mercoledì 10 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE COLLOQUIALE 'PISCIARE IL CANE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante tipico della lingua colloquiale. 

PISCIARE IL CANE
1) far pisciare il cane
2) portare fuori il cane a pisciare

La frase "pisciare il cane" è un classico esempio di transitivizzazione di un verbo intransitivo, come formule analoghe del tipo "scendere il cane" o "uscire il cane" - dove  il verbo "scendere" è usato col significato di "far scendere" e il verbo "uscire" è usato col significato di "far uscire"

Anche se le autorità normative della lingua italiana standard considerano la frase un errore, dal punto di vista della linguistica storica e della sintassi, la sua formazione e la sua diffusione popolare rispondono a dinamiche precise. 

1) Il meccanismo sintattico: l'oggetto interno e la causatività

In italiano standard, il verbo pisciare è intransitivo, così come scendere e uscire. Tuttavia nel linguaggio colloquiale questi verbi assumono sempre più spesso un valore causativo.
Dire "pisciare il cane" non significa infliggere l'azione al cane, ma "fare in modo che il cane pisci" (ovvero "portare fuori il cane affinché espleti le sue funzioni fisiologiche"). Il cane non è l'oggetto diretto che subisce l'azione in modo passivo, ma è l'agente logico dell'azione stessa, stimolata da chi lo accompagna. 

2) Il substrato dialettale

Questo costrutto è profondamente radicato nella sintassi dei dialetti meridionali, dove l'uso transitivo di verbi di movimento o di stato è la norma. Strutture come "scendi il cane che lo pisci", molto diffuse in Campania, in Sicilia e in Calabria, derivano direttamente dalla sovrapposizione della struttura della lingua locale sull'italiano regionale. Si tratta quindi di un meridionalismo linguistico.
Nel parlato colloquiale, la distinzione rigida tra transitivo e intransitivo per determinati verbi legati alla quotidianità è molto più fluida rispetto all'italiano codificato dalle grammatiche ottocentesche e dal collo di bottiglia manzoniano

3) Economia linguistica e risemantizzazione

La frase ha avuto un immenso successo, uscendo dai confini regionali del Meridione per diventare un'espressione gergale diffusa quasi ovunque, soprattutto nel parlato informale. Queste sono le possibili ragioni:
i) Economia di linguaggio: "piscio il cane" è decisamente più corto, immediato e sintetico di "porto il cane a fare i bisogni" o "faccio fare la pipì al cane".
ii) Spostamento di fuoco: L'azione non è più il semplice camminare ("porto a spasso il cane"), ma viene focalizzata interamente sulla finalità pratica dell'uscita, ossia la minzione, spesso torrenziale.

4) Lo sdoganamento ironico

Oggi la frase vive una doppia vita. Se decenni fa sarebbe stata etichettata come un'aberrazione o un meridionalismo da estirpare, negli ultimi anni è penetrata nel registro colloquiale e giovanile di tutta Italia attraverso l'uso ironico e consapevole. Molti parlanti settentrionali anche colti ormai la utilizzano deliberatamente, proprio per la sua carica espressiva e la sua immediatezza nazpop. Il fenomeno, di sospetta derivazione causale per contatto linguistico, si è stabilizzato nell'uso quotidiano grazie al principio del minimo sforzo comunicativo.

Eppure, ogni volta che sento questo sintagma, immagino il senso letterale. Nella mia mente si materializza un punkabbestia che innaffia un grosso cagnone con un impetuoso getto di orina calda e fumante. L'effetto dello scontro con il senso letterale è irresistibile, ed è proprio il motivo per cui l'immagine che si crea nella mente è così grottesca. Se prendiamo la sintassi dell'italiano standard, in cui un verbo è rigidamente transitivo e il suo oggetto subisce l'azione, la traduzione visiva diventa immediatamente surreale e addirittura sadica: non si accompagna l'animale, letteralmente lo si idrata a spruzzo. Diventa un'azione unilaterale degna di un quadro di Bosch o di una comicità slapstick abbastanza estrema. Questo cortocircuito accade perché la nostra mente, davanti a una struttura transitiva classica (soggetto + verbo + oggetto diretto), applica lo schema standard: “Io lavo la macchina”? La macchina riceve l'acqua. Di conseguenza: “Io piscio il cane”? Il cane riceve il liquido. La lingua gioca spesso questi scherzi quando la struttura formale e l'intenzione logica non vanno d'accordo. 

Possibili origini

La diffusione della frase è iniziata con ogni probabilità da un innesco di origine guittesca. Ha l'aria di essere una creazione di qualcuno dei deprecabili comicastri foraggiati da Berlusconi. Roba da Zelig e simile immondizia. Ovviamente è solo un mio sospetto, dato che non sono riuscito in ogni caso a tracciare il percorso preciso. 

Una scheggia erratica
dai banchi di memoria stagnante

Ho sentito per la prima volta pronunciare la frase "pisciare il cane" dal Kremo a Torriglia, nel 2017. Il Kremo non aveva un cane, penso che si riferisse a quello di Sandro B.; ricordo ancora la mia sorpresa nell'udire quelle parole, che mi parvero incongrue, quasi irreali. Xenja dava quel modo di dire per scontato. Non rammento la reazione di Domenico M.; subito dopo ci siamo messi a mangiare dolciumi. 

Prove della natura polirematica
della frase

Il sintagma "pisciare il cane" è rigido. Non si comporta più come una normale combinazione di parole sintatticamente libera, ma ha assunto lo statuto di una locuzione bloccata, ossia un blocco unico e indissociabile che i linguisti chiamano, appunto, espressione polirematica o fraseologismo.
Analizziamo la questione in dettaglio:
 
1) Impossibilità di sostituzione sinonimica:
Non si può sostituire il verbo con un sinonimo. Se la frase rispondesse a una pura regola grammaticale produttiva, potremmo variare i singoli elementi mantenendo intatta la struttura. 
Non si può dire "orinare il cane". Suonerebbe ridicolo, quasi clinico, perderebbe all'istante tutta la sua forza comunicativa. 

2) Impossibilità di passivizzazione (blocco sintattico): 
Non si può usare il verbo al passivo.
Non si può dire "il cane è stato pisciato". A maggior ragione, non si può dire  "il cane è stato pisciato da Giovanni".
Il sistema rigetta la frase. Questo accade perché, come già rimarcato, il cane non è il vero paziente dell'azione (l'oggetto che subisce), ma è l'agente logico camuffato da oggetto. Il passivo svelerebbe l'assurdità del costrutto, riportando a galla con violenza intollerabile quel senso letterale di cui parlavamo prima, ossia il cane inzuppato di liquido giallognolo e puzzolente. La sintassi congela la frase alla sola forma attiva per preservare l'unico briciolo di senso logico-causativo rimasto.

3) Restrizione morfologica: 
Il blocco è così rigido che spesso si fatica a coniugare il verbo persino nei tempi verbali più complessi. Funziona benissimo al presente ("piscio il cane"), al passato prossimo ("ho pisciato il cane") o all'infinito ("vado a pisciare il cane"), ma proviamo a usarlo al passato remoto: otterremmo un esilarante "pisciai il cane". Va ancora peggio con le strutture ipotetiche distanti: "se io avessi pisciato il cane...". Suona già forzato, quasi estraneo al meridionalismo originario, perché queste formule richiedono un'agilità sintattica che una struttura "morta" e cristallizzata come questa non possiede. Peggio ancora, non si usa al plurale. Non ho mai sentito dire "pisciamo il cane", "pisciate il cane", "pisciano il cane". Nemmeno il futuro semplice è una possibilità concreta, dato che il linguaggio colloquiale lo sostituisce in modo quasi sistematico con il presente. Suonano stonate frasi come "piscerò il cane" e via discorrendo.  

4) Mancanza di capacità produttiva del concetto:
Non si è mai formata una frase analoga "cagare il cane" per dire "portare il cane a defecare". Eppure sarebbe entrato in gioco un meccanismo perfettamente logico. Perché? Dal punto di vista della pura logica astratta e della sintassi causativa, la formazione sarebbe ineccepibile: il meccanismo di base è identico, la necessità fisiologica dell'animale è la stessa, eppure la lingua ha eretto un muro invalicabile. 
- Sovrapposizione semantica:
Uno dei motivi per cui "cagare il cane" non ha potuto avere un significato parallelo a quello di "pisciare il cane" è che il verbo cagare usato in modo transitivo nell'italiano colloquiale ha già un significato figurato potentissimo, diffuso e radicato da generazioni: "considerare", "degnare di attenzione", "calcolare qualcuno" (quasi sempre usato al negativo: "non mi caga nessuno"). Se qualcuno dicesse "oggi non ho ancora cagato il cane", il cervello di qualsiasi parlante italiano non visualizzerebbe l'azione causativa di accompagnare l'animale all'albero, ma capirebbe immediatamente: "oggi ho ignorato il mio cane, non gli ho dato retta". La lingua tende a evitare collisioni semantiche che creano un'ambiguità troppo grottesca. Dire "vado a pisciare il cane" è libero da questo vincolo perché "pisciare qualcuno" non ha un significato figurato standard equivalente a "considerare"
- Tabù scatologico: 
Anche se entrambi i verbi "pisciare" e "cagare" appartengano al registro basso, esiste una gerarchia della volgarità e del tabù sociale che separa nettamente la minzione dalla defecazione. Mentre "pisciare" ha subito un parziale sdoganamento ironico nel parlato informale, "cagare" mantiene intatta una carica scatologica grezza, pesante e d'impatto. L'effetto visivo del cortocircuito innescato dal verbo transitivo è radicalmente diverso nei due casi: "pisciare il cane" evoca un'azione fluida, quasi un lavaggio (da qui l'immagine assurda dello spruzzo), mentre "cagare il cane" evoca un atto di espulsione corporea. Nel senso letterale transitivo, l'oggetto diretto è ciò che viene evacuato. Di conseguenza, "cagare il cane" non significherebbe permettergli di liberare l'intestino, ma significherebbe letteralmente "partorirlo analmente"! Questa immagine è talmente violenta, mostruosa e semanticamente satura da bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di transizione causativa. La mente rifiuta il costrutto perché l'interpretazione letterale è troppo ingombrante e ripugnante per poter essere superata dalla logica del "fare in modo che il cane adempia ai suoi bisogni".

Un esito paradossale

Siamo davanti a un paradosso grottesco: un'espressione nata dalla massima fluidità, come sgrammaticatura popolare e improvvisazione dei comici, una volta entrata nel repertorio del parlato è diventata più rigida e intoccabile della lingua standard. L'errore, per sopravvivere e farsi comprendere senza scatenare il caos mentale, ha dovuto darsi le sue regole ferree. Diventando una polirematica, ha firmato un patto di non-aggressione con la sintassi: "Resto così come sono, immobile, e nessuno si farà male con il senso letterale".

domenica 7 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'ESSERE FUORI DISCUSSIONE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

ESSERE FUORI DISCUSSIONE
1) essere garantito e sacrosanto
(quindi non è una cosa che può essere sottoposta a discussione, messa in dubbio e/o revocata)
2) essere assolutamente impossibile 
(quindi è una cosa di cui non si può discutere, di cui non si può in nessun modo parlare, ossia una cosa irrealizzabile, quasi un tabù) 

Esempi:
i) "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
(sono garantiti e sacrosanti)
ii) "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione."  
(sono tabù e non se ne deve parlare)
iii) "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione." 
(è tabù e non se ne deve parlare) 

È anche possibile che la frase compaia senza soggetto esplicito, col significato di "non se ne parla neppure"

Esempio: 
"Quegli amici non li frequenti. È fuori discussione!" 

Perché sussiste ambiguità? 
Il significato esatto della locuzione italiana "essere fuori discussione" è "essere certo", "essere indubbio", "essere assodato", "essere inoppugnabile", e per estensione, "non necessitare di alcuna argomentazione o dibattito" (perché la cosa è già decisa o ovvia). 
La locuzione può essere intesa in due modi principali, che sono strettamente correlati:
- Certezza e inoppugnabilità: qualcosa è vero, stabilito, o inevitabile. 
    Esempi:
    "Che la Terra sia un pianeta è fuori discussione." 
    (è un fatto assodato).
    "Il suo talento è fuori discussione."
    (è indubbio, indiscutibile).
- Esclusione dal dibattito o dalla possibilità: un argomento o un'opzione non è soggetto a dibattito, negoziazione, o messa in discussione, spesso perché è già stato deciso o è ritenuto inaccettabile, impossibile.
    Esempio (di una decisione):
    "La data della riunione è già stata fissata, 
    riprogrammarla è fuori discussione."

   (non è un'opzione, non se ne parla).
   Esempio (di una possibilità):
   "Rinunciare al progetto è fuori discussione."
   (non accadrà, non lo considereremo).

Gli esempi che ho riportato sui lavoratori, sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono frasi da me realmente udite con le mie orecchie: quella sui lavoratori è stata pronunciata da un comunista, quelle sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile sono state pronunciate da un cattolico tradizionalista. Mentre il significato neutro di "fuori discussione" rimane in entrambi i casi quello di "non soggetto a dibattito", il motivo per cui il dibattito è negato cambia radicalmente tra i due oratori.

i) Un comunista dice: "I diritti dei lavoratori sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di affermare un fatto ideologico e storico.
- Il significato in questo contesto è chiaro: i diritti dei lavoratori sono considerati una verità assodata, una base etica e legale che non può essere negata o rimessa in discussione. Non si tratta di un tabù, ma di un principio fondamentale, un po' come dire che "il sole sorge a est è fuori discussione".
- Corrisponde al senso di certezza e inoppugnabilità.

ii) Un cattolico tradizionalista dice: "I diritti degli omosessuali sono fuori discussione." 
- L'intenzione è quella di stabilire un limite invalicabile al dibattito pubblico.
- L'uso della locuzione da parte del cattolico tradizionalista, che nega in toto i diritti degli omosessuali, si carica di un significato ideologico molto preciso: "tabù", "anatema" e "dogma non negoziabile". Non c'è alcuna base teologica, etica o legale per riconoscere tali diritti; di conseguenza, l'argomento non è nemmeno degno di essere dibattuto o considerato. 
- Corrisponde al senso di limite non discutibile perché è vietato. 

iii) Un cattolico tradizionalista dice: "Il sacerdozio femminile nella Chiesa Cattolica è fuori discussione."
Vale punto per punto tutto ciò che è già stato detto a proposito dei diritti degli omosessuali.  

La percezione di ambiguità da me segnalata discende in modo diretto dall'uso politico, religioso e ideologico che trasforma una semplice affermazione di certezza in un'arma retorica di esclusione e veto. Eppure, nonostante tutto, vedo nettissima una sola cosa, che vanifica le capacità comunicative del linguaggio: la contraddizione

Equivalenti in inglese

Anche in inglese si presenta qualcosa di simile. Il concetto di "essere fuori discussione" è espresso in due modi principali: 
1) to be out of question 
2) to be beyond dispute 
Varianti: 
to be out of the question
to be beyond question 
Sinonimi:
to be unquestionable,
to be undeniable,
there is no way
it's not an option

Si manifesta chiaramente la stessa identica ambiguità già vista in italiano. Le frasi sono infatte formati in modo estremamente simile. Ecco un paio di esempi: 

"Her dedication to the project is beyond dispute; she worked day and night to finish." 
Traduzione: 
"La sua dedizione al progetto è fuori discussione; ha lavorato giorno e notte per finirlo." 
Significato:
"È una dedizione certa, assoluta, indubitabile."

"Lending money to my irresponsible cousin is completely out of the question." 
Traduzione: 
"Prestare soldi al mio cugino irresponsabile è completamente fuori discussione."
Significato: 
"Il prestito è impossibile."

L'uso retorico da parte di politici e religiosi è identico a quello dell'italiano. Ce ne possiamo rendere conto traducendo in inglese le frasi ideologiche da cui è partita la discussione: 

i) "Workers' rights are beyond question". 
ii) "Gay rights are out of the queston".
iii) "Female priesthood in the Catholic Church is out of the question".

venerdì 5 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA FRASE 'PULIRE LA MERDA'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Questo inconveniente può accadere anche con frasi (sintagmi). Riporto un esempio lampante. 

PULIRE LA MERDA
1) pulire qualcosa dalla merda, 
2) rimuovere da qualcosa ciò che la contamina 

Una frase come "ho pulito la merda" cosa significa davvero?
i) Popolarmente significa: "ho pulito dalla merda", ossia "ho preso carta igienica e disinfettante, quindi ho rimosso la merda (dal pavimento, dal bordo della tazza, etc.)". 
ii) Però potrebbe anche significare: "ho reso la merda pulita".
Quest'ultima operazione è impossibile fisicamente, dato che la merda è sporca per sua stessa definizione, ma rimane comunque possibile dal punto di vista concettuale e semantico. In altre parole, si tratta di un grave inganno linguistico.
Dal punto di vista puramente logico e letterale le cose stanno così: la struttura "verbo + complemento oggetto" (come "pulire la mela" o "pulire la tavola") indica un'azione finalizzata a rendere l'oggetto pulito. Nel caso specifico, l'operazione descritta dalla  frase "pulire la merda" è un paradosso perché l'oggetto coincide con lo sporco stesso.

Questa anomalia linguistica si è creata per tre motivi principali:

1) Metonimia (sostituzione dell'oggetto con il contenuto)

La lingua italiana tende a semplificare le frasi eliminando i passaggi intermedi. In questo caso si verifica una metonimia, dove si nomina lo sporco anziché il luogo o l'oggetto che lo contiene.
- Cosa diciamo: "Pulire la merda"
- Cosa intendiamo logicamente: "Pulire dalla merda (il pavimento, la lettiera, la gabbia, etc.)"

2) Sovrapposizione tra "pulire" ed "eliminare"

In molti dialetti e nel registro colloquiale italiano, il verbo "pulire" ha assorbito il significato di "rimuovere", "spazzare via", "eliminare".
Quando si dice "pulisci quel tavolo", si intende dire "rendi pulito il tavolo". 
Quando si dice "pulisci quella macchia", il verbo cambia focus: non si vuole rendere pulita la macchia, si vuole cancellarla. "Pulire la merda" segue esattamente lo stesso meccanismo della macchia.

3) Economia linguistica

La lingua parlata premia la velocità. Dire "andare a rimuovere gli escrementi dal pavimento" richiede troppi fonemi. Dire "pulire la merda" è immediato, evoca subito l'azione e lo scenario, anche a costo di creare un paradosso logico se analizzato al microscopio della sintassi.

La situazione in altre lingue

Il cortocircuito logico "verbo di pulizia + sporcizia" non è un'esclusiva italiana, ma molte lingue lo evitano usando verbi di movimento e rimozione anziché di purificazione.

i) Inglese: il paradosso viene in parte evitato 

In inglese l'espressione metaforica esiste ed è molto comune, ma la struttura verbale corregge la logica:

Sintagmi:
   to clean up the shit
   to clean up the mess
Analisi: 
Ormai anche i sassi in Italia sanno che in inglese shit significa "merda". Meno numerosi sono quelli che conoscono la parola mess "disordine", "casino". L'aggiunta di up crea un phrasal verb, to clean up, trasformando la semantica del verbo semplice. Non significa più "rendere pulito", ma in frasi di questo genere assume il significato preciso di "raccogliere", "ordinare""mettere a posto". La logica in qualche modo è salva: si "raccoglie" la sporcizia per asportarla, in nessun caso la si rende pulita. 

ii) Spagnolo: stesso identico paradosso

Lo spagnolo condivide con l'italiano la stessa identica ambiguità strutturale.

Sintagmi:
   limpiar la mierda 
Analisi: 
Il verbo limpiar "pulire" soffre dello stesso identico difetto dell'italiano. 
Logicamente significherebbe "rendere pulita la merda", ma viene usato correntemente sia in senso letterale ("pulire") che metaforico ("risolvere i guai altrui"). Ricordo un video in cui uno spagnolo sanguigno risolveva i guai della sua compagna, pagandole i debiti. Usava proprio questa frase: "Limpié tu mierda". Poi pretendeva che lei si sdebitasse leccandogli l'ano.

iii) Francese: uso di verbi diversi 

Senso letterale: 
Si usa ramasser la merde, ossia "raccogliere la merda". Qui la logica è perfetta: l'oggetto viene rimosso dal pavimento e non si presenta l'ambiguità semantica.

Senso metaforico: 
Si usa nettoyer la merde, ossia "pulire la merda", oppure essuyer i plâtres, ossia "asciugare gli intonaci". Nel momento in cui i francesi usano il verbo nettoyer "pulire" associato alla sporcizia, accettano lo stesso paradosso logico italiano per pura espressività gergale. 

iv) Tedesco: logica ferrea e precisione

Il tedesco rifiuta categoricamente l'assurdità logica nella lingua standard attraverso l'uso di verbi composti separabili.

Sintagmi:
  Die Scheisse wegmachen
,
  Die Kot wegmachen, 
  Die Scheisse wegräumen
  Die Kot wegräumen 
Analisi: 
Le parole per indicare la merda sono Scheisse (ortografia antica: Scheiße) e Kot "sterco" (alla lettera "fango"). I verbi usati contengono la radice weg "via" (avverbio). Così wegmachen significa alla lettera "fare via", ovvero "rimuovere", mentre wegräumen significa alla lettera "fare spazio via", ovvero "sgomberare".  Il tedesco non dice mai che "pulisce" lo sporco, ma dichiara esplicitamente che lo sposta altrove o lo elimina. I Tedeschi non sono collerici come gli Spagnoli: le pratiche sodomitiche le eseguono come necessità fisiche scontate, non come cose imposte in rapporti di coppia convulsi e conflittuali, o in incontri-scontri.

v) Quechua: il paradosso logico scompare del tutto

In Quechua, la lingua nativa delle Ande tuttora parlata da milioni di persone, la situazione è l'esatto opposto rispetto all'italiano e dello spagnolo. La struttura di questa lingua agglutinante è estremamente concreta e non permette il cortocircuito di "rendere pulito lo sporco", perché i verbi legati alla pulizia incorporano l'azione fisica esatta ("raccogliere", "spazzare", "lavare") o fanno riferimento allo stato finale del luogo (il pavimento, il corpo, etc.), mai all'implausibile purificazione del rifiuto.

L'azione in Quechua si scompone così, preservando la logica:

a) I verbi d'azione specifici (cosa si fa allo sporco)

In Quechua non esiste un verbo generico e astratto come "pulire" che si possa applicare indifferentemente a un pavimento o a un escremento. L'azione si descrive tramite verbi di rimozione fisica:

- akata astay oppure akata wikch'uy:
Significa letteralmente "trasportare la merda" o "gettare via la merda" (da aka "escremento" + -ta, suffisso dell'accusativo + astay "trasportare", wikch'uy "buttare"). 
Nota:
La logica è impeccabile: l'oggetto viene rimosso, non lavato.
- pichay:
è il verbo che significa "spazzare" o "pulire una superficie". Se si usa questo verbo, l'oggetto grammaticale non è mai lo sporco, ma il luogo. Si dirà quindi pampata pichay "spazzare il pavimento".
Il verbo pichay deriva da picha "scopa, ramazza", che in origine indicava un arbusto da cui si ricavavano strumenti di pulizia.

b) Il concetto di "rendere pulito" 

Si può utilizzare il verbo llimphuchay "rendere pulito". Se un parlante Quechua vuole esprimere l'idea astratta di "rendere pulito qualcosa", usa la radice llimphu "pulito", "puro", "lucido", unita al suffisso fattivo -chay, che significa "fare" o "trasformare in".

Così llimphuchay significa letteralmente "trasformare in pulito". Tuttavia, se si provasse a dire *"akata llimphuchay", un nativo andino capirebbe letteralmente "rendere pulita la merda", cioè esattamente il paradosso logico che hai evidenziato. Di conseguenza, nessun parlante Quechua userebbe mai questa combinazione, perché la struttura stessa del suffisso -chay richiede che l'oggetto finale diventi l'aggettivo di partenza.

c) La specificità del corpo e degli oggetti

Il Quechua è così attento alla logica materiale delle azioni che possiede verbi completamente diversi per l'atto di "lavare" a seconda di ciò che si tocca, impedendo ambiguità:

mayllay "lavare le mani o gli utensili";
upakuy (/ uqpakuy) "lavarsi la faccia";
taqsay "lavare i vestiti o i capelli"

Mentre l'italiano preferisce l'economia linguistica (accettando l'assurdità logica di "pulire la macchia", "pulire la merda"), il Quechua applica una precisione materiale: lo sporco si sposta o si butta (astay, wikch'uy), ed è solo lo spazio fisico che lo conteneva a venire purificato (llimphuchay). 
Questi concetti sono molto importanti per le genti incaiche, il cui puritanesimo è estremo.

mercoledì 3 luglio 2024

AMBIGUITÀ LINGUISTICHE: LA PAROLA 'INTOCCABILE'

Nella lingua italiana, come in molte altre, esistono notevoli problemi di fraintendimento a causa dei diversi significati che possono assumere alcune parole o locuzioni cruciali. Riporto un esempio lampante. 

INTOCCABILE 
aggettivo: 
1) che non può essere toccato; 
2) impuro, inferiore; 
3) al di sopra delle leggi, incensurabile, inviolabile. 
sostantivo (numerabile):
1) fuoricasta dell'India, come i Paria e i Dalit; fuoricasta del Giappone, come gli Etafuoricasta di alcune regioni dell'Europa occidentale, come gli Agotes della Spagna e i Cagots della Francia; 
2) escluso, reietto, ultimo della società; 
3) persona potente e al di sopra delle leggi. 

Il significato 3, sia dell'aggettivo che del sostantivo, contraddice in modo profondo tutti gli altri. La condizione di un potente è molto diversa da quella di un clochard, solo per fare un esempio. 
Per me un intoccabile è prima di tutto una persona invisibile, un reietto, proprio come i fuoricasta dell'India, dell'antica Spagna o di altri luoghi. Uso la parola con questo preciso significato. Esempio: "La mia condizione è quella di un dalit o di un agote"
Non è detto che questa accezione sia compresa allo stesso modo da tutti, nonostante si dia per scontato che parliamo la stessa lingua, la cui paternità è attribuita a Dante Alighieri dal sistema scolastico. 
In inglese la parola untouchable (aggettivo e sostantivo) presenta soltanto alcune differenze semantiche rispetto all'italiano. Come aggettivo, ha il significato di "che non può essere toccato" e quello di "imbattibile" (detto di squadre sportive). Come sostantivo, oltre ai significati della parola italiana, ha anche quello di "poliziotto incorruttibile"
Ecco le definizioni:
- a criminal who is so well connected that they cannot be harmed;
- outcast, person excluded from society;
- a law enforcement agent immune to intimidation, bribery or seduction.  

Non può essere toccato, trasmette contaminazione 

Riporto il caso di Lico C., un calabrese di stirpe grecanica che era in classe con me alle elementari. In un'occasione, ci fu spiegato dalla maestra che il nome Lico in greco significa "Lupo". Questo alunno aveva un modo di fare e di parlare strano, percepito come alieno. Anche il suo aspetto era abbastanza inconsueto. Dava l'aria di essere parte di una società arretrata, un residuo di un mondo preistorico, lontanissimo dal contesto in cui si era venuto a trovare. Era considerato un "intoccabile" dai alcuni compagni di classe, come se fosse stato il portatore della capacità di rendere immonda ogni cosa anche solo sfiorata. Così mi è stato detto da un bullo, testuali parole: "Se parli con lui, diventi un terrone anche tu!". Si noterà che questo feroce razzismo non colpiva tutti i meridionali. Ad esempio, il siciliano Pucci S. non era visto con pregiudizio da nessuno. La persecuzione riguardava soltanto coloro che non erano assimilati, su cui gravava la colpa ontologica

Un orrore antico

Si deve sapere che le parole "zingaro" e "zigano" derivano dal greco ἀθίγγανος (athínganos), che significa "intoccabile". In origine l'epiteto era attribuito agli aderenti a una setta eretica poco conosciuta che combinava residui di costumi pagani con usanze ebraiche, poi denotò i Rom, che erano migrati dall'India. Il principio era sempre lo stesso: l'impurità che si pensava potesse essere trasmessa dal semplice contatto, simile a un fluido maligno in grado di annullare la dignità di chiunque non si tenga bene alla larga. 
L'essenza dell'antisemitismo non è poi così dissimile, pur trattandosi di un caso più complesso. Anni fa mi imbattei in Splinder in una discussione molto interessante, che non ho dimenticato. "Per l'antisemita", diceva un blogger, "l'ebreo è un corpo abitato da un principio ontologico altro, come quello di un insetto o di un rettile." Se si tengono ben presenti questi concetti, si spiegano moltissime cose, che altrimenti sarebbero da considerarsi misteriose. 
Tutto questo i docenti non lo insegnano nelle aule scolastiche. Nella maggior parte dei casi, potrebbero esserne essi stessi inconsapevoli. Comunque sia, se anche capissero la realtà in ogni dettaglio, si guarderebbero bene dal comunicarla. Non vogliono menti critiche. Trovano più comodo banalizzare, facendo credere che l'intoccabilità sia questione di semplice e banale "intolleranza per il diverso".  

Comprensione impossibile

Diversi anni fa usai la parola "intoccabile" parlando con un'interlocutrice, che ovviamente equivocò in modo grave. Intendevo descrivere proprio il concetto di colui che è colpito dall'impurità ontologica, condizione che spesso sento gravare su di me come un peso insopportabile. Per lei "intoccabile" era invece un aggettivo riferito a un politico in odor di crimine, così potente da non dover sottostare alle leggi. "Non può essere toccato dalle leggi perché ha protezioni", fu la sua spiegazione. La parola poteva essere applicata a un boss mafioso, ad esempio, o a qualche altro malfattore di tal genere. Rimase allibita nel sentirmi dire cosa invece volevo dire io usando la stessa identica parola, riferendomi a un rifiuto della società. Io ero consapevole dell'esistenza di entrambi i significati della parola "intoccabile", ossia "emarginato" e "incensurabile". L'interlocutrice invece era consapevole dell'esistenza di uno soltanto dei significati: "incensurabile". Ignorava del tutto l'esistenza dell'altro significato. La sua visuale era parziale, incompleta: non aveva mai sentito parlare dei Paria o dei Popoli Maledetti della Spagna. Per questo motivo non è stata in grado di intendermi. 

Il Vuoto

Da quanto esposto derivano riflessioni mortificanti. Siamo frammenti di una società alla deriva, dove ogni comunicazione è un falso. Si usa lo stesso contenitore (significante) ma il contenuto (significato) è drasticamente diverso: non ci si intende piùLa lingua cessa in questo modo la sua funzione. Quindi finisce col valere meno di uno strumento spuntato. Finisce col valere meno della merda. Ecco, la colpa è tutta della scuola. 

lunedì 1 luglio 2024

LA CORRETTA PRONUNCIA DI ALICI

A scanso di equivoci, cominciamo affermando a caratteri cubitali la verità su un ben noto pesce, ottimo commestibile: 
LE ACCIUGHE SI CHIAMANO ALÌCI E NON ÀLICI
La forma singolare, alice, è poco usata e ha parimenti l'accento sulla penultima sillaba.

Riporto la spiegazione data dal Dizionario del Corriere (il grassetto è mio):


Si dice: alìci
Non si dice: àlici 

La ritrazione dell’accento può dipendere da un’influenza dialettale. Alìce è il latino hallec, hallècis, che indicava propriamente una salsa di pesce, e discende dal greco alykòs, salso. Per dar più forza alla ragione possono aiutarci questi sorprendenti versi del Leopardi, che noi immaginiamo sempre sofferente e inappetente, nei Nuovi credenti: “Che dirò delle triglie e delle alìci? / Qual puoi bramar felicità più vera / che far d’ostriche scempio infra gli amici?”

Leopardi è stato infamato dal sistema scolastico italiano, che ha inculcato in generazioni di studenti l'idea che fosse un uomo rachitico e inappetente, quasi anaerobico. Noi vogliamo rendergli giustizia e diffondere ovunque la consapevolezza del suo genio. Deprechiamo gli energumeni che lo insolentiscono! La materia insegnata tra i banchi è il bullismo! 

Una fallacia etimologica

In realtà il latino allēc, hallēc (e varianti) non può essere un adattamento del greco ἁλυκός "salso", "salato" (halykós - non alykòs come scritto nel Dizionario del Corriere), pur essendo comunque derivato da ἅλς (háls) "sale". L'aggettivo ellenico è usato specialmente in riferimento alle acque salmastre. 
Il problema è che ἁλυκός (halykós) ha la vocale -y- breve-, che in origine era pronunciata /u/. Non è confrontabile con lo strano suffissoide della parola latina, -ēc-, che ha la vocale lunga /e:/
Ho trattato il controverso argomento dell'etimologia di allēc parlando del garum e delle sue origini. 
Si noterà anche che esiste in Sicilia un fiume che in epoca antica era chiamato Ἅλυκος (Hálykos) "Àlico", identificabile con l'attuale Plàtani. Il suo nome è considerato identico al greco ἁλυκός e interpretato come "Salso". Bisogna notare che l'accento è diverso, anche se è riportata una variante Ἁλυκός (Halykós). 

Un frammento dai banchi di memoria stagnante

Posso portare una testimonianza. E. (RIP) era un'anziana signora che aveva crisi isteriche ogni volta che sentiva parlare delle alìci: pretendeva che dovesse pronunciarsi àlici. Se qualcuno la contraddiceva, andava su tutte le furie. Diventava cianotica, batteva i piedi per terra. Poi si è scoperto il perché del suo comportamento fastidioso. Sua madre si chiamava Alice, e lei era cresciuta tra bulli che la perculavano in modo atroce. "Tua mamma si chiama Alice sott'olio!", le dicevano canzonandola a scuola. La situazione era peggiorata dal fatto che E. aveva tutta una serie di idiosincrasie olfattive e gustative, che le rendevano difficile l'esistenza.