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martedì 25 giugno 2024

ETIMOLOGIA DI PRINCISBECCO 'LEGA DI RAME, ZINCO E STAGNO'

Il princisbecco è una lega di rame (89% - 93%) e zinco (11% - 7%), con l'aggiunta di minuscole quantità di stagno. Ha l'aspetto dell'oro, ma ovviamente ha un costo molto inferiore. La sua invenzione e il suo nome si devono a un orologiaio londinese, Christopher Pinchbeck (1670 - 1732). Questa è la trafila dell'adattamento in italiano:

Pinchbeck > Princisbecco 

L'etimologia popolare, che ha influenzato notevolmente il suono della parola, è chiara: si pensava che derivasse da "principe becco", ossia "principe cornuto" - proprio perché di splendida apparenza ma privo di valore. Nei composti, poteva capitare che principe diventasse princis- (ad esempio principe grasso, diventato princisgras "tipo di pasta al forno marchigiana", da cui l'odierno vincisgrassi). 

Varianti (obsolete):

princisbech
princisbecche
prencisbecco

Note sulla pronuncia: 

Il Vocabolario Treccani raccomanda una /e/ tonica chiusa (princisbécco), anche se in Lombardia queste pretese normative sono vane e restano lettera morta.

Modi di dire (obsoleti):

dama di princisbecco "donna che ostenta nobiltà"
essere solo princisbecco "essere solo apparenza"
restare di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: restare di sale, restare di stucco, 
     restare senza parole, restare stupefatti)
rimanere di princisbecco "rimanere sbalorditi"
    (sinonimi: rimanere di sale, rimanere di stucco,
    rimanere senza parole, rimanere stupefatti)

Adattamenti in altre lingue

Non sono riuscito a trovare molte forme adattate oltre a quella dell'italiano. In genere il termine si è diffuso in tutta Europa, quindi devono essere esistiti molteplici adattamenti, che però hanno lasciato poche tracce rintracciabili. Sono riuscito a trovare soltanto queste:

Francese (obsoleto): peinchebec, pinche-bec  
Irlandese: pinspic 

Essendo la lega metallica ormai caduta in disuso, non è facile ricostruire la relativa archeologia linguistica. 

Sinonimi: 

Non senza fatica, sono riuscito a reperire ulteriori informazioni sulla lega metallica in questione.

Italiano: similoro 
Francese: similor 
Spagnolo: similoro 
Tedesco:
   Spinsbek,
   Similor (1),
   Prinzmetal (2),
   Scheingold (3)

(1) Genere neutro: das Similor.
(2) Questa denominazione, formata da Prinz "principe" + Metall "metallo", sembra essere stata forgiata a partire dall'italiano princisbecco. Tuttavia si scrive con una sola -l finale, anche se esiste la variante Prinzmetall. Genere neutro: das Prinzmetal
(3) Alla lettera "oro splendente" (da scheinen "splendere" + Gold "oro"). Ovviamente il genere è neutro, come il nome ancestrale del metallo imitato: das Scheingold

Chiedo venia se salteranno fuori ulteriori informazioni di cui non sono venuto a conoscenza.

Etimologia del cognome Pinchbeck 

Verosimilmente, l'orologiaio-metallurgo di Londra ha preso il suo cognome dal nome del villaggio e parrocchia civile di Pinchbeck, nella contea del Lincolnshire. Il primo membro del toponimo deriva dall'antico inglese pinċ "tipo di pesce" (sanguinerola comune, nome scientifico Phoxinus phoxinus), mentre il secondo deriva dal norreno bekkr "torrente". Un vichingo avrebbe chiamato quel luogo *Pinzbekkr, e probabilmente questo è proprio ciò che avvenne. 

I clamorosi errori del traduttore di Google

Ho potuto constatare qualcosa di assurdo, me mostra l'assoluta inaffidabilità delle macchine. 
1) Se si inserisce la parola "pinchbeck" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua inglese, la traduzione in italiano è "pizzicotto"
Nota:
In effetti esiste in inglese il verbo to pinch "pizzicare", che però non ha alcuna relazione con il nome della lega metallica e del suo inventore. Il traduttore traduce alla lettera pinch- e trascura -beck
2) Se si inserisce la parola "princisbecco" nel traduttore di Google, nella sezione relativa alla lingua italiana, la traduzione in inglese è "princesbeak" (che non esiste). 
Nota: 
Il traduttore traduce princis- con princes- (come se fosse il genitivo prince's "del principe") e -becco con -beak. In effetti in inglese beak significa "becco" (rostro di uccello). 

giovedì 13 giugno 2024

UNA GLOSSA CAPPADOCE NELLO PSEUDO-GALENO: MUXIN 'TIPO DI ERBA'

Procedendo nello studio della lingua dell'antica Cappadocia, ci siamo imbattuti in un'importante glossa riportata in un testo dello Pseudo-Galeno, De remediis facile parabilibus, il cui titolo originale è Περὶ εὐπορίστων (Perì euporístōn). Riguarda il nome di una pianta non identificata. 

Muxin elixum ex aqua si aridus sit, propina potui succum. muxin vero appellatur lingua Cappadoca. 

"Se (il paziente) è assetato, (prendi) il muxin bollito dall'acqua e somministra il succo alla bevanda. Il muxin è chiamato così nella lingua cappadoce."

Glossario:

appellatur "si chiama"
aridus "assetato, disidratato" (lett. "secco") 
elixum "bollito"
ex aqua "dall'acqua" 
lingua Cappadoca "in lingua cappadoce"
si "se" 
sit "sia" 
potui "alla bevanda" (dat. sing. di potus, IV decl.) 
propina "somministra" (imperativo) 
succum "succo" 
vero "davvero, realmente"

Questo è il testo originale in greco: 

μοῦξιν καθεψήσας δι᾿ ὕδατος, ἐὰν ᾖ ξηρὸς, δὸς πιεῖν τὸν χυλόν· μοῦξιν δὲ λέγεται Καππαδοκιστί 

Traslitterazione: 

mûxin kathepsêsas di' hýdatos, eàn hêi xēròs, dòs pieîn tòn khylón. mûxin dè légetai Kappadokistí 

Glossario:

δὲ λέγεται (dè légetai) "si dice"
δι᾿ ὕδατος (di' hýdatos) "dall'acqua"
δὸς πιεῖν (dòs pieîn) "dai da bere" (imperativo) 
ἐὰν (eàn) "se"
καθεψήσας (kathepsēsas) "avendo bollito bene" 
Καππαδοκιστί (Kappadokistí) "in lingua cappadoce"
ξηρὸς (xēròs) "secco", "arido", "asciutto"
χυλόν (khylón) "succo", "decotto"

Deduzione: 
La vocale tonica di muxin era lunga, /u:/. Possiamo quindi usare la notazione mūxin.

Possibili etimologie

1) Dalla radice proto-anatolica *muk- / *mug- "pregare, invocare le divinità":

   Hittita: mukeššar "invocazione", "evocazione";
      "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugawar "materiali usati in un rituale di invocazione";
      mugai- "invocare", "evocare"
   Licio: mukssa "preghiera" 

Alcune considerazioni:
Nonostante Galeno non faccia nessuna allusione a un uso sacro o comunque religioso del vegetale, è possibile che almeno in epoca antica i Cappadoci lo bruciassero come incenso per fare offerte agli Dei. Non dimentichiamo l'uso liturgico dell'incenso fatto dalla Chiesa Romana e associato dal popolino alle preghiere quasi per automatismo. Questo complica non poco il problema.

2) Dalla radice proto-indoeuropea *smūgh- / *smūg- / *mūk- "fumo". Questi sono gli esiti: 

Greco antico: 
σμύχω (smýkhō) "bruciare senza fiamma"
Proto-celtico: *mūko- / *muko- "fumo"
   Antico irlandese: múch "fumo"
   Gallese: mwg "fumo"
   Cornico: mok "fumo"
   Bretone: moug, mog "fuoco"; moged "fumo"
Proto-germanico: *smukǣn "fumo, aria nebbiosa"; 
       *smaukaz "fumo" 
   Antico inglese: smoca "fumo"; smēoc "fumo"; 
     smēocan, smīecan "fumare, fare fumo" 
     Inglese: smoke "fumo"  
  Medio alto tedesco: smouch "fumo", "foschia" 
     Tedesco (raro): Smauch "fumo denso"
Antico armeno: mux "fumo" (genitivo mxoy); 
    murk "bruciato" (genitivo mrkoy) < *smugro-

Etrusco: smucinθiuna- "incensiere"
Nota:
Il termine smucinθiunaitula è associato al dio Selvans (Silvano) in iscrizioni votive su palette di bronzo usate per l'incenso, come nel reperto da Vulci. La formula è solitamente: mi selvansel : smucinθiunaitula, tradotta comunemente come "Io (sono) di Selvans, (quello) dell'incensiere". La traduzione si deve a una felice intuizione del Morandi. Non concordo però con quell'autore sull'idea che l'etrusco debba essere una lingua indoeuropea. Chiaramente il nome dell'incenso sarà stato con ogni probabilità un antico prestito. 

Alcune considerazioni:
Nonostante l'uso umido che Galeno prescrive dell'erba muxin, che comporta l'ebollizione, è possibile che la pianta almeno in origine fosse utilizzata dai Cappadoci per fare suffumigi. 

Conclusioni

Un caso difficile, che rasenta il pantano etimologico. Entrambe le proposte sembrerebbero sensate o perlomeno plausibili. Non abbiamo al momento elementi per poter decidere e risolvere finalmente l'ambiguità. Forse a causa delle mie limitate conoscenze, non sono riuscito a trovare paralleli credibile nelle lingue indoiraniche. 

lunedì 3 giugno 2024

I BRETONI DELLA GALIZIA E DELLE ASTURIE

In Galizia, nella Spagna settentrionale, esistevano stanziamenti di Bretoni, che mantennero a lungo la loro lingua celtica, forse fino al XIII secolo. Purtroppo è difficile trovare informazioni dettagliate, oltre che per la mancanza di interesse da parte degli storici, anche per un fenomeno funesto che può essere definito "invisibilità archeologica e documentale".


Le migrazioni dei Bretoni

Fine del V secolo. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, le incursioni dei Sassoni provocarono intense migrazioni dalla Britannia occidentale, in particolare dalla regione oggi nota come Cornovaglia, che all'epoca era abitata dai Dumnonii. Questi Britanni si stabilirono nella parte occidentale della regione della Gallia nota come Aremorica o Armorica ("Che sta davanti al mare", dal gallico are "davanti" + more "mare"), che da loro prese il nome con cui la conosciamo ancora: fu così che ebbe origine la Bretagna. La popolazione dell'Armorica era poco numerosa e fu assorbita dagli immigrati. Essendo una regione periferica, poverissima e ritenuta di scarso interesse dall'amministrazione romana, doveva sopravvivere una forma tarda di lingua gallica, molto simile a quella dei nuovi arrivati. Ancora oggi è materia di discussione se esistano nella lingua bretone influssi o resti ascrivibili in modo non ambiguo agli abitanti precedenti. Si parlerà meglio della questione in un'altra occasione. Il movimento demico per via marittima non si fermò: in parte dalla Britannia e in parte dall'Armorica, la migrazione raggiunse la Spagna tra il V e il VI secolo, con stanziamenti lungo le coste della Galizia (Gallaecia) e delle Asturie. Fu fondata la sede vescovile di Britonia (Britonensis ecclesia), che si trovava nel Regno dei Suebi (Svevi). Attualmente conserva il nome di Santa Maria de Bretoña ed è una parrocchia situata nel municipio di A Pastoriza, nella provincia di Lugo, in Galizia. 
Sebbene la lingua sia da tempo scomparsa, la prova più tangibile della permanenza di questi Bretoni è la toponomastica. In Galizia e nelle Asturie esistono molti villaggi chiamati BretoñaBertoña, Bretón e simili. Questi dati sono riportati da Simon Young (2002):   

Bretoña: Galizia, provincia di Lugo, comune di A Pastoriza (anno 1089, "Britonia")
Bretoña: Galizia, provincia di A Coruña, comune di A Capela (anno 936, "Bretonia et alia Britonia");
Bretoña: Galizia, provincia di Potevedra, comune di Barro;
Bretonia: Galizia, provincia di Lugo, comune di Sober;
Bertón: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ferrol; 
Bretún: provincia di Soria, 40 chilometri a nord di Soria, vicino ai confini di Rioxa;
Bretón: Asturie, provincia di Avilés;
Bretios: Galizia, provincia di Pontevedra, comune di De Páramo;
Brito: nord del Portogallo, tra Vinhais e Verín;
Brito: nord del Portogallo, vicino a Guimaraes;
Bretal: Galizia, provincia di A Coruña, comune di Ribeira;
Bretelo: Galizia, provincia di Ourense, comune di Chadrexa de Quiexa, 5 chilometri da Ponte da Barca;
Britelo: nord del Portogallo, vicino a Mondim de Basto.

Il fatto che questi nomi non siano stati sostituiti da nomi cristiani generici, indica che la identità etnica do questi Bretoni era percepita come distinta per secoli dai vicini.

Le cause dell'invisibilità

Spesso nella Storia ci si imbatte in "punti ciechi" che rendono difficile ogni indagine. Quando questo accade, si scopre che il mondo accademico tende a latitare o addirittura a negare l'esistenza della questione. L'unico modo per ovviare a questo inconveniente è analizzare il contesto, con grande pazienza. 

Assimilazione amministrativa: A differenza dei Suebi o dei Visigoti, i Bretoni non cercarono di fondare un regno indipendente, ma si integrarono nel sistema ecclesiastico galiziano, occupando i vuoti amministrativi. I Bretoni non si stabilirono in città romane preesistenti (come Lucus Augusti, l'attuale Lugo), ma in aree rurali o costiere meno densamente popolate. Questo permise ai coloni di conservare i propri costumi e la lingua, ma contribuì alla marginalizzazione. 

Spostamenti lungo la direttrice Nord-Sud: La presenza di una Bretoña vicino a Pontevedra, molto a sud, suggerisce che non rimasero confinati sulle scogliere del nord, ma vennero integrati nel Regno Suebo come una forza demografica mobile e utile alla colonizzazione interna.

Interferenze esterne: Nel corso del IX secolo le coste della Galizia e delle Asturie furono ripetutamente saccheggiate dai Vichinghi, che vi portarono una spaventosa devastazione. Come conseguenza, la diocesi di Britonia fu gravemente colpita da queste incursioni e la sede del centro religioso fu spostata nell'entroterra, a San Martiño de Mondoñedo - cosa che favorì l'ulteriore diluizione dell'identità bretone in quella delle circostanti popolazioni di lingua romanza.

Diglossia e oralità: Il bretone era la lingua del focolare e della comunità, mentre il latino era l'unica lingua della scrittura e dell'amministrazione. Non possediamo testi scritti in bretone galiziano perché a quell'epoca nessuno scriveva nelle lingue volgari. Si noterà che i più antichi documenti della lingua in Bretagna risalgono al IX secolo.

Mancanza di tratti distintivi: I coloni bretoni adottarono rapidamente gli stili architettonici e materiali locali. Senza ceramiche o stili costruttivi unici, è quasi impossibile per gli archeologi distinguere un insediamento bretone da uno galiziano del VII secolo. 

Documentazione

1) Il primo documento in cui viene menzionata la presenza della Diocesi di Britonia è la cosiddetta Divisione di Teodemiro, in latino Divisio Theodemiri, denominata anche Parrochiale suevum o Parrochiale Suevorum, risalente circa all'anno 569. Ecco il testo, che ho recuperato. Un elenco numerato di sedi si conclude con la seguente menzione: 

XIII. 1. Ad sedem Britonorum ecclesias quae sunt intro Britones una cum monasterio Maximi et quae in Asturias sunt.

Traduzione: 

XIII. 1. Alla sede dei Britanni si trovano le chiese che sono tra i Britanni assieme al monastero di Massimo e quelle che sono nelle Asturie.

Il testo, pubblicato e commentato a cura di , è scaricabile liberamente dal Web: 


2) Abbiamo un altro documento importantissimo, che risale al 572 e consiste negli atti del II Concilio di Braga (Bracara). Tra i vescovi firmatari, è registrato un nome sicuramente celtico e di origine britannica: Mailoc

Martinus Bracarensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Remisol Besensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Lucetius Conimbrensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Adoric Egestanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Sardinarius Lamicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 
Viator Magnetensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi. 

Item ex synodo Lucensi.

Nitigisius Lucensis metropolitanae ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Andreas Iriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Wittimer Auriensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Anila Tudensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Polemius Asturicensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.
Mailoc Britonensis ecclesiae episcopus his gestis subscripsi.

Come si può vedere, la lista è lunga e monotona. A noi interessa soprattutto la firma finale:

"Io, Mailoc, vescovo della Chiesa Bretone, ho firmato questi atti".

Sappiamo che questo Mailoc era bretone per il suo nome, ma i suoi scritti, se ne avesse lasciati, sarebbero stati sicuramente in un perfetto latino ecclesiastico. Questo terribile filtro linguistico ha cancellato la voce originale dei coloni, lasciandoci solo i nomi che gli altri usavano per definirli.

Etimologia di Mailoc 

Il nome Mailoc (varianti: Mahiloc, Maeloc) è derivato da una protoforma ricostruibile *Maglācos, il cui significato è "Nobile". Deriva, tramite il tipico suffisso aggettivale -ācos, da *magalos, *maglos "nobiluomo", "principe", "capo". Diffuso come formante antroponimico in Britannia, appare anche in Gallia in alcune iscrizioni (Magalus; dativo Magalu) probabilmente legate al popolo dei Biturigi Cubi (gallico: Biturīges Cubī). Ci è noto anche un capo dei Boi della Cisalpina il cui nome è stato tramandato dagli autori romani come Magalus. Chiamarsi così denotava nobiltà e comando. In medio gallese ha dato mael "principe"; in antico irlandese ha dato la forma poetica mál "nobile, principe".
Il nome britannico *Maglocunos "Nobile Cane", latinizzato in Maglocunus, ha dato l'antico bretone Maelcon, il medio gallese Maelgwn, l'antico irlandese Máelchú, Melcho (forse un prestito britannico). 




Gli ultimi residui 

Nel XIII secolo un documento legale menziona privilegi specifici per la "Terra di Britonia", suggerendo che un'identità giuridica o linguistica residua persistesse ancora. Come evidenziato da Simon Young nel suo contributo Notes on Britones in Thirteen-century Galicia (2001), una carta del monastero di Meira (provincia di Lugo), databile al 1233, discute una donazione comprendendo le seguenti parole: 

De comparatione et de acquisitione, illam uidlicet totam, que fuit de Maria Michaelis et de Santa Pelagii, et de hominibus illis qui vocabantur britones et biortos, et quantam habui de mulieribus que dicebantur chavellas.

Traduzione:

A proposito del confronto e dell'acquisizione, vale a dire tutto quello che era di Maria (figlia) di Michele e di Santa (figlia) di Pelagio, e di quegli uomini che erano chiamati Bretoni e Biorti, e quanto avevo delle donne che erano chiamate Chavellas.

Non è chiaro cosa si intendesse con i nomi Chavellas e Biortos, ma è inequivocabile la menzione dei Britones, che deve fare riferimento all'antica colonia. La carta parla di proprietà che si trovavano nel territorio dell'attuale villaggio di Lousada, proprio nell'area in cui si erano stabiliti gli immigranti celtici. Sempre secondo quanto riportato da Young, un'altra carta del XIII secolo, nel Portogallo settentrionale, fa menzione di una "hereditas de brethones", ossia una "eredità dei Bretoni"
Note:
i) Si nota la presenza dell'antroponimo Pelagio, che era abbastanza comune in Spagna. In particolare, sono noti il condottiero Pelagio delle Asturie (circa 690 - 737), il vescovo Pelagio da Oviedo (morto nel 1153) e San Pelagio da Cordova (912 - 925), che fu martirizzato per aver respinto le avances di un emiro pederasta. Non si può tuttavia evitare di notare che il teologo Pelagio (360 - 420) era nato in Britannia: il suo nome era un'ellenizzazione di *Morigenos "Figlio del Mare" ed era soprannominato Britto
ii) L'etnonimo Biortos, non galiziano, ricorda il basco bihur(ri) "cattivo, perfido", "perverso, "distorto", "confuso", da cui bihurtu "diventare", "tornare", "torcere", "slogarsi". Anche in iberico esisteva una parola assonante, biuŕ, che potrebbe avere la stessa origine (anche se al momento siamo nel campo delle ipotesi).

Questo è il link al lavoro di Young:

martedì 28 maggio 2024

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUGLI USI CULINARI DELLE LARVE DI MOSCA

Ebbene sì, esistono i formaggi con i vermi, nonostante siano vietati dalle normative italiane ed europee. Pensate, sono prodotti fin dal Neolitico. Il più famoso e ricercato di questi output digestivi dei cagnotti è senza dubbio quello preparato dai pastori della Sardegna, di cui spesso si legge sui quotidiani online


Nome del prodotto: casu marzu 
Ortografia originale: casu martzu 
   Traduzione letterale: "formaggio marcio" 
Sinonimo: casu fràzigu
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Altri sinonimi:
    casu mùchidu,
    casu modde,
    casu bèiu,
    casu fatitu
    casu 'atu,
    casu cunditu,
    casu giampagadu
Regione: Sardegna 
Nota: 
Viene prodotto anche in Corsica, dove è chiamato casgiu merzu.

No. Non sono "vermi di formaggio", come ho sentito dire da alcune isteriche sui social. Sono autentiche larve di una mosca che frequenta anche i cadaveri di esseri umani morti ammazzati, se li riesce a trovare, ad esempio in un bosco. Il nome scientifico di questo amabile insetto snello e metallizzato è Piophila casei. Alla lettera, significa "Amante del pus del formaggio". Dovrebbe fare riflettere. 
I pastori sardi sono ben consapevoli dell'intero processo di produzione. Praticano tagli nella crosta di forme di pecorino per favorire l'infestazione. Sanno bene che sono le piccole mosche metallizzate a deporre la loro covata, che mastica, vomita e defeca la polpa del formaggio, dandole quel particolare sapore che piace agli intenditori. Ci sono anche persone a cui le cose appaiono in modo più prosaico. Ricordo che E. (RIP) diceva di aver assaggiato il casu marzu, aggiungendo che sapeva di vomito.

Molti credono per effetto Dunning-Kruger che il casu marzu sia l'unico prodotto caseario a contenere larve di mosca. Ebbene, si sbagliano di grosso. Se indagassero anche in modo superficiale, scoprirebbero che i formaggi coi vermi sono prodotti clandestinamente in tutta Italia, o lo erano fino a tempi abbastanza recenti. 

Nome del prodotto: gorgonzola coi grilli
Nome originale: gorgonsoa cui grilli
   Traduzione letterale: "gorgonzola coi cagnotti"
Regione: Liguria
Luogo di produzione: Entroterra di Genova

A Genova il gorgonzola coi grilli è ben noto nella tradizione. Questi "grilli" non hanno nulla a che vedere con gli animaletti chiamati così in italiano: sono proprio le minuscole larve di Piophila casei, caratterizzate dalla capacità di compiere grandi salti. Oggi questo formaggio verminoso è ancora prodotto in piccole realtà artigianali dell'entroterra. Ricordo che era menzionato in una canzone popolare in genovese, in cui un marinaio sognava un banchetto pantagruelico e nominava una per una tutte le leccornie agognate - e tra queste il gorgonzola coi grilli. La moglie, avara e austera, distruggeva i suoi sogni propinandogli un'economica stracciatella, ossia una pastina in brodo con l'aggiunta di un uovo.

Nome del prodotto: bruss ch'a marcia
Variante ortografica: bross ch'a marcia 
   Traduzione letterale: "formaggio che cammina"
Regione: Piemonte  
Luogo di produzione: Monferrato 
Nota:
Il bruss è un formaggio di recupero, cremoso e denso, ottenuto fermentando avanzi di altri formaggi, ovini o vaccini. La fermentazione viene bloccata aggiungendo grappa; se non lo si fa, le mosche casearie accorrono e vi depongono le uova.

Dai banchi di memoria stagnante è emerso un vecchio sketch di Macario (chi lo ricorda ancora quel comico bizzarro e grottesco?). Divorato dalla fame, Macario cercava di mettere le mani su un pezzo di formaggio verminoso e di divorarlo. Tuttavia i cagnotti, muovendosi, facevano spostare il formaggio, che gli sfuggiva sempre, mentre lo stomaco vuoto gli provocava i crampi. Questo genere penosissimo di comicità era particolarmente diffuso nel dopoguerra, quando si cercava di esorcizzare lo spettro della carestia.

Nome del prodotto: furmai mars 
Variante ortografica: furmai marz 
Forma italianizzata: formaggio marcio 
Regione: Lombardia  
Luogo di produzione: Valli bergamasche, Valli bresciane; 
    fino agli anni '50 si faceva in molte aree rurali 
Nota:
A seconda dei luoghi, può essere prodotto da formaggi diversi: bagòss di Bagolino, gorgonzola e persino formaggi di grana o provolone. Ho testimonianze del fatto che anche in Brianza si producesse il gorgonzola coi vermi, ma questa usanza è ormai estinta.

Nome del prodotto: nisso 
Significato letterale: "marcio", "guasto"
Nome dato ai cagnotti: saltarei
Regione: Lombardia
Luogo di produzione: Lomellina, Oltrepò Pavese

Ho avuto notizia del fatto che in una zona della Lombardia, in tempi non troppo antichi, era prodotto un tipo di gorgonzola coi vermi, che si differenziava da quello ligure e da altri simili formaggi perché infestato da larve di Calliphora vomitoria (moscone azzurro), che sono attratte dalla materia grassa e accorrono subito in gran numero a deporre la covata. Quando ancora ero un marmocchio, mia madre (RIP) mi raccontava di un medico della Lomellina, il dottor N., che era ghiottissimo di questo gorgonzola verminoso che si produceva da sé, destando l'orrore dei suoi compaesani: apprezzava particolarmente i pingui cagnotti, ben più grossi e carnosi di quelli della Piophila casei. Non erano i minuscoli "saltarei". Ho poi potuto constatare, ad anni di distanza, che il ricordo di questo medico ancora oggi non è del tutto estinto in quelle terre. Mi sono stati confermati i dettagli raccapriccianti sulla produzione: l'adepto di Ippocrate lasciava il formaggio all'aperto perché si riempisse di mosconi. Doveva avere un sistema immunitario di ferro! Mi dolgo di non poterne riportare il cognome per esteso, come di soffrire la carestia in tempi di abbondanza. 
Seppur involontariamente, anni fa mi è capitato di fare un esperimento simile. Ricordo ancora quando una fetta di gorgonzola era finita per sbaglio in mezzo alla cartaccia ed è stata colonizzata dai mosconi azzurri, dando origine a un gran numero di esemplari sommamente molesti, che mi è toccato uccidere uno a uno. Ovviamente non consideravo più commestibile il formaggio, e ho dovuto mettermi un guanto chirurgico per raccogliere una cinquantina di pupe trovate sul pavimento. Le ho messe in un secchio e le ho gettate nello scarico del cesso. Un'esperienza che non si dimentica!   

Nome del prodotto: furmai nis
   Traduzione letterale: "formaggio marcio"
Sinonimi: nissarobiola nissa, furmai cui bèch,
   furmai (nis) cui saltarei 
   Traduzione letterale: "robiola marcia";
    "formaggio coi bachi", "formaggio coi cagnotti" 
Forme italianizzate: formaggio nisso,
    formaggio coi bèghi, formaggio coi saltarelli
Nome dato ai cagnotti: bèch, saltarei
Regione: Emilia-Romagna
Luogo di produzione: Piacenza, Valle del Tidone 
Nota:
Il termine nis si trova anche in Lombardia, nella vicina provincia di Pavia (vedi sopra).

A quanto pare le autorità sanitarie hanno lanciato una crociata contro questi prodotti, che ormai nel Piacentino hanno soltanto pochi estimatori tra le persone più anziane. 

Nome del prodotto: formaio coi bai
   Traduzione letterale "formaggio coi bachi"
Nome dato ai cagnotti: bai
Regione: Veneto 

Nome del prodotto: saltarello 
Regione: Friuli-Venezia Giulia 
Luogo di produzione: Udine 
Nota:
Trae il suo nome dalle larve.

Nome del prodotto: pecorino marcetto
Sinonimo: cace fràceche 
   Traduzione letterale: "formaggio fradicio"
Regione: Abruzzo
Luogo di produzione: Teramo, L'Aquila
Nota:
A Scanno (L'Aquila) è detto pecorino di marcetto.

Nome del prodotto: cacio punto
Nome originale: cacie punt
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Molise
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. In genere è prodotto con latte di pecora.

Nome del prodotto: fermagge pengiute
Sinonimo: frmag punt 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia
Luogo di produzione: Bari
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. Può essere prodotto con latte ovino o con una mistura di latte ovino e di latte vaccino.

Nome del prodotto: casu punt
Variante ortografica: casu puntu 
   Traduzione letterale: "formaggio punto"
Regione: Puglia  
Luogo di produzione: Salento
Nota:
Questa denominazione fa riferimento alle mosche che depongono le uova in fori nella crosta, prodotti per favorire l'infestazione. 

Nome del prodotto: cas cu i vierm 
   Traduzione letterale: "formaggio coi vermi"
Regione: Basilicata 
Luogo di produzione: Entroterra potentino

Nome del prodotto: casu du quagghiu
Sinonimo: furmaggiu du quagghiu
   Traduzione letterale: "formaggio del caglio"  
Regione: Calabria 
Nota: 
È prodotto con latte ovino intero crudo (70%), latte caprino (30%), con l'aggiunta di una gran quantità di caglio, da cui trae il nome.

Il formaggio coi vermi è prodotto anche nei Paesi Baschi, dove è chiamato gazta-ustela, ossia "formaggio marcio" (da gazta "formaggio" + ustel "marcio" + -a, articolo determinativo). 
Esistono anche formaggi con gli acari, che contengono gli escrementi di questi simpatici animaletti. In Germania si trova il Milbenkäse (da Milbe "acaro" + Käse "formaggio"), tipico della Sassonia-Anhalt, mentre nella regione di Lilla, in Francia, c'è la mimolette. Il primo prodotto caseario si fa con Tyroglyphus casei, mentre il secondo si fa con una specie simile, Tyroglyphus siro

Sono sicuro che la lista da me fornita non sia esaustiva: ho appreso che prodotti caseari infestati da larve esistono persino in Egitto! Indagando più a fondo e avendone il tempo, si troveranno di certo altre meraviglie gastronomiche.


Problemi sanitari

Le larve della mosca del formaggio (Piophila casei), saltando fino a una distanza di circa 15 centimetri, possono finire negli occhi, più raramente nel naso. Almeno in teoria, sono in gradi di dare origine a parassitosi (miasi) in queste parti del corpo. Ai tempi dei Nuragici a queste cose forse non ci si badava troppo. Si legge spesso che in Sardegna esiste il costume di indossare gli occhiali quando si mangia il casu marzu, ma questa informazione desta in genere lo scherno o la furia degli isolani. Si dice anche che molti fanno uscire le larve dal formaggio mettendolo in un sacchetto di plastica e causandone così il soffocamento. Non so se sia vero, non ho avuto occasione di trovare riscontri. Certo è invece che l'ingestione di larve vive può causare miasi intestinale con conseguente perforazione e peritonite (un esito in genere fatale), anche se sembra che sia un evento abbastanza raro. Più frequenti sono i fastidi provocati dagli uncini dell'apparato buccale dei parassiti, che si conficcano nella mucosa gastrica, facendo insorgere nausea, vomito e sanguinamenti. Il sistema adottato dai pastori sardi per neutralizzare ogni minaccia consiste nell'ingurgitare quantità di robuste bevande alcoliche, come il vino Cannonau e il distillato Filu 'e ferru. L'alcol asfissia gli intrusi, prevenendo la miasi. Non può nulla contro altri patogeni trasmissibili, ma va detto che quei pastori, estremamente longevi, hanno una tempra d'acciaio, ignota alle genti continentali. 
Mi sono imbattuto tempo fa in un tale che aveva avuto una sgradevole esperienza con un formaggio verminoso prodotto in Italia centrale. Così aveva il dente avvelenato: diceva che i marcetti, oltre a puzzare maledettamente, provocano conati di vomito e disturbi gastrointestinali. 
Le larve del moscone azzurro (Calliphora vomitoria) non saltano, ma resta la loro capacità di trasmettere un gran numero di infezioni e di dare origine a miasi intestinale. Essendo ben più grosse e aggressive di quelle della Piophila, la probabilità di causare lesioni gastriche e intestinali è maggiore. Mi accadde anni fa di mangiare della carne cucinata che sembrava buona, quando mi accorsi che brulicava di giovani cagnotti, nati da poco. A deporre la covata era stato certamente un moscone azzurro. Non mi persi d'animo: mangiai alcuni semi di albicocca e bevvi un quarto di litro di brandy. Le larve asfissiarono e non ebbi conseguenza alcuna. Com'è ovvio, non incoraggio nessuno a imitare la mia esperienza. 
Formaggio coi vermi, sì o no? Diciamo che leccare l'ano a un gran numero di amanti occasionali è meno rischioso per la salute.

Testimonianze nel Web
 
In un forum online mi sono imbattuto in un testo, di cui avevo copiato in un file txt alcuni estratti significativi, in vista di una futura pubblicazione. Purtroppo il sito non è più raggiungibile. Provvedo quindi a riportare il materiale a mia disposizione in questa sede, come estrema forma di salvataggio di importanti informazioni antropologiche. I grassetti sono miei, come l'indicazione dei refusi con (sic).  

"Anche nelle valli trentine i “brigoi del formai” erano (sono?) da alcuni considerati una prelibatezza da inseguire con la polenta. I racconti di mia madre (classe 1926) erano pieni di aneddoti di “brigoloti” saltellanti. Gli acari sono invece chiamati “carpisi” (el formai coi carpisi) quello mi è cpitato (sic)  di assaggiarlo, non in quanto prlibatezza (sic) ma solo perchè il formaggio poverino così era (guai rifiutare quello che ti mettevano nel piatto). Altri ne erano entusiasti per la piccantezza che il formaggio in quella poco invidiabile situazione acquisisce." 

E ancora:

"In Schwaben (Svevia) esisteva l’abitudine di appendere i residui delle carcasse degli animali domestici macellati all’aperto in modo che le mosche carnarie vi deponessero le uova. Quando le larve erano abbastanza cresciute la carcassa veniva battuta con un bastoncino tenendo sotto di questa una pentola nella quale raccogliere le larve cadute."

Un utente scettico, un certo Massimiliano, che confondeva in modo delittuoso la Svevia con la Svezia, ha scritto quanto segue: 

"La mosca è uno dei più importanti vettori del Clostridium botulinum. Le larve, come tutti gli invertebrati, sono tolleranti alla tossina botulinica, ma i vertebrati no. Mangiare un quantitativo significativo di larve di mosca prelevate da un cadavere è letale (sembra che un chilo di tossina botulinica possa mandare al Creatore 7 miliardi di persone…). Nella zootecnia non industriale, l’abitudine di dare, come integrazione alimentare, dei bigattini alle galline è sempre accompagnata dal consiglio che siano quantitativi molto limitati e mai dati con continuità… Quindi, credere che qualche essere umano possa raccogliere bigattini per nutrirsene è un raccontino da bar…"

Forse questo Massimiliano non comprendeva una cosa molto semplice: il fatto che le larve delle mosche (incluse quelle di Piophila casei) siano vettori del Clostridium botulini non significa che siano interamente composte di tossina botulinica e che possano sterminare gli esseri umani a miliardi! Per mettere insieme una quantità di contaminante sufficiente ad uccidere un umano adulto bisognerebbe mangiare una quantità significativa di larve, cosa che sfido chiunque a fare.  In genere i formaggi infestati non favoriscono la crescita del Clostridium botulini, che è un anaerobio obbligato. Intanto i ghiottoni di casu marzu che ingurgitano la covata della Piophila casei dimostrano che ho ragione: per quanto discutibile, la cosa è possibile
Per quanto riguarda la Svevia, regione storica della Germania, le larve menzionate nel forum sono quelle della Sarcophaga carnaria, che infestano i resti di macellazione. Evidentemente venivano cotte, cosa che permetteva di neutralizzare i patogeni. Doveva essere un cibo di emergenza, da utilizzarsi in tempi di carestia. Non dobbiamo dimenticarci che la Svevia è stata teatro di spaventosi conflitti e di episodi di fame estrema nel corso della Guerra dei Trent'anni (1618 - 1648): la gente fu costretta a mangiare cose che non sono considerate commestibili. Questo ha dato origine a racconti tramandati di generazione in generazione.

Etimologia di brìgoi, brigoloti 

Ho subito cercato riscontri è ho trovato su Facebook informazioni interessanti. Le larve e i bambini in Veneto sono chiamati allo stesso modo. Questa è la glossa che ho trovato: "brigoloti, perché no' i sta mai fermi!!!" Evidentemente i brìgoi trentini sono una variante di questi benedetti brigoloti.

Queste sono alcune voci diffuse in Trentino, formate a partire dalla stessa radice e riportate nel Dizionario Cembrano di Aldo Aneggi:

brigolament (sostantivo maschile) = formicolio, tremolio;
      irrequietezza.
brigolar (verbo) = brulicare, muoversi continuamente;
      se brigola "si tira innanzi", "si vive".
brigolin (aggettivo) = irrequieto.
brigolin (sostantivo maschile) = irrequietezza.
brigoloti (sostantivo maschile plurale) = acari del formaggio,
     larve.

Se ne trovano molte altre nel LEI (Lessico etimologico italiano) di Max Pfister, anche relative a diverse regioni:


La radice del verbo brigolar "brulicare" è la stessa delle parole italiane brio "forza" e briga "molestia, fastidio; preoccupazione; lite, contrasto", brigare "ingegnarsi", "darsi da fare per ottenere qualcosa". In ultima analisi l'origine è celtica, dalla radice *brīg- "forza, vivacità" (la vocale tonica è lunga, /i:/).

Etimologia di carpisi 

Sempre nel LEI, si trovano informazioni estremamente interessanti.

Latino volgare: carius / caria ‘tarlo’; cariēs / caria / carius ‘putrefazione’
Derivati: cariolus ‘tarlo’
Aggiungo senz'altro cariō (accusativo cariōnem) ‘tarlo, rodilegno’
Latino classico: cariēs (genitivo cariēī) "putrefazione" 
Nota etimologica:
La tradizionale etimologia da careō "mancare" (alludendo a denti a cui mancano pezzi) è estremamente stupida e insensata, l'ennesimo tentativo di spiegare Omero con Omero. Il termine latino non era usato come nel linguaggio moderno solo per indicare la carie dei denti.
Origine della radice: elemento del sostrato, con ogni probabilità tirrenico  

Gli esiti romanzi sono innumerevoli. Riportiamo soltanto qualche dato significativo estratto dal LEI:

Milanese antico: cairo "tarlo del legno"
Piemontese (Gattinara): carí "processionaria"
(glossato come "tipo di bruco che invade i boschi a colonie e distrugge il fogliame")
Istriota: kyéro "carie"
Napoletano (XVII sec.): càiro "malattia delle parti ossee"
Napoletano (XVIII sec.): cario "malattia delle parti ossee"
Ligure centrale (Carpasio): càira "tarlo del legno"
Veneto (Bellunese): chéra "grillotalpa" 

Pfister è dell'idea che questa radice abbia subìto un'incrocio "alla Devoto" con il verbo carpere "prendere", dando origine a un paio di esiti peculiari: 

Ladino (Predazzo, TN): kárpẹ ‘tarme’ (femm. pl.),
Veneto (Tonezza del Cimone, VI): kárp ‘tarme’ (femm. pl.)

Questi dati sono presi dal sito dell'AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale), tavola n. 482 (non 462 come riportato per refuso nel LEI). Ecco il link, che porta alla schermata navigabile: 


Va detto che le due occorrenze riportate di kárpẹ sono circondate da moltissimi casi in cui si hanno forme come tárpẹ e persino pármẹ. Si potrebbe trattare di complessi mutamenti con dissimilazione: 

tármẹ > pármẹ 
tármẹ > tárpẹ > kárpẹ 

La presenza del càrpisi "acari" reso noto da un forum, non riportato nel LEI e neppure nell'AIS, rafforza l'idea di una forma originale, derivata dalla radice di caria e varianti, con l'aggiunta di un suffisso labiale. Al cosiddetto "incrocio" con il verbo carpere non credo nemmeno un po'. Questo fa capire quanto lacunosi e incompleti siano gli studi dei romanisti. 

Ricostruzione del sostrato dai dati latini e romanzi

Forma etrusca ricostruibile: *karia, *karie, *kariu(n)
Significato: "vermi", "putrefazione" 
Semantica: La putrefazione era connessa con i cagnotti, e con ogni probabilità era creduta derivata dalla loro azione
Proto-tirrenico: *kanri- 

Un possibile lontano parente 

Basco: har "verme"
Protobasco: *(h)anaR "verme"
Pre-protobasco: *kanaR "verme" 

domenica 12 maggio 2024

SCIRI E BASTARNI: ALCUNE NOTE ETIMOLOGICHE

Due popoli indoeuropei enigmatici abitavano nella regione dei Carpazi a partire dal III secolo a.C., giunti da Settentrione, con ogni probabilità dall'area oggi chiamata Polonia: gli Sciri e i Bastarni. I primi sono tradizionalmente sono considerati Germani, o comunque di lingua germanica. Per quanto riguarda i secondi, molti li considerano Germani, anche se regna una certa confusione e sono stati avanzati diversi dubbi. Dato che si tratterebbe di due delle più antiche attestazioni di popoli di lingua germanica nella Storia, la questione deve quindi essere discussa con particolare attenzione. Va detto che già nell'antichità circolavano opinioni estremamente confuse. 

1) Gli Sciri 

Forma latina: Scīriī /'ski:rii:/, Scīrī /'ski:ri:/
     (genitivo Scīriōrum, Scīrōrum)
Forma greca: ΣκίριοιΣκίροι

Gli Sciri furono un popolo germanico il cui etnonimo è trasparente, ben comprensibile a partire dalla lingua di Wulfila: skeirs /ski:rs/ significa "chiaro", anche nel senso di "puro" (il dittongo grafico -ei- trascrive una -i- lunga). Un testo teologico in gotico è conosciuto come Skeireins /'ski:ri:ns/, ossia "Spiegazioni" - alla lettera "Chiarimenti". La parola skeirs aveva già un ampio campo semantico, analogamente a quanto avviene in italiano con chiaro (da cui si formano molti derivati come chiarire, chiarezza, etc.). 
Così è ragionevole supporre che il nome degli Sciri, appartenente al germanico orientale, significhi proprio "Chiari", "Splendenti", "Puri" e anche "Puri di sangue", "Puri di stirpe". 

Forma gotica ricostruita: *Skeirjos /'ski:rjo:s/ 
Tema della declinazione: -ja- 

Non ci sono particolari problemi ad ammettere un dileguo della -j- di *Skeirjos, senza dubbio favorito dalla vocale anteriore della sillaba precedente. 

Forma gotica ricostruita: *Skeiros /'ski:ro:s/ 
Tema della declinazione: -a-

L'etimologia è diretta, si tratta di una sostantivazione dell'aggettivo skeirs "chiaro", che ha una vocale tematica -i- / -ja-:

Forma protogermanica ricostruibile: *skīriz 
Forme gotiche attestate: skeirs

Declinazione forte: 
nominativo maschile: skeirs
nominativo femminile: skeirs
nominativo neutro: skeir, skeirjata 

Declinazione debole: 
nominativo maschile: skeirja 
nominativo femminile: skeirjo 
nominativo neutro: skeirjo 

Etimologie alternative: 

1) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal protogermanico *skīrō "divisione amministrativa" (da cui l'inglese shire "contea"). Il problema è che non è una ricostruzione sicura: potrebbe essere *skīzō con la sibilante sonora /z/ rotacizzata in seguito. L'etnonimo degli Sciri, antichissimo (dal II secolo a.C.), non può essere il prodotto di un rotacismo, essendo questo mutamento fonetico avvenuto in epoca molto posteriore (nelle lingue germaniche occidentali).
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia di sceriffo


2) È stata proposta la derivazione del nome degli Sciri dal medio persiano shīr "latte" o dal suo omofono shīr "leone". La prima ipotesi incontra difficoltà semantiche insormontabili; la seconda sarebbe semanticamente accettabile. Tuttavia  occorre scartare entrambe le comparazioni: sono inammissibili già per motivi fonologici (non rendono conto del gruppo consonantico /sk-/). 

Gli antroponimi noti associabili agli Sciri sono tardi e appartengono chiaramente alla lingua gotica: Edeko, Edica (padre di Odoacre), Onulphus, Onulf (fratello di Odoacre). 
Esistono alcuni toponimi della Baviera che derivano dal nome degli Sciri: 
Scheyern (attestato come Scira nel 1080)
Scheuer (attestato come Sciri nel 975 circa)
Scheuern in Neubeuern (attestato come Skira nell'XI secolo)
Scheuring (attestato come Sciringen nel 1150) 
La fonologia presenta irregolarità che meriterebbero di essere investigate. Sembra quasi che rifletta sviluppi di una lingua diversa dall'antico bavarese. 

Conclusioni: 
Le implicazioni dell'etimologia gotica, che resta la migliore, sono potenti. 

2) I Bastarni

Forma latina: Basternae
     (genitivo Basternārum)
Forma greca: ΒαστάρναιΒαστέρναι 

I Bastarni furono un popolo indoeuropeo di incerta origine: in genere sono considerati Germani, ma non manca chi li attribuisce ai Celti o addirittura ai Sarmati (Iranici). Particolarmente diffusa è l'idea che in origine fossero Germani, ma mescolati ad elementi di altra stirpe, come i Celti e i Sarmati. Non c'è finora alcun sostanziale accordo nel mondo accademico sulla reale appartenenza etnica di queste genti: si riflette la molteplicità delle opinioni presenti negli autori classici. Ecco un quadro sintetico: 

1) Livio, Plutarco: i Bastarni sono Galli, Galati, ossia Celti  
2) Strabone, Plinio il Vecchio: i Bastarni sono Germani 
3) Tacito: i Bastarni sono Germani, ma con sangue e influenza dei Sarmati
(l'autore aggiunge che sono pigri e sporchi) 
4) Dione Cassio, Zosimo: i Bastarni sono Sciti 
5) Appiano: i Bastarni sono Traci 
Nota: 
Strabone, che considera i Bastarni Germani, in un'altra occasione li elenca tra i Roxolani, considerati Sciti. Si contraddice. Zosimo considera Sciti persino i Goti, la cui lingua è eminentemente germanica.

Da questi elementi piuttosto scarsi ed erratici deriva una singolare suggestione. Se i Bastarni sono stati una mescolanza di genti, viene naturale pensare che fossero... i BastardiLa tentazione è quella di contrapporre agli Sciri, che sono i "Puri", i Bastarni, interpretando il nome di questi ultimi come "Mescolati", "Impuri" e "Bastardi", come anche suggerito dalla notevole assonanza. Ecco, se ciò fosse vero, si sarebbe trovata la vera etimologia della parola "bastardo". In realtà le cose non sono così facili. 
i) Cominciamo dalla semantica: nessun popolo si darebbe un nome intrinsecamente spregiativo. Certo, in teoria potrebbe essere un esoetnico, attribuito da avversari, ma è comunque difficile credere che dell'endoetnico non sia rimasta traccia alcuna. A quanto pare, i Bastarni erano invece fierissimi del loro nome e si consideravano le più potenti tra le genti. Argomenti simili sono stati enunciati dallo storico britannico Roger Batty (2008).
ii) La formazione dello spiacevole epiteto "bastardo" è avvenuta in epoca medievale, in condizioni complesse, e presenta caratteristiche non ravvisabili nell'etnonimo dei Bastarni.  
Per ulteriori dettagli rimando al mio articolo sull'etimologia della parola bastardo


In realtà esiste un'etimologia ben più plausibile per il nome dei Bastarni, che permette di superare tutte le criticità, evitando problemi semantici e anacronismi. 
La derivazione proposta è dal verbo protogermanico *bastijanan "unire", "mettere insieme", da cui discende in ultima analisi l'italiano bastire, imbastire. Un'unione di popoli esprime comunque un concetto di varietà, ma senza alcuna accezione negativa. 

Protoforma gotica ricostruita: *Bastarnos
         /'bastarno:s/
   Variante: *Bastairnos /'bastεrno:s/ 

Protogermanico: *Bastarnōz / *Basternōz 
Significato: Gli Uniti

Wiktionary si limita a ricostruire il verbo a livello di germanico occidentale, anche se a mio avviso è possibile pensare che fosse già presente nella protolingua germanica comune. 

Antico alto tedesco: besten (< *bastjan)
Tedesco moderno: basteln, besteln 
Medio basso tedesco: besten 
Latino volgare: *bastīre (prestito germanico)

Il verbo sarebbe derivato a sua volta dal protogermanico *bastaz "fibra" (inglese bast "rafia", "fibra tenace e grossolana", tedesco Bast idem), nel senso originario di "unire più fibre", "cucire insieme".  


Un tipo di carro: la basterna. Non sembra derivato da *bastum "sostegno", più plausibilmente è stato preso proprio dall'inclito nome dei Bastarni. 

Etimologia alternative: 

1) Lo studioso russo Oleg Trubačev (Indoiranica, 1999) ha proposto una derivazione dall'avestico bast- "legare"; "schiavo" (cfr. ossetico bættən "legare", bast "legato") e *arna- "prole", considerandolo analogo nella formazione all'epiteto δουλόσποροι "gli schiavi Sporoi" menzionato da Nonno e Cosma, dove gli Sporoi sono il popolo che Procopio menziona come gli antenati degli Slavi. Echeggiano note di linguistica nazionalista. Anche se è interessante la somigianza della radice iranica bast- con il verbo protogermanico *bastijanan, rimane difficile pensare che l'elemento -arn- / -ern- sia qualcosa di più di in mero suffisso.
2) Secondo lo studioso lituano Rimantas Matulis, il nome dei Bastarni sarebbe spiegabile ricorrendo alla locuzione lituana basi tarnai "servi scalzi". Questa interpretazione viene talvolta utilizzata per sostenere la presenza o l'influenza baltica nella regione del Danubio durante l'antichità. Ha tutta l'aria di essere un'etimologia popolare.

Divisioni e antroponimi dei Bastarni

I Bastarni si dividevano in Atmoni, Sidones e Peucini (o Peuci).
Da questi etnonimo possiamo fare interessanti deduzioni. 

1) Atmoni "Gente dello Spirito"
Cfr. protogermanico *ǣþmaz "spirito, respiro"
Nota:
L'esito della vocale tonica è simile a quello del germanico occidentale e settentrionale, diverge da quello del germanico orientale.
2) Sidones "Gente della Tradizione" 
Varianti: Sidoni, Sidini 
Cfr. protogermanico *siðuz "costume, tradizione"
Nota: 
Sono applicate le leggi di Grimm e di Verner.
3) Peucini "Gente del Pino"
Varianti: Peuci 
Cfr. protogermanico *fiuχtijōn "abete"
Nota: 
Manca l'elemento dentale -t-. Manca l'applicazione della legge di Grimm. Essendo il nome derivato da quello dell'isola di Peuce (greco Πεύκη), potrebbe semplicemente essere un prestito. 

Sappiamo che il nome di alcuni capi. Uno di questi, Deldo, è di etimologia incerta e significato al momento indeterminabile. Un altro, Teutagonus "Figlio della Tribù", di chiarissima tradizione indoeuropea, che mostra una formazione più celtica che germanica. Un altro ancora, Cotto, ha un nome tipicamente celtico che significa "L'Anziano".

Conclusioni 

Sussistono varie possibilità. La lingua dei Bastarni potrebbe essere un sottogruppo ignoto delle lingue germaniche. Tuttavia si potrebbe anche trattare di una sottofamiglia indoeuropea indipendente, oggi perduta ("i Bastarni sono Bastarni"). Si dà la possibilità che nel corso del tempo i Bastarni siano passati dalla loro lingua originaria a una lingua germanica. Per chiarire definitivamente la questione servirebbero ulteriori dati, che molto difficilmente saranno reperiti.