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martedì 28 maggio 2024

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUGLI USI CULINARI DELLE LARVE DI MOSCA

Ebbene sì, esistono i formaggi con i vermi, nonostante siano vietati dalle normative italiane ed europee. Pensate, sono prodotti fin dal Neolitico. Il più famoso e ricercato di questi output digestivi dei cagnotti è senza dubbio quello preparato dai pastori della Sardegna, di cui spesso si legge sui quotidiani online


Nome del prodotto: casu marzu 
Ortografia originale: casu martzu 
   Traduzione letterale: "formaggio marcio" 
Sinonimo: casu fràzigu
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Altri sinonimi:
    casu mùchidu,
    casu modde,
    casu bèiu,
    casu fatitu
    casu 'atu,
    casu cunditu,
    casu giampagadu
Regione: Sardegna 
Nota: 
Viene prodotto anche in Corsica, dove è chiamato casgiu merzu.

No. Non sono "vermi di formaggio", come ho sentito dire da alcune isteriche sui social. Sono autentiche larve di una mosca che frequenta anche i cadaveri di esseri umani morti ammazzati, se li riesce a trovare, ad esempio in un bosco. Il nome scientifico di questo amabile insetto snello e metallizzato è Piophila casei. Alla lettera, significa "Amante del pus del formaggio". Dovrebbe fare riflettere. 
I pastori sardi sono ben consapevoli dell'intero processo di produzione. Praticano tagli nella crosta di forme di pecorino per favorire l'infestazione. Sanno bene che sono le piccole mosche metallizzate a deporre la loro covata, che mastica, vomita e defeca la polpa del formaggio, dandole quel particolare sapore che piace agli intenditori. Ci sono anche persone a cui le cose appaiono in modo più prosaico. Ricordo che E. (RIP) diceva di aver assaggiato il casu marzu, aggiungendo che sapeva di vomito.

Molti credono per effetto Dunning-Kruger che il casu marzu sia l'unico prodotto caseario a contenere larve di mosca. Ebbene, si sbagliano di grosso. Se indagassero anche in modo superficiale, scoprirebbero che i formaggi coi vermi sono prodotti clandestinamente in tutta Italia, o lo erano fino a tempi abbastanza recenti. 

Nome del prodotto: gorgonzola coi grilli
Nome originale: gorgonsoa cui grilli
   Traduzione letterale: "gorgonzola coi cagnotti"
Regione: Liguria
Luogo di produzione: Entroterra di Genova

A Genova il gorgonzola coi grilli è ben noto nella tradizione. Questi "grilli" non hanno nulla a che vedere con gli animaletti chiamati così in italiano: sono proprio le minuscole larve di Piophila casei, caratterizzate dalla capacità di compiere grandi salti. Oggi questo formaggio verminoso è ancora prodotto in piccole realtà artigianali dell'entroterra. Ricordo che era menzionato in una canzone popolare in genovese, in cui un marinaio sognava un banchetto pantagruelico e nominava una per una tutte le leccornie agognate - e tra queste il gorgonzola coi grilli. La moglie, avara e austera, distruggeva i suoi sogni propinandogli un'economica stracciatella, ossia una pastina in brodo con l'aggiunta di un uovo.

Nome del prodotto: bruss ch'a marcia
Variante ortografica: bross ch'a marcia 
   Traduzione letterale: "formaggio che cammina"
Regione: Piemonte  
Luogo di produzione: Monferrato 
Nota:
Il bruss è un formaggio di recupero, cremoso e denso, ottenuto fermentando avanzi di altri formaggi, ovini o vaccini. La fermentazione viene bloccata aggiungendo grappa; se non lo si fa, le mosche casearie accorrono e vi depongono le uova.

Dai banchi di memoria stagnante è emerso un vecchio sketch di Macario (chi lo ricorda ancora quel comico bizzarro e grottesco?). Divorato dalla fame, Macario cercava di mettere le mani su un pezzo di formaggio verminoso e di divorarlo. Tuttavia i cagnotti, muovendosi, facevano spostare il formaggio, che gli sfuggiva sempre, mentre lo stomaco vuoto gli provocava i crampi. Questo genere penosissimo di comicità era particolarmente diffuso nel dopoguerra, quando si cercava di esorcizzare lo spettro della carestia.

Nome del prodotto: furmai mars 
Variante ortografica: furmai marz 
Forma italianizzata: formaggio marcio 
Regione: Lombardia  
Luogo di produzione: Valli bergamasche, Valli bresciane; 
    fino agli anni '50 si faceva in molte aree rurali 
Nota:
A seconda dei luoghi, può essere prodotto da formaggi diversi: bagòss di Bagolino, gorgonzola e persino formaggi di grana o provolone. Ho testimonianze del fatto che anche in Brianza si producesse il gorgonzola coi vermi, ma questa usanza è ormai estinta.

Nome del prodotto: nisso 
Significato letterale: "marcio", "guasto"
Nome dato ai cagnotti: saltarei
Regione: Lombardia
Luogo di produzione: Lomellina, Oltrepò Pavese

Ho avuto notizia del fatto che in una zona della Lombardia, in tempi non troppo antichi, era prodotto un tipo di gorgonzola coi vermi, che si differenziava da quello ligure e da altri simili formaggi perché infestato da larve di Calliphora vomitoria (moscone azzurro), che sono attratte dalla materia grassa e accorrono subito in gran numero a deporre la covata. Quando ancora ero un marmocchio, mia madre (RIP) mi raccontava di un medico della Lomellina, il dottor N., che era ghiottissimo di questo gorgonzola verminoso che si produceva da sé, destando l'orrore dei suoi compaesani: apprezzava particolarmente i pingui cagnotti, ben più grossi e carnosi di quelli della Piophila casei. Non erano i minuscoli "saltarei". Ho poi potuto constatare, ad anni di distanza, che il ricordo di questo medico ancora oggi non è del tutto estinto in quelle terre. Mi sono stati confermati i dettagli raccapriccianti sulla produzione: l'adepto di Ippocrate lasciava il formaggio all'aperto perché si riempisse di mosconi. Doveva avere un sistema immunitario di ferro! Mi dolgo di non poterne riportare il cognome per esteso, come di soffrire la carestia in tempi di abbondanza. 
Seppur involontariamente, anni fa mi è capitato di fare un esperimento simile. Ricordo ancora quando una fetta di gorgonzola era finita per sbaglio in mezzo alla cartaccia ed è stata colonizzata dai mosconi azzurri, dando origine a un gran numero di esemplari sommamente molesti, che mi è toccato uccidere uno a uno. Ovviamente non consideravo più commestibile il formaggio, e ho dovuto mettermi un guanto chirurgico per raccogliere una cinquantina di pupe trovate sul pavimento. Le ho messe in un secchio e le ho gettate nello scarico del cesso. Un'esperienza che non si dimentica!   

Nome del prodotto: furmai nis
   Traduzione letterale: "formaggio marcio"
Sinonimi: nissarobiola nissa, furmai cui bèch,
   furmai (nis) cui saltarei 
   Traduzione letterale: "robiola marcia";
    "formaggio coi bachi", "formaggio coi cagnotti" 
Forme italianizzate: formaggio nisso,
    formaggio coi bèghi, formaggio coi saltarelli
Nome dato ai cagnotti: bèch, saltarei
Regione: Emilia-Romagna
Luogo di produzione: Piacenza, Valle del Tidone 
Nota:
Il termine nis si trova anche in Lombardia, nella vicina provincia di Pavia (vedi sopra).

A quanto pare le autorità sanitarie hanno lanciato una crociata contro questi prodotti, che ormai nel Piacentino hanno soltanto pochi estimatori tra le persone più anziane. 

Nome del prodotto: formaio coi bai
   Traduzione letterale "formaggio coi bachi"
Nome dato ai cagnotti: bai
Regione: Veneto 

Nome del prodotto: saltarello 
Regione: Friuli-Venezia Giulia 
Luogo di produzione: Udine 
Nota:
Trae il suo nome dalle larve.

Nome del prodotto: pecorino marcetto
Sinonimo: cace fràceche 
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Regione: Abruzzo
Luogo di produzione: Teramo, L'Aquila
Nota:
A Scanno (L'Aquila) è detto pecorino di marcetto.

Nome del prodotto: cacio punto
Nome originale: cacie punt
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Molise
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. In genere è prodotto con latte di pecora.

Nome del prodotto: fermagge pengiute
Sinonimo: frmag punt 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia
Luogo di produzione: Bari
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. Può essere prodotto con latte ovino o con una mistura di latte ovino e di latte vaccino.

Nome del prodotto: casu punt
Variante ortografica: casu puntu 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia  
Luogo di produzione: Salento
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. 

Nome del prodotto: cas cu i vierm 
   Traduzione letterale: "formaggio coi vermi"
Regione: Basilicata 
Luogo di produzione: Entroterra potentino

Nome del prodotto: casu du quagghiu
Sinonimo: furmaggiu du quagghiu
   Traduzione letterale: "formaggio del caglio"  
Regione: Calabria 
Nota: 
È prodotto con latte ovino intero crudo (70%), latte caprino (30%), con l'aggiunta di una gran quantità di caglio, da cui trae il nome.

Il formaggio coi vermi è prodotto anche nei Paesi Baschi, dove è chiamato gazta-ustela, ossia "formaggio marcio" (da gazta "formaggio" + ustel "marcio" + -a, articolo determinativo). 
Esistono anche formaggi con gli acari, che contengono gli escrementi di questi simpatici animaletti. In Germania si trova il Milbenkäse (da Milbe "acaro" + Käse "formaggio"), tipico della Sassonia-Anhalt, mentre nella regione di Lilla, in Francia, c'è la mimolette. Il primo prodotto caseario si fa con Tyroglyphus casei, mentre il secondo si fa con una specie simile, Tyroglyphus siro

Sono sicuro che la lista da me fornita non sia esaustiva: ho appreso che prodotti caseari infestati da larve esistono persino in Egitto! Indagando più a fondo e avendone il tempo, si troveranno di certo altre meraviglie gastronomiche.


Problemi sanitari

Le larve della mosca del formaggio (Piophila casei), saltando fino a una distanza di circa 15 centimetri, possono finire negli occhi, più raramente nel naso. Almeno in teoria, sono in gradi di dare origine a parassitosi (miasi) in queste parti del corpo. Ai tempi dei Nuragici a queste cose forse non ci si badava troppo. Si legge spesso che in Sardegna esiste il costume di indossare gli occhiali quando si mangia il casu marzu, ma questa informazione desta in genere lo scherno o la furia degli isolani. Si dice anche che molti fanno uscire le larve dal formaggio mettendolo in un sacchetto di plastica e causandone così il soffocamento. Non so se sia vero, non ho avuto occasione di trovare riscontri. Certo è invece che l'ingestione di larve vive può causare miasi intestinale con conseguente perforazione e peritonite (un esito in genere fatale), anche se sembra che sia un evento abbastanza raro. Più frequenti sono i fastidi provocati dagli uncini dell'apparato buccale dei parassiti, che si conficcano nella mucosa gastrica, facendo insorgere nausea, vomito e sanguinamenti. Il sistema adottato dai pastori sardi per neutralizzare ogni minaccia consiste nell'ingurgitare quantità di robuste bevande alcoliche, come il vino Cannonau e il distillato Filu 'e ferru. L'alcol asfissia gli intrusi, prevenendo la miasi. Non può nulla contro altri patogeni trasmissibili, ma va detto che quei pastori, estremamente longevi, hanno una tempra d'acciaio, ignota alle genti continentali. 
Mi sono imbattuto tempo fa in un tale che aveva avuto una sgradevole esperienza con un formaggio verminoso prodotto in Italia centrale. Così aveva il dente avvelenato: diceva che i marcetti, oltre a puzzare maledettamente, provocano conati di vomito e disturbi gastrointestinali. 
Le larve del moscone azzurro (Calliphora vomitoria) non saltano, ma resta la loro capacità di trasmettere un gran numero di infezioni e di dare origine a miasi intestinale. Essendo ben più grosse e aggressive di quelle della Piophila, la probabilità di causare lesioni gastriche e intestinali è maggiore. Mi accadde anni fa di mangiare della carne cucinata che sembrava buona, quando mi accorsi che brulicava di giovani cagnotti, nati da poco. A deporre la covata era stato certamente un moscone azzurro. Non mi persi d'animo: mangiai alcuni semi di albicocca e bevvi un quarto di litro di brandy. Le larve asfissiarono e non ebbi conseguenza alcuna. Com'è ovvio, non incoraggio nessuno a imitare la mia esperienza. 
Formaggio coi vermi, sì o no? Diciamo che leccare l'ano a un gran numero di amanti occasionali è meno rischioso per la salute.

Testimonianze nel Web
 
In un forum online mi sono imbattuto in un testo, di cui avevo copiato in un file txt alcuni estratti significativi, in vista di una futura pubblicazione. Purtroppo il sito non è più raggiungibile. Provvedo quindi a riportare il materiale a mia disposizione in questa sede, come estrema forma di salvataggio di importanti informazioni antropologiche. I grassetti sono miei, come l'indicazione dei refusi con (sic).  

"Anche nelle valli trentine i “brigoi del formai” erano (sono?) da alcuni considerati una prelibatezza da inseguire con la polenta. I racconti di mia madre (classe 1926) erano pieni di aneddoti di “brigoloti” saltellanti. Gli acari sono invece chiamati “carpisi” (el formai coi carpisi) quello mi è cpitato (sic)  di assaggiarlo, non in quanto prlibatezza (sic) ma solo perchè il formaggio poverino così era (guai rifiutare quello che ti mettevano nel piatto). Altri ne erano entusiasti per la piccantezza che il formaggio in quella poco invidiabile situazione acquisisce." 

E ancora:

"In Schwaben (Svevia) esisteva l’abitudine di appendere i residui delle carcasse degli animali domestici macellati all’aperto in modo che le mosche carnarie vi deponessero le uova. Quando le larve erano abbastanza cresciute la carcassa veniva battuta con un bastoncino tenendo sotto di questa una pentola nella quale raccogliere le larve cadute."

Un utente scettico, un certo Massimiliano, che confondeva in modo delittuoso la Svevia con la Svezia, ha scritto quanto segue: 

"La mosca è uno dei più importanti vettori del Clostridium botulinum. Le larve, come tutti gli invertebrati, sono tolleranti alla tossina botulinica, ma i vertebrati no. Mangiare un quantitativo significativo di larve di mosca prelevate da un cadavere è letale (sembra che un chilo di tossina botulinica possa mandare al Creatore 7 miliardi di persone…). Nella zootecnia non industriale, l’abitudine di dare, come integrazione alimentare, dei bigattini alle galline è sempre accompagnata dal consiglio che siano quantitativi molto limitati e mai dati con continuità… Quindi, credere che qualche essere umano possa raccogliere bigattini per nutrirsene è un raccontino da bar…"

Forse questo Massimiliano non comprendeva una cosa molto semplice: il fatto che le larve delle mosche (incluse quelle di Piophila casei) siano vettori del Clostridium botulini non significa che siano interamente composte di tossina botulinica e che possano sterminare gli esseri umani a miliardi! Per mettere insieme una quantità di contaminante sufficiente ad uccidere un umano adulto bisognerebbe mangiare una quantità significativa di larve, cosa che sfido chiunque a fare.  In genere i formaggi infestati non favoriscono la crescita del Clostridium botulini, che è un anaerobio obbligato. Intanto i ghiottoni di casu marzu che ingurgitano la covata della Piophila casei dimostrano che ho ragione: per quanto discutibile, la cosa è possibile
Per quanto riguarda la Svevia, regione storica della Germania, le larve menzionate nel forum sono quelle della Sarcophaga carnaria, che infestano i resti di macellazione. Evidentemente venivano cotte, cosa che permetteva di neutralizzare i patogeni. Doveva essere un cibo di emergenza, da utilizzarsi in tempi di carestia. Non dobbiamo dimenticarci che la Svevia è stata teatro di spaventosi conflitti e di episodi di fame estrema nel corso della Guerra dei Trent'anni (1618 - 1648): la gente fu costretta a mangiare cose che non sono considerate commestibili. Questo ha dato origine a racconti tramandati di generazione in generazione.

Etimologia di brìgoi, brigoloti 

Ho subito cercato riscontri è ho trovato su Facebook informazioni interessanti. Le larve e i bambini in Veneto sono chiamati allo stesso modo. Questa è la glossa che ho trovato: "brigoloti, perché no' i sta mai fermi!!!" Evidentemente i brìgoi trentini sono una variante di questi benedetti brigoloti.

Queste sono alcune voci diffuse in Trentino, formate a partire dalla stessa radice e riportate nel Dizionario Cembrano di Aldo Aneggi:

brigolament (sostantivo maschile) = formicolio, tremolio;
      irrequietezza.
brigolar (verbo) = brulicare, muoversi continuamente;
      se brigola "si tira innanzi", "si vive".
brigolin (aggettivo) = irrequieto.
brigolin (sostantivo maschile) = irrequietezza.
brigoloti (sostantivo maschile plurale) = acari del formaggio,
     larve.

Se ne trovano molte altre nel LEI (Lessico etimologico italiano) di Max Pfister, anche relative a diverse regioni:


La radice del verbo brigolar "brulicare" è la stessa delle parole italiane brio "forza" e briga "molestia, fastidio; preoccupazione; lite, contrasto", brigare "ingegnarsi", "darsi da fare per ottenere qualcosa". In ultima analisi l'origine è celtica, dalla radice *brīg- "forza, vivacità" (la vocale tonica è lunga, /i:/).

Etimologia di carpisi 

Sempre nel LEI, si trovano informazioni estremamente interessanti.

Latino volgare: carius / caria ‘tarlo’; cariēs / caria / carius ‘putrefazione’
Derivati: cariolus ‘tarlo’
Aggiungo senz'altro cariō (accusativo cariōnem) ‘tarlo, rodilegno’
Latino classico: cariēs (genitivo cariēī) "putrefazione" 
Nota etimologica:
La tradizionale etimologia da careō "mancare" (alludendo a denti a cui mancano pezzi) è estremamente stupida e insensata, l'ennesimo tentativo di spiegare Omero con Omero. Il termine latino non era usato come nel linguaggio moderno solo per indicare la carie dei denti.
Origine della radice: elemento del sostrato, con ogni probabilità tirrenico  

Gli esiti romanzi sono innumerevoli. Riportiamo soltanto qualche dato significativo estratto dal LEI:

Milanese antico: cairo "tarlo del legno"
Piemontese (Gattinara): carí "processionaria"
(glossato come "tipo di bruco che invade i boschi a colonie e distrugge il fogliame")
Istriota: kyéro "carie"
Napoletano (XVII sec.): càiro "malattia delle parti ossee"
Napoletano (XVIII sec.): cario "malattia delle parti ossee"
Ligure centrale (Carpasio): càira "tarlo del legno"
Veneto (Bellunese): chéra "grillotalpa" 

Pfister è dell'idea che questa radice abbia subìto un'incrocio "alla Devoto" con il verbo carpere "prendere", dando origine a un paio di esiti peculiari: 

Ladino (Predazzo, TN): kárpẹ ‘tarme’ (femm. pl.),
Veneto (Tonezza del Cimone, VI): kárp ‘tarme’ (femm. pl.)

Questi dati sono presi dal sito dell'AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale), tavola n. 482 (non 462 come riportato per refuso nel LEI). Ecco il link, che porta alla schermata navigabile: 


Va detto che le due occorrenze riportate di kárpẹ sono circondate da moltissimi casi in cui si hanno forme come tárpẹ e persino pármẹ. Si potrebbe trattare di complessi mutamenti con dissimilazione: 

tármẹ > pármẹ 
tármẹ > tárpẹ > kárpẹ 

La presenza del càrpisi "acari" reso noto da un forum, non riportato nel LEI e neppure nell'AIS, rafforza l'idea di una forma originale, derivata dalla radice di caria e varianti, con l'aggiunta di un suffisso labiale. Al cosiddetto "incrocio" con il verbo carpere non credo nemmeno un po'. Questo fa capire quanto lacunosi e incompleti siano gli studi dei romanisti. 

Ricostruzione del sostrato dai dati latini e romanzi

Forma etrusca ricostruibile: *karia, *karie, *kariu(n)
Significato: "vermi", "putrefazione" 
Semantica: La putrefazione era connessa con i cagnotti, e con ogni probabilità era creduta derivata dalla loro azione
Proto-tirrenico: *kanri- 

Un possibile lontano parente 

Basco: har "verme"
Protobasco: *(h)anaR "verme"
Pre-protobasco: *kanaR "verme" 

giovedì 2 maggio 2024

ETIMOLOGIA DI BAGONGHI

Il bizzarro termine Bagonghi (variante nano Bagonghi; sardo Bagonchi) è uno pseudonimo usato per indicare una persona di bassa statura, nanesca, spesso goffa, talvolta con caratteri grotteschi come braccia corte, testa grossa e simili. Si usa soprattutto con riferimento a nani circensi. Infatti la designazione comparve come nome d'arte di alcuni nani che lavoravano nei circhi, attivi tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Tra questi si possono citare il faentino Andrea Bernabè (Circo Guillaume e vari altri), il galliatese Giuseppe Bignoli (Circo Pellegrini e vari altri), il romano Francesco "Checco" Medori (Circo Togni) e altri di cui non sono riuscito a identificare il luogo d'origine: Filippo Ruffa (Circo Orfei), Marco Sensale (Circo Mancini), Umberto Salvatore (in vari circhi). È possibile che proprio il Bernabè (1850 - 1920) sia stato il proto-Bagonghi. L'epiteto è in genere considerato "obsoleto", tuttavia l'ho sentito usare non poche volte a Milano, anche in riferimento a personaggi pubblici - senza però alcuna comprensione di una possibile origine deonomastica. Ormai è visto come un nome comune, non diversamente da "nano", "pigmeo" o simili, e quindi è scritto spesso bagonghi, senza l'iniziale maiuscola.

Pronuncia:
La vocale tonica -o- è chiusa: Bagónghi.
    Trascrizione fonologica: /ba'gongi/
    Trascrizione fonetica IPA: [ba'goŋgi]

Fraseologia:
    È un Bagonghi.
    È un nano Bagonghi.

Diffusione regionale:
Nelle varie regioni d'Italia, si accentua un'accezione anziché un'altra. A volte prevale la bonarietà, altre l'avversione, la ripugnanza fisica e lo stigma sociale. Ecco una breve panoramica: 

- Piemonte: Il Bagonghi è soprattutto una persona piccola e sgraziata che indossa abiti di taglia troppo larga. 
- Lombardia: A Milano si usava la locuzione Bagonghi e sensa murusa, ossia "nano e senza fidanzata", enfatizzando l'esclusione sociale di chi non era conforme ai rigidi canoni fisici richiesti dalla società del tempo per esercitare una qualsiasi attività sessuale non masturbatoria. 
Altrove nella regione, Bagonghi era meno insultante e indicava una persona goffa e impacciata. 
- Sardegna: Il Bagonchi ha la testa grossa e gli arti corti (nanismo tiroideo).
- Altre regioni: In zone dell'Emilia Romagna, a Livorno, a Venezia e in Puglia si usava la locuzione pari Bagonghi, ossia "uguale a Bagonghi", per indicare una persona piccola che indossa abiti troppo larghi e con maniche troppo lunghe, rendendosi goffa nei movimenti. A Lecce si ha la forma Baconchi, con un adattamento simile a quello visto in sardo. 

Note antropologiche

Riporto questa interessante citazione:

"Il bagonghi non si limita […] a esibire la propria deformità; recita, fa piroette, giochi di destrezza e di parole, e ha quindi bisogno, come qualsiasi attore o clown, di talento, dedizione e lunga pratica della propria arte. Deve però anche essere, sin dall’inizio, mostruoso e afflitto, vale a dire patetico. C’è persino una mitologia spicciola, cara ai giornalisti italiani, che insiste nel considerare tutti i bagonghi delle vittime del proprio ruolo."

(Leslie Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto, 1978)

Un panorama di incertezza 

Anni fa mi sono imbattuto nell'ipotesi che Bagonghi fosse semplicemente un antico cognome italiano, poi caduto in disuso. Sembra evidente che nessuno sia riuscito a trovare documentazione di una famiglia così denominata, spulciando nei documenti polverosi - altrimenti si sarebbe saputo.
Più diffusa è 
l'idea che possa trattarsi di un soprannome che per qualche imponderabile motivo aveva avuto un'immensa fortuna. Come molti danno per scontato, Bagonghi sarebbe stato il nome d'arte del famosissimo Andrea Bernabè. Il problema è che un nome d'arte non sarà scaturito dal Nulla: deve avere in qualche modo una ragione e una logica. 
Labili ipotesi sono state avanzate da dialettologi dilettanti, di quelli che non avevano alcuna seria base linguistica e filologica. Infatti non c'è nulla di convincente. Così sono futili i tentativi etimologici di paragonare l'epiteto alle parole cremonesi bàagol "piccolo" e bagulàa "chiacchierare", menzionati sul quotidiano Cremona Sera (2021).  

Origini africane dell'epiteto

Per fortuna ho reperito un tentativo etimologico più serio, che considero molto interessante. Questa spiegazione è esotica e ha avuto una certa diffusione nel Web, anche se permane ignoto il suo autore, a cui andrebbero riconosciuti meriti. Vorrei approfondire meglio la questione, sperando che possa essere di giovamento agli eventuali lettori. 
L'origine di Bagonghi è dal nome dei Pigmei Bakango (detti anche Kango), che fanno parte dei Bambuti (detti anche Mbuti) dell'Africa Centrale, nella parte nord orientale di quella che è oggi la Repubblica Democratica del Congo. Il prefisso ba- è un caratteristico pluralizzatore nelle lingue Bantu.
Le lingue originarie dei Pigmei si sono estinte nel corso dei secoli, lasciando come traccia soltanto elementi di sostrato. Tutte le popolazioni di questo ceppo hanno adottato le lingue dei confinanti stanziali, agricoltori/allevatori, a seconda della regione: 
- Lingue Bantu
- Lingue Ubangi
- Lingue sudaniche centrali.

Questa è la trafila fonetica da me ricostruita, altamente speculativa ma a mio parere ragionevole:

BAKÀNGO
> *BAGÀNGO
> *BAGÀNGU
> *BAGÒNGU
> *BAGÒNGÜ >
> BAGÓNGHI 

Il nome, in origine un plurale, avrà perso la sua trasparenza etimologica, diventando singolare una volta che è stato adottato dai parlanti di lingue finitime, della famiglia sudanica centrale (Mangbetu, Efe, Asua, etc.). Sarebbe il caso di condurre indagini sul campo per verificare se la trafila di cui sopra ha qualche corrispondenza documentabile. 
A chi pensa che un simile confronto sia basato su pure e semplici assonanze, dirò questo: non dobbiamo mai dimenticare che gli ambienti circensi sono sempre stati cosmopoliti. Resta da accertare la sequenza degli eventi e dei contatti, cosa che potrebbe risultare impossibile, dopo tanto tempo. Si consideri quanto sia difficile già soltanto reperire biografie sommarie dei singoli Bagonghi noti. 

sabato 26 agosto 2023

UNA STRANA COPPIA DI OMOFONI: FORMENTO 'LIEVITO' E FORMENTO 'FRUMENTO'

No, non sto parlando di una coppia di omofobi. Sto parlando di due omofoni, cioè parole che hanno lo stesso suono ma significati diversi.

1) In toscano antico, formento significava "lievito" e aveva come sinonimo levame
L'origine è dal latino fermentum "lievito", "fermentazione". La radice è la stessa di ferveō (II sing. fervēs, perf. I sing. ferbuī, inf. fervēre) "bollire", "ribollire". 
Il passaggio della vocale -e- a -o- è dovuto alla presenza delle due consonanti f- e -m-, che ne hanno influenzato la pronuncia, conferendogli un'articolazione labiale.
2) In toscano antico, formento (variante: fromento) significava "frumento". Dante scriveva: "Grande vuole essere la scusa, quando a così nobile convito per le sue vivande, a così onorevole per li suoi convitati, si pone pane di biado, e non di formento" (Convivio, 97). 
Anche in lombardo e in veneto, formento significava "frumento", da cui è derivato il diffuso cognome Formenti; in Veneto si trova il suo diminutivo Formentin
Nel lombardo odierno si ha forment, pronunciato /fur'ment/, con derivati come formentón /furmen'tun/ "mais". 
L'origine è dal latino frūmentum "frumento, grano", a sua volta dal latino antico *frūgmentom. La radice è la stessa di frūx "raccolto" (genitivo frūgis) e di frūctus "frutto" (genitivo frūctūs) - in ultima analisi dal verbo fruor (II sing. frueris, perf. I sing. frūctus sum, inf. fruī) "godere di qualcosa". 
Ci sono stati due passaggi: la produzione di una variante *frŭmentum con vocale -u- breve, quindi la metatesi di *frŭmentum in *fŭrmentum.

L'omonimia tra il toscano formento "lievito" e formento "frumento" è fortuita e dovrebbe far riflettere. 
Nota: 
Oltre all'esito protoromanzo *formentu "lievito", in Liguria doveva esistere anche l'esito protoromanzo *vermentu. Infatti è chiaro che il nome del vino vermentino è un derivato di fermentu(m), con allusione al tipico gusto frizzante. La consonante iniziale f- è diventata sonora, v-. Così *fermentīnu(m) ha dato vermentin, passando come prestito dal genovese al sardo.  

La conseguenza di quanto esposto è sconcertante: in italiano le parole fermento e frumento sono derivate entrambe dalla trafila dotta anziché dalla genuina usura della pronuncia del volgo. In altre parole, siamo di fronte a due latinismi

Allotropi: 
fermento - †formento
frumento - †formento, †fromento


Latino: fermentum "lievito", "fermentazione"
 Romanzo insulare: 
   Sardo: fromentu, fermentu 
      (altre varianti: framentu, frammentu, frementu
      frommentu, frumentu, frummentu); 
      derivati: fermentarzu "pasta cruda del pane"        
 Italo-dalmatico: 
   Italiano antico: formento 
 Gallo-italico: 
   Romagnolo: forment 
 Ibero-romanzo:
   Spagnolo (dial., Salamanca): hermiento, jurmiento 
   Asturiano: formientu 
   Leonese: furmientu, fermientu 
   Galiziano: formento 
   Portoghese: formento


Latino: frūmentum "frumento, grano"
 Italo-dalmatico: 
   Italiano antico: formento, fromento 
   Dalmatico: furmiant 
 Reto-romanzo:
   Friulano: forment 
   Romancio: frument 
 Gallo-italico: 
   Lombardo: forment /fur'ment/ 
     Bergamasco: formét 
 Gallo-romanzo:
   Catalano: forment 
   Franco-provenzale: froment 
   Antico francese: froment, ferment, formant, forment
         froument, furment 
     Medio francese: froment, forment, fourment 
     Francese moderno: froment 
   Derivati: 
     1) Antico francese: fourmenté "porridge" 
       Medio francese: fromenté "porridge" 
     => Medio inglese: frumente "tipo di porridge" 
            Inglese moderno: frumenty "tipo di porridge" 
     2) => Ungherese: furmint "tipo di uva bianca" 
              (lett. "del colore del frumento")

martedì 8 agosto 2023

IL PANGIALLO, LE SUE ORIGINI... E IL PANE ROSSO

Una cosa non mancherà mai di stupirmi: l'apparente assenza di una vera continuità tra la cucina dei tempi dell'Impero Romano e quella dei nostri giorni. Sono tuttavia convinto che, indagando in modo approfondito, si possano scoprire cose molto interessanti, in grado di dimostrare che un legame esiste e di permetterci di gettare un po' di luce sui cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli.   


Un dolce tipico del Lazio e di altre regioni

Denominazione: pangiallo
Varianti: pangiallo romanopancialle 
Altri nomi: panpepato, pampepato  
Origine: Lazio 
Ingredienti principali: 
   farina, 
   uva passa, 
   miele,  
   frutta secca (mandorle, nocciole), 
   cedro candito, 
   zafferano, 
   pastella d'uovo (per la copertura) 
Altri ingredienti: 
   pinoli, 
   fichi, 
   cioccolato fondente a pezzetti 
Ingredienti desueti: 
   semi di albicocca, semi di prugna 
Preparazioni simili in altre regioni:  
  Umbria: pampepato 
  Ferrara: pampapato 
Link: 

Il tradizionale dolce natalizio romano è ritenuto da molti un'eredità dell'antica Roma. Credo che in effetti lo sia: deriva dai dolci che venivano offerti agli Dèi in occasione del Solstizio d'Inverno. La finalità era quella di favorire il ritorno del Sole. In seguito, con l'adozione del Cristianesimo, l'usanza continuò grazie all'esaugurazione, sopravvivendo fino ad oggi. Gli antichi significati legati al tradizionale politeismo assunsero nuovi significati, pur mantenendo la loro sostanza antica. I dolciumi originali non erano certo preparati con la loro ricetta attuale fatta e finita, che comprende ingredienti presi a prestito dal mondo arabo: l'uvetta sultanina e le scorze candite. Sappiamo che lo zafferano, conosciuto in latino come crocus, dal greco κρόκος (krokos), era nell'antichità una spezia preziosa come l'oro. Giusto per fare un esempio, a Bisanzio solo l'Imperatore poteva servirsene e l'uso più comune era quello di colorante. Quindi sembrerebbe abbastanza improbabile che l'inestimabile pigmento potesse entrare nella composizione di un dolce popolare dell'età tardo-antica. Eppure l'aggiunta della spezia pregiatissima doveva avvenire in quantità minime, con ogni probabilità regolamentate in modo stretto. Troviamo infatti un corrispondente quasi perfetto in Sardegna, terra di arcaismi. 


Su pani arrubiu di Tuili, Sardegna 

Tipico della zona di Tuili (provincia del Medio Campidano), su pani arrubiu, ossia "il pane rosso", è un tipo di pane preparato con grano duro, miele, uva passa e buccia di arancia, che deve il suo tipico colore rossiccio all'aggiunta di una piccola quantità di zafferano. Viene tuttora distribuito ai fedeli nel corso della festa patronale del paese. Notevole è la sua importanza nella religiosità popolare del luogo.
Etimologia:
Il sardo campidanese arrubiu "rosso" deriva direttamente dal latino rubeus "rossiccio". 
Varianti: su pai arrubiu 
Link: 

sabato 29 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO LOGUDORESE: SUSPU 'GHIANDOLA DI CAPRA'

In sardo logudorese esiste la parola suspu "ghiandola di capra". Questo vocabolo non va confuso con l'omofono suspu (variante súspiu) "sospiro", "linguaggio sibillino", "specie di gergo" - che ha tutt'altra origine, essendo una parola romanza. Senza dubbio il nome della ghiandola è un termine la cui origine è anteriore all'arrivo dei Romani. 


Questa è la glossa in sardo riportata sul dizionario online, Ditzionàriu in linia de sa limba e de sa cultura sarda

"gràndhula, néula chi portat in gatzile su mascru ’e mamas de su tàgiu" 
Traduzione in italiano: "ghiandola, esalazione che ha sul collo il becco nel branco"

Questa espressione allude al famigerato e pestilenziale fetore esalato dal capro, che si intensifica nella stagione riproduttiva. 

Paralleli in Euskara 

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Paleosardo: *anunts-bin "
ghiandola di capra"
Derivazione: *anuntsa "capra" + -bin "cosa aguzza"
Esiti romanzi:
   Sardo: suspu 
Trafila: 
 su (articolo determinativo romanzo) + *àu(n)spu >
 s'aùspu > suspu 
Nota: 
La perdita della nasale intervocalica, con una serie complessa di mutamenti, è un fenomeno analogo a quello che ricorre nel passaggio dal protobasco alle forme attestate di basco. La trafila qui presentata presuppone una lunga sovrapposizione di forme tarde di protosardo con il protoromanzo. Secondo Lorenzo Pianu, si è avuta una concrezione dell'articolo su, derivato dal pronome latino ipsu(m). Esiste tuttavia anche la possibilità che s- sia un prefisso non romanzo, espressivo o prodotto di una reduplicazione.  

Protobasco (ortografia di Mitxelena): 
    *anuntz-biN "ghiandola di 
capra" 

Derivazione del composto:

Protobasco (ortografia di Mitxelena): *anuntz "
capra"
  Basco: ahuntz "capra" 
Link:
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *biN "cosa aguzza", 
      "dolore" 
Ricostruzione alternativa: *bin
  Basco: min 
  Semantica: min significa "pena", "dolore", "nostalgia",
     "desiderio" (sost.); 
     "amaro", "pungente" (agg.) 
    Forma articolata: mina "il dolore"
    Forma comparativa: minago "più pungente" 
    Forma superlativa: minen "il più pungente" 
    Forma eccessiva: minegi "troppo pungente" 
    Composti fossili: ozpin "aceto" 
Link: 
https://hiztegiak.elhuyar.eus/eu_es/min

Lorenzo Pianu sostiene invece che il secondo membro del composto sia -behe "magro, sottile". Questa è la protoforma ricostruibile: 

Protobasco (ortografia di Mitxelena): *bene "magro",
      "sottile"
  Basco: mehe "magro, sottile" 
  Derivati: mehar "stretto" 
  Composti fossili:
     ope "pasticcino" (< ogi + mehe, lett. "pane sottile"), 
     zume "vimini" (< zur + mehe, lett. "legno sottile") 
     alme "fianco di animale, lombo" (< alde + mehe,
       lett. "lato sottile")
Link: 
Attestazioni toponomastiche della radice paleosarda 
 
Il microtoponimo Genn'Anuntza (Genn'Aununtza), a Seùlo (comune in provincia di Nùoro, in Barbagia), è citato dal professor Eduardo Blasco Ferrer (RIP), che lo ha reputato giustamente una traduzione di toponimi come Monte craba (Ardauli, provincia di Oristano) e Baku de sa craba (Àrzana, provincia dell'Ogliastra). Risulterebbe l'unica attestazione toponomastica di questa radice in Sardegna, ma è comunque molto significativa. Si noti la sua perfetta conservazione, che contrasta con l'evoluzione corrosiva del composto qui analizzato. 

giovedì 27 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO LOGUDORESE: CODOSPE 'PANE D'ORZO'; 'VINO FATTO MALE', etc.

In sardo logudorese esiste la parola codospe (varianti: catospe, godospe, gordospe), che ha una sorprendente gamma di significati: "pane d'orzo", "pane di crusca per cani"; "vino fatto male" e persino "sputo", "scarto" (fonte: Lorenzo Pianu, da investigazioni sul campo). Senza dubbio si tratta di un termine la cui origine è anteriore all'arrivo dei Romani. 

Paralleli in Euskara  

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Protosardo: *katon-orspin "cosa disgustosa" 
Significato letterale: mercorella-crescione 
   Esiti sardi: codospe, catospe, godospe, gordospe 
   Altre varianti: cadospe, godospo 
Nota: 
L'antica rotica è ancora evidente nella variante gordospe, con metatesi.

Derivazione del composto:

1) Protosardo: *katoni "cosa amara", "mercorella" 
   Esiti sardi: cadòni, cadòne "mercorella"
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *kedaR- / *gedaR- "cosa amara" 
   Esiti baschi: kedar, gedar "fuliggine", "oscenità", "fiele" 
Per maggiori dettagli, vedi:
2) Protosardo: *orspin, *gurspin "crescione" 
Glossa punica: cusmin "crescione" 
  Esiti sardi: óspinu, gúspinu, grúspinu, grúspiu "crescione"
Nota: 
L'opinione comune è che la parola sarda sia di origine punica. In realtà la parola punica che indica il crescione è stata finora considerata di origine sconosciuta, non ha corrispondenze note nel Paese di Canaan ed è plausibile, anche dall'analisi della fonologia, che sia proprio di origine sarda/vasconica. Pianu riporta *OSPE come protoforma ricostruita. 

Derivazione ipotetica: *(k)ors- "fiore" + *bin "cosa aguzza" 

Mentre la prima parte *(k)ors- "fiore" è altamente speculativa, esistono buone basi per la seconda, che è ben documentata in basco: 

Protobasco (ortografia di Mitxelena): *biN "cosa aguzza", 
      "dolore" 
Ricostruzione alternativa: *bin
  Basco: min 
  Semantica: min significa "pena", "dolore", "nostalgia",
     "desiderio" (sost.); 
     "amaro", "pungente" (agg.) 
    Forma articolata: mina "il dolore"
    Forma comparativa: minago "più pungente" 
    Forma superlativa: minen "il più pungente" 
    Forma eccessiva: minegi "troppo pungente" 
    Composti fossili: ozpin "aceto" 
Link: 
https://hiztegiak.elhuyar.eus/eu_es/min 

Si nota infatti che il crescione ha un odore pungente e un gusto piccante. A quanto pare, le genti più povere della Sardegna lo usavano come alimento quotidiano. 

Un errore ingenuo

Quando mi sono imbattuto per la prima volta nel sardo codospe, l'unico significato a me conosciuto era pane d'orzo. Come conseguenza, avevo ipotizzato che si trattasse di una derivazione di un antico nome del pane, che avvicinavo al basco ogi "pane" (in alcuni dialetti "frumento"), che forma alcuni composti nella forma abbreviata o(t)-, come ad esempio: 

okin "fornaio" (< ogi + -gin, lett. "facitore di pane"), 
otondo "crosta di pane" (< ogi + ondo, lett. "fondo di pane"), 
otordu "pasto" (< ogi + ordu, lett. "ora del pane"), 
otsein "servitore" (< ogi + sein, lett. "bambino del pane"),
otzara "paniere" (< ogi + zara, lett. "cesto del pane"),
etc.  

Con ogni probabilità il protobasco *ogi "pane" risale a una forma più antica *koki. Mi sono reso conto dell'errore quando ho appreso che il sardo codospe non indica soltanto il pane d'orzo! Inoltre, il corrispondente sardo della parola basca è con ogni probabilità coccòi "tipo di pane" (varianti: cocòi, cacòi), da cui si può ricostruire un protosardo *kokkoi "pane". Esiste una problema con la consonante mediana, che è forte, a differenza di quanto accade nel basco. Al momento non si riesce a fare più luce su questi residui neolitici. 

martedì 25 luglio 2023

UN RELITTO PALEOSARDO IN SARDO CAMPIDANESE E LOGUDORESE: CADONE 'MERCORELLA'

In sardo campidanese e logudorese esiste la parola cadòne (variante cadòni), che indica la mercorella (Mercurialis annua). Quest'erba è considerata un nemico dei viticoltori, perché è radicata l'idea che dia un cattivo sapore al vino, rendendolo amaro e indesiderabile. Una simile idea, non verificata scientificamente, potrebbe essere un'antico pregiudizio superstizioso. Siccome l'etnologia studia, tra le altre cose, i pregiudizi e le superstizioni dei popoli, questa è una cosa della massima importanza, che può aiutarci a far luce su un'epoca remota, anteriore all'arrivo dei Romani. 
Varianti locali: 
  caroni 
  codone
  codoni
  gadoni
  aghedone
  cadòi 
  catone 

A quanto pare, cadoni burdu indica anche altre specie, come Chenopodium album, Chenopodium polyspermumChenopodium vulvaria. La confusione è grande. Si menziona anche il fatto, di per sé bizzarro, che nel Web ci sono pagine in cui il fitonimo cadoni è attribuito a "un tipo di giunco o canna palustre"

Fraseologia: 
Custu binu tenit sabori de cadòni! "Questo vino ha sapore di mercorella!" (ossia è da buttare perché imbevibile). 

Sinonimi di mercorella in italiano: 
erba mercuriale
erba mercurina 
farinaccio
erba puzzolana 
piede anserino 

Glosse in altre lingue: 
francese: mercuriale 
inglese: pigweed
spagnolo: cenizo

Abbiamo la glossa di Dioscoride (traduzione latina) catone "atriplice" (Atriplex hortensis), che indica una pianta annua commestibile del genere delle Amarantacee. In parole povere, è una specie di bietolone. 

Un primo tentativo di ricostruzione paleosarda 

Si ritrova una ricostruzione kathuni (senza asterisco) nel sito dell'Associazione Culturale Messaggero Sardo, in un contributo relativo all'etimologia del cognome Cadoni:  

Non sono riuscito ad appurare il nominativo dell'autore di questo breve articolo - che non cerca neppure di identificare un'origine ipotetica per il fitonimo problematico. 
In un altro articolo, pubblicato sempre sullo stesso sito, si trova invece la ricostruzione "khatuni" (senza asterisco e virgolettata), attribuita invece alla lingua etrusca, senza alcuna fonte o prova concreta: 


Paralleli in Euskara 

All'improvviso, un giorno, mentre mi struggevo alla ricerca di un'etimologia credibile per il fitonimo sardo, ho avuto un'idea che mi è parsa degna di nota. Dai miei banchi di memoria stagnante è emersa un'informazione che credevo di aver dimenticato dall'epoca in cui avevo studiato l'opera del professor Larry Trask: in basco kedar (varante: gedar) significa "fuliggine", ma anche "cosa disgustosa", "oscenità", "fiele". Ho subito controllato e ho potuto constatare che il mio ricordo era corretto. In origine, kedar doveva significare "cosa schifosa", "cosa amara". A parte la diversità del suffisso, che in basco mostra una rotica forte, mentre in sardo ha una nasale, la radice è sicuramente la stessa. 

A partire dai dati disponibili, possiamo procedere nelle nostre elucubrazioni. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Paleosardo: *katoni "cosa amara" 
   > *kadoni 
Nota: 
Si nota che la trafila che ha portato dalla forma paleosarda agli esiti nelle varietà locali di sardo campidanese e logudorese non si spiega bene in termini di regolari sviluppi romanzi. 
 
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *kedaR- / *gedaR-
      "cosa amara" 
   Basco: kedargedar "fuliggine", "oscenità", "fiele" 
Link: 
Nota: 
Trask riporta soltanto le varianti gedarre e kedarra, con vocale finale che non sembra essere l'articolo; Morvan riporta l'enigmatica variante kelder.  
L'alternanza di /k/ e /g/ in protobasco iniziale depone a favore di un antico prestito, la cui origine non è però determinabile. Anche la consonante intervocalica /d/ è problematica e potrebbe derivare, tramite /t/ da un gruppo più antico con un elemento nasale /nt/, poi ridotto. Forse resta traccia di questa situazione nella variante kelder riportata da Morvan. La radice potrebbe essere ke "fumo" (varianti: khe, kee, kei, ki, ge, eke, ike; vedi Trask e Mitxelena), anche se non ne sono affatto sicuro (si potrebbe ipotizzare che il significato originale della radice fosse "schifo, fastidio"). Approfondiremo la complessa questione in altra sede.
Link:

Un parallelo in berbero 

Nel berbero della Cabilia esiste la parola aktūn (variante: waktūn) "piede anserino". Evidentemente è un prestito antico giunto dalla Sardegna. La protoforma ricostruibile è  questa: 

Proto-berbero: *ākVtūn "piede anserino" 
Origine: prestito dal paleosardo 
  Berbero di Cabilia: aktūn, waktūn
Nota: 
Il prefisso (w)a- che si trova in (w)aktūn è un articolo maschile fossilizzato. La vocale indeterminata -V- nella protoforma era con ogni probabilità /a/.

Un racconto di Agostino d'Ippona 
(De Civitate Dei, XXII, 8)

Un viticoltore di Uzalis, in Africa Proconsolare, era disperato perché aveva ottenuto una vendemmia assolutamente imbevibile. Così, piuttosto che gettar via tutto il contenuto di 200 anfore, ordinò a un suo schiavo di portare una caraffa nel santuario di Santo Stefano e di lasciarvela tutta la notte. L'indomani versò una piccola quantità del vino della caraffa in ciascuna anfora. Il vino guasto divenne all'istante eccellente. L'aneddoto di Agostino d'Ippona è riportato e commentato da Hugo M. Jones nella sua seminale opera Il tardo Impero Romano, 284-602 d.C. (The Later Roman Empire, 284-602, prima edizione 1981): "Storie ingenue come questa senza dubbio erano state sempre credute dal gregge dei comuni fedeli, ma è un segno dei tempi che un uomo della statura intellettuale di Agostino desse loro importanza." (Vol. III, pag. 1417). 
Forse il racconto fa riferimento, per quanto indiretto, proprio alla mercorella. Quando il vino andava a male, ad esempio a causa di muffe, la gente di cultura sardo-africana era portata a credere che la causa fosse un'infestazione di tale erba. Questo potrebbe far parte delle somiglianze linguistiche e culturali tra le genti del Nordafrica dell'epoca romana e i Sardi. 

Le opinioni dei romanisti

Giulio Paulis, nella sua opera I nomi popolari delle piante in Sardegna (1992), parte dall'aggettivo latino catus "furbo, astuto", "prudente", "saggio", "acuto (detto di suono)", arrivando a dedurne un significato originario di "aguzzo", "pungente". Quindi fa derivare la parola sarda cadone e le sue varianti dall'aggettivo latino con la semantica da lui ricostruita. La variante aghedone viene invece ricondotta ad acētum "aceto" con l'aggiunta di un suffisso, come se fosse un *acētōne(m). Anche Lorenzo Pianu sostiene queste ipotesi. 

Pseudoetimologie e farragini varie

Alcune ricostruzioni alternative, che hanno tutto l'aspetto di favole grottesche, si trovano nel vasto Web. Si basano su criteri anteriori alla nascita del metodo comparativo o su fantasie ideologiche di ogni genere. Così mi sono imbattuto in un tentativo di derivare cadone da un immaginario *aucato (genitivo *aucatonis), col senso di "zampa d'oca" (auca in latino tardo). L'etimologia è stata costruita a partire dalla denominazione "piede anserino" data alle piante del genere Chenopodium (dalle parole greche khēn "oca" e poûs "piede"), applicando un improbabile cumulo di suffissi. Fantasie romanistiche che sembrano formarsi tramite generazione spontanea! I bizantinisti vogliono vedere nel fitonimo sardo una frase greca, κάδω (kádō) "rovino" + οἶνος (oînos) "vino" - a dire il vero ci vorrebbe l'accusativo οἶνον (oînon) - con allusione al sapore amaro che la mercorella darebbe alla bevanda di Bacco. Ritagliano le parole del latino e del greco, tratte dai dizionari, poi ne fanno collage, nell'estremo tentativo di spiegare Omero con Omero. 

domenica 23 luglio 2023

UN RELITTO PALEOCORSO IN SARDO GALLURESE: ZERRU 'MAIALE' - E UN PARENTE IN BASCO

In sardo gallurese esiste la parola zerru "maiale", con la variante zerricu. La cosa sorprende molto, dato che si trova una perfetta corrispondenza in basco: zerri "maiale", con la variante txerri e la forma diminutiva txerriko


zerri "maiale" 
pronuncia: /'s̻er:i/ 
   (/s̻/ è una sibilante laminale sorda) 
varianti: txerri /'tʃer:i/, txarri /'tʃar:i/ 
  (/tʃ/ è l'affricata postalveolare sorda, come ch- in spagnolo) 
derivati: 
   zerrama "scrofa con prole" (ama "madre")
   zerri eme "scrofa" (eme "femmina")
   zerrikeria "porcheria", "sozzura"   
   zerrikume "maialino" (ume "cucciolo") 
   txerri-arbi "barbabietola" (arbi "rapa")
   txerri gorri "maialino" (lett. "maiale rosso") 
   txerri-hanka "zampe di maiale" (hanka "zampa")
   txerri-jan "pastone per i porci"; "cibo ripugnante"
       (jan "mangiare") 
   txerriko "maialino" (-ko, suffisso diminutivo)
polirematiche: 
   zerri-zerri eginda "ridotto a uno schifo" 
   (anche txerri-txerri eginda, txerri txerri egina)

Nel suo dizionario etimologico della lingua basca, l'accademico Larry Trask bloccava ogni indagine dei lemmi nativi, apponendo loro la frustrante sigla OUO (= of unknown origin "di origine sconosciuta"). Può sorgere il sospetto che zerri "maiale" sia un prestito giunto in basco in epoca remota, dato che esiste in tale augusta lingua anche un altro nome del porco: urde


urde "maiale" 
derivato antico: ordots "verro" 
derivati: 
   urdabere "bestiame suino"
   urdai "carne di porco", "lardo"
   urdaiazpiko "prosciutto" (traduce lo spagnolo jamón
   urdaki "lardo" 
   urdalde "branco di porci"
   urdama "scrofa con prole" 
   urdandegi "porcile" 
   urdanga "scrofa" 
   urde "sporco" (aggettivo)
   urde-ahardi "scrofa" 
   urde-gantz "grasso di porco" 
   urdekeria "porcheria", "sozzura"
   urdeki "carne di porco" 
   urdetu "insudiciare"; "insudiciarsi"
   urdezain "porcaro" 
   urdezko "sudicio", "impuro" 
   basurde "cinghiale" 
   gizaurde "delfino" (lett. "uomo-maiale"),
        variante izurde 
   itsas-urde
"tipo di delfino" (lett. "maiale di mare"), 
   etc.  

Vediamo che urde è più versatile del sinonimo zerri nella derivazione dei composti, cosa che depone a favore di una sua maggiore antichità.

I romanisti considerano il sardo gallurese zerru come un prestito dal basco. Non prendono neppure in considerazione l'ipotesi che si possa invece trattare di un resto del sostrato prelatino. Non si pongono nemmeno il problema di come una parola basca possa essere giunta in Sardegna in epoca medievale o successiva. Essendo il sardo gallurese molto affine al còrso, si può pensare che sia stato importato proprio dalla Corsica. Quindi i suoi elementi di sostrato saranno molto probabilmente dovuti al paleocòrso, la lingua prelatina degli antichi Còrsi - che doveva avere affinità genetiche con il paleosardo. Questi sono le protoforme ricostruibili: 

Paleocòrso: *tserru, *tserrikko "maiale" 
Protobasco (ortografia di Mitxelena): *tzeRi "maiale" 

Senza dubbio, come molti sapranno, in spagnolo esiste una parola simile per indicare il porco: cerdo. I romanisti hanno fatto di tutto per ricondurla al latino, ipotizzando una derivazione assurda da sētula "setola" (diminutivo di sēta), nonostante le più ardue difficoltà fonetiche. Queste sono le protoforme ricostruibili: 

Proto-iberico: *tserrito "maiale" 
Proto-romanzo: *tsèrritu(m) "maiale 
Trafila: 
*tsèrritu(m) > *tsèrridu > *tsērdu > cerdo 
Il femminile cerda "setola di porco" è un derivato secondario, con buona pace dei romanisti.

Un possibile prestito indoeuropeo
in proto-vasconico

Anche se non so tracciare bene i percorsi antichi della parola, sono dell'idea che si tratti di un remoto prestito da una lingua indoeuropea. 
Queste sono due protoforme indoeuropee ricostruibili, tra loro strettamente correlate. Le riportiamo assieme agli esiti nelle lingue derivate: 
   Proto-ellenico: *khr "porcospino" 
      Greco antico: χήρ (khr) "porcospino" 
   Proto-italico: *hēr "porcospino" 
      Latino: ēr "porcospino" (genitivo ēris), 
         ēricius, hēricius "porcospino" 

2) Proto-indoeuropeo: g'horjos "maiale"
   Proto-ellenico: *khorjos "maiale, porcello" 
      Greco antico: χοῖρος (khoĩros) "maiale, porcello" 
      Zaconico: χιουρί (çurí) "maiale" 
   Proto-albanese: *darja "maiale" 
      Albanese: derr "maiale"
      Nota: 
      Il nome della popolazione illirica dei Deuri è con ogni 
      probabilità un derivato di questa radice: 
      Deur- < *Derw-, con metatesi. 

Dal protoindoeuropeo, *g'horjos "maiale" è giunto in proto-kartvelico - anche se non è escludibile il percorso inverso: 


Proto-kartvelico: *γori "maiale"  
   Georgiano: ɣori "maiale" 
   Laz: ğeciğeji "maiale" (-c-, -j- < -r-)
   Mingrelio: ɣeǯi "maiale" (-ǯ- < -r-)

Ora della fine, si considerano del tutto ragionevole quanto riportato in questo dizionario etimologico per la voce zerri, anche se ritengo problematico parlare di "sostrato albanese".  


La speranza è che emergano nuovi dati in grado di estendere di molto le nostre conoscenze su un passato tanto difficile.