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mercoledì 2 ottobre 2024


CORRADO DI MARBURGO,
IL PIÙ FEROCE TRA I FEROCI

Introduco ora la figura di un inquisitore crudelissimo quanto poco conosciuto al pubblico, forse perché nessun Umberto Eco 
ha mai scritto un libro dipingendolo con le fosche tinte che merita. Il suo nome è Corrado di Marburgo. Visse nella Germania del XIII secolo, e fu confessore di Santa Elisabetta di Turingia. Ebbe titolo di Inquisitore Papale, e fu noto ai suoi contemporanei con i titolo di Magister. Non è certo in quale prestigiosa sede concluse i suoi studi universitari in teologia, se a Parigi o a Bologna, ma di certo fu insignito della laurea. Non apparteneva all'ordine dei Domenicani e neppure a quello dei Francescani: da quanto sappiamo di lui era con ogni probabilità un semplice prete secolare, a dispetto di quanto affermato su dubbie basi da studiosi come Henke e Hausrath. Le fonti dell'epoca, ovviamente di parte cattolica, concordano tutte nel descriverlo come uomo integerrimo, di morale ascetica e incorruttibile, e dotato di vasta erudizione teologica.  

Fu uno dei sostenitori più accaniti della nefasta crociata contro gli Albigesi bandita dal papa Innocenzo III: in quel periodo la sua attività di veemente predicatore non conobbe sosta. Incitava al massacro degli eretici, giustificando e addirittura santificando ogni atrocità. Quando Innocenzo III morì, ci fu un generale rilassamento tra chi portava avanti la crociata genocida, al punto che gli eventi si avviavano verso la tregua. Solo una voce non perdeva il suo ardore assassino: quella di Corrado. Insignito di incarichi pontifici in sempre maggior numero, gli fu dato il potere di interferire nella gestione degli affari di diversi Principi Elettori del Sacro Romano Impero, tra cui il Duca di Sassonia e il Conte di Askanien. A seguito di aspre lotte e di corruttela, il suo potere sui monasteri tedeschi si avviava a diventare assoluto. Dai testi di cui disponiamo emerge la figura di un fosco mestatore, che univa la mortificazione fisica al plagio e alla gestione tirannica del potere. 

Si ricorda la sua opera volta ad ottenere la canonizzazione di Elisabetta di Turingia, morta nel 1231, testimoniando dei numerosi pretesi miracoli compiuti per sua intercessione. Alle testimonianze riportate al processo ecclesiastico egli aggiunse una breve vita della futura santa, scritta di suo pugno. A questa sua attività che la Chiesa di Roma tiene tuttora in massima considerazione, se ne affiancò un'altra ben più triste, che può solo svelare la sua natura di carnefice: la repressione dell'Eresia. Perseguitò i Catari e i Valdesi con una crudeltà quasi impossibile a descriversi a parole. Non solo egli fece torturare e straziare un numero impressionante di uomini e donne accusati di eterodossia, ma fece diffondere materiale calunnioso per infangare la loro reputazione. Diede la massima risonanza alla falsa etimologia proposta da Alano di Lilla, che reputava il termine Catari derivato dal latino catus ossia gatto, attribuendo loro la consuetudine di praticare ritualmente l'anilingus ai gatti in segno di adorazione al Demonio. Fu tale l'infamia che i Catari rifiutarono questa denominazione, che pure deriva chiaramente dal greco KATHAROI = PURI.  

Sevizie psicologiche si accompagnavano a quelle fisiche. L'entità precisa della persecuzione ci sfuggirà probabilmente per sempre. Com'era costume nell'Europa Settentrionale, il potere temporale dava pieno appoggio all'operato della Chiesa Romana, e al gorgo di orrori non esisteva fondo. Corrado scovava adepti del Catarismo tra i canonici e senza esitare li faceva bruciare sul rogo. Così procedette contro Heinrich Minnike, Prevosto di Goslar che in segreto seguiva le dottrine dualiste, facendolo ardere vivo senza nessuna pietà nel 1224. Poco dopo questa esecuzione, il chierico di Marburgo fu in assoluto il primo a ricoprire l'incarico di Inquisitore Papale in Germania per concessione del pontefice Gregorio IX. Questo incarico ha un'estrema importanza per gli studiosi, perché fu accompagnata da un'inaudita concessione: l'esenzione totale da tutte le ordinarie procedure canoniche. Questo significa che Corrado poteva agire a sua completa discrezione senza dover rendere conto a nessuno delle motivazioni delle sue condanne. In pratica era sufficiente un suo sospetto o una sua ubbia per fare di qualsiasi persona un mucchio di carne bruciata. Si stima che almeno un quarto dei sentenziati durante il suo mandato fossero cattolici del tutto ortodossi. È importante farlo notare, a dispetto di tutti coloro che ancora ai nostri giorni reputano i tribunali dell'Inquisizione equi e garantisti. Intere comunità furono sterminate, moltissime famiglie vennero estirpate. Questo perché l'eresia era ritenuta come peste, come la contaminazione del carbonchio che colpisce le greggi e richiede l'azione purificatrice delle fiamme. Un concetto che sarebbe stato ampiamente utilizzato verso la metà XX secolo in altro contesto.  

Dalle rovine di gruppuscoli annientati nacque una nuova religione: il Luciferismo. Impossibilitati a conoscere la vera dottrina catara per la morte dei Buoni Uomini, molti innalzarono le loro preghiere a Satana per essere liberati dalla maledizione degli inquisitori.
Persino considerando i metodi in uso all'epoca, Corrado di Marburgo fu ritenuto eccessivamente severo. Suoi complici ed esecutori furono il fratello laico domenicano Conrad Dorso e il laico Giovanni, del tutto privi di qualsiasi istruzione teologica e animati da istinti belluini. 

Mentre di solito i nobili sfuggivano alle imputazioni in virtù della loro influenza e delle loro disponibilità pecuniarie, sotto il giogo di Corrado non c'era salvezza per nessuno che avesse la sventura di attirare l'attenzione. Molti nobiluomini furono condannati al rogo come eretici ostinati. Ricordiamo la vicenda particolarmente fortunata del Conte di Sayn, che fu imputato e per protesta si rivolse all'Arcivescono di Magonza. Questi convocò un sinodo dei suoi suffraganei, e tutte le voci furono contro l'inquisitore di Marburgo, che non poté di conseguenza procedere oltre. 

Non contento dell'esito della crociata contro gli Albigesi in Linguadoca, nel 1233 Corrado propose una sorta di Soluzione Finale: una seconda crociata con massacro indiscriminato di tutti i nobili di quelle terre tormentate. 
A questa carriera di nefandezze e di mostruosità pose fine l'esasperazione di alcuni Catari, che uccisero l'inquisitore e il suo compagno francescano Gerhard Lutzelkolb il 30 giugno dello stesso anno. 

Il Sinodo di Magonza non era favorevole alla venerazione della memoria di questo assassino, ma l'iniqua mano di papa Gregorio IX dispose che fosse sepolto accanto ad Elisabetta di Turingia e che pene severe fossero comminate ai suoi esecutori. 

Ciò che è stato denominato Shoah, ossia Devastazione, non è liquidabile come un evento avulso dalla storia del pianeta: è innanzitutto un luogo mentale che esiste nel profondo di ogni inquisitore. La determinazione ad ESTINGUERE ha avuto il suo terreno di coltura più fertile nella Chiesa di Roma, ed è quello il chiaro fondamento delle dottrine di epurazione che hanno reso possibili le camere a gas e i forni crematori. Corrado di Marburgo non disponeva di simili mezzi, ma se li avesse avuti avrebbe lasciato un'Europa spopolata.

Un'importante fonte di dati è l'Enciclopedia Cattolica - che pure è notoriamente di parte - a incontestabile riprova dell'assoluta malvagità del personaggio.

(Il Volto Oscuro della Storia, 29 settembre 2007)

martedì 24 settembre 2024

GOTI IN INDIA?

No, non alludo alla presenza della comunità Goth nell'attuale India. Alludo invece alla possibile presenza di alcuni Goti nell'India antica (II secolo d.C.). Mi rendo conto che è un argomento controverso. Ne sono venuto a conoscenza molti anni fa, con grande stupore, sulla Grammatica gotica di Carlo Alberto Mastrelli (1967), in cui la questione era introdotta come una nota a piè di pagina e liquidata rapidamente come irrealistica. 
Sono andato a recuperare il testo dell'articolo di Sten Konow, Goths in Ancient India (Journal of the Royal Asiatic Society, 1912). È consultabile gratuitamente sul sito dell'Università di Chicago, seguendo questo link:


La parola yavana "greco, occidentale", che è derivata dal nome degli Ioni (ἼωνεςÍōnes < Iāwōn-), ricorre in tre iscrizioni rupestri di Junnar redatte in lingua pracrita e in scrittura Brahmi, da attribuirsi al II secolo d.C.; una di queste (Burgess-Indraji No. 7) non porta alcuna indicazione concreta di cosa si debba intendere con questa denominazione. Le altre due iscrizioni (Burgess-Indraji No. 5; No. 33) caratterizzano ulteriormente questi Yavana come Gata. I testi sono i seguenti:

Burgess-Indraji No. 5: 

yavanasa Irilasa gatāna deyadhama be poḍhiyo
"dono di due cisterne da parte dello yavana Irila dei Gata"

Burgess-Indraji No. 33:

yavanasa Ciṭasa gatāna bhojaṇamaṭapo deyadhama saghe
"dono di un refettorio alla comunità da parte dello yavana Cita dei Gata"

Gli antroponimi Irila, Ciṭa e l'etnonimo gata non ricorrono in altre iscrizioni e non sono stati spiegati in modo soddisfacente. 

Gli argomenti illustrati da Konow sono stati archiviati "definitivamente" dal dibattito scientifico, soprattutto basandosi su una serie di fallacie logiche. La parola "definitivamente" è come una specie di pietra tombale, messa per vietare con un tabù ogni discussione.  
A quanto pare non ci sono stati tentativi moderni di rivalutare l'ipotesi della presenza di Goti in India. Così ci devo pensare io. 

In primis, il mondo accademico considera la stessa menzione dei Goti come un anacronismo
Nel II secolo d.C. i Goti si trovavano ancora nell'area del fiume Vistola, nell'odierna Polonia. Il loro spostamento verso il Mar Nero iniziò solo nel III secolo d.C.. Non avevano i mezzi, la struttura, né motivi geopolitici per compiere una migrazione o spedizione militare fino in India. 
La mia obiezione è questa: non è impossibile che singoli individui abbiano compiuto il viaggio, anche se la distanza può sembrare incredibile. Gli Yavana attestati potrebbero anche essere stati i figli dei Goti che avevano completato il percorso. In ogni caso, erano perfettamente integrati nella cultura e nella religione buddhista della popolazione che li aveva accolti.
Il modo usato dal mondo accademico per negare una simile possibilità è sempre lo stesso: la prova dell'assenza dedotta dalla supposta assenza di prove, per pregiudizio ideologico. Noi dobbiamo analizzare le iscrizioni per vedere se siano o meno una prova plausibile, non concludere che "è impossibile perché lo dice il professore gnè gnè gnè".

In secundis, il mondo accademico contesta l'uso del termine yavana, a cui dà un'interpretazione troppo restrittiva.
È assurdo dire che l'uso dell'etichetta yavana "avrebbe collocato una persona nel mondo ellenistico-romano o indo-scita, non in quello germanico". Le genti dell'India avevano esperienza abituale di persone della stirpe dei Germani? No. Quindi, se ne avessero vista una giunta erraticamente nelle loro terre, la avrebbero chiamata yavana già soltanto per assenza di altre denominazioni plausibili. Agli occhi di un uomo dell'India, non c'era una reale differenza tra un romano, un greco, un egiziano, un celta, un germano o qualsiasi altro abitante dell'Occidente. Erano tutti Yavana. Il colore della pelle, dei capelli e degli occhi in quel contesto non contava un bel nulla. 

In tertiis, il mondo accademico considera come un dogma che i nomi attestati possano trovare una spiegazione coerente soltanto all'interno del mondo indiano o indo-iranico
Lo stesso Mastrelli nella sua nota afferma sostanzialmente la stessa cosa - senza riportare ulteriori dati. Tuttavia, si vede che quando si passano al vaglio le tanto strombazzate evidenze, queste si rivelano scarse, tenui, fatte di lana caprina, non certo prove dirimenti capaci di chiudere la controversia.

Una spiegazione di Irila 

Proto-germanico: *erilaz / *erulaz
Ricostruzioni alternative: *erlaz
Significato: "guerriero, principe"
Genere: maschile 
   Proto-norreno (attestato in caratteri runici):
       erilaR, irilaR
   Forma gotica wulfiliana: *airils 
Dettagli fonetici: 
Il gotico di Wulfila avrebbe una vocale aperta /ε/. Qui abbiamo invece /i/. Evidentemente lo yavana che portava il nome Irila proveniva da una comunità che parlava un gotico diverso da quello che secoli dopo fu messo per iscritto da Wulfila. 
Il nome degli Eruli deriva invece dalla variante *erulaz (la H- con cui viene trascritto nelle fonti latine è spuria).
Dettagli morfologici:
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione forte e il tema in -a viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo Irilasa). 
Le alternative indiane  
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) इरा irā "terra"; "cibo"; "discorso"; "acqua"; "cibo"; "liquore alcolico"; 
2) ईर īra "vento", "brezza"; "soffio d'aria". 
Vorrei sbagliarmi, ma non si trova il suffisso -ila. Se davvero esiste la coerenza, attendo ulteriori dati, augurandomi che siano incontrovertibili.

Prima possibile spiegazione di Ciṭa 

Konow tenta di analizzare l'antroponimo Ciṭa in modo piuttosto contorto.

Protogermanico: *χildǣn*χildan-
Significato: "guerriero, combattente"
Genere: maschile
   Forma gotica wulfiliana: *Hilda
Dettagli fonetici: 
La fricativa protogermanica /χ/ sarebbe stata realizzata come una palatale [ç]. Quindi [çilda] darebbe stato adattato nel pracrito di Junnar come [tʃiṭa], con una consonante /ṭ/ retroflessa (cacuminale).
Dettagli morfologici:
Un nome maschile *Hilda non è ben formato (vedi sotto). 
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione debole e il tema in -an viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo Ciṭasa).

In realtà il tentativo di Konow appare grossolano. Infatti la radice da cui l'antroponimo dovrebbe derivare ha il tema in -i:

Protogermanico: *χildiz 
Ricostruzioni alternative: *χildīz
Significato: "battaglia" 
Genere: femminile
  Forma gotica wulfiliana: *hilds
  Norreno: hildr 
  Antico alto tedesco: hild, hilt, hilta, hiltia 
Dettagli morfologici:
In antico alto tedesco notiamo che al tema *χildi- / *χildī- si è affiancato un tema alternativo *χildjō- (che ha dato le varianti hilta, hiltia). 
Orbene, se questo fosse avvenuto in gotico del II d.C., ci aspetteremmo un nome maschile derivato del tipo *Hildja, non *Hilda
Le alternative indiane 
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) चित्र  citra "splendido"; "cospicuo"; "visibile"; "chiaro"; "distinto"; "eccellente"; "variegato"; "screziato"; "molteplice"; "vario"; "straordinario"; "strano"; "splendido"; "sorprendente"; 
2) चित्र citra "oggetto splendente"; "gioiello"; "ornamento"; "pittura". 
Nella maggior parte dei pracriti, questo citra /'tʃitra/ del sanscrito classico è diventato citta /'tʃit:a/, data la grande instabilità dell'antica rotica /r/. Non si trova però la consonante scempia e cacuminale /ṭ/ - cosa che basta a rigettare il raffronto. 

Seconda possibile spiegazione di Ciṭa

Ricordo di aver letto su un testo scolastico appartenuto a mio padre (RIP) una storia interessante che non sono riuscito a recuperare. Narrava di un contadino che era perseguitato da un Goto di nome
Zitta. Questo Zitta era convinto che il contadino gli nascondesse un tesoro di monete, così lo sottoponeva a tormenti atrocissimi col ferro rovente, per costringerlo a rivelargli la collocazione. 
Quel tipo di narrazione serviva a illustrare la "ferocia stereotipata" degli invasori "barbari", in particolare gli Ostrogoti di Teodorico o i Longobardi di Alboino, contrapposta alla mitezza della popolazione italica-romana locale, qui rappresentata dal contadino. Nei testi scolastici dell'epoca fascista o dei primi anni del dopoguerra, le cosiddette invasioni barbariche venivano raccontate proprio attraverso piccoli quadri drammatici e crudi, il cui fine era suscitare sdegno e orrore. Lo schema narrativo è storicamente fondato: Goti e Longobardi sapevano che i proprietari terrieri romani e i contadini tendevano a seppellire i loro tesori di monete d'oro e d'argento nei campi per evitare che venissero saccheggiate dagli eserciti di passaggio. Le torture con il ferro rovente erano il metodo standard usato per farsi rivelare l'ubicazione di questi tesoretti, molti dei quali sono stati ritrovati dagli archeologi moderni, ancora sepolti. 
Quale che fosse la fonte del racconto letto sul libro scolastico, il nome Tzitta è realmente attestato nelle cronache tardo-antiche (variante Tzittas), spesso in riferimento a persone di origine gotica. Questo bizzarro antroponimo è sicuramente un ipocoristico. Lo stesso Mastrelli riporta Tzitta nella sua breve discussione del materiale indiano, respingendo l'ipotesi di Konow ma non riportando proposte etimologiche per l'antroponimo. 
Esempi: 

*Sigifriþus "Pace della Vittoria" > Tzitta
*Sigimers "Famoso per la Vittoria" > Tzitta
*Sigimundus "Protezione della Vittoria" > Tzitta
*Sigiwulþus "Gloria della Vittoria" > Tzitta
etc. 

Questo ipocoristico Tzitta doveva declinarsi come un maschile debole in -a:
nominativo Tzitta
genitivo *Tzittins 
dativo *Tzittin
accusativo *Tzittan 

La pronuncia dovrebbe essere /'tsitta/, con un'affricata postalveolare sorda. Quella consonante iniziale complessa certo stupisce in un nome gotico, ma va detto che negli ipocoristici possono verificarsi stranezze fonetiche. L'adattamento di /tt/ nella cacuminale /ṭ/ è strano ma non sorprende più di tanto. 

Adattamento del nome dei Goti in Gata

Protogermanico: *gutǣn 
Significato "Goto" 
   Forma plurale: *Gutaniz 
   Forma gotica wulfiliana: *guta, plurale *Gutans
      gutþiuda "popolo dei Goti" 
   Forme gotiche non wulfiliane: /*gɔta/,
        plurale /*gɔtans/
   Norreno: goti, plurale Gotar 
Adattamenti in latino (pl.): Gutōnēs, Gothī  
Adattamenti in greco (pl.): Γύτωνες (Gútōnes), 
     Γούτωνες (Goútōnes), Γότθοι (Gótthoi
Dettagli fonetici:
A quanto ho potuto appurare, nei pracriti la vocale /a/ breve suonava quasi come una [ɔ] aperta. Forse una variante /*gɔtan-/ è stata trascritta male proprio per questo motivo. Il sistema di scrittura Brahmi usato a Junnar non possedeva un segno nativo per la vocale /ɔ/ aperta. Aveva soltanto /a/ breve, /a:/ lunga e /o:/ (che in India era rigorosamente una vocale lunga e chiusa, come in bhojaṇa). La /a/ breve nei dialetti pracriti centro-occidentali (da cui si sarebbero sviluppati il Maharashtri e l'Apabhraṃśa, a partire dal VI secolo) aveva una pronuncia molto chiusa e arretrata, tendente proprio a una [ɔ] aperta o persino a una [ə], ossia la vocale indistinta, il cosiddetto schwa (termine che in questo contesto non ha nulla a che vedere con i deliri woke). 
Dettagli morfologici:
L'adattamento non presenterebbe problemi: un nome germanico con la declinazione debole e il tema in -an viene adattato in un nome pracrito con il tema in -a (genitivo plurale Gatāna). 
Le alternative indiane 
In sanscrito abbiamo le seguenti parole: 
1) गाथा gāthā "verso poetico", "metro (poetico)", "stanza (poetica)"
2) गर्त॑ garta "buco"; "cavità"; "caverna"; "tomba"; "canale". 
Il raffronto con gāthā è da rigettare. Oltre all'assenza di una vocale lunga /a:/ nella prima sillaba dell'etnonimo, salta subito all'occhio la mancanza dell'aspirazione. Se la parola fosse stata indiana e legata al contesto buddista, lo scriba avrebbe scolpito la consonante aspirata th. Il fatto che abbia usato una -t- semplice indica che stava riproducendo un suono occlusivo non aspirato, esattamente com'era /t/ nella lingua gotica di quell'epoca (l'aspirazione sarebbe sorta in epoca successiva). 
Il raffronto con garta è parimenti da rigettare: osservando i discendenti della radice nelle lingue indoarie dell'India, non si trova un esito paragonabile a gata. Esempi: Hindi gāṛnā "seppellire", Bengali gaṛa "buco; seppellire", Punjabi gaḍḍanā "seppellire", Marathi gaḍne "seppellire" e via discorrendo. Gli esiti di /rt/ sono compattamente in /ṛ/ o /ḍ/, mai in /t/.

Conclusioni

Seguendo questo filo logico, le iscrizioni analizzate acquisiscono una fisionomia coerente: due individui (forse mercenario o marinai inseriti nelle flotte commerciali romano-alessandrine), appartenenti alla stirpe dei Goti, vengono registrati a Junnar. Lo scriba traspone il suono /gɔtan-/ nell'approssimazione pracrita più fedele, ovvero Gata, e scrive i loro nomi come Irila e Ciṭa rispettivamente, definendoli in senso lato Yavana (straniero d'Occidente).

mercoledì 18 settembre 2024

CORBEZZOLI MILANESI!

A Milano e altrove in Lombardia erano particolarmente diffuse alcune interiezioni di sorpresa: 

ciùmbia (ortografia classica: ciombia), 
ciusca (ortografia classica: ciosca), 
ciuspa (ortografia classica: ciospa), 
ciùrbis (variante ortografica: ciùrbiss;
      ortografia classica: ciorbis). 
Altre varianti: ciuspi, ciurbi, ciorbi, etc. 
  (incroci: ciùrbis + ciuspa => ciùspis => ciuspi, etc.)
Traduzioni comuni: "caspita!", "accidenti!", "ma dai!"

Ortografie errate:
ciümbia (trascrizione errata; ipercorrettismo)
giumbia (trascrizione errata)

Purtroppo il milanese è ormai quasi estinto e capita di rado di sentire qualcuno parlarlo. Ricordo che molti anni fa, quando ero giovane, si poteva assistere a una pubblicità in cui l'anziano ma robusto Gianrico Tedeschi entrava in una taverna milanese e si lamentava del freddo dicendo "Se barbèla!", ossia "si trema". Quindi faceva qualche commento sul lesso e sulla mostarda. L'oste diceva qualcosa (o era un inserviente, non ricordo bene). Al che Tedeschi replicava: "Ah ciùmbia, alura parli pü!" - che potremmo tradurre con "Ah caspita, allora non parlo più!" 
In effetti, Gianrico Tedeschi era stato per diversi anni testimonial della famosissima Mostarda Sperlari

Adesso dobbiamo porci qualche domanda sull'etimologia di queste strane interiezioni milanesi. Non possono essere liquidate come "termini dialettali" (un linguista rifiuta l'idea volgare secondo cui una lingua è solo quella ufficiale) o come formazioni fonestetiche fatte di aria sottile. 


Partiamo da ciùrbis, che ha un corrispondente preciso in italiano: corbezzoli! (toscano corbezzole!; eufemismo corbelli!).

Il corbezzolo (nome scientifico: Arbutus unedo) è una pianta arborea sempreverde della famiglia delle Ericacee, tipica dell'Europa meridionale, delle coste mediterranee del Nord Africa e dell'Asia occidentale. Si trova anche lungo le coste meridionali dell'Irlanda.  
Nomi alternativi: 
    àlbatro,
    rossello
    àrbuto (poetico) 
Il frutto del corbezzolo è chiamato corbezzola, al plurale corbezzole o corbezzoli. Nella lingua attuale, tale denominazione è piuttosto obsoleta. 
In latino classico il corbezzolo era chiamato arbutus oppure unedō (genitivo unedōnis). Plinio il Vecchio riportata una futile etimologia popolare che faceva derivare unedō dalla frase ūnum edō, ossia "ne mangio uno (ogni tanto)", con allusione a un lieve potere inebriante del frutto. In realtà è un termine di sostrato, di origine non indoeuropea, di cui ci occuperemo meglio in altra sede. In latino volgare anziché unedō si usava corbitius. I romanisti suppongono che sia un derivato di corbis "cesto", "paniere" - anche se la semantica resta a dir poco oscura. Infatti è più plausibile che sia un lontano parente di arbutus "corbezzolo", a sua volta resto del sostrato. Poi c'è sempre quello che tira fuori i famosi "incroci" e cerca di collegare il fitonimo con cucurbita "zucca", pur senza qualsiasi plausibilità semantica. Il nome greco antico del corbezzolo era κόμαρος (kómaros), che sembra del tutto dissimile.
Vediamo che in latino volgare corbitius dovette avere un diminutivo *corbitiolus. L'accento in origine doveva cadere sul primo elemento del dittongo -io-, per poi spostarsi sul secondo, da -i- a -o-, che è la vocale più aperta (come in filìolus che è diventato filiòlus). 
Ci aspetteremmo quindi *corbitiòlus, ma questo mutamento non è avvenuto. Si è avuto invece un arretramento dell'accento, da *corbitìolus a *corbìtiolus. Questo ha portato all'italiano corbézzoloLo stesso mutamento si è avuto in *capitiolum, diminutivo di capitium "estremità", che è diventato *capìtiolum e quindi capézzolo
In lombardo si sono avuti mutamenti più radicali. Innanzitutto si parte da una variante di *corbitiolus: *curbìtiolus. Questo *curbìtiolus è diventato prima *clurbìtius per metatesi, quindi l'accento è arretrato dando *clùrbitius. Questa metatesi si trova anche in italiano ed è ben noto ai romanisti: fundula, diminutivo di funda, è diventato *flunda e quindi ha dato l'italiano fionda; comula, diminutivo di coma, è diventato *cloma e quindi ha dato l'italiano chioma. Il regolare passaggio da /kl/ all'affricata postalveolare (palatale) /tʃ/ in lombardo ha fatto sì che ciùrbis fosse l'esito naturale della trafila. 
Semantica: 
Il corbezzolo è considerato simbolo dell'Italia, perché sulla sia pianta ci sono le foglie verdi, i fiori bianchi e i frutti rossi. Tuttavia la plebe ha usato i frutti del corbezzolo come immagine dei testicoli, da cui l'esclamazione! 
Nota: 
Anche se la pianta non cresce naturalmente in Lombardia, vi può essere coltivata.

Restano ora le altre forme, ciusca, ciuspa e ciùmbia
Sono tutte alterazioni eufemistiche di una sola forma di partenza: 
ciula (ortografia classica: ciolla) "pene, membro virile"
Da giovane mi è capitato più volte di udire l'interiezione  di sorpresa "ciula!"; la parola significa anche "persona stupida". Fraseologia:
l'è pròpi un ciula "è proprio uno stupido"; 
grand, gròss e ciula "grande, grosso e stupido". 
L'origine è dal verbo ciulà "copulare", "fottere"; "fregare, ingannare"; "rubare", che è passato nell'italiano di Lombardia come ciulare (più raramente ciullare). 
Fraseologia: 
"Quella donna mi ha ciulato, in sei mesi di inviti a cena mi ha dato solo un bacio senza neanche la punta della lingua."
"Accidenti! Mi hanno ciulato il motorino!" 
"Il mondo è pieno zeppo di persone come i politici, che pensano soltanto a ciulare il prossimo."
Etimologia: 
Tra i romanisti si trova l'idea che ciula derivi da *cōlea "testicolo", "testicoli"; "scroto" (da cui l'italiano antico coglia). Com'è ovvio, la radice è la stessa di coglioni. Probabilmente la trafila implicherebbe un diminutivo *cōleola "piccolo testicolo", "piccolo scroto", da cui per metatesi si sarebbe avuto *clōlia e quindi ciul(l)a - foneticamente molto diverso da coglia - anche perché fallisce la spiegazione della parte finale della parola, in cui ci aspettiamo una palatalizzazione che invece manca.  Un'alternativa è l'aggiunta di un secondo suffisso diminutivo dopo la metatesi che ha inglobato il primo nella radice: *clōlula, donde *clōlla. Si tratta di spaventose acrobazie!  
Un'altra idea forgiata dai romanisti è che ciulare sia una semplice variante di ciurlare "muoversi", "vacillare" (da cui la locuzione ciurlare nel manico), in cui il gruppo consonantico /rl/ si sarebbe evoluto in /ll/ e quindi in /l/. Ciò è particolarmente amato dai fanatici della Treccani e della Crusca. Com'è ovvio, ciurlare proverrebbe da un'onomatopea fatta di niente. Anche in questo caso la semantica è insoddisfacente: bisognerebbe partire da "muovere, far vacillare" per arrivare infine a "rubare" e a "fottere". 
Mi sono infine imbattuto in un'ipotesi ancor più stravagante, che riconduce ciula al greco antico κίων (kíōn) "pilastro", "colonna", tramite un ipotetico diminutivo *cionula, senza tener conto del fatto che un simile grecismo non può essere popolare e la sua presenza è assolutamente improbabile. 
In realtà l'origine di ciulare è più probabilmente dal Romaní čor "ladro" (cfr. sanscrito चोर cora "ladro"; imbroglione"; चौर caura "ladro"). Anche nel Rotwelsch, il gergo dei Lanzichenecchi, schorren (schoren) significa "rubare", "trafugare il bottino", e la sua derivazione è dal Romaní. 
Resterebbe soltanto da chiarire perché la rotica /r/ si sarebbe mutata in una laterale /l/. Non avendo trovato forme flesse contenenti un gruppo /rl/, deduco che forse è accaduto per via di una pronuncia del Romaní locale, in cui la rotica /r/ sarebbe stata poco vibrata. A causa di ciò, qualcuno la avrebbe percepita erroneamente come /l/. L'errore di una singola persona importante nel mondo criminale si sarebbe poi diffuso. 
Quando una parola era scomoda, in milanese era uso comune alterarla in modo arbitrario, come in moltissime lingue romanze. Così l'esclamazione "ciula!", che equivaleva grossomodo a "cazzo!", apparve disdicevole per la sua natura sessuale, fu alterata in "ciusca!" e in "ciuspa!". Si danno casi simili. Vediamo che in italiano centromeridionale, Madonna si altera per eufemismo in Madosca (variante Matosca) usando un identico cambiamento di suffissoide finale. In Brianza si trova l'esclamazione "sacramesca!" per "sacrament!", in cui la terminazione in -sca è considerata in grado di limitare l'impatto blasfemo. 
Bisognerà dire qualcosa di più su ciùmbia. Si noterà che la sua terminazione è bizzarra e a prima vista non sembra avere analogie credibili nel lessico lombardo. Tuttavia forme simili esistono anche in italiano. Basti pensare a cribbio, che è un eufemismo per Cristo, formato tramite un suffissoide -bio. Dato che *crisbio avrebbe rimandato facilmente al nome di Cristo, ecco che si è avuta una provvidenziale assimilazione che l'ha trasformato in un più anodino cribbio. In modo simile, accidenti diventa accidempoli, acciderba o accipicchia. In Toscana è attestato il giuramento dell'anticrìmoli (ossia dell'Anticristo) per indicare lo spergiuro. In milanese si usava malarbett per "maledetto", etc. E che dire di caspita? Con po' di sforzo, tutti possono arrivare a comprendere che è un elegante eufemismo elaborato da un anonimo creativo per sostituire cazzo

Un blogger, a cui penso sia meglio non dare pubblicità, ha inventato una storiella esecrabile per cercare di spiegare  l'origine di ciùmbia. Per lui le lingue sono fatte di parole elencate nei vocabolari, senza relazioni reciproche, rigide come monadi di Leibniz. Così ha sfogliato un dizionario di spagnolo, ha spulciato il fitonimo andaluso higuera chumba "pianta del fico d'India", da cui higo chumbo "frutto del fico d'India". Ha fatto confusione, estraendone "chumba" e traducendo la parola con "frutto del fico d'India". Quindi ha elaborato la sua narrazione inconsistente, in cui uno spagnolo va al mercato e gli viene chiesto quali fichi vuole (nativi o importati), al che risponde con enfasi "chumbas"! Gli astanti, prendendo la parola per un'imprecazione, la adottano e la diffondono tra il volgo. Non ho mai sentito una baggianata tanto inverosimile. L'architettura logica proprio non si regge. All'epoca degli Spagnoli a Milano non esistevano congelatori e la frutta deperibile non poteva essere importata. Non è che se uno sente urlare qualcosa in una lingua sconosciuta, si mette a imitarla. Questa storiella è un classico esempio di come si inventino leggende metropolitane pur di trovare un'origine esotica o divertente a parole di cui non si conosce un'etimologia sensata. 

mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicumpānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

lunedì 19 agosto 2024

UN RELITTO CELTO-LIGURE IN PIEMONTESE E IN LIGURE: BRUSS 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il piemontese la parola bruss (varianti ortografiche: bross, bröss, brôs, brus; pronuncia /brus/) indica un derivato del latte simile a un formaggio cremoso, dal gusto intenso e piccante. È molto diffuso in Alta Langa e in Basso Monferrato. In ligure è chiamato brussu o bruzzu ed è tipico della Valle Arroscia (comuni di Triora, Molini di Triora, Cosio di Arroscia, provincia di Imperia). Tradizionalmente viene prodotto facendo fermentare avanzi di formaggio con l'aggiunta di grappa; oggi è ottenuto soprattutto da formaggi di alta qualità con aggiunta di panna, ricotta, latte ed erbe aromatiche. Abbiamo già avuto occasione di fare menzione del bruss nel nostro articolo sui formaggi coi vermi, a cui rimando per ulteriori dettagli.  
L'etimologia del nome di questo prodotto caseario è chiarissima a chi ha qualche conoscenza delle lingue celtiche e più in generale della ricostruzione del proto-indoeuropeo. Invece la considerano molto oscura i romanisti e i paleo-comparativisti, i dilettanti che hanno passato la loro vita a raffazzonare etimologie popolari insensate. Così sono venuto a leggere che è stata congetturata la provenienza del nome bruss dall'antica provincia francese della Bresse, compresa nelle regioni Rodano-Alpi, Borgogna e Franca Contea - a dispetto della differenza della vocale. Simili assurdità sono riportate a galla dall'algoritmo di Google, che le mette sotto il naso degli utenti, senza sosta, arrecando alla Scienza danni spaventosi quanto irreparabili. 

Protoforma celto-ligure ricostruibile: *brutijom
Significato: "tipo di formaggio o latte fermentato"

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*brutijom > *brutjo- > *brutsjo- > bruss 

Si è prodotta un'assibilazione, evidentemente in epoca tarda, forse addirittura proto-romanza. I paralleli nelle lingue celtiche sono evidenti. 

Protoceltico: *brutus 
Significato: "calore", "ebollizione", "fermentazione"
Genere: maschile

  Antico irlandese: bruth "calore" (soprattutto violento),
     "veemenza"; "splendore del fuoco" 
     genitivo: brotho, brotha (< *brutous)
     dativo: bruth (< *brutou
     accusativo: bruth n- (< *brutun)
  Antico bretone: brod "calore" 
  Gallese moderno: brwd "zelante", "appassionato",
       "ardente"; "audace" 
  Cornico: bros "rovente", "molto caldo"

Protoceltico: *brutis 
Significato: "atto di bollire", "atto di cuocere"
Genere: femminile

  Antico irlandese: bruith "bollire", "cuocere" 
  (nome verbale di berbaid "egli bolle", "egli cuoce",
  vedi nel seguito) 
     genitivo: bruithe (< *bruteis
     dativo: bruith (< *brutei
     accusativo: bruith n- (< *brutin)

Protoceltico: *berwos 
Significato: "stufato", "ebollizione" 
Genere: maschile 

  Medio bretone: beru "carne bollita", "stufato" 
  Bretone moderno: berv "brodo"; "ebollizione"; "bollente"  
      fraseologia: 
      dour berv "acqua bollente" 
      tomm-berv eo ar soubenn "la zuppa sta bollendo"
  Medio gallese: berw "ebollizione"
  Gallese moderno: berw "stufato", "cibo bollito";
      "bollito", "ribollente" (agg.) 

Protoceltico: *berwā- / *berwī- 
Significato: "bollire", "fermentare", "cuocere"

  Antico irlandese: berbaid "egli bolle", "egli cuoce"
    congiuntivo: -berba "che egli bolla", "che egli cuocia"
    preterito: berbais "egli bollì", "egli cosse"
  Medio gallese: berwi "bollire", "cuocere"
  Bretone moderno: berwiñ, birviñ "bollire", "cuocere"

Origini indoeuropee

La radice è chiaramente il proto-indoeuropeo
*bherw- / *bhreuwh1- "fermentare", "bollire". È molto produttiva e ha dato una gran varietà di forme in numerose lingue: 

Latino: ferveō "io bollo", fervēre "bollire"  
Latino: fermentum "fermentazione", "lievito" 
Latino: dēfrutum "vino cotto" (*)
Greco: βρῦτος (brûtos) "birra" (**) 
Proto-germanico: *brinnanan "bruciare"
    Tedesco: brennen "bruciare"
    Inglese: to burn "bruciare", 
    etc.
Proto-germanico: *brewwanan "fermentare bevande",
        "birrificare" 
    Tedesco: brauen "fermentare bevande, birrificare", 
          Bräu "birrificio" 
    Inglese: to brew "fermentare bevande, birrificare", 
    etc. 
Proto-germanico: *bruþan "brodo" 
    Inglese: broth "brodo", 
    Norreno: broð "stufato", "brodo" 
    etc. 
Proto-germanico: *brauðan "pane" 
   Tedesco: Brot "pane"
   Inglese: bread "pane", 
   Norreno: brauð "pane"
   etc.

(*) L'accento è sulla vocale -ē-. Variante: dēfritum. La parola indica una specie di vin brûlé, ottenuto facendo cuocere vino in pentole di piombo. Il processo addolciva la bevanda, che però era fortemente tossica. 
(**) La parola è di certo un prestito, con ogni probabilità dalla lingua dei Traci. L'originale trace doveva essere *brūtas
Confutazione di una falsa etimologia

Il nome della provincia francese della Bresse proviene invece da Brixia (documentato in latino come Saltus Brixiae), e deriva da una diversa radice celtica che non ha nulla a che fare con il nome del bruss. Infatti il toponimo francese è identico nell'etimologia al nome della città di Brescia (ben documentato come Brixia), che è dal proto-celtico *brig- "elevato", "alto", da cui *brigā "montagna"; "luogo elevato" e anche "città". Avremo modo di approfondire l'argomento in un'altra occasione.

Conclusioni 

Se si indaga a fondo, si possono recuperare dettagli di un mondo remoto che pareva irrimediabilmente perduto. Usando la logica e il metodo, si ottengono risultati strabilianti. 

giovedì 15 agosto 2024

UN RELITTO CELTICO IN VALTELLINESE: BITTO 'TIPO DI FORMAGGIO'

Il bitto (in lombardo bit) è un formaggio grasso di latte vaccino di alpeggio, a pasta cotta e semidura di colore giallo dorato, tipico delle Valli Orobiche in provincia di Sondrio, in Valtellina. In particolare, la Valle del Bitto è una valle secondaria, situata sulla sinistra orografica dell'Adda all'altezza di Morbegno. Spesso si parla di Valli del Bitto, al plurale, perché si ha la divisione in due valli secondarie: la Val Gerola a ovest e la Valle di Albaredo ad est. È attribuito il nome Bitto anche al torrente di tale bacino idrografico, immissario dell'Adda. I romanisti, incapaci di spiegare il nome del prodotto caseario, lo fanno derivare dall'idronimo. Poi, incapaci anche di spiegare l'idronimo, lasciano intendere che sarebbe spuntato fuori dal Nulla. La loro tipica dottrina è questa: siccome l'idronimo è oscuro, non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, dato che non inficerebbe l'etimologia del nome del formaggio. Ovviamente questa metodologia è inaccettabile. 

Il nome del prodotto caseario e quello del torrente possono essere entrambi ricondotti in modo agevole a una radice celtica. 
 
Protoforma celtica ricostruibile: *bituwos 
Significato originale: "eterno", "perenne"
> "durevole", "duraturo" 

Questa è la trafila fonetica che possiamo ipotizzare: 

*bituwo- > *bitwo- > *bittwo- > *bītto- 
> bit 

Si deve notare un importante tratto: l'assenza di lenizione dell'antica occlusiva mediana -t-. La mia ipotesi è che si sia creato un rafforzamento di -tw- in -ttw-, cosa che spiega il mantenimento della consonante sorda. Questo gruppo consonantico avrebbe avuto come conseguenza anche il prolungamento per compenso della vocale breve tonica /i/, divenuta così /i:/. Va detto comunque che esistono in Italia settentrionale esiti tardi di parole celtiche che non mostrano traccia di lenizione (Petracco, 2016). 
Per quanto riguarda la morfologia, la protoforma ricostruita *bituwos può essere considerata un aggettivo formato con il suffisso -wo- a partire dalla seguente importante parola:

Protoceltico: *bitus 
Significato: "mondo", "eternità" 
Genere: maschile / femminile 

Esiti attestati:

Gallico: bitus "mondo", "eternità" 
   derivati: Biturīges "i Re del Mondo", 
      singolare Biturīx "Re del Mondo"
   (nome di un popolo famoso); 
   Bitugnātā "Figlia del Mondo" 
   (antroponimo femminile), 
   Adbitus "Grande Eterno"
   (antroponimo maschile)
   Dagobitus "Buono Eterno" 
   (antroponimo maschile), 
   etc. 
Antico irlandese: bith "mondo" 
   genitivo: betho, betha (< *bitous),
   dativo: biuth (< *bitou
   accusativo: bith n- (< *bitun)
   vocativo: bith (< *bitu)
   Plurale: 
   nominativo: betha (< *bitoues)
   accusativo/vocativo: bethu (< *bitūs
   genitivo: bethae n- (< *bitouon)
   dativo: bethaib (< *bitubi)
Antico gallese: bid "mondo"
Medio gallese: byt "mondo" (*)
Gallese moderno: byd "mondo" (*)
Antico bretone: bit, bet "mondo"
Bretone moderno: bed "mondo"
Antico cornico: bit, bys "mondo"
Cornico: bys, bes "mondo"

(*) Esiste in gallese anche il doppione byth "eternità", con ogni probabilità un prestito dall'antico o medio irlandese bith

L'origine ultima è dalla radice proto-indoeuropea *gweyh3-, che significa "vivere" e da cui derivano anche le parole latine vīvus "vivo", vīta "vita", oltre al greco antico βίος (bíos) "vita" e via discorrendo. 



Il bitto è un formaggio che notoriamente si conserva per periodi lunghissimi, quindi la sua denominazione di origine celtica è del tutto adeguata. Tale doveva essere la sua importanza presso le popolazioni valligiane, che ne trassero un teonimo, come se fosse il nome di una divinità del formaggio durevole che assicurava il sostentamento in tempi difficili. Da questo teonimo derivò quindi anche il nome del fiume, indistinguibile dal nome della divinità. Un'altra possibilità è che il fiume abbia tratto il nome dalla valle che era chiamata  così dalla produzione del formaggio. 
Si trova nel Web una storiella ambientata verso il 200 a.C., che descrive i Celti inventori del bitto come fuggiaschi perseguitati in seguito allo scontro con i Romani. Questa collocazione temporale della nascita del formaggio è una trovata narrativa speculativa e semplicemente non necessaria: con ogni probabilità la produzione è ben più antica. 

Conclusioni 

Ancora una volta i romanisti si dimostrano un ostacolo formidabile al progresso delle conoscenze scientifiche: sono abbarbicati sul tenace scoglio della loro ideologia scolastica,  gretta e meschina, preferendo la completa ignoranza a qualsiasi tentativo di indagare tutto ciò che non abbia le sue radici in Roma e nella Grecia - o piuttosto nell'idea piena di pregiudizi che essi hanno di tali civiltà. Si dovrebbe trovare singolare e misterioso il fatto che tra i banchi di scuola gli alunni si imbattano in nomi propri celtici studiando le opere di quel pathicus di Giulio Cesare, e che non si pongano nemmeno una volta una fuggevole domanda sul loro antico significato.