Francisco Villa, più noto come Pancho Villa, nato José Doroteo Arango Arámbula (San Juan del Río, Stato di Durango, 1878 - Stato di Chihuahua, Hidalgo del Parral, 1923), fu un rivoluzionario, proprietario terriero, generale, politico e caudillo messicano. I suoi antenati erano Baschi sia da parte di padre che di madre. Ormai la sua figura è stata idealizzata, nascondendo i suoi aspetti più oscuri, turpi e cruenti. Era un individuo brutale, ultra-violento e sanguinario. Non si contano le tradizioni trasmesse oralmente sulle sue gesta efferate. Aveva abbastanza intelletto da capire che lo stupro portava gravi problemi e provocava tremende faide. Ne temeva soprattutto le conseguenze pratiche. Così raccomandava con grande cura ai suoi uomini di evitare gli stupri e di raccontare alle donne un po' di balle religiose per imbambolarle, per poter così usufruire delle loro grazie senza problemi. Fu poligamo, ma nessun ecclesiastico osò protestare o accusarlo di immoralità, nemmeno l'Arcivescovo di Chihuahua: non si poteva "negare qualcosa al grande Pancho Villa". Tutti avevano troppa paura della sua vendetta!
Eppure occorre sempre tener presente gli eventi del passato che hanno plasmato il rivoluzionario. Il giovane Doroteo Arango era soltanto un ragazzino di 15 o 16 anni, quando vide un uomo che tentava di approfittarsi di sua sorella: era il proprietario terriero Agustín López Negrete. Doroteo estrasse la pistola dalla fondina e gli sparò nel cranio! Gli storici ancora oggi hanno un timore superstizioso e cercano di edulcorare l'accaduto, dicendo che il giovane Pancho aveva soltanto ferito il seduttore a una gamba o a un piede. La realtà fu decisamente più cruda, come ancora ricordano le canzoni popolari: un getto di cervello sanguinolento scaturì dal cranio perforato e finì addosso alla ragazza! Dopo il compimento della vendetta, il giovane fu costretto a fuggire tra le montagne, iniziando la sua vita di bandito. Cambiò il suo nome in Francisco "Pancho" Villa e diede origine alla leggenda! La sua è stata una storia piena zeppa di terribili contraddizioni e molto lontana dall'immaginario hollywoodiano.
La montura del chino
Nel clima infernale che imperversava in Messico nei primi decenni del XX secolo, un elemento che caratterizza Pancho Villa e il suo mito è il suo feroce odio contro gli immigrati cinesi, che possiamo definire con queste parole: assoluto, inestinguibile, eterno. Nella città di Chihuahua è tuttora esposto un macabro manufatto, che consiste in una sella detta montura del chino, perché sarebbe stata ottenuta dalla pelle di un cinese.
“En la casa de Luz Corral, hoy museo de Francisco Villa, se encuentra la silla de montar de Villa, la cual fue forrada con la piel de un chino. En la cabeza de la silla se observan los ojos del chino. Según la tradición oral, al chino se le quitó la piel estando vivo. Según la misma tradición, la leyenda dice que un chino fue el que envenenó a la única hija que tuvo Villa con Luz Corral, por eso su rencor hacia los chinos. Villa mataba a todo chino que se encontraba solo por el delito de ser chino.”
(Marcos Barraza, Hidalgo del Parral, Chihuahua)
Traduzione:
"Nella casa di Luz Corral - oggi Museo di Francisco Villa - si trova la sella di Villa, che fu rivestita con la pelle di un uomo cinese. Sul pomolo della sella si possono vedere gli occhi del cinese. La tradizione orale tramanda che la pelle fu asportata mentre il cinese era ancora vivo. Secondo la stessa tradizione, fu un cinese ad avvelenare l'unica figlia che Villa ebbe con Luz Corral, il che spiega il suo profondo odio verso i cinesi. Villa uccideva ogni cinese che incontrava, per la sola colpa di essere un cinese."
Alcuni storici (ad esempio Friedrich Katz), sono convinti che questa sella-feticcio sia parte della cosiddetta leyenda negra (ossia "leggenda nera") e che non abbia alcun fondamento reale. Il testo attribuito a Barraza ricorre in moltissimi luoghi del Web e gli è attribuita dai navigatori una natura memetica, non di documento storico. Tuttavia la memetica è una degna materia di studio, soprattutto quando è fondata su un nucleo di verità. Il punto è che la montura del chino è stata fotografata ed esiste, non può essere liquidata come un semplice parto della fantasia popolare. Sui social come Facebook e in quello schifo smerdante di Quora si trovano centinaia di commenti idioti pubblicati da scemi di merda. Molti fanno notare che gli occhi che si vedono nella foto sono verdi - che questo non è possibile perché "nessun cinese ha gli occhi verdi" e "gnè gnè, gnè gnè". Anche un imbecille sa che gli occhi non possono essere imbalsamati e che i tassidermisti li sostituiscono con occhi finti di vetro. Poi ci sono dementi affetti da sindrome di Dunning-Kruger galoppante, che se ne escono a dire che "in Messico agli inizi del Novecento non c'erano cinesi". Invece i cinesi c'erano eccome. Questa ignoranza bullesca deve essere combattuta e debellata, come ogni ostacolo alla conoscenza del passato.
Le radici di un odio mortale
Durante il regime di José de la Cruz Porfirio Díaz Mori (1830 - 1915), il cosiddetto Porfiriato che durò in modo discontinuo dal 1876 al 1911, il Messico aveva incoraggiato l'immigrazione cinese per modernizzare l'infrastruttura nazionale. Nell'arco di trent'anni giunsero oltre 15.000 lavoratori cinesi, impiegati nella costruzione delle ferrovie, nelle miniere e nell'agricoltura. Si stanziarono soprattutto nei seguenti Stati: Baja California, Chihuahua, Coahuila, Sinaloa, Sonora, Yucatán. Con il tempo, molti immigrati aprirono attività commerciali come lavanderie e ristoranti, fondarono persino una propria banca (Banco Chino). Questo notevole successo organizzativo scatenò una forte ostilità e una concorrenza economica spietata. Lo slogan "El México para los mexicanos" identificava gli asiatici come ostacoli all'ascesa della classe media locale. I piccoli negozianti locali dovettero riconoscere di non avere mezzi per contrastare le floride attività dei cinesi, così li accusarono di monopolizzare il commercio al dettaglio e di abbassare i salari, dato che erano in grado di lavorare a ciclo continuo per compensi bassissimi. Era opinione comune che ogni soldo dato a un cinese uscisse dal circolo monetario messicano, causando impoverimento. A questo si aggiunse una furiosa propaganda razzista (sinofobia): i giornalisti e le leghe anti-cinesi diffusero stereotipi ripugnanti sul "pericolo giallo", etichettando la comunità come un'entità mostruosa e inassimilabile, veicolo di malattie, oppio e usura - mentre era del tutto ignorato il suo contributo all'infrastruttura del Paese. Ovunque soffiavano forti venti di intolleranza e pregiudizio culturale.
Un eccidio dimenticato
Il massacro di Torreón del 13-15 maggio 1911 rappresenta uno dei più sanguinosi episodi di violenza razziale nelle Americhe, scaturito da decenni di risentimento congravescente e di economia xenofoba. Una tensione micidiale esplose in un colpo improvviso, come una molla caricata fino all'impossibile. Finito il Porfiriato, il potere fu preso dal rivoluzionario Francisco Ignacio Madero González (1873 - 1913), che ebbe fama di paladino della democrazia e propugnatore delle riforme sociali. In realtà era più che altro uno spiritista e un esoterista, anche se non al livello di quel potentissimo evocatore di Demoni che fu Venustiano Carranza Garza (1859 - 1920).
Questa è la scheda tecnica dell'accaduto:
Luogo: Torreón
Stato Federato: Coahuila
Nazione: Messico
Anno: 1911
Nazione: Messico
Anno: 1911
Giorno/mese: 13-15 maggio
Tipo di evento: eccidio
Tipo di evento: eccidio
Nome spagnolo: Matanza de chinos de Torreón
Nome inglese: Torreón massacre
Nome cinese: 萊苑慘案
Numero di vittime accertate: 308
Etnia delle vittime:
cinese (303),
cinese (303),
giapponese (5)
Nota:
I 5 giapponesi furono scambiati per cinesi e uccisi.
Proporzione: circa metà della comunità cinese locale
Donne e bambini: sì
Movente: odio razziale
Principale modalità di sterminio:
uccisione a colpi di machete
uccisione a colpi di machete
Altre modalità di sterminio:
precipitazione dai terrazzi,
precipitazione in pozzi,
revolverate nel cranio
Autori:
truppe rivoluzionarie maderiste,
precipitazione dai terrazzi,
precipitazione in pozzi,
revolverate nel cranio
Autori:
truppe rivoluzionarie maderiste,
popolazione locale inferocita
Numero di partecipanti: circa 4.500
Conseguenze:
fuga dei cinesi superstiti,
immissione di beni sequestrati nel mercato nero,
incidente diplomatico
Danni stimati: circa 1 milione di dollari US
Quando le truppe rivoluzionarie maderiste conquistarono la città industriale di Torreón, la violenza politica degenerò rapidamente in un pogrom. In soli tre giorni, oltre 303 persone di origine cinese furono torturate e uccise - più alcuni lavoratori giapponesi scambiati per cinesi. I quartieri commerciali cinesi e il Banco Chino vennero saccheggiati e rasi al suolo. Tra i morti c'erano 50 dipendenti di Sam Wah, sia della sua tenuta che del suo ristorante; Wong Foon Chuck perse 45 dipendenti: 32 dalla sua tenuta, nove da un hotel ferroviario che gestiva e quattro dalla sua lavanderia; Ma Due perse 38 dei 40 lavoratori dei suoi giardini. Anche 25 dipendenti della banca furono uccisi. Persero la vita anche 34 civili, tra cui 12 spagnoli e un tedesco.
Va detto che diversi residenti tentarono di salvare i cinesi dalla folla inferocita, altrimenti il bilancio sarebbe stato senza dubbio peggiore. Settanta immigrati furono salvati da un sarto che, posizionatosi sul tetto dell'edificio in cui si erano rifugiati, depistò la folla che dava loro la caccia. Undici furono salvati da Hermina Almaráz, figlia di un leader maderista, la quale disse ai soldati intenzionati a portarli via da casa sua che "sarebbero potuti entrare in casa solo passando sul suo cadavere". Altri otto furono salvati da un secondo sarto che, restando sotto la pioggia davanti alla lavanderia dove lavoravano, mentì ai ribelli riguardo alla loro presenza.
Dieci ore dopo l'inizio del massacro, Emilio Madero, fratello del Presidente, arrivò a Torreón a cavallo ed emanò un proclama che decretava la pena di morte per chiunque avesse ucciso un cinese. Ciò pose fine al massacro. I messicani deceduti vennero sepolti nel cimitero cittadino, mentre i corpi dei cinesi uccisi furono spogliati e sepolti tutti insieme in una fossa comune. Lo stesso giorno, Emilio Madero convocò un tribunale militare per ascoltare le testimonianze sull'eccidio. Il tribunale giunse alla conclusione che i maderisti avessero "commesso atrocità", ma i soldati si difesero sostenendo che i cinesi fossero armati e che il massacro fosse stato un atto di legittima difesa. In ogni caso, la leadership rivoluzionaria di Francisco Madero tentò in seguito di minimizzare l'accaduto e non punì mai i responsabili materiali.
Le atrocità della División del Norte
Pancho Villa non aveva preso parte al massacro del maggio 1911, dato che in quei giorni era impegnato altrove, ma condivideva in ogni fibra del suo essere il profondo odio anti-cinese dell'epoca e lo tradusse in una vera e propria campagna di terrore e pulizia etnica nel nord del Messico durante la Rivoluzione. Per la División del Norte guidata da Villa, la popolazione cinese rappresentava un bersaglio primario e un ideale capro espiatorio, anche perché era accusata di aver sostenuto il regime di Díaz. Le esecuzioni sommarie furono numerose. Durante la campagna di Sonora del 1915, il rivoluzionario ordinò esplicitamente ai suoi uomini di giustiziare ogni cittadino cinese incontrato sul cammino. A Hidalgo del Parral, Santa Rosalía e Camargo, nello Stato di Chihuahua, le sue truppe massacrarono centinaia di commercianti e lavoratori cinesi. Quando Villa occupò Torreón nel 1913 e nel 1914, impose pesanti "tasse di guerra" esclusivamente alle attività commerciali cinesi, confiscando beni, banche e negozi prima di espellere i superstiti che si erano reinsediati dopo il disastro di qualche anno prima.
Rivoluzione messicana, delirio e razzismo
Durante la Rivoluzione messicana e negli anni successivi, il concetto di "mexicanidad" (alla lettera "messicanità") rivestì una notevole importanza sia sul piano politico che su quello giuridico. Prima della Costituzione del 1917, la popolazione messicana veniva classificata in base alla razza: bianchi di origine europea, meticci ("mestizos" di sangue misto europeo e indigeno) e indigeni; veniva inoltre riconosciuta, in una certa misura, la componente africana. Tale classificazione rappresentava un retaggio del sistema di caste dell'epoca coloniale, che non contemplava la presenza di asiatici. Dopo la Rivoluzione, la figura del meticcio fu assunta a modello di una sorta di razza messicana ideale, definita addirittura "cosmica". I leader rivoluzionari ricordavano costantemente agli stranieri la loro condizione di estranei, rendendoli bersaglio di movimenti volti a porre fine all'influenza straniera nel Paese; ciò rifletteva apertamente il risentimento accumulatosi in Messico durante gli anni del regime di Porfirio Díaz. Nel corso della Rivoluzione, molti europei e statunitensi lasciarono il Paese; tuttavia, poiché l'ingresso negli Stati Uniti rimaneva loro precluso, la comunità cinese registrò un incremento numerico.
Eredità e memoria storica
L'odio anti-cinese continuò per decenni dopo gli orrendi fatti di Torreón, culminando negli anni '30 in leggi discriminatorie e nell'espulsione di massa di migliaia di cinesi, soprattutto dallo stato di Sonora (1931). Solamente nel maggio 2021, a ben 110 anni dai fatti, lo Stato messicano con il presidente Andrés Manuel López Obrador ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità cinese per il massacro di Torreón e per le persecuzioni storiche subite. Che altro dire? Meglio tardi che mai.






