenti all'ex moglie. Un giorno, dopo un interrogatorio con gli Affari Interni, Nick e il suo attuale socio Charlie Vincent assistono a un pranzo tra un mafioso e alcuni uomini giapponesi. Il convito finisce male quando arriva uno yakuza di nome Koji Sato, che uccide i giapponesi dopo aver preso da loro un piccolo pacco. Dopo che Nick e Charlie hanno arrestato Sato, vengono incaricati di scortarlo a Osaka su ordine dell'ambasciata giapponese. Nonostante tutte le precauzioni del caso, una volta atterrati a Osaka, Nick e Charlie vengono ingannati da alcuni yakuza travestiti da poliziotti, così consegnano loro Sato prima dell'arrivo della vera polizia. 
Mentre spiegano l'incidente, Nick e Charlie riescono a convincere la polizia della prefettura di Osaka a consentire loro di osservare le indagini sulle attività di Sato, con l'ispettore associato Masahiro Matsumoto ad accompagnarli. In un nightclub, Nick incontra Joyce, una hostess americana biondiccia di Chicago che gli racconta che Sato sta combattendo una guerra tra bande con un anziano e potente oyabun di nome Kunio Sugai. Il giorno dopo, Nick e Charlie si uniscono a un raid della polizia senza permesso. Nick prende alcune banconote da 100 dollari dalla scena del crimine. In seguito dimostra a Matsumoto e al suo superiore che le banconote sono false e fanno parte di una guerra tra gruppi rivali della Yakuza. 
Dopo una serata fuori con Matsumoto, Nick e Charlie, ubriachi fradici, stanno tornando al loro hotel quando un motociclista ruba il trench di Charlie e lo conduce in un parcheggio sotterraneo. Nick li segue, solo per assistere con orrore all'aggressione di una banda di motociclisti bōsōzoku, in cui Sato appare e decapita il giovane con una katana. 
Dopo la morte di Charlie, Nick rivela a Matsumoto di aver rubato dei soldi durante il raid antidroga a New York. Questa confidenza destra un immenso turbamento nel poliziotto nipponico, che considera la corruzione qualcosa di inconcepibile. A questo punto Nick e Matsumoto seguono una hostess che è il loro unico indizio su Sato. La pista porta a una fonderia d'acciaio, dove assistono a un incontro tra Sato e Sugai. Scoprono così che il pacco che Sato ha portato a New York è la metà di una lastra da stampa che Sugai ha inviato alla mafia per verificarne la fattura; Sato si offre di restituirla se Sugai gli concede il titolo di oyabun - cosa che è molto riluttante a fare. Poco dopo l'incontro, Nick insegue Sato, ma viene prontamente arrestato ed espulso per aver portato una pistola in pubblico, mentre Matsumoto viene sospeso e declassato. Nick viene costretto a imbarcarsi su un aereo e a fare ritorno in America, ma riesce a scendere di nascosto per inseguire Sato da solo. Seguendo una soffiata della biondiccia Joyce, incontra Sugai, che gli racconta di essere sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima e che il suo piano di contraffazione del denaro è la sua vendetta contro gli Stati Uniti per la "pioggia nera" subita quel giorno e per la giovane generazione giapponese con ideali occidentali. Nick convince Sugai che può aiutarlo a preservare la sua reputazione tra gli altri clan Yakuza recuperando la matrice sottratta da Sato.
In una fattoria isolata, Nick e Matsumoto vedono alcuni degli scagnozzi vestiti da viticoltori, deducendo che Sato stia progettando di massacrare la gang di Sugai. Durante l'incontro di tregua con Sugai, Sato si taglia il mignolo come prova di lealtà e ammenda, ma al contempo tradisce Sugai pugnalandolo alla mano, prima di scappare con entrambe le matrici. Ne nasce uno scontro a fuoco. Nick insegue Sato in motocicletta, quindi lo affronta a mani nude, riuscendo a sconfiggerlo: può scegliere se ucciderlo o meno, infilzandolo su un palo acuminato, ma decide di non farlo. Nick e Matsumoto accompagnano Sato ammanettato al quartier generale della polizia, tra lo stupore di tutti. 
Matsumoto osserva che le matrici di stampa non sono state recuperate, e Nick sembra insinuare che sia stato lui a prenderle. Quando Nick, prima di imbarcarsi, ringrazia Matsumoto per il suo aiuto e la sua amicizia, gli regala una camicia elegante in una scatola. Sotto l'indumento ripiegato, Matsumoto trova entrambe le matrici. 


Recensione: 
L'impianto narrativo è una catabasi nell'abissale mondo della mafia giapponese, la temibile Yakuza. Film di questo genere, ambientati nel Paese del Sol Levante, sono eccellenti e ci aiutano a conoscere realtà di un'alienità sconcertante - al punto che si fatica molto a credere che possano essere state generate dallo stesso pianeta su cui viviamo! Parafrasando Darwin, a volte mi sono cullato nel sospetto che il Giappone sia il prodotto di una seconda Creazione!
Ottima l'interpretazione del convulso Michael Douglas, adrenalinico, galvanizzato come un'anguilla elettrica dall'inizio alla fine. Si percepisce in ogni sequenza il dramma della sua vita. Eccellente anche Ken Takakura nel ruolo dell'ispettore Masahiro Matsumoto, che incarna i princìpi stessi dell'etica nipponica. Mi è sembrato invece un po' esangue e poco robusto Andy Garcia nel ruolo di Charlie Vincent, destinato ad uscire presto di scena nel modo più tragico e insensato. 
Ridley Scott trae ispirazione da un altro film da lui diretto, Blade Runner (1982), per le ambientazioni e l'atmosfera, plasmando realtà metropolitane perennemente notturne, popolate da colori e luci di un'incredibile aggressività. In questo universo urbanoide, in cui non esistono il sonno e il riposo, le moltitudini sciamano in modo vorticoso come formiche alate, incapaci di fermarsi anche solo per un attimo. Un'altra fonte d'ispirazione è senza dubbio Yakuza (The Yakuza, 1974), thriller neo-noir diretto da Sydney Pollack e interpretato da un possente Robert Mitchum. La sceneggiatura è stata scritta da Paul Schrader (il regista di Hardcore, tanto per intenderci) e Robert Towne, da un soggetto di Leonard Schrader. Considerato poco vigoroso al suo esordio, la pellicola pollackiana con gli anni è riuscita a guadagnare consenso fino ad acquisire lo status di cult, influenzando tra gli altri lo stesso Scott. 


In memoria di Yūsaku Matsuda

Quello del gangster Sato è stato l'ultimo ruolo cinematografico di Yūsaku Matsuda. L'attore sapeva di avere un cancro alla vescica e che le sue condizioni sarebbero state aggravate nel corso della recitazione nel film. Scelse comunque di portare avanti il suo lavoro, all'insaputa del regista, dicendo a quanto pare: "In questo modo, vivrò per sempre". Il 6 novembre 1989, meno di sette settimane dopo la Première americana del film, Matsuda morì a causa della malattia, all'età di soli 40 anni. Questa pellicola è dedicata alla sua memoria. 
La cosa più bizzarra è questa: nel cinema giapponese, Ken Takakura era noto per aver interpretato regolarmente gangster della Yakuza, mentre Yūsaku Matsuda era noto per aver interpretato spesso detective. Tuttavia, nel film di Ridley Scott, i ruoli sono invertiti, con Takakura che interpreta un poliziotto e Matsuda che interpreta un affiliato alla Yakuza. 

Una scelta arbitraria ma ben riuscita

Questi sono gli attori che furono presi in considerazione per il ruolo dell'inquieto Nick Conklin: 
Jeff Bridges, 
Kevin Costner, 
Willem Dafoe, 
Richard Dreyfuss, 
Mel Gibson, 
Michael Keaton, 
Michael Nouri, 
Ron Perlman, 
Kurt Russell, 
Arnold Schwarzenegger, 
Sylvester Stallone, 
Patrick Swayze, 
Peter Weller, 
Bruce Willis. 
La Paramount scelse Michael Douglas unicamente per via del suo rapporto privilegiato con i produttori Sherry Lansing e Stanley R. Jaffe. Provo a immaginarmi come sarebbero venute le scene con ciascuno degli attori elencati. In alcuni casi mi sembrano improponibili!  


Dialogo tra il boss Sugai e Conklin 

Sugai: "Sato poteva benissimo essere un americano. Quelli come lui rispettano una cosa soltanto: il denaro."
Conklin: "E lei invece perché è qui? Per amore?"
Sugai: "Avevo solo dieci anni quando i B-29 arrivarono sopra di noi. La mia famiglia visse per tre giorni sotto terra, e quando venimmo fuori la città non esisteva più. Il grande calore portò la pioggia. Una pioggia sporca! Voi rendeste sporca la pioggia. Voi ci cacciaste a forza in gola i vostri valori, e noi perdemmo la nostra identità. Voi avete creato Sato e migliaia di uomini come lui. Io vi ricompenserò."
Conklin: "Vuole quella matrice? Dica dov'è nascosto Sato." 
Sugai: "Tu non hai nessun peso in questa faccenda. Ho promesso agli altri oyabun che la guerra sarebbe cessata. 
Conklin: "E chi ha detto che devono saperlo?"
Sugai: "Lo sa il mio senso del dovere e dell'onore. Se ti rimanesse più tempo, ti spiegherei cosa significa."

L'altro Black Rain

Anche se la cosa può sorprendere, quello di Ridley Scott è uno dei due film del 1989 intitolati "Black Rain". Ne esiste infatti un altro. Una pellicola sulle conseguenze del bombardamento atomico di Hiroshima, diretta da Shōhei Imamura, uscì nello stesso anno con il titolo giapponese Kuroi Ame (黒い雨), che si traduce "Pioggia nera": kuroi (黒い) significa "nero"; ame (雨) significa "pioggia". Sebbene i due film non siano correlati, i titoli si riferiscono entrambi allo stesso fenomeno post-bombardamento, connesso con il fallout radioattivo. 


Origini e tradizioni della Yakuza 

Il cruento rituale di amputazione eseguito dal capobanda Koji Sato nella scena in cui incontra il suo ex capo Sugai, si chiama otoshimae (落とし前), ossia "accorciamento delle dita"; è anche noto come yubitsume (指詰め). Nella malavita giapponese, è un modo con cui un membro dimostra la propria contrizione o fa ammenda al capo per un'offesa arrecata, anche inavvertitamente. In una società severissima in cui ogni infrazione è vista come una colpa ontologica, l'espiazione è radicale. Da quanto si conosce, il rituale ha avuto origine dai bakuto (博徒), giocatori d'azzardo itineranti che assieme ad altri gruppi emarginati sono stati predecessori della moderna Yakuza, la cui formazione come sodalizio criminale può essere fatta risalire al periodo Edo, nel XVII secolo. Così stabiliva l'usanza dei bakutose una persona non era in grado di saldare un debito di gioco, lo yubitsume era considerato una forma alternativa di rimborso. Lo yubitsume era anche una forma di punteggio di credito e di reputazione criminale.

Etimologia di Yakuza 

Il termine yakuza (in scrittura katakana: ヤクザ) deriva dal nome dato a una mano perdente nel tradizionale gioco di carte giapponese Oicho-Kabu (おいちょかぶ), simile al baccarat e in ultima analisi importato dal Portogallo (portoghese oito "ottava carta" + cabo "estremità"). Il significato originario di yakuza è "inutile" o "buono a nulla". L'etimologia è ben strana. Si riferisce alla sequenza numerica 8-9-3 (in giapponese arcaico ya "otto" + ku "nove" + za "tre"), la cui somma è 20, con un punteggio pari a zero: corrisponde alla peggior mano possibile per un giocatore. Non mi addentro oltre nei dettagli di questa numerologia misterica. Una cosa sembra certa: questo termine fu adottato da giocatori d'azzardo ed emarginati per descrivere se stessi come disadattati della società. Il nome che gli appartenenti alla Yakuza danno alla loro organizzazione è Ninkyō Dantai (任侠団体), che corrisponde in modo sorprendente a "Onorata Società". Questo è un caso di "convergenza evolutiva".

Etimologia di oyabun 

Il termine oyabun (親分) è un composto derivato da oya (親, che significa "genitore") con l'aggiunta del suffisso -bun (分, che significa "parte", "ruolo" o "status"). Si traduce letteralmente in "status genitoriale" o "genitore adottivo" e rappresenta un capo nella Yakuza tradizionale o nelle gerarchie professionali, che agisce come un padre surrogato per i propri subordinati, detti kobun (子分, che significa "status di figlio"). 
Il titolo deriva dalla struttura relazionale oyabun - kobun ("genitore - figlio"), che rispecchia le tradizionali gerarchie familiari giapponesi. Storicamente è stato utilizzato all'interno di gruppi come i tekiya (的屋 "commercianti ambulanti") durante il periodo Edo, dove l'oyabun fungeva da supervisore e mentore. Enfatizza tuttora un legame familiare di lealtà e dovere piuttosto che una semplice relazione d'affari. 


La natura inconcepibile della corruzione

In una società basata interamente sull'Onore, la corruzione è qualcosa di pericolosissimo, una vera e propria minaccia esistenziale, un contaminante che viene da fuori. In realtà, la corruzione in Giappone è presente e ben documentata, solo che è tabù parlarne per via della "cultura della vergogna", un sentire diffuso in modo capillare, onnipresente. La vergogna è denominata haji (恥), parola che significa anche "disgrazia", "disonore", "umiliazione". Quando la corruzione ha fatto la sua comparsa, in epoca feudale, ha sconvolto tutti. Si trattava di casi di compravendita di titoli nobiliari fittizi. Quando fu appurato che tutti coloro che erano coinvolti nello scandalo erano cristiani, fu compresa la portata del morbo. Ne nacque la convinzione che la religione importata dall'Occidente fosse la causa prima della contaminazione e che andasse eradicata con sistemi draconiani. 

I motociclisti bōsōzoku 

I bōsōzoku (暴走族) sono una subcultura che ha elementi in comune con i punk, caratteristiche del teppismo e vaghe venature anarcoidi. In genere sono molesti, rumorosi e spericolati, ma sostanzialmente inoffensivi. Potremmo tradurre la parola con "centauri", anche se sarebbe una scelta imprecisa. La parola bōsōzoku si traduce alla lettera "tribù della velocità violenta" o "tribù in fuga". È un composto che deriva da  (暴) "violenza", "spericolatezza", "comportamento fuori controllo" + (走) "correre", "gareggiare", "guidare" + zoku (族) "tribù", "banda", "gruppo". 
Queste gang di motociclisti si sono formate negli anni '50 del XX secolo, ma inizialmente il loro nome era kaminari-zoku (雷族), ossia "tribù del tuono". Il nome bōsōzoku si è imposto qualche tempo dopo, agli inizi negli anni '70. La subcultura ha raggiunto l'apice nel 1982 con oltre 42.000 membri, per poi declinare. Oltre alla pura e semplice criminalità, rappresentava una ribellione e una forma di resistenza contro il rigido conformismo sociale giapponese, attraverso veicoli fortemente personalizzati, rumorosi e spesso illegali. 


La viticoltura in Giappone

Una delle cose che saltano all'occhio in questo film è la coltivazione della vite: gli oyabun si riuniscono in una tenuta agricola piena di filari di vigne. Ridley Scott ha fatto le riprese in una regione vinicola della California, Napa County, perché esasperato dalla burocrazia giapponese che gli rendeva la vita impossibile. Eppure l'ambientazione è realistica e non contiene alcuna incoerenza.  
Anche se la cosa è poco risaputa, il Paese del Sol Levante produce vino. Il vitigno autoctono più noto è il Kōshū (甲州), un'uva a bacca rosa presente sul territorio da circa un millennio e giunta attraverso la Via della Seta. Il Kōshū è coltivato principalmente nella Prefettura di Yamanashi, vicino al monte Fuji. Il vino che se ne ricava è bianco, di colore delicato e cristallino, con aromi freschi di agrumi e note floreali bianche; ha bassa gradazione alcolica e acidità vivace. Un altro vitigno autoctono, il Muscat Bailey A, serve a produrre i vini rossi ed è più recente, essendo stato creato negli anni '20 del XX secolo incrociando Muscat Hamburg a Bailey. L'artefice di quest'uva è stato Zenbei Kawakami; il suo intento era migliorare la resistenza del vitigno alle malattie fungine e al clima umido. I vini prodotti dal Muscat Bailey A sono leggeri, aromatici e fruttati, spesso caratterizzati da note di fragola, ciliegia e lampone, con tannini morbidi e acidità moderata. 

giovedì 10 agosto 2023

ETIMOLOGIA DI RATAFIÀ

Il ratafià (varianti desuete: ratàfia, ratàffia) è un liquore ottenuto macerando in acquavite o alcol il succo parzialmente fermentato di frutti come le ciliegie. In Italia è attualmente prodotto in Valle d'Aosta, Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise. Un tempo era bevuto persino in Russia! La parola viene dal francese ratafia, termine creolo originatosi nelle Antille (ratafia, tafia). Sono convinto che sia molto utile indagare su come questa formazione sia avvenuta.  


Un'etimologia popolare: 
Moltissimi credono che la parola derivi dalla locuzione latina (ut) rata fiat "che sia confermato (l'accordo)"; si trova anche (ut) rata fiant "che siano confermati (gli accordi)", col verbo al plurale, quando rata è inteso come neutro plurale. Per capire se il verbo debba essere al singolare o al plurale, bisogna capire il sostantivo sottinteso: pax rata fiat "sia confermata la pace" (dove rata è riferito a pax); pacta rata fiant "siano confermati gli accordi", etc. Esistono numerose varianti della formula, ad esempio et sic rata fiant e via discorrendo. 

L'aggettivo ratus (femminle rata, neutro ratum) "valido", "confermato", "fissato", "stabilito", "esaudito", è il participio passato del verbo deponente reor "io penso", "io stabilisco", "io giudico" (presente II pers. reris; perfetto ratus sum; infinito reri). 
La vocale -a- di ratus è breve. La -e- di reris e di reri è lunga: rēris, .



La tradizione vuole che gli accordi si siglassero, dopo la stretta di mano, bevendo un bicchiere di questo liquore. In realtà non sono affatto sicuro che esista alcuna concreta attestazione di tale usanza: sembra una storiella costruita ad hoc per spiegare la parola. La persona che ha dato origine a questa spiegazione non doveva essere analfabeta, essendo presupposta qualche conoscenza del latino. Tuttavia rientra nell'ambito delle paretimologie o etimologie popolari. Questo è uno dei pochissimi casi in cui un'etimologia popolare è elegante e seducente: in genere si tratta di vere e proprie brutture. 

Un'etimologia implausibile: 
Nel sito www.etimo.it, molto antiquato, mi sono imbattuto in una pronuncia anomala, ratafía, con l'accento su /i/, con annesso il tentativo di ricondurre l'origine della parola alle Indie Orientali (anziché alle Indie Occidentali!). Così la sillaba iniziale ra- è ricondotta al malese ARACH o RAK "acquavite", a sua volta dall'arabo 'ARAQ "umore", "latte", mentre -tafia è analizzato come TÂFÎA "acquavite di canna" (che sarà un prestito giunto in Oriente dalle Indie Occidentali). Il dizionario online obsoleto si contraddice da sé: alla voce tafia si specifica che è il nome "col quale i selvaggi e i negri (sic) chiamano ciò che gli inglesi dicono 
« rhum », cioè la parte spiritosa che si estrae dalla schiuma e dai residui della canna da zucchero".
Link:
Un'etimologia plausibile:
Si presuppone una pronuncia creola e alterata del francese rectifié "rettificato", participio passato di rectifier "rettificare". In effetti il ratafià è proprio questo: una bevanda rettificata, ossia addizionata ad alcol allo scopo di renderla più forte. In buona sostanza, è proprio l'etimologia proposta dal Vocabolario Treccani
Link: 

martedì 25 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO CAMPIDANESE E LOGUDORESE: CADONE 'MERCORELLA'

In sardo campidanese e logudorese esiste la parola cadòne (variante cadòni), che indica la mercorella (Mercurialis annua). Quest'erba è considerata un nemico dei viticoltori, perché è radicata l'idea che dia un cattivo sapore al vino, rendendolo amaro e indesiderabile. Una simile idea, non verificata scientificamente, potrebbe essere un'antico pregiudizio superstizioso. Siccome l'etnologia studia, tra le altre cose, i pregiudizi e le superstizioni dei popoli, questa è una cosa della massima importanza, che può aiutarci a far luce su un'epoca remota, anteriore all'arrivo dei Romani. 
Varianti locali: 
  caroni 
  codone
  codoni
  gadoni
  aghedone
  cadòi 
  catone 

A quanto pare, cadoni burdu indica anche altre specie, come Chenopodium album, Chenopodium polyspermumChenopodium vulvaria. La confusione è grande. Si menziona anche il fatto, di per sé bizzarro, che nel Web ci sono pagine in cui il fitonimo cadoni è attribuito a "un tipo di giunco o canna palustre"

Fraseologia: 
Custu binu tenit sabori de cadòni! "Questo vino ha sapore di mercorella!" (ossia è da buttare perché imbevibile). 

Sinonimi di mercorella in italiano: 
erba mercuriale
erba mercurina 
farinaccio
erba puzzolana 
piede anserino 

Glosse in altre lingue: 
francese: mercuriale 
inglese: pigweed
spagnolo: cenizo

Abbiamo la glossa di Dioscoride (traduzione latina) catone "atriplice" (Atriplex hortensis), che indica una pianta annua commestibile del genere delle Amarantacee. In parole povere, è una specie di bietolone. 

Un primo tentativo di ricostruzione paleosarda 

Si ritrova una ricostruzione kathuni (senza asterisco) nel sito dell'Associazione Culturale Messaggero Sardo, in un contributo relativo all'etimologia del cognome Cadoni:  

Non sono riuscito ad appurare il nominativo dell'autore di questo breve articolo - che non cerca neppure di identificare un'origine ipotetica per il fitonimo problematico. 
In un altro articolo, pubblicato sempre sullo stesso sito, si trova invece la ricostruzione "khatuni" (senza asterisco e virgolettata), attribuita invece alla lingua etrusca, senza alcuna fonte o prova concreta: 


Paralleli in Euskara 

All'improvviso, un giorno, mentre mi struggevo alla ricerca di un'etimologia credibile per il fitonimo sardo, ho avuto un'idea che mi è parsa degna di nota. Dai miei banchi di memoria stagnante è emersa un'informazione che credevo di aver dimenticato dall'epoca in cui avevo studiato l'opera del professor Larry Trask: in basco kedar (varante: gedar) significa "fuliggine", ma anche "cosa disgustosa", "oscenità", "fiele". Ho subito controllato e ho potuto constatare che il mio ricordo era corretto. In origine, kedar doveva significare "cosa schifosa", "cosa amara". A parte la diversità del suffisso, che in basco mostra una rotica forte, mentre in sardo ha una nasale, la radice è sicuramente la stessa. 

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Paleosardo: *katoni "cosa amara" 
   > *kadoni 
Nota: 
Si nota che la trafila che ha portato dalla forma paleosarda agli esiti nelle varietà locali di sardo campidanese e logudorese non si spiega bene in termini di regolari sviluppi romanzi. 
 
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *kedaR- / *gedaR-
      "cosa amara" 
   Basco: kedargedar "fuliggine", "oscenità", "fiele" 
Link: 
Nota: 
Trask riporta soltanto le varianti gedarre e kedarra, con vocale finale che non sembra essere l'articolo; Morvan riporta l'enigmatica variante kelder.  
L'alternanza di /k/ e /g/ in protobasco iniziale depone a favore di un antico prestito, la cui origine non è però determinabile. Anche la consonante intervocalica /d/ è problematica e potrebbe derivare, tramite /t/ da un gruppo più antico con un elemento nasale /nt/, poi ridotto. Forse resta traccia di questa situazione nella variante kelder riportata da Morvan. La radice potrebbe essere ke "fumo" (varianti: khe, kee, kei, ki, ge, eke, ike; vedi Trask e Mitxelena), anche se non ne sono affatto sicuro (si potrebbe ipotizzare che il significato originale della radice fosse "schifo, fastidio"). Approfondiremo la complessa questione in altra sede.
Link:

Un parallelo in berbero 

Nel berbero della Cabilia esiste la parola aktūn (variante: waktūn) "piede anserino". Evidentemente è un prestito antico giunto dalla Sardegna. La protoforma ricostruibile è  questa: 

Proto-berbero: *ākVtūn "piede anserino" 
Origine: prestito dal paleosardo 
  Berbero di Cabilia: aktūn, waktūn
Nota: 
Il prefisso (w)a- che si trova in (w)aktūn è un articolo maschile fossilizzato. La vocale indeterminata -V- nella protoforma era con ogni probabilità /a/.

Un racconto di Agostino d'Ippona 
(De Civitate Dei, XXII, 8)

Un viticoltore di Uzalis, in Africa Proconsolare, era disperato perché aveva ottenuto una vendemmia assolutamente imbevibile. Così, piuttosto che gettar via tutto il contenuto di 200 anfore, ordinò a un suo schiavo di portare una caraffa nel santuario di Santo Stefano e di lasciarvela tutta la notte. L'indomani versò una piccola quantità del vino della caraffa in ciascuna anfora. Il vino guasto divenne all'istante eccellente. L'aneddoto di Agostino d'Ippona è riportato e commentato da Hugo M. Jones nella sua seminale opera Il tardo Impero Romano, 284-602 d.C. (The Later Roman Empire, 284-602, prima edizione 1981): "Storie ingenue come questa senza dubbio erano state sempre credute dal gregge dei comuni fedeli, ma è un segno dei tempi che un uomo della statura intellettuale di Agostino desse loro importanza." (Vol. III, pag. 1417). 
Forse il racconto fa riferimento, per quanto indiretto, proprio alla mercorella. Quando il vino andava a male, ad esempio a causa di muffe, la gente di cultura sardo-africana era portata a credere che la causa fosse un'infestazione di tale erba. Questo potrebbe far parte delle somiglianze linguistiche e culturali tra le genti del Nordafrica dell'epoca romana e i Sardi. 

Le opinioni dei romanisti

Giulio Paulis, nella sua opera I nomi popolari delle piante in Sardegna (1992), parte dall'aggettivo latino catus "furbo, astuto", "prudente", "saggio", "acuto (detto di suono)", arrivando a dedurne un significato originario di "aguzzo", "pungente". Quindi fa derivare la parola sarda cadone e le sue varianti dall'aggettivo latino con la semantica da lui ricostruita. La variante aghedone viene invece ricondotta ad acētum "aceto" con l'aggiunta di un suffisso, come se fosse un *acētōne(m). Anche Lorenzo Pianu sostiene queste ipotesi. 

Pseudoetimologie e farragini varie

Alcune ricostruzioni alternative, che hanno tutto l'aspetto di favole grottesche, si trovano nel vasto Web. Si basano su criteri anteriori alla nascita del metodo comparativo o su fantasie ideologiche di ogni genere. Così mi sono imbattuto in un tentativo di derivare cadone da un immaginario *aucato (genitivo *aucatonis), col senso di "zampa d'oca" (auca in latino tardo). L'etimologia è stata costruita a partire dalla denominazione "piede anserino" data alle piante del genere Chenopodium (dalle parole greche khēn "oca" e poûs "piede"), applicando un improbabile cumulo di suffissi. Fantasie romanistiche che sembrano formarsi tramite generazione spontanea! I bizantinisti vogliono vedere nel fitonimo sardo una frase greca, κάδω (kádō) "rovino" + οἶνος (oînos) "vino" - a dire il vero ci vorrebbe l'accusativo οἶνον (oînon) - con allusione al sapore amaro che la mercorella darebbe alla bevanda di Bacco. Ritagliano le parole del latino e del greco, tratte dai dizionari, poi ne fanno collage, nell'estremo tentativo di spiegare Omero con Omero. 

sabato 29 ottobre 2022

ETIMOLOGIA DI MEZCAL, MESCAL 'DISTILLATO DI AGAVE'

In Messico si produce attualmente una bevanda distillata a base di succo di agave, che spesso è confusa con la tequila. Si tratta del mezcal (adattamento in italiano: mescal; talvolta scritto mescal anche in inglese). A differenza della tequila, che è prodotta distillando unicamente il succo dell'agave blu (Agave tequilana), il mezcal è prodotto a partire dal succo di più di trenta specie delle circa 200 presenti naturalmente nel territorio messicano. Quasi tutta la produzione avviene nello Stato di Oaxaca. Qui in Italia, questa bevanda è nota soprattutto per lo splendido verme che si trova sul fondo della bottiglia. Secondo alcune fonti, l'aggiunta in alcune bottiglie del tipico verme (in spagnolo gusano, in Nāhuatl ocuilin) sarebbe una trovata pubblicitaria abbastanza recente (Salzstein, 2009). In realtà si tratta di un parassita temibile, che infesta l'agave e riduce notevolmente la qualità del succo estratto. Ci sono due tipi di vermi del mezcal. Il primo è la larva del lepidottero Comadia redtenbacheri (detta gusano rojo, ossia "verme rosso"), il secondo è invece la larva del coleottero Scyphophorus acupunctatus (volgarmente chiamato picudo del agave, ossia "punteruolo dell'agave"). La prima di queste larve, che tecnicamente parlando è una tarma, è considerata più pregiata della seconda. Molti sono pronti a giurare che il verme contribuisce all'aroma della bevanda, cosa che trovo difficile da credere. Ho bevuto più volte il mezcal, mangiando anche il verme, senza riscontrare un aroma attribuibile a questa singolare aggiunta. Il sapore del distillato non è a mio avviso molto diverso da quello della tequila. 

Alcune note etimologiche:

In epoca coloniale, la parola mezcal indicava il succo fermentato di agave, così il distillato che se ne ricavava  era chiamato vino de mezcal. La stessa denominazione era attribuita alla tequila. L'etimologia è dalla lingua Nāhuatl:   

   mexcalli /meʃ'kalli/
     
1) "tipo di succo fermentato d'agave";
      2) "foglie cotte di agave" 
      Si tratta di un composto derivato dai seguenti sostantivi:
      metl /met͡ɬ/ "agave" 
      ixcalli /iʃ'kalli/ "decozione" (*) 
            dal verbo ixca "cuocere al forno" 
   Derivati: 
   mexcalmetl "tipo di agave" (da cui si estrae il mexcalli

(*) Da non confondersi con l'omofono ixcalli "finestra". 

Alcune note fonetiche: 

La consonante -x- è usata per trascrivere il suono palatale scritto -sh- in inglese (è come sc- dell'italiano scia). In genere nelle parole Nāhuatl passate in spagnolo, viene adattato in una fricativa velare scritta come -j-, più raramente come -x-. Il caso dell'esito sibilante in mezcal è un'eccezione, dovuta alla presenza della consonante velare seguente. In epoca coloniale si scriveva mexcal, plurale mexcales.  

Il Mezcal nella Settima Arte:

Famosissimo in Italia è il bandito Mezcal, quello che massacrava a sganassoni i Mormoni, pretendendo che gli servissero il vino e l'arrosto anziché le odiose minestre insipide! Evidentemente aveva tratto il soprannome dalla  sua predilezione per il distillato d'agave di Oaxaca. L'attore, il robusto Remo Capitani, definiva il suo stesso personaggio "un messicano scaciato, un zozzone bono a gnente". In realtà credo che sia una figura da rivalutare. Tutti ricorderanno il film di cui sto parlando: Lo chiamavano Trinità (1970), diretto da Enzo Barboni (pseudonimo E.B. Clucher). 

Altre specie vegetali: 

Anche se non so bene spiegarmi il motivo, è invalso l'uso di chiamare mescal un vegetale che non ha nulla a che fare con l'agave e con i suoi prodotti: è il peyote (nome scientifico Lophophora williamsii; Nāhuatl peyōtl), un piccolo cactus carnoso e senza spine, notissimo per le sue proprietà psicoattive. Da questa bizzarra pianta succulenta prende il nome la mescalina (inglese mescaline, mescalinmezcalin; nome scientifico 3,4,5-trimetossi-β-fenetilammina), che è l'alcaloide psichedelico in essa contenuto. Si devono evitare le confusioni: la bevanda distillata dal succo di agave non ha proprietà allucinogene!

Esiste anche un altro omofono: è il mescal, nome di una pianta della famiglia delle Fabacee (nome scientifico Dermatophyllum secundiflorum), molto comune nel Messico e in alcuni territori degli Stati Uniti (Nuovo Messico, Texas). Si presenta come un arbusto o albero sempreverde, alto da 1 a 15 metri, con fiori azzurrognoli tendenti al violetto, profumati. Ha foglie pennate, coriacee e glabre, lunghe da 6 a 15 centimetri.  I suoi semi, arancioni e sgargianti, hanno elevato valore ornamentale. Il suo legno, rossiccio, ha scarso valore commerciale. Cresce molto lentamente e predilige i luoghi solatii. È una pianta mellifera, da cui le api bottinano nettare e producono miele; è velenosa in tutte le sue parti. Si segnala l'uso dei suoi semi come intossicanti presso le popolazioni native. Si tratta di una pratica assai rischiosa. Infatti anche il consumo di un singolo seme può essere sufficiente ad uccidere un adulto, dato che oltre al principio psicoattivo allucinogeno è contenuto un alcaloide fortemente tossico, la citosina. Proprio da questa consuetudine di intossicarsi con i semi del mescal hanno preso il loro nome gli Apache Mescaleros. Attualmente questi semi sono stati soppiantati dal peyote come "sostanza ricreativa". 
Nomi scientifici alternativi: 

  Agastianis secundiflora (Ortega) Raf. 
  Broussonetia secundiflora Ortega
  Calia erythrosperma Terán & Berland 
  Calia secundiflora (Ortega) Yakovlev
  Calia secundiflora f. xanthosperma (Rehder) Yakovlev 
  Calia secundiflora subsp. albofoliolata Yakovlev
  Cladrastis secundiflora (Ortega) Raf. 
  Dermatophyllum speciosum Scheele 
  Sophora secundiflora (Ortega) Lag. ex DC. 
  Sophora secundiflora f. xanthosperma Rehder 
  Sophora speciosa (Scheele) Benth. 
  Virgilia secundiflora (Ortega) Cav. 

ETIMOLOGIA DI TEQUILA

La parola tequila "tipo di distillato di agave" è tradizionalmente associata al toponimo Tequila, nome di una cittadina nello Stato di Jalisco. In quel luogo si processa il succo dell'agave blu (nome scientifico: Agave tequilana), producendo così la famosissima bevanda superalcolica. Il nome scientifico della pianta è ovviamente recente, essendo l'epiteto "tequilana" formato proprio a partire dal nome del distillato. 
Il toponimo Tequila viene in genere derivato dal Nāhuatl Tequitlān /te'kit͡ɬa:n/ "Luogo di (duro) lavoro", a sua volta da tequitl /'tekit͡ɬ/ "lavoro" con il tipico suffisso locativo -tlān /-t͡ɬa:n/ (che non ha esistenza come parola indipendente). Il nome dello Stato di Jalisco trae origine dal Nāhuatl Xālīxco, composto da xālli "sabbia" e da īxtli "occhio; faccia", donde "superficie". Quindi significa "Luogo di superficie sabbiosa". 

Sono convinto che la realtà sia più complessa di come viene descritta. Deve essere avvenuto un incrocio tra due voci simili. Oggigiorno, gli studiosi della lingua Nāhuatl sono inclini a ritenere il toponimo Tequila come un derivato di Tequillān "Luogo delle erbe delle pietre", un regolare composto di tetl /tet͡ɬ/ "pietra", quilitl /'kilit͡ɬ/ "erba (commestibile)" e del suffisso locativo -tlān /-t͡ɬa:n/, che potremmo tradurre con "luogo di", con assimilazione di -tl- in -l- a causa della consonante liquida precedente. Si cita nel Web l'esistenza di una tribù selvaggia della regione, il cui nome sarebbe stato Tiquili. Purtroppo non sono stato in grado di trovare conferma dell'esistenza dell'etnonimo in questione. Potrebbe anche essersi avuta un'etimologia popolare, con interpretazione fallace in chiave Nāhuatl di una parola non Nāhuatl e di origine sconosciuta. 

Personalmente sono convinto che il nome del liquore debba essere stato fin dall'inizio una parola del lessico comune, di origine non toponomastica, derivante dal Nāhuatl tequitlān /te'kit͡ɬa:n/ "officina, laboratorio artigianale", a sua volta derivato da tequitl /'tekit͡ɬ/ "lavoro" con il tipico suffisso locativo -tlān /-t͡ɬa:n/. Questo è stato il naturale slittamento semantico: 

officina, laboratorio artigianale =>
liquore prodotto in un laboratorio artigianale => 
liquore artigianale => 
tequila

Purtroppo la mia personale opinione non ha potere risolutore. A complicare le cose, c'è sempre la possibilità che il toponimo Tequila sia stato in origine proprio un plurale/collettivo del sostantivo comune tequitlān "officina, laboratorio artigianale", così chiamato per le attività di produzione del distillato. Quindi non sarebbe la tequila a trarre il suo nome dal toponimo Tequila, bensì l'inverso. Per chiarire una volta per tutte quale sia la corretta etimologia Nāhuatl, sarebbe necessario cercare nei documenti coloniali, la cui consultazione non è però assolutamente facile. La confusione deve essersi imposta tra la popolazione ispanofona quando la lingua dell'Impero Azteco ha cominciato ad essere dimenticata. Sarebbe molto utile fare un'indagine linguistica sul nome della tequila nelle lingue di ceppo Nāhuatl che sono ancora parlate in Messico da oltre un milione e mezzo di persone (purtroppo una piccola parte della popolazione totale del Paese).  

Per comprendere meglio la situazione, trovo che sia necessario citare qualcosa sul contesto coloniale. 

Ai tempi dell'Impero Azteco, esistevano leggi draconiane che vietavano l'ubriachezza. Le punizioni aumentavano in modo congravescente al crescere del rango sociale. Gli schiavi e i contadini se la cavavano con una specie di gogna, essendo esposti al pubblico ludibrio col cranio rasato; i nobili erano condannati a morte e veniva organizzata una specie di pantomina: si fingeva di perdonare il reo, facendogli festa e gettandogli al collo una ghirlanda di fiori, che però nascondeva una garrota con cui lo si strangolava! 
Quando la gloriosa città di Mēxihco-Tenōchtitlan cadde nelle mani degli Spagnoli dopo un furioso assedio, ne erano rimasti quasi soltanto ruderi. I nuovi padroni la fecero ricostruire secondo i loro canoni architettonici. Nacque così e si sviluppò quella che oggi è conosciuta come Ciudad de Mexico. La massa della popolazione nativa, sottomessa alla Corona di Spagna e al Cattolicesimo Romano, continuò a parlare il Nāhuatl, che fu lingua ufficiale e amministrativa del Vicereame della Nuova Spagna. Ci fu un bizzarro sincretismo tra pratiche indigene, come la produzione di bevanda fermentata dal succo di agave (octli poliuhqui "succo d'agave troppo fermentato", da cui pulque) e la tecnologia importata della distillazione, da cui ebbe origine un liquore superalcolico, molto potente. In un simile contesto, l'alcolismo conobbe uno sviluppo prodigioso. Questa deve essere considerata un'innovazione culturale di somma importanza!  

martedì 25 ottobre 2022

ETIMOLOGIA DI PUNCH 'TIPO DI BEVANDA ALCOLICA'

La parola inglese punch "tipo di bevanda alcolica" ha le sue origini nel subcontinente indiano: deriva dal numerale Hindi पाँच pānc "cinque" (pronuncia /pɑ̃ːtʃ/), per via dei suoi cinque ingredienti originali: un distillato alcolico (in genere rum o arrack), acqua, succo di limone, zucchero, spezie. Il numerale Hindi è a sua volta di origine sanscrita ed eminentemente indoeuropea: sanscrito पञ्चन् páñcan "cinque", a sua volta da IE *penkwe
Se questa derivazione fosse confermata al di là di ogni dubbio, saremmo di fronte a un caso davvero molto interessante di numerale che ha dato origine a un sostantivo concreto, diventato poi una parola viaggiante (Wanderwort) o prestito culturale esteso su vastissimi territori. Ecco alcuni esiti in varie lingue: 

=> Tedesco: Punsch 
   => Ungherese: puncs
   => Russo: пунш (punš
   => Lettone: punšs 
=> Olandese: punch; punspons (obsoleto) 
   => Inglese: punce (obsoleto) 
=> Francese: punch /pɔ̃ʃ/ 
=> Italiano: punch (1); ponce, poncio (obsoleto) 
=> Spagnolo: ponche, punch
=> Catalano: ponx
=> Portoghese: poncha, ponche 
=> Galiziano: ponche
=> Irlandese: puins 
   => Inglese: pince (obsoleto) 
=> Gallese: pwnsh 
=> Polacco: poncz 
=> Giapponese: ポン酢 (ponzu) (2)
=> Giapponese: パンチ (panchi) (3) 
=> Coreano: 펀치 (peonchi)

(1) Ricordo che la sussiegosa Mary Poppins pronunciava la parola con una vocale -o-: /pɔntʃ/. Oggi la pronuncia standard è /pantʃ/. La variante ponce è usata a livello locale (es. a Livorno, in Abruzzo).
(2) Il termine giapponese ponzu, indicante un tipo particolare di punch, è tornato in inglese per effetto boomerang!
(3) Il giapponese ha due forme distinte, ponzu e panchi, perché sono state prese a prestito in tempi e contesti differenti, sviluppandosi così in maniera indipendente. 


Altri tentativi etimologici:

Va detto che esistono studiosi scettici a proposito dell'etimologia di punch dalla lingua Hindi. La sintesi di queste critiche, abbastanza serrate, è contenuta nel dizionario etimologico Etymonline.com. Nel seguito ne riporto la traduzione, che considero sommamente utile. 

(n.2)

La spiegazione risale a "A New Account of East India and Persia, in Eight Letters" (1698) di John Fryer, ma i lessicografi hanno da tempo notato difficoltà fonetiche e storiche. Non c'è prova di una bevanda chiamata panch in India, o altrove, prima della parola inglese; e si sa ora che la parola inglese era in uso prima che gli inglesi diventassero commercianti regolari con le Indie o tentassero insediamenti in India.

Miscele simili al punch a cinque ingredienti, a base di vino, venivano bevute in Europa fin dal Medioevo. Gli alcolici distillati divennero comuni in Inghilterra solo nel XVII secolo, quando divenne comune anche la bevanda punch. Nel 1650 il punch venne chiamato "una bevanda indiana". Assomiglia molto alla bevanda mediorientale sherbet (sorbetto), che differiva solo per essere analcolica; ma l'associazione potrebbe essere stata con il commercio della Compagnia delle Indie Orientali che rendeva gli ingredienti esotici della bevanda accessibili in Inghilterra. Nelle fonti del XVII secolo è spesso associato alle Indie Occidentali: 

"[T]here is a pernicious sort of Drink in great Reputation and Use amongst them [our Country-men, viz. in Iamaica, Barbadoes and the Leward Islands], call'd, PVNCH , [...] This sort of beloved Liquor is made of Brandy or Run, Sugar, Water, Lime-Iuice, and sometimes Ginger or Nutmegs: Now here are four or five Ingredients, all of as different Natures as Light is from Darkness, and all great Extreams in their kind, except only the Water."
[Thomas Tryon, "The planter's speech to his neighbours & country-men of Pennsylvania, East & West Jersey and to all such as have transported themselves into new-colonies for the sake of a quiet retired life." 1684.] 

Traduzione: 

"C'è una sorta di bevanda perniciosa di grande reputazione e uso tra loro [i nostri connazionali, vale a dire in Giamaica, Barbados e Isole Leward], chiamato, PVNCH, [...] Questo tipo di amato liquore è fatto di brandy o rum, zucchero, acqua, succo di lime e talvolta zenzero o noce moscata: ora qui ci sono quattro o cinque ingredienti, tutti di nature tanto diverse quanto la Luce lo è dall'Oscurità, e tutti grandi Estremi nel loro genere, tranne soltanto l'Acqua."  

L'inglese punch è attestato per la prima volta nel termine punch pot (scritto paunche pot), e il riferimento potrebbe essere a una bevanda servita da un particolare tipo di recipiente piuttosto che a una particolare ricetta di bevanda. L'ortografia più vecchia suggerisce una possibile connessione o influenza da parte di paunch ("pancia"). Un collegamento proposto con puncheon ("barile per sapone o liquore") è notato nell'Oxford English Dictionary: "il nome [...] potrebbe essere stato un abbreviazione marinara di puncheon, come quello che i marinai avrebbero cercato per la loro razione di liquore." Ma il primo utilizzo non suggerisce l'origine nautica. 

Un puncheon o poncheon (attestato intorno al 1400) era anche il nome di un'unità di misura per vino o liquore di circa 70 galloni, più dell'uso quotidiano di una famiglia, ma la storia registra ciotole da punch di dimensioni considerevoli destinate a servire grandi riunioni, che potrebbe collegarlo alla nave. Confronta anche le varianti dialettali del francese medio del poncheon, come pochon, con i significati che includevano: una tazza o un bicchiere, un grande mestolo per la zuppa e una sorta di padella o casseruola a tre piedi. 

Un'interpretazione fuorviante:  

Sono rimasto allibito quando sul sito Dersut ho petto quanto segue, in un articolo sul liquore detto ponce alla livornese:  

"Gli inglesi con il loro “punch” a base di 5 ingredienti (punch = “pugno”, “cinque”) – , zucchero, acquavite, limone e cannella – ispirarono la nascita del ponce alla livornese in cui il tè veniva sostituito con del caffè concentrato." 

L'articolista fa confusione tra la parola inglese punch "colpo dato con un pugno" e il numerale Hindi pānc "cinque". In altre parole, afferma che in inglese esista la parola punch "cinque"! Ovviamente si tratta di un'omofonia: punch "colpo dato con un pugno" ha tutt'altra origine, derivando dal medio inglese punchen, bunchen, bonchen "dare un pugno, sferrare un colpo", "battere", di etimologia oscura.  

Conclusioni: 

Nonostante le obiezioni, molto interessanti e dettagliate, riportate da Etymonline.com, resto favorevole all'idea che il nome della bevanda sia derivato dal numerale indiano. Non è necessario che nelle lingue dell'India esistesse già nel XVII secolo una parola panch (o simili) designante una bevanda alcolica composita. È sufficiente che tale parola sia stata utilizzata in modo gergale in un contesto britannico in India (si noterà che la Compagnia Inglese delle Indie Orientali nacque il 31 dicembre 1600). Questa possibilità non può essere esclusa a priori. Così è altrettanto possibile che il termine, formatosi nelle Indie Orientali, si sia radicato molto presto nelle Indie Occidentali. Non dimentichiamoci che i traffici erano intensi e muovevano non soltanto immense quantità di merci, ma anche idee. Era un'epoca interessante, pullulante di sorprendenti connessioni tra paesi lontanissimi.

sabato 11 settembre 2021

ETIMOLOGIA DI GIAGGIANESE, GIARGIANESE

Cos'è un giaggianese? Molti se lo saranno chiesto. La parola, che ha la comune variante giargianese, in sostanza significa "persona che parla in modo incomprensibile". Ha una connotazione intrinsecamente spregiativa, giungendo a indicare anche chi parla in modo incomprensibile a bella posta, al fine di imbrogliare, di raggirare gli ingenui. L'idea portante è che colui che parla in modo oscuro, lo debba per forza fare per un cattivo fine. 
 
Formazione e diffusione del termine  

La parola in questione, attestata alla fine del XIX secolo, in ultima analisi deriva dal napoletano ggiaggianése, plurale ggiaggianise. Dopo un periodo di declino, negli anni '40 dello scorso secolo la parola ha ripreso vita e da Napoli si è irradiata anche a Settentrione. Nella città Partenopea, giaggianese ormai è più che altro in uso per indicare una lingua incomprensibile, non tanto colui che la parla. La locuzione tipica è "parlare il giaggianese". Per un napoletano, ogni lingua che non riesce a capire è automaticamente una forma di giaggianese. Sembra comunque che la locuzione fosse più diffusa in passato e che attualmente stia scomparendo. A Milano è in uso la forma abbreviata giaggiana o giargiana. Esempio: "L'è un giaggiana" o "L'è un giargiana". L'accezione più comune nella metropoli è quella di "persona non nativa di Milano e non assimilata agli usi locali", quindi anche di "zotico". La traduzione nel gergo dei Paninari sarebbe "tamarro". Pare che sia tuttora considerato un "giargiana" anche chi proviene dalla periferia della città, indipendentemente dalla sua origine etnica. La scomparsa del suffisso -ese e l'uscita maschile in -a sono comuni in milanese, basti pensare a cuménda "commendatore" e a Berlüsca "Berlusconi". Sembra che la parola in questione sia del tutto ignota in Veneto e in Sardegna. A Torino non è ignota, ma a quanto pare è desueta e il suo uso identifica immediatamente la persona come milanese.
 
Esperienze personali: 
giargianese = che parla un diverso dialetto
 
In Puglia, nelle province di Foggia, Bari, Barletta, Andria e Trani, il giargianese (giargianaise) è il forestiero, colui che parla un dialetto differente da quello locale. Quindi il giargianese può anche essere un pugliese egli stesso. Ricordo che due giovani pugliesi, uno di Trani e l'altro di Lecce, non riuscivano affatto a intendersi quando parlavano nelle loro rispettive lingue locali: erano costretti a ricorrere all'italiano come lingua franca. In quell'occasione il pugliese di Trani ebbe a dire, forse scherzosamente, che quelli di Lecce sarebbero "di un'altra razza".

Esperienze personali:
giaggianese = meridionale

Ricordo ancora la frase pronunciata in un'occasione dall'amico P., nativo della Brianza, ai tempi in cui frequentavamo l'università. Quando gli chiesi cosa significasse la parola "giaggianese", rispose così: "I giagianés hinn i teruni", ossia "I giaggianesi sono i terroni". Il termine "terroni", comunemente usato per indicare le genti del Meridione, ha una connotazione abbastanza spregiativa. Lo si sente usare soprattutto nei paesi della Lombardia profonda, che non hanno mai metabolizzato i flussi migratori. Questa traduzione di "giaggianesi" con "terroni" mi lasciò abbastanza interdetto. In vita mia non avevo mai sentito la parola con questo significato. Sapevo invece che alcuni meridionali la usavano per designare le genti del Nord. Come risolvere questa eclatante contraddizione? La cosa mi incuriosiva, ma pensai che dovesse trattarsi di un fraintendimento. Finii col non pensarci più per molti anni, finché il problema semantico ed etimologico non saltò fuori nuovamente. 
 
Esperienze personali:
giaggianese = extracomunitario
 
Nel frattempo la realtà sociale era cambiata profondamente e con "giagganesi" si intendevano  gli extracomunitari, soprattutto quelli provenienti dall'Africa. Rimasi stupito quando un siciliano biondiccio, di accese simpatie neofasciste, indicò come "giaggianesi" proprio le genti del Nordafrica - che per ovvi motivi non riscuotevano affatto le sue simpatie. Ovviamente la traduzione del lombardo P., che rendeva "giaggianesi" con "meridionali", era incompatibile con quella del siciliano neofascista, che era meridionale e rendeva invece "giaggianesi" con "marocchini".  

Tentativi etimologici
 
Non si riesce al momento ad andare oltre alle due principali ipotesi di etimologia finora enunciate. Sono le seguenti: 
 
1) I giaggianesi sarebbero stati in origine gli abitanti di Viggiano (prov. di Potenza, Basilicata). La pronuncia del toponimo è Viggiàno (parola piana).

viggianese => ggiaggianese 
plurale viggianise => ggiaggianise
 
Crollato il Regno delle Due Sicilie, a Napoli si riversarono innumerevoli esuli dalla Lucania, che esercitavano la professione di musicisti ambulanti, vivendo spesso di espedienti e finendo con acquisire una pessima fama di imbroglioni - come di regola accade ai vagabondi. Quando mi sono imbattuto in queste informazioni, all'inizio sono stato diffidente, pensando che potessero essere pacchetti memetici e miti infondati diffusi nel Web. In realtà, sono stato in grado di trovarne conferma. Proprio a Viggiano c'è un'importante tradizione di suonatori di arpa fin dal tempo del Regno di Napoli, attestata già nella prima metà del XVIII secolo (Antonini, 1745). L'arpa viggianese, diatonica e più piccola di quella classica, è sprovvista di pedali. È detta anche arpicedda. Nel corso dei secoli molti musicisti di Viggiano hanno portato la loro arte fin nelle più remote contrade del pianeta, ottenendo talvolta un notevole successo. 

2) I giaggianesi sarebbero stati stati in origine gli abitanti di Vigevano (prov. di Pavia, Lombardia). La pronuncia del toponimo è Vigévano (parola sdrucciola).
 
*viggevanese => ggiaggianese  
plurale *viggevanise => ggiaggianise 

Il romanista Gerhard Rohlfs (Berlino, 1892 - Tubinga, 1986) spiegò questo strano vocabolo in questo modo ingegnoso, per quanto un po' macchinoso e contorto. Così ha scritto: "piccoli commercianti che vengono dall'Alt'Italia per comprare l'uva o il mosto: deformazione di viggevanesi 'di Vigevano'." 
 
A parer mio è più probabile che Vigevano sia divenuto *Viggéggiano per assimilazione, quindi la trafila sarebbe questa:  
 
*viggevanese => *viggeggianese => ggiaggianese 
plurale *viggevanise => *viggeggianise => ggiaggianise 
 
L'amico D. mi spiegava che nel suo paese, situato nel Varesotto, esisteva la costumanza di miscelare il vino locale, rosso e a basso tenore alcolico, a certi rosati pugliesi, economici e molto più forti. Il risultato a quanto pare era eccellente, tanto da essere stato trovato in vendita anche in taverne nella lontana Genova. 

Una profonda incertezza
 
Sono stati fatti tentativi di sintesi per mettere assieme queste due etimologie contrastanti, che pure sembrano avere qualche verosimiglianza: i Vigevanesi compratori di uve e di mosti sarebbero stati assimilati ai precedenti Viggianesi musicisti itineranti per via della loro supposta e comune tendenza a imbrogliare. Ovviamente il condizionale è d'obbligo: secondo altre fonti, i compratori settentrionali di uve e di mosti erano invece persone da infinocchiare (Tarantino, 1985).  
 
L'enigma della rotica  

Lo stesso Rohlfs ebbe occasione di inventare un racconto che a parer mio è ridicolo. È il mito del soldato George. Il vocabolo "giaggianese" sarebbe tornato in auge a Napoli dipo lo sbarco alleato, proprio per via della presenza di militari statunitensi, che parlavano in modo incomprensibile. Dato che molti di loro si chiamavano George, spiega il Rohlfs, ecco che "giaggianese" sarebbe diventato "giargianese", quasi "giorgianese". Sembra che una variante "giorgënése" sia davvero attestata a Monopoli (Cortelazzo, Marcato, 1998), ma questo non prova granché: in molti dialetti meridionali le sillabe pretoniche sono per loro natura abbastanza deboli e suscettibili ad oscillazioni. A mio avviso, è più probabile che da "giaggianese" si sia arrivati a "giargianese" per via di un banale ipercorrettismo.  
 
Alcune considerazioni 
 
Il fallimento della romanistica appare evidente. 
 
1) Si avverte la necessità di un vocabolario storico del napoletano, che a quanto pare è tuttora inesistente. 
2) Si avverte la necessità di mappe di diffusione dei termini colloquiali, che a quanto pare mancano o sono in ogni caso di difficile reperibilità. 
3) Non è possibile che si debba scavare nei forum del Web per raccogliere informazioni frammentarie, spesso difficili a validarsi.  
4) Troppo spesso non si riesce ad andare oltre alla fatidica etichetta "etimologia incerta", per quanti sforzi si possano fare. È la condizione terribile del PANTANO ETIMOLOGICO
5) Il senso di impotenza e inconoscibilità si accresce in modo enorme quando ad essere di "etimologia incerta" sono vocaboli di origine recente.