A Milano e altrove in Lombardia erano particolarmente diffuse alcune interiezioni di sorpresa:
ciùmbia (ortografia classica: ciombia),
ciusca (ortografia classica: ciosca),
ciuspa (ortografia classica: ciospa),
ciùrbis (variante ortografica: ciùrbiss;
ortografia classica: ciorbis).
Altre varianti: ciuspi, ciurbi, ciorbi, etc.
(incroci: ciùrbis + ciuspa => ciùspis => ciuspi, etc.)
Traduzioni comuni: "caspita!", "accidenti!", "ma dai!"
Traduzioni comuni: "caspita!", "accidenti!", "ma dai!"
Ortografie errate:
ciümbia (trascrizione errata; ipercorrettismo)
giumbia (trascrizione errata)
Purtroppo il milanese è ormai quasi estinto e capita di rado di sentire qualcuno parlarlo. Ricordo che molti anni fa, quando ero giovane, si poteva assistere a una pubblicità in cui l'anziano ma robusto Gianrico Tedeschi entrava in una taverna milanese e si lamentava del freddo dicendo "Se barbèla!", ossia "si trema". Quindi faceva qualche commento sul lesso e sulla mostarda. L'oste diceva qualcosa (o era un inserviente, non ricordo bene). Al che Tedeschi replicava: "Ah ciùmbia, alura parli pü!" - che potremmo tradurre con "Ah caspita, allora non parlo più!"
In effetti, Gianrico Tedeschi era stato per diversi anni testimonial della famosissima Mostarda Sperlari.
Adesso dobbiamo porci qualche domanda sull'etimologia di queste strane interiezioni milanesi. Non possono essere liquidate come "termini dialettali" (un linguista rifiuta l'idea volgare secondo cui una lingua è solo quella ufficiale) o come formazioni fonestetiche fatte di aria sottile.
Partiamo da ciùrbis, che ha un corrispondente preciso in italiano: corbezzoli! (toscano corbezzole!; eufemismo corbelli!).
Il corbezzolo (nome scientifico: Arbutus unedo) è una pianta arborea sempreverde della famiglia delle Ericacee, tipica dell'Europa meridionale, delle coste mediterranee del Nord Africa e dell'Asia occidentale. Si trova anche lungo le coste meridionali dell'Irlanda.
Nomi alternativi:
àlbatro,
rossello,
àrbuto (poetico)
rossello,
àrbuto (poetico)
Il frutto del corbezzolo è chiamato corbezzola, al plurale corbezzole o corbezzoli. Nella lingua attuale, tale denominazione è piuttosto obsoleta.
In latino classico il corbezzolo era chiamato arbutus oppure unedō (genitivo unedōnis). Plinio il Vecchio riportata una futile etimologia popolare che faceva derivare unedō dalla frase ūnum edō, ossia "ne mangio uno (ogni tanto)", con allusione a un lieve potere inebriante del frutto. In realtà è un termine di sostrato, di origine non indoeuropea, di cui ci occuperemo meglio in altra sede. In latino volgare anziché unedō si usava corbitius. I romanisti suppongono che sia un derivato di corbis "cesto", "paniere" - anche se la semantica resta a dir poco oscura. Infatti è più plausibile che sia un lontano parente di arbutus "corbezzolo", a sua volta resto del sostrato. Poi c'è sempre quello che tira fuori i famosi "incroci" e cerca di collegare il fitonimo con cucurbita "zucca", pur senza qualsiasi plausibilità semantica. Il nome greco antico del corbezzolo era κόμαρος (kómaros), che sembra del tutto dissimile.
Vediamo che in latino volgare corbitius dovette avere un diminutivo *corbitiolus. L'accento in origine doveva cadere sul primo elemento del dittongo -io-, per poi spostarsi sul secondo, da -i- a -o-, che è la vocale più aperta (come in filìolus che è diventato filiòlus). Ci aspetteremmo quindi *corbitiòlus, ma questo mutamento non è avvenuto. Si è avuto invece un arretramento dell'accento, da *corbitìolus a *corbìtiolus. Questo ha portato all'italiano corbézzolo. Lo stesso mutamento si è avuto in *capitiolum, diminutivo di capitium "estremità", che è diventato *capìtiolum e quindi capézzolo.
Vediamo che in latino volgare corbitius dovette avere un diminutivo *corbitiolus. L'accento in origine doveva cadere sul primo elemento del dittongo -io-, per poi spostarsi sul secondo, da -i- a -o-, che è la vocale più aperta (come in filìolus che è diventato filiòlus). Ci aspetteremmo quindi *corbitiòlus, ma questo mutamento non è avvenuto. Si è avuto invece un arretramento dell'accento, da *corbitìolus a *corbìtiolus. Questo ha portato all'italiano corbézzolo. Lo stesso mutamento si è avuto in *capitiolum, diminutivo di capitium "estremità", che è diventato *capìtiolum e quindi capézzolo.
In lombardo si sono avuti mutamenti più radicali. Innanzitutto si parte da una variante di *corbitiolus: *curbìtiolus. Questo *curbìtiolus è diventato prima *clurbìtius per metatesi, quindi l'accento è arretrato dando *clùrbitius. Questa metatesi si trova anche in italiano ed è ben noto ai romanisti: fundula, diminutivo di funda, è diventato *flunda e quindi ha dato l'italiano fionda; comula, diminutivo di coma, è diventato *cloma e quindi ha dato l'italiano chioma. Il regolare passaggio da /kl/ all'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/ in lombardo ha fatto sì che ciùrbis fosse l'esito naturale della trafila.
Semantica:
Il corbezzolo è considerato simbolo dell'Italia, perché sulla sia pianta ci sono le foglie verdi, i fiori bianchi e i frutti rossi. Tuttavia la plebe ha usato i frutti del corbezzolo come immagine dei testicoli, da cui l'esclamazione!
Nota:
Nota:
Anche se la pianta non cresce naturalmente in Lombardia, vi può essere coltivata.
Restano ora le altre forme, ciusca, ciuspa e ciùmbia.
Sono tutte alterazioni eufemistiche di una sola forma di partenza:
ciula (ortografia classica: ciolla) "pene, membro virile"
Da giovane mi è capitato più volte di udire l'interiezione di sorpresa "ciula!"; la parola significa anche "persona stupida". Fraseologia:
l'è pròpi un ciula "è proprio uno stupido";
l'è pròpi un ciula "è proprio uno stupido";
grand, gròss e ciula "grande, grosso e stupido".
L'origine è dal verbo ciulà "copulare", "fottere"; "fregare, ingannare"; "rubare", che è passato nell'italiano di Lombardia come ciulare (più raramente ciullare).
Fraseologia:
"Quella donna mi ha ciulato, in sei mesi di inviti a cena mi ha dato solo un bacio senza neanche la punta della lingua."
"Accidenti! Mi hanno ciulato il motorino!"
"Il mondo è pieno zeppo di persone come i politici, che pensano soltanto a ciulare il prossimo."
Etimologia:
Tra i romanisti si trova l'idea che ciula derivi da *cōlea "testicolo", "testicoli"; "scroto" (da cui l'italiano antico coglia). Com'è ovvio, la radice è la stessa di coglioni. Probabilmente la trafila implicherebbe un diminutivo *cōleola "piccolo testicolo", "piccolo scroto", da cui per metatesi si sarebbe avuto *clōlia e quindi ciul(l)a - foneticamente molto diverso da coglia - anche perché fallisce la spiegazione della parte finale della parola, in cui ci aspettiamo una palatalizzazione che invece manca. Un'alternativa è l'aggiunta di un secondo suffisso diminutivo dopo la metatesi che ha inglobato il primo nella radice: *clōlula, donde *clōlla. Si tratta di spaventose acrobazie!
Un'altra idea forgiata dai romanisti è che ciulare sia una semplice variante di ciurlare "muoversi", "vacillare" (da cui la locuzione ciurlare nel manico), in cui il gruppo consonantico /rl/ si sarebbe evoluto in /ll/ e quindi in /l/. Ciò è particolarmente amato dai fanatici della Treccani e della Crusca. Com'è ovvio, ciurlare proverrebbe da un'onomatopea fatta di niente. Anche in questo caso la semantica è insoddisfacente: bisognerebbe partire da "muovere, far vacillare" per arrivare infine a "rubare" e a "fottere".
Mi sono infine imbattuto in un'ipotesi ancor più stravagante, che riconduce ciula al greco antico κίων (kíōn) "pilastro", "colonna", tramite un ipotetico diminutivo *cionula, senza tener conto del fatto che un simile grecismo non può essere popolare e la sua presenza è assolutamente improbabile.
In realtà l'origine di ciulare è più probabilmente dal Romaní čor "ladro" (cfr. sanscrito चोर cora "ladro"; imbroglione"; चौर caura "ladro"). Anche nel Rotwelsch, il gergo dei Lanzichenecchi, schorren (schoren) significa "rubare", "trafugare il bottino", e la sua derivazione è dal Romaní.
Resterebbe soltanto da chiarire perché la rotica /r/ si sarebbe mutata in una laterale /l/. Non avendo trovato forme flesse contenenti un gruppo /rl/, deduco che forse è accaduto per via di una pronuncia del Romaní locale, in cui la rotica /r/ sarebbe stata poco vibrata. A causa di ciò, qualcuno la avrebbe percepita erroneamente come /l/. L'errore di una singola persona importante nel mondo criminale si sarebbe poi diffuso.
Quando una parola era scomoda, in milanese era uso comune alterarla in modo arbitrario, come in moltissime lingue romanze. Così l'esclamazione "ciula!", che equivaleva grossomodo a "cazzo!", apparve disdicevole per la sua natura sessuale, fu alterata in "ciusca!" e in "ciuspa!". Si danno casi simili. Vediamo che in italiano centromeridionale, Madonna si altera per eufemismo in Madosca (variante Matosca) usando un identico cambiamento di suffissoide finale. In Brianza si trova l'esclamazione "sacramesca!" per "sacrament!", in cui la terminazione in -sca è considerata in grado di limitare l'impatto blasfemo.
Bisognerà dire qualcosa di più su ciùmbia. Si noterà che la sua terminazione è bizzarra e a prima vista non sembra avere analogie credibili nel lessico lombardo. Tuttavia forme simili esistono anche in italiano. Basti pensare a cribbio, che è un eufemismo per Cristo, formato tramite un suffissoide -bio. Dato che *crisbio avrebbe rimandato facilmente al nome di Cristo, ecco che si è avuta una provvidenziale assimilazione che l'ha trasformato in un più anodino cribbio. In modo simile, accidenti diventa accidempoli, acciderba o accipicchia. In Toscana è attestato il giuramento dell'anticrìmoli (ossia dell'Anticristo) per indicare lo spergiuro. In milanese si usava malarbett per "maledetto", etc. E che dire di caspita? Con po' di sforzo, tutti possono arrivare a comprendere che è un elegante eufemismo elaborato da un anonimo creativo per sostituire cazzo!
Un blogger, a cui penso sia meglio non dare pubblicità, ha inventato una storiella esecrabile per cercare di spiegare l'origine di ciùmbia. Per lui le lingue sono fatte di parole elencate nei vocabolari, senza relazioni reciproche, rigide come monadi di Leibniz. Così ha sfogliato un dizionario di spagnolo, ha spulciato il fitonimo andaluso higuera chumba "pianta del fico d'India", da cui higo chumbo "frutto del fico d'India". Ha fatto confusione, estraendone "chumba" e traducendo la parola con "frutto del fico d'India". Quindi ha elaborato la sua narrazione inconsistente, in cui uno spagnolo va al mercato e gli viene chiesto quali fichi vuole (nativi o importati), al che risponde con enfasi "chumbas"! Gli astanti, prendendo la parola per un'imprecazione, la adottano e la diffondono tra il volgo. Non ho mai sentito una baggianata tanto inverosimile. L'architettura logica proprio non si regge. All'epoca degli Spagnoli a Milano non esistevano congelatori e la frutta deperibile non poteva essere importata. Non è che se uno sente urlare qualcosa in una lingua sconosciuta, si mette a imitarla. Questa storiella è un classico esempio di come si inventino leggende metropolitane pur di trovare un'origine esotica o divertente a parole di cui non si conosce un'etimologia sensata.

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